A Palazzo Bonaparte è in corso e programmata fino all’8 marzo 2026 la grande mostra dedicata all’artista boemo Alphonse Mucha, esponente di spicco dell’Art Nouveau.
Io e S. scegliamo di visitare la mostra con l’ormai collaudatissimo Vincenzo di Rome Guides, che – viste le eccellenti esperienze pregresse – sappiamo essere una garanzia di qualità, oltre ad essere capace di mantenere alta l’attenzione per l’intera ora e mezza in cui si dipana la visita.
Per me che di Mucha non so praticamente nulla, pur conoscendo alcuni dei suoi lavori più famosi, è l’occasione di conoscere innanzitutto un po’ di biografia di questo artista: il periodo nella nativa Boemia allora parte dell’impero austro-ungarico, la fase viennese, quella tedesca, poi la consacrazione artistica a Parigi grazie agli incontri con artisti già famosi all’epoca e soprattutto al sodalizio con Sarah Bernhardt, diva e attrice famosissima, che scelse Mucha come autore di moltissimi manifesti delle opere teatrali di cui era protagonista, poi l’intermezzo americano, quindi il ritorno nella nativa Boemia, dove negli anni Trenta assistette all’invasione nazista, fu imprigionato e morì per il complicarsi delle sue condizioni di salute, sepolto infine nel cimitero di Praga.
Il nome di Mucha è associato in modo particolare alle opere litografiche e ai poster da lui realizzati, con il supporto e la collaborazione del tipografo Champenois, che gli diedero una notorietà straordinaria e anche un importante ritorno economico, e che sono la parte della sua produzione che anche noi oggi conosciamo maggiormente.
Ma come spesso accade agli artisti, anche per Mucha ciò che gli diede fama e stabilità diventò anche per certi versi una prigione alla quale non fu facile sfuggire e che risultava molto limitante rispetto alle potenzialità creative della sua arte. Non a caso altre sue opere, come ad esempio L’epopea slava, venti tele che occuparono una parte importante della sua vita artistica e a cui Mucha teneva particolarmente in quanto espressione del suo spirito patriottico, non furono particolarmente riconosciute e apprezzate, se non molto più avanti.
A Mucha si deve però riconoscere innanzitutto l’eclettismo artistico che lo vide protagonista non solo dell’arte pittorica, ma anche di molte altre arti, come la fotografia, le arti applicate e molte altre, così come rilevante e innovativo è il ruolo che Mucha attribuisce nella sua arte alla figura femminile, che l’artista celebra non solo sul piano della bellezza ma anche come veicolo di molteplici significati, dai più semplici a quelli più complessi e spirituali, parte integrante del mondo culturale dal quale proveniva.
La mostra riesce a dare conto non solo delle diverse fasi della carriera di Mucha e delle sue numerose anime, ma riesce anche a contestualizzare adeguatamente la sua figura in un momento storico di grandissima vitalità sul piano culturale. L’intermezzo dedicato alla figura femminile nell’arte di cui la donna di Mucha rappresenterebbe la naturale erede mi è parso un po’ forzato e poco fluido, ma tutto sommato grazie a Vincenzo anche quello è diventato un momento sensato del percorso di visita.
Voto: 4/5
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lunedì 29 dicembre 2025
lunedì 14 aprile 2025
Munch. Il grido interiore. Palazzo Bonaparte, 9 marzo 2025
Ed eccomi alla terza esperienza con Rome Guides, e dunque con il mitico Vincenzo Spina, dopo la mostra su Botero e quella sul Futurismo. Ormai so cosa mi aspetta con lui e dunque l’effetto sorpresa della prima volta è inevitabilmente attenuato, però Vincenzo – oltre ad essere preparatissimo e brillante – ha sempre in serbo qualche colpo da maestro, su cui ovviamente non mi permetto di fare spoiler!
Comunque, tornando alla mostra, Munch. Il grido interiore arriva a Roma dopo il successo a Milano, a Palazzo Reale, e dopo averla visitata personalmente confermo che si tratta di un appuntamento da non perdere.
Devo però sottolineare – cosa che anche Vincenzo ci aveva detto – che l’allestimento negli spazi piuttosto labirintici e con sale piccole di Palazzo Bonaparte, combinato con un’audioguida che costringe le persone a stare tempi lunghissimi davanti ai quadri fanno sì che la mostra sia molto affollata. Io ci sono andata alle 9,30 di domenica mattina e, dopo pochi minuti dall’ingresso, la situazione si presentava già piuttosto faticosa, soprattutto al primo piano, che è forse quello con la maggiore densità di opere.
Comunque grazie al percorso narrativo proposto da Vincenzo, riusciamo a cogliere il meglio della mostra dribblando alcuni punti in cui l’ingorgo è quasi inevitabile.
Vincenzo ci propone un percorso tra le opere di Munch strettamente legato alla sua biografia e al racconto che lo stesso artista ne ha fatto nel suo diario, una biografia che è stata caratterizzata da molti eventi emotivamente difficili e ha profondamente condizionato il suo modo di esprimersi artisticamente: la morte della madre e poi della sorella Sophie per la tubercolosi, poi la malattia psichica della sorella Laura, l’ossessione religiosa del padre, più avanti anche la morte del fratello Andreas, nonché le difficili esperienze di Edvard con le donne e la vicenda dello sparo con cui si concluse il suo rapporto con Tulla, la sua stessa malattia mentale e il periodo di internamento nell’ospedale psichiatrico.
Da un lato Edvard deve fare i conti con tutto questo dolore che è troppo grande per la sua psiche già fragile, dall’altro la sua sensibilità e la sua tendenza all’introspezione gli consentono di non concentrarsi solo su sé stesso e la propria condizione, ma di indagare sul significato – o sull’assenza di esso - della vita umana e di utilizzare la propria arte non solo come strumento di cura per sé stesso, ma anche come strumento a disposizione di tutti.
Nonostante la furia nazista che voleva distruggere le sue opere e nonostante l’approccio dello stesso artista che le sottoponeva alla cosiddetta “cura da cavallo”, cioè le lasciava alle intemperie e non voleva che fossero restaurate, per fortuna gran parte della sua produzione – fatta non solo di tele ma anche di opere grafiche (xilografie, litografie, acqueforti) – si è conservata fino a noi consentendoci di apprezzare la sua visionarietà e modernità, e anche di poter entrare in sintonia con la sua vita (sfortunata, ma anche con alcuni periodi di serenità) e con la vita di tutti coloro con cui il destino non è stato generoso.
L’uso dei colori, la ripetizione di alcuni soggetti e contesti, le scelte artistiche estreme ed originali rendono l’opera di Munch assolutamente riconoscibile e certamente indimenticabile.
Voto: 3,5/5
Comunque, tornando alla mostra, Munch. Il grido interiore arriva a Roma dopo il successo a Milano, a Palazzo Reale, e dopo averla visitata personalmente confermo che si tratta di un appuntamento da non perdere.
Devo però sottolineare – cosa che anche Vincenzo ci aveva detto – che l’allestimento negli spazi piuttosto labirintici e con sale piccole di Palazzo Bonaparte, combinato con un’audioguida che costringe le persone a stare tempi lunghissimi davanti ai quadri fanno sì che la mostra sia molto affollata. Io ci sono andata alle 9,30 di domenica mattina e, dopo pochi minuti dall’ingresso, la situazione si presentava già piuttosto faticosa, soprattutto al primo piano, che è forse quello con la maggiore densità di opere.
Comunque grazie al percorso narrativo proposto da Vincenzo, riusciamo a cogliere il meglio della mostra dribblando alcuni punti in cui l’ingorgo è quasi inevitabile.
Vincenzo ci propone un percorso tra le opere di Munch strettamente legato alla sua biografia e al racconto che lo stesso artista ne ha fatto nel suo diario, una biografia che è stata caratterizzata da molti eventi emotivamente difficili e ha profondamente condizionato il suo modo di esprimersi artisticamente: la morte della madre e poi della sorella Sophie per la tubercolosi, poi la malattia psichica della sorella Laura, l’ossessione religiosa del padre, più avanti anche la morte del fratello Andreas, nonché le difficili esperienze di Edvard con le donne e la vicenda dello sparo con cui si concluse il suo rapporto con Tulla, la sua stessa malattia mentale e il periodo di internamento nell’ospedale psichiatrico.
Da un lato Edvard deve fare i conti con tutto questo dolore che è troppo grande per la sua psiche già fragile, dall’altro la sua sensibilità e la sua tendenza all’introspezione gli consentono di non concentrarsi solo su sé stesso e la propria condizione, ma di indagare sul significato – o sull’assenza di esso - della vita umana e di utilizzare la propria arte non solo come strumento di cura per sé stesso, ma anche come strumento a disposizione di tutti.
Nonostante la furia nazista che voleva distruggere le sue opere e nonostante l’approccio dello stesso artista che le sottoponeva alla cosiddetta “cura da cavallo”, cioè le lasciava alle intemperie e non voleva che fossero restaurate, per fortuna gran parte della sua produzione – fatta non solo di tele ma anche di opere grafiche (xilografie, litografie, acqueforti) – si è conservata fino a noi consentendoci di apprezzare la sua visionarietà e modernità, e anche di poter entrare in sintonia con la sua vita (sfortunata, ma anche con alcuni periodi di serenità) e con la vita di tutti coloro con cui il destino non è stato generoso.
L’uso dei colori, la ripetizione di alcuni soggetti e contesti, le scelte artistiche estreme ed originali rendono l’opera di Munch assolutamente riconoscibile e certamente indimenticabile.
Voto: 3,5/5
mercoledì 4 dicembre 2024
Fernando Botero. La grande mostra. Palazzo Bonaparte, 24 novembre 2024
Per la prima volta, grazie alla proposta della mia amica I., sperimento la visita a una mostra temporanea con un’associazione che non conoscevo, Rome guides. I. me ne ha raccontato meraviglie e a questo punto ho grandi aspettative.
Quando arriviamo al punto di incontro del gruppo, poco distante dall’ingresso di Palazzo Bonaparte, la nostra guida, Vincenzo, è vestito con un costume gonfiabile ispirato alla ballerina di Botero. Non posso credere ai miei occhi, ma pare che per Vincenzo ogni mostra è l’occasione per una invenzione di questo tipo. E già sono conquistata.
Quando poi entriamo a vedere la mostra, la nostra guida non solo dimostra di essere preparatissimo e di aver curato tutto nei minimi dettagli, ma si conferma simpatico e narrativo in un modo gradevole e assolutamente efficace.
Inizia così questo viaggio alla scoperta di Fernando Botero, il famoso artista colombiano morto nel 2003 a 91 anni. Conosciamo dunque innanzitutto il percorso artistico di Botero, e poi a poco a poco scopriamo sia aspetti della sua vita personale e soprattutto le caratteristiche della sua arte: le tecniche, i soggetti, lo stile, e tutto quello che c’è dietro.
Tutto questo lo scopriamo attraversando le sale di Palazzo Bonaparte dove sono esposte centinaia di opere dell’artista: dipinti realizzati con tecniche diverse, disegni, sculture, raccolti sulla base delle tematiche sviluppate dall’artista, ma seguendone anche il percorso.
La cosa bella di questa visita guidata è che non ci limitiamo a guardare le opere, ma cerchiamo di entrare nello spirito di Botero, e così a poco a poco, dietro le sue figure obese e un po’ bambinesche, non vediamo più quella componente buffa che si coglie al primo impatto, bensì riconosciamo una specie di pacatezza malinconica, che finisce per tradursi in assenza di emozioni forti o estreme.
Nella sua arte, Botero sembra cercare di depurare il mondo dai sentimenti troppo forti che caratterizzano le nostre vite, riconducendo i suoi personaggi a una dimensione altra, in cui tutto è attenuato, in sordina, e questo vale per tutto, dalle scelte estetiche (per esempio i colori pastellati) ai contenuti.
Usciamo dalla mostra non solo con gli occhi completamente pieni delle forme generose dei personaggi di Botero, ma certamente con una conoscenza molto meno superficiale della sua arte e del modo in cui questo artista ha scelto di dialogare con la contemporaneità e l’umanità.
Vincenzo è davvero una super guida: competente, appassionato e appassionante.
Sono sicura che non sarà l’ultima mostra che visiterò con lui.
Voto: 3,5/5
Quando arriviamo al punto di incontro del gruppo, poco distante dall’ingresso di Palazzo Bonaparte, la nostra guida, Vincenzo, è vestito con un costume gonfiabile ispirato alla ballerina di Botero. Non posso credere ai miei occhi, ma pare che per Vincenzo ogni mostra è l’occasione per una invenzione di questo tipo. E già sono conquistata.
Quando poi entriamo a vedere la mostra, la nostra guida non solo dimostra di essere preparatissimo e di aver curato tutto nei minimi dettagli, ma si conferma simpatico e narrativo in un modo gradevole e assolutamente efficace.
Inizia così questo viaggio alla scoperta di Fernando Botero, il famoso artista colombiano morto nel 2003 a 91 anni. Conosciamo dunque innanzitutto il percorso artistico di Botero, e poi a poco a poco scopriamo sia aspetti della sua vita personale e soprattutto le caratteristiche della sua arte: le tecniche, i soggetti, lo stile, e tutto quello che c’è dietro.
Tutto questo lo scopriamo attraversando le sale di Palazzo Bonaparte dove sono esposte centinaia di opere dell’artista: dipinti realizzati con tecniche diverse, disegni, sculture, raccolti sulla base delle tematiche sviluppate dall’artista, ma seguendone anche il percorso.
La cosa bella di questa visita guidata è che non ci limitiamo a guardare le opere, ma cerchiamo di entrare nello spirito di Botero, e così a poco a poco, dietro le sue figure obese e un po’ bambinesche, non vediamo più quella componente buffa che si coglie al primo impatto, bensì riconosciamo una specie di pacatezza malinconica, che finisce per tradursi in assenza di emozioni forti o estreme. Nella sua arte, Botero sembra cercare di depurare il mondo dai sentimenti troppo forti che caratterizzano le nostre vite, riconducendo i suoi personaggi a una dimensione altra, in cui tutto è attenuato, in sordina, e questo vale per tutto, dalle scelte estetiche (per esempio i colori pastellati) ai contenuti.
Usciamo dalla mostra non solo con gli occhi completamente pieni delle forme generose dei personaggi di Botero, ma certamente con una conoscenza molto meno superficiale della sua arte e del modo in cui questo artista ha scelto di dialogare con la contemporaneità e l’umanità.
Vincenzo è davvero una super guida: competente, appassionato e appassionante.
Sono sicura che non sarà l’ultima mostra che visiterò con lui.
Voto: 3,5/5
venerdì 10 febbraio 2023
Van Gogh. Capolavori dal Kröller-Müller Museum. Palazzo Bonaparte, 22 gennaio 2023
L'epoca delle grandi mostre con i capolavori degli artisti più famosi sembra sia ormai finita a causa dei costi proibitivi delle assicurazioni e di tutta una serie di altre concause. E - man mano che ci penso e vedo le mostre che via via vengono organizzate - penso che non tutto il male viene per nuocere.
Questo perché le minori disponibilità aguzzano l'ingegno e per di più portano nei musei e nelle gallerie opere che difficilmente avremmo potuto vedere in circostanze diverse.
La mostra attualmente in corso a Roma a Palazzo Bonaparte - nel panorama delle mostre di questi anni - in fondo si può considerare un grande evento, però a guardarla più attentamente capiamo che anch'essa non può essere ascritta alla categoria delle grandi mostre, perché in questo percorso dedicato a Van Gogh, pur essendoci tantissime sue opere, non c'è praticamente nessuno dei suoi capolavori più famosi. Ma forse proprio per questo la mostra è di grandissimo interesse.
La selezione che popola le sale di Palazzo Bonaparte proviene dalla collezione del Kröller-Müller Museum, un museo statale dei Paesi Bassi, collocato all'interno del parco nazionale De Hoge Veluwe. Il Kröller-Müller è un museo nato dalla passione e dalla tenacia inscalfibile di Helene Kröller-Müller, una collezionista d'arte, figlia di un industriale, che fu tra le prime a riconoscere la grandezza di Van Gogh acquistandone numerose opere e che alla fine della sua vita decise di lasciare tutta la collezione ai Paesi Bassi.
Personalmente non conoscevo il Museo né la sua "fondatrice", che un video posto all'inizio del percorso della mostra aiuta invece a inquadrare e a conoscere, insieme alla prima sala in cui sono esposte alcune opere - di altri autori - provenienti dallo stesso museo.
La collezione di opere di Van Gogh posseduta dal museo è talmente ampia che portando in mostra una parte della stessa si ha la possibilità di percorrere l'intera carriera e produzione artistica del pittore olandese, dagli anni olandesi caratterizzati da temi più sociali e colori più scuri, fino ad arrivare agli anni francesi, con l'uso della pennellata e dei colori che più attribuiamo a Van Gogh. Quello della mostra è un percorso non solo nell'evoluzione artistica, ma anche nella vita tormentata del pittore, rispetto alla quale la mostra offre alcuni focus su alcuni momenti e relazioni: il legame con il fratello Theo, la relazione finita in tragedia con la prostituta Sien, l'amicizia tormentata con Gauguin, la vicinanza al medico Gachet.
Ogni sala presenta inoltre pannelli "interattivi" per approfondire alcuni aspetti della pittura di Van Gogh, alcuni dei quali interessanti, altri invero un pochino deludenti.
Verso la fine del percorso c'è una sala in cui si è immersi nelle proiezioni della notte stellata, ma non è certo la cosa più bella della mostra e mi è sembrata più una concessione all'ormai necessaria componente pop di qualunque proposta culturale che un vero valore aggiunto.
Il percorso espositivo è comunque nel complesso ben organizzato, suggestivamente immerso in un buio all'interno del quale solo i quadri e i disegni dell'artista sono illuminati, e tutti i suoi elementi sono ben descritti e contestualizzati, anche grazie all'audioguida. Nonostante l'ingresso per fasce orarie e l'acquisto anticipato dei biglietti, c'è un po' di fila da fare e all'interno delle sale c'è parecchia gente, però nel complesso si riesce a godere adeguatamente dell'esperienza e a entrare in contatto con lo spirito più vero di quest'uomo geniale, tormentato e sfortunato.
Voto: 3,5/5
Questo perché le minori disponibilità aguzzano l'ingegno e per di più portano nei musei e nelle gallerie opere che difficilmente avremmo potuto vedere in circostanze diverse.
La mostra attualmente in corso a Roma a Palazzo Bonaparte - nel panorama delle mostre di questi anni - in fondo si può considerare un grande evento, però a guardarla più attentamente capiamo che anch'essa non può essere ascritta alla categoria delle grandi mostre, perché in questo percorso dedicato a Van Gogh, pur essendoci tantissime sue opere, non c'è praticamente nessuno dei suoi capolavori più famosi. Ma forse proprio per questo la mostra è di grandissimo interesse.
La selezione che popola le sale di Palazzo Bonaparte proviene dalla collezione del Kröller-Müller Museum, un museo statale dei Paesi Bassi, collocato all'interno del parco nazionale De Hoge Veluwe. Il Kröller-Müller è un museo nato dalla passione e dalla tenacia inscalfibile di Helene Kröller-Müller, una collezionista d'arte, figlia di un industriale, che fu tra le prime a riconoscere la grandezza di Van Gogh acquistandone numerose opere e che alla fine della sua vita decise di lasciare tutta la collezione ai Paesi Bassi.
Personalmente non conoscevo il Museo né la sua "fondatrice", che un video posto all'inizio del percorso della mostra aiuta invece a inquadrare e a conoscere, insieme alla prima sala in cui sono esposte alcune opere - di altri autori - provenienti dallo stesso museo.
La collezione di opere di Van Gogh posseduta dal museo è talmente ampia che portando in mostra una parte della stessa si ha la possibilità di percorrere l'intera carriera e produzione artistica del pittore olandese, dagli anni olandesi caratterizzati da temi più sociali e colori più scuri, fino ad arrivare agli anni francesi, con l'uso della pennellata e dei colori che più attribuiamo a Van Gogh. Quello della mostra è un percorso non solo nell'evoluzione artistica, ma anche nella vita tormentata del pittore, rispetto alla quale la mostra offre alcuni focus su alcuni momenti e relazioni: il legame con il fratello Theo, la relazione finita in tragedia con la prostituta Sien, l'amicizia tormentata con Gauguin, la vicinanza al medico Gachet.
Ogni sala presenta inoltre pannelli "interattivi" per approfondire alcuni aspetti della pittura di Van Gogh, alcuni dei quali interessanti, altri invero un pochino deludenti.
Verso la fine del percorso c'è una sala in cui si è immersi nelle proiezioni della notte stellata, ma non è certo la cosa più bella della mostra e mi è sembrata più una concessione all'ormai necessaria componente pop di qualunque proposta culturale che un vero valore aggiunto.
Il percorso espositivo è comunque nel complesso ben organizzato, suggestivamente immerso in un buio all'interno del quale solo i quadri e i disegni dell'artista sono illuminati, e tutti i suoi elementi sono ben descritti e contestualizzati, anche grazie all'audioguida. Nonostante l'ingresso per fasce orarie e l'acquisto anticipato dei biglietti, c'è un po' di fila da fare e all'interno delle sale c'è parecchia gente, però nel complesso si riesce a godere adeguatamente dell'esperienza e a entrare in contatto con lo spirito più vero di quest'uomo geniale, tormentato e sfortunato.
Voto: 3,5/5
domenica 14 giugno 2020
Impressionisti segreti. Palazzo Bonaparte, 2 giugno 2020
Dopo circa tre mesi di vita casalinga e di panificazione, approfitto del primo weekend di ritorno - parziale - alla normalità per fare delle cose che erano scomparse completamente dai nostri orizzonti, ad esempio una passeggiata con un'amica, un aperitivo preserale (in presenza e non virtuale) e la visita di una mostra.
Grazie all'apertura straordinaria di Palazzo Bonaparte io, F., L. e P. riusciamo in extremis a vedere la mostra sugli impressionisti segreti che già avevamo adocchiato prima del lockdown.
Le misure di sicurezza per la salute individuale sono abbastanza attente e rigorose e dunque possiamo attraversare le varie sale in cui si sviluppa la mostra tranquillamente e piacevolmente.
In mostra ci sono circa 50 opere provenienti in buona parte da collezioni private, cosicché nonostante la sovraesposizione quasi stucchevole degli impressionisti negli ultimi anni, il percorso risulta sicuramente meno scontato e più originale di quanto si potesse pensare.
Oltre ad alcune chicche della produzione di Monet, Manet, Renoir, Pissarro e Zandomeneghi, la mostra permette di accostarsi ai lavori di figure meno note del movimento impressionista. Su tutti l'unica donna del gruppo, Berthe Morisot, spesso anche modella per gli altri, un dipinto della quale non a caso è stato scelto come locandina della mostra.
Il percorso attraverso le sale è insieme cronologico e tematico. Si comincia con i pittori che preannunciano lo stile impressionista per arrivare nell'ultima sala ai lavori dei rappresentanti del divisionismo con cui in un certo senso si porta a compimento e al contempo si supera la poetica e la tecnica degli impressionisti. Alcune sale però approfondiscono temi specifici del movimento, ad esempio i paesaggi ovvero i ritratti, offrendo delle occasioni di analisi comparativa.
La cura della mostra è di Claire Durand-Ruel, discendente di Paul Durand-Ruel, e di Marianne Mathieu, direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi.
La visita della mostra è anche l'occasione per scoprire Palazzo Bonaparte, un palazzetto seicentesco - che è stato chiuso e non visitabile a lungo - con una deliziosa loggia esterna che affaccia su piazza Venezia e dalle cui finestre si incornicia l'Altare della Patria.
Voto: 3,5/5
Grazie all'apertura straordinaria di Palazzo Bonaparte io, F., L. e P. riusciamo in extremis a vedere la mostra sugli impressionisti segreti che già avevamo adocchiato prima del lockdown.
Le misure di sicurezza per la salute individuale sono abbastanza attente e rigorose e dunque possiamo attraversare le varie sale in cui si sviluppa la mostra tranquillamente e piacevolmente.
In mostra ci sono circa 50 opere provenienti in buona parte da collezioni private, cosicché nonostante la sovraesposizione quasi stucchevole degli impressionisti negli ultimi anni, il percorso risulta sicuramente meno scontato e più originale di quanto si potesse pensare.
Oltre ad alcune chicche della produzione di Monet, Manet, Renoir, Pissarro e Zandomeneghi, la mostra permette di accostarsi ai lavori di figure meno note del movimento impressionista. Su tutti l'unica donna del gruppo, Berthe Morisot, spesso anche modella per gli altri, un dipinto della quale non a caso è stato scelto come locandina della mostra. Il percorso attraverso le sale è insieme cronologico e tematico. Si comincia con i pittori che preannunciano lo stile impressionista per arrivare nell'ultima sala ai lavori dei rappresentanti del divisionismo con cui in un certo senso si porta a compimento e al contempo si supera la poetica e la tecnica degli impressionisti. Alcune sale però approfondiscono temi specifici del movimento, ad esempio i paesaggi ovvero i ritratti, offrendo delle occasioni di analisi comparativa.
La cura della mostra è di Claire Durand-Ruel, discendente di Paul Durand-Ruel, e di Marianne Mathieu, direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi.
La visita della mostra è anche l'occasione per scoprire Palazzo Bonaparte, un palazzetto seicentesco - che è stato chiuso e non visitabile a lungo - con una deliziosa loggia esterna che affaccia su piazza Venezia e dalle cui finestre si incornicia l'Altare della Patria.
Voto: 3,5/5
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