sabato 1 agosto 2026

Patrick Watson. Casa del jazz, 26 luglio 2026

L’ultimo disco di Patrick Watson, Uh Oh, è tra quelli che ho ascoltato di più tra il 2025 e il 2026. E dire che pur conoscendo già il musicista canadese e avendo qualche altro suo album non ne ero mai stata conquistata. In questo caso, già solo l’apertura del disco con la traccia Silencio cantata insieme a November Ultra mi ha catturata e mi ha fatto amare tutto il lavoro.

Non è mia abitudine leggere informazioni di contesto quando ascolto un disco: mi deve piacere musicalmente e non per gli eventi che lo hanno prodotto. Accade così che solo durante il concerto e leggiucchiando qualcosa a posteriori scopro che questo disco arriva per Patrick Watson dopo un evento che per un cantante deve essere devastante, ossia una paralisi delle corde vocali che gli ha tolto la voce che molto lentamente sta recuperando.

Da questa situazione viene fuori un disco che si arricchisce di molte collaborazioni, la già citata November Ultra, ma anche Charlotte Cardin, Martha Wainwright e molti altri, soprattutto voci femminili ma non solo.

Il disco è doloroso e carezzevole allo stesso tempo, minimale ma anche ricco dal punto di vista degli arrangiamenti, e il risultato secondo me è notevole.

Non posso dunque perdere il concerto dal vivo, anche perché Patrick Watson manca da tempo dall’Italia, e tra l’altro ha scelto una location che a me piace molto, il bellissimo giardino della Casa del Jazz su viale di Porta Ardeatina.

Il concerto inizia abbastanza puntuale: Patrick Watson sale su un palco in cui non solo ci sono molti strumenti, tra i quali spicca un grande pianoforte verticale che sarà suonato da lui stesso, ma c’è una scenografia molto curata con tre grandi luci sul fondo e una tenda su cui – come vedremo – saranno proiettate delle immagini e dei video. Sul palco insieme a lui la sua band, con cui ha condiviso la lavorazione dell’ultimo album, formata da Mishka Stein a chitarra e basso, Olivier Fairfield a chitarra e percussioni, e Ariel Engle (conosciuta anche con il nome del suo progetto musicale di La Force), chitarra e voce.

Sul palco poi saliranno anche November Ultra, un’altra cantante di cui non colgo il nome (forse Hohnen Ford?) e persino una violinista che Patrick dice di aver incontrato in Puglia per un altro concerto.

>A un certo punto le voci femminili, La Force, November Ultra e Hohnen Ford diventano addirittura protagoniste insieme di alcune esecuzioni, una da sole, e un’altra insieme a Watson – un omaggio all’Italia, e al salentino Luigi come ci dice Patrick, Amara terra mia di Domenico Modugno.

Il concerto alterna canzoni ed esecuzioni molto intime, e di molte di queste Patrick ci rivela l’ispirazione – come nel caso del brano ispirato alla storia e alle fotografie di Vivian Meier, o del brano con cui si chiude il concerto dedicato al fratello morto in un incidente all’inizio di quest’anno -, a brani con un impianto sonoro più complesso e potente. In entrambi i casi, il tessuto luminoso accompagna perfettamente le atmosfere così come le immagini che vengono proiettate sulla tenda in fondo al palco.

L’atmosfera è magica, ricca di emozioni, sospesa, a volte interrotta dalla risata di Patrick Watson, e il tutto crea l’effetto di una celebrazione profonda della vita, nonostante e forse anche in virtù di tutte i dolori e le difficoltà di cui è costellata.

Un paesaggio sonoro prezioso, in cui il pianoforte di Watson è protagonista, ma sono straordinari anche i contributi delle chitarre (a volte in acustica e in solitaria), delle percussioni e dei sintetizzatori, che incredibilmente riescono a non essere fuori contesto in un’atmosfera musicale così rarefatta.

Per me uno dei più bei concerti cui abbia assistito negli ultimi anni.

Voto: 4,5/5

giovedì 30 luglio 2026

After life = Qual è il tuo ricordo più bello?

Proseguendo il recupero - in ordine sparso - della filmografia di Hirokazu Kore’Eda in sala, approdo al suo secondo film, After life (conosciuto anche come Wonderful life), uscito nel 1998.

Il film è ambientato in un grande edificio, che potrebbe essere stato una scuola o un ministero, ma che appare in decadenza. Ogni mattina in questo edificio inizia il lavoro di alcuni “impiegati” che hanno il compito di accogliere i defunti per aiutarli nel loro passaggio nell’aldilà. Questo passaggio si realizza quando ciascuno di loro è in grado di rispondere alla domanda su quale sia il ricordo della loro esistenza che vogliono portare con sé. Una volta individuato il ricordo, questo viene messo in scena in una specie di cortometraggio dopo la visione del quale il defunto esce dal limbo.

Leggo solo dopo aver visto il film ch’esso nasce da un interessante esperimento a metà strada tra la fiction e il documentario: in pratica il regista aveva intervistato oltre duecento persone ponendogli la domanda che diventa poi il centro del film. Proprio da queste interviste è emersa quindi l’idea di svilupparci attorno un racconto, ma diversi tra i protagonisti del film interpretano sé stessi e quello che vediamo sullo schermo sono spezzoni delle interviste di tipo documentaristico cui hanno partecipato.

Per quanto mi riguarda, conoscendo ormai una fetta molto ampia della filmografia di Kore’Eda, ritengo che con questo film siamo ancora dalle parti di Maborosi. Pur apprezzando molto l’idea di fondo, e riconoscendo le radici di alcuni elementi che diventeranno tipici della poetica del regista giapponese, mi pare che questo film in parte abbia perso col tempo un po’ di smalto, in parte manchi un po’ di quell’empatia che caratterizza molti film di Kore’Eda, forse anche a causa di una struttura narrativa un po’ ripetitiva.

Su alcuni passaggi non posso dire che non mi si sia riempito il cuore di tenerezza, ma nel complesso il film mi ha conquistato meno di altri del maestro giapponese.

Voto: 3/5


martedì 28 luglio 2026

The Odissey = L’Odissea

Come sempre accade per i filmoni molto attesi, si arriva a vedere il film che è già stato detto tutto e il contrario di tutto: ogni interpretazione, sfumatura, lettura è già stata proposta, e – com’è tipico dell’epoca dei social – il mondo si è diviso in due, entusiasti che gridano al capolavoro da una parte e detrattori che gridano allo scandalo dall’altra.

La mia esperienza con il nuovo film di Christopher Nolan è iniziata con un episodio non proprio piacevole, dovuto alla mia sbadataggine: mi presento con il mio biglietto elettronico al cinema 4 Fontane (uno dei pochi in Italia che permette la visione in 70 mm) alle 15 di una domenica pomeriggio e scopro in quel momento che ho sbagliato il giorno (ho fatto il biglietto per il lunedì, giorno in cui non potrò andare). Ovviamente tutti gli spettacoli in questo cinema sono sold out, e ormai io mi sono mentalizzata sul dedicare tre ore a Nolan, così appena trovo posto in uno spettacolo in VOS (tra l’altro lo trovo in zona casa) compro un altro biglietto.

Ed eccomi così al Lux (non esattamente il mio cinema preferito, ma tant’è), pronta per questa nuova esperienza con Nolan, che ovviamente sarà disturbata da vicini americani molto rumorosi e chiacchieroni.

Ma parliamo del film: devo innanzitutto dire che vedendo il film di Nolan non ho potuto fare a meno di tornare con la mente ad un altro recente adattamento (non di tutta l’Odissea ma di una sua parte significativa), quello di Uberto Pasolini, Il ritorno, con Ralph Fiennes nel ruolo di Ulisse e Juliette Binoche in quello di Penelope, che non mi pare abbia avuto grande successo in sala. Con gli adattamenti di questi classiconi ambientati in un passato così remoto il rischio dell’effetto giocattolone indigeribile è altissimo. E devo dire che a tratti nemmeno l’Odissea di Nolan riesce a sfuggirvi.

Però Nolan è un secchione e fa le cose in grande e con grandissima meticolosità, e questo ovviamente aiuta molto nel risultato finale. Il risultato dunque è godibile e secondo me (che non sono una grecista né un'esperta dell'Odissea) rispettoso dell'opera, seppure non fedele alla stessa, gli attori sono tutti ben compresi nel loro ruolo (mi è risultata stonata solo Charlize Theron nei panni di Calipso), e la lettura che Nolan dà dell’Odissea – pare tra l’altro suffragata da molte fonti e sostenuta da molti studiosi – riesce a conferire al racconto un significato che va al di là di un interesse puramente storico e letterario: un mondo globalizzato e retto dalla legge di Zeus, che è fondamentalmente una legge dell’ospitalità, che collassa nel baratro della guerra e dell’involuzione, la memoria del passato affidata alle storie raccontate oralmente, la figura dell’eroe che si rivela un personaggio tormentato dal senso di colpa e perseguitato dai suoi fantasmi.

Il meccanismo funziona perfettamente, nelle immagini, nella musica, nella costruzione narrativa. Però – e questo per me è il limite maggiore del film – qui ancora di più che in altri suoi film, l’operazione appare prevalentemente cerebrale e intellettualistica, ma manca di emozione. Nessuno dei personaggi riesce davvero a conquistare il cuore dello spettatore perché tutti sono funzionali alla grande costruzione del regista.

Così, negli occhi restano le immagini, ma non arriva la forza dei sentimenti, e questo per me resta un limite.

Ma alla fine il cinema di Nolan è così, e bisogna prenderne atto.

Voto: 3,5/5


domenica 26 luglio 2026

Still walking – Camminando in un giorno d’estate

Per chi ha amato Viaggio a Tokyo e in generale la filmografia del grande maestro giapponese Yasujiro Ozu questo è il film di Hirokazu Kore’Eda che forse più di tutti gli altri sembra ispirarsi esplicitamente a quella cinematografia e a quel modo di narrare.

Anche in questo caso parliamo di dinamiche familiari e di rapporti genitori-figli e l’occasione è un viaggio, in direzione opposta, da Tokyo a un paesino dove, in una casa tradizionale giapponese, vivono i genitori ormai anziani di Ryota Yokohama. La famiglia è stata segnata 10 anni prima dalla morte del figlio maggiore Junpei, che ha perso la vita salvando un ragazzino dall’annegamento, e tutti gli anni la famiglia al completo si riunisce per l’anniversario della morte.

In questa casa convergono dunque Ryota con la moglie, vedova, che ha già un figlio del primo marito, Atsushi, e la sorella Chinami con il marito e i due figli. Arriverà a un certo punto il ragazzino, ormai adulto, che Junpei aveva salvato, invitato dai genitori ogni anno per questo anniversario.

Chiunque – indipendentemente dal contesto geografico e culturale dal quale proviene – potrà riconoscersi nelle dinamiche sottili, ma al contempo evidenti, che man mano Kore’Eda fa emergere. Per la famiglia Yokohama tali dinamiche sono ovviamente aggravate e rese se vogliamo più evidenti dalla tragedia che hanno vissuto: il primogenito morto, pur assente, è una presenza costante nei discorsi di tutti, in particolare dei genitori, che non hanno mai fatto pace con questa perdita ed inevitabilmente hanno idealizzato questa figura a scapito degli altri figli.

Se Chinami, in quanto figlia femmina e non direttamente in competizione con Junpei viene in parte risparmiata, Ryota deve fare continuamente i conti con questo confronto, e la sua vita – fatta di scelte, di compromessi e di difficoltà come quella di tutti – è sotto il costante giudizio dei genitori e viene vissuta da Ryota in parte come un fallimento rispetto alle loro aspettative, ovviamente irraggiungibili.

Ma non è solo il lutto che pesa sulle vite di tutti a caratterizzare le relazioni tra i membri della famiglia e le figure aggiunte (mariti, mogli, figli): c’è soprattutto una difficoltà quasi insuperabile, che è inevitabile in ogni famiglia, a trovare equilibri nuovi quando i figli escono dal nucleo familiare e si costruiscono la propria vita.

L’affezione rassicurante dei genitori per quello che i figli erano quando li conoscevano meglio (o almeno così ritenevano) fa fatica ad aprirsi a un rapporto adulto, tra persone che in qualche modo sono uscite dai binari che erano stati scavati per loro, e la difficoltà è in primis dei genitori (per i quali significa perdere un ruolo di guida), ma è anche dei figli che tendono a non voler mai smontare l’immaginario, costrittivo ma anche rassicurante, dei genitori, e che inevitabilmente – come tutti noi sperimentiamo ogni giorno – si insinua anche nella vita adulta nella ripetizione di alcuni gesti e, giocoforza, di alcuni modi di essere.

Quel mix inscindibile che nelle riunioni familiari è fatto di affetto, ma anche di tensione e di sotterranea violenza reciproca, e che invade anche i rapporti con il mondo circostante, è qualcosa che tutti noi abbiamo vissuto e riconosciamo, se siamo sufficientemente sinceri con noi stessi. D’altra parte, lo sguardo di Kore’Eda non è giudicante, ma trova nella compassione reciproca, e forse soprattutto dei figli nei confronti dei genitori, la chiave se non di una soluzione, quanto meno di una necessaria comprensione.

La famiglia – si sa – è al cuore del cinema di Kore’Eda, come lo era del cinema di Ozu, e certamente la cultura giapponese, fatta tantissimo di apparenza, di maniera e inevitabilmente di ipocrisia anche rispetto ai rapporti che potrebbero/dovrebbero essere più intimi, esaspera le dinamiche un po’ patologiche e un po’ normali prima descritte. Ma chi può dire di riuscire a essere pienamente sé stesso e di essere completamente a proprio agio, una volta adulto, con la sua famiglia di origine?

Kore’Eda continuerà a indagare i legami di sangue, e non solo di sangue, per tutta la filmografia successiva, senza forse riuscire mai a dare una risposta, ma sicuramente gettando luce in maniera sopraffina su sentimenti complessi e ambigui, con una precisione e una delicatezza davvero straordinari.

Voto: 4/5


giovedì 23 luglio 2026

Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea / Daniel Mendelsohn

Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea / Daniel Mendelsohn; trad. di Norman Gobetti. Torino: Einaudi, 2018.

Il libro di Mendelsohn è uno di quelli che non so bene come sono entrati nella mia lista di letture e che affronto – come sempre faccio con i libri – a testa bassa, ma che poi si rivelano molto più faticosi di quanto pensassi, magari perché è un periodo in cui leggo poco o perché i libri che leggo non riescono a conquistarmi totalmente.

Così è successo che la mia lettura di Un’Odissea è diventata un’odissea a sua volta; il libro è venuto con me in diversi viaggi, mi ha guardato mille volte dal comodino, e diverse volte ho pensato di abbandonare l’impresa. Ma alla fine Itaca è arrivata e sono stata molto contenta di aver completato la lettura di questo “non romanzo”, ma nemmeno saggio, una specie di racconto autobiografico, mescolato alla rilettura e interpretazione dell’Odissea. E in un momento in cui tutti parlano di Odissea in conseguenza dell’uscita del film di Nolan, non mi dispiace parlare per il momento di quest’altra odissea.

In questo libro Mendelsohn racconta il rapporto tra lui e suo padre, Jay, soffermandosi su due momenti che lo hanno caratterizzato negli ultimi anni di vita di quest’ultimo: ossia la partecipazione di Jay al seminario sull’Odissea tenuto da Daniel nell’università dove insegna, e la crociera sulle tracce dell’Odissea che hanno fatto insieme l’estate successiva.

La storia di questo rapporto e il tentativo di Daniel di gettare luce su aspetti della vita del padre che non conosce si intrecciano con la lettura dell’Odissea e l’interpretazione del personaggio di Odisseo, in particolare attraverso la relazione con suo figlio Telemaco.

Devo dire che dell’Odissea ricordavo l’essenza della storia, e grazie alla visione qualche tempo fa del film Il ritorno di Uberto Pasolini avevo una idea più chiara e dettagliata della parte del libro in cui si parla dell’arrivo di Odisseo a Itaca e delle vicende che porteranno al massacro dei Proci e al ricongiungimento con moglie, figlio e padre.

È stato dunque per me interessante ripercorrere l’intero poema omerico attraverso i capitoli del libro di Mendelsohn, e insieme allo scrittore andare alla scoperta non solo del senso profondo dell’Odissea, ma anche della identità più vera del padre Jay.

Sicuramente sono stata maggiormente catturata dall’ultima parte del libro, quella nella quale il rapporto tra Daniel e Jay viene più allo scoperto, e dunque entrambi i protagonisti si espongono maggiormente nei loro sentimenti e nella loro umanità. Alcune pagine e passaggi li ho trovati davvero illuminanti e memorabili – per esempio lì dove si parla del mestiere di insegnante e dell’incertezza che porta con sé rispetto all’impatto che può avere –, altre pagine invece le ho trovate più faticose e meno significative, in alcuni casi un po’ ridondanti.

Nel complesso una lettura di cui sicuramente mi porterò dietro qualcosa, ma - proprio come accade con gli insegnanti – non so ancora bene cosa. Solo il tempo potrà dirlo.

Voto: 3,5/5

martedì 21 luglio 2026

Cannes a Roma: Sheep in the box, Gentle monster, Coward, Histoires de la nuit

Sheep in the box

Con il suo ultimo film presentato a Cannes, Hirokazu Kore'Eda fa un ulteriore passo avanti nella sua indagine sul concetto di famiglia e sui legami “di sangue”. E lo fa spostando lo sguardo su un futuro non troppo lontano, che agli occhi del regista giapponese è favola e distopia al tempo stesso.

In questo futuro, un drone consegna dei pacchi a casa di Otone (Haruka Ayase) e Kensuke (Daigo), una coppia di genitori che da non molto ha perso il figlio di 7 anni, Kakeru, in un incidente la cui dinamica rimane piuttosto oscura.

Tra questi pacchi c'è un invito della società Rebirth a partecipare a una presentazione dei loro prodotti. La società è specializzata nella realizzazione di umanoidi la cui apparenza può essere resa identica a quella della persona morta, ma che in quanto macchine non possono avere contatti con l’acqua, non mangiano e necessitano di essere ricaricati.

Inizialmente i due genitori sono scettici rispetto a questa possibilità, ma dopo essere andati alla presentazione decidono di ricevere a casa il loro Kakeru (Rimu Kuwaki).

La relazione con l’umanoide produrrà conseguenze in parte prevedibili, in parte inattese, costringendo Otone e Kensuke, e di conseguenza lo spettatore, a una riflessione cui forse non siamo ancora preparati e per la quale non abbiamo ancora nemmeno il linguaggio. Una macchina che assomiglia a noi, ma che è fatta di circuiti e software, ha qualcosa di paragonabile ai sentimenti? Che relazione ha con gli altri umanoidi come lui? Ha un pensiero autonomo che prescinde dall’essere umano?

Kore’Eda ci proietta in un mondo che ci attende dietro l’angolo e di fronte al quale il film oscilla tra un approccio divertito, inquieto e fiducioso, veicolando in questa alternanza tutta l’incertezza che questa situazione ancora inedita trasmette.

Di fronte a temi che gli sono molto cari – il lutto, la famiglia, i bambini, i legami tra i reietti – ma in un contesto in cui il tecnologico prevarica sull’umano, Kore’Eda appare un po’ spiazzato, e anziché procedere per sottrazione come di solito fa nei suoi film, aggiunge elementi, spesso senza nemmeno spiegarli, appesantendo la narrazione. E alla fine, dopo aver oscillato anche nei toni della narrazione, tra gli estremi della commedia e dell’horror, si rifugia in una fumosa metafora che mette in relazione l’architettura e il ritorno alla natura.

Uno spunto interessante per un film non del tutto riuscito, in cui anche gli attori – persino i bambini, umanoidi e non – appaiono un po’ fuori fuoco, e non pienamente interni alla narrazione.

Voto: 3/5



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Gentle Monster

Di Marie Kreutzer ho visto solo Il corsetto dell’imperatrice con Vicky Krieps, film in costume ma con un afflato moderno; quando dunque ho comprato il biglietto per il nuovo film, Gentle Monster, non sapevo bene cosa aspettarmi. Solo dopo aver visto il film, documentandomi su di esso, capisco che dietro la sua realizzazione c’è una vicenda che immagino sia stata dolorosa e scioccante per la stessa regista, ossia lo scandalo relativo alla pornografia minorile che ha coinvolto l’attore Florian Teichtmeister, diretto proprio da Marie Kreutzer nel suo film precedente.

Proprio un caso di pedofilia e di scambio di materiale pedopornografico è al centro di Gentle Monster: Lucy (una sempre brava Léa Seydoux) si è appena trasferita insieme al marito Philip (Laurence Rupp) e al figlio di 7 anni da Monaco a una grande casa in campagna. In questa nuova sistemazione la coppia cerca di trovare nuovi equilibri, facendo i conti con il lavoro di pianista di Lucy e i tentativi di Philip di riprendere il lavoro di cineasta dopo quello che sembra un burnout. Questo avvio di una nuova routine viene bruscamente interrotto quando la polizia, capeggiata dall’investigatrice Elsa Kühn (Jella Haase), fa irruzione in casa sequestrando tutti i computer e arrestando Philip. Si capirà presto che Philip è accusato di scambio di materiale pedopornografico, e la polizia sta cercando di capire se ne ha anche prodotto e se in qualche modo è stato coinvolto il figlio.

Il mondo di Lucy va in frantumi, tra sentimenti contrapposti e contraddittori, che vanno dalla paura per il figlio e la necessità di allontanarsi da un possibile mostro ai tentativi di trovare delle spiegazioni meno dolorose a quanto emerso. In parallelo entriamo anche nella vita dell’investigatrice Elsa che, oltre a occuparsi di un lavoro delicato, ha una situazione familiare non semplice, con un padre con demenza.

Pur trattando il film di un tema interessante e perseguendo anche il lodevole intento di approfondire lo stato d’animo in particolare delle figure femminili in situazioni emotive difficili, la narrazione di Gentle Monster appare nel complesso un po’ sfilacciata, e da spettatori si fa fatica a trovare un senso nell’incastro dei diversi fili della narrazione. Il film è salvato secondo me dall’intensa interpretazione di Léa Seydoux, che però non può da sola sobbarcarsi il compito di rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle.

Voto: 3/5



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Coward

Lukas Dhont è un regista che seguo dal suo potente esordio cinematografico, Girl, e che ho amato anche con il suo secondo film, Close. Non potevo dunque perdere il suo ultimo lavoro con il quale, pur nella fedeltà a una narrazione intima e molto incentrata sui personaggi, gli orizzonti si ampliano.

In questo caso infatti Dhont esce dalla contemporaneità per guardare al passato, in particolare alla prima guerra mondiale e all’inferno della trincea. Siamo tra le fila dell’esercito belga, per il quale come in molte altre nazioni, sono stati mobilitati tantissimi giovani. Tra questi c’è Pierre (Emmanuel Macchia), un giovane di poche parole, proveniente da una famiglia contadina, e Francis (Valentin Campagne), erede di una famiglia di sarti, il quale insieme ad altri soldati riformati si occupa dell’intrattenimento (spesso en travesti) per le truppe, al fine di mantenere alto il morale.

Intorno a loro molti altri giovani che, di fronte all’orrore della guerra, alla carneficina, ai corpi martoriati, reagiscono ognuno a suo modo, cercando un senso e delle motivazioni per andare avanti e difendere la patria dall’aggressione.

In questo contesto, tra Pierre e Francis nasce un sentimento d’amore che li conduce non solo alla scoperta reciproca ma anche alla scoperta di sé stessi e a interrogarsi sul proprio futuro.

Tra spettacoli di burlesque e azioni di guerra, tra corpi danzanti e corpi maciullati, tra canzoni d’amore e canzoni patriottiche, a Pierre la guerra appare brutale e insensata, mentre Francis ha trovato una specie di spazio di libertà per potersi esprimere ed essere sé stesso, condizione cui sa che dovrà rinunciare appena la guerra sarà finita per percorrere la strada prevista per lui.

Su questo le loro strade si separeranno per poi rincrociarsi quando la guerra sarà finita.

Mi sono fatta l’idea che la chiave di lettura del film sia nel titolo: chi è il codardo a cui si riferisce? Pierre che decide di disertare e di cercare una strada per vivere la propria omosessualità al di fuori della bolla temporale nella quale l’ha sperimentata, oppure Francis che crede nel suo ruolo a supporto delle truppe e non vuole abbandonarlo, anche perché una volta fuori non se la sente di andare controcorrente?

Senza rinunciare alla sua regia pulita, alla fotografia luminosa delle scene, all’eleganza dei corpi e della narrazione, Dhont salta dall’età dell’infanzia e dell’adolescenza a quella adulta, ma in fondo Pierre e Francis non sono altro che Leo e Remi ormai cresciuti, in un’epoca in cui – anche quando lo sguardo su sé stessi è riconciliato – è il mondo esterno a non essere pronto, incentrato com’è sull’immagine del maschio come soldato pronto ad affrontare qualunque cosa, rispetto alla quale la devianza è accettata solo perché funzionale e al servizio di questa mascolinità.

C’è dunque in questo film di Dhont un piano personale che si interseca con uno storico e sociale, e che conferisce al tema dell’identità nuovi significati e sfumature e apre un nuovo spazio di indagine del maschile.

Voto: 3,5/5



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Histoires de la nuit = Birthday party

Quando ho preso il biglietto di questo film, mi aveva incuriosita la trama ma il nome della regista Léa Mysius non mi diceva assolutamente nulla. Scopro invece a posteriori che la Mysius, prima ancora che regista, è una sceneggiatrice di fama che ha lavorato con grandi registi come Desplechin, Audiard, Téchiné.

Con questa sua regia la Mysius decide di adattare il romanzo omonimo (in italiano La festa di compleanno) di Laurent Mauvignier e si affida a un importante cast in cui ci sono Monica Bellucci, Hafsia Herzi, Benoît Magimel e Bastien Bouillon.

In un piccolo borgo isolato in campagna vivono Nora, Thomas e la loro figlioletta Ida: Nora lavora in città, Ida va tutti i giorni a scuola con l’autobus, Thomas invece si occupa dell’azienda agricola e alleva mucche. Vicino a loro abita Cristina, una donna benestante che dipinge quadri, e che ha con la famiglia dei vicini, soprattutto con Ida e Thomas un ottimo rapporto.

Nel giorno del compleanno di Nora, quando la donna non è ancora arrivata a casa dove il marito le ha organizzato una festa a sorpresa, tre uomini si presentano nel borghetto e sequestrano prima Cristina e poi anche Thomas e la piccola Ida. Nel frattempo arriva anche Nora, e poco dopo due sue colleghe di lavoro.

Tutti vengono tenuti in ostaggio da questi uomini, e Pierre, il loro capo, a poco a poco rivela a tutti che Nora in realtà si chiama Leila e il suo passato non è come tutti pensano che sia. La tensione andrà crescendo così come anche la violenza che porterà con sé durante questa notte infinita.

Histoires de la nuit è un thriller psicologico che non disdegna elementi splatter e che si lascia guardare, ma che personalmente non mi ha detto granché.

Sarà che non è proprio il genere di film che amo vedere, ma devo dire che non sono riuscita mai ad appassionarmi alla storia e me ne è anche dispiaciuto visto il cast di ottimi attori e una regia di tutto rispetto.

Voto: 2,5/5


sabato 18 luglio 2026

Estranea / Yael Van Der Wouden

Estranea / Yael Van Der Wouden; trad. di Roberta Scarabelli. Milano: Garzanti, 2025.

Mi sono buttata a capofitto nella lettura di questo romanzo dopo averlo visto nella lista dei libri candidati al Premio Strega europeo e averlo comprato al volo in una libreria.

Siamo nel 1961 nei Paesi Bassi quando le ferite della seconda guerra mondiale non si sono ancora rimarginate in questa parte dell'Europa.

La storia è quella di Isabel, una donna che vive da sola in una grande casa di famiglia nella campagna neederlandese. Isabel è legata in maniera quasi viscerale a questa casa e agli oggetti che contiene e che cura in modo maniacale.

Isabel ha due fratelli, Hendrik, che ha un compagno, e Louis, che periodicamente si presenta con una nuova fidanzata.

Questa volta è il turno di Eva, con capelli tinti di giallo e un rossetto troppo appariscente, che Isabel sembra mal tollerare fin dalla prima volta e che osteggia sempre di più quando Louis la lascia in casa con lei durante un viaggio di lavoro.

Per Isabel, che non si è mai concessa di desiderare alcunché se non la casa nella quale abita, sarà l'occasione per ribaltare tutte le sue opinioni su sé stessa, sulla propria famiglia e sulla storia della casa stessa.

Ultimamente mi capita spesso di incrociare il cammino con storie che sono incentrate su una casa, la sua storia e il rapporto con le persone che nel tempo ci hanno abitato. Non so se è un caso o si tratta di un momento storico che è particolarmente attento a questo tema, ma la cosa di certo non mi dispiace.

Il libro della Van Der Wouden è decisamente appassionante e trascina il lettore nelle sue pagine in maniera quasi impetuosa, nonché misteriosa. Proprio per questa doppia caratteristica il romanzo mi ha ricordato lo stile della migliore Sarah Waters, quella di Ladra e di Carezze di velluto (devo dire che c'è persino qualche elemento di somiglianza con la storia de Gli ospiti paganti), ma è indubbio che l'intento della scrittrice in questo caso punta ancora più in alto.

Il romanzo mi è piaciuto molto, e certamente seguirò il percorso di questa scrittrice. Se posso muovere un appunto, credo sia a una struttura narrativa che si percepisce molto scritta a tavolino, del tipo di quelle che a me fanno tanto scuola di scrittura creativa (e solo a posteriori in realtà ho scoperto che l'autrice insegna scrittura creativa, quindi forse ci ho preso). Alcune svolte nella narrazioni le ho trovate fin troppo telefonate o a volte invece troppo improvvise.

Tutto ciò detto la storia è forte e la scrittura pure. Quindi lunga vita a Yael Van Der Wouden.

Voto: 3,5/5

giovedì 16 luglio 2026

L'italiano / Shukri al-Mabkhout

L'italiano / Shukri al-Mabkhout; trad. dall'arabo di Barbara Teresi. Roma: Edizioni e/o, 2017.

Nella mia esplorazione della letteratura proveniente da paesi al di fuori del mondo occidentale, arrivo non so bene come a questo romanzo di Shukri al-Mabkhout, L’italiano, che nel 2015 ha vinto l’International prize for arabic fiction.

L’autore, che è un noto accademico tunisino, racconta la storia di Abdel Nasser, detto l’Italiano per la sua bellezza, e attraverso di lui getta luce su un periodo della storia della Tunisia, quello della transizione dal regime di Habib Bourghiba a quello di Ben Ali, suo ministro dell’interno, autore di un colpo di stato senza conflitto nel 1987.

La Tunisia di quegli anni è incarnata dal protagonista, Abdel Nasser, giovane di buona famiglia, leader dei movimenti studenteschi di sinistra che finisce per fare il giornalista in un giornale filogovernativo, e da Zeina, giovane donna proveniente dalla provincia rurale che aspira alla carriera accademica, ma vedrà i suoi sogni infrangersi contro un ambiente profondamente maschilista.

Il romanzo inizia dalla fine: al funerale del padre, l’Italiano - che ha divorziato da Zeina e che vive ormai una vita da bohémien – aggredisce l’imam che sta officiando il rito e non si capisce perché. Da qui inizia un lungo flashback che ricostruisce la sua storia: le sue attività di leader del movimento studentesco, l’incontro con Zeina, la difficile storia con lei, il lavoro al giornale, i tradimenti, la separazione, fino ad arrivare alla rivelazione che Abdel fa al suo amico, che è anche il narratore della storia, in cui rivela il perché dell’ostilità nei confronti dell’imam.

Nel frattempo il clima in Tunisia è cambiato profondamente e le speranze della gioventù tunisina di un futuro democratico deflagrano contro il colpo di stato soft di Ben Ali, che apre la strada a una presenza islamica più importante all’interno della società e soprattutto della politica del paese.

Ben Ali è stato poi presidente della Repubblica tunisina fino al 2010, quando la rivoluzione dei gelsomini e il più ampio movimento delle primavere arabe ha determinato la caduta del suo regime, e attraverso un processo complesso e faticoso ha portato alle prime elezioni realmente democratiche del paese, sebbene molte delle speranze siano state disilluse.

In un certo senso, al-Mabkhout – di fronte alla storia più recente del suo paese – decide di guardare indietro nel tempo alla gioventù che nella Tunisia post-coloniale, che sembrava muoversi verso un futuro socialista, videro infrangersi tutti i loro sogni nella palude di un regime non brutale, ma certamente controllante.

Una lettura che per me non è stata appassionante – come mi è accaduto con altri libri letti di recente – ma che ha suscitato in me molte curiosità, come sempre determinate dalla scarsa conoscenza che personalmente ho della storia di questi paesi, che pure ci sono così vicini.

Diciamo che il tipo di scrittura non mi è risultata del tutto congeniale, e il mio interesse è stato altalenante, ma non ho mai avuto il desiderio di abbandonare la lettura. E alla conclusione mi è rimasto il desiderio di saperne di più di Abdel e Zeina e di conoscere gli sviluppi della loro storia, cosa che potrebbe non essere impossibile visto che l’autore ha dichiarato di voler scrivere un seguito della storia.

Certo, ormai sono passati dieci anni, e quindi forse il progetto è stato abbandonato, ma chissà!

Voto: 3/5

martedì 14 luglio 2026

Marco Castello. Auditorium Parco della Musica, 23 giugno 2026

Ho conosciuto Marco Castello grazie ai Kings of Convenience, il duo norvegese formato da Eirik Glambek Bøe ed Erlend Øye. Quest’ultimo si è trasferito da ormai quindici anni a Siracusa, dove si è inserito e ha conosciuto la scena musicale locale. Ebbene nel 2022 quando i Kings of Convenience hanno fatto un concerto estivo a Villa Ada si sono portati dietro Marco Castello e la sua band, che allora erano per me – e forse per molti – piuttosto sconosciuti. L’approccio orchestrale di Castello e la sua tromba jazz mi avevano conquistata, tanto che dopo quell’occasione avevo comprato i suoi primi dischi.

Non che poi lo abbia seguito stabilmente ma mi è rimasta l’idea di un musicista di grande qualità soprattutto nella esecuzione del vivo, cosa confermata in occasione del concerto al Monk del solo Erlend Øye con la Comitiva, formata da Marco Castello, Stefano Ortisi e Luigi Orofino.

Tutte queste premesse per dire che quando ho visto che Marco Castello era nel programma della Cavea dell’Auditorium, pur non amando molto la location, ho deciso di comprare il biglietto, e questa volta ho preferito prendere il parterre non per motivi economici, ma per capire se ascoltati e visti da lì i concerti della Cavea sono meglio che dalla gradinata.

Arrivo al concerto un po’ all’ultimo, dopo il lavoro, e mi ritrovo in mezzo a una quantità crescente di pubblico formato per il 90% di giovani, ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni. Era un sacco che non mi capitava di essere a un evento in cui la maggioranza delle persone è così giovane, il che per certi versi mi rincuora perché vuol dire che semplicemente ai giovani – com’è forse normale che sia – non piacciono di solito le stesse cose che piacciono a me e non vanno agli stessi eventi. Qui però convergiamo e, quando Marco Castello sale sul palco con la sua numerosa band (direi 7 persone oltre a lui, tra tastiere, batteria, basso, percussioni e strumenti a fiato), mi rendo conto di quanto questo cantautore e musicista sia amato dai giovani.

Castello imposta la sua scaletta dando soprattutto centralità al suo ultimo album, Quaglia sovversiva, che lui stesso ci presenta come la colonna sonora di un film (che non esiste), ma che racconta la storia di un luogo in un mondo post-apocalittico in cui un gruppo di ribelli tenta di contrastare l’appropriazione degli spazi.

Nel corso del concerto ci canterà tutte le canzoni del nuovo album, ma di tanto in tanto ci proporrà anche suoi vecchi pezzi, come Beddu, e alcune cover di canzoni brasiliane; in questo percorso, Castello canta e alterna – anche all’interno degli stessi pezzi – chitarra e tromba.

Intorno a me tutti cantano a squarciagola, e sono impressionata dalla quantità di ragazzi che conosce tutte le sue canzoni, anche quelle più recenti, parola per parola. Io riconosco qualche canzone che ho ascoltato di tanto in tanto, ma per il resto mi lascio trascinare dall’atmosfera, in cui – a dire la verità – mi sento un po’ vecchia e fuori posto, però alla fine ballo anche io insieme a loro al ritmo, a volte scatenato, a volte morbido, della musica di Castello.

I commenti di alcuni ragazzi all’uscita sono quasi commoventi (“è stata un’esperienza mistica”): io li ascolto con quel distacco che la vecchiaia inevitabilmente produce, ma sono contenta perché in questo parterre sotto il palco di Castello ho visto giovani non dissimili da come ero io alla loro età, ragazzi appassionati, giocosi, ma anche rispettosi, e ho pensato che tutto sommato c’è speranza in questo mondo, se ancora così tanti ragazzi possono amare una musica come quella di Castello che è musica di qualità e veicola anche messaggi positivi.

Voto: 3,5/5

domenica 12 luglio 2026

La casa della moschea / Kader Abdolah

La casa della moschea / Kader Abdolah; trad. e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo. Milano: Iperborea, 2008.

Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.

Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.

La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.

Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.

Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.

Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.

E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.

E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.

È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.

Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.

Voto: 4/5

venerdì 10 luglio 2026

In giro per mostre fotografiche a Roma: Morire di classe, Matilde Damele, Hervé Gloaguen, Francesco Conversano, Irving Penn, Silvia Camporesi

In questo inizio infuocato di estate 2026 decido di affrontare il caldo per vedere un po’ di mostre fotografiche in programma in diverse location della città.

La prima, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, è curata dall’Archivio Basaglia e ospitata dal Museo Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC), che occupa alcune sale del Palazzo del Rettorato di Sapienza Università di Roma.

Si tratta di una mostra piccola ma molto interessante, che coglie l’occasione della riedizione del volume omonimo per proporre al pubblico alcune delle fotografie scattate da Cerati e Gardin nei manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma, come parte di un lavoro a carattere sociologico che rientrava nel più ampio impegno di Franco Basaglia e di Franca Ongaro Basaglia volto a riformare gli istituti psichiatrici. In mostra anche alcuni libri di questi ultimi provenienti dalle biblioteche della Sapienza.

Peccato per una segnaletica decisamente molto artigianale e poco visibile che persino a me che conosco l’università ha reso non semplice trovare la sede della mostra.

Altro luogo tradizionalmente dedicato a Roma alle mostre fotografiche è il Museo di Roma in Trastevere, dove sono andata a vedere le tre mostre attualmente in corso: Lungo le strade blu (Along the Blue Highways) di Francesco Conversano, New York di Matilde Damele e À Rome la nuit di Hervé Gloaguen.

La prima mostra è la raccolta di novanta scatti realizzati nell’ambito della realizzazione di alcuni documentari dedicati appunto alle cosiddette “strade blu” americane, che Conversano – regista prima che fotografo – ha realizzato nel tempo insieme a Nene Grignaffini. Si tratta di un viaggio attraverso dei luoghi in cui molta importanza hanno anche le persone e gli elementi iconici. Interessante.

Al secondo piano del Museo ci sono le due mostre più piccole. Innanzitutto quella di Matilde Damele, dedicata a una delle città più iconiche e più fotografate del mondo, New York, che l’artista ha raccontato in pellicola con un focus particolare sulle persone. Pur essendo foto degli anni Novanta e Duemila, l’uso della pellicola e del bianco e nero conferisce a queste foto, soprattutto ad alcune, un’atmosfera quasi senza tempo. Una sezione della mostra è dedicata alle fotografie scattate a Coney Island, luogo per definizione fuori dal tempo.

Sono fotografie affascinanti e alcune di grande impatto visivo ed emotivo.

>Allo stesso piano c’è la mostra delle foto di Roma di notte del fotografo francese Hervé Gloaguen, foto scattate nell’arco di diversi anni e che puntano non a mostrare la città e i monumenti, bensì l’atmosfera umana che si respira a Roma durante la notte, in particolare vicino alle fontane più o meno monumentali della città.

Sempre nella stessa giornata sono finalmente riuscita ad andare a vedere il nuovo Centro della Fotografia aperto in uno dei padiglioni dell’ex Mattatoio dopo la ristrutturazione ad hoc realizzata. Qui sono attualmente in corso alcune mostre, tra cui la principale è la grande antologica dedicata a Irving Penn, che comprende foto provenienti dalla Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi che ha la più grande collezione di fotografie dell’artista. Penn è famoso soprattutto per le fotografie di moda, i ritratti (di persone famose, ma anche di gente comune), gli still life, tutto realizzato sempre con grande attenzione al dettaglio, ma soprattutto con l’obiettivo, di solito perfettamente centrato, di tirare fuori l’anima da cose e persone.

Al secondo piano del Centro c’è invece la mostra C’è un tempo e un luogo di Silvia Camporesi, foto che provengono da viaggi e progetti fotografici diversi, accomunati dal tentativo della fotografa di andare oltre uno sguardo descrittivo e far emergere dalle singole fotografie o da un insieme di foto letture e significati diversi, spesso concettuali, ma comunque accessibili.

In conclusione, in questo periodo Roma offre tantissimo per gli amanti delle mostre fotografiche (ce ne sono altre in corso che ancora non ho visto), quindi c’è proprio da sbizzarrirsi.

mercoledì 8 luglio 2026

Munedaiko. Accademia Filarmonica Romana, 21 giugno 2026

Su proposta e stimolo della mia amica G. torno dopo molti anni al Giardini della Filarmonica a vedere lo spettacolo musicale dei Munedaiko, inserito nel programma del Festival che quest’anno è dedicato al tema Radici.

I Munedaiko sono un gruppo che si esibisce con i taiko, i cosiddetti “tamburi giapponesi”, una percussione tradizionale utilizzata soprattutto in contesti marziali, oppure religiosi e spirituali, in particolare in cerimonie buddiste e shintoiste.

Spesso gli spettacoli che hanno protagonisti i tamburi giapponesi prevedono la presenza di molti tamburi in scena e di molti musicisti creando un impatto sonoro importante (io non ho mai visto uno di questi spettacoli, ma così mi vengono raccontati); in questo caso invece i Munedaiko, che sono un trio, propongono una versione se vogliamo più intima, ma comunque affascinante, dell’arte del taiko.

I  Munedaiko sono tutti e tre marchigiani, della zona di Pesaro, ma con lunga esperienza nella pratica del taiko e anche in altre arti provenienti dal mondo giapponese. Il fondatore del gruppo è Mugen Yahiro, che ha anche suonato per un periodo con il gruppo Ondekoza dell’isola di Sado, coloro che hanno fanno conoscere la pratica del taiko in tutto il mondo. Accanto a lui Naomitsu Yahiro, esperto anche in arti marziali, e Tokinari Yahiro che, oltre al taiko, si esibisce anche con gli strumenti a fiato tradizionali giapponesi, shakuhachi e shinobue.

I Munedaiko durante il loro spettacolo combinano tutte queste qualità e competenze, mescolando le sonorità dei tamburi, il cui dialogo è a tratti sorprendente, con alcune coreografie marziali, con le sonorità degli strumenti a fiato e alfine persino con il canto.

Loro sono molto bravi – oltre che di un’eleganza che dai corpi e dai vestiti arriva alla performance – e lo spettacolo nel complesso risulta affascinante.

Voto: 3,5/5

lunedì 6 luglio 2026

Senza verso. Un'estate a Roma / Emanuele Trevi

Senza verso. Un'estate a Roma / Emanuele Trevi. Bari-Roma: Laterza, 2004.

Amo molto la scrittura di Emanuele Trevi e i suoi libri che raccontano storie vere con il mistero e la complessità di un romanzo. Mi era piaciuto moltissimo Due vite, storia di un’amicizia e di due personalità interessanti, Pia Pera e Rocco Carbone, e ho apprezzato anche La casa del mago, dedicato a suo padre e alla casa in cui ha vissuto e in cui si è successivamente trasferito lo stesso Emanuele.

Così decido di mettere in lettura anche questo altro libro, Senza verso. Un’estate a Roma, che avevo comprato un po’ a scatola chiusa qualche tempo fa, senza sapere esattamente di cosa parlasse.

Anche in questo caso si tratta di un racconto che arriva direttamente dalla vita vissuta e racconta di una caldissima estate romana, quella del 2003, in cui Emanuele aveva vissuto per un periodo a casa di un amico, nel quartiere Esquilino. Le passeggiate nel caldo della città, attraversando sempre le stesse strade e gli stessi luoghi, che vengono rappresentati in una piccola mappa iniziale disegnata a mano, sono l’occasione di riflessioni su sé stesso, sulla città, nonché di memorie passate, soprattutto legate all’amico Pietro Tripodo, un poeta, morto pochi anni prima, nel 1999, e che abitava in quella stessa zona. Si spiega così anche il titolo del libro, che ha un duplice significato, in quanto richiama le poesie di Tripodo, ma anche il vagabondare dello scrittore.

Personalmente non conosco Tripodo e le sue poesie – devo anche dire che non sono particolarmente interessata alla poesia – ma nel libro di Trevi ho trovato la già nota capacità dell’autore di trascinare il lettore con sé nelle strade e nei pensieri, finendo per incuriosirlo anche rispetto a cose che non conosce.

In questo caso la conquista non è stata piena, come nel caso degli altri due libri che ho citato in apertura, però sicuramente mi sono persa insieme a Trevi tra le strade dell’Esquilino, nei luoghi da lui visitati, nelle sue storie, e nella vita di questi personaggi reali e però anche mitici che lui racconta.

Una lettura da calda estate romana.

Voto: 3/5

giovedì 25 giugno 2026

Il prigioniero = El cautivo

Rispondo all’invito dell’Istituto Cervantes di Roma all’anteprima del film El cautivo (Il prigioniero) di Amenábar, in uscita nelle sale italiane, e ottengo un biglietto omaggio per la partecipazione.

Quando arrivo al cinema Quattro Fontane, dove sono presenti sia il regista sia uno degli interpreti, Alessandro Borghi, c’è un sacco di gente che ne approfitta per foto e selfie.

Prima dell’inizio del film, Andrea Occhipinti di Lucky Red dialoga con il regista e l’attore per comprenderne i retroscena e le fasi preparatorie, e devo dire che mi trovo molto d’accordo con Occhipinti nell’osservare che Amenábar ha una filmografia sempre più imprevedibile e certamente originale, visto che passa da Apri gli occhi a Mare dentro, e da The Others a Il prigioniero, mescolando film drammatici, storici, gotici e chi più ne ha più ne metta. Amenábar risponde che per lui il cinema è il modo di intraprendere un viaggio e che va nelle direzioni che gli suscitano curiosità.

Ne Il prigioniero il regista racconta i cinque anni della vita di Miguel de Cervantes (Julio Peña) che il giovane studente di lettere, poi arruolato e infine fatto prigioniero, trascorre nelle prigioni di Algeri, insieme ad altri cristiani catturati dai mori. A capo di Algeri e delle sue prigioni c’è Hasan Bajà (Alessandro Borghi), detto il Veneziano in quanto nato a Venezia e poi convertito all’Islam in Turchia, un uomo affascinante e crudele al contempo.

Durante il periodo della prigionia, Miguel attinge alla biblioteca di Padre Antonio de Sosa, ed è proprio grazie al suo amore per le lettere, alla sua fantasia e alla sua capacità di raccontare storie che Miguel riesce sia a intrattenere e compattare il gruppo dei prigionieri (ad eccezione di Blanco de Paz, esponente del Sant’Uffizio), che ad attirare l’interesse e conquistare Hasan Bajà.

Il rapporto tra i due sfocerà in una storia d’amore, che Miguel vivrà con molte contraddizioni anche perché proprio i sospetti sulla sua omosessualità lo avevano portato ad arruolarsi, e soprattutto perché dovrà decidere tra il desiderio di scrivere e raccontare storie al mondo e l’amore del Bajà.

Pur apprezzando nel suo complesso il coraggio dell’operazione condotta da Amenábar, devo dire che ho trovato il film meccanico e poco convincente. Una sensazione di finto e poco credibile, oltre che una narrazione un po’ stiracchiata e nel complesso poco coerente, hanno fatto sì che non mi appassionassi granché, sebbene io sia particolarmente sensibile al tema dell’importanza delle storie e della loro capacità di salvarci.

Dal mio punto di vista un’occasione parzialmente mancata, ma pazienza. Ci sta per un regista così multiforme e che batte sempre strade nuove senza mai restare nella sua zona di comfort, come fanno molti altri.

Voto: 2,5/5


martedì 23 giugno 2026

Dalle montagne al mare: Molise e Isole Tremiti fuori stagione

Isola di San Domino: i pagliai
Io e S. dovevamo fare questo viaggio l’ultima settimana di settembre 2025, ma una ondata di maltempo pesante e insolita per quel periodo ci aveva costretto a rinunciare. Abbiamo dunque riprogrammato il viaggio per l’inizio di maggio: peccato che intorno a Pasqua le alluvioni al sud avevano determinato il crollo di un ponte all’altezza di Petacciato e sia la linea ferroviaria che i principali collegamenti stradali con il Molise e Termoli erano stati interrotti, con tempi di ripresa incerti. E così anche in questo caso la suspence si è prolungata quasi fino all’ultimo minuto, ma per fortuna, una volta verificato che i collegamenti c’erano, abbiamo deciso di partire.

Il nostro giro ha previsto i primi 3 giorni in Molise, poi una giornata a Termoli, quindi 5 giorni alle Isole Tremiti con rientro e notte prima della partenza sempre a Termoli.

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La zona archeologica di Sepino
Il Molise


Partiamo dal noleggio dell’auto. Abbiamo dovuto anticipare di un giorno la partenza perché i giorni e gli orari di apertura degli autonoleggi di Termoli sono esemplati su quelli degli uffici pubblici, e dunque dimenticatevi di prendere una macchina a noleggio in un giorno festivo o troppo presto la mattina o troppo tardi la sera!

Ritirata la nostra Pandina, andiamo dirette verso la nostra casetta con terrazza che abbiamo prenotato a Sessano del Molise, un paesino un pochettino desolato non lontano da Isernia, uno dei due capoluoghi di quella piccolissima regione, che nella nostra Italia un po’ soffre di invisibilità.

La Fonderia Marinelli ad Agnone
La casetta è ben organizzata e molto accogliente, nonostante le scale interne non proprio agevoli.

Nei successivi giorni, durante i nostri giri molisani, alterniamo natura, archeologia e visite a paesi, e su tutti questi fronti non mancano le cose da fare e da vedere.

Dopo un fallito tentativo di visitare il sito archeologico sannitico di Pietrabbondante, inspiegabilmente chiuso, visitiamo Agnone – il centro storico e la famosa Fonderia Marinelli, che realizza le campane tra gli altri per lo Stato pontificio e dove partecipiamo a una visita guidata con un gruppo di americani. Non manca una sosta al punto vendita del Caseificio Di Nucci per acquistare il celebre caciocavallo della zona.

Cascata del Volturno
Segue passeggiata naturalistica che ci porta prima alla Cascata del Volturno, dove però la passeggiata vera e propria prevede di percorrere dei tratti nell’acqua – che noi non siamo attrezzate per fare –, e poi, non molto distante, all’azzurrissimo Lago di San Vincenzo, dove facciamo una passeggiata a piedi e poi un giro in macchina tutto intorno, lambendo l’Oasi delle Mainarde. La nostra escursione mattutina termina con la visita alla “nuova” Abbazia di San Vincenzo e con la prenotazione della visita guidata al sito archeologico della “vecchia” e della cripta di Epifanio.

Il tardo pomeriggio è dedicato a una rapida visita alla cittadina di Isernia e poi a una cena sul presto da O' Pizzaiuolo, un posto enorme e con un menu lunghissimo che inevitabilmente si rivela mediocre.

Centro storico di Campobasso
Con la medesima organizzazione, il giorno successivo andiamo in mattinata al sito archeologico di Sepino, dove approfittiamo dell’ingresso gratuito e di un’ottima organizzazione. Si tratta di una cittadina romana abbastanza ben conservata, su cui sono state poi realizzate delle costruzioni medievali. Audioguida tramite app e mappa molto ben fatte per poter usufruire della visita in piena autonomia. Pranziamo nell’area picnic e poi andiamo verso Campobasso, da cui non ci aspettiamo niente e che invece ci sorprende. Parcheggiamo nel quartiere murattiamo e poi saliamo per le stradine del centro storico fino al castello. C’è una bellissima giornata di sole che ci permette di goderci la visita e che si conclude con un ottimo gelato alle Terrazze di Miranda.

L'area abbandonata di Rocchetta Alta
Il terzo giorno andiamo a fare una piccola passeggiata (una ventina di minuti ad andare e altrettanti a tornare) per vedere la cascata del Carpinone – molto suggestiva – e lungo la via ci intratteniamo con delle simpaticissime caprette, molto affettuose.

Torniamo dunque in zona San Vincenzo per la visita guidata alla bellissima cripta di Epifanio e al sito archeologico della vecchia abbazia, davvero sorprendente per storia e stratificazioni.

Poi andiamo a fare una passeggiata alla zona abbandonata del paesino di Rocchetta Alta, superando – ahi ahi – la transenna che ne impedisce l’accesso.

Il trabucco di Termoli
È l’ora di andare verso Termoli, dove restituiamo la macchina, e facciamo un giro nel bel centro storico con la sua passeggiata sul mare e la vista che spazia sul trabocco e sulla enorme spiaggia attrezzata.

La cena la facciamo alla friggitoria di pesce Maramimmo, dove mangiamo molto bene.

La sistemazione a Termoli sarà sia all’andata che al ritorno presso il b&b Futura rooms, gestite con passione da una giovane mamma che si dà molto da fare nei limiti delle sue possibilità.

Al rientro dopo i giorni alle Tremiti, a Termoli andremo a mangiare all’Osteria dentro le mura, famosa per il brodetto termolese che però non prendiamo, ma in compenso ci godiamo calamari su crema di piselli, cavatelli con vongole e asparagi, e chitarrina con sugo di scampi, e infine mousse di ricotta alla vaniglia con riduzione di fragole. Tutto buonissimo.

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Isola di San Nicola vista da San Domino
Le isole Tremiti: San Domino e San Nicola


Con il traghetto delle ore 9 da Termoli raggiungiamo in un’oretta il porto dell’isola di San Domino, la più grande delle Tremiti e quella dove abbiamo l’alloggio. Il proprietario dell’appartamento che abbiamo prenotato, Relais al Faro, ci viene a prendere in macchina, dal momento che la salita verso il centro del paese dal porto è piuttosto impegnativa, anche senza bagagli.

Una volta sistemateci, iniziamo da subito la nostra esplorazione dell’isola che in questi 4-5 giorni ci permetterà di conoscerla in ogni suo angolo, e anche di fare un bel giro della nostra dirimpettaia San Nicola.

Per i sentieri di San Domino
Il primo giorno facciamo un giro nella zona del porto, alla cala delle Arene (l’unica vera spiaggia di sabbia dell’isola e certamente la più accessibile), quindi andiamo verso Cala Spido dove ci fermiamo per un bagno in totale solitudine. Risalendo dalla scogliera andiamo prima verso Cala Matano, resa famosa dalla canzone di Lucio Dalla (storico abitante di San Domino), Luna matana, e poi da qui facciamo un pezzo del sentiero perimetrale che va verso il colle dell’eremita.

Verso l’ora del tramonto riprenderemo il sentiero e dopo aver raggiunto il colle dell’Eremita proseguiremo verso il faro abbandonato (sempre molto affascinante) e verso la grotta del bue marino, passeggiata che ci regala scorsi di paesaggio e natura molto molto belli.

Passeggiando per l'isola di San Nicola
Il giorno seguente, visto che è nuvolosetto e porta pioggia, decidiamo di prendere al porto la navetta che in meno di 10 minuti ci porta a San Nicola, la più ricca di storia. complesso abbaziale fortificato di Santa Maria a Mare, risalente all'XI secolo. Dal porto risaliamo, attraverso il portale, lungo il percorso delimitato dalla cinta muraria verso il convento-castello fortificato e la chiesa di Santa Maria a Mare ricostruita dai benedettini di Montecassino nel 1045 quale rifacimento di una chiesa preesistente.

In tutta questa zona ci sono moltissimi lavori manutentivi e conservativi in corso, e molti spazi dell’abbazia non sono visitabili, però la passeggiata tra i chiostri e i percorsi interni ed esterni è molto bella e, una volta usciti dalla fortezza dall’altra parte, e attraverso la cosiddetta “tagliata” (la strada che passa nel punto in cui l’isola si restringe), ci incamminiamo sul bel sentiero nella macchia mediterranea che ci porterà fino al monumento libico e al cimitero.

Nelle strade del paesino di San Nicola
Nel frattempo siamo andate alla ricerca delle rinomate treccine tremitesi di cui ci ha parlato un’amica, e di cui a San Domino nessuno sa niente, perché questi biscotti con i semi di finocchietto selvatico li fa e li vende solo il Bar Nazionale nella piazza centrale di San Nicola. Qui compriamo anche un po’ di souvenir in un negozio di ceramiche.

La nostra visita a San Nicola, a differenza che la nostra permanenza a San Domino, non è affatto solitaria: incrociamo infatti diverse scolaresche in gita e ovviamente, in un’isola così piccola, non c’è modo di non incontrarli. Ce li ritroveremo anche sulla barca che fa navetta tra San Nicola e San Domino e su cui all’andata eravamo completamente da sole.

La grotta delle viole a San Domino
Al rientro sull’isola principale, visto che nel frattempo è uscito il sole, decidiamo di fare un altro giretto esplorativo e andiamo verso la baia degli inglesi, che è la cala a disposizione degli ospiti del villaggio del Touring Club, che comunque al momento è chiuso. Noi ci arriviamo passando per Cala Tramontana e ci fermiamo per il bagno, prima di rientrare a casa.

Dopo un ottimo aperitivo al bar della piazza EraOra, che è del proprietario del nostro appartamento, andiamo a cena al ristorante La Fenice (aperto tutto l’anno), che fa un’eccellente cucina di pesce e dove infatti torneremo anche una seconda sera. A questo giro prendiamo insalata di polpo e tartare di gambero, spiedini di calamari e polpo alla griglia su letto di patate e finiamo con un cannolo scomposto. Tutto buonissimo.

La costa nord di San Domino
Il giorno successivo esploriamo la costa che va dallo scoglio dell’elefante fino alla grotta delle viole (quest’ultima bellissima), fino ad arrivare alla cala di Zio Cesare, una stretta insenatura, molto bella anche questa, con le pietre lisce dove ci fermiamo a leggere e facciamo uno spuntino.

Riprendiamo poi il sentiero perimetrale arrivando fino a Punta Secca (dove c’è una discarica!), quindi andiamo alla grotta delle rondinelle, bellissima ma il cui accesso è piuttosto impervio. Finiamo alla cala dei Benedettini con un bel bagno.

L’ultimo giorno intero che trascorriamo sulle isole ce la prendiamo comoda. Andiamo verso la grotta di Cala Tonda e vorremmo arrivare lungo la scogliera a Cala Tamariello, ma i gabbiani schierati a protezione delle uova ci impediscono il passaggio. Così torniamo indietro e ci arriviamo passando per il villaggio internazionale di Punta Diamante. Ci mettiamo sugli scogli a prendere il sole, ma niente bagno perché c’è scritto – per fortuna! – che la presenza diffusa di attinie (anemoni di mare) lungo gli scogli potrebbe provocare importanti irritazioni.

Passeggiando per San Domino
Sempre attraverso il villaggio internazionale risaliamo e andiamo verso i Pagliai, una zona di scogliere alte e faraglioni con bellissime calette di sabbia che sono però raggiungibili solo via mare.

Nel tentativo di fare un ultimo bagno proviamo a tornare a Cala Spido ma il mare mosso rende difficoltosi ingresso e uscita dall’acqua, cosicché alla fine ripieghiamo sulla Cala delle Arene dove è possibile fare il bagno (tra l’altro con un’acqua limpidissima) nonostante le onde. Purtroppo anche qui ci sono classi di ragazzini in gita, ma per fortuna non sono eccessivamente molesti.

Sulla via del ritorno ci fermiamo al negozio Lo scrigno per comprare un po’ di souvenir, ma pur essendo tutto aperto non c’è nessuno. Ci torneremo il giorno dopo.

Per cena torniamo al ristorante La Fenice con rinnovata soddisfazione per gli antipasti di mare e la grigliata mista di pesce.

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Centro storico di Isernia
Conclusioni


Molise e Isole Tremiti pur essendo così vicine sono mondi davvero molto diversi, cosicché davvero la nostra vacanza è sembrata come la somma di due vacanze.

Il Molise, pur se a volte un po’ depresso, è una terra tutta da scoprire, sia dal punto di vista storico che naturalistico. Non ha forse cose imperdibili (tranne probabilmente Sepino e la cripta di Epifanio, tra le cose viste da noi), ma siti (archeologici, naturalistici, urbani) di grandissimo interesse, oltre che prodotti da comprare e mangiare buonissimi, come il caciocavallo e le lenticchie.

Delle isole Tremiti non possiamo che dire un gran bene: mare cristallino, tranquillità assoluta, silenzio, paesaggi molto belli. Certo, va detto che noi le abbiamo girate completamente fuori stagione, quindi ci siamo state praticamente in compagnia dei soli abitanti.

Per le strade di San Domino
Nei giorni della nostra permanenza abbiamo visto gli abitanti impegnati nel sistemare locali, abitazioni e altro per la stagione estiva, che il nostro host ci ha detto cominciare più o meno a metà giugno.

Immaginiamo che in piena estate le calette in cui noi abbiamo fatto il bagno da sole siano molto più affollate, e anche quelle non facilissime da raggiungere saranno invase di barche e natanti, ma noi ci siamo godute la solitudine, l’ombra delle pinete che ricoprono tutta San Domino e un’acqua meravigliosa. Certo, bisogna amare un po’ di solitudine spartana e non avere timore a fare il bagno nell’acqua molto fredda, ma per il resto per me le Tremiti sono state una bellissima scoperta fuori stagione.