Con la primavera inizia a Roma la stagione dei festival del cinema proveniente da altri paesi: si comincia con quello tedesco, ma a breve ci saranno anche quello irlandese, quello francese e lo spagnolo.
Il festival del cinema tedesco è quest’anno alla sesta edizione e si è svolto al cinema Quattro Fontane, con una durata di quattro giorni. Io ho fatto una piccola maratona domenicale, guardando in fila gli ultimi tre film della rassegna e ne sono uscita soddisfatta.
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Il primo film è un documentario di Isa Willinger dedicato alla storia del cinema dal punto di vista delle donne. A partire da una frase della regista ucraina Kira Muratova, di cui la Willinger è studiosa e ammiratrice, la regista tedesca si interroga se sia vero e, nel caso, quali siano le motivazioni del fatto che il cinema delle registe donne sia più aspro nei contenuti e nella forma.
Per poter indagare su questo aspetto, la Willinger va a intervistare molte registe donne, appartenenti a diverse generazioni, orientamenti e provenienti da diversi contesti culturali: Ana Lily Amirpour, Catherine Breillat, Jackie Buet, Margit Czenki, Virginie Despentes, Alice Diop, Valie Export, Nina Menkes, Marzieh Meshkini, Mouly Surya, Céline Sciamma, Joey Soloway, Monika Treut e Apolline Traoré.
Non so se alla fine il film riesca a dare una risposta univoca alla domanda che si pone – forse la risposta sta nel come interpretiamo l’asprezza -, certamente però le interviste e gli spezzoni di film ci offrono una carrellata e un bellissimo affresco di un cinema fatto dalle donne che solo in parte mi era noto e che mi ha suscitato moltissime curiosità.
Ne viene certamente fuori una questione che riguarda, del resto, molti altri settori occupati a lungo solo da uomini, ossia il fatto che le donne registe hanno cominciato a trovare spazio e considerazione nel cinema solo in tempi relativamente recenti, e che molte registe di grande valore sono state volontariamente oscurate dai loro colleghi maschi.
Per quanto mi riguarda non è tanto e soltanto questione di sguardo maschile o femminile sul mondo – va detto che ci sono e ci sono stati registi e sceneggiatori uomini che hanno raccontato in maniera credibile ed esemplare figure femminili – quanto questione di avere molteplici punti di vista, che siano il più diversificati possibile, non solo a livello di genere, bensì anche a livello di provenienza geografica e culturale. Nell’arte, ancor più - se vogliamo che in tutti gli altri ambiti -, le minoranze portano ricchezza di vedute e varietà di approcci, e riescono a mettere in discussione il canone.
Quindi, lunga vita alle donne del cinema e al Festival international de films des femmes di Créteil almeno finché il mondo del cinema sarà uno spazio prevalentemente occupato da uomini.
Voto: 3,5/5
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Short summer è il film diretto da Nastja Korkija, la cui protagonista è una bambina di 8 anni, Katya, la quale trascorre l’estate nella casa dei nonni nella campagna russa.
Apparentemente il film racconta di una classica estate di una bambina dai nonni, che trascorre tra sgambate in bicicletta con altri bambini, giochi in casa e fuori casa, partite a pallone, momenti di noia, e momenti di riposo. Però in quest’atmosfera quasi rarefatta e decisamente fuori dal tempo, a poco a poco emergono molteplici segnali di un contesto problematico: i nonni di Katya stanno divorziando e a breve venderanno la casa in campagna, per le campagne si aggira un giovane reduce della guerra in Cecenia che soffre di PTSD e compie azioni imprevedibili, in paese e in giro per la campagna ci sono solo vecchi e bambini, e molti dei vecchi hanno delle menomazioni, sulle ferrovie che attraversano l’area passano convogli che trasportano carri armati e altro materiale, la radio e la televisione danno notizie di una guerra in corso.
Capiremo verso la fine del film che siamo nei primi anni Duemila, alla vigilia della tristemente nota strage di Beslan, quando i separatisti ceceni presero in ostaggio 1.200 persone in un edificio scolastico dell’Ossezia del Nord e nel momento in cui arrivarono le forze militari russe oltre 300 persone furono uccise, tra cui moltissimi bambini.
Il film di debutto della Korkija vive del contrasto tra l’atmosfera bucolica, la calda luce estiva, la curiosità e l’innocenza dei giochi dei bambini da un lato, e lo squallore di luoghi abbandonati, l’orrore dei segni della guerra sui corpi e sulle menti delle persone, la tristezza e la sotterranea paura che attraversa questi luoghi.
Il tutto vissuto dal punto di vista di una bambina che coglie solo parzialmente quello che le accade intorno, ma che probabilmente in qualche modo ne interiorizza segni invisibili che porterà con sé da adulta.
Pur essendo stilisticamente molto diverso, Short summer mi ha ricordato il film Memory di Vladena Sandu, presentato alle Giornate degli autori a Venezia, che parlava anch’esso della guerra cecena e del punto di vista di una bambina. Quanto quel film era fortemente giocato sul voice over, tanto questo è invece costruito sui silenzi: in entrambi i casi il ritmo lento richiede attenzione, ma si insinua lentamente sotto pelle e resta dentro anche dopo la fine della visione.
Voto: 3,5/5
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The good sister è l’opera prima di Sarah Miro Fischer, giovane regista che in questo film ha sviluppato l’idea con cui si è diplomata all’accademia di cinema, arrivando addirittura alla Berlinale e anche alla distribuzione fuori dai confini della Germania.
Protagonista è Rose (Marie Bloching), una giovane donna che, dopo la fine della storia con la sua compagna con cui convive, chiede ospitalità al fratello Samuel (Anton Weil) che vive in un piccolo appartamento. I due fratelli sono molto legati, e rapidamente Rose, oltre a occupare il divano di casa di Sam, entra un pochino nella vita di suo fratello, conoscendone gli amici e gli affetti, di cui non sapeva molto.
Una notte Sam porta a casa una ragazza; Rose sente voci e rumori, però pensa che la questione sia chiusa lì; fino a quando le arriva una lettera della polizia che la convoca come testimone nella denuncia di stupro che la donna ha mosso nei confronti di Sam.
Da questo momento comincia per Rose un complesso processo di introspezione, sia rispetto a sé stessa che rispetto al rapporto con suo fratello, che la porterà a fare i conti con il proprio essere donna, con i condizionamenti dei rapporti familiari, con le sfumature e i confini non sempre netti tra le situazioni e le percezioni individuali.
Il film della Fischer, pur adottando una struttura narrativa distesa, riesce a non essere didascalico e a dare spazio alle sfumature e alla complessità delle situazioni e dei sentimenti, e dunque mette lo spettatore di fronte alla necessità di interpretare, di dare la propria lettura e di fare le proprie scelte, come del resto accade nella vita.
La regista presente in sala ribadisce con forza questa natura aperta del film e il desiderio che siano gli spettatori ad attribuire senso e significato e non il film o la regista a spiegare tutte le scelte.
Ottima opera prima.
Voto: 3,5/5




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