In chiusura della stagione teatrale 2025-2026 vado a vedere per la prima volta a teatro (in realtà lo avevo già incrociato in una regia di Anna Cappelli) un lavoro di Claudio Tolcachir, il regista e drammaturgo argentino trapiantato a Madrid che ha strette relazioni anche con il teatro italiano.
All’India sono infatti in programmazione due suoi lavori; io per questioni di incastri vari riesco a vedere solo questo, Los de ahí (Quelli di qui), che racconta di quell’umanità ai margini che spesso risulta per noi quasi invisibile.
Lo spettacolo è recitato in spagnolo, con diversi accenti, e sovratitolato in italiano e, come ormai mi accade normalmente al cinema, nonostante la piccola fatica di dover leggere i sovratitoli, considero la recitazione in lingua originale un valore aggiunto imprescindibile.
I protagonisti sono inizialmente tre: Nuno, Munir e Dani, tre immigrati – provenienti da chissà dove – che vivono in un paese probabilmente del nord Europa, dove sbarcano il lunario stando appostati vicino a una macchinetta che di tanto in tanto segnala delle consegne da fare, recapita il pacco e fornisce, tramite cellulare, le istruzioni per la consegna che loro effettueranno in bicicletta sfidando i pericoli della strada.
Nuno ha una compagna e una figlia piccola, Lumi, e per questo ha bisogno di soldi: la sua compagna, Mirja, una donna del posto che ha conosciuto durante un viaggio e che poi è rimasta incinta, parla una lingua che lui fa fatica a capire, e quando a un certo punto compare nel luogo dove si riuniscono – e si nascondono – Nuno, Munir e Dani, con la sua lingua sconosciuta e i suoi comportamenti incomprensibili porta ulteriori elementi di angoscia.
Un altro personaggio femminile che si inserisce presto nella narrazione è quello di Susan, la compagna di Dani, che ha lasciato marito e figli per stare con lui, e che ora insieme a lui vive alla giornata, ed è sempre più preoccupata delle condizioni di salute di Dani, che sembrano peggiorare rapidamente.
Infine, c’è Eduardo, o meglio il suo fantasma, visto che di lui è rimasta solo la bicicletta, ma se ne sono perse le tracce da tempo, finito chissà dove o forse morto.
È un’umanità piena di vita quella che si muove dove nessuno la vede e che cerca di sopravvivere nonostante tutto, e che riesce a sperimentare forme di solidarietà e momenti di gioia e scherzo anche se tutto intorno è squallore e le prospettive future sono molto fosche, soprattutto quando la macchinetta dei pacchi comincia a non funzionare e nella notte viene portata via.
Che fine faranno queste persone invisibili? Come riusciranno a sopravvivere senza nemmeno questa attività?
Nonostante il clima quasi scanzonato che caratterizza le relazioni tra questi personaggi, una sotterranea angoscia attraversa tutta la narrazione, fin dai primi istanti, e aumenta man mano che si va avanti, in un crescendo che attanaglia lo spettatore fino allo spegnimento delle luci.
Bravi gli attori Nourdin Batán (Munir), Fer Fraga (Nuno), Malena Gutiérrez (Susan) – che ricordavo da Dieci capodanni di Sorogoyen -, Nuria Herrero (Mirja) e Gerardo Otero (Dani).
Voto: 3,5/5
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martedì 2 giugno 2026
martedì 26 maggio 2026
La vegetariana / di e con Daria Deflorian. Teatro Vascello, 20 maggio 2026
Uno degli ultimi spettacoli che vedo a teatro per questa stagione è La vegetariana, tratto dal romanzo della scrittrice nordcoreana Premio Nobel Han Kang, di cui conosco poco la produzione avendo letto solo Atti umani, con sensazioni a dire la verità un po’ contraddittorie.
La mia amica M. però ci tiene particolarmente a vedere questo spettacolo in quanto ha letto il romanzo ed è curiosa di capire come è stato trasposto sul palcoscenico, e io ben volentieri partecipo a questa esperienza.
Sul palco del Vascello una scenografia fatta con una parete di fondo e due pareti oblique su cui si aprono due porte che conducono – come vedremo - in due piccoli ambienti, un bagno e una cucina. Le pareti sono scrostate e l’atmosfera complessiva è piuttosto squallida.
Il primo personaggio con cui facciamo conoscenza è il marito della protagonista che fin da subito ci anticipa quello che ci aspetta. Ci dice che la moglie Yeong-hye è una donna ordinaria e scialba, che lui l'ha scelta appositamente per queste caratteristiche, garanzia di un rapporto duraturo. Tutto però è cambiato quando, a seguito di un sogno fatto di sangue, pezzi di carne e violenza, la donna ha deciso di diventare vegetariana, di eliminare completamente la carne dalla sua vita, carne che è centrale nella cucina tradizionale della Corea del Sud.
Questa scelta innesca una serie di conseguenze sia su Yeong-hye, la quale si radicalizza sempre di più nella sua scelta fino a sviluppare una specie di rigetto verso i corpi compreso il proprio, sia sulle persone che la circondano, il marito, i genitori, la sorella e suo marito. Le reazioni degli altri oscillano tra la rabbia, la repulsione, la paura e l’attrazione quasi morbosa.
Mentre il matrimonio di Yeong-hye va a rotoli, suo cognato – un artista – sviluppa quasi un’ossessione per lei che mescola desiderio di fare del corpo della donna un oggetto su cui intervenire artisticamente, ma anche di possederlo carnalmente.
Il deflagrare finale della situazione e l’emergere di verità sepolte che riguardano l’infanzia di Yeong-hye e i traumi che si porta dentro porteranno all’apice il crescendo di angoscia, senza dare sollievo allo spettatore, cosa del resto tipica della scrittura di Han Kang.
Non posso fare paragoni con il romanzo, però certamente posso dire che la drammaturgia, l’allestimento e la regia di questo spettacolo sono molto efficaci nel trasmettere sensazioni e atmosfere, e gli attori (oltre a Daria Deflorian, anche regista e come attrice nei panni della sorella della protagonista, ma anche Paolo Musio, Monica Piseddu, che letteralmente si mette a nudo di fronte al pubblico, e Gabriele Portoghese) riescono a trasmettere e ad amplificare sentimenti contraddittori, che oscillano tra il dimesso e il violento. La recitazione un po’ strascicata alla lunga mi ha un pochino infastidita, ma certamente si è trattato di una precisa scelta interpretativa.
Anche se a tratti l’ho trovato un po’ pesante, nel complesso lo spettacolo è riuscito a tenere desta e viva l’attenzione, grazie anche al fondo di angoscia, non solo in me, ma persino in mio padre, che durante la sua permanenza romana si è sorbito un po’ di spettacoli insieme a me.
Voto: 3,5/5
La mia amica M. però ci tiene particolarmente a vedere questo spettacolo in quanto ha letto il romanzo ed è curiosa di capire come è stato trasposto sul palcoscenico, e io ben volentieri partecipo a questa esperienza.
Sul palco del Vascello una scenografia fatta con una parete di fondo e due pareti oblique su cui si aprono due porte che conducono – come vedremo - in due piccoli ambienti, un bagno e una cucina. Le pareti sono scrostate e l’atmosfera complessiva è piuttosto squallida.
Il primo personaggio con cui facciamo conoscenza è il marito della protagonista che fin da subito ci anticipa quello che ci aspetta. Ci dice che la moglie Yeong-hye è una donna ordinaria e scialba, che lui l'ha scelta appositamente per queste caratteristiche, garanzia di un rapporto duraturo. Tutto però è cambiato quando, a seguito di un sogno fatto di sangue, pezzi di carne e violenza, la donna ha deciso di diventare vegetariana, di eliminare completamente la carne dalla sua vita, carne che è centrale nella cucina tradizionale della Corea del Sud.
Questa scelta innesca una serie di conseguenze sia su Yeong-hye, la quale si radicalizza sempre di più nella sua scelta fino a sviluppare una specie di rigetto verso i corpi compreso il proprio, sia sulle persone che la circondano, il marito, i genitori, la sorella e suo marito. Le reazioni degli altri oscillano tra la rabbia, la repulsione, la paura e l’attrazione quasi morbosa.
Mentre il matrimonio di Yeong-hye va a rotoli, suo cognato – un artista – sviluppa quasi un’ossessione per lei che mescola desiderio di fare del corpo della donna un oggetto su cui intervenire artisticamente, ma anche di possederlo carnalmente.
Il deflagrare finale della situazione e l’emergere di verità sepolte che riguardano l’infanzia di Yeong-hye e i traumi che si porta dentro porteranno all’apice il crescendo di angoscia, senza dare sollievo allo spettatore, cosa del resto tipica della scrittura di Han Kang.
Non posso fare paragoni con il romanzo, però certamente posso dire che la drammaturgia, l’allestimento e la regia di questo spettacolo sono molto efficaci nel trasmettere sensazioni e atmosfere, e gli attori (oltre a Daria Deflorian, anche regista e come attrice nei panni della sorella della protagonista, ma anche Paolo Musio, Monica Piseddu, che letteralmente si mette a nudo di fronte al pubblico, e Gabriele Portoghese) riescono a trasmettere e ad amplificare sentimenti contraddittori, che oscillano tra il dimesso e il violento. La recitazione un po’ strascicata alla lunga mi ha un pochino infastidita, ma certamente si è trattato di una precisa scelta interpretativa.
Anche se a tratti l’ho trovato un po’ pesante, nel complesso lo spettacolo è riuscito a tenere desta e viva l’attenzione, grazie anche al fondo di angoscia, non solo in me, ma persino in mio padre, che durante la sua permanenza romana si è sorbito un po’ di spettacoli insieme a me.
Voto: 3,5/5
mercoledì 20 maggio 2026
Tutti gli uomini che non sono / di e con Paolo Calabresi. Teatro Ambra Jovinelli, 14 maggio 2026
Vado a vedere questo spettacolo un po’ stanca e un po’ prevenuta perché quest’anno all’Ambra Jovinelli qualche “fregatura” l’ho presa. Però Paolo Calabresi è bravo e la presentazione dello spettacolo mi ha incuriosita.
Tutti gli uomini che non sono è uno spettacolo originale nella sua costruzione, perché racconta una fase vera della vita di Calabresi e la inserisce dentro un contesto teatrale, giocando sulla labilità del confine tra vero e falso.
La parte sicuramente vera, supportata tra l’altro dai video che campeggiano sulla scenografia dello spettacolo, che sembra riprodurre la parete attrezzata in un interno, è quella delle molteplici situazioni in cui in passato Paolo Calabresi si è spacciato per qualcun altro, con effetti paradossali ed esilaranti. Il tutto era cominciato quasi per gioco, ossia poter andare a vedere la partita Milan-Roma a Milano nonostante i biglietti fossero esauriti. E quella volta, senza nemmeno troppo travestimento, nei panni di Nicolas Cage, Calabresi riuscì perfettamente nell’intento. Da lì l’attore romano ripeté l’operazione, interpretando sia personaggi reali come Marilyn Manson, sia personaggi inventati tra cui un cardinale, un presidente di un ente europeo del calcio, un ex cieco, un’autorità istituzionale di uno stato africano.
Obiettivo più o meno dichiarato quello di potersi prendere gioco di persone e organizzazioni, anche ad alti livelli, dimostrando in un certo senso la permeabilità di certi ambienti e anche la credulità delle persone, non solo quelle comuni. E soprattutto, come lo stesso Calabresi ci dice, quanto gli esseri umani siano sensibili e dunque propensi a credere alle storie, se queste sono ben scritte e presentate.
Tutto questo è inserito a sua volta in una storia più ampia, che – anche in questo caso – non sappiamo fino a che punto sia vera, e fa riferimento alla vita personale di Paolo. Il “gioco” dei travestimenti inizia infatti in un momento doloroso, quello della morte ravvicinata di entrambi i genitori, e probabilmente è il modo creativo che inconsciamente l’attore trova per non sentire il dolore e forse per elaborare il lutto. C’è dunque tanto da ridere nei retroscena di questo gioco, ma anche una motivazione psicologica profonda, cosicché se inizialmente i travestimenti diventano una specie di gioco familiare in cui anche moglie e figli vengono coinvolti, man mano l’ossessione di Paolo mette in discussione persino la stabilità del suo matrimonio e il rapporto con i figli, diventati nel frattempo quattro.
Il tono dello spettacolo oscilla dunque costantemente tra il comico e il malinconico, quest'ultimo spesso portato in scena da Carolina Di Domenico che interpreta Fiamma, la moglie di Paolo, e che diventa in qualche modo il suo aggancio con la realtà.
Tutti gli uomini che non sono può sembrare a prima vista un’opera autoreferenziale, nata per rievocare le performance-bravate del passato, e invece diventa in fondo l’occasione per molte altre riflessioni non scontate.
Mi è piaciuto, mi ha fatto ridere e commuovere. E ho trovato molto bravo Paolo Calabresi, e soprattutto Carolina Di Domenico.
Voto: 3,5/5
Tutti gli uomini che non sono è uno spettacolo originale nella sua costruzione, perché racconta una fase vera della vita di Calabresi e la inserisce dentro un contesto teatrale, giocando sulla labilità del confine tra vero e falso.
La parte sicuramente vera, supportata tra l’altro dai video che campeggiano sulla scenografia dello spettacolo, che sembra riprodurre la parete attrezzata in un interno, è quella delle molteplici situazioni in cui in passato Paolo Calabresi si è spacciato per qualcun altro, con effetti paradossali ed esilaranti. Il tutto era cominciato quasi per gioco, ossia poter andare a vedere la partita Milan-Roma a Milano nonostante i biglietti fossero esauriti. E quella volta, senza nemmeno troppo travestimento, nei panni di Nicolas Cage, Calabresi riuscì perfettamente nell’intento. Da lì l’attore romano ripeté l’operazione, interpretando sia personaggi reali come Marilyn Manson, sia personaggi inventati tra cui un cardinale, un presidente di un ente europeo del calcio, un ex cieco, un’autorità istituzionale di uno stato africano.
Obiettivo più o meno dichiarato quello di potersi prendere gioco di persone e organizzazioni, anche ad alti livelli, dimostrando in un certo senso la permeabilità di certi ambienti e anche la credulità delle persone, non solo quelle comuni. E soprattutto, come lo stesso Calabresi ci dice, quanto gli esseri umani siano sensibili e dunque propensi a credere alle storie, se queste sono ben scritte e presentate.
Tutto questo è inserito a sua volta in una storia più ampia, che – anche in questo caso – non sappiamo fino a che punto sia vera, e fa riferimento alla vita personale di Paolo. Il “gioco” dei travestimenti inizia infatti in un momento doloroso, quello della morte ravvicinata di entrambi i genitori, e probabilmente è il modo creativo che inconsciamente l’attore trova per non sentire il dolore e forse per elaborare il lutto. C’è dunque tanto da ridere nei retroscena di questo gioco, ma anche una motivazione psicologica profonda, cosicché se inizialmente i travestimenti diventano una specie di gioco familiare in cui anche moglie e figli vengono coinvolti, man mano l’ossessione di Paolo mette in discussione persino la stabilità del suo matrimonio e il rapporto con i figli, diventati nel frattempo quattro.
Il tono dello spettacolo oscilla dunque costantemente tra il comico e il malinconico, quest'ultimo spesso portato in scena da Carolina Di Domenico che interpreta Fiamma, la moglie di Paolo, e che diventa in qualche modo il suo aggancio con la realtà.
Tutti gli uomini che non sono può sembrare a prima vista un’opera autoreferenziale, nata per rievocare le performance-bravate del passato, e invece diventa in fondo l’occasione per molte altre riflessioni non scontate.
Mi è piaciuto, mi ha fatto ridere e commuovere. E ho trovato molto bravo Paolo Calabresi, e soprattutto Carolina Di Domenico.
Voto: 3,5/5
sabato 16 maggio 2026
Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow / con Paola Minaccioni. Teatro Ambra Jovinelli, 29 aprile 2026
Convintamente compro insieme ad amici il biglietto per andare a vedere all'Ambra Jovinelli l'ultimo spettacolo con Paola Minaccioni, che avevo apprezzato molto negli ultimi anni a teatro, sia nella dimensioni propriamente comica che in quella in parte più drammatica.
La mia decisione è rafforzata dalla presenza nel cast di Monica Nappo, che pure è un'attrice che mi piace molto.
Non so esattamente cosa attendermi da Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow e volontariamente non ho letto nulla in proposito per non farmi condizionare (e poi perché il tempo a disposizione è sempre meno).
Scopro solo dopo che si tratta di una dark comedy della scrittrice e drammaturga americana Julia May Jonas, che anche se a me non dice nulla ha vinto con i suoi lavori diversi premi.
Questo testo ruota in particolare intorno a Kim Sparrow, una donna con un passato da alcolista, che ora è la manager di un negozio di abbigliamento vintage, nel quale lavora anche la giovane Tussie (Valentina Spaletta Tavella). Tra le due c'è una complicità ma anche una tensione caratteriale e generazionale che rende il rapporto poco equilibrato.
Quando Kim e Tussie progettano di rubare dei costosi abiti vintage dalla casa familiare di una ricca ragazza con cui per caso Kim è venuta in contatto, nel piano si inserisce anche Blatta (Monica Nappo), amica storica di Kim, che non vede di buon occhio la relazione dell'amica con Tussie della quale non si fida.
In questo triangolo fatto di rivelazioni, confessioni, scontri verbali, nei quali Kim si trova in qualche modo tirata ora da una parte ora dall'altra, le cose a un certo punto prenderanno una piega inattesa e tragica.
C'è un po' di Thelma e Louise in questo testo, e anche un po' di Lenni e Stella, protagoniste del romanzo Benzina di Elena Stancanelli, insomma un focus su delle cattive ragazze che non ci stanno a seguire le regole e a fare quello che gli altri si aspettano da loro, però qui non c'è solo il conflitto sociale, bensì anche quello generazionale e la dinamica di un rapporto a tre con tutte le sue implicazioni.
Sulla carta ci potrebbe stare tutto e potrebbe anche essere interessante, però lo spettacolo diretto da Cristina Spina sembra rimanere per tutto il tempo allo stato di promessa senza mai decollare veramente. Non so se dipenda dal testo di partenza, dall'adattamento o dalla regia, ma tant'è. Come spettatori si fa fatica ad appassionarsi ai personaggi, a empatizzare con loro, e né la risata né il dramma riescono ad essere pienamente coinvolgenti.
Peccato dal mio punto di vista perché l'ho vissuta come un'occasione mancata.
Voto: 2,5/5
La mia decisione è rafforzata dalla presenza nel cast di Monica Nappo, che pure è un'attrice che mi piace molto.
Non so esattamente cosa attendermi da Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow e volontariamente non ho letto nulla in proposito per non farmi condizionare (e poi perché il tempo a disposizione è sempre meno).
Scopro solo dopo che si tratta di una dark comedy della scrittrice e drammaturga americana Julia May Jonas, che anche se a me non dice nulla ha vinto con i suoi lavori diversi premi.
Questo testo ruota in particolare intorno a Kim Sparrow, una donna con un passato da alcolista, che ora è la manager di un negozio di abbigliamento vintage, nel quale lavora anche la giovane Tussie (Valentina Spaletta Tavella). Tra le due c'è una complicità ma anche una tensione caratteriale e generazionale che rende il rapporto poco equilibrato.
Quando Kim e Tussie progettano di rubare dei costosi abiti vintage dalla casa familiare di una ricca ragazza con cui per caso Kim è venuta in contatto, nel piano si inserisce anche Blatta (Monica Nappo), amica storica di Kim, che non vede di buon occhio la relazione dell'amica con Tussie della quale non si fida.
In questo triangolo fatto di rivelazioni, confessioni, scontri verbali, nei quali Kim si trova in qualche modo tirata ora da una parte ora dall'altra, le cose a un certo punto prenderanno una piega inattesa e tragica.
C'è un po' di Thelma e Louise in questo testo, e anche un po' di Lenni e Stella, protagoniste del romanzo Benzina di Elena Stancanelli, insomma un focus su delle cattive ragazze che non ci stanno a seguire le regole e a fare quello che gli altri si aspettano da loro, però qui non c'è solo il conflitto sociale, bensì anche quello generazionale e la dinamica di un rapporto a tre con tutte le sue implicazioni.
Sulla carta ci potrebbe stare tutto e potrebbe anche essere interessante, però lo spettacolo diretto da Cristina Spina sembra rimanere per tutto il tempo allo stato di promessa senza mai decollare veramente. Non so se dipenda dal testo di partenza, dall'adattamento o dalla regia, ma tant'è. Come spettatori si fa fatica ad appassionarsi ai personaggi, a empatizzare con loro, e né la risata né il dramma riescono ad essere pienamente coinvolgenti.
Peccato dal mio punto di vista perché l'ho vissuta come un'occasione mancata.
Voto: 2,5/5
mercoledì 6 maggio 2026
Le false confidenze / Marivaux; regia di Arturo Cirillo. Teatro Argentina, 22 aprile 2026
Che Arturo Cirillo sia una delle figure più interessanti del teatro italiano contemporaneo non lo scopro certo oggi. Lo seguo da tempo, prima soprattutto come attore, poi sempre più impegnato sul piano della riscoperta di testi da riportare a teatro e nella regia degli stessi.
Dopo aver esplorato l'opera di Molière, con questo lavoro Cirillo si sposta su un altro drammaturgo e scrittore settecentesco, Pierre de Marivaux, e porta in scena Le false confidenze.
L'opera racconta del giovane e spiantato Dorante (il sempre bravissimo Giacomo Vigentini) che, sotto la regia del servo Dubois (lo stesso Cirillo), si fa assumere come segretario dalla nobildonna vedova e ricchissima Araminte (Elena Sofia Ricci) con l’obiettivo di conquistarne il cuore. Per Dubois si tratta di dimostrare – forse a sé stesso – di essere in grado di cambiare il corso degli eventi e di rovesciare la tetragona razionalità della sua padrona; per Dorante apparentemente è un modo per tirarsi fuori da una condizione di povertà e assenza di futuro, ma in realtà il giovane si scoprirà realmente innamorato della donna.
Intorno a questi personaggi principali si muovono gli altri protagonisti della storia, lo zio di Dorante, il procuratore Remy (Rosario Giglio), la cameriera Marton (Giulia Trippetta), il servo Arlecchino (Francesco Petruzzelli), la madre di Araminte (Orietta Notari) e il conte, promesso sposo di Araminte (Giacinto Palmarini). Tutti personaggi molto ben delineati e con ruoli significativi nella narrazione, ciascuno a suo modo interessante e tratteggiato da Marivaux in fondo con compassione e con affetto.
In un impianto che certamente attinge agli stilemi della commedia dell’arte, da cui ad esempio proviene direttamente la maschera di Arlecchino, Marivaux sembra riprenderne anche la struttura narrativa e il tono, fatti di trame e infingimenti, di convincimenti e di ribaltamenti, qui orchestrati dal servo Dubois, ma in realtà lo scrittore appare infine più interessato a indagare i meccanismi dell’innamoramento e la forza dell’amore, che finirà per scavalcare e dare un significato diverso all’intrigo perpetrato dal servo.
Cirillo sceglie una messa in scena che mescola riferimenti al periodo storico con importanti elementi di modernità, mescolanza che la scenografia di Dario Gessati, i costumi di Gianluca Falaschi e il commento sonoro di Federico Mezzana assecondano ed esaltano.
Su una scenografia con pareti mobili che ruotano su sé stesse e con una superficie quasi metallica, i personaggi si incontrano e si sfuggono, si guardano e si spiano, ciascuno nel tentativo di capire la propria collocazione nel fluire degli eventi.
Gli attori, molti dei quali affezionati collaboratori di Cirillo, fanno a gara di bravura (io ho un debole per Vigentini), ma un plauso speciale lo merita Elena Sofia Ricci, una Araminte sontuosa e al contempo titubante, magnetica ma anche confusa, rigida e insieme tenerissima. Un personaggio che alla fine non si può non amare profondamente e nel quale non si può non immedesimarsi: cosicché sul ballo finale siamo tutti con lei a celebrare la forza dell’amore e la vittoria dei sentimenti.
Ogni tanto una esperienza teatrale che ci riconcilia con un mezzo espressivo che spesso si fa fatica ad amare, nonostante lo si vorrebbe.
Voto: 4/5
Dopo aver esplorato l'opera di Molière, con questo lavoro Cirillo si sposta su un altro drammaturgo e scrittore settecentesco, Pierre de Marivaux, e porta in scena Le false confidenze.
L'opera racconta del giovane e spiantato Dorante (il sempre bravissimo Giacomo Vigentini) che, sotto la regia del servo Dubois (lo stesso Cirillo), si fa assumere come segretario dalla nobildonna vedova e ricchissima Araminte (Elena Sofia Ricci) con l’obiettivo di conquistarne il cuore. Per Dubois si tratta di dimostrare – forse a sé stesso – di essere in grado di cambiare il corso degli eventi e di rovesciare la tetragona razionalità della sua padrona; per Dorante apparentemente è un modo per tirarsi fuori da una condizione di povertà e assenza di futuro, ma in realtà il giovane si scoprirà realmente innamorato della donna.
Intorno a questi personaggi principali si muovono gli altri protagonisti della storia, lo zio di Dorante, il procuratore Remy (Rosario Giglio), la cameriera Marton (Giulia Trippetta), il servo Arlecchino (Francesco Petruzzelli), la madre di Araminte (Orietta Notari) e il conte, promesso sposo di Araminte (Giacinto Palmarini). Tutti personaggi molto ben delineati e con ruoli significativi nella narrazione, ciascuno a suo modo interessante e tratteggiato da Marivaux in fondo con compassione e con affetto.
In un impianto che certamente attinge agli stilemi della commedia dell’arte, da cui ad esempio proviene direttamente la maschera di Arlecchino, Marivaux sembra riprenderne anche la struttura narrativa e il tono, fatti di trame e infingimenti, di convincimenti e di ribaltamenti, qui orchestrati dal servo Dubois, ma in realtà lo scrittore appare infine più interessato a indagare i meccanismi dell’innamoramento e la forza dell’amore, che finirà per scavalcare e dare un significato diverso all’intrigo perpetrato dal servo.
Cirillo sceglie una messa in scena che mescola riferimenti al periodo storico con importanti elementi di modernità, mescolanza che la scenografia di Dario Gessati, i costumi di Gianluca Falaschi e il commento sonoro di Federico Mezzana assecondano ed esaltano.
Su una scenografia con pareti mobili che ruotano su sé stesse e con una superficie quasi metallica, i personaggi si incontrano e si sfuggono, si guardano e si spiano, ciascuno nel tentativo di capire la propria collocazione nel fluire degli eventi.
Gli attori, molti dei quali affezionati collaboratori di Cirillo, fanno a gara di bravura (io ho un debole per Vigentini), ma un plauso speciale lo merita Elena Sofia Ricci, una Araminte sontuosa e al contempo titubante, magnetica ma anche confusa, rigida e insieme tenerissima. Un personaggio che alla fine non si può non amare profondamente e nel quale non si può non immedesimarsi: cosicché sul ballo finale siamo tutti con lei a celebrare la forza dell’amore e la vittoria dei sentimenti.
Ogni tanto una esperienza teatrale che ci riconcilia con un mezzo espressivo che spesso si fa fatica ad amare, nonostante lo si vorrebbe.
Voto: 4/5
mercoledì 15 aprile 2026
Nessuno. Le avventure di Ulisse / con Stefano Accorsi. Teatro Ambra Jovinelli, 25 marzo 2026
Stefano Accorsi, nella sua versione da cinquantacinquenne palestrato, porta a teatro uno spettacolo ispirato all’Odissea, con la regia di Daniele Finzi Pasca, la drammaturgia di Emanuele Aldrovandi e le scene di Luigi Ferrigno.
Sulla scena, insieme ad Accorsi, la bravissima Francesca Del Duca che innanzitutto costruisce la tessitura sonora dello spettacolo con la sua voce e le sue percussioni, evocando sonorità primitive e ancestrali, in secondo luogo fa da spalla ad Accorsi rappresentando l’altro, ma soprattutto una Penelope che sta prima fuori dalla narrazione e poi ne diventa protagonista.
Accorsi è mattatore della scena interpretando non solo Ulisse, ma anche tutti gli altri personaggi, cambiando registro e anche dizione (esilarante l’uso dell’accento bolognese quando interpreta il re dei Troiani), e dando una connotazione fortemente fisica al protagonista, anche grazie a una scenografia che sembra quasi una struttura circense, e che di volta in volta fa da cavallo di Troia o da rappresentazione di Polifemo o da barca in mezzo al mare nella quale Ulisse viaggia insieme al suo equipaggio.
Su questa struttura Accorsi si arrampica, corre, tira di boxe, e a volte ne esce per spingerla e farla ruotare su sé stessa a seconda delle esigenze sceniche, trasferendoci così la fatica del suo ritorno a casa.
Il racconto della vittoria sui Troiani e poi delle peripezie di Ulisse per tornare a Itaca attinge a un linguaggio che si fa spesso colloquiale e ironico, e in cui non mancano riferimenti alla contemporaneità o comunque a vicende e personaggi di gran lunga successivi all’Odissea, rendendo lo storytelling accattivante e adatto a qualunque tipo di pubblico, senza però togliere forza e sostanza al capolavoro “omerico”.
In un certo senso, lo spettacolo riporta l’Odissea alle sue origini, ossia quella che, secondo una delle ipotesi più accreditate dagli studiosi, la considera una storia raccontata oralmente dagli aedi per intrattenere il popolo nelle pubbliche piazze e trasformata, integrata e parzialmente rielaborata ad ogni racconto fino a costituire un corpus letterario tramandato fino a noi.
Accorsi è molto bravo, anche se questa deriva molto fisica mi fa un po’ sorridere e mi sa tanto di crisi di mezza età, però questo spettacolo mi conferma che il teatro è probabilmente la forma d’arte che lo valorizza di più; devo però anche aggiungere che la sua spalla, Del Duca, è il vero fiore all’occhiello dello spettacolo, applauditissima dal pubblico.
Uno spettacolo ironico e autoironico, divertente senza essere stupido né superficiale, che sa essere al contempo rispettoso e irriverente rispetto al classico che ci racconta.
Voto: 3,5/5
Sulla scena, insieme ad Accorsi, la bravissima Francesca Del Duca che innanzitutto costruisce la tessitura sonora dello spettacolo con la sua voce e le sue percussioni, evocando sonorità primitive e ancestrali, in secondo luogo fa da spalla ad Accorsi rappresentando l’altro, ma soprattutto una Penelope che sta prima fuori dalla narrazione e poi ne diventa protagonista.
Accorsi è mattatore della scena interpretando non solo Ulisse, ma anche tutti gli altri personaggi, cambiando registro e anche dizione (esilarante l’uso dell’accento bolognese quando interpreta il re dei Troiani), e dando una connotazione fortemente fisica al protagonista, anche grazie a una scenografia che sembra quasi una struttura circense, e che di volta in volta fa da cavallo di Troia o da rappresentazione di Polifemo o da barca in mezzo al mare nella quale Ulisse viaggia insieme al suo equipaggio.
Su questa struttura Accorsi si arrampica, corre, tira di boxe, e a volte ne esce per spingerla e farla ruotare su sé stessa a seconda delle esigenze sceniche, trasferendoci così la fatica del suo ritorno a casa.
Il racconto della vittoria sui Troiani e poi delle peripezie di Ulisse per tornare a Itaca attinge a un linguaggio che si fa spesso colloquiale e ironico, e in cui non mancano riferimenti alla contemporaneità o comunque a vicende e personaggi di gran lunga successivi all’Odissea, rendendo lo storytelling accattivante e adatto a qualunque tipo di pubblico, senza però togliere forza e sostanza al capolavoro “omerico”.
In un certo senso, lo spettacolo riporta l’Odissea alle sue origini, ossia quella che, secondo una delle ipotesi più accreditate dagli studiosi, la considera una storia raccontata oralmente dagli aedi per intrattenere il popolo nelle pubbliche piazze e trasformata, integrata e parzialmente rielaborata ad ogni racconto fino a costituire un corpus letterario tramandato fino a noi.
Accorsi è molto bravo, anche se questa deriva molto fisica mi fa un po’ sorridere e mi sa tanto di crisi di mezza età, però questo spettacolo mi conferma che il teatro è probabilmente la forma d’arte che lo valorizza di più; devo però anche aggiungere che la sua spalla, Del Duca, è il vero fiore all’occhiello dello spettacolo, applauditissima dal pubblico.
Uno spettacolo ironico e autoironico, divertente senza essere stupido né superficiale, che sa essere al contempo rispettoso e irriverente rispetto al classico che ci racconta.
Voto: 3,5/5
martedì 7 aprile 2026
Ashes / Muta Imago. Spazio Diamante, 21 marzo 2026
Sollecitata da un breve post di Nicola Lagioia, decido di andare a vedere questo spettacolo dei Muta Imago con la regia e la drammaturgia di Riccardo Fazi, presso lo Spazio Diamante, bel teatro e sala concerti su via Prenestina. Non conosco il progetto teatrale dei Muta Imago e dunque per me è anche l’occasione per sperimentare qualcosa di nuovo.
Prima di arrivare al teatro avevo letto poco, se non che il lavoro Ashes è fortemente incentrato sulle sonorizzazioni. Sul palco, quattro microfoni su aste e, alla destra dei microfoni, una postazione per il musicista Lorenzo Tomio che, con i suoi interventi musicali e sonori, non accompagna semplicemente lo spettacolo, ma ne diventa protagonista.
Dietro le aste, al buio e poi appena rischiarati da luci soffuse, compaiono quattro personaggi, interpretati da Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano e Arianna Pozzoli. Inizialmente di loro sentiamo solo i respiri e i gorgoglii in parte amplificati dai microfoni, poi comincia una specie di chiacchiericcio di fondo, fatto di piccoli monologhi, pensieri, brevi dialoghi, onomatopee, versi di animali e molto altro.
Non c’è una vera narrazione in senso tradizionale in questo spettacolo, e solo qua e là ci sembra di riconoscere un fil rouge nel racconto, forse la storia degli abitanti di una casa che seguiamo dalla fine del XIX secolo fino a un futuro nel quale la casa stessa diventa un luogo per illustrare com’era la vita un tempo e quali strani oggetti utilizzava questa umanità del passato.
Nel mezzo, situazioni, eventi, rumori, che raccontano di compleanni, capodanni, natali, nascite, morti, cadute, rapporti familiari, e altro che sta a ognuno decodificare, ovvero a cui ci si può anche solo lasciare andare.
Aleggia in quest’ora di spettacolo la ricerca di un significato della vita in relazione al tempo che passa, alle persone che cambiano e che si sostituiscono le une alle altre, in un andamento circolare e ineluttabile di cui rimane appunto un chiacchiericcio di fondo, su cui ogni tanto si accendono delle luci a illuminare momenti specifici, quelli che di solito immortaliamo e che spesso sono gli unici che vanno a costituire la nostra memoria, ma che comunque sono destinati a essere spazzati via, o a cambiare di significato nel tempo, o a essere perduti.
A tratti, lo spettacolo dei Muta Imago mi ha fatto pensare al film di Zemeckis Here che a sua volta si ispirava a un graphic novel, nonché a Sentimental value, perché in entrambi i casi – ove più ove meno – i luoghi e il tempo che passa si fanno protagonisti più ancora delle persone che li abitano. Le persone passano, i luoghi restano certamente oltre la vita delle persone ed è come se in qualche modo ne tramandassero una memoria silenziosa e invisibile.
Quando mi sono trasferita nella casa dove vivo adesso, nella casa di fronte alla mia vedevo spesso una signora anziana, ma tutto sommato in buona salute, uscire sulla terrazza a curare le sue bellissime e rigogliose piante. Talvolta, ne sentivo da lontano la voce mentre parlava con quelle che immagino fossero la figlia e la nipote. Poi all’improvviso la casa si è fatta silenziosa, le piante sono morte tutte, fino a quando ho visto ricomparire sul terrazzo altre persone, prima sporadicamente, poi abbastanza sistematicamente. Qualcuno di coloro che ci abitano adesso da qualche tempo sembra stare facendo anche qualche tentativo di piantare qualcosa.
C’è un misto di malinconia e tristezza, ma anche di sotterranea gioia nell’idea di quanto tutto conti e nulla conti, che siamo un momento nella storia, di grandissimo significato per noi stessi mentre viviamo, ma di scarsissimo significato nel grande orizzonte del tempo che passa inesorabile.
E Ashes ce lo ricorda, in modo delicato e forte, sottile e potente. Bello.
Voto: 4/5
Prima di arrivare al teatro avevo letto poco, se non che il lavoro Ashes è fortemente incentrato sulle sonorizzazioni. Sul palco, quattro microfoni su aste e, alla destra dei microfoni, una postazione per il musicista Lorenzo Tomio che, con i suoi interventi musicali e sonori, non accompagna semplicemente lo spettacolo, ma ne diventa protagonista.
Dietro le aste, al buio e poi appena rischiarati da luci soffuse, compaiono quattro personaggi, interpretati da Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano e Arianna Pozzoli. Inizialmente di loro sentiamo solo i respiri e i gorgoglii in parte amplificati dai microfoni, poi comincia una specie di chiacchiericcio di fondo, fatto di piccoli monologhi, pensieri, brevi dialoghi, onomatopee, versi di animali e molto altro.
Non c’è una vera narrazione in senso tradizionale in questo spettacolo, e solo qua e là ci sembra di riconoscere un fil rouge nel racconto, forse la storia degli abitanti di una casa che seguiamo dalla fine del XIX secolo fino a un futuro nel quale la casa stessa diventa un luogo per illustrare com’era la vita un tempo e quali strani oggetti utilizzava questa umanità del passato.
Nel mezzo, situazioni, eventi, rumori, che raccontano di compleanni, capodanni, natali, nascite, morti, cadute, rapporti familiari, e altro che sta a ognuno decodificare, ovvero a cui ci si può anche solo lasciare andare.
Aleggia in quest’ora di spettacolo la ricerca di un significato della vita in relazione al tempo che passa, alle persone che cambiano e che si sostituiscono le une alle altre, in un andamento circolare e ineluttabile di cui rimane appunto un chiacchiericcio di fondo, su cui ogni tanto si accendono delle luci a illuminare momenti specifici, quelli che di solito immortaliamo e che spesso sono gli unici che vanno a costituire la nostra memoria, ma che comunque sono destinati a essere spazzati via, o a cambiare di significato nel tempo, o a essere perduti.
A tratti, lo spettacolo dei Muta Imago mi ha fatto pensare al film di Zemeckis Here che a sua volta si ispirava a un graphic novel, nonché a Sentimental value, perché in entrambi i casi – ove più ove meno – i luoghi e il tempo che passa si fanno protagonisti più ancora delle persone che li abitano. Le persone passano, i luoghi restano certamente oltre la vita delle persone ed è come se in qualche modo ne tramandassero una memoria silenziosa e invisibile.
Quando mi sono trasferita nella casa dove vivo adesso, nella casa di fronte alla mia vedevo spesso una signora anziana, ma tutto sommato in buona salute, uscire sulla terrazza a curare le sue bellissime e rigogliose piante. Talvolta, ne sentivo da lontano la voce mentre parlava con quelle che immagino fossero la figlia e la nipote. Poi all’improvviso la casa si è fatta silenziosa, le piante sono morte tutte, fino a quando ho visto ricomparire sul terrazzo altre persone, prima sporadicamente, poi abbastanza sistematicamente. Qualcuno di coloro che ci abitano adesso da qualche tempo sembra stare facendo anche qualche tentativo di piantare qualcosa.
C’è un misto di malinconia e tristezza, ma anche di sotterranea gioia nell’idea di quanto tutto conti e nulla conti, che siamo un momento nella storia, di grandissimo significato per noi stessi mentre viviamo, ma di scarsissimo significato nel grande orizzonte del tempo che passa inesorabile.
E Ashes ce lo ricorda, in modo delicato e forte, sottile e potente. Bello.
Voto: 4/5
giovedì 26 marzo 2026
People, places and things / di Duncan McMillan; regia di Pierfrancesco Favino. Teatro Ambra Jovinelli, 12 marzo 2026
Duncan McMillan è il drammaturgo inglese autore del libro Ogni bellissima cosa, da cui è stato realizzato un adattamento teatrale che avevo visto messo in scena a Palazzo Merulana un po’ di anni fa con l'interpretazione di Carlo De Ruggieri e che avevo amato molto.
Così, quando ho visto nel cartellone dell’Ambra Jovinelli un altro lavoro di McMillan non ci ho pensato due volte e ho preso i biglietti. Il fatto che la regia fosse di Pierfrancesco Favino e che lo spettacolo fosse interpretato dalla moglie Anna Ferzetti (recentemente apprezzata ne La grazia di Sorrentino) non è stato dunque per me l’elemento determinante della scelta, ma solo un rafforzativo.
People, places and things racconta di una giovane donna, un’attrice di teatro, che ha grossi problemi con alcol e droga, e che dopo l’ennesima amnesia durante le prove di uno spettacolo (per l’esattezza Il gabbiano di Čechov) decide di andare in un centro di riabilitazione per farsi aiutare ad uscirne.
Per Emma, che all’inizio si fa chiamare Nina e che forse in realtà non si chiama nemmeno Emma, è l’inizio di un percorso difficile e doloroso, che la mette di fronte a sé stessa e alle sue fragilità e che la costringe a fare i conti con la sua identità. Ammettere di avere un problema, accettare di intraprendere un percorso e di farsi aiutare, smettere di interpretare una parte e confrontarsi con la realtà delle cose, saranno le tappe dell’accettazione di sé e della realtà. Intorno a lei, nel centro riabilitativo, molte altre persone che combattono fantasmi simili e che la aiuteranno a portare avanti questo percorso e anche ad accettare le ricadute e gli errori.
Detto così sembrerebbe trattarsi di un mattone esistenziale indigeribile, ma questo registro non è mai nelle corde di McMillan i cui testi, sebbene affrontino temi soggettivamente e/o socialmente molto pesanti, lo fanno sempre con un tono che a più riprese si fa leggero e ironico.
Anna Ferzetti è molto brava a concentrare nel suo personaggio, attraverso la sua interpretazione, una molteplicità di sentimenti e toni anche contraddittori, e riesce a conferire a Emma uno spessore e una rotondità non scontati. Intorno a lei molti attori navigati, non ultima Betti Pedrazzi che interpreta la dottoressa del centro e anche la terapeuta. Tutti immersi in una scenografia al contempo semplice ma anche molto articolata, in cui attraverso il movimento di alcuni pilastri e l’apertura o la chiusura di alcune porte gli ambienti si trasformano. La regia è essa stessa al contempo essenziale ma ambiziosa.
Ci sarebbero tutte le premesse per parlarne più che bene, eppure a me lo spettacolo non ha convinto. Pur apprezzando e decisamente salvando l’interpretazione della Ferzetti, tutto il resto intorno mi è sembrato un po’ troppo e, dal mio punto di vista, ha perso verosimiglianza e credibilità. Non posso dire che lo spettacolo non mi abbia in qualche modo catturato, ma l’ho sentito quasi sempre non empatico, fors’anche per quella componente tra lo spirituale e l’approccio un po’ new age da “costellazioni familiari” che risulta per me estremamente respingente.
Non so se attribuire la maggiore responsabilità al testo originale oppure alle scelte drammaturgiche e di messa in scena dello specifico spettacolo.
Tutto ciò premesso, Ferzetti si conferma attrice versatile e di alto livello, capace di mille sfumature e con molte frecce al suo arco. E questo non è poco.
Voto: 3/5
Così, quando ho visto nel cartellone dell’Ambra Jovinelli un altro lavoro di McMillan non ci ho pensato due volte e ho preso i biglietti. Il fatto che la regia fosse di Pierfrancesco Favino e che lo spettacolo fosse interpretato dalla moglie Anna Ferzetti (recentemente apprezzata ne La grazia di Sorrentino) non è stato dunque per me l’elemento determinante della scelta, ma solo un rafforzativo.
People, places and things racconta di una giovane donna, un’attrice di teatro, che ha grossi problemi con alcol e droga, e che dopo l’ennesima amnesia durante le prove di uno spettacolo (per l’esattezza Il gabbiano di Čechov) decide di andare in un centro di riabilitazione per farsi aiutare ad uscirne.
Per Emma, che all’inizio si fa chiamare Nina e che forse in realtà non si chiama nemmeno Emma, è l’inizio di un percorso difficile e doloroso, che la mette di fronte a sé stessa e alle sue fragilità e che la costringe a fare i conti con la sua identità. Ammettere di avere un problema, accettare di intraprendere un percorso e di farsi aiutare, smettere di interpretare una parte e confrontarsi con la realtà delle cose, saranno le tappe dell’accettazione di sé e della realtà. Intorno a lei, nel centro riabilitativo, molte altre persone che combattono fantasmi simili e che la aiuteranno a portare avanti questo percorso e anche ad accettare le ricadute e gli errori.
Detto così sembrerebbe trattarsi di un mattone esistenziale indigeribile, ma questo registro non è mai nelle corde di McMillan i cui testi, sebbene affrontino temi soggettivamente e/o socialmente molto pesanti, lo fanno sempre con un tono che a più riprese si fa leggero e ironico.
Anna Ferzetti è molto brava a concentrare nel suo personaggio, attraverso la sua interpretazione, una molteplicità di sentimenti e toni anche contraddittori, e riesce a conferire a Emma uno spessore e una rotondità non scontati. Intorno a lei molti attori navigati, non ultima Betti Pedrazzi che interpreta la dottoressa del centro e anche la terapeuta. Tutti immersi in una scenografia al contempo semplice ma anche molto articolata, in cui attraverso il movimento di alcuni pilastri e l’apertura o la chiusura di alcune porte gli ambienti si trasformano. La regia è essa stessa al contempo essenziale ma ambiziosa.
Ci sarebbero tutte le premesse per parlarne più che bene, eppure a me lo spettacolo non ha convinto. Pur apprezzando e decisamente salvando l’interpretazione della Ferzetti, tutto il resto intorno mi è sembrato un po’ troppo e, dal mio punto di vista, ha perso verosimiglianza e credibilità. Non posso dire che lo spettacolo non mi abbia in qualche modo catturato, ma l’ho sentito quasi sempre non empatico, fors’anche per quella componente tra lo spirituale e l’approccio un po’ new age da “costellazioni familiari” che risulta per me estremamente respingente.
Non so se attribuire la maggiore responsabilità al testo originale oppure alle scelte drammaturgiche e di messa in scena dello specifico spettacolo.
Tutto ciò premesso, Ferzetti si conferma attrice versatile e di alto livello, capace di mille sfumature e con molte frecce al suo arco. E questo non è poco.
Voto: 3/5
venerdì 20 marzo 2026
Orlando / regia di Andrea De Rosa. Teatro Vascello, 7 marzo 2026
Nel fine settimana in cui quest’anno cade la Giornata internazionale della donna, me ne vado al teatro in solitudine (ma la cosa mi disturba poco, essendo io una che quando vuole fare una cosa la fa a prescindere dalla compagnia) a vedere lo spettacolo Orlando, per la regia di Andrea De Rosa, interpretato da Anna Della Rosa.
Lo spettacolo è tratto dal capolavoro di Virginia Woolf, anche se la scelta drammaturgica di Fabrizio Sinisi è quella di interpolare il testo del romanzo con il testo di alcune delle lettere della Woolf a Vita Sackville-West (a partire dalla traduzione di Nadia Fusini che di queste è stata pubblicata nella raccolta Scrivi sempre a mezzanotte). Ne viene fuori un monologo che mette chiaramente in evidenza il rapporto tra vita e letteratura e che svela la natura di Orlando come straordinaria e modernissima lettera d’amore a Vita, e certamente anche alla vita.
Quando entro in sala, Anna Della Rosa è già sul palcoscenico, seduta sotto un grande tronco di quercia, su un prato verde. Di lì a qualche minuto saremo trascinati dalla sua voce e dalla sua fisicità nel mondo di Orlando, il protagonista del romanzo omonimo, vissuto quattrocento anni, prima come uomo e poi come donna, ma entreremo anche nella pelle di Virginia, nei suoi desideri e nei suoi stati d’animo, di esaltazione e di disperazione, mentre dall’alto cadono non foglie, ma pagine bianche tutte da scrivere.
Perché la scrittura è l’antidoto al tempo che passa, è il veicolo dei sentimenti, è la sublimazione della condizione umana, quello che ci fa vivere e ci sopravvive.
Sono catturata dalle parole di Virginia Woolf e dalla bella interpretazione di Anna Della Rosa, e ogni volta sono colpita dalla modernità della sua scrittura e delle emozioni che trasuda e che comunica a distanza di ormai cento anni.
E ogni volta penso alla sua morte e mi chiedo se la letteratura compensi l’infelicità della vita, ovvero nei sia la sua naturale conseguenza.
Voto: 3,5/5
Lo spettacolo è tratto dal capolavoro di Virginia Woolf, anche se la scelta drammaturgica di Fabrizio Sinisi è quella di interpolare il testo del romanzo con il testo di alcune delle lettere della Woolf a Vita Sackville-West (a partire dalla traduzione di Nadia Fusini che di queste è stata pubblicata nella raccolta Scrivi sempre a mezzanotte). Ne viene fuori un monologo che mette chiaramente in evidenza il rapporto tra vita e letteratura e che svela la natura di Orlando come straordinaria e modernissima lettera d’amore a Vita, e certamente anche alla vita.
Quando entro in sala, Anna Della Rosa è già sul palcoscenico, seduta sotto un grande tronco di quercia, su un prato verde. Di lì a qualche minuto saremo trascinati dalla sua voce e dalla sua fisicità nel mondo di Orlando, il protagonista del romanzo omonimo, vissuto quattrocento anni, prima come uomo e poi come donna, ma entreremo anche nella pelle di Virginia, nei suoi desideri e nei suoi stati d’animo, di esaltazione e di disperazione, mentre dall’alto cadono non foglie, ma pagine bianche tutte da scrivere.
Perché la scrittura è l’antidoto al tempo che passa, è il veicolo dei sentimenti, è la sublimazione della condizione umana, quello che ci fa vivere e ci sopravvive.
Sono catturata dalle parole di Virginia Woolf e dalla bella interpretazione di Anna Della Rosa, e ogni volta sono colpita dalla modernità della sua scrittura e delle emozioni che trasuda e che comunica a distanza di ormai cento anni.
E ogni volta penso alla sua morte e mi chiedo se la letteratura compensi l’infelicità della vita, ovvero nei sia la sua naturale conseguenza.
Voto: 3,5/5
sabato 14 marzo 2026
Art / Yasmina Reza; regia di Michele Riondino. Teatro Ambra Jovinelli, 26 febbraio 2026
Avevo già avuto modo di assistere, qualche anno fa, a una messa in scena di questo testo di Yasmina Reza a cura del collettivo teatrale Generazione disagio e, come si capisce dalla mia recensione di allora, lo spettacolo mi era piaciuto molto.
Mi viene dunque la curiosità di andare a rivederlo a teatro con la regia di Michele Riondino che ne è anche interprete insieme a Daniele Parisi (da me amatissimo in Orecchie e anche ne L’ospite) e a Michele Sinisi (attore pugliese che non conoscevo).
La storia la ricordavo piuttosto bene: l’acquisto di un quadro di arte contemporanea completamente bianco da parte di Serge (qui interpretato da Michele Sinisi) per una cifra molto importante scatena la reazione di Marc (Michele Riondino), aprendo una conflittualità tra i due amici di vecchia data, rispetto alla quale Yvan (Daniele Parisi), l’amico mite e conciliante, viene chiamato a fare da paciere o da ago della bilancia.
L’arte contemporanea diventa dunque un pretesto per parlare dell’amicizia e delle sue dinamiche di potere, dei ruoli che si rivestono nelle relazioni, di come cambiano i rapporti di forza se la relazione è tra due o tre persone.
L’allestimento scenico – come nella messa in scena che avevo visto in precedenza – è molto giocata sul colore bianco: tutto si svolge in una stanza asettica e quasi completamente bianca, mentre i tre protagonisti vestono abiti che richiamano i colori primari, rosso, giallo e blu.
Nel complesso non mi è dispiaciuto: bravi gli attori – direi la parte migliore del lavoro -, però, non so se per lo svanire dell’effetto sorpresa oppure per un adattamento del testo meno riuscito, ho avuto la sensazione che la commedia della Reza prendesse in questo caso un carattere più farsesco invece che cinico/crudele.
E a me piace la Reza quando fa emergere i tratti cinici e crudeli dell’umanità più che quelli comici, anche nel caso in cui il cinismo si trasformi infine in commedia.
Voto: 3/5
Mi viene dunque la curiosità di andare a rivederlo a teatro con la regia di Michele Riondino che ne è anche interprete insieme a Daniele Parisi (da me amatissimo in Orecchie e anche ne L’ospite) e a Michele Sinisi (attore pugliese che non conoscevo).
La storia la ricordavo piuttosto bene: l’acquisto di un quadro di arte contemporanea completamente bianco da parte di Serge (qui interpretato da Michele Sinisi) per una cifra molto importante scatena la reazione di Marc (Michele Riondino), aprendo una conflittualità tra i due amici di vecchia data, rispetto alla quale Yvan (Daniele Parisi), l’amico mite e conciliante, viene chiamato a fare da paciere o da ago della bilancia.
L’arte contemporanea diventa dunque un pretesto per parlare dell’amicizia e delle sue dinamiche di potere, dei ruoli che si rivestono nelle relazioni, di come cambiano i rapporti di forza se la relazione è tra due o tre persone.
L’allestimento scenico – come nella messa in scena che avevo visto in precedenza – è molto giocata sul colore bianco: tutto si svolge in una stanza asettica e quasi completamente bianca, mentre i tre protagonisti vestono abiti che richiamano i colori primari, rosso, giallo e blu.
Nel complesso non mi è dispiaciuto: bravi gli attori – direi la parte migliore del lavoro -, però, non so se per lo svanire dell’effetto sorpresa oppure per un adattamento del testo meno riuscito, ho avuto la sensazione che la commedia della Reza prendesse in questo caso un carattere più farsesco invece che cinico/crudele.
E a me piace la Reza quando fa emergere i tratti cinici e crudeli dell’umanità più che quelli comici, anche nel caso in cui il cinismo si trasformi infine in commedia.
Voto: 3/5
venerdì 20 febbraio 2026
Misurare il salto delle rane / Carrozzeria Orfeo. Teatro Vascello, 7 febbraio 2026
Con la proposta teatrale di Carrozzeria Orfeo, che si avvale della drammaturgia di Gabriele Di Luca e della regia dello stesso Di Luca e del sodale Massimiliano Setti (qui anche autore delle musiche originali), si va sempre sul sicuro.
Così prima ci mando la mia amica I. che ha ricevuto un biglietto di teatro come regalo di compleanno, e poi ci vado io stessa con la mia amica F.
Rispetto ad altri spettacoli di Carrozzeria Orfeo che ho visto, c’è un importante spostamento narrativo, dal momento che da storie di respiro ampio, quasi riflessioni filosofiche – sebbene con il loro inconfondibile stile semiserio – sul futuro dell’umanità, con Misurare il salto delle rane l’attenzione si concentra su un periodo, gli anni Novanta, su un luogo specifico (un piccolo paese in riva a un lago) e sulle dinamiche relazionali tra tre donne (Lori, una donna sessantenne che ha perso la figlia Giò, Betti, una donna di quasi quarant’anni che era molto amica della figlia di Lori e che è stata cresciuta da quest’ultima, e Iris, una giovane donna che è arrivata dall’altra parte del lago per portare notizie di Giò).
Tutto si svolge tra una panchina all’estremità della scogliera che dà sul lago, quella da cui molti si lanciano per suicidarsi, l’interno della casa di Lori (semplice e vecchio stile) e la legnaia esterna.
L’impianto narrativo è quello di una dark comedy, al centro della quale c’è la morte di Giò, il cui mistero si scioglierà solo alla fine come in un vero e proprio giallo. Ma in realtà il vero oggetto della narrazione sta nel dolore che ciascuna delle tre donne, per motivi diversi, si porta dentro e che non riesce a condividere, a comunicare e ad elaborare. Ognuna reagisce a suo modo: Lori (Elsa Bossi) con il silenzio, Betti (Chiara Stoppa) con un profluvio di parole (un personaggio davvero dirompente e incontenibile), Iris (Noemi Apuzzo) con una malinconia difficile da interpretare.
Mentre Betti fa l’allenatrice di rane e porta sempre con sé il suo Froggy, Lori sparisce in lunghe passeggiate, e Iris cerca di incalzarla spingendola a leggere il messaggio in bottiglia che ha trovato sulla riva del lago e che sembrerebbe contenere la verità sulla morte di Giò.
Il senso di malinconia di fondo che attraversa questa storia, e il suo mistero (il personaggio di Iris è reale? Cosa vogliono dire quelle macchie di sangue che Betti le vede per ben due volte sul collo?), sono però attraversate al contempo da una forza dissacrante e da uno humour nero irresistibile di cui si fa interprete soprattutto il personaggio di Betti, odiatrice di maschi e appassionata di M&M’s.
Alla fine tutti i fili si riannodano e molti elementi narrativi trovano una spiegazione, eppure il mistero in parte resta, e probabilmente ha a che fare con quanto Iris dice nella primissima scena, mentre parla al suo registratore, ossia che alla fine siamo un enigma che in qualche modo resta inspiegabile persino per noi stessi.
Scenografia, luci, musiche, tutto molto bello, brave le attrici, soprattutto Chiara Stoppa e Noemi Apuzzo (nel loro essere emotivamente opposte, e in qualche modo complementari). Lo spettacolo dunque funziona e la risposta del pubblico è entusiasta, forse anche perché si tratta di un lavoro – rispetto ad altri – il cui impianto narrativo almeno apparentemente è più lineare, meno visionario, e forse per questo più riconoscibile per il grande pubblico.
Voto: 3,5/5
Così prima ci mando la mia amica I. che ha ricevuto un biglietto di teatro come regalo di compleanno, e poi ci vado io stessa con la mia amica F.
Rispetto ad altri spettacoli di Carrozzeria Orfeo che ho visto, c’è un importante spostamento narrativo, dal momento che da storie di respiro ampio, quasi riflessioni filosofiche – sebbene con il loro inconfondibile stile semiserio – sul futuro dell’umanità, con Misurare il salto delle rane l’attenzione si concentra su un periodo, gli anni Novanta, su un luogo specifico (un piccolo paese in riva a un lago) e sulle dinamiche relazionali tra tre donne (Lori, una donna sessantenne che ha perso la figlia Giò, Betti, una donna di quasi quarant’anni che era molto amica della figlia di Lori e che è stata cresciuta da quest’ultima, e Iris, una giovane donna che è arrivata dall’altra parte del lago per portare notizie di Giò).
Tutto si svolge tra una panchina all’estremità della scogliera che dà sul lago, quella da cui molti si lanciano per suicidarsi, l’interno della casa di Lori (semplice e vecchio stile) e la legnaia esterna.
L’impianto narrativo è quello di una dark comedy, al centro della quale c’è la morte di Giò, il cui mistero si scioglierà solo alla fine come in un vero e proprio giallo. Ma in realtà il vero oggetto della narrazione sta nel dolore che ciascuna delle tre donne, per motivi diversi, si porta dentro e che non riesce a condividere, a comunicare e ad elaborare. Ognuna reagisce a suo modo: Lori (Elsa Bossi) con il silenzio, Betti (Chiara Stoppa) con un profluvio di parole (un personaggio davvero dirompente e incontenibile), Iris (Noemi Apuzzo) con una malinconia difficile da interpretare.
Mentre Betti fa l’allenatrice di rane e porta sempre con sé il suo Froggy, Lori sparisce in lunghe passeggiate, e Iris cerca di incalzarla spingendola a leggere il messaggio in bottiglia che ha trovato sulla riva del lago e che sembrerebbe contenere la verità sulla morte di Giò.
Il senso di malinconia di fondo che attraversa questa storia, e il suo mistero (il personaggio di Iris è reale? Cosa vogliono dire quelle macchie di sangue che Betti le vede per ben due volte sul collo?), sono però attraversate al contempo da una forza dissacrante e da uno humour nero irresistibile di cui si fa interprete soprattutto il personaggio di Betti, odiatrice di maschi e appassionata di M&M’s.
Alla fine tutti i fili si riannodano e molti elementi narrativi trovano una spiegazione, eppure il mistero in parte resta, e probabilmente ha a che fare con quanto Iris dice nella primissima scena, mentre parla al suo registratore, ossia che alla fine siamo un enigma che in qualche modo resta inspiegabile persino per noi stessi.
Scenografia, luci, musiche, tutto molto bello, brave le attrici, soprattutto Chiara Stoppa e Noemi Apuzzo (nel loro essere emotivamente opposte, e in qualche modo complementari). Lo spettacolo dunque funziona e la risposta del pubblico è entusiasta, forse anche perché si tratta di un lavoro – rispetto ad altri – il cui impianto narrativo almeno apparentemente è più lineare, meno visionario, e forse per questo più riconoscibile per il grande pubblico.
Voto: 3,5/5
mercoledì 14 gennaio 2026
Metadietro / Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Teatro Vascello, 20 dicembre 2025
Ed eccomi, come da tradizione, allo spettacolo di Rezza-Mastrella al Teatro Vascello.
Anche a questo giro, l'universo politicamente scorretto, a tratti blasfemo, a tratti nonsense, decisamente anarchico dell'attore novarese non smentisce sé stesso.
Metadietro è un racconto ambientato in parte in mare, in parte nello spazio, e in questo viaggio Rezza è affiancato da Daniele Cavaioli, giovane attore che fa da controcanto, da eco di Rezza, esaltando con le poche parole che pronuncia, i gesti 'scoordinati', i silenzi, il flusso verbale e l'incontenibile fisicità dell'attore principale, e aumentando la forza comica dello spettacolo.
Come spesso accade negli spettacoli di Rezza-Mastrella, oggetto di riflessione e analisi è il presente con tutte le sue derive.
Ma, come sempre, la narrazione non è in alcun modo lineare e il segreto è lasciarsi andare al flusso, inseguire il testo e Rezza nei suoi collegamenti mentali e appropriarsi soggettivamente del senso.
Non mancano i soliti siparietti col pubblico: la donna svedese che ha avuto l'ardire di accendere il cellulare, la ragazza che si è forse addormentata sulla spalla del fidanzato, e poi la scena di partecipazione collettiva sul palco in cui vengono coinvolti tutti gli spettatori in prima fila.
E soprattutto c'è una ragazzina vicino a noi, che avrà circa 10-11 anni, che ride come una matta per tutta la durata dello spettacolo, il che mi fa pensare che il modo di fare teatro di Rezza attinge proprio al modo di giocare e pensare dei bambini, che infatti spesso a esseri adulti e razionali potrebbe apparire demenziale e nonsense.
Quindi, grazie a Rezza di costringerci ad abbandonare la parte più razionale e compassata di noi per lasciarci andare alle libere associazioni e ad un'insensatezza piena di significato.
Voto: 3,5/5
Anche a questo giro, l'universo politicamente scorretto, a tratti blasfemo, a tratti nonsense, decisamente anarchico dell'attore novarese non smentisce sé stesso.
Metadietro è un racconto ambientato in parte in mare, in parte nello spazio, e in questo viaggio Rezza è affiancato da Daniele Cavaioli, giovane attore che fa da controcanto, da eco di Rezza, esaltando con le poche parole che pronuncia, i gesti 'scoordinati', i silenzi, il flusso verbale e l'incontenibile fisicità dell'attore principale, e aumentando la forza comica dello spettacolo.
Come spesso accade negli spettacoli di Rezza-Mastrella, oggetto di riflessione e analisi è il presente con tutte le sue derive.
Ma, come sempre, la narrazione non è in alcun modo lineare e il segreto è lasciarsi andare al flusso, inseguire il testo e Rezza nei suoi collegamenti mentali e appropriarsi soggettivamente del senso.
Non mancano i soliti siparietti col pubblico: la donna svedese che ha avuto l'ardire di accendere il cellulare, la ragazza che si è forse addormentata sulla spalla del fidanzato, e poi la scena di partecipazione collettiva sul palco in cui vengono coinvolti tutti gli spettatori in prima fila.
E soprattutto c'è una ragazzina vicino a noi, che avrà circa 10-11 anni, che ride come una matta per tutta la durata dello spettacolo, il che mi fa pensare che il modo di fare teatro di Rezza attinge proprio al modo di giocare e pensare dei bambini, che infatti spesso a esseri adulti e razionali potrebbe apparire demenziale e nonsense.
Quindi, grazie a Rezza di costringerci ad abbandonare la parte più razionale e compassata di noi per lasciarci andare alle libere associazioni e ad un'insensatezza piena di significato.
Voto: 3,5/5
lunedì 5 gennaio 2026
Teresa la notte / di Paola Galassi; con Lucia Mascino. Flautissimo, Teatro Torlonia, 11 dicembre 2025
Ed eccomi al secondo – e ultimo per me – appuntamento con la rassegna Flautissimo: si tratta del monologo interpretato da Lucia Mascino sul testo di Paola Galassi, per la regia di Giampiero Solari e con le musiche di Stefano Fresi.
Teresa la notte racconta la storia di una donna che vive con la madre e con la figlia di sei anni, e lavora in un’azienda come ingegnere informatico.
Nella prima parte dello spettacolo prevale la rappresentazione di una madre single che deve dividersi tra il lavoro, la casa e la famiglia, e che per poter stare dietro a tutto deve fare i salti mortali. Il tono è ironico e leggero, ma anche serio nei contenuti e fortemente empatico e credibile.
Quando però nel racconto interviene il personaggio di Luigi, il collega con cui Teresa esce una sera e con cui potrebbe iniziare una storia, il tono vira progressivamente verso il thriller, con al centro una storia di pedofilia e una svolta nel personaggio di Teresa abbastanza sorprendente.
Pur godibile e capace di tenere viva l’attenzione, il testo di questo monologo non mi ha convinta del tutto, soprattutto nella seconda parte, nella quale la svolta thriller appare secondo me un po’ forzata e non si amalgama del tutto perfettamente con i tratti della personalità di Teresa così come emersi nella prima parte del racconto.
Nonostante questo difetto – che personalmente attribuisco primariamente alla scrittura – Lucia Mascino si conferma interprete eccezionale, sempre più sicura dei suoi mezzi, e forse anche per questo capace di mettersi in scena con tutta sé stessa e di dare spessore ai suoi personaggi.
La recitazione della Mascino è dunque il vero punto di forza dello spettacolo, che però dal mio punto di vista necessita ancora di qualche aggiustamento drammaturgico per risultare pienamente efficace e credibile.
Voto: 3,5/5
Teresa la notte racconta la storia di una donna che vive con la madre e con la figlia di sei anni, e lavora in un’azienda come ingegnere informatico.
Nella prima parte dello spettacolo prevale la rappresentazione di una madre single che deve dividersi tra il lavoro, la casa e la famiglia, e che per poter stare dietro a tutto deve fare i salti mortali. Il tono è ironico e leggero, ma anche serio nei contenuti e fortemente empatico e credibile.
Quando però nel racconto interviene il personaggio di Luigi, il collega con cui Teresa esce una sera e con cui potrebbe iniziare una storia, il tono vira progressivamente verso il thriller, con al centro una storia di pedofilia e una svolta nel personaggio di Teresa abbastanza sorprendente.
Pur godibile e capace di tenere viva l’attenzione, il testo di questo monologo non mi ha convinta del tutto, soprattutto nella seconda parte, nella quale la svolta thriller appare secondo me un po’ forzata e non si amalgama del tutto perfettamente con i tratti della personalità di Teresa così come emersi nella prima parte del racconto.
Nonostante questo difetto – che personalmente attribuisco primariamente alla scrittura – Lucia Mascino si conferma interprete eccezionale, sempre più sicura dei suoi mezzi, e forse anche per questo capace di mettersi in scena con tutta sé stessa e di dare spessore ai suoi personaggi.
La recitazione della Mascino è dunque il vero punto di forza dello spettacolo, che però dal mio punto di vista necessita ancora di qualche aggiustamento drammaturgico per risultare pienamente efficace e credibile.
Voto: 3,5/5
sabato 3 gennaio 2026
LaPOCAlisse / di Makkox e Valerio Aprea; con Valerio Aprea. Teatro Ambra Jovinelli, 6 dicembre 2025
LaPOCAlisse è lo spettacolo teatrale scritto da Makkox e Valerio Aprea, e interpretato da Valerio Aprea, che è nato dalla collaborazione tra i due nel dietro le quinte della trasmissione de La7 Propaganda Live.
Di fatto, lo spettacolo è la somma di quattro monologhi tenuti insieme dal tema generale del declino sociale, politico e umano del nostro mondo e, dunque, dall’idea ch’esso sia ormai avviato verso, appunto, l’apocalisse.
Tutto comincia con un monologo sul Fantacitorio, un immaginario gioco ispirato al Fantasanremo che riguarderebbe invece la politica e ne spiegherebbe alcune delle assurdità. E già questo monologo da solo vale lo spettacolo. Da qui in poi i monologhi si alternano a momenti di metateatro in cui Aprea racconta i retroscena del monologo recitato o anticipa elementi su quello successivo, e soprattutto interagisce con il pubblico ponendo domande che danno l’avvio a forme di improvvisazione comica.
Il risultato è uno spettacolo in cui non ci si annoia nemmeno per un secondo, si ride parecchio sia per quello che dice e fa Aprea sul palco, sia per gli interventi del pubblico, e che ci racconta il nostro mondo in modo divertito e al contempo intelligente, costringendoci in qualche modo a riflettere su noi stessi e sul modo in cui ciascuno di noi partecipa di alcune delle follie e delle idiosincrasie del mondo contemporaneo.
Ciascun frammento dello spettacolo è separato dall’altro dall’immagine di un quadro – prevalentemente di epoca seicentesca – sul tema dell’apocalisse e della morte, mentre durante i monologhi lo sfondo cambia colore, trasformando la figura di Aprea in una silhouette in controluce.
Uno spettacolo semplice, ma scritto bene, in pieno stile Propaganda Live, che mescola comicità e satira sociale, che in alcuni passaggi – come quello della cagnolina Frechete – è destinato a rimanere nella memoria degli spettatori.
Voto: 3,5/5
Di fatto, lo spettacolo è la somma di quattro monologhi tenuti insieme dal tema generale del declino sociale, politico e umano del nostro mondo e, dunque, dall’idea ch’esso sia ormai avviato verso, appunto, l’apocalisse.
Tutto comincia con un monologo sul Fantacitorio, un immaginario gioco ispirato al Fantasanremo che riguarderebbe invece la politica e ne spiegherebbe alcune delle assurdità. E già questo monologo da solo vale lo spettacolo. Da qui in poi i monologhi si alternano a momenti di metateatro in cui Aprea racconta i retroscena del monologo recitato o anticipa elementi su quello successivo, e soprattutto interagisce con il pubblico ponendo domande che danno l’avvio a forme di improvvisazione comica.
Il risultato è uno spettacolo in cui non ci si annoia nemmeno per un secondo, si ride parecchio sia per quello che dice e fa Aprea sul palco, sia per gli interventi del pubblico, e che ci racconta il nostro mondo in modo divertito e al contempo intelligente, costringendoci in qualche modo a riflettere su noi stessi e sul modo in cui ciascuno di noi partecipa di alcune delle follie e delle idiosincrasie del mondo contemporaneo.
Ciascun frammento dello spettacolo è separato dall’altro dall’immagine di un quadro – prevalentemente di epoca seicentesca – sul tema dell’apocalisse e della morte, mentre durante i monologhi lo sfondo cambia colore, trasformando la figura di Aprea in una silhouette in controluce.
Uno spettacolo semplice, ma scritto bene, in pieno stile Propaganda Live, che mescola comicità e satira sociale, che in alcuni passaggi – come quello della cagnolina Frechete – è destinato a rimanere nella memoria degli spettatori.
Voto: 3,5/5
lunedì 22 dicembre 2025
Stare meglio / di Giacomo Ciarrapico; con Carlo De Ruggieri. Flautissimo, Teatro Torlonia, 4 dicembre 2025
Nell’ambito della rassegna Flautissimo che ogni anno fa proposte molto interessanti, non mi lascio sfuggire il monologo di Carlo De Ruggieri – già molto apprezzato in diverse altre circostanze – il cui testo è di Giacomo Ciarrapico, il quale insieme a Luca Vendruscolo e al compianto Mattia Torre ha scritto alcune delle cose più belle degli ultimi decenni.
Stare meglio è la storia di Carlo, ma raccontata come fosse la storia di un paese, nel quale esiste una costituzione, delle leggi, dei governi che si alternano nel tempo, dei ministri, un parlamento, una maggioranza e un’opposizione.
Si parla dunque di Carlo, del suo modo di essere, delle sue relazioni, delle sue delusioni amorose, ma parlare di lui è un modo di raccontare il funzionamento della politica e in qualche modo di metterne in evidenza le idiosincrasie e le follie più o meno sotterranee, così come i suoi meccanismi più entusiasmanti.
Si ride a più riprese, soprattutto perché in certi passaggi si riconoscono riferimenti a eventi e situazioni che appartengono alla nostra esperienza di cittadini che con la politica hanno a che fare da tempo e continuano a doverci fare i conti.
Carlo De Ruggieri, con il suo stile pacato, riesce a essere empatico in ogni passaggio e a farsi interprete sottile di una comicità che è sempre intelligente, com’è tipico dei testi di Ciarrapico.
Certo, non posso non esprimere un pensiero nostalgico per Mattia Torre che di questo tipo di scrittura era maestro, e che insieme ai fidati compari ne ha fatto davvero un genere letterario.
Se posso fare in questo caso un’annotazione, mi permetto di segnalare che dopo un racconto con un testo e uno sviluppo di alto livello, mi pare che la conclusione (il viaggio a Parigi, l’incontro con Clementine e la riflessione finale sulla felicità) risulti un po’ affrettata e fin troppo banale, togliendo forza a quanto costruito fino a quel momento.
Comunque il giudizio alla fine resta per me molto positivo, perché avere a che fare con chi scrive cose intelligenti è sempre più raro e tanto più va valorizzato. Poi il Teatro Torlonia è un piccolo gioiello che non avevo ancora mai visto all’interno, e direi che è la ciliegina sulla torta di una esperienza gratificante (semmai bisogna che nelle giornate di pioggia si trovi un modo per evitare le grandi pozzanghere sul viale che porta al teatro e che tocca guadare per arrivare all’ingresso!).
Voto: 3,5/5
Stare meglio è la storia di Carlo, ma raccontata come fosse la storia di un paese, nel quale esiste una costituzione, delle leggi, dei governi che si alternano nel tempo, dei ministri, un parlamento, una maggioranza e un’opposizione.
Si parla dunque di Carlo, del suo modo di essere, delle sue relazioni, delle sue delusioni amorose, ma parlare di lui è un modo di raccontare il funzionamento della politica e in qualche modo di metterne in evidenza le idiosincrasie e le follie più o meno sotterranee, così come i suoi meccanismi più entusiasmanti.
Si ride a più riprese, soprattutto perché in certi passaggi si riconoscono riferimenti a eventi e situazioni che appartengono alla nostra esperienza di cittadini che con la politica hanno a che fare da tempo e continuano a doverci fare i conti.
Carlo De Ruggieri, con il suo stile pacato, riesce a essere empatico in ogni passaggio e a farsi interprete sottile di una comicità che è sempre intelligente, com’è tipico dei testi di Ciarrapico.
Certo, non posso non esprimere un pensiero nostalgico per Mattia Torre che di questo tipo di scrittura era maestro, e che insieme ai fidati compari ne ha fatto davvero un genere letterario.
Se posso fare in questo caso un’annotazione, mi permetto di segnalare che dopo un racconto con un testo e uno sviluppo di alto livello, mi pare che la conclusione (il viaggio a Parigi, l’incontro con Clementine e la riflessione finale sulla felicità) risulti un po’ affrettata e fin troppo banale, togliendo forza a quanto costruito fino a quel momento.
Comunque il giudizio alla fine resta per me molto positivo, perché avere a che fare con chi scrive cose intelligenti è sempre più raro e tanto più va valorizzato. Poi il Teatro Torlonia è un piccolo gioiello che non avevo ancora mai visto all’interno, e direi che è la ciliegina sulla torta di una esperienza gratificante (semmai bisogna che nelle giornate di pioggia si trovi un modo per evitare le grandi pozzanghere sul viale che porta al teatro e che tocca guadare per arrivare all’ingresso!).
Voto: 3,5/5
venerdì 12 dicembre 2025
Baby reindeer = Piccola renna / di Richard Gadd; con Filippo Mandelli. Argot Studio, 28 novembre 2025
Qualche tempo fa i social erano invasi di recensioni e notizie che riguardavano la serie Baby reindeer, tratta dal testo di Richard Gadd, a sua volta ispirato alla sua vicenda personale.
Si tratta di una vicenda risalente a diversi anni prima, quando Gadd, aspirante stand-up comedian, era ancora in una fase iniziale e poco remunerativa della sua carriera artistica, e lavorava in un bar per sbarcare il lunario.
Durante un turno di lavoro al bar, Richard conosce Martha, una donna parecchio più grande di lui, e i due iniziano a flirtare. Richard non può immaginare che da quell'incontro inizierà una delle fasi più assurde della sua vita: anni e anni in cui è oggetto di uno stalking che si fa nel tempo sempre più pesante e invasivo. Migliaia di email, messaggi vocali, non solo a lui ma anche ai suoi familiari e ad altre persone care, presenza inattesa e molesta di Martha ai suoi spettacoli e persino sotto casa sua, anche dopo aver cambiato abitazione.
La vita di Richard diventa progressivamente un inferno, e tutti i nodi irrisolti della sua esistenza vengono al pettine, riportando a galla tutte le sue insicurezze e mandando in frantumi quel poco che ha costruito.
Nello stalking, come in tutte le altre relazioni tossiche, è sempre l’incontro tra due personalità complementari a consentire la patologizzazione della relazione, e anche Martha e Richard non sfuggono a questa regola.
Eppure, mentre ascoltiamo il monologo, interpretato con grande partecipazione e la giusta dose di scanzonatezza e vittimismo da Francesco Mandelli, non possiamo non provare empatia per il protagonista e angoscia per il buco nero nel quale si va ad infilare e dal quale riuscirà a tirarsi fuori solo molti anni più avanti e dopo una vera e propria discesa agli inferi.
Lo stalking è una delle forme di violenza più subdole nell’ambito di una relazione, ed è anche la meno riconosciuta e soprattutto più sottovalutata. In questo caso poi, in una situazione di ribaltamento di genere, in cui è l’uomo l’oggetto dello stalking, la sottovalutazione e il pregiudizio sono ancora maggiori. E dunque diventa ancora più difficile ottenere una tutela pubblica.
Lo spettacolo all’Argot è un monologo messo in scena in modo molto essenziale, in cui il protagonista si muove sostanzialmente tra due ambienti, il bar e la stazione di polizia, identificati semplicemente da due scritte luminose, monologo interrotto solo dalla voce di Martha (Barbara Ronchi) nei suoi deliranti messaggi vocali, e dai testi delle email proiettati sullo schermo di fondo, schermo sul quale sono proiettate anche brevi testimonianze di amici e parenti del protagonista.
Però, nella sua semplicità - anche grazie a un testo denso e in cui ognuno può ritrovare piccole parti di esperienze proprie o altrui – riesce ad essere estremamente efficace, ed emotivamente molto coinvolgente.
Non ho visto, e non credo che vedrò la serie – mi è bastato lo spettacolo -, ma posso capire le polemiche che può aver suscitato, dal momento che inevitabilmente mette in scena solo un punto di vista. Ma, per quanto si tratti di una storia che arriva direttamente dalla biografia del drammaturgo, bisogna sempre ricordarsi che arte e vita viaggiano su due binari non coincidenti, e che nel momento in cui una storia viene raccontata diventa un punto di vista e una narrazione.
Quindi, quello che ci interessa nel caso dell’arte è quanto quella storia è raccontata bene. E questa lo è sicuramente.
Voto: 3,5/5
Si tratta di una vicenda risalente a diversi anni prima, quando Gadd, aspirante stand-up comedian, era ancora in una fase iniziale e poco remunerativa della sua carriera artistica, e lavorava in un bar per sbarcare il lunario.
Durante un turno di lavoro al bar, Richard conosce Martha, una donna parecchio più grande di lui, e i due iniziano a flirtare. Richard non può immaginare che da quell'incontro inizierà una delle fasi più assurde della sua vita: anni e anni in cui è oggetto di uno stalking che si fa nel tempo sempre più pesante e invasivo. Migliaia di email, messaggi vocali, non solo a lui ma anche ai suoi familiari e ad altre persone care, presenza inattesa e molesta di Martha ai suoi spettacoli e persino sotto casa sua, anche dopo aver cambiato abitazione.
La vita di Richard diventa progressivamente un inferno, e tutti i nodi irrisolti della sua esistenza vengono al pettine, riportando a galla tutte le sue insicurezze e mandando in frantumi quel poco che ha costruito.
Nello stalking, come in tutte le altre relazioni tossiche, è sempre l’incontro tra due personalità complementari a consentire la patologizzazione della relazione, e anche Martha e Richard non sfuggono a questa regola.
Eppure, mentre ascoltiamo il monologo, interpretato con grande partecipazione e la giusta dose di scanzonatezza e vittimismo da Francesco Mandelli, non possiamo non provare empatia per il protagonista e angoscia per il buco nero nel quale si va ad infilare e dal quale riuscirà a tirarsi fuori solo molti anni più avanti e dopo una vera e propria discesa agli inferi.
Lo stalking è una delle forme di violenza più subdole nell’ambito di una relazione, ed è anche la meno riconosciuta e soprattutto più sottovalutata. In questo caso poi, in una situazione di ribaltamento di genere, in cui è l’uomo l’oggetto dello stalking, la sottovalutazione e il pregiudizio sono ancora maggiori. E dunque diventa ancora più difficile ottenere una tutela pubblica.
Lo spettacolo all’Argot è un monologo messo in scena in modo molto essenziale, in cui il protagonista si muove sostanzialmente tra due ambienti, il bar e la stazione di polizia, identificati semplicemente da due scritte luminose, monologo interrotto solo dalla voce di Martha (Barbara Ronchi) nei suoi deliranti messaggi vocali, e dai testi delle email proiettati sullo schermo di fondo, schermo sul quale sono proiettate anche brevi testimonianze di amici e parenti del protagonista.
Però, nella sua semplicità - anche grazie a un testo denso e in cui ognuno può ritrovare piccole parti di esperienze proprie o altrui – riesce ad essere estremamente efficace, ed emotivamente molto coinvolgente.
Non ho visto, e non credo che vedrò la serie – mi è bastato lo spettacolo -, ma posso capire le polemiche che può aver suscitato, dal momento che inevitabilmente mette in scena solo un punto di vista. Ma, per quanto si tratti di una storia che arriva direttamente dalla biografia del drammaturgo, bisogna sempre ricordarsi che arte e vita viaggiano su due binari non coincidenti, e che nel momento in cui una storia viene raccontata diventa un punto di vista e una narrazione.
Quindi, quello che ci interessa nel caso dell’arte è quanto quella storia è raccontata bene. E questa lo è sicuramente.
Voto: 3,5/5
domenica 7 dicembre 2025
Robe dell'altro mondo (cronache di un'invasione aliena) / Carrozzeria Orfeo. Spazio Diamante, 27 novembre 2025.
Seguo Carrozzeria Orfeo da non moltissimo tempo e ho visto solo un loro spettacolo, Salveremo il mondo prima dell'alba, ma già da questi pochi contatti posso dire che si tratta di uno dei collettivi teatrali più interessanti tra quelli in circolazione.
Quindi, ormai quando vedo uno dei loro spettacoli in qualche cartellone mi ci fiondo a pesce.
A questo giro, non perdo l'occasione di recuperare un loro lavoro del 2012, Robe dell'altro mondo, che Gabriele Di Luca riadatta completamente dal punto di vista drammaturgico, pur mantenendo intanto il senso della narrazione.
Nella messa in scena attuale Robe dell'altro mondo è uno spettacolo teatrale e insieme una performance, la cui realizzazione è il frutto della collaborazione tra Carrozzeria Orfeo e Le canaglie, un gruppo di illustratori.
Lo spettacolo vede protagonisti sul palco l'attore Massimiliano Setti, che interpreta i personaggi della storia insieme a Sebastiano Bronzato, accompagnati da Federico Bassi e Giacomo Trivellini che sul palco disegnano ambientazioni, fondali, illustrazioni di commento delle storie.
La narrazione si costruisce letteralmente davanti ai nostri occhi attraverso l'assemblamento musicale dal vivo, i disegni realizzati al momento e proiettati sullo schermo, che a più riprese coinvolgono attori in carne e ossa e interagiscono con gli attori sulla scena, nonché vere e proprie sottotrame completamente realizzate in forma grafica e proiettate e sfogliate per il pubblico. I due attori in scena riescono a rappresentare molti personaggi diversi attraverso l'uso di maschere di gomma che gli coprono completamente la testa e che mi hanno un po' ricordato i Familie Flöz visti qualche anno fa alla Sala Umberto. Si tratta di una scelta che certamente rafforza l'approccio cartoonistico dello spettacolo, e contestualmente valorizza la gestualità degli attori, che non possono fare affidamento sulla mimica facciale.
In questo mix di arti performative molto ben orchestrate e di grande impatto secondo me dal punto di vista della fruizione, il tema di fondo è quello dello spettacolo di oltre dieci anni fa, ossia le paure metropolitane rappresentate attraverso varie situazioni: l'alterco tra due anziani all'uscita del supermercato in cui compare anche un extracomunitario, il dialogo tra un ministro in attesa di entrare in un "centro massaggi" e il suo portaborse, l'interazione tra un ragazzino e una ragazzina nipoti dei due vecchi del primo quadro, e infine la surreale conversazione tra lo stesso ragazzino e il papa che è stato rapito dagli alieni e che ha potuto sfuggire finalmente al suo ruolo. Sì, perché gli alieni sono i supereroi di questo racconto, esseri che non vedremo mai, ma che forse rappresentano l'ultima speranza dell'umanità di salvarsi, almeno fino a quando non si decide di trasformare anche loro in nemici.
Bravi tutti. A questo punto aspettiamo il nuovo spettacolo Misurare il salto delle rane al Vascello tra gennaio e febbraio.
Voto: 3,5/5
Quindi, ormai quando vedo uno dei loro spettacoli in qualche cartellone mi ci fiondo a pesce.
A questo giro, non perdo l'occasione di recuperare un loro lavoro del 2012, Robe dell'altro mondo, che Gabriele Di Luca riadatta completamente dal punto di vista drammaturgico, pur mantenendo intanto il senso della narrazione.
Nella messa in scena attuale Robe dell'altro mondo è uno spettacolo teatrale e insieme una performance, la cui realizzazione è il frutto della collaborazione tra Carrozzeria Orfeo e Le canaglie, un gruppo di illustratori.
Lo spettacolo vede protagonisti sul palco l'attore Massimiliano Setti, che interpreta i personaggi della storia insieme a Sebastiano Bronzato, accompagnati da Federico Bassi e Giacomo Trivellini che sul palco disegnano ambientazioni, fondali, illustrazioni di commento delle storie.
La narrazione si costruisce letteralmente davanti ai nostri occhi attraverso l'assemblamento musicale dal vivo, i disegni realizzati al momento e proiettati sullo schermo, che a più riprese coinvolgono attori in carne e ossa e interagiscono con gli attori sulla scena, nonché vere e proprie sottotrame completamente realizzate in forma grafica e proiettate e sfogliate per il pubblico. I due attori in scena riescono a rappresentare molti personaggi diversi attraverso l'uso di maschere di gomma che gli coprono completamente la testa e che mi hanno un po' ricordato i Familie Flöz visti qualche anno fa alla Sala Umberto. Si tratta di una scelta che certamente rafforza l'approccio cartoonistico dello spettacolo, e contestualmente valorizza la gestualità degli attori, che non possono fare affidamento sulla mimica facciale.
In questo mix di arti performative molto ben orchestrate e di grande impatto secondo me dal punto di vista della fruizione, il tema di fondo è quello dello spettacolo di oltre dieci anni fa, ossia le paure metropolitane rappresentate attraverso varie situazioni: l'alterco tra due anziani all'uscita del supermercato in cui compare anche un extracomunitario, il dialogo tra un ministro in attesa di entrare in un "centro massaggi" e il suo portaborse, l'interazione tra un ragazzino e una ragazzina nipoti dei due vecchi del primo quadro, e infine la surreale conversazione tra lo stesso ragazzino e il papa che è stato rapito dagli alieni e che ha potuto sfuggire finalmente al suo ruolo. Sì, perché gli alieni sono i supereroi di questo racconto, esseri che non vedremo mai, ma che forse rappresentano l'ultima speranza dell'umanità di salvarsi, almeno fino a quando non si decide di trasformare anche loro in nemici.
Bravi tutti. A questo punto aspettiamo il nuovo spettacolo Misurare il salto delle rane al Vascello tra gennaio e febbraio.
Voto: 3,5/5
giovedì 20 novembre 2025
Re Chicchinella / da Giambattista Basile; regia di Emma Dante. Teatro Argentina, 7 novembre 2025
Dopo La scortecata e Pupo di zucchero, Emma Dante torna ai racconti grotteschi e alle fiabe nere de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile con Re Chicchinella, la storia di Re Carlo III d’Angiò, re di Sicilia e di Napoli, principe di Giugliano, conte d’Orleans, visconte d’Avignon e di Forcalquier, principe di Portici Bellavista, re d’Albania, principe di Valenzia e re titolare di Costantinopoli, che per un caso abbastanza curioso si trova ad avere una gallina incastrata nel sedere.
Per il re si tratta di una condizione fortemente invalidante, che però ha l’effetto collaterale, ben gradito dalla sua corte, compresa la moglie e la figlia, di produrre delle uova di oro.
Nel raccontare questa storia, di cui la Dante rielabora il finale con un processo trasformativo che non affida alla morte la chiusa narrativa, la regista siciliana mantiene coerente lo stile di messa in scena e di regia a cui ci ha ormai abituato nei suoi ultimi lavori.
Un palco completamente immerso nel buio, pochissimi oggetti di scena, costumi molto fantasiosi, e un grandissimo lavoro sul linguaggio, sui corpi, sulle coreografie e sulle luci.
Recitato nel napoletano seicentesco di Basile, Re Chicchinella ci offre lo spaccato ironico e a tratti comico di una corte la cui vacuità è direttamente proporzionale all’avidità.
Il cianciare confuso e ripetitivo delle cortigiane con i loro costumi che ne esagerano le forme abbondanti è il simbolo di un mondo di egoismi e di servilismi, mentre il re (magnificamente interpretato dal sempre bravissimo Carmine Maringola, capace di far recitare ogni parte del suo corpo) è a sua volta un personaggio dolente, ma anche insulso.
Sebbene ogni spettatore possa leggere in questo racconto il senso o la morale che vuole, mi pare che a questo giro Emma Dante viri maggiormente sul divertissement, trasformando quella che avrebbe potuto essere una storia tetra in una narrazione giocosa, seppure non priva di significato.
Voto: 3,5/5
Per il re si tratta di una condizione fortemente invalidante, che però ha l’effetto collaterale, ben gradito dalla sua corte, compresa la moglie e la figlia, di produrre delle uova di oro.
Nel raccontare questa storia, di cui la Dante rielabora il finale con un processo trasformativo che non affida alla morte la chiusa narrativa, la regista siciliana mantiene coerente lo stile di messa in scena e di regia a cui ci ha ormai abituato nei suoi ultimi lavori.
Un palco completamente immerso nel buio, pochissimi oggetti di scena, costumi molto fantasiosi, e un grandissimo lavoro sul linguaggio, sui corpi, sulle coreografie e sulle luci.
Recitato nel napoletano seicentesco di Basile, Re Chicchinella ci offre lo spaccato ironico e a tratti comico di una corte la cui vacuità è direttamente proporzionale all’avidità.
Il cianciare confuso e ripetitivo delle cortigiane con i loro costumi che ne esagerano le forme abbondanti è il simbolo di un mondo di egoismi e di servilismi, mentre il re (magnificamente interpretato dal sempre bravissimo Carmine Maringola, capace di far recitare ogni parte del suo corpo) è a sua volta un personaggio dolente, ma anche insulso.
Sebbene ogni spettatore possa leggere in questo racconto il senso o la morale che vuole, mi pare che a questo giro Emma Dante viri maggiormente sul divertissement, trasformando quella che avrebbe potuto essere una storia tetra in una narrazione giocosa, seppure non priva di significato.
Voto: 3,5/5
mercoledì 12 novembre 2025
L’importanza di chiamarsi Ernesto / di Oscar Wilde; regia di Geppy Gleijeses. Teatro Sala Umberto, 29 ottobre 2025
L’importanza di chiamarsi Ernesto è una commedia di Oscar Wilde il cui titolo originale, The importance of being Ernest, si basa sul gioco di parole per cui il nome Ernest in inglese ha la stessa pronuncia della parola earnest (serio, sincero). Si tratta evidentemente di un gioco di parole che non può essere reso nello stesso modo in italiano e così, nelle versioni italiane di questa commedia, si sono fatte scelte diverse a seconda che si volesse in qualche modo richiamare tale gioco di parole oppure semplicemente lasciare che fosse la narrazione a esplicitare tutta la sua carica.
Quella di Wilde è una commedia degli equivoci e di scambi di persona, secondo un impianto molto classico, che in questo caso sembra finalizzato in particolare a colpire l’oziosità della nobiltà inglese decaduta e in particolare i rampolli scapoli e sfaccendanti di queste famiglie.
La commedia viene portata a teatro con la regia di Geppy Gleijeses, e interpretata da Giorgio Lupano, Luigi Tabita, Maria Alberta Navello e la sempre magnifica Lucia Poli nei panni di Lady Augusta Bracknell; una menzione anche per gli attori che interpretano i personaggi secondari e di supporto, che tengono benissimo il meccanismo della commedia ed aiutano ad amplificarlo.
Nel complesso uno spettacolo gradevole, con una regia solida, delle belle scenografie e attori in parte.
Alla chiusura del sipario il pubblico sembra aver apprezzato molto, e molte persone appaiono addirittura entusiaste, cosa che faccio fatica a capire, ma forse è solo perché questo tipo di spettacoli teatrali non è esattamente il mio genere preferito, anche quando sono ben fatti come in questo caso.
Voto: 3/5
Quella di Wilde è una commedia degli equivoci e di scambi di persona, secondo un impianto molto classico, che in questo caso sembra finalizzato in particolare a colpire l’oziosità della nobiltà inglese decaduta e in particolare i rampolli scapoli e sfaccendanti di queste famiglie.
La commedia viene portata a teatro con la regia di Geppy Gleijeses, e interpretata da Giorgio Lupano, Luigi Tabita, Maria Alberta Navello e la sempre magnifica Lucia Poli nei panni di Lady Augusta Bracknell; una menzione anche per gli attori che interpretano i personaggi secondari e di supporto, che tengono benissimo il meccanismo della commedia ed aiutano ad amplificarlo.
Nel complesso uno spettacolo gradevole, con una regia solida, delle belle scenografie e attori in parte.
Alla chiusura del sipario il pubblico sembra aver apprezzato molto, e molte persone appaiono addirittura entusiaste, cosa che faccio fatica a capire, ma forse è solo perché questo tipo di spettacoli teatrali non è esattamente il mio genere preferito, anche quando sono ben fatti come in questo caso.
Voto: 3/5
mercoledì 22 ottobre 2025
Stato d’assedio / Mahmoud Darwish; lettura di Lino Musella. Argot Studio, 11 ottobre 2025
L’apertura della stagione teatrale dell’Argot Studio è una serata speciale, il cui ricavato è destinato all’Associazione Gazzella Onlus, che si occupa di bambini palestinesi feriti da armi da guerra.
Al centro della serata c’è la lettura di alcuni passaggi dell’opera Stato d'assedio del poeta palestinese Mahmoud Darwish da parte dell’attore napoletano – bravissimo – Lino Musella.
Prima della lettura arriva sul palco Simone Sibilio, professore di letteratura araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ci introduce alla figura di Darwish, il più grande poeta palestinese e probabilmente anche arabo, nato nel 1941 in Alta Galilea, poi rifugiato in Libano insieme alla famiglia dopo il 1948, poi rientrato in Israele e successivamente in esilio in vari posti del mondo, tra cui l’Unione Sovietica e la Francia.
Durante tutta la sua vita (Darwish è morto nel 2008 a 67 anni), il poeta ha raccontato più volte la condizione dei palestinesi, diventando un punto di riferimento per la causa nazionale e dunque vero e proprio poeta dell’identità nazionale.
Stato d’assedio è una raccolta di poesia nata nel 2002 durante l’assedio della città di Ramallah, e – come ci dice Sibilio – nei testi riecheggiano non solo i temi cari alla causa palestinese, ma anche i collegamenti con i miti classici (tra tutti, i poemi omerici), con la letteratura occidentale e anche con i grandi eventi storici, compreso l’Olocausto.
La lettura di Lino Musella è pacata e appassionata al contempo, procede foglio dopo foglio, poesia dopo poesia, a farci sentire quasi fisicamente la condizione di assedio non solo sul piano spaziale, ma anche e soprattutto sul piano temporale.
La guerra e la pace, la terra e il sangue, l’amore e la morte attraversano le pagine di Darwish e arrivano a noi pesanti e sospese al contempo.
Al termine dello spettacolo Lino Musella consegna a ciascuno di noi una poesia o un frammento di quelli da lui letti. Condivido con voi quello che ho ricevuto io:
Voto: 3/5
Al centro della serata c’è la lettura di alcuni passaggi dell’opera Stato d'assedio del poeta palestinese Mahmoud Darwish da parte dell’attore napoletano – bravissimo – Lino Musella.
Prima della lettura arriva sul palco Simone Sibilio, professore di letteratura araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ci introduce alla figura di Darwish, il più grande poeta palestinese e probabilmente anche arabo, nato nel 1941 in Alta Galilea, poi rifugiato in Libano insieme alla famiglia dopo il 1948, poi rientrato in Israele e successivamente in esilio in vari posti del mondo, tra cui l’Unione Sovietica e la Francia.
Durante tutta la sua vita (Darwish è morto nel 2008 a 67 anni), il poeta ha raccontato più volte la condizione dei palestinesi, diventando un punto di riferimento per la causa nazionale e dunque vero e proprio poeta dell’identità nazionale.
Stato d’assedio è una raccolta di poesia nata nel 2002 durante l’assedio della città di Ramallah, e – come ci dice Sibilio – nei testi riecheggiano non solo i temi cari alla causa palestinese, ma anche i collegamenti con i miti classici (tra tutti, i poemi omerici), con la letteratura occidentale e anche con i grandi eventi storici, compreso l’Olocausto.
La lettura di Lino Musella è pacata e appassionata al contempo, procede foglio dopo foglio, poesia dopo poesia, a farci sentire quasi fisicamente la condizione di assedio non solo sul piano spaziale, ma anche e soprattutto sul piano temporale.
La guerra e la pace, la terra e il sangue, l’amore e la morte attraversano le pagine di Darwish e arrivano a noi pesanti e sospese al contempo.
Al termine dello spettacolo Lino Musella consegna a ciascuno di noi una poesia o un frammento di quelli da lui letti. Condivido con voi quello che ho ricevuto io:
Il luogo è l’odore.
Quando ricordo una terra
Annuso il sangue dell’odore
E mi coglie la nostalgia per la mia anima errante.
Voto: 3/5
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