lunedì 18 maggio 2026

La stagione che non c'era / Elvira Mujčić

La stagione che non c'era / Elvira Mujčić. Milano: Guanda, 2025.

Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.

La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.

Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.

Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.

Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.

Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).

La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.

Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.

Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.

La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.

Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.

Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.

Da leggere assolutamente.

Voto: 4,5/5

sabato 16 maggio 2026

Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow / con Paola Minaccioni. Teatro Ambra Jovinelli, 29 aprile 2026

Convintamente compro insieme ad amici il biglietto per andare a vedere all'Ambra Jovinelli l'ultimo spettacolo con Paola Minaccioni, che avevo apprezzato molto negli ultimi anni a teatro, sia nella dimensioni propriamente comica che in quella in parte più drammatica.

La mia decisione è rafforzata dalla presenza nel cast di Monica Nappo, che pure è un'attrice che mi piace molto.

Non so esattamente cosa attendermi da Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow e volontariamente non ho letto nulla in proposito per non farmi condizionare (e poi perché il tempo a disposizione è sempre meno).

Scopro solo dopo che si tratta di una dark comedy della scrittrice e drammaturga americana Julia May Jonas, che anche se a me non dice nulla ha vinto con i suoi lavori diversi premi.

Questo testo ruota in particolare intorno a Kim Sparrow, una donna con un passato da alcolista, che ora è la manager di un negozio di abbigliamento vintage, nel quale lavora anche la giovane Tussie (Valentina Spaletta Tavella). Tra le due c'è una complicità ma anche una tensione caratteriale e generazionale che rende il rapporto poco equilibrato.

Quando Kim e Tussie progettano di rubare dei costosi abiti vintage dalla casa familiare di una ricca ragazza con cui per caso Kim è venuta in contatto, nel piano si inserisce anche Blatta (Monica Nappo), amica storica di Kim, che non vede di buon occhio la relazione dell'amica con Tussie della quale non si fida.

In questo triangolo fatto di rivelazioni, confessioni, scontri verbali, nei quali Kim si trova in qualche modo tirata ora da una parte ora dall'altra, le cose a un certo punto prenderanno una piega inattesa e tragica.

C'è un po' di Thelma e Louise in questo testo, e anche un po' di Lenni e Stella, protagoniste del romanzo Benzina di Elena Stancanelli, insomma un focus su delle cattive ragazze che non ci stanno a seguire le regole e a fare quello che gli altri si aspettano da loro, però qui non c'è solo il conflitto sociale, bensì anche quello generazionale e la dinamica di un rapporto a tre con tutte le sue implicazioni.

Sulla carta ci potrebbe stare tutto e potrebbe anche essere interessante, però lo spettacolo diretto da Cristina Spina sembra rimanere per tutto il tempo allo stato di promessa senza mai decollare veramente. Non so se dipenda dal testo di partenza, dall'adattamento o dalla regia, ma tant'è. Come spettatori si fa fatica ad appassionarsi ai personaggi, a empatizzare con loro, e né la risata né il dramma riescono ad essere pienamente coinvolgenti.

Peccato dal mio punto di vista perché l'ho vissuta come un'occasione mancata.

Voto: 2,5/5

giovedì 14 maggio 2026

Il fuoco che ti porti dentro / Antonio Franchini

Il fuoco che ti porti dentro / Antonio Franchini. Venezia: Marsilio, 2024.

Ricevo questo libro in regalo a Natale da S., un’amica dei cui gusti letterari mi fido molto. E dunque, nonostante ultimamente io legga pochissimi romanzi italiani, decido di fare una pausa dalle mie letture di autori provenienti da altri posti del mondo per dedicarmi a questo libro.

Non conoscevo Antonio Franchini e leggendo qua e là me ne faccio un’idea piuttosto composita, e probabilmente se ne avessi letto prima non mi sarei decisa a comprare un suo libro.

Il fuoco che ti porti dentro non è propriamente un romanzo, bensì un memoir che lo scrittore dedica alla figura di sua madre, Angela Izzo, una persona le cui caratteristiche e la cui storia ne fanno però un personaggio davvero romanzesco.

Franchini, fin dalle prime battute del libro, prende le distanze da sua madre, dicendo che “puzza”, concetto che sarà ribadito altre volte nelle pagine successive.

E questa è solo la premessa del ritratto di una persona strabordante, eccessiva e testarda, che è la madre dello scrittore. Una donna appartenente a una certa generazione e a una certa tipologia di donne del sud che chi proviene da quelle terre conosce molto bene: donne – di solito madri - che fanno della polemica e del conflitto col mondo la loro cifra distintiva, spesso altra metà di una coppia con mariti piuttosto miti o comunque mediamente molto silenziosi.

Angela Izzo ce l’ha con tutto e con tutti, è capace di profondissimi odii, ma anche di riprendere da un giorno all’altro i rapporti con persone che fino a poco prima ha ricoperto di insulti. È diffidente, sospettosa, pensa sempre che il mondo la voglia fregare, si sente vittima del tradimento di tutti, anche di quello dei suoi figli, che non sono autorizzati a fare scelte che lei non condivida.

Non ho potuto fare a meno di riconoscere in questa donna tanti tratti di mia madre, per quanto forse meno eclatanti e probabilmente meno pubblici, e mentre leggevo mi confermavo nell’idea, che in parte avevo già maturato nel corso degli anni, che probabilmente alcune caratteristiche, oltre e più che caratteriali, sono espressione di una mentalità, di una provenienza, di una generazione.

E come lo scrittore, anche io nel tempo, soprattutto dopo che sono andata a studiare fuori di casa e a poco a poco ho costruito la mia vita al di fuori della famiglia di origine, mi sono resa conto che molto di quello che avevo dato per scontato e che pensavo fosse inevitabile era solo una dei mille modi possibili di essere e che avevo la possibilità di cercare il mio modo di essere, forse per certi versi poco meridionale, e anche un po’ refrattario a una certa forma di meridionalità.

E non a caso il memoir di Franchini non è solo il racconto di una madre e del rapporto tra una madre e un figlio, ma anche del rapporto tra Sud e Nord, in senso non esclusivamente geografico, ma anche concettuale e culturale.

Cosicché quando Angela si trasferisce a vivere a Milano, dove il figlio vive da tempo (e anche sua sorella con famiglia), le parti si invertono e si capovolge il rapporto tra normalità e deviazione dalla normalità, che è poi sempre e soltanto culturale e soggettiva.

In definitiva, non mi aspettavo molto e invece l’ho trovato un gran libro, innanzitutto per una scrittura di alto profilo, in secondo luogo perché è riuscito ad entusiasmarmi senza farmi empatizzare del tutto né con la protagonista né con la voce narrante, in terzo luogo perché è riuscito a far passare il concetto che il rapporto con le nostre madri è imprescindibile e un legame profondo è inevitabile anche se si nasconde nelle pieghe del disprezzo e talvolta dell’odio.

Voto: 3,5/5

martedì 12 maggio 2026

La torta del presidente

Finalmente riesco a recuperare l’opera prima di Hasan Hadi, La torta del presidente, ambientata in Iraq alla fine di aprile del 1990, a due giorni dal compleanno dell’allora presidente Saddam Hussein.

In questi due giorni seguiremo le avventure e disavventure di una ragazzina di nove anni, Lamia (Banin Ahmad Nayef), che vive nella zona paludosa alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, in una capanna di giunchi, insieme alla sua amatissima nonna Bibi.

Quando Lamia viene sorteggiata a scuola per preparare la torta per i festeggiamenti del compleanno del presidente, insieme alla nonna e al gallo Hindi, che lei tratta come un amico, la bambina si mette in viaggio per la città alla ricerca degli ingredienti, che in un Iraq ridotto alla povertà sono praticamente introvabili e, se lo sono, hanno costi inaffrontabili.

Durante questa avventura, Lamia e Bibi incontreranno persone disposte ad aiutarle e altre che si approfitteranno di loro, saranno separate dagli eventi, e infine si rincontreranno in circostanze che metteranno Lamia di fronte a nuove responsabilità.

Un coming of age che da un lato sa di fiaba (le traversie di Lamia fanno pensare tantissimo a quelle di Pinocchio, e sembra quasi di poter riconoscere i personaggi e le situazioni, da Mangiafuoco alla fatina, da Lucignolo al gatto e la volpe), ma dall’altro risulta profondamente realistico nel tratteggiare un paese in cui l’immagine del presidente dittatore è onnipresente, mentre il paese è allo sbando e la corruzione e la povertà dilagano.

Il tutto accentuato dal contrasto tra l’ambiente da cui Lamia proviene, fotografato in un modo che ne trasmette la bellezza, la poesia e la fragilità, e il caos cittadino che tutto inghiotte e alla fine risputa, proprio come la balena di Pinocchio.

La chiusura del film con le immagini vere di Saddam Hussein che taglia una enorme torta per i suoi 50 anni è il giusto corollario a un'opera che parla della storia complessa di un paese, ma lo fa attraverso la piccola storia di una bambina che va imparando il bene e il male, ma anche il valore dell’amicizia e l’importanza dell’eredità familiare, e che attraverso queste esperienze entra in una nuova fase della vita.

Un piccolo gioiellino da non perdere.

Voto: 3,5/5


domenica 10 maggio 2026

Il caso 137

Avevo già apprezzato molto lo stile asciutto ed efficace del regista Dominik Moll con il suo film precedente La notte del 12, che raccontava con grande accuratezza e complessità l’indagine su un caso di cronaca, ossia la morte di una ragazza, cosicché la mia aspettativa su questo nuovo film era parecchio alta.

Siamo in Francia, a Parigi, nel 2018, durante la fase più calda delle proteste dei gilet gialli. Stéphanie (una bravissima Léa Drucker), una donna single che vive con il figlio adolescente dopo la separazione dall’ex marito poliziotto, è anche lei una poliziotta, ma all’interno del corpo di polizia ha un ruolo molto particolare: lavora infatti nel Dipartimento che si occupa di investigare su casi che riguardano altri poliziotti e che ha il compito di verificare se l’azione compiuta dagli stessi sia stata necessaria e proporzionata.

Con l’escalation delle proteste, la tensione tra polizia e manifestanti si fa sempre più forte, e le denunce che arrivano sulle scrivanie del Dipartimento in cui lavora Stéphanie sono sempre di più.

Il caso 137 cui si riferisce il titolo è uno dei casi che viene affidato a Stéphanie e che riguarda un ragazzo della banlieue parigina, Guillaume, che durante una manifestazione cui partecipava insieme alla sorella e al fidanzato di lei, nonché insieme alla madre e al padre, viene colpito alla testa dai proiettili di gomma dei poliziotti, riportando ferite gravi e invalidanti.

Stéphanie conduce le indagini in maniera rigorosa e attenta, non trascurando alcun dettaglio né testimone, e riuscirà a poco a poco non solo a individuare il gruppo di poliziotti coinvolti nell’episodio ma anche a comprendere la dinamica dell’evento.

Durante questo percorso farà i conti con la reticenza e le menzogne dei colleghi poliziotti, ma anche con la totale mancanza di fiducia della società civile nei confronti della polizia nonché del lavoro che lei stessa sta svolgendo.

Come il precedente, Il caso 137 è un film che non spreca un passaggio e che, nelle sue oltre due ore di durata, non contiene una sequenza di troppo e tiene lo spettatore incollato ai personaggi e alla storia fino all’ultimo fotogramma. Esattamente come ne La notte del 12, all’interno di una confezione da cinema di genere, quello del polar che in Francia ha una solidissima tradizione cinematografica e letteraria, Dominik Moll riesce a convogliare significati e contenuti più complessi di quelli che di solito il genere riesce a esprimere.

In questo caso, di fronte a vicende che hanno segnato profondamente la storia recente della Francia, paese in cui le proteste dei gilet gialli sono diventati spesso guerriglia urbana e hanno rischiato di trasformarsi in guerra civile, con un governo centrale sempre più in difficoltà e costretto a dispiegare le proprie forze dell’ordine sempre più estesamente, lo sguardo di Moll riesce a non essere semplicisticamente di parte e a non sfuggire alla complessità e alle sfumature, pur restando rigoroso nel riconoscere le responsabilità.

Ma soprattutto mi ha toccato nel profondo la posizione della protagonista, che, nello svolgere il suo lavoro in maniera competente e meticolosa, e con un alto senso etico e di responsabilità individuale, si trova alfine a fare i conti con un sistema che è vittima della polarizzazione e che di fronte ai rischi che comporta difende sé stesso e inevitabilmente non rende giustizia alle vittime.

Quella di Moll non è una denuncia, ma una constatazione del fatto che la complessità dei tempi in cui viviamo inghiotte tutto, anche chi nel suo lavoro cerca di seguire una strada di razionalità e di correttezza, quella difficile strada mediana oggi disconosciuta, e spesso si trova a soccombere di fronte a tutte le parti in causa e a cercare sollievo alla frustrazione nell’anestetizzazione dominante.

Voto: 4/5


venerdì 8 maggio 2026

Mr nobody against Putin – Il film contro tutte le guerre

Mr nobody against Putin è il documentario vincitore dell’Oscar all’ultima kermesse.

Dopo aver avuto fugaci passaggi in sala, finalmente lo trovo in programmazione al Cinema delle provincie e non perdo l’occasione di andare a vederlo.

Il film è stato realizzato da Pavel Talankin e da David Borenstein, e capiremo durante la visione in che modo si è realizzata questa collaborazione. Pavel Talankin nel 2022 lavorava in una grande scuola della piccola cittadina di Karabaš, negli Urali, distante quasi 2.000 chilometri da Mosca. Pavel, detto Pasha, non era solo insegnante, bensì anche incaricato della scuola nel documentare eventi e vita quotidiana attraverso la sua videocamera.

Quando Putin decide di avviare l’”operazione militare speciale” in Ucraina, molto rapidamente, anche in un posto sperduto e lontano come la scuola di Karabaš, la campagna di propaganda putiniana si fa sempre più invasiva: gli eventi sono tutti orientati a celebrare la patria, insegnanti e allievi sono chiamati a introdurre contenuti a favore della campagna militare nelle lezioni, le scuole vengono progressivamente sempre più militarizzate e diventano uno dei principali bacini a cui attingere per il fronte.

Pasha si ritrova, in un certo senso suo malgrado, a documentare questo cambiamento attraverso i suoi filmati, e - man mano che cresce la sua consapevolezza di quanto sta accadendo e il suo rifiuto di diventare un ingranaggio del sistema - decide di utilizzare questa sua posizione privilegiata e in un certo senso invisibile per raccogliere documentazione e testimonianze.

Quando si accorge che bastano questi suoi contenuti – senza alcun commento e interpretazione – a togliere il velo da una situazione pericolosa e destinata a degenerare, cerca dei contatti fuori dal suo paese e qualcuno, probabilmente lo stesso Borenstein, si interessa al materiale che sta producendo.

Pasha continua dunque a filmare tutto il filmabile e anche sé stesso fino a quando, dopo aver tenuto un commovente discorso di fine anno scolastico per i suoi studenti, decide di scappare dalla Russia portando con sé i suoi filmati, che adeguatamente montati diventeranno il film che vediamo.

La forza del documentario di Talankin sta nello specifico angolo di visuale che adotta, ossia quello della scuola, peraltro una scuola primariamente elementare, che sembrerebbe essere qualcosa di lontanissimo dalla guerra, e invece il programma putiniano di lavorare sul tessuto scolastico del paese è una classica operazione che i regimi autoritari e con una forte spinta belligerante utilizzano per preparare il terreno, rafforzando un patriottismo tossico, abituando a un’organizzazione militaresca e all’uso delle armi, e lavorando dunque sul modellare il pensiero dei futuri cittadini e combattenti.

Pasha, pur essendo profondamente innamorato della Russia e persino del suo piccolo paesino ai confini del mondo, rimane sempre lucido di fronte a questo tentativo, e in qualche modo non ne viene mai contagiato.

Qualcuno, nelle recensioni che ho letto, parla di una presa di posizione mai esplicita e piuttosto sottotraccia: io però sfido chiunque ad avere anche solo la metà del coraggio e della lucidità di questo giovane uomo nelle scelte che compie e che lo hanno portato alla realizzazione di questo documentario.

Viene da dire: non abbassiamo mai la guardia, restiamo vigili, restiamo critici, perché l’acquiescenza è il primo passo verso un percorso che può portare in direzioni davvero inquietanti e alfine incontrollabili.

Voto: 3,5/5


mercoledì 6 maggio 2026

Le false confidenze / Marivaux; regia di Arturo Cirillo. Teatro Argentina, 22 aprile 2026

Che Arturo Cirillo sia una delle figure più interessanti del teatro italiano contemporaneo non lo scopro certo oggi. Lo seguo da tempo, prima soprattutto come attore, poi sempre più impegnato sul piano della riscoperta di testi da riportare a teatro e nella regia degli stessi.

Dopo aver esplorato l'opera di Molière, con questo lavoro Cirillo si sposta su un altro drammaturgo e scrittore settecentesco, Pierre de Marivaux, e porta in scena Le false confidenze.

L'opera racconta del giovane e spiantato Dorante (il sempre bravissimo Giacomo Vigentini) che, sotto la regia del servo Dubois (lo stesso Cirillo), si fa assumere come segretario dalla nobildonna vedova e ricchissima Araminte (Elena Sofia Ricci) con l’obiettivo di conquistarne il cuore. Per Dubois si tratta di dimostrare – forse a sé stesso – di essere in grado di cambiare il corso degli eventi e di rovesciare la tetragona razionalità della sua padrona; per Dorante apparentemente è un modo per tirarsi fuori da una condizione di povertà e assenza di futuro, ma in realtà il giovane si scoprirà realmente innamorato della donna.

Intorno a questi personaggi principali si muovono gli altri protagonisti della storia, lo zio di Dorante, il procuratore Remy (Rosario Giglio), la cameriera Marton (Giulia Trippetta), il servo Arlecchino (Francesco Petruzzelli), la madre di Araminte (Orietta Notari) e il conte, promesso sposo di Araminte (Giacinto Palmarini). Tutti personaggi molto ben delineati e con ruoli significativi nella narrazione, ciascuno a suo modo interessante e tratteggiato da Marivaux in fondo con compassione e con affetto.

In un impianto che certamente attinge agli stilemi della commedia dell’arte, da cui ad esempio proviene direttamente la maschera di Arlecchino, Marivaux sembra riprenderne anche la struttura narrativa e il tono, fatti di trame e infingimenti, di convincimenti e di ribaltamenti, qui orchestrati dal servo Dubois, ma in realtà lo scrittore appare infine più interessato a indagare i meccanismi dell’innamoramento e la forza dell’amore, che finirà per scavalcare e dare un significato diverso all’intrigo perpetrato dal servo.

Cirillo sceglie una messa in scena che mescola riferimenti al periodo storico con importanti elementi di modernità, mescolanza che la scenografia di Dario Gessati, i costumi di Gianluca Falaschi e il commento sonoro di Federico Mezzana assecondano ed esaltano.

Su una scenografia con pareti mobili che ruotano su sé stesse e con una superficie quasi metallica, i personaggi si incontrano e si sfuggono, si guardano e si spiano, ciascuno nel tentativo di capire la propria collocazione nel fluire degli eventi.

Gli attori, molti dei quali affezionati collaboratori di Cirillo, fanno a gara di bravura (io ho un debole per Vigentini), ma un plauso speciale lo merita Elena Sofia Ricci, una Araminte sontuosa e al contempo titubante, magnetica ma anche confusa, rigida e insieme tenerissima. Un personaggio che alla fine non si può non amare profondamente e nel quale non si può non immedesimarsi: cosicché sul ballo finale siamo tutti con lei a celebrare la forza dell’amore e la vittoria dei sentimenti.

Ogni tanto una esperienza teatrale che ci riconcilia con un mezzo espressivo che spesso si fa fatica ad amare, nonostante lo si vorrebbe.

Voto: 4/5


lunedì 4 maggio 2026

La più piccola = La petite dernière

Vado a vedere in anteprima il film di Hafsia Herzi La più piccola, che è la sua opera prima nata dall’adattamento del romanzo omonimo e autobiografico di Fatima Daas uscito nel 2020.

Il film è stato presentato all’ultimo Festival di Cannes e l’attrice, Nadia Melliti, ha vinto da esordiente il Premio per la migliore interpretazione femminile ed è in collegamento streaming per questa anteprima.

La più piccola racconta di Fatima, una giovane donna, terza e ultima figlia di una famiglia di origine algerina e di religione musulmana, che nel passaggio dal liceo all’università affronta un momento delicato della sua crescita, quello della consapevolezza della sua omosessualità e dei modi per poterla vivere, conciliandola con le aspettative della famiglia e con i suoi convincimenti personali e religiosi.

Tra incontri tramite app, nuove amicizie, feste, esperienze sessuali e un primo amore tormentato, Fatima comprenderà di non potersi nascondere per sempre, e che il coming out dovrà essere un passaggio obbligato della sua esistenza e della sua felicità futura.

Sicuramente l’interpretazione di Nadia Melliti è profondamente convincente, con quell’aria imbronciata e quella corazza di paura ma anche di fragilità che si porta dietro; è chiaro che la Melliti ha sentito una profonda sintonia con il personaggio di Fatima ed è riuscita a esprimerne la natura più intima attraverso la sua interpretazione.

Dal punto di vista cinematografico il film della Herzi mi ha ricordato molto del modo di fare cinema di Abdellatif Kechiche – penso in particolare a La vita di Adèle o a Mektoub, my love o a Cous cous – con cui del resto la Herzi ha lavorato diverse volte come attrice, probabilmente assorbendone metodo e in parte anche sguardo. La Herzi sta molto addosso ai suoi personaggi e ai dettagli dei visi e dei corpi, cercando in questo modo un’identificazione dello spettatore con la protagonista.

Devo però dire che, nonostante questo stile così coinvolgente, personalmente non sono riuscita a emozionarmi particolarmente, forse a causa di una linea narrativa non particolarmente nuova, o per uno stile già in parte visto (sebbene lo sguardo femminile lo ingentilisca non poco), o ancora per una chimica tra le attrici che personalmente non ho trovato particolarmente riuscita.

Al contempo, credo che ogni epoca e generazione abbia bisogno della sua storia di liberazione sessuale e identitaria, e poiché nessuna società si può dire del tutto immune da rischi di regressioni e conservatorismi, è giusto continuare a raccontare queste storie, perché ci ricordano – tanto più in tempi bui come quelli che viviamo – che libertà individuale e diritti non sono mai scontati.

Il fatto che in Italia la visione del film sia stata stabilita solo per un pubblico di età superiore ai 14 anni non fa che confermare e rafforzare questa convinzione.

Voto: 3,5/5


giovedì 30 aprile 2026

È l’ultima battuta? = Is this thing on?

Fino a qualche anno fa sulla carriera da regista di quel belloccio di Bradley Cooper forse non avremmo scommesso un centesimo, e invece Cooper dimostra non solo di essere ambizioso (sebbene l’ambizione a volte gli faccia fare passi falsi come in Maestro), ma anche di avere del mestiere e delle cose da dire.

Con il suo ultimo film, pur mantenendosi coerente con una specie di sua personale poetica, torna a un’atmosfera più intima e a un film più piccolo, e forse proprio per questo coglie maggiormente nel segno.

È l’ultima battuta? è la storia di una coppia formata da Alex (Will Arnett) e Tess (Laura Dern). I due stanno insieme da venticinque anni e hanno due bambini di una decina di anni. Il loro rapporto è in crisi, e Alex si è trasferito in un altro appartamento. Una sera, mentre è alla ricerca di un locale dove bere un drink, per poter entrare si iscrive a un “open mic”, ossia a una specie di maratona di stand-up comedy per principianti. Scopre così, praticamente per caso, che la stand up gli piace e che lo aiuta ad elaborare la separazione.

Seguiamo così la coppia negli alti e bassi di allontanamenti e riavvicinamenti, litigi e ritorni di fiamma, con tutto il portato del rapporto con i genitori, con i figli e con gli amici.

Ne viene fuori – almeno fino a un certo punto – il racconto delle difficoltà di una coppia di lungo termine: la stanchezza, le recriminazioni, le rinunce e le frustrazioni, le fatiche della comunicazione.

In questo senso, Cooper gioca anche su un elemento già presente nei suoi film precedenti, ossia sul fatto che gli esseri umani spesso sono meglio e più capaci di esprimersi nella performance che nella vita quotidiana, e non a caso in questo film la stand up comedy svolge un ruolo fondamentale.

Dopo un inizio per me un po’ faticoso, il film a poco a poco decolla e si fa sempre più coinvolgente, fino a un finale che appare un po’ troppo consolatorio rispetto agli elementi di complessità disseminati sul percorso.

Ottime le interpretazioni di Will Arnett e di Laura Dern, e molto divertente nel ruolo dell’amico strafatto Balls lo stesso Bradley Cooper.

Voto: 3/5


martedì 28 aprile 2026

Un anno di scuola

A partire dalla propria esperienza personale (la Samani si è diplomata a Trieste proprio nell’anno in cui è ambientato il film) e dal romanzo omonimo di Giani Stuparich, Laura Samani, insieme alla cosceneggiatrice Elisa Dondi, racconta l’anno scolastico 2007-2008 in una scuola di Trieste.

Per adattare l’idea di Stuparich alla quasi contemporaneità, la scuola prescelta è un ITIS, dove a inizio anno arriva una studentessa svedese, Frederika (Stella Wendick), detta Fred, trasferitasi in Italia al seguito del padre, unica studentessa in una classe completamente maschile.

Fred si troverà a fare i conti non solo con il gap linguistico – all’inizio si esprime soltanto in inglese, mentre molti dei suoi compagni di classe parlano addirittura in dialetto, rendendo difficile se non impossibile la comprensione reciproca -, ma anche e soprattutto con lo sguardo maschile, anzi meglio adolescenziale, su di lei, tra l’altro nutrito di tutti gli stereotipi che l’italiano medio si porta dietro rispetto alle ragazze svedesi.

All’inizio Fred subisce e incassa, poi a poco a poco si avvicina a un gruppetto di compagni di classe, il tormentato e apparentemente fanfarone Pasini, il compagnone ancora un po’ infantile Mitis e il silenzioso e un po’ solitario Antero (Giacomo Covi, vincitore del premio Orizzonti come miglior attore). A poco a poco Fred conquista la loro fiducia e riesce a diventare parte integrante del loro gruppetto, mentre comincia a imparare la lingua e il mondo che la circonda.

L’inevitabile gioco delle attrazioni incrociate finirà per far deflagrare il gruppo, ma anche per far sbocciare la personalità di Fred e avviarla sulla strada della crescita e del futuro.

È un classico coming of age inserito nel genere dell’high school movie quello raccontato da Laura Samani, eppure Un anno di scuola ha una freschezza e una naturalezza che conquistano, anche grazie ad una scrittura attenta e ad attori non professionisti molto ben selezionati.

Non so se Samani e Dondi con questo film parlino specificamente ai giovani di oggi, anzi direi di no, al di là del fatto che alcune dinamiche sono talmente universali che persino io che sono molto più avanti negli anni non ho fatto fatica a riconoscermi. Quello di Un anno di scuola è un mondo pre-social (Facebook non esisteva ancora, almeno in Italia) e con telefonini che servivano a telefonare e a mandare messaggi, e quindi un mondo abbastanza diverso da quello in cui gli adolescenti sono oggi immersi, senza contare che nel frattempo è intervenuto il grande trauma della pandemia che ha certamente segnato un’intera generazione.

Del resto, i film con protagonisti gli adolescenti quasi mai parlano davvero agli adolescenti stessi, perché come in un famoso detto attribuito a Kierkegaard «La vita può essere capita solo all'indietro, ma va vissuta in avanti», dunque probabilmente film come questi parlano più a chi quell’età della vita l’ha già superata e può oggi cogliere una serie di dinamiche che, finché ci era immerso, si limitava semplicemente a vivere.

Nel film di Samani c’è però anche altro, la tematica di genere, quella dell’identità e dell’appartenenza, e tutto questo è racchiuso sotto la grande metafora-ombrello della soglia e del confine: non solo questi giovani si trovano al limitare di una soglia importante della vita, ma vivono in una città di confine, dove si parla anche lo sloveno, e nel momento storico in cui la Slovenia entra a far parte di Schengen e cade un’altra frontiera in Europa. A questa idea del superare una soglia è anche sotteso il tema del lasciar andare, chi non c’è più, quello che non sarà più, e alla fine un’età della vita.

Non ho visto Piccolo corpo (che a questo punto vorrei recuperare), ma forse è a registe come Laura Samani o Maura Delpero su cui ha senso riporre un po’ di fiducia per il futuro di un cinema italiano capace di non ripetere all’infinito e stancamente sé stesso.

Voto: 3,5/5


domenica 26 aprile 2026

Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo / regia di Mario Martone. Teatro Vascello, 15 aprile 2026

Arrivo a questo spettacolo senza saperne praticamente nulla, richiamata dalla regia di Mario Martone e dalla presenza di Lino Musella che apprezzo moltissimo a teatro.

Scopro solo dopo che c’è una qualche ragione sentimentale dietro la scelta di Martone di portare in scena questo testo. Si tratta infatti di un lavoro inedito di Fabrizia Ramondino che aveva scritto insieme a Martone la sceneggiatura di Morte di un matematico napoletano, ed era della Ramondino anche la drammaturgia Terremoto con madre e figlia portato in scena sempre da Martone.

A incarnare il protagonista di questo testo, il compositore nominato nel titolo, è Lino Musella, magnetico e poliedrico nella sua interpretazione di un uomo la cui vita ruota tutta intorno alla musica e alle sue composizioni, e che attraversa una chiara fase di crisi esistenziale e di frustrazione rispetto al modo in cui la propria arte è accolta, nonché rispetto alla propria famiglia: la madre (Iaia Forte), che non accetta la sua vecchiaia e ha un rapporto ambiguo con il figlio, la moglie un po’ anaffettiva (Tania Garribba), l’esuberante figlia (India Santella) e il suo amico (Matteo De Luca). Mentre il compositore paragona queste persone ai vari strumenti che compongono un quartetto d’archi e interagisce con ciascuna di loro in modi più o meno cinici, la casa dove il compositore vive e che mostra i segni di un passato nobiliare si svuota progressivamente, man mano che a causa di non meglio precisati debiti tutte le cose più preziose vengono portate via.

Allora, non è tanto una questione di messa in scena, di allestimento, di regia e di interpretazioni (come già detto, Musella riesce a essere magnetico nel portare in scena un personaggio non certo simpatico); per me è proprio una questione di testo. Personalmente non l’ho trovato particolarmente stimolante e in qualche modo non sono riuscita a coglierne il senso.

Non conosco la produzione letteraria della Ramondino, e quindi forse – anzi sicuramente – mi sfugge qualcosa, ma credo che quando un testo non arriva, indipendentemente dagli elementi conoscitivi pregressi, evidentemente non si è creata una particolare sintonia.

Peccato.

Voto: 3/5

giovedì 23 aprile 2026

Lo straniero = L’étranger

François Ozon è un regista che seguo da tempo, ed essendo molto prolifico ho visto tanto ma non tutto. Soprattutto c'è stato un momento in cui, dopo un inizio di carriera secondo me scoppiettante, aveva avuto una fase di minore creatività. Pur restando un po' discontinuo come tutti i registi che girano molti film, negli ultimi anni mi pare che viva una nuova fase interessante.

In questa fase si inserisce la scelta ambiziosa di adattare per il grande schermo il romanzo Lo straniero di Albert Camus, uno di quei mostri sacri che anche solo pensare di rileggere con un linguaggio diverso è rischioso.

E invece Ozon colpisce nel segno, realizzando un film che è visivamente di grandissimo impatto - anche grazie a un bianco e nero molto elegante - e che rimane fedele all'originale, ma senza perdere un'impronta autoriale significativa.

L'aggiunta, rispetto al romanzo, dell'introduzione, che in qualche modo contestualizza il luogo e il periodo storico, e della conclusione, in cui scopriamo il nome dell'arabo, contribuisce a introdurre elementi di lettura e di complessità al racconto.

Benjamin Voisin è eccezionale nella sua interpretazione del protagonista, un giovane francese raffinato e di bell'aspetto, senza altro obiettivo che quello di mettere le giornate una dietro l'altra, nonché insostenibile nella sua apatia, che non è cinismo in senso stretto, ma impossibilità di riconoscere un senso alla vita umana, per quanto importanti o gravi possano essere gli accadimenti della quotidianità.

Quest'assenza di senso non sfocia in tracotanza, né in fuga dalle responsabilità, anzi Meursault non si sottrae alla conseguenze delle sue azioni, né cerca consolazione nella religione, bensì attraversa le cose per come sono o quantomeno per come le vive lui soggettivamente, ossia come irrilevanti in una più ampia visione della vita umana.

Ovviamente, come per tutti i classici, ognuno può leggere ne Lo straniero di Camus e nella sua versione cinematografica quello che risuona con sé stesso e la propria vita. Senza dubbio la storia di Meursault è programmaticamente scritta per non suscitare empatia, e poi forse anche per non essere naturalistica o realistica, bensì per suscitare riflessioni di carattere più propriamente filosofico.

Ritengo che Ozon attraverso uno strumento visivo molto ben utilizzato riesca in qualche modo a rendere il racconto più contemporaneo (Meursault fa pensare, sebbene in una forma esasperata, ad alcune delle caratteristiche dei giovani a noi contemporanei), senza toglierne la componente più universale.

Voto: 3,5/5


martedì 21 aprile 2026

Il dio dell’amore

Per le festività pasquali in Puglia, essendo praticamente impossibile trovare film stranieri in lingua originale, decido di andare a vedere il film di Francesco Lagi, di cui ho sentito parlare bene.

Il dio dell’amore è un film che guarda a modelli provenienti da oltreoceano, ma non dimentica la lezione della commedia sentimentale italiana.

La struttura narrativa vede un redivivo Ovidio, il grande poeta romano dell’amore, aggirarsi in abiti contemporanei per le vie della città per raccontare le storie di una serie di coppie, i cui destini sono intrecciati. Ada (Isabella Ragonese) annuncia a Filippo (Vinicio Marchioni) di aspettare un figlio da lui dopo molti tentativi falliti, ma in realtà il figlio è frutto della relazione con una vecchia fiamma dei tempi della scuola, Pietro (Corrado Fortuna). In realtà anche Filippo ha una storia extraconiugale con una sua giovane studentessa, Silvia (Chiara Ferrara), la quale a sua volta per una serie di combinazioni intercetterà il percorso di Arianna (Anna Bellato), in crisi con sua moglie Ester (Vanessa Scalera). Quest’ultima, che è una psicoterapeuta, ha tra i suoi pazienti Jacopo (Enrico Borello, sempre straordinario), che è ossessionato dalla fine della storia con Linda (Benedetta Cimatti), maestra elementare che ha iniziato una storia con Pietro. E così via.

Il film di Lagi è divertente senza essere superficiale, e riesce perfettamente nel suo intento, ossia quello di parlare di amore in maniera contemporanea, perché gli amori di cui parla Lagi (che ha scritto la sceneggiatura insieme a Enrico Audenino) non sono amori lineari e tradizionali, ma amori che vanno e vengono e che passano da una persona all’altra, anche tra persone dello stesso sesso, in una fluidità che riconosciamo come parte del nostro mondo attuale. Inoltre, il film utilizza molto bene la città di Roma non solo come sfondo perfetto, ma come ulteriore personaggio della narrazione, esattamente come molte commedie sentimentali americane hanno fatto con città come New York.

Nel complesso, una visione gradevole e che lascia in qualche modo il cuore contento, anche se a mente fredda la sensazione che il film non ci abbia detto molto di nuovo sull’amore e soprattutto che abbia taciuto il dolore che ne è naturale complemento è forte.

Ma è evidente che l’intento del film non è quello di diventare un trattato filosofico, e la presenza di Ovidio è quella di un nume tutelare più che di uno strumento di comprensione e di approfondimento della natura dell’amore, che rimane sfuggente e soggettiva. Il che alla fine resta una grande verità, di cui siamo vittime piuttosto che artefici.

Voto: 3/5


domenica 19 aprile 2026

Crazy Love

Nell’ambito dell’Irish film festa, uno dei tanti festival di film provenienti da altri paesi di cui la primavera romana è ampiamente popolata, riesco a vedere quest’unico film, Crazy love, diretto dai registi Jason Byrne e Kevin Treacy.

Protagonista è Clayton (John Connors), giovane con una sindrome maniaco-depressiva, il quale dopo aver tentato il suicidio, sceglie volontariamente di trasferirsi in un ospedale psichiatrico per poter recuperare uno stato di equilibrio. In questo contesto farà amicizia con le altre persone ricoverate, ciascuna con le proprie stramberie e demoni interiori. Tra queste si innamorerà di Anna, una ragazza schizofrenica che, a differenza sua, è destinata a rimanere tutta la vita nella struttura psichiatrica, cui si aggiunge la complicazione che il personale medico – o almeno una parte di esso – non vede di buon occhio questa relazione.

Il film di Byrne e Treacy sceglie un registro in bilico tra il dramma e la commedia, e un andamento narrativo che è volutamente favolistico e a tratti onirico, mescolando spesso realtà e percezione, il cui confine, in un ambiente di persone con malattie mentali, si fa sfumato. Stile, narrazione, montaggio non a caso contribuiscono a confondere lo spettatore, a sparigliare le carte, anziché a chiarire i fatti, forse perché quello che interessa al film sono le emozioni dei protagonisti.

È evidente che Byrne e Treacy non intendono scrivere un trattato di psichiatria né essere aderenti alla realtà, e non a caso il modo in cui l’ambiente dell’ospedale psichiatrico, i medici, il personale ausiliario e gli stessi malati sono rappresentati ha del semplicistico, e talvolta persino del parodistico.

Ne viene fuori un film scombinato, di cui non sarebbe facile raccontare i dettagli narrativi e che su vari fronti lascia perplessi, ma che si fa apprezzare perché non pretende di essere quello che non è, e in qualche modo si nutre della sua stessa semplicità e della freschezza degli attori.

Voto: 3/5

venerdì 17 aprile 2026

Apeirogon / Colum McCann

Apeirogon / Colum McCann; trad. di Marinella Magrì. Milano: Feltrinelli, 2022.

Dopo aver visto molti documentari e film di finzione e aver letto molte cose sul tema del rapporto tra Israele e Palestina, ho pensato che non potesse mancare in questo mio percorso la lettura di quello che è ormai un classico sull'argomento, nonostante risalga a pochi anni fa.

Apeirogon di Colum McCann è un racconto che nasce dal vero per allargarsi verso il mondo del romanzo e dell'invenzione letteraria e lo fa con uno stile assolutamente unico e una scrittura molto coinvolgente. Al centro della narrazione ci sono due uomini, l'israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramini.

Il primo ha avuto la figlia Smadar uccisa in un attentato suicida di matrice palestinese; la figlia del secondo, Abir, è stata uccisa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano.

I due si incontrano al Parents' circle, l'associazione che unisce israeliani e palestinesi che hanno perso figli a causa del conflitto. Rami e Abir diventano amici quasi fraterni, nonostante appartengano ai campi opposti del conflitto, anzi proprio perché vi appartengono e si oppongono fieramente al conflitto.

Come già accennato, uno dei punti di forza del romanzo è lo stile che procede per frammenti narrativi e per collegamenti, saltando tra storie e microstorie diverse e lontane nel tempo e nello spazio, tenute insieme da fili sottili e rimandi che sta al lettore cogliere e valorizzare.

Le uniche parti del libro che utilizzano una narrazione distesa sono quelle che raccontano le storie personali di Rami e Abir e quelle della morte delle loro figlie, cui McCullum riserva il tempo, lo spazio, la comprensione e la dignità che meritano.

Chi non è nuovo al tema ritroverà nella storia di Rami e Abir molti elementi già noti (le caratteristiche della società e della politica israeliana, muri e occupazione, galere, atti di terrorismo, checkpoint, ingiustizie, estremismi) e non ne sarà colpito.

A me però ha toccato profondamente la linearità del punto di vista, e parlo al singolare perché nonostante i protagonisti siano due e apparentemente su fronti opposti, l'unità del loro pensiero è sorprendente. Non si tratta di derogare alla complessità, bensì si tratta di evitare quella montagna di distinguo che caratterizzano il modo occidentale di parlare di questa vicenda. Rami e Abir, e tramite loro anche McCann, hanno idee molto chiare su responsabilità e soluzioni, e le esprimono in maniera netta e radicale, ma tanto più convincente perché provengono dall'interno.

Non a caso sono entrambi dei disallineati, considerati quasi traditori dai loro stesso connazionali, per le loro posizioni a favore della fine dell'occupazione e di ogni ostilità, del riavvicinamento, della conoscenza reciproca, della riconciliazione, della pace come unica soluzione, che è esattamente il contrario della direzione nella quale si sta andando, per effetto di strumentalizzazioni che allontanano sempre di più anziché avvicinare. Rami e Abir sono il segno tangibile che un'altra strada è possibile, ma passa per una sublimazione del dolore e una profonda consapevolezza, beni ormai in via di estinzione.

Voto: 4/5

mercoledì 15 aprile 2026

Nessuno. Le avventure di Ulisse / con Stefano Accorsi. Teatro Ambra Jovinelli, 25 marzo 2026

Stefano Accorsi, nella sua versione da cinquantacinquenne palestrato, porta a teatro uno spettacolo ispirato all’Odissea, con la regia di Daniele Finzi Pasca, la drammaturgia di Emanuele Aldrovandi e le scene di Luigi Ferrigno.

Sulla scena, insieme ad Accorsi, la bravissima Francesca Del Duca che innanzitutto costruisce la tessitura sonora dello spettacolo con la sua voce e le sue percussioni, evocando sonorità primitive e ancestrali, in secondo luogo fa da spalla ad Accorsi rappresentando l’altro, ma soprattutto una Penelope che sta prima fuori dalla narrazione e poi ne diventa protagonista.

Accorsi è mattatore della scena interpretando non solo Ulisse, ma anche tutti gli altri personaggi, cambiando registro e anche dizione (esilarante l’uso dell’accento bolognese quando interpreta il re dei Troiani), e dando una connotazione fortemente fisica al protagonista, anche grazie a una scenografia che sembra quasi una struttura circense, e che di volta in volta fa da cavallo di Troia o da rappresentazione di Polifemo o da barca in mezzo al mare nella quale Ulisse viaggia insieme al suo equipaggio.

Su questa struttura Accorsi si arrampica, corre, tira di boxe, e a volte ne esce per spingerla e farla ruotare su sé stessa a seconda delle esigenze sceniche, trasferendoci così la fatica del suo ritorno a casa.

Il racconto della vittoria sui Troiani e poi delle peripezie di Ulisse per tornare a Itaca attinge a un linguaggio che si fa spesso colloquiale e ironico, e in cui non mancano riferimenti alla contemporaneità o comunque a vicende e personaggi di gran lunga successivi all’Odissea, rendendo lo storytelling accattivante e adatto a qualunque tipo di pubblico, senza però togliere forza e sostanza al capolavoro “omerico”.

In un certo senso, lo spettacolo riporta l’Odissea alle sue origini, ossia quella che, secondo una delle ipotesi più accreditate dagli studiosi, la considera una storia raccontata oralmente dagli aedi per intrattenere il popolo nelle pubbliche piazze e trasformata, integrata e parzialmente rielaborata ad ogni racconto fino a costituire un corpus letterario tramandato fino a noi.

Accorsi è molto bravo, anche se questa deriva molto fisica mi fa un po’ sorridere e mi sa tanto di crisi di mezza età, però questo spettacolo mi conferma che il teatro è probabilmente la forma d’arte che lo valorizza di più; devo però anche aggiungere che la sua spalla, Del Duca, è il vero fiore all’occhiello dello spettacolo, applauditissima dal pubblico.

Uno spettacolo ironico e autoironico, divertente senza essere stupido né superficiale, che sa essere al contempo rispettoso e irriverente rispetto al classico che ci racconta.

Voto: 3,5/5

lunedì 13 aprile 2026

Festival del cinema tedesco: No mercy, Short summer, The good sister

Con la primavera inizia a Roma la stagione dei festival del cinema proveniente da altri paesi: si comincia con quello tedesco, ma a breve ci saranno anche quello irlandese, quello francese e lo spagnolo.

Il festival del cinema tedesco è quest’anno alla sesta edizione e si è svolto al cinema Quattro Fontane, con una durata di quattro giorni. Io ho fatto una piccola maratona domenicale, guardando in fila gli ultimi tre film della rassegna e ne sono uscita soddisfatta.

********************

No mercy

Il primo film è un documentario di Isa Willinger dedicato alla storia del cinema dal punto di vista delle donne. A partire da una frase della regista ucraina Kira Muratova, di cui la Willinger è studiosa e ammiratrice, la regista tedesca si interroga se sia vero e, nel caso, quali siano le motivazioni del fatto che il cinema delle registe donne sia più aspro nei contenuti e nella forma.


Per poter indagare su questo aspetto, la Willinger va a intervistare molte registe donne, appartenenti a diverse generazioni, orientamenti e provenienti da diversi contesti culturali: Ana Lily Amirpour, Catherine Breillat, Jackie Buet, Margit Czenki, Virginie Despentes, Alice Diop, Valie Export, Nina Menkes, Marzieh Meshkini, Mouly Surya, Céline Sciamma, Joey Soloway, Monika Treut e Apolline Traoré.

Non so se alla fine il film riesca a dare una risposta univoca alla domanda che si pone – forse la risposta sta nel come interpretiamo l’asprezza -, certamente però le interviste e gli spezzoni di film ci offrono una carrellata e un bellissimo affresco di un cinema fatto dalle donne che solo in parte mi era noto e che mi ha suscitato moltissime curiosità.

Ne viene certamente fuori una questione che riguarda, del resto, molti altri settori occupati a lungo solo da uomini, ossia il fatto che le donne registe hanno cominciato a trovare spazio e considerazione nel cinema solo in tempi relativamente recenti, e che molte registe di grande valore sono state volontariamente oscurate dai loro colleghi maschi.

Per quanto mi riguarda non è tanto e soltanto questione di sguardo maschile o femminile sul mondo – va detto che ci sono e ci sono stati registi e sceneggiatori uomini che hanno raccontato in maniera credibile ed esemplare figure femminili – quanto questione di avere molteplici punti di vista, che siano il più diversificati possibile, non solo a livello di genere, bensì anche a livello di provenienza geografica e culturale. Nell’arte, ancor più - se vogliamo che in tutti gli altri ambiti -, le minoranze portano ricchezza di vedute e varietà di approcci, e riescono a mettere in discussione il canone.

Quindi, lunga vita alle donne del cinema e al Festival international de films des femmes di Créteil almeno finché il mondo del cinema sarà uno spazio prevalentemente occupato da uomini.

Voto: 3,5/5



********************

Short summer

Short summer è il film diretto da Nastja Korkija, la cui protagonista è una bambina di 8 anni, Katya, la quale trascorre l’estate nella casa dei nonni nella campagna russa.

Apparentemente il film racconta di una classica estate di una bambina dai nonni, che trascorre tra sgambate in bicicletta con altri bambini, giochi in casa e fuori casa, partite a pallone, momenti di noia, e momenti di riposo. Però in quest’atmosfera quasi rarefatta e decisamente fuori dal tempo, a poco a poco emergono molteplici segnali di un contesto problematico: i nonni di Katya stanno divorziando e a breve venderanno la casa in campagna, per le campagne si aggira un giovane reduce della guerra in Cecenia che soffre di PTSD e compie azioni imprevedibili, in paese e in giro per la campagna ci sono solo vecchi e bambini, e molti dei vecchi hanno delle menomazioni, sulle ferrovie che attraversano l’area passano convogli che trasportano carri armati e altro materiale, la radio e la televisione danno notizie di una guerra in corso.

Capiremo verso la fine del film che siamo nei primi anni Duemila, alla vigilia della tristemente nota strage di Beslan, quando i separatisti ceceni presero in ostaggio 1.200 persone in un edificio scolastico dell’Ossezia del Nord e nel momento in cui arrivarono le forze militari russe oltre 300 persone furono uccise, tra cui moltissimi bambini.

Il film di debutto della Korkija vive del contrasto tra l’atmosfera bucolica, la calda luce estiva, la curiosità e l’innocenza dei giochi dei bambini da un lato, e lo squallore di luoghi abbandonati, l’orrore dei segni della guerra sui corpi e sulle menti delle persone, la tristezza e la sotterranea paura che attraversa questi luoghi.

Il tutto vissuto dal punto di vista di una bambina che coglie solo parzialmente quello che le accade intorno, ma che probabilmente in qualche modo ne interiorizza segni invisibili che porterà con sé da adulta.

Pur essendo stilisticamente molto diverso, Short summer mi ha ricordato il film Memory di Vladena Sandu, presentato alle Giornate degli autori a Venezia, che parlava anch’esso della guerra cecena e del punto di vista di una bambina. Quanto quel film era fortemente giocato sul voice over, tanto questo è invece costruito sui silenzi: in entrambi i casi il ritmo lento richiede attenzione, ma si insinua lentamente sotto pelle e resta dentro anche dopo la fine della visione.

Voto: 3,5/5


********************

The good sister

The good sister è l’opera prima di Sarah Miro Fischer, giovane regista che in questo film ha sviluppato l’idea con cui si è diplomata all’accademia di cinema, arrivando addirittura alla Berlinale e anche alla distribuzione fuori dai confini della Germania.

Protagonista è Rose (Marie Bloching), una giovane donna che, dopo la fine della storia con la sua compagna con cui convive, chiede ospitalità al fratello Samuel (Anton Weil) che vive in un piccolo appartamento. I due fratelli sono molto legati, e rapidamente Rose, oltre a occupare il divano di casa di Sam, entra un pochino nella vita di suo fratello, conoscendone gli amici e gli affetti, di cui non sapeva molto.

Una notte Sam porta a casa una ragazza; Rose sente voci e rumori, però pensa che la questione sia chiusa lì; fino a quando le arriva una lettera della polizia che la convoca come testimone nella denuncia di stupro che la donna ha mosso nei confronti di Sam.

Da questo momento comincia per Rose un complesso processo di introspezione, sia rispetto a sé stessa che rispetto al rapporto con suo fratello, che la porterà a fare i conti con il proprio essere donna, con i condizionamenti dei rapporti familiari, con le sfumature e i confini non sempre netti tra le situazioni e le percezioni individuali.

Il film della Fischer, pur adottando una struttura narrativa distesa, riesce a non essere didascalico e a dare spazio alle sfumature e alla complessità delle situazioni e dei sentimenti, e dunque mette lo spettatore di fronte alla necessità di interpretare, di dare la propria lettura e di fare le proprie scelte, come del resto accade nella vita.

La regista presente in sala ribadisce con forza questa natura aperta del film e il desiderio che siano gli spettatori ad attribuire senso e significato e non il film o la regista a spiegare tutte le scelte.

Ottima opera prima.

Voto: 3,5/5


giovedì 9 aprile 2026

Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro / Hisham Matar

Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro / Hisham Matar; trad. di Anna Nadotti. Torino: Einaudi, 2017.

Ne Il ritorno Hisham Matar racconta, a volte in maniera distesa, altre volte come un flusso di coscienza, andando avanti e indietro nel tempo, la storia della sua famiglia e in particolare di suo padre, Jaballa, oppositore del regime libico di Gheddafi e per questo incarcerato, insieme ad altri componenti della sua famiglia, nella prigione di Abu Salim, tristemente nota per il massacro del 1996.

Hisham nasce nel 1970 a New York, in quanto in quegli anni suo padre faceva parte della delegazione libica presso le Nazioni Unite. Dopo pochi anni, la famiglia Matar si trasferì a vivere a Tripoli dove Hisham trascorse la sua infanzia fino ai nove anni. L'ascesa di Gheddafi e la condizione di oppositore di Jaballa costrinsero però la famiglia a trasferirsi in Egitto, al Cairo, dove Hisham visse fino al trasferimento in Inghilterra per studio. Lì Hisham rimase dopo l'incontro con Diana, che sarebbe diventata sua moglie, e l'inizio della sua attività di scrittore.

Ma ne Il ritorno, romanzo autobiografico che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2017 nella sua categoria, Hisham si concentra in particolare sul momento di speranza che si riaccese nella popolazione libica dopo il rovesciamento di Gheddafi. In quella fase diversi membri della sua famiglia, lo zio e i cugini, furono liberati dalle prigioni libiche e tornarono a casa, e diversi libici che avevano abbandonato il loro paese ritornarono nella speranza di poter ricostruire una vita in patria. Nel caso di Hisham c'era soprattutto la speranza di avere notizie del padre, forse ucciso nel massacro di Abu Salim, o in altre circostanze, ma il cui corpo non è stato mai ritrovato e la cui morte non è stata mai confermata.

Il libro è dunque il racconto del disperato tentativo di conoscere la verità, ma anche una riflessione e un racconto su un paese e un popolo martoriati dalla dittatura e illusi dalla sua caduta, che - come oggi sappiamo - ha aperto la strada a una guerra civile e a una spaccatura mantenuta in equilibrio con armi e violenza.

Però, pur non potendo prescindere dalla storia del suo paese, il libro di Hisham è soprattutto la rappresentazione lucida e al contempo empatica dei sentimenti forti e contraddittori che legano un esule al suo paese di origine e a un padre che nella storia di quel paese ha avuto un ruolo centrale, ma che Hisham non vede da oltre 20 anni senza conoscerne il destino.

C'è tanto, tantissimo, in questo libro, di personale, ma anche tanto per comprendere realtà che sono fuori dalla nostra esperienza, e che solo attraverso la grande letteratura abbiamo la possibilità di provare a capire nelle loro specificità ma anche nelle forme di universalità che sono legate al nostro far parte di un'umanità che, nonostante le differenze storiche, sociali e religiose, condivide sentimenti, relazioni, desideri e piccolezze.

Una lettura davvero entusiasmante.

Voto: 4/5

martedì 7 aprile 2026

Ashes / Muta Imago. Spazio Diamante, 21 marzo 2026

Sollecitata da un breve post di Nicola Lagioia, decido di andare a vedere questo spettacolo dei Muta Imago  con la regia e la drammaturgia di Riccardo Fazi, presso lo Spazio Diamante, bel teatro e sala concerti su via Prenestina. Non conosco il progetto teatrale dei Muta Imago e dunque per me è anche l’occasione per sperimentare qualcosa di nuovo.

Prima di arrivare al teatro avevo letto poco, se non che il lavoro Ashes è fortemente incentrato sulle sonorizzazioni. Sul palco, quattro microfoni su aste e, alla destra dei microfoni, una postazione per il musicista Lorenzo Tomio che, con i suoi interventi musicali e sonori, non accompagna semplicemente lo spettacolo, ma ne diventa protagonista.

Dietro le aste, al buio e poi appena rischiarati da luci soffuse, compaiono quattro personaggi, interpretati da Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano e Arianna Pozzoli. Inizialmente di loro sentiamo solo i respiri e i gorgoglii in parte amplificati dai microfoni, poi comincia una specie di chiacchiericcio di fondo, fatto di piccoli monologhi, pensieri, brevi dialoghi, onomatopee, versi di animali e molto altro.

Non c’è una vera narrazione in senso tradizionale in questo spettacolo, e solo qua e là ci sembra di riconoscere un fil rouge nel racconto, forse la storia degli abitanti di una casa che seguiamo dalla fine del XIX secolo fino a un futuro nel quale la casa stessa diventa un luogo per illustrare com’era la vita un tempo e quali strani oggetti utilizzava questa umanità del passato.

Nel mezzo, situazioni, eventi, rumori, che raccontano di compleanni, capodanni, natali, nascite, morti, cadute, rapporti familiari, e altro che sta a ognuno decodificare, ovvero a cui ci si può anche solo lasciare andare.

Aleggia in quest’ora di spettacolo la ricerca di un significato della vita in relazione al tempo che passa, alle persone che cambiano e che si sostituiscono le une alle altre, in un andamento circolare e ineluttabile di cui rimane appunto un chiacchiericcio di fondo, su cui ogni tanto si accendono delle luci a illuminare momenti specifici, quelli che di solito immortaliamo e che spesso sono gli unici che vanno a costituire la nostra memoria, ma che comunque sono destinati a essere spazzati via, o a cambiare di significato nel tempo, o a essere perduti.

A tratti, lo spettacolo dei Muta Imago mi ha fatto pensare al film di Zemeckis Here che a sua volta si ispirava a un graphic novel, nonché a Sentimental value, perché in entrambi i casi – ove più ove meno – i luoghi e il tempo che passa si fanno protagonisti più ancora delle persone che li abitano. Le persone passano, i luoghi restano certamente oltre la vita delle persone ed è come se in qualche modo ne tramandassero una memoria silenziosa e invisibile.

Quando mi sono trasferita nella casa dove vivo adesso, nella casa di fronte alla mia vedevo spesso una signora anziana, ma tutto sommato in buona salute, uscire sulla terrazza a curare le sue bellissime e rigogliose piante. Talvolta, ne sentivo da lontano la voce mentre parlava con quelle che immagino fossero la figlia e la nipote. Poi all’improvviso la casa si è fatta silenziosa, le piante sono morte tutte, fino a quando ho visto ricomparire sul terrazzo altre persone, prima sporadicamente, poi abbastanza sistematicamente. Qualcuno di coloro che ci abitano adesso da qualche tempo sembra stare facendo anche qualche tentativo di piantare qualcosa.

C’è un misto di malinconia e tristezza, ma anche di sotterranea gioia nell’idea di quanto tutto conti e nulla conti, che siamo un momento nella storia, di grandissimo significato per noi stessi mentre viviamo, ma di scarsissimo significato nel grande orizzonte del tempo che passa inesorabile.

E Ashes ce lo ricorda, in modo delicato e forte, sottile e potente. Bello.

Voto: 4/5