Arrivo al cinema con un carico importante di aspettative, e per fortuna non avevo ancora letto niente sulle nominations agli Oscar che avrebbero ulteriormente alzato l’asticella. In realtà, le mie aspettative scaturivano in buona parte dal grande impatto che aveva avuto su di me il film precedente, La persona peggiore del mondo, da cui probabilmente mi aspettavo poco e niente, e che, pur utilizzando un approccio per certi versi lontano dal mio modo di essere, mi aveva colpito molto e mi era rimasto dentro a lungo.
Con questo film Joachim Trier, un regista danese naturalizzato norvegese (tanto che alla città di Oslo ha dedicato una trilogia, come un altro regista norvegese, Dag Johan Haugerud), espande le potenzialità del suo cinema, guardando in moltissime direzioni, ma restando fedele al suo stile e alla sua poetica, che è caratterizzata da un particolare mix di dramma e commedia e da un’attenzione speciale per i sentimenti fini e contraddittori.
In questo caso, protagonista è una famiglia e la casa che ha abitato. Le due sorelle Nora (la sempre strepitosa Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) tornano nella casa di famiglia per il funerale della madre, psicoterapeuta, separata da tempo dal padre Gustav (Stellan Skarsgård), regista di fama ormai in declino. Quando il padre si ripresenta alla porta di casa per il funerale della ex moglie sarà inevitabile fare i conti con il rapporto decisamente complicato che ha con le sue figlie, in particolare Nora, tanto più che Gustav intende fare un film sulla storia di sua madre (o almeno questo è in apparenza) e vuole che Nora, attrice - soprattutto di teatro - affermata, sia la protagonista. Peccato che Nora opponga un secco rifiuto, cosicché Gustav, in occasione di un festival cinematografico francese che gli dedica una retrospettiva, decide di coinvolgere nel progetto e affidare il ruolo a una giovane attrice americana molto famosa, Rachel Kemp (Elle Fanning).
Non andrò oltre nel racconto della trama, anche perché Sentimental value è un film praticamente impossibile da raccontare, per quanti piani – temporali, narrativi e tematici – si addensano nelle sue oltre due ore di sviluppo: la storia della casa di famiglia nel corso del tempo, casa che è un personaggio del film a tutti gli effetti, dotato di un punto di vista e di “sentimenti” propri, com’è chiaro fin dall’intro (bellissima tra l’altro); la storia della famiglia di origine di Gustav, in particolare della madre Karin, incarcerata e torturata dai nazisti; l’infanzia di Nora e Agnes nella casa dove abitavano prima con entrambi i genitori e poi solo con la madre; il rapporto di Nora con il suo mestiere di attrice e i suoi attacchi di panico prima di andare in scena; le dinamiche della famiglia di Agnes; il rapporto di Gustav con il mondo del cinema e con i suoi cambiamenti; la sfaccettata figura di Rachel, meno superficiale di quanto si possa pensare; il rapporto tra arte e vita; quello tra cinema e teatro; e poi qua e là altre microstorie e altri temi più o meno accennati.
Considerata la sua natura estremamente composita e densa, quante ascendenze si possono riconoscere in questo film? E quanti livelli di lettura sono possibili? Direi tantissime e tantissimi, come è testimoniato dalle molte recensioni che ho letto qua e là. L’attenzione alla casa e agli abitanti che l’hanno vissuta e modificata nel tempo fa pensare a Here di Zemeckis; diversi ci vedono un tocco alla Woody Allen; tantissimi non mancano di far notare il forte legame con il teatro e il cinema scandinavo, richiamandosi a Ibsen, Strindberg, e soprattutto Bergman.
Pur nella mia parziale ignoranza sui grandi classici scandinavi, di cui ho letto e visto al teatro e al cinema poche cose, la sensazione di questa ascendenza diretta ce l’ho fortissima all’uscita del film; lì per lì, continuo a pensare soprattutto alla trilogia di Haugerud (che ho visto per i due terzi), che ho trovato più o meno respingente sul piano emotivo, pur riconoscendone il valore.
Non è il caso di Trier, il cui cinema sento decisamente più empatico e i cui personaggi riesco a “vedere”, però non v’è dubbio che, molto di più che ne La persona peggiore del mondo, qui ho sentito - anche per il tipo di montaggio fatto per quadri chiusi da una schermata nera - una compressione e una rigidità (che poi forse sono il tema del film), che si sono sciolte solo in pochissimi momenti, senza mai riuscire a commuovermi. E dire che tanto avrei voluto e potuto piangere visto il tema, anzi i temi; invece li ho vissuti in maniera intellettualistica per quasi tutto il film. E nemmeno il finale – riconciliante o no? Mah – è riuscito a sciogliere i miei sentimenti.
Nondimeno, alcuni passaggi, devo dire primariamente quelli più ironici e da commedia, rimarranno nella mia memoria. Cosicché il valore vero del film per me non è tanto sentimentale, come dice il titolo, ma piuttosto intellettuale.
Voto: 3,5/5
giovedì 5 febbraio 2026
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