lunedì 27 maggio 2024

Napoli Ottocento. Scuderie del Quirinale, 5 maggio 2024

Da tempo ormai è finita l'epoca delle mostre-evento, quelle fatte quasi interamente di grandi opere di grandi autori, perché le assicurazioni hanno costi praticamente insostenibili per qualunque istituzione.

In questo contesto, le gallerie e i musei stanno provando a riconfigurarsi rispetto al nuovo scenario, cercando un proprio modo di rimanere nel mercato con un'identità riconoscibile.

Nel contesto romano, uno dei musei che secondo me meglio di tutti sta riuscendo a interpretare questo nuovo contesto è quello delle Scuderie del Quirinale, che infatti negli ultimi anni, anziché puntare sui nomi che attirano il grande pubblico, propone percorsi artistici più originali, con caratteristiche sempre più trasversali e interdisciplinari, e con queste mostre riesce comunque a raggiungere un numero elevato di visitatori.

Ne ho già viste e apprezzate diverse, cosicché quando ho notato in giro i manifesti della mostra Napoli Ottocento, avevo già deciso di organizzarmi per andare a visitarla, ancora prima che alcune amiche me ne parlassero molto bene.

E così, approfittando di una bella domenica di sole, io e S. andiamo all'ora di pranzo a visitare questa mostra il cui filo conduttore è la città di Napoli e l'insieme dei movimenti artistici e culturali che la animarono durante l'Ottocento, facendone un punto di riferimento non solo in Italia ma anche in Europa.

L'Ottocento raccontato dalla mostra inizia in realtà dalle fascinazioni dei Grand Tour settecenteschi e si chiude allo scoppio della prima guerra mondiale.

In questo secolo rigoglioso per la città, a Napoli arrivarono artisti e intellettuali da tutta Italia, Europa e persino dagli Stati Uniti, affascinati dalle mille prospettive di questa città: le bellezze archeologiche, il folklore, il mare, il golfo e le isole, la vegetazione, l'urbanistica. Degli artisti in mostra alcuni sono famosi anche per me - ad esempio De Nittis, Fortuny, Turner, Sargent, Degas - altri invece, per me ignorante, risultano praticamente sconosciuti - vedi Van Pitloo, Giacinto Gigante, i fratelli Filippo e Giuseppe Palizzi, Gemito.

Così, attraverso questo percorso scopro l'esistenza di affascinanti scuole artistiche come quella di Posillipo, e di istituzioni scientifiche di grandissimo rilievo come la stazione zoologica nata dall'iniziativa di Anton Dohrn, nonché alcune forme di artigianato artistico, le origini della fascinazione di Napoli per il mondo orientale, i non scontati collegamenti tra le vicende storico-sociali e quelle artistico-culturali.

La mostra mi consente anche di cogliere l'alternarsi e lo scontrarsi - nel medesimo periodo e nella stessa area geografica - di correnti artistiche differenti, che interpretano il significato dell'arte in maniere diverse e scelgono soggetti artistici differenti, come espressione non solo di preferenze e interessi individuali ma anche in conseguenza di una diversa lettura collettiva della società e del mondo, così come mi porta per mano verso un'arte che dopo aver cercato di riprodurre su tela la luce si fa via via sempre più materica.

Ma, sopra tutto, la mostra ci dà la possibilità di vedere da vicino dipinti e opere bellissime di cui non sospettavamo l'esistenza.

Voto: 4/5

venerdì 24 maggio 2024

La vita di chi resta / Matteo B. Bianchi

La vita di chi resta / Matteo B. Bianchi. Milano: Mondadori, 2023.

Leggo questo libro su suggerimento della mia libraria di fiducia di Conversano. Il suo consiglio e la lettura della quarta di copertina mi hanno convinto a comprare questo libro di Matteo B. Bianchi, scrittore classe 1966, di cui pensavo di aver letto un libro precedente salvo poi scoprire che non avevo mai letto niente.

E dunque incontro Bianchi nel suo libro forse più personale, e certamente quello più doloroso, un memoir pubblicato a molti anni di distanza dai fatti che qui racconta, ossia il suicidio del suo compagno, avvenuto a tre mesi dalla fine della loro storia e nella casa dove avevano vissuto insieme sette anni e di cui lui aveva ancora le chiavi.

La vicenda di per sé è di quelle terribili, devastanti, e certamente incomprensibili per chi - per sua fortuna - non ci è passato attraverso. Matteo B. Bianchi più volte parla di chi ha vissuto il suicidio di una persona a cui era legato come di "sopravvissuti", tanto quanto potrebbero esserlo le uniche persone salvatesi in un incidente aereo in cui sono morti tutti.

La prosa di Bianchi è scorrevole e procede per immagini, ricordi, riflessioni, dati, citazioni: i capitoli sono brevi e non seguono necessariamente un andamento cronologico, illuminando momenti, incontri, situazioni, fasi della lunghissima elaborazione di questo lutto, non paragonabile a nessun altro lutto.

Le scelte stilistiche dello scrittore, unite alla naturale propensione umana all'empatia, trascinano il lettore nello stato d'animo del protagonista, una vera e propria discesa agli inferi, certamente protetta dalla scrittura e filtrata dalle parole, ma che comunque tocca inevitabilmente corde profonde e delicate.

Nei giorni in cui leggevo questo libro mi sono ritrovata a fare sogni molto vividi, di cui spesso erano protagoniste persone che non ci sono più, a cui ero legata, oppure situazioni emotivamente forti. È un libro che lavora nel subconscio e da cui non si esce indenni. Ci si ritrova anche a riflettere - insieme allo scrittore, che accenna più volte a questo tema - al rapporto tra vita e scrittura e alla necessità - inevitabile per uno scrittore - che questi due mondi si contaminino e si intersechino, ma anche che restino separati e distinti.

In questo libro Matteo B. Bianchi ci racconta pensieri e sentimenti molto intimi e personali, con grandissimo coraggio e altrettanto grande onestà. Ma non possiamo pensare, dopo averlo letto, di conoscere lui al di là di quello che ci ha raccontato, né di poter approfondire i dettagli della vicenda solo perché lo scrittore ci ha aperto una porta da cui vediamo le cose da una specifica prospettiva e entro determinati confini.

Da un punto di vista letterario è un libro che non mi ha conquistata, ma al contempo l'ho trovato un libro necessario per chi l'ha scritto - che con esso ha compiuto l'atto finale (ma forse non del tutto) di un percorso lunghissimo - e per chi lo legge, in quanto ci permette di specchiarci in un punto di vista, vivendo di riflesso una condizione che speriamo la vita non ci riservi, ma comprendendo la quale certamente diventiamo più umani.

Voto: 3/5

mercoledì 22 maggio 2024

E la festa continua!

Siamo al momento dei bilanci anche per Robert Guédiguian, regista francese di Marsiglia, di origine armena, che ha ormai compiuto 70 anni e che ha molto coltivato - durante la sua vita - l'impegno politico, anche attraverso la sua attività cinematografica.

E la festa continua! racconta la storia di Rosa (Ariane Ascaride) e della sua famiglia allargata: suo fratello Tonio (Gérard Meylan, un vecchio comunista un po' dongiovanni, che divide la casa con una giovane donna di colore, collega di Rosa in ospedale), i figli Minas (Grégoire Leprince-Ringuet) con la sua famiglia formata da moglie e due figlie, e Sarkis (Robinson Stévenin) e la sua nuova fidanzata Alice (Lola Naymark), infine il padre di quest'ultima, Henri (Jean-Pierre Darroussin), di cui Rosa si innamora ricambiata.

Tutto avviene a Marsiglia, la città di Guédiguian, e la famiglia di Rosa è - come quella del regista - di origine armena, tanto che Sarkis gestisce un bar armeno nella città.

Rosa è una donna che ha superato la mezza età, ma ancora lavora come infermiera nell'ospedale della città; da sempre però è impegnata politicamente, e in vista delle elezioni comunali sta tentando una difficile mediazione tra le varie anime della sinistra locale allo scopo di individuare un capolista che sia gradito a tutti.

Quando arriva l'amore inaspettato per Henri, Rosa inizia a fare una serie di riflessioni sulla propria vita e sulle scelte fatte e da fare, anche in relazione agli eventi che avvengono intorno a lei e che coinvolgono anche i componenti della sua famiglia.

E la festa continua! oscilla dunque continuamente - nel personaggio di Rosa, ma anche in diversi altri personaggi - tra il desiderio e la spinta verso l'impegno sociale e politico e la tentazione di un ripiegamento nel proprio privato e nella dimensione degli affetti individuali, oscillazione che trova le sue radici in una amara riflessione sulla politica oggi e anche nella consapevolezza dei fallimenti individuali e collettivi, oltre che dei cambiamenti in atto che l'età che avanza rende sempre più difficile comprendere.

Di fondo restano però un amore viscerale per Marsiglia, città meticcia dove si incontrano culture e mondi diversi, ma anche piena di mille contraddizioni (il film è dedicato ai morti causati dal crollo di due case fatiscenti nel quartiere storico della città), un forte legame con le proprie origini armene, ma anche con il proprio essere francese, una ricerca mai esaurita sulla nostra umanità in tutte le sue sfaccettature.

La risposta di Guédiguian resta alla fine sempre la stessa: ha ancora senso impegnarsi in prima persona per il bene della collettività. E questo rappresenta oggi probabilmente il grande interrogativo che non sono sicura continui a trovare una risposta affermativa già nella mia generazione, e forse ancor meno nelle generazioni future. Spero di sbagliarmi, o forse - esattamente come Guédiguian - noi stiamo passando la mano e non comprendiamo le forme e i modi dell'impegno futuro.

Il film del regista marsigliese - dal mio punto di vista un po' legnoso nella sceneggiatura e nel montaggio - ha la sua dote migliore in questo mix di malinconia e di speranza che attraversa la storia e tutti i personaggi, in primis quello di Rosa.

Voto: 3/5


lunedì 20 maggio 2024

Conversazioni dopo un funerale / dal testo di Yasmina Reza. Teatro Parioli, 7 maggio 2024

In questo ultimo scorcio della stagione teatrale, sfruttiamo i biglietti residui del carnet ViviCinema&Teatro per andare a vedere questo spettacolo in programmazione al Teatro Parioli. La messa in scena di un testo di Yasmina Reza è sempre un'attrattiva anche lì dove non conosciamo registi e attori.

In questo caso si tratta di Conversazioni dopo un funerale, opera prima della Reza, scritto quando aveva solo 25 anni e che vinse all'epoca numerosi premi. L'opera è ambientata in una casa di campagna dove è stato appena celebrato il funerale di un uomo, e dove convergono i suoi tre figli (due maschi e una femmina), il fratello con la moglie e - in maniera inattesa - la ex-fidanzata dei due figli maschi.

Questa presenza contemporanea sarà l'occasione per far emergere situazioni irrisolte e modi di sentire differenti e contraddittori che sfoceranno talvolta in conflitto, altre volte in risata, fino alla catarsi finale.

Non ho letto il testo originale della Reza, anche se nello scheletro narrativo già si riconoscono alcune tematiche tipiche della sua opera. In questo caso però la verve tipica della Reza ne esce appiattita e monocorde, non so se in parte per limiti propri del testo, oppure per una serie di questioni relative alla messa in scena.

Personalmente, lamento innanzitutto un audio pessimo (e comunque una scelta di amplificazione molto discutibile, oltre che tecnicamente non riuscita), in secondo luogo una recitazione decisamente poco brillante, tra lo stereotipato e l'incolore, in terzo luogo un adattamento in italiano (e al contesto italiano) non del tutto convincente (sebbene io non possa giudicare visto che non ho letto l'originale), infine un allestimento e una regia un po' banali.

Mi spiace sempre uscire da uno spettacolo scontenta e con un giudizio negativo, che in ogni caso resta sempre soggettivo ed espresso da una persona che non è un'addetta ai lavori.

Mi sento di dire però - avendo ormai un certo bagaglio conoscitivo come spettatrice di opere teatrali - che questo spettacolo non sia particolarmente riuscito e non renda merito a un'autrice la cui scrittura di solito risulta affilata quanto i temi che tratta.

Voto: 2/5

venerdì 17 maggio 2024

Challengers

In un primo maggio romano piovosissimo decido di andare al cinema più vicino a casa dove danno in versione originale l'ultimo film di Luca Guadagnino, che in realtà non ero convinta di voler andare a vedere, ma che sono contenta di aver visto anche solo per continuare a seguire il percorso del regista.

Personalmente - visto che non sono una che guarda granché le serie - ero rimasta a Bones and all, film che avevo apprezzato per l'originalità e anche per la diversità con le altre cose fatte da Guadagnino.

Dopo la visione di Challengers, confermo che forse il tratto più interessante del regista - almeno dal mio punto di vista - sta proprio nel mantenere abbastanza riconoscibile la sua poetica, ma realizzando film molto diversi l'uno dall'altro. Tanta acqua è passata sotto i ponti dai tempi di Io sono l'amore, ma in realtà siamo anche molto lontani sul piano visivo dall'ultimo Bones and all (tanto era "sporco" e "ai margini" quello quanto quest'ultimo è incentrato su bellezza e ricchezza).

Protagonisti di Challengers sono Tisha (Zendaya, che io non riesco a trovare né particolarmente brava né simpatica), Art (Mike Faist) e Patrick (Josh O'Connor), ed è ambientato nel mondo del tennis, anzi a dire la verità si sviluppa nella durata di una partita di tennis, nonostante i numerosi flashback che si aprono nella narrazione e che portano avanti e indietro nel tempo lo spettatore, proprio come una pallina da tennis.

Art e Patrick sono amici da quando avevano 12 anni e frequentavano insieme l'accademia di tennis. A un torneo giovanile conoscono di persona Tisha Duncan, una promessa del tennis femminile, e ne sono ammaliati, innamorandosene entrambi. A distanza di molti anni, quando Tisha e Art sono ormai sposati da tempo, Tisha ha lasciato il tennis giocato a causa di un infortunio, e Art è diventato un professionista ad alti livelli, coccolato dagli sponsor insieme alla moglie allenatrice (il product placement nel film è ovunque), i tre si incontrano nuovamente - forse non per caso - a un torneo minore, un challenger appunto, dove i nodi non sciolti del passato torneranno a galla e si riverseranno sul campo da gioco.

Oltre alle numerose citazioni e ispirazioni al cinema del passato a cui ormai Guadagnino ci ha abituati, in Challengers il regista sceglie una confezione quasi da teen-movie e un girato molto contemporaneo, con le riprese in soggettiva non solo dei giocatori, ma anche della pallina, ovvero quelle dal basso che mostrano il giocatore come lo vedessimo da sotto la lastra di vetro su cui si muove, o ancora le numerosissime immagini sghembe, oltre all'uso esteso (e direi anche abuso) del ralenti.

Il tutto per raccontare, attraverso la tensione competitiva di una partita di tennis e i ribaltamenti di campo che la caratterizzano, la competizione e la tensione erotica e amorosa di un triangolo, i cui rapporti interni funzionano come un elastico che allontana e avvicina i vertici a seconda delle circostanze, rivelando di volta in volta sfaccettature diverse dei personaggi. In realtà, alla fine i tre personaggi restano piuttosto monodimensionali (Tisha manipolatrice e ossessiva, Art un buono ai limiti del debole, Patrick uno sbruffone anche un po' stronzo), e questo fa sì che l'evoluzione narrativa sia piuttosto prevedibile fino al telefonatissimo finale. Pur all'interno di una dimensione molto contemporanea delle relazioni, in cui non si tace l'ambiguità del rapporto di amicizia tra Art e Patrick - nel quale si sprecano i richiami omosessuali, a volte espliciti altre volte impliciti - devo anche lamentare una visione un po' stereotipata dei rapporti sentimentali e del desiderio, che gioca sull'idea che il desiderio si alimenta sempre e solo per il tramite della competizione (e dunque del conflitto e della stronzaggine), mentre è antitetico all'amore e alla devozione. Che forse è pure vero, ma non ci aiuta a comprendere questa contraddizione.

Il cinema era pieno di ragazzini e persone molto giovani (attirate forse da Zendaya? Anche se c'entra sicuramente il cinema di quartiere in cui ho visto il film), ma la cosa - rispetto all'idea che io, forse ormai erroneamente, ho del cinema di Guadagnino - mi ha fatto specie e mi ha suscitato vari interrogativi.

Vedremo dove andrà a parare Guadagnino nel prossimo futuro.

Voto: 3/5



mercoledì 15 maggio 2024

La bataille de Solférino = La battaglia di Solferino

Ho approfittato della giornata dedicata a Vincent Macaigne, organizzata dall'Institut français Centre Saint-Louis, come coda del Festival Rendez-Vous, per andare a vedere al Cinema Nuovo Sacher La bataille de Solférino, il primo lungometraggio di Justine Triet (anche se pare ce ne sia uno precedente ambientato in Brasile, ma non riesco a trovare riferimenti precisi).

Il film è uscito nel 2013 ed è l'evoluzione di un corto dal titolo Solférino uscito nel 2009 e girato nel 2007 in occasione delle elezioni presidenziali francesi che videro la vittoria di Sarkozy. La bataille de Solférino viaggia su un doppio binario narrativo, uno pubblico e uno privato, che si intrecciano nella giornata del 6 maggio 2012. Da un lato c'è la vicenda di Laetitia (Laetitia Dosch) e Vincent (Vincent Macaigne), divorziati con due figlie piccole, sulla gestione delle quali ci sono delle conflittualità aperte; dall'altro c'è l'attesa dell'annuncio dei risultati del secondo turno delle presidenziali, da cui uscì vincitore François Hollande, che riempie le piazze di Parigi.

Laetitia è una giornalista televisiva che deve andare in mezzo alla folla a raccontare in diretta gli esiti delle presidenziali, dunque lascia le due bambine a un giovane babysitter, mentre Vincent si dirige verso casa di Laetitia perché vuole stare un po' con le sue figlie, sebbene Laetitia disapprovi questa possibilità. In questo ping pong si inseriranno vari altri personaggi: il nuovo compagno di Laetitia, Virgil, l'amico di Virgil, nonché aspirante avvocato Arthur (Arthur Harari, nella vita marito di Justine Triet), il vicino di casa di Laetitia e ovviamente il povero babysitter. La confusione regna sovrana a casa di Laetitia, tra bambine che urlano e giocattoli sparsi ovunque, ma anche nelle piazze e per le strade dove masse di gente si accalcano in attesa dei risultati e si contrappongono agli avversari politici.

Come ci racconterà al termine del film Vincent Macaigne, Justine Triet - con la freschezza e l'energia dei trent'anni - gira un film che, certo, appare imperfetto, ma è pieno di un entusiasmo e di una vitalità tipicamente giovanili, e che riesce anche a sfruttare un'epoca nella quale era stato possibile girare un film "dal vero", con l'attore che si muove in mezzo alla folla reale di Rue Solferino e viene ripreso dall'alto dai balconi, ovvero con i cameramen che filmano i veri partecipanti delle manifestazioni e le loro dichiarazioni. Insomma, un originale mix di fiction e documentario, nel quale il conflitto privato e quello pubblico si scioglieranno entrambi verso la fine del film, con tutti i protagonisti che si ritrovano dove tutto era iniziato, a casa di Laetitia, a condividere un momento di armonia, prima che il conflitto divampi ancora.

Divertente, magnificamente recitato, con un ritmo forsennato, che si guarda oggi - forse perché nel frattempo il tempo è passato e perché possiamo utilizzare il senno di poi - con un po' di nostalgia e al contempo di cinismo in merito alle aspettative politiche e all'evoluzione della situazione non solo francese, bensì anche europea.

Voto: 3,5/5


lunedì 13 maggio 2024

Cattiverie a domicilio = Wicked little letters

La regista inglese Thea Sharrock si ispira a una storia incredibilmente vera accaduta a Littlehampton nel 1922 per raccontare la condizione femminile in Inghilterra in quegli anni e parlare di riscatto femminile. E lo fa offrendo allo spettatore un'occasione di divertimento purissimo, oltre che di riflessione.

Già solo questo basterebbe a fare di questo film un must-see. Ma ci sono anche numerosi altri motivi per non perderlo (possibilmente in lingua originale). Il primo è una sceneggiatura scoppiettante che - a partire dal linguaggio divertentemente osceno delle lettere che sono al centro della narrazione - si sostanzia di dialoghi decisamente ben scritti. Non a caso il secondo motivo che rende il film imperdibile è la prova degli attori che fanno a gara di bravura, a partire da Timothy Spall e Olivia Colman, che sono delle certezze, fino ad arrivare a Jessie Buckley (che avevo già apprezzato in Fingernails) e Anjana Vasan.

La storia è presto detta: nel 1922 nel paesino di Littlehampton, nella zona di Portsmouth, Edith Swan (Olivia Colman), la figlia zitella del burbero Edward (Timothy Spall), riceve delle lettere oscene e offensive. All'ennesima lettera il padre denuncia la cosa alla polizia e i sospetti cadono immediatamente su Rose Gooding (Jessie Buckley), una giovane donna irlandese che è arrivata in paese con la figlia dopo la guerra, e che ha un comportamento anticonvenzionale e riprovevole agli occhi della comunità locale. L'accusa nei confronti di Rose viene data per certa senza grande indagini, rafforzata dal pregiudizio collettivo, ma la giovane poliziotta Gladys Moss (Anjana Vasan) ha numerosi dubbi e, non riuscendo a convincere i suoi colleghi maschi a fare indagini serie, decide di fare da sola e, con l'aiuto di alcune donne della comunità e di suo nipote, scopre qual è la vera storia che si nasconde dietro le lettere, che è una storia di oppressione e di rabbia.

Wicked little letters (che in italiano diventa Cattiverie a domicilio) è un film molto fedele alla storia vera a cui è ispirato, ma la regista Thea Sharrock aggiunge allo scheletro narrativo motivazioni e sentimenti che gli atti giudiziari non ci hanno tramandato.

Guardando il film non ho potuto fare a meno di pensare al film di Paola Cortellesi, C'è ancora domani, che da certi punti di vista ha un approccio simile: film ambientato nel passato, ispirato a vicende reali, che tratta il tema della condizione della donna, ma lo fa in maniera ironica. E in un certo senso i due film condividono il limite di una ricostruzione ambientale un po' finta e di alcuni personaggi un po' macchiettistici. La differenza principale tra i due film la fanno la sceneggiatura e gli attori, che nel caso di Cattiverie a domicilio io trovo superiori. Ma so in questo di essere decisamente in minoranza, visto il successo nazionale e internazionale della Cortellesi, di cui comunque sono contenta.

Voto: 3,5/5



venerdì 10 maggio 2024

Ducks. Due anni nelle sabbie bituminose / Kate Beaton

Ducks. Due anni nelle sabbie bituminose / Kate Beaton. Milano: Bao Publishing, 2023.

Il graphic novel di Kate Beaton è un memoir in forma di fumetto. Siamo in Canada nei primi anni Duemila: Kate vive con la sua famiglia nell'isola del Capo Bretone, alle estreme propaggini orientali del paese. Dopo essersi laureata, la ragazza - come molti studenti nordamericani - si ritrova con un enorme debito studentesco da restituire, e decide - come molte persone delle regioni orientali del Canada - di trasferirsi nello stato dell'Alberta, e precisamente nella zona delle sabbie bituminose, tra Fort McMurray e Fort McKay, dove in quel periodo all'epoca del racconto c'era bisogno di enorme quantità di forza lavoro per l'estrazione del petrolio.

Qui Katie si ritrova a essere una delle pochissime donne in un ambiente di lavoro al 95% maschile, nel quale le donne - indipendentemente dalla loro età, bellezza o comportamento - sono costantemente oggetto di attenzioni più o meno sgradevoli che arrivano fino a frequenti episodi di stupro.

Katie, che nel corso dei due anni lavorerà in diverse sedi tra quelle dove si estrae il petrolio, sperimenta ovunque lo stesso clima "da caserma" e finisce lei stessa vittima di stupro per ben due volte, oltre a raccogliere le confidenze delle altre colleghe che subiscono lo stesso trattamento, senza che sia di fatto possibile denunciare la situazione senza subire conseguenze persino peggiori.

E fin qui sembrerebbe un lavoro di denuncia dalle sfumature drammatiche.

In realtà il graphic novel della Beaton è qualcosa di molto più articolato e complesso, e proprio in questo sta la sua forza.

Se infatti il tema della condizione delle donne in questo contesto lavorativo è centrale, l'autrice non ama le semplificazioni e le risposte ovvie, e dimostra in tutto il racconto una grande empatia per gli esseri umani tutti e una spiccata propensione per l'analisi delle situazioni e la comprensione profonda.

Il suo, dunque, non è semplicisticamente un atto di accusa nei confronti del maschilismo onnipresente e pervasivo di fronte al quale ciò che diventa notizia è solo la punta dell'iceberg e spesso lo è in maniera distorta, bensì è anche una riflessione sulla tossicità di un contesto lavorativo che sembra fatto apposta per tirare fuori il peggio delle persone e che gioca sul fatto che le persone sono disposte a tanto per migliorare la loro condizione economica.

In questi campi dove i lavoratori vivono quasi segregati dal resto del mondo - lontani dalle loro famiglie, dagli affetti e da una vita normale - le condizioni di disagio psicologico sono molto diffuse, ma alle aziende interessa solo poter vantare l'assenza di incidenti sul lavoro. Non importa se il personale fa uso di sostanze stupefacenti per combattere solitudine e depressione, se gli uomini diventano predatori a caccia di donne, se le persone vengono sradicate dalle loro origini con il miraggio del guadagnare più di quello che potrebbero nei paesi da cui provengono, se la flora e la fauna che abitano questi territori vengono distrutte, perché su tutto prevale l'obiettivo delle aziende di sfruttare al massimo il petrolio.

Le sabbie bituminose dell'Alberta sono dunque un microcosmo che - pur nelle sue specificità e nella sua irripetibilità - permette di riflettere su molti/tanti dei temi che caratterizzano le nostre società capitalistiche. Con alcuni abbiamo familiarità (penso alle migrazioni con finalità lavorative, alla cultura maschilista e alla tossicità degli ambienti a prevalenza maschile, alle ricadute ambientali del nostro benessere), con altri meno (i debiti studenteschi sono qualcosa di più estraneo al contesto europeo, ma sappiamo di cosa si tratta). In generale però questa esperienza, in fondo lontana geograficamente e anche temporalmente da noi, si rivela ben più ricca di stimoli e di riflessioni di quanto non si possa immaginare al principio.

Tra l'altro la Beacon ha disegni molto gradevoli, espressivi sia nella componente ironica che drammatica (tavole con i dialoghi e le situazioni tra i vari protagonisti si alternano ad altre con vedute di insieme) e un modo di impostare il racconto lineare senza essere banale. E questo è certamente un valore aggiunto.

Insomma, una lettura consigliatissima per affrontare temi importanti con un approccio complesso, ma non noioso.

Voto: 4/5

mercoledì 8 maggio 2024

Civil war

Vado a vedere questo film di Alex Garland con grandi aspettative, solo in parte attenuate dalla recensione decisamente non entusiastica di Matteo Bordone nel suo podcast (ma io e lui non sempre siamo allineati rispetto ai gusti cinematografici).

Mi attira e mi incuriosisce molto l'idea di vedere raccontata sul grande schermo una guerra civile negli Stati Uniti, vista attraverso gli occhi di una fotoreporter di guerra, Lee Smith (che ha il volto di Kirsten Dunst, e il cui nome sembra essere il risultato di una doppia citazione, quella di Lee Miller e di Eugene Smith, due iconici e straordinari fotoreporter di guerra).

La storia non è molto di più di questo. Lee svolge il suo lavoro da moltissimi anni e ha documentato guerre in tutto il mondo; ora, insieme al collega Joel (Wagner Moura) intende andare da New York a Washington D.C. per raccontare una nazione in guerra e intervistare il presidente, asserragliato a Capitol Hill, mentre le forze secessioniste di California, Texas e Florida si avvicinano. In questo viaggio on the road attraverso un paese in cui dilagano violenza e distruzione, Lee e Joel saranno affiancati da Sammy (Stephen McKinley Henderson), un vecchio giornalista del New York Times, e da Jessie (Cailee Spaeny), una aspirante fotoreporter che ha una vera e propria ammirazione per Lee. Molte cose accadranno durante questo viaggio, e le relazioni tra questi personaggi cambieranno anche in conseguenza delle numerose difficoltà e pericoli che dovranno affrontare insieme.

La distopia di una nazione come gli Stati Uniti travolta da una guerra civile è ovviamente suggestiva e anche preoccupante, soprattutto se guardata con gli occhi di un presente in cui questa prospettiva appare molto meno assurda di quanto potrebbe o dovrebbe. Va detto però che il film non mi pare voglia approfondire particolarmente questo aspetto. Cosicché - per come l'ho letto io - il focus è piuttosto sul ruolo dei media nella documentazione dei conflitti e in particolare sulla professione del fotoreporter, con tutte le implicazioni di carattere etico che la caratterizzano (e che sono concentrate in particolare nel rapporto tra Lee e Jessie).

D'altra parte, nemmeno su questo tema, pur centrale - com'è confermato anche dal fatto che durante l'azione ogni tanto vediamo dei fermi immagine a colori o in bianco e nero che sono le fotografie rispettivamente di Lee e di Jessie - posso dire che sia stato fatto un particolare lavoro di approfondimento, che renda il film speciale. Il che insieme ad altri aspetti che mi hanno lasciato un po' perplessa - il commento musicale di alcune sequenze narrative, gli inserti presuntamente poetici in momenti drammatici, la violenza in qualche caso un po' gratuita, il girato che a volte fa pensare a un videogioco sparatutto - ha fatto sì che arrivassi alla fine del film sostanzialmente delusa. Con chi mi ha chiesto un giudizio sintetico non ho potuto fare a meno di usare il termine "giocattolone" (ovviamente una semplificazione e una esagerazione) per connotare un film che certamente è nato con grandi ambizioni, ma che alla fine a me personalmente non ha raccontato nulla di particolarmente nuovo né di significativo. Senza dubbio le immagini di città occidentali trasformate in uno scenario di guerra sono piuttosto potenti e ben fatte, ma anche quelle non sono particolarmente nuove, e a mio avviso non bastano a salvare il film dal rischio della superficialità.

Voto: 3/5



lunedì 6 maggio 2024

Cyrano de Bergerac / adattamento e regia di Arturo Cirillo. Teatro Ambra Jovinelli, 21 aprile 2024

La stagione teatrale volge ormai al termine ma ci regala ancora qualche sprazzo di entusiasmo. E del resto sapevo già che con Arturo Cirillo è difficile restare delusi e ci si può fidare quasi a occhi chiusi.

Da un paio d'anni Cirillo porta in giro per i teatri italiani la sua personale versione del Cyrano di Bergerac di Edmond Rostand, la storia del celebre spadaccino guascone innamorato di Rossana che, a causa del suo enorme naso, non solo rinuncia a dichiararsi alla sua bella ma aiuta il giovane cadetto Cristiano a conquistarne definitivamente l'amore, prestandogli i suoi versi e le sue parole.

La storia di Cyrano è ampiamente nota ed è stata adattata variamente per il teatro e il cinema, in modi più o meno fedeli al testo originale. Anche Cirillo sceglie una lettura personale e molto originale.

Innanzitutto il Cyrano diventa un musical, quindi il recitato (quasi sempre in versi) si alterna al cantato, e questo racconto in musica si inserisce in una confezione da teatro di rivista, con tanto di paillettes e lustrini sia negli abiti che nella scenografia. Lo stesso Cyrano porta il frac, il cappello a cilindro e il bastone, come nella migliore tradizione degli spettacoli di varietà, configurandosi dunque più come un intrattenitore che come uno spadaccino.

In secondo luogo, sul piano narrativo, la storia di Cyrano è interpolata con quella di Pinocchio, essendo i due personaggi principali delle due storie accomunati da questo naso ingombrante e dalle bugie che costellano le loro esistenze, cosicché nel mondo che circonda Cyrano Rossana diventa a tratti la fata turchina, il pasticciere amico Ragueneau si fa un po' grillo parlante, e qua e là si intravedono altre assonanze.

Ma, soprattutto, quello di Cirillo è un omaggio al teatro, un vero e proprio atto d'amore, come si capisce fin dal prologo che svela agli spettatori la finzione letteraria di Cyrano e il rapporto dell'attore con il personaggio letterario, ed è reso ancora più chiaro ed evidente dall'allestimento scenico che consiste in un palco (rotante) su cui in alcuni momenti cala un sipario di seta luccicante e gli oggetti di scena vengono messi e tolti.

Cirillo sembra volerci dire che su quel palco tutto può accadere e chi frequenta le storie e le porta a teatro ha la possibilità di mostrare che i fili di queste storie si intrecciano in modi a volte imprevedibili, e letterati e drammaturghi anche distanti nel tempo e nello spazio contribuiscono tutti - con la loro creatività - al grande racconto della nostra umanità, rendendo il teatro un luogo di riconoscimento collettivo e di costruzione di identità per chi lo fa e per chi lo guarda.

E tutto questo lo si può fare anche attraverso un divertissement, com'è questa messa in scena di Cyrano, che non a caso si conclude con un giro saltellante di Cirillo e di tutti gli attori per l'intera platea.

Voto: 3,5/5

venerdì 3 maggio 2024

Tatami = Una donna in lotta per la libertà

Quando improvvisamente ho realizzato che la regista (insieme a Guy Nattiv) nonché co-protagonista (insieme ad Arienne Mandi) di Tatami è Zahra Amir Ebrahimi (detta Zar Amir) che avevo molto amato in Holy spider, la mia intenzione di andare a vedere il film è diventata certezza. E ovviamente ho scelto la lingua originale che, soprattutto in film come questi, rappresenta per me ormai un valore aggiunto insostituibile.

Tatami è ispirato a una storia vera e racconta di una judoka iraniana, Leila (Arienne Mandi), che - insieme alle sue compagne di squadra e guidata dalla sua allenatrice Maryam (Zar Amir) - partecipa al campionato del mondo in Georgia. Al medesimo campionato partecipa anche un'atleta israeliana, che Leila conosce da tempo e con cui c'è cordialità e rispetto. Quando però sia quest'ultima che Leila cominciano a superare le loro avversarie e a scalare il cartellone, cosicché la probabilità di un incontro tra le due atlete diventa sempre più probabile, prima la Federazione di judo iraniana, poi figure sempre più vicine al governo iraniano fanno pressioni su Maryam perché convinca Leila a ritirarsi dalla competizione fingendo un infortunio. Di fronte alle resistenze prima di Maryam, poi della sola Leila, le pressioni diventano minacce e poi azioni concrete nei confronti delle famiglie delle due donne, in una spirale di tensione in cui procedono parallelamente gli incontri di Leila e la sua condizione di isolamento e terrore.

Il film di Amir e Nattiv è girato in uno splendido bianco e nero che richiama i colori primari della tenuta judoka e che in qualche modo uniforma visivamente le differenze tra le atlete, all'interno di un formato 4:3 che contribuisce a creare quel senso di costrizione e di soffocamento crescente che caratterizzerà sempre di più sia gli incontri sul tatami sia la vicenda narrativa che si svolge al di fuori di esso. Le due attrici principali sono entrambe molto brave e credibili nei loro ruoli, nonché capaci di attivare un forte senso di empatia in chi guarda.

La conclusione della vicenda e il racconto di quello che accade dopo l'ultimo incontro di Leila rendono forse fin troppo palese l'intento del film, che è quello di mostrare al mondo la totale assenza di libertà dei cittadini e soprattutto delle cittadine iraniane e la condizione di sudditanza e di violenza psicologica e materiale a cui sono sottoposti in ogni aspetto della loro vita. Forse non ce ne sarebbe stato bisogno, ma comprendo perfettamente l'urgenza di una persona che ha vissuto in prima persona la persecuzione ed è dovuta scappare via dall'Iran come Zar Amir di non lasciare zone d'ombra nel "messaggio" di questo film e utilizzare il cinema per non far mai spegnere i riflettori sull'insostenibilità della situazione iraniana.

Quindi, sono ampiamente disposta a scusare qualche difetto cinematografico se ci sono - come in questo caso - coraggio e passione politica. Continuerò senza dubbio a seguire con attenzione Zar Amir nel prosieguo della sua carriera come attrice e regista.

Voto: 3,5/5


mercoledì 1 maggio 2024

Erlend Øye e la Comitiva. Monk, 20 aprile 2024

Come molti già sapranno, Erlend Øye è uno dei due componenti dei Kings of Convenience (l'altro è Eirik Glambæk Bøe). Personalmente, i KoC mi sono sempre piaciuti e li seguo da tempo (anche dal vivo), ma man mano che la loro conoscenza si è approfondita ho cominciato a seguire anche la carriera solista di Erlend Øye, che sia sul piano personale che musicale mi pare un personaggio eclettico ed interessante.

Tra l'altro Erlend Øye è ormai mezzo italiano, visto che oltre dieci anni fa si è trasferito a vivere a Siracusa, nel cui ambiente - musicale e non solo - è perfettamente integrato. Due anni fa, proprio grazie a lui e al concerto che i KoC hanno fatto a Villa Ada ho conosciuto Marco Castello, il polistrumentista e cantautore siciliano che in quella circostanza li accompagnava e che di lì in poi ho cominciato a seguire anch'io.

Nel frattempo Marco Castello ne ha fatta di strada e ha una carriera autonoma importante, tanto che all'ultimo concerto organizzato a Roma, non essendomi mossa abbastanza per tempo, non ho trovato più posto.

Ora, Erlend Øye e Marco Castello hanno finalmente dato alla luce un lavoro che li vede insieme protagonisti, sotto il nome di La Comitiva, nella quale oltre a loro due ci sono anche Stefano Ortisi e Luigi Orofino. A questo quartetto di tanto in tanto nei vari concerti si uniscono altri musicisti, e per esempio a Roma abbiamo avuto il piacere di sentir suonare con la Comitiva anche Romain Bly ai fiati e alle percussioni.

Insomma, la Comitiva è un vero e proprio progetto musicale aperto e multiforme, iniziato ormai diversi anni fa e forse destinato a trasformarsi sull'onda della creatività di Erlend e dei suoi sodali.

Al Monk la Comitiva porta una setlist in cui il gruppo ha scelto di dare visibilità sia alle creazioni collettive, sia alle canzoni invece legate alle storie individuali, sia a cose contenute nell'album sia ad altre che invece lì non ci sono. Si comincia con Fence me in e Peng Pong per poi andare ad Upside down e ad Altiplano
Già in queste prime canzoni si capisce che il concerto sarà notevole sia sul piano musicale che su quello dell'intrattenimento: so già che Erlend Øye è un mattatore, quindi non solo suona (in questo caso l'ukulele) e canta, ma parla con il pubblico, scherza e balla nel suo modo buffo. Gli altri musicisti che lo circondano gli reggono il gioco e contribuiscono a trasformare l'atmosfera complessiva in una serata tra amici, che poi tanto sera non è visto che il concerto inizia alle 19,30.

Comunque, rotto il ghiaccio iniziale, il concerto fila via spedito, mentre canzoni in inglese si alternano ad altre in italiano, da un lato Price, For the time being, Lockdown blues, You and only you, dall'altro Il matrimonio di Ruggiero, Paradiso, Bologna. Non mancano le esecuzioni di canzoni scritte dai singoli e da loro cantate, come Beddu di Marco Castello, e Amsterdam di Luigi Orofino. 

Il concerto si chiude con Spider e, in un progressivo crescendo di partecipazione ed entusiasmo, con La prima estate. Al ritorno sul palco dopo il richiestissimo bis La Comitiva ci propone una canzone più soft e una di maggiore ritmo (Mornings and afternoons e Poor Leno), e il concerto finisce con Erlend che trascina tutti i musicisti al centro della sala per continuare a suonare e cantare senza amplificazione. Un'esperienza musicale e umana di grandissima soddisfazione che ci fa uscire dalla sala del Monk tutti con il sorriso sulle labbra e pienamente soddisfatti.

Voto: 4/5

lunedì 29 aprile 2024

I maneggi per maritare una figlia / con Tullio Solenghi ed Elisabetta Pozzi. Teatro Quirino, 10 aprile 2024

Nel programma teatrale di quest’anno non so se non mi ero accorta della programmazione di questo spettacolo, oppure lo avevo considerato un po’ estraneo ai miei interessi nonostante la presenza di Elisabetta Pozzi. Poi, su sollecitazione di F., mi sono convinta ad andare e devo dire che non me ne sono pentita.

I maneggi per maritare una figlia è un’opera in dialetto genovese scritta a cavallo tra Ottocento e Novecento da un drammaturgo genovese di nome Niccolò Bacigalupo. L’opera è stata resa famosa dalla messa in scena - registrata anche per la televisione nel 1959 – interpretata dal genovese doc Gilberto Govi e da sua moglie Rina Gaioni.

A riportare in scena questo classico del teatro genovese è un altro genovese doc, Tullio Solenghi, che cura l’adattamento insieme a Margherita Rubino, la regia e l’interpretazione del personaggio principale, Steva, ossia il ruolo che fu di Govi. Nel ruolo invece di sua moglie Giggia la mia adorata Elisabetta Pozzi, anche lei genovese, e del resto non poteva che essere così per un testo in cui la genovesità è un tratto fortemente caratterizzante.

I maneggi per maritare una figlia è una commedia in due atti: il primo è ambientato a Genova nella casa di città dove Steva e Giggia vivono con la figlia Matilde in età da matrimonio, di cui è innamorato il cugino Cesare, ma che aspira invece al signor Riccardo, figlio di un senatore, il secondo è ambientato nella villa di campagna dove Steva, Giggia e Matilde hanno invitato anche la cugina Carlotta e suo fratello Cesare, nonché il signor Riccardo e il suo amico Pippo, e dove arriva a un certo punto anche il signor Venanzio.

È nel secondo atto che a poco a poco si va dispiegando il tipico intreccio narrativo da commedia degli equivoci sulla base del quale le cose prendono direzioni diverse da quelle che in particolare Giggia e Matilde si aspettano, ma che alla fine riusciranno a convergere verso un finale tutto sommato felice e ben accetto per tutti.

Tullio Solenghi sceglie una messa in scena molto rispettosa del testo e certamente coglie l’occasione per confezionare un vero e proprio omaggio a Gilberto Govi, di cui tra l’altro proprio in conclusione sentiamo la voce registrata come se provenisse dalla radio che Steva ha ricevuto in dono e che è giunta con un pacco da Buenos Aires.

In un certo senso proprio la fedeltà al testo e l’esplicita ispirazione alla messa in scena degli anni Cinquanta sono al contempo il punto di forza e il punto di debolezza dello spettacolo. Da un lato infatti lo spettatore fa un vero e proprio viaggio nel tempo, catapultato in un teatro che praticamente non esiste più, e ne riscopre le virtù semplici ma anche immortali, dall'altro il salto indietro nel tempo non può passare inosservato a livello di ritmi, di intreccio e di drammaturgia.

Non a caso, e a seconda delle inclinazioni individuali, nel pubblico c’è chi si fa trascinare dal fascino e dalla comicità un po’ vintage di questo testo, e si diverte molto, e chi – com'è il mio caso – non riesce completamente a superare la percezione di una distanza temporale che diventa a tratti emotiva, nonostante la bravura di tutti gli attori e i temi universali che sono sottesi a questo intreccio.

Ciò detto, si tratta di un’esperienza teatrale che sono contenta di aver fatto, e che aggiunge un ulteriore tassello al quadro complessivo del mio rapporto con il teatro.

Voto: 3/5

mercoledì 24 aprile 2024

Come dividere una pesca / Noor Naga

Come dividere una pesca / Noor Naga; trad. di Francesca Pe'. Milano: Feltrinelli, 2023.

Protagonisti di questo romanzo di Noor Naga sono una ragazza e un ragazzo senza nome. Lei è di origine egiziana ma è cresciuta in America dopo che i genitori si sono trasferiti lì, lui viene da un piccolo e poverissimo villaggio che ha abbandonato per spostarsi al Cairo dove ha partecipato alle manifestazioni che hanno portato alla caduta di Mubarak.

Lei decide di trascorrere un periodo al Cairo perché vuole entrare in contatto con il suo paese d'origine, nonostante il parere contrario della madre, e ci arriva da privilegiata, con un lavoro, una bella casa a disposizione e ampie possibilità economiche. Nel frequentare il Riche Cafe conosce il ragazzo di Shubra Khit, e da qui inizia una relazione tra i due. Si tratterà di un incontro tra due mondi apparentemente vicini, ma in realtà lontanissimi e inevitabilmente destinati a entrare in collisione.

Il libro di Noor Naga è articolato in tre parti. Nella prima ogni capitolo inizia con una domanda più o meno bizzarra, cui segue il relativo punto di vista dei due protagonisti, che si alternano capitolo dopo capitolo. Nella seconda parte la storia continua senza domande, ma sempre attraverso l'alternarsi del racconto di lei e di lui, dopo che le loro strade si sono separate. L'ultima parte racconta un laboratorio di scrittura in cui un insegnante e un gruppo di persone stanno commentando il romanzo di Noor, in particolare discutono della sua terza parte, e dunque di quanto accaduto dopo gli ultimi eventi descritti nella seconda parte, e si conclude con la notizia che il romanzo verrà pubblicato.

Sul piano della struttura narrativa, come si vede, si tratta di un romanzo molto originale che spariglia un po' le carte della narrazione e, in particolare nell'ultima sezione, svela la finzione, facendosi meta-narrativo, e portando direttamente nel romanzo alcune possibili obiezioni del lettore. E già questo lo rende piuttosto interessante.

A me personalmente ha però intrigato particolarmente lo sguardo all'interno della cultura e della società egiziane, soprattutto in relazione al rapporto con il mondo femminile. Il fatto che la protagonista sia una egiziana (e non una straniera), ma una egiziana di cultura occidentale, rende questo sguardo estremamente sfaccettato e complesso, pieno di contraddizioni, e costringe il lettore a riflettere sul tema delle distanze culturali, sulle moltissime forme ancora esistenti di colonialismo, sulle disparità interne alla stessa società egiziana, sulla profonda delusione di un popolo rispetto al sogno di riscattarsi, e su molto altro che il nostro punto di vista occidentale non solo ci rende difficile comprendere ma talvolta persino riconoscere.

Una lettura non facile e a tratti persino respingente, per la violenza psicologica strisciante che la attraversa, ma estremamente stimolante.

Voto: 3,5/5

lunedì 22 aprile 2024

Rendez-vous festival del nuovo cinema francese, 3-7 aprile 2024

E anche quest'anno come da tradizione non poteva mancare una piccola maratona di cinema francese grazie al Festival Rendez-vous, che ancora una volta è ospitato al Nuovo Sacher dove c'è sempre Nanni Moretti a fare gli onori di casa. In tutto riesco a vedere tre film, piuttosto diversi l'uno dall'altro, scelti un po' sulla base dell'interesse, un po' sulla base delle mie disponibilità di tempo. Ovviamente non mi permetto di dare un giudizio sul festival a partire da questi soli tre film, ma il mio bilancio finale, pur essendo positivo, non è entusiasta come in altre circostanze, nel senso che ho trovato i film godibili, ma non imperdibili. Comunque il valore aggiunto di poterli vedere in anteprima, in lingua originale e poter assistere al Q&A con il regista o gli interpreti rende l'esperienza assolutamente valida.

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Le procès Goldman = Il caso Goldman


In questo caso la scelta del film scaturisce sia dall'apprezzamento verso il regista Cédric Kahn sia dall'interesse verso i film giudiziari, che - se ben fatti - trovo molto appassionanti.

In questo caso Kahn ci propone un film strettamente giudiziario, visto che l'azione si svolge quasi interamente all'interno dell'aula del tribunale, il che - anche per effetto dell'uso di un formato 4/3 - produce un effetto decisamente claustrofobico.

Al centro la figura di Pierre Goldman, un estremista di sinistra di origine ebreo-polacca che negli anni Settanta compì numerose rapine, una delle quali finì con l'uccisione di due donne. L'uomo fu condannato in primo grado all'ergastolo in quanto riconosciuto colpevole anche del duplice omicidio. Il film di Kahn ci racconta il secondo grado del processo che arrivò anche grazie alla determinazione del padre di Pierre, figura di spicco della Resistenza francese, e sulla scia del grande successo del libro che lo stesso Goldman aveva scritto e che gli aveva procurato un ampio sostegno.

Come ci dice il regista, il film è stato interamente scritto sulla base dello studio dei giornali dell'epoca, mentre non è stato possibile accedere agli atti originali del processo. Ne viene fuori la figura istrionica di Goldman, che spesso interveniva persino contraddicendo i suoi avvocati, che pure ebbero un ruolo decisivo nell'assoluzione dell'uomo dall'accusa di omicidio.

È evidente che il film nasce da una vera e propria fascinazione per questo personaggio, che io personalmente non conoscevo, ma che certamente in Francia ha segnato un'epoca e il cui processo è stato rappresentativo di una temperie politico-sociale, che - pur non riguardando solo la Francia - certamente in questo paese ha avuto caratteristiche specifiche, che in parte ci sfuggono.

Sarà anche per questo che il film risulta piuttosto impegnativo da seguire; in generale la sceneggiatura appare un po' legnosa e a tratti meccanica, forse a causa di una ricostruzione che nasce da fonti molto frammentarie.

L'aspetto certamente più affascinante - che viene sottolineato anche dal regista nel dibattito finale - riguarda il meccanismo di funzionamento della giustizia, che - in assenza di prove schiaccianti - inevitabilmente risente di valutazioni di contesto, pur cercando di tenersi aggrappata alle procedure giudiziarie. Dunque, se Goldman sia stato o meno responsabile degli omicidi, per i quali si professava innocente a differenza che per le rapine, non lo sapremo mai, ma il rischio di un nuovo Affaire Dreyfus e tutta una serie di altri elementi hanno certamente contribuito a spingere verso l'assoluzione.

Voto: 3/5



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Le successeur = Il successore 

Con il film di Xavier Legrand ci si sposta decisamente verso un’altra dimensione cinematografica, che sta dalle parti del thriller psicologico. Protagonista è Ellias Barnès (Marc-André Grondin), un giovane stilista di origine canadese (è di Montreal) che si sta definitivamente affermando nell'ambiente dell’alta moda a Parigi, città dove vive da molto tempo. Il film inizia con una sfilata che si svolge in una scenografia a spirale, inquadrata a più riprese dall'alto e accompagnata da una musica che trasmette fin dall'inizio un senso di angoscia e di tragedia imminente.

Ellias sta per prendere l'eredità di una casa di alta moda quando arriva la notizia che suo padre – con il quale si era messo in contatto qualche giorno prima dopo moltissimi anni di lontananza – è morto, cosicché Ellias deve partire per Montreal per gestire il funerale e la dismissione dei beni del padre, compresa la casa nella quale viveva. Qui farà una scoperta agghiacciante che manderà in tilt i suoi programmi e la sua capacità razionale, innescando una reazione a catena che lo condurrà in un abisso sempre più profondo, a fare i conti con l’eredità di suo padre e le colpe dei genitori che ricadono sui figli.

Il regista al termine della proiezione ci dice che con questo film ha voluto indagare un altro aspetto del patriarcato, quello che ha meno a che fare con il rapporto tra uomini e donne, ma che in qualche modo inquina anche l’universo maschile. Sinceramente non so se ho colto quest’aspetto della narrazione; certamente però ho sentito molto intensamente lo stato d'animo del protagonista e, pur riconoscendone dall'esterno gli errori strategici, ho vissuto insieme a lui l'angoscia, la disperazione, il dolore, il senso di sconfitta, l'eterno ritorno di quello che pensavamo di esserci definitivamente lasciati alle spalle. Del resto il film si apre con una spirale, e la spirale ritorna anche nella scala della casa funeraria a cui Ellias si rivolge a Montreal, e in quella spirale il protagonista in qualche modo è destinato a rimanere intrappolato.

Voto: 3,5/5



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Bernadette = La moglie del presidente


Con l'opera prima di Lèa Domenech si chiude l’edizione 2024 del Rendez-vous film festival, e quest’ultima proiezione vede la partecipazione, oltre alla regista, della protagonista del film, Catherine Deneuve, che si porta ancora piuttosto bene i suoi 81 anni. Per la Domenech è la prima volta nel lungometraggio di finzione e, prima dell’inizio del film, la giovane regista ci spiega in un buon italiano la genesi di questo progetto. Dice che la figura di Bernadette Chirac è stata centrale nella società francese negli anni in cui era ragazzina, e che nel suo caso specifico il contatto con questa figura era ancora più forte in quanto suo padre era un giornalista politico. Nonostante l’appartenenza a una parte politica opposta e la cattiva nomea che Bernadette si portava addosso, la regista dice di averne rivalutato la figura dopo aver visto un documentario su di lei, e proprio a partire da quella suggestione ha deciso di realizzare una commedia incentrata su di lei e in particolare sulla sua rivincita come politica e come donna nei confronti di suo marito Jacques Chirac.

Il film è giocato su un registro molto divertente e divertito, come si capisce fin dalle prime scene quando compare un coro che con le sue esecuzioni a cappella spiega e commenta quanto accade nel film; ovviamente, la realtà storica, pur presente, è ampiamente mescolata con la finzione e l’invenzione cinematografica, che trasformano la coppia presidenziale e il suo entourage in un gruppo di personaggi da commedia dell’arte, con venature esilaranti e grottesche. Si tratta però di una leggerezza della narrazione che non scade mai nella volgarità e che non usa mai mezzucci, anzi si mette al servizio di una storia di riscatto femminile, e guarda a Bernadette con lo sguardo benevolo di chi – pur riconoscendone i limiti e i difetti – intende però anche mostrarne le qualità e le intuizioni.

Accanto alla bravissima Deneuve, straordinaria nel non prendersi sul serio, troviamo un grande Denis Podalydès (nel ruolo del consigliere della first lady) e un più macchiettistico Michel Vuillermoz nel ruolo del presidente. Un film godibile che ancora una volta dimostra la capacità dei francesi di parlare di politica e società con tanti registri diversi, ma in maniera non banale.

Voto: 3/5


venerdì 19 aprile 2024

No sleep till Shengal / Zerocalcare

No sleep till Shengal / Zerocalcare; con i toni di grigio di Alberto Madrigal. Milano: Bao Publishing, 2022.

A distanza di sei anni da Kobane calling, e con ormai all'attivo un numero imprecisato di albi e ormai ben due serie tv per Netflix, Zerocalcare torna a parlarci di quell'area del mondo collocata tra Siria, Turchia, Iran e Iraq che è il Kurdistan, ma che come tale non viene riconosciuto da nessuno dei paesi citati e nemmeno da buona parte della comunità internazionale.

A fronte di un mio incontro iniziale piuttosto tiepido con il mondo di Zerocalcare, Kobane calling ha rappresentato per me il momento della svolta, quello che mi ha definitivamente conquistata. La versione graphic journalist di Zerocalcare - ovviamente una versione originale e perfettamente in linea con lo stile di Zero (che a me ricorda un po' Guy Delisle) - è forse quella che mi convince di più o quanto meno quella con cui mi è più facile entrare in sintonia.

E la magia si ripete anche con No sleep till Shengal, che racconta il viaggio compiuto da Zerocalcare tra la primavera e l'estate 2021 nell'area dell'Iraq dove la comunità degli Ezidi rivendica l'autonomia dopo aver messo in piedi una confederazione democratica, ma è oggetto di una persecuzione su vasta scala.

Ancora una volta, dietro il viaggio di Zero c'è la comunità curda di Roma e la necessità di accendere i riflettori su un conflitto volutamente dimenticato. Zerocalcare ce ne parla a modo suo, raccontandoci il viaggio, le traversie, i checkpoint, gli incontri, le paure e i dubbi. E in tutto questo il fumettista romano è sempre lui, con le sue idiosincrasie e le sue pippe mentali, ma anche con sei anni di più, e quindi ancora più idiosincrasie e pippe :-D

In ogni caso, il graphic novel è un buon punto di partenza per incuriosirsi alla vicenda degli Ezidi, popolazione che è stata oggetto di numerosi massacri e tentativi di genocidio durante la sua storia, e che combatte per esistere e sopravvivere. Ovviamente questa è una sintesi semplificata, e - come direbbe Zero - le cose sono molto più complesse di così, e lui è un vero maestro nel mettere in scena - prima di tutto per sé stesso - l'obiezione.

Io me lo sono divorato una sera prima di andare a dormire, e non ho spento la luce finché non ho letto l'ultima pagina, la nota scritta che Zerocalcare pospone all'albo per dire che da quando il viaggio è stato compiuto alla pubblicazione dell'albo è passato circa un anno, e ovviamente le cose sono cambiate e alcune delle persone raccontate non ci sono più, perché questa area del mondo ha un livello di instabilità altissimo e raccontarne le vicende è difficile perché le cose cambiano molto rapidamente. Resta però sempre vero che il Kurdistan e più in generale questa area del mondo non trova pace né equilibrio, non solo per gli interessi vari e contrapposti dei paesi che vi gravitano (primo fra tutti la Turchia), ma anche e soprattutto per l'indifferenza - in buona parte interessata - del mondo occidentale.

Zerocalcare ci aiuta a non dimenticarcelo.

Voto: 3,5/5

mercoledì 17 aprile 2024

Kripton

Avevo puntato questo film fin dalla sua programmazione nell'ambito della Festa del cinema di Roma, ma non ero riuscita a vederlo. Già in quella circostanza ne avevo sentito parlare molto bene da diversi amici, poi il film esce in sala e la mia amica A. ne fa un post entusiastico su Facebook, cosicché la mia curiosità cresce ulteriormente.

Per fortuna, dopo averlo lisciato ancora, grazie al cinema Troisi che organizza una serata ad hoc co-organizzata con la Facoltà di psichiatria e psicologia della Sapienza Università di Roma, riesco finalmente a recuperarlo insieme a mio padre, mio ospite a Roma proprio in quei giorni.

Il film di Francesco Munzi, presente in sala e protagonista del dibattito finale insieme a Mauro Pallagrosi, dirigente medico psichiatra ASL Roma 1, è un documentario che nasce da un'esperienza molto particolare: la piccola troupe di Munzi, in particolare Valerio Azzali, trascorrono 100 giorni con il personale e i pazienti psichiatrici della ASL Roma 1, nonché le loro famiglie, e, in questo tempo, la telecamera riesce miracolosamente a scomparire, restituendoci la quotidianità di questo luogo e delle persone che lo popolano.

Ovviamente, non tutte le unità di personale né tutti i pazienti si sono resi disponibili a comparire nel film, ma le storie che Munzi e Azzali ci propongono costituiscono uno spaccato umano di grandissima intensità e valore.

Di fronte a noi le storie di Dimitri, ragazzo ucraino adottato quando aveva tre anni che sembra vivere in uno stato di apatia e sfiducia verso il futuro e ha un rapporto difficile con i genitori separati, Georgiana che ha avuto una figlia che le è stata tolta ma con cui vorrebbe ricongiungersi, Silvia che ha disturbi alimentari e non vuole separarsi dal padre, un ragazzo di 43 anni che vive in un delirio di persecuzione e di dissociazione dalla realtà, una ragazza di colore che si muove con circospezione e sembra rifuggire tutti.

Si tratta di storie difficili con percorsi terapeutici lunghi e non scontati, carichi di sofferenza e con prospettive incerte, eppure Munzi riesce nel non facile risultato di restituirci intera l'umanità di tutte le persone coinvolte, i pazienti, le famiglie, gli operatori sanitari. L'empatia è totale, anche con chi evidentemente ha una sofferenza psichica importante, e passa attraverso la possibilità - se non di una vera e propria comprensione - quanto meno di una compassione, intesa in senso letterale, ossia di sentire insieme a queste persone.

Assistiamo così ai colloqui tra pazienti e operatori, tra familiari e operatori, o anche a incontri allargati in cui partecipano insieme pazienti e familiari, oppure anche tutti i pazienti della struttura. Assistiamo anche a momenti difficili, momenti di crisi, di ribellione, di sofferenza, ma il film prende il volo soprattutto nel trasmetterci anche occasioni di incontro emotivo, di serenità, di chiarimento e addirittura momenti che definirei di pura poesia. C'è tanto pudore e tanto amore nella telecamera di Munzi che ci trasmette un voler bene, che finisce per essere anche il nostro, e che ci dimostra ancora una volta che solo la conoscenza aiuta a superare il pregiudizio ovvero i giudizi semplificati.

Il regista ci spiega durante il dibattito anche la scelta di introdurre nel film - quasi a creare dei veri e propri momenti onirici o di pausa - degli spezzoni tratti da filmini familiari (non direttamente relativi ai protagonisti) o ricavati da film sperimentali del passato. Si tratta - come ci dice Munzi - di suggestioni di tipo molto personale e forse arbitrario, che però ogni spettatore può cogliere e interpretare come vuole.

Si tratta in ogni caso di un asse "narrativo" parallelo che certamente aiuta a ritmare il racconto e in un certo senso ad amplificarlo, e che si affianca a un montaggio del girato molto efficace nello spostarsi da un personaggio all'altro e da una situazione all'altra in maniera intelligente e attrattiva per lo spettatore.

In definitiva il film di Munzi è un regalo prezioso che per una volta - ce ne vorrebbero molte di più di occasioni così - ci aiuta ad assumere, con intelligenza e sensibilità, un punto di vista davvero altro, e a renderci più consapevoli di una umanità ferita (che come ci dicono i titoli di coda è sempre più ampia, soprattutto dopo la pandemia) e che meriterebbe più attenzioni da parte delle istituzioni.

Al contrario, quello a cui assistiamo sono tagli alle strutture e al personale e rimozione collettiva, ossia la negazione di quello che una società davvero civile dovrebbe auspicare.

Voto: 4/5


lunedì 15 aprile 2024

L'origine del mondo. Ritratto di un interno / di Lucia Calamaro. Teatro Argentina, 26 marzo 2024

Sono ormai diversi anni che seguo il lavoro di Lucia Calamaro, di cui ho già visto diversi spettacoli a teatro. La considero una delle drammaturghe italiane più interessanti e che ha davvero qualcosa da dire e da raccontare.

Con L'origine del mondo torniamo indietro nel tempo, a un suo lavoro che risale a circa 15 anni fa, a un periodo alquanto difficile della sua vita, segnato dalla depressione, tema centrale di questo testo.

Quel periodo e quella condizione fortemente individuale hanno acquisito negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, una rilevanza sociale, tanto che da più parti si lancia l'allarme sul dilagare delle situazioni depressive, anche nei giovani.

Il testo torna dunque di stringente attualità, e così Lucia Calamaro decide di riportarlo in scena offrendo il ruolo principale a Concita De Gregorio, che - nonostante le perplessità iniziali - decide di accettare perché, anche in conseguenza delle sue vicende individuali, sente il testo molto vicino e personale.

Per quanto mi riguarda, mentre vedo lo spettacolo - e non avendo ancora letto che risale a 15 anni fa -, penso a più riprese che sia stato scritto per Concita, quasi cucito addosso a lei, tanto percepisco un forte senso di riconoscimento con quanto sta recitando.

L'origine del mondo parla di una donna di mezza età che cade in una condizione depressiva: non ci viene spiegato perché e se c'è un motivo specifico, ma la donna si è praticamente autoreclusa in casa, fatte salve le sedute presso la sua psicanalista.

La vicenda viene raccontata in tre parti. Nel primo atto, Concita durante la notte, a causa dell'insonnia si ritrova davanti al frigorifero a decidere se e cosa ha voglia di mangiare e a fare considerazioni su sé stessa e la propria vita; a un certo punto compare sua figlia, che a sua volta si è svegliata e con cui inizia un dialogo nel quale si confrontano la necessità della ragazza di poter contare sulla madre e l'impossibilità della madre di occuparsi di altro che non sia la sua condizione di malessere perenne. Il dialogo con la figlia si alterna a quello con la psicanalista, da cui emerge il senso di frustrazione di chi vorrebbe una soluzione al proprio stato e non la trova. Nel secondo atto, madre e figlia sono intorno alla lavatrice, quando arriva la madre di Concita, una donna di un'altra generazione che non riesce a farsi una ragione dello stato di catatonia della figlia e cerca di scuoterla con il suo approccio dirompente e un po' invadente, e con un buon senso forse un po' terra terra ma a tratti comprensibile. Nel terzo atto, Concita è di nuovo a confronto con la sua psicanalista con cui l'incomunicabilità sembra totale, ma in realtà nelle pieghe di questa non comunicazione si intrufola la possibilità per Concita di uscire finalmente dal suo guscio e di provare a riprendere in mano la propria vita.

Il racconto dei passaggi narrativi fa forse pensare a uno spettacolo drammatico, ma in realtà - com'è tipico degli spettacoli della Calamaro - il testo, pur trattando temi importanti, è fortemente ironico: si ride dei personaggi sul palco e anche di sé stessi, perché non si può fare a meno di riconoscersi in alcuni passaggi del testo, che è poi probabilmente il vero punto di forza del lavoro della Calamaro, cioè la profonda umanità che - pur concedendosi divagazioni intellettualistiche e colte, comunque in questo caso in modo ironico - riesce a parlare credo davvero a tutti.

Sarà per questo che due ore e mezza di spettacolo non mi sono pesate affatto. Le attrici tutte molto brave: Concita De Gregorio in questa inedita veste di attrice davvero sorprendente, notevoli anche Alice Redini (nel doppio ruolo della figlia e della psicanalista) e Lucia Mascino (nel ruolo della madre), che a teatro trovo ad ogni spettacolo sempre più brava e convincente.

Mi accorgo - guardando le mie recensioni degli altri spettacoli della Calamaro che ho visto in passato - che ho sempre messo lo stesso voto (3,5/5), il che significa che trovo che il suo teatro di alto livello e totalmente godibile, oltre che dai contenuti interessanti, ma - per il mio personale punto di vista - manca quel quid - che non saprei nemmeno identificare - per rendermeli totalmente indimenticabili.

Voto: 3,5/5