giovedì 29 giugno 2023

Bretagna: sole in faccia e vento in poppa

Le case a graticcio di Vannes
In Bretagna ci ero stata per una delle mie prime vacanze in bicicletta, ma - come si sa - le vacanze in bicicletta hanno la caratteristica di consentire la visita - anzi direi meglio la perlustrazione - di territori piuttosto piccoli, in quanto il numero di chilometri che si possono macinare giornalmente non è - per noi non sportive - particolarmente alto. In quella stessa circostanza avevo visitato anche Mont Saint-Michel e Saint-Malo (dove ero ritornata anche in una successiva vacanza), però mi era rimasta la curiosità di vedere il resto del territorio bretone, in particolare la costa frastagliata che si protende nell'Atlantico, i famosi fari e il nord con la sua famosa costa del granito rosa. E così quest'anno è stata la volta buona per un vero tour bretone che ci ha visto percorrere oltre 2.000 km in macchina (abbiamo preso una Opel Corsa con cambio automatico all'aeroporto di Orly), di cui circa 1.200 in Bretagna. Erano i giorni del maltempo in Italia e della brutta alluvione in Romagna, e invece la Bretagna ci ha regalato giorni soleggiati e sereni, cosicché la visione del mare in tempesta che si infrange su fari e scogliere mentre le nubi si accumulano minacciose non è appartenuta alla nostra vacanza, e l'oceano - salvo pochissime eccezioni - è sembrato un tranquillo mare chiuso, sebbene le correnti visibili anche dalla superficie e il vento immancabile quando ci si avvicinava ad esso non hanno mancato di ricordarci dove ci trovavamo.

Locmariaquer
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Le tappe
  • Paris Orly - Locmariaquer (2 notti)
  • Locmariaquer - Concarneau (1 notte)
  • Concarneau - Crozon (1 notte)
  • Crozon - Lannéanou (1 notte)
  • Lannéanou - Paimpol (1 notte)
  • Paimpol - Nouvoitou (1 notte)
  • Nouvoitou - Paris Orly
Come si vede, il nostro è stato un vero e proprio viaggio on the road, in cui quello che ha contato di più non sono stati i luoghi di partenza e arrivo, ma quasi sempre quello che abbiamo visto e visitato nel mezzo. Si tratta di un tipo di viaggio non certo riposante, in cui la valigia viene disfatta ogni sera e rifatta ogni mattina, e che non sempre lascia tempo sufficiente per vedere tutto.

Case bretoni
Nel nostro caso, rispetto ai programmi su carta, sono rimaste fuori diverse cosine, tra cui la più importante è certamente l'area della foresta di Brocéliande che ci è dispiaciuto molto non visitare. Avevamo previsto una visita uno degli ultimissimi giorni, ma alla fine ci siamo rese conto che non era possibile e piuttosto che fare una toccata e fuga abbiamo deciso di lasciar perdere ed eventualmente rimandare a un futuro viaggio in zona. La Bretagna è anche un posto di isole, più o meno lontane dalla terraferma, ma noi a parte il giro nel golfo del Morbihan, con la sosta all'Ile aux Moines e l'escursione per mezza giornata all'Ile de Bréhat sopra Paimpol non abbiamo avuto tempo per altre gite verso le isole.

Verso il traghetto per l'Ile de Bréhat
In generale, se scegliete di fare questo tipo di viaggio fatelo avendo in mente due cose: 

- non bisogna per forza vedere tutto perché i viaggi non consistono nel mettere la propria bandierina su un luogo o nell'arrivarci per postare la foto sui social;

- la Bretagna non è un luogo di grandi monumenti e città imperdibili, bensì una terra di casette, paesaggi, maree infinite, cieli, profumi, flora, cosicché anche le mete più tradizionali (quelle che tutti i blog di viaggio citano) spesso valgono non solo e non tanto per la meta in sé, ma per la passeggiata che vi porta a essa e che va vissuta pienamente e senza troppa fretta. E se poi vi godete un po' di più il paesaggio e non riuscite a vedere tutto va benissimo anche così.

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Le cose belle che ci rimarranno nel cuore

Nel golfo del Morbihan
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Il golfo del Morbihan, Locmariaquer e Vannes

Questo era l'unico posto della Bretagna che avevo già visto, me lo ricordavo molto bello, e dunque non mi aspettavo da parte mia una reazione di meraviglia, invece devo dire che il "piccolo mare" (traduzione dal bretone Morbihan) si è rivelato un vero posto del cuore. Locmariaquer resta un paesino tranquillo e relativamente poco turistico, e l'hotel Neptune è un posto fuori dal tempo da cui si gode una spettacolare vista sulle profondissime maree che caratterizzano il golfo. Fate una passeggiata lungo il sentiero costiero che collega il centro del paese a Port Guilvin (dove si trova l'hotel Neptune) all'ora del tramonto: è una esperienza davvero indimenticabile.Nel territorio di Locmariaquer non perdete il sito megalitico dove c'è il menhir più grande del mondo, il Grand Menhir brisée, lungo più di 20 metri ma spezzato in 4 parti, un dolmen notevole detto Table des Merchand e il cairn (tumulo) di Er Grah. La cosa incredibile è che un altro pezzo della Table è presente nel tumulo dell'Ile de Gavrinis, e che la pietra del Grand Menhir è stata trasportata (in epoca neolitica) da grande distanza, e forse anche attraverso il mare.
Locmariaquer con la bassa marea

Da Port Guilvin parte il traghetto Angélus che effettua diversi tipi di tour all'interno del golfo alla scoperta delle tantissime isole, un tempo colline e in parte collegate tra di loro. Noi facciamo il tour da 32 km con scalo di un'ora circa all'Ile-aux-Moines, dove ci fermiamo a mangiare qualcosa per pranzo. Quando arriviamo sta per iniziare la "semaine du golfe", una manifestazione biennale che consiste in una grande regata con navi storiche e velieri, che abbiamo modo in parte di ammirare durante la nostra traversata. 
Vale la pena fare un salto anche alla Pointe de Kerpenhir, l'estremità est che chiude il golfo (dall'altro lato c'è Port Navalo con il suo faro): qui ci sono spiagge, rocce e pinete molto belle. Vannes, la cittadina più grande tra quelle che si affacciano sul golfo, merita certamente una visita, grazie alla concentrazione di case con le strutture a graticci di legno colorato, nonché le mura, i giardini, i lavatoi e il fossato. Da Vannes ci allunghiamo anche alla penisola di Conleau, la penisola che si protende nel golfo dove troviamo tanta vita (è domenica pomeriggio)

Côte sauvage
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La côte sauvage nel Quiberon
Dedichiamo a questa bellissima penisola solo un tardo pomeriggio e una serata, ma consiglio vivamente di esplorarla più lentamente e più a lungo. Noi ci andiamo a cena e poi facciamo una passeggiata sulle falesie mentre il sole sta tramontando. Una seconda passeggiata la facciamo all'Arche de Pont Blanc e infine sosta alla grande spiaggia che si sviluppa lungo l'istmo di Quiberon in piena ora blu (sono le 21,30).

Nichtarguer
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Ile Saint-Cado e Barre d'Etel 
Nel proseguire la nostra esplorazione del sud della Bretagna due tappe che apprezziamo molto sono quelle all'Ile Saint-Cado e alla Barre d'Etel, cioè la foce del fiume Etel. All'Ile St Cado c'è un paesino che occupa l'intera piccolissima isoletta collegata alla terraferma da un ponte, e poco lontano la fotografatissima casetta con le persiane azzurre che è l'unica abitazione sull'isolotto di Nichtarguer. La Barre d'Etel è un posto bellissimo con le dune e le spiagge chilometriche e correnti fortissime tra il fiume e l'oceano. Intanto il cielo è diventato molto bretone e ci permette di godere ancora di più di questo paesaggio.

Port Belon
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Port Bélon, Pont-Aven e Concarneau
Il primo è un piccolo aggregato di case che si affaccia sul fiume Belon poco prima che questo si getti nel mare e che è famoso soprattutto per l'ostricoltura, in particolare di un tipo di ostrica particolare, quella piatta (o appunto del Bélon), che è particolarmente saporita. In generale Port Bélon e Rosbras, poco più a sud, sono posti pieni di verde e con case bretoni belle e curatissime. Pont-Aven è il luogo reso famoso dagli impressionisti, che di questo paese fecero il loro luogo di elezione: canali, mulini, fiori, vegetazione, case di pietra rendono ogni scorcio di questo paese un piccolo quadro che non a caso ci sembra di aver già visto. Bella la chapelle de Tremalo, una chiesetta rurale sulle colline sopra Pont-Aven da cui parte un bellissimo viale alberato verso la campagna. 
Concarneau, Plage des sables blancs
Concarneau è una gradevole cittadina grande e moderna, della quale noi abbiamo visto solo la "ville close", ossia la città medievale racchiusa nelle mura e circondata dal fossato e dal mare. Un po' troppo turistica per i nostri gusti, ma molto bella e merita una passeggiata sia nelle stradine che sui bastioni. Arrivando a Concarneau da est merita una sosta la spiaggia des sables blancs (dove io mi tolgo pure le scarpe per bagnarmi i piedi). A sud ovest di Concarneau vale la pena fare un giro a Beg-meil, zona di spiagge bianche e case di lusso, da dove partono i traghetti per le isole Glenant.
Plage de Veryac'h
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La costa occidentale e le sue innumerevoli penisole che si protendono nell'oceano

Che dire di questa parte della Bretagna? Per me probabilmente una delle più affascinanti: scogliere a picco sul mare, spiagge infinite e altrettanto infinite maree, piccoli paesi di pietra, fattorie in mezzo al nulla. In quest'area della regione facciamo un giro a Pointe du Raz a Cap Sizun, che è la prima delle penisole che si incontrano risalendo da sud. Bella la passeggiata sulle falesie fino alla punta che permette di ammirare in un unico colpo d'occhio i due fari in mare davanti alla costa, l'Ile de Sein con il suo faro e il più lontano faro Ar-Men
Il cimitero di navi a Camaret sur mer
Nella zona siamo a dormire nella penisola di Crozon, che qualcuno ha descritto come una croce che si allunga nel mare; in particolare alloggiamo in una fattoria da cui si gode di una splendida vista sulle falesie (e sul tramonto) di Pointe de Dinan e che sta a due passi da un bellissimo paesino tutto in pietra, Kergonan. L'intera penisola con le sue innumerevoli punte è bellissima; a noi è rimasta nel cuore la Pointe de Pen Hir e la spiaggia di Veryac'h, che abbiamo ammirato in tutta la sua bellezza durante una cena all'aperto. Bella anche la passeggiata a Camaret-sur-Mer, con il cimitero delle navi sul porto e la chiesetta di Notre Dame de Rocamadur. Ci affacciamo anche al Cap de la chevre, da cui si gode la vista sulla Pointe de Pen Hir e sui suoi scogli (Les tas de Pois).

Eckmuhl
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I fari e il loro inesauribile fascino
Non si può andare in Bretagna senza fare anche un tour dei fari, ma bisogna anche essere consapevoli che i fari sono talmente tanti - e talvolta in luoghi non facilmente raggiungibili - che non è possibile vederli tutti. Ecco quelli che abbiamo visto noi. 
Nel sud del Finistère il faro di Eckmühl, che si trova in fondo in fondo a un paesino un po' sgarrupato. Qui per la prima volta scopriamo che i fari vanno spesso a coppia (spesso ce n'è uno grande e uno piccolo, oppure uno storico e uno moderno), che le aree dei fari funzionanti sono aree militari, e che spesso nella zona dei fari ci sono anche cappelle e chiesette. Ho già citato i fari visibili a distanze diverse dalla Pointe du Raz, luogo interessante più che per i fari in sé per il paesaggio e per il panorama. 
Petit Minou
Molto bello invece il faro di Pointe du Petit Minou, cui si arriva con una breve passeggiata dal parcheggio e che ha molto vicino un grande bunker (ce ne sono numerosissimi in questa zona). Qui la vista è splendida e il mare cristallino, e anche noi, come altre persone, ci fermiamo a mangiare su un tavolo da picnic vista mare. 
Il più affascinante forse dei fari visitati è quello di Saint Mathieu (rosso e bianco, con la scritta), che si trova vicinissimo ad un'abbazia diroccata, su un'alta falesia. Da vicino e da lontano uno spettacolo da non perdere. Nella stessa zona merita una visita il faro di Kermorvan, che è anche l'unico sul quale decidiamo di salire (è uno dei più bassi! ;-) ) e a cui arriviamo dopo aver fatto una tappa a Le Conquet e aver buttato un occhio alla plage des Blancs Sablons. 
Saint Mathieu
Al nord della Bretagna vedremo anche il famosissimo faro di Ploumanac'h (Phare de Min Ruz), uno dei simboli della costa di granito rosa, nonché i due fari dell'Ile de Brehat, il phare du Paon e il phare de Rosedo, e viste le condizioni in cui visitiamo l'isola ci godiamo di più il secondo, che pure è il meno famoso dei due.

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La costa di granito rosa e l'ile de Brehat
Questa è la zona più turistica che abbiamo visitato durante il nostro viaggio, complice anche il fatto che giovedì 18 maggio è l'Ascensione e in Francia (ma non solo) è festa nazionale e dunque anche un ponte per i francesi, che ne approfittano per viaggetti e gite fuori porta. Noi ci arriviamo dalla fattoria Le Favet, a Lanneanou, e - su suggerimento della nostra host Anne - prima facciamo un giro sulla costa tra Locquirec e St. Michel en Greve, lungo la quale ci imbattiamo nella enorme e bella spiaggia di marea di Saint-Efflam, dove facciamo una breve passeggiata. 
Costa del granito rosa e Ploumanac'h
A Trebeurden comincia la vera e propria costa di granito rosa, spiagge dal colore rosato punteggiate di scogli dove la bassa marea crea un panorama spettacolare. Bellissima la passeggiata nella penisola di Renote (partendo da Tregastel), dove alla sabbia si alternano i caratteristici e maestosi massi rosa levigati dal vento e dal mare. È in questa giornata che andiamo anche al faro di Ploumanac'h. Bella anche la tappa a Gouffre, una costa frastagliata con mille scogli in riva al mare, dove c'è anche la fotografatissima casa in mezzo alle rocce. 

Paimpol
Nella costa nord soggiorneremo a Paimpol, cittadina che - fors'anche perché vi facciamo una lunga passeggiata al tramonto (tra i docks e il centro storico) - ci è piaciuta molto per l'atmosfera e la luce. Il giorno dopo, partendo dall'imbarcadero Arcouest prendiamo il traghetto che in dieci minuti ci porta all'Ile de Bréhat. L'isola è molto bella, ma davvero affollatissima, tipo Capri in alta stagione. Noleggiamo due biciclette a pedalata assistita per fare il giro dell'isola ma tra le truppe di pedoni che affollano tutte le strade e le altre biciclette è davvero un'impresa muoversi. Arriviamo al faro all'estremità nord (Phare du Paon) insieme a un milione di altre persone, e siccome ne abbiamo visti di più belli evitiamo di intrupparci nella visita e percorriamo invece dei sentieri secondari molto belli. C'è sempre gente ma molta meno. Andiamo anche all'altro faro, Rosedo, e siccome la zona è decisamente meno affollata della media ci fermiamo su uno scoglio ventosissimo (ma molto bello) a mangiare, sperando che i gabbiani non reclamino il nostro pranzo.

Ile de Brehat
Sulla strada del ritorno facciamo una visita - invero un po' rapida - di Dinan, che meriterebbe forse un po' di tempo in più per le belle case coi tralicci colorati che caratterizzano il suo centro storico, e il giorno dopo, mentre andiamo all'aeroporto riusciamo anche a visitare un po' Le Mans, che noi conosciamo solo per la 24 ore di Le Mans (che peraltro sarà poco più avanti), ma che è una città di dimensioni medie con un centro storico di viuzze e case a graticcio (la cité Plantagenet) e delle mura gallo-romane molto ben conservate.

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Le cose da mangiare di cui sentiremo la mancanza

Creperie!
Per il mio personale gusto, in Francia si mangia benissimo, e quindi ogni volta che ci vado questo è un aspetto che cerco di non trascurare. Della cucina bretone avevo già avuto un assaggio quando ci ero stata quasi venti anni fa, e ne avevo un ricordo molto positivo, confermato da questa seconda volta.

Se vi fidate, la mia personale classifica delle cose imperdibili in Bretagna è la seguente:

- la boulangerie e i kouign amman: baguette croccantissime, pani di vario genere, croissant e il dolce di burro tipico bretone che si chiama kouign amman sono imperdibili. E se passate alla bottega dell'Artisan Boulanger Le Bachi appena fuori Crozon (miglior baguette tradition del Finistére 2022 e premio Gault Millau) fate il pieno e non ve ne pentirete

Ostriche del Belon (plats)
- galettes e crepes: la mia cena (e non solo) preferita in Bretagna è con la galette complète (crepe di farina di grano saraceno, prosciutto, formaggio e uovo) e un'altra galette variabile a seconda dell'ispirazione del momento, per poi finire con crepe al burro e zucchero o al caramello salato (qualunque cosa al caramello salato in Bretagna è da provare!). Ne abbiamo mangiate di ottime alla creperie Le Vahine a Locmariaquer e da Chez Germaine, un bistrot gestito da giovani sulla grandiosa spiaggia di Veryah'c in zona Point de Pen Hir

- ostriche e frutti di mare in generale: scordatevi le ostriche che avete mangiato in Italia o in altri posti, qui le ostriche sono di un livello superiore. Provatene vari tipi dovunque capitate (noi abbiamo fatto un aperitivo con le ottime ostriche piatte del Belon, pane e burro e mezzo litro di vino bianco allo Chateau de Belon), e una volta prendete un piatto di frutti di mare, come quello - impegnativo ma ottimo - che abbiamo mangiato da Le Vivier, un posto sulla Côte sauvage un po' prima del paese di Quiberon

Famigliola di lumache
- biscotti al burro e burro salato: la Bretagna è piena zeppa di biscuiterie dove si vendono biscotti al burro di tutti i tipi (palet, sablés, galette, ecc.) che danno dipendenza e che se viaggiate in aereo sono una delle poche cose che potrete portarvi a casa. Noi abbiamo fatto il pieno uno dei primi giorni del viaggio a La Trinitaine in zona Saint Philibert (Golfe du Morbihan). Inoltre, ogni volta che abbiamo fatto spesa al supermercato mi sarei portata a casa l'intero scaffale dei burri salati, per provarli tutti, ma questa è una mia fissazione, che non so se è da tutti condivisa.

Comunque, in Bretagna si mangia e si beve benissimo, quindi non dimenticatevi di curare questo aspetto!

Arrivederci, Bretagna!
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Per una selezione più ampia di foto del viaggio in Bretagna si veda qui sul mio profilo Behance.

lunedì 26 giugno 2023

Rapito

Questi ultimi scampoli della stagione cinematografica prima dell'allentamento estivo ci regalano il nuovo film di Marco Bellocchio, ispirato al libro Il caso Mortara di Daniele Scalise.

Siamo nel 1858 a Bologna, parte ancora dello stato pontificio. Il piccolo Edgardo Mortara (Enea Sala) è il sestogenito di otto figli dei coniugi ebrei bolognesi Momolo (Fausto Russo Alesi) e Marianna (Barbara Ronchi). Quando ancora non ha compiuto sette anni, il bambino viene prelevato dalla gendarmeria pontificia, dopo che l'Inquisitore padre Feletti è venuto a conoscenza del fatto che il piccolo all'età di un anno è stato battezzato - all'insaputa dei genitori - dalla bambinaia, convinta che il piccolo fosse in pericolo di vita. Secondo il diritto canonico, a quel punto il bambino è ormai cattolico e non può essere allevato da genitori di un'altra religione, cui viene dunque tolta la patria potestà.

Il piccolo Mortara viene così portato a Roma per essere cresciuto secondo gli insegnamenti della Chiesa cattolica, e nonostante i numerosi tentativi dei genitori di riavere il figlio e il clamore suscitato dal caso anche a livello internazionale, con il coinvolgimento dei giornali e persino di Napoleone III, l'allora pontefice Pio IX (Paolo Pierobon) si rifiuta di restituire il bambino, nella sua posizione al di sopra delle leggi umane.

Solo con la fine dello stato pontificio, la nascita dello stato italiano e l'ingresso delle truppe italiane a Porta Pia nel 1870 si creano le condizioni perché Edgardo, ormai ragazzo (Leonardo Maltese), possa tornare a Bologna presso la sua famiglia. Ma a quel punto il giovane, pur in parte confuso e destabilizzato, sceglie di rimanere a Roma e di proseguire il suo percorso che lo porterà a diventare sacerdote, ministero che ha continuato a esercitare fino alla morte avvenuta a quasi novanta anni.

Quella di Edgardo e della famiglia Mortara è una storia inquietante ed emotivamente di grande impatto, che Marco Bellocchio racconta in maniera partecipata e quasi militante, con uno sguardo molto critico nei confronti dei vertici della chiesa e in particolare di Pio IX, ma soprattutto con grande comprensione per la vicenda di questo bambino cui viene imposta un'identità che non gli appartiene ma che alla fine non può che riconoscere come propria, a meno di non far crollare tutta l'impalcatura della sua esistenza.

La prima parte del film, quella in cui Edgardo è ancora bambino, è molto ben costruita e cinematograficamente molto efficace, anche grazie ai meriti interpretativi di uno spaurito e obbediente Enea Sala e dei due bravissimi Alesi e Ronchi nel ruolo dei genitori, oltre che di una fotografia di grande impatto visivo.

Il montaggio è molto ben realizzato, soprattutto quando raffronta e interseca situazioni opposte e che in qualche modo rappresentano le alternative della vita di Edgardo.

La violenza che attraversa questa vicenda e l'esercizio del potere da parte del papa-re sono manifeste e sottolineate da una musica forse fin troppo roboante, ma trasformano un film che è attraversato in buona parte dall'arte del pregare in qualcosa di tutt'altro che pacifico, bensì sconquassato da lotte esteriori e interiori spesso senza esito.

Bravo Bellocchio.

Voto: 3,5/5


domenica 18 giugno 2023

Midsommar - Il villaggio dei dannati

Era un po' che volevo andare al Parco della Cervelletta nell'ambito della rassegna cinematografica estiva lì organizzata dai ragazzi del Cinema America, ma per i più vari motivi non ci ero ancora riuscita. Quest'anno ho colto al balzo l'occasione che mi si è presentata e ci sono andata per la serata di apertura che ha visto protagonista il regista Ari Aster e il suo Midsommar, il film precedente a quello da poco uscito in Italia, Beau is afraid.

Per me si trattava del battesimo sia con la Cervelletta sia con i film di questo regista, e alla fine ne sono uscita stanca ma contenta.

Per fortuna mi ero portata uno sgabellino e un po' di strati di giacche, perché vista la mia veneranda età non avrei resistito senza. Ciò detto, questo prato pieno di giovanissimi, giovani e meno giovani all'ombra della torre del casale e davanti a uno grande schermo illuminato mi è sembrato una delle cose più belle cui ho assistito negli ultimi anni. I ragazzi del cinema America si confermano una realtà solida e sempre piena di idee, e meritano davvero di diventare un punto di riferimento nel panorama non solo romano.

Ma veniamo ad Ari Aster e Midsommar. Ho sentito solo il suo saluto al pubblico (in cui ha detto che quello della Cervelletta gli sembrava il contesto perfetto nel quale proiettare questo film), mentre non mi sono trattenuta a lungo sul dibattito finale. Il film è finito che era mezzanotte e mezza e io il giorno dopo dovevo alzarmi per andare a lavorare!

Protagonista di Midsommar è Dani (una bravissima Florence Pugh che molti ricorderanno nel ruolo di Amy nelle Piccole donne di Greta Gerwig). La giovane sta con Christian (Jack Reynor), ma il rapporto è in crisi, e nessuno dei due riesce davvero a chiuderlo. Un evento terribile, il suicidio della sorella bipolare e la morte di entrambi i genitori trascinati in questo suicidio, lascia Dani sconvolta, perseguitata anche dal senso di colpa per non essersi attivata all'ennesimo grido di allarme e minaccia della sorella.

Per questo motivo Christian, che aveva programmato un viaggio in Svezia con i suoi amici di università, decide di invitare anche Dani; in cinque partono per raggiungere una comunità hippie che vive in mezzo ai boschi, da cui proviene l'amico Pelle, e qui parteciperanno al rito di mezza estate.

In Svezia ad agosto tutto è luminoso ai limiti del sopportabile, e il sole tramonta per un paio d'ore la notte cosicché il cielo non riesce realmente a diventare buio (mi ha fatto pensare alla mia vacanza islandese).

In questo posto dalla natura verdissima, in cui il cielo è sempre terso, e tutti i membri della comunità indossano vesti bianchissime, sembra non possano succedere che cose belle, e invece ben presto si capisce che le abitudini della comunità, che si ispira agli antichi riti runici, sono tutt'altro che innocue.

Dopo il suicidio di due membri della comunità al termine di una elaborata cerimonia, gli ospitano reagiranno in vario modo innescando una serie di conseguenze più o meno tragiche, da cui solo Dani uscirà in qualche modo salva e rinnovata.

Capisco bene perché il regista Ari Aster e i suoi film siano diventati dei cult. Siamo infatti lontani anni luce dai film horror mainstream, che hanno il solo obiettivo di fare paura utilizzando tutti i cliché del genere e senza alcuna attenzione alla componente narrativa e concettuale. In questo caso Aster rovescia alcune caratteristiche tipiche degli horror (per esempio la scelta del buio) e soprattutto usa l'angoscia e l'orrore delle situazioni come traduzione esteriore dei traumi e delle fragilità interiori dei personaggi. In particolare, se si considera la parabola narrativa di Dani, si può ipotizzare che il film sia nel suo insieme una metafora horror dell'elaborazione del lutto e della separazione attraverso cui la protagonista deve passare per potersi riappropriare della propria vita e andare avanti.

Da questo punto di vista, è un film che stimola intellettualmente e non si propone come semplice divertissement. Certo, Aster tende un po' alla prolissità, e dunque personalmente avrei fatto a meno di qualche lungaggine di troppo.

Però, andando via dalla Cervelletta prima della fine, mi tengo a poca distanza da un'altra coppia, perché dopo questa visione attraversare il sentiero tra gli alberi che mi porterà al motorino non nego che mi fa una certa impressione ;-)

Voto: 3,5/5



venerdì 16 giugno 2023

Darwin inconsolabile (un pezzo per anime in pena) / di Lucia Calamaro. Teatro India, 25 maggio 2023

Avevo adocchiato questo spettacolo già lo scorso anno, ma io e F. non eravamo riuscite a incastrarlo nella precedente stagione teatrale, cosicché quest'anno non ce lo siamo lasciate sfuggire.

Abbiamo imparato negli ultimi anni ad apprezzare il teatro di Lucia Calamaro, e Darwin inconsolabile rappresenta un tassello imperdibile della sua produzione.

Dopo lo spettacolo Da lontano, che racconta il rapporto di una figlia con una madre che non c'è più, con questo spettacolo torniamo in un certo senso indietro nel tempo, a osservare "da vicino" i rapporti all'interno di una famiglia composta da una madre anziana e da tre figli adulti, due donne (Simona Senzacqua e Gioia Salvatori) e un uomo (Riccardo Goretti).

La madre (una eccezionale e adorabile Maria Grazia Sughi, la cui svagatezza non si sa quanto attribuire al suo essere artista e quanto all'età avanzata) è una performer in là con gli anni che annuncia ai figli l'imminenza della sua morte per osservarne la reazione.

Questo innesca una serie di dinamiche più o meno scomposte, che esaltano, nel bene e nel male, le caratteristiche di ciascuno: Simona, la più grande, madre di famiglia e ostetrica, è quella che cerca di mantenere la maggiore distanza emotiva dalle provocazioni della madre, ma il suo rapporto irrisolto con l'ambientalismo e il suo suonare malamente la tromba ne dimostrano l'ingenuità da un lato e la difficoltà di accettare un ruolo; Riccardo è un maestro frustrato che avrebbe voluto essere un vero intellettuale e si barcamena con fatica tra le emotività difformi delle sue sorelle, risultandone in parte schiacciato; nel caso di Gioia l'annuncio da parte della madre della sua morte la manda in frantumi, dimostrandone la fragilità emotiva, e al contempo la costringe al passaggio definitivo all'età adulta.

Come sempre accade nel teatro di Lucia Calamaro, la drammaturgia è ricca di riferimenti filosofici, sociologici e di altro genere, introdotti nel discorso con grande nonchalance e mescolati a un registro brillante e a tratti comico, con cui riescono a integrarsi perfettamente.

Ed effettivamente il maggiore o minore successo dei testi della Calamaro dipende secondo me proprio dall'equilibrio che, in scrittura, la drammaturga riesce a realizzare tra la componente brillante e divertente e quella colta e ricca di spunti di riflessione. In questo caso l'equilibrio funziona abbastanza bene per tutto lo spettacolo, con qualche pesantezza di troppo forse in fase centrale e nelle conclusioni, ed è ulteriormente valorizzato dalla capacità degli attori (tutti molto bravi) nel mantenersi a loro volta perennemente in equilibrio tra gravitas e leggerezza, fino a sfiorare in alcuni momenti il sopra le righe.

Ne viene fuori il ritratto di una famiglia con dinamiche - al di là delle specificità - in cui tutti possiamo riconoscerci, ma anche quello di una società e di un'epoca in cui la dimensione individuale e quella collettiva fanno fatica a trovare una sintesi. Se un difetto personalmente devo trovare nello spettacolo è il proliferare di temi e contenuti messi sul piatto, che a tratti risulta soverchiante e forse un po' eccessivo.

Nel complesso lo spettacolo risulta però gradevole e stimolante al contempo, cosa che di per sé non è affatto scontata e ne dimostra le qualità.

Voto: 3,5/5

mercoledì 14 giugno 2023

Ritorno a Seoul

Tra i ponti, i periodi di ferie, gli ultimi spettacoli a teatro e l'inizio del caldo estivo era un pezzo che non andavo al cinema. Il mio ritorno in sala è stato invogliato dall'uscita al cinema di questo film del regista franco-cambogiano Davy Chou, per me sconosciuto ma che invece leggo avere già prodotto lavori interessanti come il precedente Diamond island.

Per Ritorno a Seoul - film selezionato per la sezione Un certain regard di Cannes - Chou si ispira alla storia vera dell'amica e co-sceneggiatrice Laure Badufle, nata in Corea e adottata da una coppia francese quando aveva un anno; in particolare Chou sembra essere rimasto particolarmente colpito dalla storia dell'amica dopo aver assistito al primo incontro tra lei e il suo padre biologico.

La protagonista del suo film è Freddie Benoit (una splendida - adorabile e insopportabile - Ji-min Park), una venticinquenne di origine coreana, adottata e vissuta tutta la vita in Francia, poco fuori da Parigi. Il mondo di Freddie viene mandato in subbuglio nel momento in cui, per quella che sembrerebbe una coincidenza (ma forse non lo è), anziché andare a Tokyo, la ragazza si trova a trascorrere due settimane a Seoul. Qui, sempre un po' per caso, dopo aver raccontato la sua storia, viene indirizzata alla Hammond, una istituzione che storicamente si è occupata delle adozioni dei bambini coreani all'estero. In questo modo vengono rintracciati e poi contattati i genitori biologici di Freddie, che sono da tempo separati e vivono in cittadine diverse. Il padre risponde immediatamente all'appello e chiede di incontrare la figlia. Da qui in poi per Freddie si tratterà di fare i conti con le sue origini e con quello che è e che vuole diventare. La ragazza è combattuta tra un'attrazione insopprimibile verso il mondo da cui proviene e il desiderio in particolare di conoscere sua madre, e l'ostilità e il rifiuto verso un mondo che non le appartiene e che non comprende, sia letteralmente che concettualmente. È in questa alternanza di stati d'animo che il viaggio di due settimane in Corea diventa il primo passo di un rapporto destinato a durare negli anni tra allontanamenti e avvicinamenti, mentre Freddie diventa adulta e con fatica definisce i confini della propria identità.

Nel film di Davy Chou ci sono tanti temi che si possono però riassumere nella difficoltà di superare i confini: certamente quello tra due culture così distanti (colpiscono molto le sequenze in cui l'amica coreana di Freddie traduce in coreano quello che lei dice, cercando di ricondurre la quasi brutalità delle parole della ragazza in qualcosa di molto più morbido e coerente con il modo di relazionarsi proprio dei coreani), ma nella vicenda di Freddie non è meno importante il passaggio tra la giovinezza e l'età adulta, nonché la distanza tra le generazioni.

Tutto questo viene raccontato da Chou nella maniera tipica del cinema asiatico, ossia non con una narrazione distesa, esplicativa e ricca di dettagli, ma in modo sincopato, attraverso salti temporali e narrativi che non sempre vengono pienamente spiegati, oltre che senza utilizzare primariamente le parole, bensì le azioni, le espressioni del viso, la gestualità, in un mix per noi decisamente spiazzante di drammaticità e "quasi" comicità di alcune situazioni.

Assistiamo così ad alcuni momenti in otto anni della vita di Freddie, momenti che mostrano una giovane donna che dolorosamente va alla ricerca di sé stessa, sperimentando vite e identità, che si dibatte col mondo circostante, spesso senza alcun rispetto per i sentimenti altrui e distruggendo le relazioni più o meno importanti che costruisce. Freddie sembra cercare di colmare il vuoto dell'affetto materno, ma partendo da una posizione di sfida e di aggressione verso un mondo circostante nei confronti del quale sembra vantare un credito.

Dopo otto anni e dopo essere stata ripagata con la stessa moneta dalla persona a cui tiene di più, Freddie dovrà fare pace con il suo percorso e recuperare quello che la vita le ha dato, rinunciando a pretendere quello che non ha avuto.

Voto: 3,5/5



lunedì 12 giugno 2023

Promenade de santé = Passeggiata di salute / con Filippo Timi e Lucia Mascino. Teatro Ambra Jovinelli, 24 maggio 2023

Lo spettacolo Promenade de santé (Passeggiata di salute) è la messa in scena di un testo del regista, attore e drammaturgo francese Nicolas Bedos, che il regista Giuseppe Piccioni ha portato sui palchi dei teatri italiani, affidandone l'interpretazione a due attori molto affiatati come Filippo Timi e Lucia Mascino.

Da queste premesse risulta già evidente che questo spettacolo teatrale ha una parentela piuttosto stretta con il mondo del cinema, a cui primariamente appartengono autori, registi e protagonisti.

Del resto lo stesso Piccioni non solo non fa nulla per nascondere l'impianto quasi cinematografico di questo testo, ma lo cavalca con una messa in scena che utilizza immagini girate, sia statiche che in movimento, e proiettate sullo schermo in fondo al palco, nonché ombre, silhouettes e giochi di luce che vanno al di là dell'interazione fisica delle persone tra di loro e con gli oggetti, oltre a un uso della musica anch'esso molto cinematografico.

Si tratta fondamentalmente di una storia d'amore tra un uomo e una donna che avviene in buona misura negli spazi interni ed esterni di una clinica psichiatrica. Lei è una bipolare, ninfomane, ballerina - dice -, lui è un ossessivo-compulsivo, malato di sesso, sposato. I due si incontrano nel parco della clinica durante, appunto, una passeggiata e le loro patologie fanno immediatamente click, si incastrano alla perfezione, avvicinandoli inevitabilmente. Da qui assistiamo poi all'evoluzione della loro storia, in tutte le sue tappe e passaggi, nei momenti in cui si incontrano all'esterno e in quelli in cui si ritrovano nuovamente in clinica, costantemente dibattuti tra il lasciarsi andare a questo amore e il resistergli, consapevoli fin da principio - come noi spettatori - che questo amore, pur con la sua forza e tenerezza, non può che essere malato. Poi forse le cose non sono esattamente come appaiono, ma del resto quando si ha a che fare con la malattia mentale tutto può essere.

Lo spettacolo si segue con partecipazione e interesse, senza momenti di calo della tensione o di noia, e buona parte del merito - oltre che della regia - è dei due attori, che appaiono davvero in stato di grazia, naturali, misurati anche nell'espressione delle forme più incontrollate della loro malattia, perfettamente sintonizzati fisicamente e mentalmente. Filippo Timi non è una sorpresa, anche se in questo spettacolo appare particolarmente in bolla. Lucia Mascino l'ho vista più volte a teatro e non sempre ne ho apprezzato la recitazione, ma in questo caso dimostra di essere pienamente in parte e regala una grande performance.

A conti fatti, lo spettacolo è fatto primariamente di queste due interpretazioni, perché poi a ben vedere il testo non è poi così originale né così profondo (dal mio punto di vista), e la stessa messa in scena - per quanto apprezzabile e riuscita - non è del tipo di quelle che apprezzo di più a teatro. Però vale la pena muoversi da casa anche solo per le interpretazioni di Timi e Mascino.

Voto: 3/5

giovedì 8 giugno 2023

Passaggio in ombra / Mariateresa Di Lascia

Passaggio in ombra / Mariateresa Di Lascia. Milano: Feltrinelli, 1997.

La mia amica S. - che ha letto da poco Spatriati di Desiati - proprio attraverso questo libro e grazie ai relativi richiami è pervenuta a un altro libro di qualche decennio fa che aveva nelle sue liste di lettura ma non aveva ancora letto. Dopo averlo finalmente terminato, me lo ha molto sponsorizzato e così l’ho comprato anche io e mi sono decisa a leggerlo.

Personalmente non sapevo niente della storia di Mariateresa Di Lascia, attivista e politica radicale morta prematuramente e che ha al suo attivo questo unico romanzo, diventato un cult di nicchia e ora riportato all’attenzione collettiva appunto da Desiati (al punto da convincere Feltrinelli a una ristampa).

È chiaro che la storia personale della Di Lascia è un elemento che contribuisce in maniera significativa a questo piccolo culto, ma in fondo se anche non avessi saputo niente su di lei credo che sarei comunque qui a parlare molto bene del suo romanzo.

Siamo a cavallo tra il dopoguerra e gli anni Cinquanta in Puglia, e la protagonista principale, il fil rouge di questa storia è Chiara, figlia di Anita e di Francesco. I due non sono sposati (uno scandalo per l’epoca) e Francesco è anche partito per la guerra e al suo ritorno il riavvicinamento ad Anita e alla figlia che non ha mai visto non è né immediato né scontato, e avviene quando Chiara ha già almeno quattro anni.

Chiara sta al centro non solo delle storie dei suoi genitori, ma anche di altre due storie familiari: quella della famiglia della madre, e soprattutto quella della famiglia del padre, nella quale sono centrali le figure di Tripoli, il padre di Francesco, donna Peppina, la sorella di Tripoli, e zia Giuppina, la sorella di Francesco. E tutte queste storie esercitano la loro influenza più o meno direttamente e/o inconsciamente sulla vita di Chiara e sulle scelte che farà nella vita adulta.

In realtà, nel libro incontriamo Chiara adulta che vive nella casa di donna Peppina, e che sembra trascinarsi in una vita senza contenuto e senza scopo. Una specie di inerzia depressa che l’ha collocata ai margini della comunità, a un passo dalla patologia. Da qui la Di Lascia ci guida indietro nel tempo a scoprire quale eredità familiare e personale Chiara si porta dietro e quali sono stati i passaggi in ombra che l’hanno preceduta e quello che ha riguardato lei stessa e l’ha portata alla vita da adulta che vive.

Di Lascia dunque ci offre una ‘classica’ saga familiare (incentrata primariamente sui D’Auria, ossia la famiglia del padre di Chiara) in un contesto storico e sociale ben determinato. Di per sé non sarebbe nulla di particolarmente originale, se non fosse che la lingua utilizzata dalla Di Lascia risulta fin dalle prime pagine sorprendente e ammaliante nel suo essere estremamente raffinata, evocativa e suggestiva, conquistandoci persino al di là dei contenuti della narrazione, e trasformando le vicende dei D’Auria in un racconto quasi visivo e fortemente vivido.

Al termine della lettura non si dimenticano facilmente i personaggi che ci hanno accompagnato attraverso le pagine e resta molto netta la percezione linguistica e visiva di questa storia e delle sue sfumature.

Voto: 3,5/5

martedì 6 giugno 2023

Il tango delle capinere / di Emma Dante. Teatro Argentina, 10 maggio 2023

Dopo la messa in scena a novembre di Pupo di zucchero, Emma Dante fa il bis al Teatro Argentina con il Tango delle capinere, che recupera e sviluppa una parte del racconto Ballarini, uno dei tre che compongono La trilogia degli occhiali.

Protagonista di questo spettacolo è una coppia di anziani, ancora molto affiatati e legati da una passione per il ballo. Quando da un grande baule viene fuori un carillon e la melodia si diffonde nell'aria, i due anziani cominciano a ballare e questo li riporta con i ricordi indietro nel tempo, toccando tutti i momenti salienti della loro storia e della loro vita di coppia, spesso segnati da canzoni e balli, fino ad arrivare al giorno nel quale si incontrarono per la prima volta e che sembra quasi coincidere scenicamente con il giorno in cui si separano definitivamente.

I due interpreti, Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri, riescono a ottenere il massimo dai loro corpi mettendoli pienamente a servizio di questa piccola storia e delle scelte narrative della Dante.

Nello spettacolo della Dante - cosa che è diventata ormai una sua cifra stilistica - il palcoscenico è tendenzialmente buio e le luci sono molto mirate e creano atmosfera; le parole sono poche - e quelle poche in questo caso sono pronunciate in dialetto siciliano -; per il resto la storia è costruita attraverso la fisicità dei protagonisti (in questo caso esaltata dai molti momenti di ballo) e i "versi" che pronunciano (come nella esilarante scena con il bambolotto, ossia il figlio che gli è nato).

Il tono complessivo - pur attraversato da parecchi momenti giocosi e divertenti - è invero malinconico, e al termine dello spettacolo si esce dal teatro col magone.

Quella raccontata è una storia semplice, che non nasconde grandi insegnamenti, ma ci fa riflettere sulla nostra vita, quella splendida parentesi tra il nulla che c'è prima e quello che c'è dopo, e che va apprezzata e vissuta per quello che è, ossia per il senso quotidiano che le diamo.

Da parecchi punti di vista mi sembra che ci sia un fil rouge ideale che collega questo spettacolo a Pupo di zucchero: in entrambi i casi al centro ci sono delle persone anziane che riportano in vita i loro ricordi e che attraverso quei ricordi ritrovano ancora un senso di vitalità.

Al centro di entrambi gli spettacoli i temi della vita e della morte, dei ricordi e degli affetti che li attraversano, delle storie che sono parte centrale della nostra identità.

Gli spettacoli di Emma Dante si confermano ancora una volta un piacere per gli occhi e per l'anima, con la loro capacità di accendere emozioni anche contraddittorie, attraverso storie sempre ricche di una forte umanità, espressione di un ben radicato umanesimo.

Voto: 3,5/5

lunedì 5 giugno 2023

Mostre a Roma. Aprile-maggio 2023

È questo un periodo dell'anno in cui - anche grazie alle amiche in visita a Roma - vado a vedere un po' di mostre che la città offre. In questo caso ho approfittato del ponte del primo maggio per andare a vedere la mostra di Pistoletto al Chiostro del Bramante e quella su Urbano VIII a Palazzo Barberini. Qui di seguito qualche breve considerazione in merito.

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Infinity. Michelangelo Pistoletto. L'arte contemporanea senza limiti. Chiostro del Bramante

L'immagine sovrana. Urbano VIII e i Barberini. Palazzo Barberini

Non descriverò separatamente le due mostre perché in nessuno dei due casi ho quel minimo di competenze che mi consentirebbe di dire delle cose sensate sul loro oggetto. Mi limiterò dunque a parlare della mia esperienza da visitatrice, sperando di fornire indicazioni utili ad altri.

Per quanto riguarda la mostra al Chiostro del Bramante non è la prima che ci vado: avevo visto recentemente Crazy, e prima Turner e Alma Tadema. Gli ambienti espositivi del Chiostro del Bramante sono molto belli ed è sempre un piacere passeggiare per le sale indipendentemente dalla mostra in corso, però devo dire che la soddisfazione rispetto alle mostre è altalenante e mi pare decrescente nel tempo. Da qualche anno ormai la direzione del museo ha fatto la scelta di ospitare sempre più mostre tematiche (penso a Love, a Crazy e ora a questa Infinity), a carattere contemporaneo, non necessariamente di un unico artista, e dal sapore squisitamente pop e instagrammabile. Sono mostre che appaiono più pensate per essere fotografate (e non a caso in continuazione nelle sale si viene invitati a farlo) e condivise, che come occasione di conoscenza e di riflessione. È - almeno dal mio punto di vista - il risultato di una forma di degenerazione "social" e partecipativo-interattiva che tende ad appiattire tutto e ad eliminare i veri e propri stimoli intellettivi. In questo caso specifico - senza nulla togliere all'arte di Michelangelo Pistoletto che non sono certo io a dover difendere - la fruizione della mostra spinge verso la banalizzazione, e la sensazione è forte soprattutto se si utilizza l'audioguida anziché leggere i cartelli e le didascalie. Il livello di enfasi con cui l'audioguida ci presenta le varie opere e l'approccio - come si diceva - molto pop risulta via via sempre più fastidioso, al punto che io e le mie amiche a un certo punto abbandoniamo praticamente l'ascolto. Considerato che la visita non costa poco (18 euro, e non esistono praticamente riduzioni), sinceramente ci si aspetterebbe molto di più. E per quanto mi riguarda alla prossima mostra ci penserò due volte.

Ovviamente, la sensazione di delusione si è accentuata ancora di più - per confronto - quando il giorno dopo sono andata - la mia prima volta - a Palazzo Barberini che ospita la Galleria Nazionale di Arte Antica e dove in questo periodo è in corso la mostra L'immagine sovrana. Urbano VIII e i Barberini.

In questo caso, essendo appunto la mia prima visita al palazzo, io e le mie amiche non ci siamo limitate a visitare la mostra, ma abbiamo approfittato per fare un giro anche nelle altre sale, quelle che ospitano la collezione permanente del museo e anche per visitare il palazzo da un punto di vista architettonico, apprezzandone l'impianto e alcune chicche come le scalinate del Borromini e di Bernini.

Diciamo che già solo il palazzo basterebbe a giustificare la visita, se poi a questo si aggiunge una collezione permanente sontuosa, dove è possibile ammirare opere di Raffaello, Caravaggio, Pietro da Cortona, El Greco, Canaletto, Artemisia Gentileschi, nonché quadri famosissimi (per esempio il ritratto con cui tutti conosciamo Enrico VIII, che è di Hans Holbein il giovane), non si può uscire delusi dalla visita, anzi resta il desiderio di ritornarci a distanza di tempo, con la speranza di vedere altre opere che come in ogni museo di grandi dimensioni ruotano all'interno delle sale destinate alle collezioni permanenti (essendo le collezioni troppo ricche per essere ospitate tutte contemporaneamente). Anche la mostra temporanea, che del resto è un'altra occasione che i musei utilizzano per dare visibilità a parti delle loro collezioni che sono esposte solo in alcuni momenti e anche per creare dei percorsi tematici all'interno delle loro raccolte, è molto bella e di grande soddisfazione. I pannelli illustrativi sono mediamente ben fatti e leggibili, così come le didascalie, l'illuminazione è perfetta e permette di apprezzare al meglio le opere, la selezione è interessante, e alla fine si esce sapendone molto di più su questo personaggio così centrale per la storia in generale e la storia dell'arte in particolare. Tra l'altro - e non so se è una cosa in assoluto molto positiva - nelle sale della mostra e del palazzo in generale c'è complessivamente poca gente (va detto anche che il museo è molto grande e dunque la gente si distribuisce anche molto), e dunque si ha la possibilità di camminare per le sale e apprezzare le opere con molta tranquillità e nelle migliori condizioni di spirito.

sabato 3 giugno 2023

Boston Marriage / di David Mamet; con Maria Paiato. Modena, Teatro Storchi, 22 aprile 2023

Come sanno bene quei pochissimi che frequentano più o meno assiduamente questo blog, da quando ho scoperto Maria Paiato un po' di anni fa non ho mai smesso di seguirla e di inseguirla a teatro per poter godere della forza delle sue interpretazioni.

Quest'anno avevo notato la sua assenza dai palcoscenici romani - ultimamente sempre più conformisti - e così ho cercato informazioni sui suoi progetti. Ho scoperto così che la Paiato in questa stagione era impegnata in tournée con lo spettacolo Boston Marriage di David Mamet e che la sede per me più comoda per vederla sarebbe stata il Teatro Storchi di Modena, e ovviamente non mi sono fatta sfuggire l'occasione.

Boston marriage è l'espressione utilizzata tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento per far riferimento alla convivenza tra due donne, spesso legate da un rapporto sentimentale. Ed è appunto di questo che parla il testo del drammaturgo americano David Mamet e che ha come protagoniste Anna (Maria Paiato) e Claire (Mariangela Granelli).

Siamo a fine Ottocento. Anna è da poco diventata l'amante di un uomo facoltoso che le fa regali costosi e le ha consentito di rinnovare l'arredo di casa e di vivere più comodamente; a Claire, che è venuta a trovarla, la donna offre la rinnovata possibilità di vivere insieme con minori preoccupazioni economiche. Ben presto però Anna scopre che in realtà Claire è tornata solo per chiedere all'amica l'autorizzazione di portare a casa sua una ragazza di cui si è invaghita.

Inizia da qui una vera e proprio schermaglia verbale, nella quale si inserisce a più riprese la giovane cameriera Catherine (Ludovica D'Auria), che suo malgrado diventerà protagonista della complessa e funambolica strategia utilizzata da Anna per riconquistare Claire.

Lo spettacolo - caratterizzato da un testo frizzante e da un intreccio narrativo ricco di sorprese e colpi di scena - presenta una naturale propensione a uno stile farsesco che, messo nelle mani del regista Giorgio Sangati e soprattutto di due attrici di grande personalità come Maria Paiato e Mariangela Granelli, è in grado di esprimere al massimo grado la sua portata esilarante e quasi trascinante.

Lo spettatore è inevitabilmente catturato da questo vero e proprio gioco di seduzione che utilizza la parola in maniera sopraffina come strumento per imporre la propria costruzione narrativa, anche quando non corrisponde alla realtà.

Si ride, si sorride, si partecipa a questo gioco di intelligenza, e alla fine si applaude tutti a lungo e convintamente. Qualcuno si alza in piedi e le attrici devono tornare a più riprese sul palco.

Mentre esco ascolto il commento di una spettatrice che dice al suo compagno che questo spettacolo dimostra che a teatro si possono vedere cose leggere e divertenti che non siano stupide o banali, ma anzi stimolanti e divertenti, e io non posso che essere d'accordo con lei. La Paiato colpisce ancora: nella recitazione ovviamente, e prima ancora nelle scelte, sempre attente e mai scontate.

Voto: 4/5