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mercoledì 17 dicembre 2025

Rome International Documentary Festival: One more show; When I came to your door; La dernière rive

Ed eccomi anche alla mia prima volta al Rome International Documentary Festival (RIDF), il festival del documentario che quest’anno si è svolto dall’1 al 5 dicembre al Cinema Tibur, lo storico cinema del quartiere San Lorenzo.

L’atmosfera è piena di energia e di caos creativo; io riesco a vedere solo un paio di film, però l’esperienza è decisamente positiva.

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One more show


A questo film tenevo in modo particolare e lo avevo puntato fin da quando avevo avuto modo di guardare il programma del festival: racconta del Free Gaza Circus, un gruppo di circensi che girano per le strada di Gaza portando i loro spettacoli a beneficio di bambini e adulti. La regista egiziana Mai Saad, presente in sala, dopo l’inizio della guerra a Gaza voleva raccontare della vita nella striscia; dopo essere entrata in contatto con il Free Gaza Circus aveva deciso di fare un film su di loro. Questo progetto si è realizzato grazie al co-regista palestinese Ahmed Al-Danaf, che è stato colui che nel luglio del 2024 ha seguito per diverse settimane i componenti del circo nelle loro giornate, nei momenti di relax, in quelli di preparazione, durante gli spettacoli, negli spostamenti e ne ha registrato la vita e le conversazioni.

Da questo preziosissimo girato, realizzato in condizioni difficili, ma decisamente migliori di quelle di là da venire nei mesi successivi, è venuto fuori un film che non è soltanto una delle tante testimonianze sulla vita a Gaza, bensì è anche e soprattutto il racconto dello spirito di una popolazione intera, che è fatto di una resilienza e di una vitalità straordinarie.

La forza del film di Saad e Al-Danaf sta proprio nel non concentrarsi sulla guerra, che inevitabilmente è onnipresente – nei discorsi dei protagonisti come nelle immagini delle distese di macerie – ma sulla vita quotidiana, sulla ricerca di una normalità difficile se non impossibile, sul bisogno ineludibile di futuro.

Sulle pagine social del Free Gaza Circus non ci sono notizie recenti delle loro attività: a distanza di un anno e mezzo dal film non so quale sia la loro situazione. Mi piace sperare e pensare che questi ragazzi siano ancora in mezzo alle strade a provare a regalare ai bambini un momento di felicità.

Voto: 4/5

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When I came to your door


Il cortometraggio del regista, nonché architetto, italiano Antonio Paoletti nasce dalla sua esperienza professionale ad Addis Ababa, e vuole essere una riflessione sul profondo stravolgimento del paesaggio e del contesto sociale prodotto dall’abbattimento dei villaggi e dall’espansione quasi incontrollata dei grandi quartieri abitativi, fatti di palazzi e condomini. Per raccontare questo processo Paoletti prende spunto da una lettera trovata in mezzo alle macerie di un villaggio nel quale una giovane donna scrive al proprio fidanzato, con cui sembra avere un appuntamento ma che non riesce a trovare, in quanto non riconosce più le strade della città, ormai completamente trasformate dagli interventi urbanistici. Mentre il testo della lettera viene letto, sullo sfondo scorrono le immagini dei resti del villaggio e degli oggetti qui abbandonati che infine si aprono su cantieri mostruosamente grandi e impersonali.

Interessante, nonostante una colonna sonora forse un po’ troppo enfatica e invasiva.

Voto: 3/5



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La dernière rive


Nella stessa serata, subito dopo il cortometraggio When I came to your door, viene proiettato il documentario del regista belga Jean-François Ravagnan, La dernière rive, che prende spunto da un piccolo video del 2017, ambientato a Venezia, in cui si vede un ragazzo nero in un canale, mentre accanto gli passa un vaporetto e dalla riva alcune persone commentano la scena. Qualcuno ride, qualcuno gli lancia dei salvagenti, mentre rapidamente il ragazzo viene inghiottito dall’acqua e muore.

Ravagnan decide di fare un viaggio nel tempo e nello spazio, andando alla ricerca della famiglia di Pateh Sabally, in Gambia, il paese dal quale era emigrato alcuni anni prima. Attraverso le immagini dei luoghi di origine e le parole di suo padre, di sua madre e di suo fratello, conosciamo il mondo di Pateh e il suo percorso fino a quella tragica giornata.

Non tutte le domande trovano risposta: molte probabilmente sono state inghiottite come lui dalle acque di Venezia. Quel che è sicuro è che qualcosa si è spezzato nella vita di questo ragazzo, che come molti altri ha provato a inseguire una vita migliore in Europa, ma ha dovuto prima affrontare l’incubo del viaggio e poi l’incubo ancora peggiore di una realtà umana e lavorativa molto diversa da quella che si aspettava.

Il film di Ravagnan si concentra però – a differenza di molti altri che affrontano questo tipo di storie – non tanto sulle vicende di Pateh dopo la sua partenza dal Gambia, bensì sul mondo dal quale proveniva, che è il vero oggetto di osservazione del regista, un mondo sicuramente povero e arcaico, ma ricco di una dignità e di una spiritualità profonde. A noi dunque tutte le riflessioni che ne possono conseguire, senza alcuna risposta preconfezionata.

Voto: 3/5

mercoledì 17 aprile 2024

Kripton

Avevo puntato questo film fin dalla sua programmazione nell'ambito della Festa del cinema di Roma, ma non ero riuscita a vederlo. Già in quella circostanza ne avevo sentito parlare molto bene da diversi amici, poi il film esce in sala e la mia amica A. ne fa un post entusiastico su Facebook, cosicché la mia curiosità cresce ulteriormente.

Per fortuna, dopo averlo lisciato ancora, grazie al cinema Troisi che organizza una serata ad hoc co-organizzata con la Facoltà di psichiatria e psicologia della Sapienza Università di Roma, riesco finalmente a recuperarlo insieme a mio padre, mio ospite a Roma proprio in quei giorni.

Il film di Francesco Munzi, presente in sala e protagonista del dibattito finale insieme a Mauro Pallagrosi, dirigente medico psichiatra ASL Roma 1, è un documentario che nasce da un'esperienza molto particolare: la piccola troupe di Munzi, in particolare Valerio Azzali, trascorrono 100 giorni con il personale e i pazienti psichiatrici della ASL Roma 1, nonché le loro famiglie, e, in questo tempo, la telecamera riesce miracolosamente a scomparire, restituendoci la quotidianità di questo luogo e delle persone che lo popolano.

Ovviamente, non tutte le unità di personale né tutti i pazienti si sono resi disponibili a comparire nel film, ma le storie che Munzi e Azzali ci propongono costituiscono uno spaccato umano di grandissima intensità e valore.

Di fronte a noi le storie di Dimitri, ragazzo ucraino adottato quando aveva tre anni che sembra vivere in uno stato di apatia e sfiducia verso il futuro e ha un rapporto difficile con i genitori separati, Georgiana che ha avuto una figlia che le è stata tolta ma con cui vorrebbe ricongiungersi, Silvia che ha disturbi alimentari e non vuole separarsi dal padre, un ragazzo di 43 anni che vive in un delirio di persecuzione e di dissociazione dalla realtà, una ragazza di colore che si muove con circospezione e sembra rifuggire tutti.

Si tratta di storie difficili con percorsi terapeutici lunghi e non scontati, carichi di sofferenza e con prospettive incerte, eppure Munzi riesce nel non facile risultato di restituirci intera l'umanità di tutte le persone coinvolte, i pazienti, le famiglie, gli operatori sanitari. L'empatia è totale, anche con chi evidentemente ha una sofferenza psichica importante, e passa attraverso la possibilità - se non di una vera e propria comprensione - quanto meno di una compassione, intesa in senso letterale, ossia di sentire insieme a queste persone.

Assistiamo così ai colloqui tra pazienti e operatori, tra familiari e operatori, o anche a incontri allargati in cui partecipano insieme pazienti e familiari, oppure anche tutti i pazienti della struttura. Assistiamo anche a momenti difficili, momenti di crisi, di ribellione, di sofferenza, ma il film prende il volo soprattutto nel trasmetterci anche occasioni di incontro emotivo, di serenità, di chiarimento e addirittura momenti che definirei di pura poesia. C'è tanto pudore e tanto amore nella telecamera di Munzi che ci trasmette un voler bene, che finisce per essere anche il nostro, e che ci dimostra ancora una volta che solo la conoscenza aiuta a superare il pregiudizio ovvero i giudizi semplificati.

Il regista ci spiega durante il dibattito anche la scelta di introdurre nel film - quasi a creare dei veri e propri momenti onirici o di pausa - degli spezzoni tratti da filmini familiari (non direttamente relativi ai protagonisti) o ricavati da film sperimentali del passato. Si tratta - come ci dice Munzi - di suggestioni di tipo molto personale e forse arbitrario, che però ogni spettatore può cogliere e interpretare come vuole.

Si tratta in ogni caso di un asse "narrativo" parallelo che certamente aiuta a ritmare il racconto e in un certo senso ad amplificarlo, e che si affianca a un montaggio del girato molto efficace nello spostarsi da un personaggio all'altro e da una situazione all'altra in maniera intelligente e attrattiva per lo spettatore.

In definitiva il film di Munzi è un regalo prezioso che per una volta - ce ne vorrebbero molte di più di occasioni così - ci aiuta ad assumere, con intelligenza e sensibilità, un punto di vista davvero altro, e a renderci più consapevoli di una umanità ferita (che come ci dicono i titoli di coda è sempre più ampia, soprattutto dopo la pandemia) e che meriterebbe più attenzioni da parte delle istituzioni.

Al contrario, quello a cui assistiamo sono tagli alle strutture e al personale e rimozione collettiva, ossia la negazione di quello che una società davvero civile dovrebbe auspicare.

Voto: 4/5


venerdì 20 ottobre 2023

Frammenti di un percorso amoroso

Quello di Chloè Barreau è un film documentario sorprendente da molteplici punti di vista e che merita di restare in sala e di essere visto da tante persone (cosa che sta già avvenendo, anche grazie al passaparola).

La regista parigina, ma ormai romana d'adozione, ci propone il risultato di un'operazione ardita: raccontare l'amore in forma di documentario attraverso la propria esperienza personale, ricostruita mediante fotografie e filmati privati da lei stessa realizzati nel corso del tempo e delle interviste a dodici persone con cui ha avuto una relazione amorosa e che hanno risposto al suo invito.

I filmati e le fotografie sono il frutto dell'ossessione personale che la Barreau ci dice di avere fin dall'adolescenza, ossia quella di documentare la propria vita e di fissarne i momenti, non tanto e non solo quelli oggettivamente importanti (tutti quella della mia e anche sua generazione hanno dei filmati di occasioni particolari), ma anche e soprattutto momenti ordinari della vita di tutti i giorni.

Le interviste sono invece state affidate a una terza persona affinché gli intervistati e le intervistate si sentissero più liberi di parlare, e la loro "testimonianza" diventasse un racconto in terza persona, e non un dialogo, in una sorta di storicizzazione degli eventi.

Questi due elementi costitutivi del film si fondono attraverso un montaggio pregevole, che utilizza anche riprese - invero quasi fermi immagine - di interni ed esterni che contestualizzano il racconto degli eventi, e che personalmente ho trovato compositivamente ed esteticamente di grandissima efficacia e valore.

Alla pregevolezza tecnica si affianca poi l'ardire dell'idea e della sua trattazione. Quello della Barreau è un vero e proprio romanzo di formazione sentimentale, ma non strettamente autobiografico. La propria vita sentimentale diventa oggetto di narrazione da parte di altri, e la protagonista - che è il fil rouge di tutti questi racconti - non compare mai in video, se non fugacemente in qualche filmato del passato.

C'è evidentemente una componente narcisistica e un'ambizione più o meno consciamente seduttiva in questa operazione, forse già intuibile nell'ossessione della regista di filmare sé stessa, il proprio mondo e la propria quotidianità, in un'epoca in cui i social ancora non esistevano e il filmare o fotografare la propria vita erano limitati a specifici momenti e restavano un fatto puramente privato. In un certo senso la Barreau reinterpreta il suo lavoro di documentazione in chiave contemporanea, facendone uno strumento narrativo che va ben al di là della sua cerchia privata. Come dice qualcuno degli intervistati, Chloè probabilmente ha sempre voluto fare della sua stessa vita la propria "opera d'arte", cosa che - fatte le dovute differenze - è ormai un trend diffuso e una strada resa possibile dai social.

Questa premessa per dire che in realtà l'operazione della Barreau è molto più raffinata e ambiziosa di così; come ha detto qualcuno del pubblico, è una scelta anche coraggiosa quella di offrirsi come oggetto del racconto per parlare e riflettere di amore e percorsi sentimentali, che vanno ben al di là dell'esperienza specifica della regista. E così man mano che il documentario procede ci sentiamo sempre più chiamati in causa - ognuno probabilmente per aspetti diversi -; le storie di Chloè finiscono per rispecchiare alcune delle storie che abbiamo vissuto, e alcuni dei pensieri che vengono espressi dagli intervistati li sentiamo come nostri.

Perché dentro il film della Barreau c'è innanzitutto l'evoluzione naturale di un percorso amoroso: dalla leggerezza, la confusione, la libertà, la superficialità degli amori adolescenziali e di gioventù - quelli in cui si sperimenta, si gode appieno della novità, ci si butta a capofitto, si insegue un'idea forse solo teorica di amore - alla crescente consapevolezza che la maturità porta con sé in merito all'amore - ossia l'idea che non se può fare a meno, ma che esso nel tempo reitera alcuni andamenti e porta con sé inevitabili rischi che ciascuno deve trovare il proprio modo di affrontare. Non secondaria è poi la rappresentazione a 360° che il documentario propone delle relazioni amorose, portando all'attenzione dello spettatore - con delicatezza e profondità - l'idea che - sebbene la relazione amorosa spesso ripeta dei percorsi e degli schemi - non esiste invece un'unica traccia, un oggetto predeterminato, una durata prevedibile e prestabilita, né tappe obbligate da seguire. Le nostre storie d'amore sono parte determinante del nostro bagaglio emozionale e della nostra crescita individuale, e non saremmo gli stessi senza i più o meno numerosi percorsi amorosi intrapresi, con tutto quello che ciascuno di essi ha comportato.

A conferma del fatto che la grande storia d'amore, quella scritta nel nostro destino, non esiste ed è una costruzione sociale che ha fatto un sacco di danni; ci sono però le storie d'amore in cui tutti ci muoviamo con fatica e difficoltà, tra entusiasmi ed errori, ma che ci trasformano a poco a poco in quello che siamo e che diventiamo.

In questo senso, il documentario della Barreau è anche un film sulla memoria e sul tempo che passa: la memoria è lo strumento che tiene vivo il passato, ma che in fondo lo ricostruisce e lo rinnova, diventando dunque anche un'arma potente per combatterne il suo procedere inesorabile. Di solito il desiderio di ricostruire il proprio passato appartiene a una fase più avanzata della propria vita; la Barreau lo fa se vogliamo precocemente, anzi forse lo fa - più o meno consapevolmente - da tutta la vita.

Voto: 4/5



lunedì 2 ottobre 2023

Cile il mio paese immaginario

Il documentario di Patricio Guzmán racconta la grande sollevazione popolare iniziata in Cile nell'ottobre del 2019 e che è proseguita per diversi mesi riempiendo le strade di Santiago del Cile di milioni di persone. Le proteste sono partite dagli studenti delle scuole secondarie a seguito della notizia di un aumento di 30 euro dell'abbonamento ai mezzi di trasporto, ma a questa protesta si è agganciato il malcontento diffuso della popolazione cilena e il desiderio di vivere in un paese più giusto e con minori disuguaglianze.

Guzmán ha scelto di raccontare questa nuova "rivoluzione" cilena dal punto di vista delle donne, che hanno avuto un ruolo importante nelle proteste di piazza e sono state esplicitamente citate dal nuovo presidente Gabriel Boric nel suo discorso di insediamento.

Il regista intervista dunque alcune donne che hanno partecipato attivamente a questo movimento: una studentessa, una giovane madre, una scrittrice, una studiosa di scienze politiche, una scacchista, un gruppo di donne che ha scritto un testo che è poi diventato un inno della protesta, e così via. Tutte donne che trasmettono una lucidità, una consapevolezza e una chiarezza di intenti davvero mirabili, accomunate non da un'appartenenza politica o da un'ideologia, ma da una condivisione di valori, cosa che ha rappresentato l'elemento nuovo caratterizzante questa imponente azione collettiva.

Come sappiamo, le manifestazioni di piazza sono state affrontate dal governo allora in carica con un enorme spiegamento di mezzi e militari, trasformando questa collettiva richiesta di cambiamento e di nuove azioni politiche in una quasi guerra civile e in una guerriglia urbana violenta, in cui molti sono stati i feriti. A questo proposito mi pare che Guzmán sottolinei e in qualche modo rivendichi l'importanza della documentazione, fotografica e video, che è strumento di protezione della verità, ma anche di costruzione di una narrazione collettiva ed emotiva assolutamente fondamentale in questi contesti.

La caparbietà dei manifestanti e soprattutto il loro intento costruttivo più che distruttivo hanno portato alla richiesta tramite referendum della nascita di un'assemblea costituente per scrivere una nuova costituzione capace di superare quella del 1980, nata nel pieno della dittatura, e poi alla vittoria alle elezioni presidenziali del 2022 del trentacinquenne Gabriel Boric, il più giovane presidente della storia cilena.

Il film di Guzmán si ferma all'insediamento dell'Assemblea costituente e al primo discorso in piazza di Gabriel Boric dopo la sua elezione, e dunque si esce dal cinema col cuore gonfio di gratitudine e speranza per un'azione collettiva che ha portato esiti positivi e ha aperto un futuro nuovo per questo paese, che poi sono i sentimenti che traspaiono anche nelle parole del regista: la possibilità di far rimarginare e curare definitivamente la ferita apertasi dopo il colpo di stato dell'11 settembre 1973 che uccise Allende e portò al potere Pinochet.

In realtà, sappiamo anche che nel frattempo il testo licenziato dall'Assemblea costituente non è stato approvato, che è in corso la stesura di un secondo testo che però anche questa volta rischia di non passare e di lasciare in vigore la costituzione del 1980, che la situazione economica del Cile non è facile, che Gabriel Boric ha fatto alcuni passi falsi nella sua strategia politica, e che sta crescendo il partito di estrema destra al punto che alle prossime elezioni si rischia la vittoria del loro candidato. Come qualcuno fa notare, il problema del Cile è che non ha fatto del tutto i conti con la dittatura, perché Pinochet non è stato destituito e sconfitto, ma solo la sua morte ha portato a un processo lento e parziale di transizione democratica.

Insomma, la speranza accesa dal documentario di Guzmán inevitabilmente si scontra con l'evoluzione degli eventi, che non fa ben sperare e ci riporta alla mente tante altre rivoluzioni nate dal basso che hanno portato al rovesciamento di governi non democratici, ma che sul medio termine non sono riuscite a stabilizzare nuovi equilibri democratici e basati su principi egualitari, anzi hanno dovuto assistere ad involuzioni fortemente antidemocratiche.

Il mondo in questi ultimi tempi - sarà anche per la mia età - mi sembra una pentola a pressione, in cui i malumori per un sistema socio-economico malato che concentra la ricchezza in poche mani e produce disuguaglianze enormi continuano a crescere, ma le uniche risposte che arrivano dalle istituzioni e dalla politica sono di stampo populista e parlano alla parte meno nobile del nostro essere umani.

Personalmente sono purtroppo pessimista rispetto a questa situazione, perché faccio davvero fatica a intravedere anche solo lontanamente delle strade e delle soluzioni. La globalizzazione di alcuni fenomeni socio-economici fa sì che la strada verso un futuro diverso non possa essere percorsa con speranza di successo da un solo paese, perché inevitabilmente le politiche nazionali sono inserite in un sistema globale complesso e perché spesso i processi che avvengono in alcuni paesi sono fortemente condizionati dalle ingerenze di paesi più forti che tengono a mantenere determinati equilibri.

Voto: 4/5


martedì 28 febbraio 2023

All the beauty and the bloodshed = Tutta la bellezza e il dolore

Il documentario di Laura Poitras, vincitore del Leone d'oro a Venezia, racconta la vita della fotografa Nan Goldin, toccando i numerosi momenti significativi della sua esistenza dagli anni dell’infanzia nella sua famiglia disfunzionale fino agli anni più recenti caratterizzati dall’attivismo contro la famiglia Sackler, prima responsabile della crisi degli oppioidi negli Stati Uniti.

Ne viene fuori un ritratto complesso e multiforme, come multiformi – oltre che molto forti - sono state le esperienze di vita di Nan Goldin. Il primo evento a segnarla in maniera indelebile fu il suicidio dell’amata sorella maggiore Barbara nel 1965, che si colloca in un contesto familiare difficile dal quale ben presto la stessa Nan si allontana. Determinante è poi l’incontro con David Armstrong, amico di una vita, e poi il trasferimento a New York dove si immerge completamente nella vita artistica dell’East Village, documentandola con il suo lavoro The ballad of sexual dependency, che è certamente il suo più famoso.

Sono anni di eccessi e di esplorazione dei margini, che però sono anche ricchi di ispirazione e caratterizzati dalla costruzione di importanti relazioni, tra cui alcune distruttive, come quella con Brian che arriva a malmenarla fino quasi a ucciderla. Sono gli anni in cui anche la dipendenza dalle droghe si fa più grave, in un contesto nel quale via via molti dei suoi amici muoiono per overdose o AIDS, ma anche gli anni della sua consacrazione artistica.

Negli ultimi anni la Goldin, vittima di una dipendenza da oppiodi a causa dell’OxyContin, un antidolorifico distribuito in America dalla Purdue Pharma della famiglia Sackler che ha determinato una vera e propria epidemia di tossicodipendenza e un numero altissimo di morti per overdose, è stata tra le fondatrici del gruppo P.A.I.N. (Prescription Addiction Intervention Now), svolgendo azioni dimostrative contro la famiglia Sackler per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla loro responsabilità.

Il film della Poitras riesce a tenere insieme e far emergere la forte correlazione tra le esperienze di vita della Goldin e la sua produzione artistica, alternando il racconto delle prime a spezzoni dei suoi famosi slideshow. Il fil rouge che sembra trasparire da questa vita così articolata è una sorta di desiderio e di tensione costante della Goldin a portare alla luce il sommerso e l’invisibile: questo vale per la storia della sua famiglia e della sorella Barbara (di cui Nan ha cercato le tracce nella documentazione degli istituti psichiatrici dove è stata rinchiusa: il titolo del film “All the beauty and the blodshed” è tratto dalla relazione di un medico che commenta l’esito del test di Rorschach su Barbara), per le molteplici storie delle persone incontrate negli anni newyorkesi, e ancora in questi ultimi anni per l’attivismo politico contro i Sachler. Senza ipocrisie né perbenismi Goldin guarda in faccia la realtà e la porta all’attenzione degli altri per farla “sentire” emotivamente, anche prima e al di là di una comprensione razionale.

Il video finale nel quale Nan riprende la madre e il padre anziani che ballano in casa è commovente perché in un certo senso ricompone un quadro familiare disgregato attraverso una comprensione a posteriori dell’inadeguatezza di questi genitori, vittime loro stessi delle imposizioni sociali. La lettura del biglietto trovato in tasca a Barbara dopo il suicidio – una citazione da Cuore di tenebra di Joseph Conrad – è il colpo di grazia finale in un film ad altissima intensità emotiva: «Droll thing life is—that mysterious arrangement of merciless logic for a futile purpose. The most you can hope from it is some knowledge of yourself - that comes too late - a crop of unextinguishable regrets.»

Voto: 4/5


mercoledì 28 settembre 2022

Nel mio nome

Nell'ambito dell'ormai tradizionale festival bolognese Gender Bender io e S. andiamo a vedere questo documentario di Nicolò Bassetti che era passato nelle settimane precedenti in un'arena romana senza che io riuscissi a vederlo. Ovviamente vederlo a Bologna, dove il film è stato girato e da dove provengono i protagonisti, è un'altra cosa, tanto più che in sala ci sono tutti: il regista e i quattro ragazzi, Andrea, Nic, Leo e Raffi.

Prima della visione del film, il regista ci spiega che l'idea del film è nata dopo che ha ricevuto una lettera molto intensa da sua figlia, nel momento in cui questa aveva deciso di iniziare un percorso di transizione F to M. È stato per capire questa scelta e per farla capire che Bassetti si è messo in contatto con il Movimento Identità Trans di Bologna, attraverso il quale ha infine preso contatti con i ragazzi che ha seguito per circa quattro anni prima di procedere alla confezione del film.

Nic vive in un casale sui colli bolognesi insieme alla sua compagna, e persegue sia l'obiettivo di completare la transizione con il cambio dei documenti sia quello di abbracciare uno stile di vita a contatto con la natura.

Andrea ama scrivere e non si separa mai dalla sua Olivetti rossa; il suo percorso di transizione passa anche attraverso l'accettazione di un corpo imperfetto.

Leo sta registrando un podcast sull'identità trans, attraverso cui si interroga e interroga i suoi amici sui loro vissuti, al fine di porre domande ma anche dare risposte.

Raffi balla lo swing e costruisce una bicicletta da corsa rosa con cui andare in giro per la città.

Tutti devono fare i conti con un iter burocratico lungo e complesso che segna le tappe della loro transizione, ma la percezione che il film trasmette è che, pur non mancando i momenti difficili e faticosi, questi quattro ragazzi stiano percorrendo in piena libertà e consapevolezza la strada che hanno scelto per sé stessi, e questo regala loro momenti di una felicità e di una pienezza mai provate.

Le loro storie sono in parte simili per quanto riguarda alcuni momenti del loro vissuto (soprattutto infantile e adolescenziale), in parte diverse in virtù delle loro differenti personalità e sensibilità. Tutti cercano un corpo maschile, ma questo interagisce in modi diversi con il proprio orientamento e la sessualità; del resto un corpo nuovo influenza la percezione di sé e anche i propri comportamenti, cosicché il loro è un percorso a ostacoli tra stereotipi che li minacciano su numerosi fronti. Come ci diranno loro stessi al termine della visione, il documentario - com'è inevitabile che sia - fotografa e in un certo senso cristallizza un momento delle loro vite, e può rappresentare solo un momento del percorso e raccontare la verità di quel momento, senza pretendere forme di assolutismo e senza poter ipotecare i percorsi futuri.

Però - come regista e protagonisti tengono a dire - si tratta di una verità e di una realtà che era necessario raccontare. E direi che Nicolò Bassetti riesce a farlo in un modo rispettoso ed equilibrato, e se l'impianto narrativo è sicuramente suo le scelte su cosa mostrare sullo schermo e quanto entrare nel privato di ognuno sono state condivise con i protagonisti.

Il tema - come sappiamo tutti - è di quelli su cui il dibattito è acceso e le posizioni molto polarizzate. Credo però che questo documentario assuma l'atteggiamento giusto, volendo primariamente parlare di persone: da questo racconto emergono tante domande e riflessioni, e forse alcune risposte.

Quello che è certo è che la società e l'essere umano da millenni cercano il migliore compromesso possibile tra la libertà individuale e il sistema costituito, ricerca resa nel tempo persino più complessa dalle possibilità che scienza e tecnica hanno via via messo a disposizione. Le risposte possibili cambiano ed è compito di tutti e di ciascuno provare a comprendere e a immaginare mondi differenti, su questo tema come su molti altri che hanno a che fare con ciò che riguarda la nostra identità e le nostre scelte.

In realtà siamo solo all'inizio di un percorso volto probabilmente a decostruire le categorie in cui finora abbiamo voluto costringere noi stessi e i nostri sentimenti, nella consapevolezza di una complessità che certamente non può avere risposte semplici.

E comunque una cosa è ormai evidente: il documentario sta diventando la forma narrativa più interessante e creativa per i nostri tempi, forse approfittando della relativa mancanza di idee che attanaglia invece la fiction.

Voto: 4/5