Questi ultimi scampoli della stagione cinematografica prima dell'allentamento estivo ci regalano il nuovo film di Marco Bellocchio, ispirato al libro Il caso Mortara di Daniele Scalise.
Siamo nel 1858 a Bologna, parte ancora dello stato pontificio. Il piccolo Edgardo Mortara (Enea Sala) è il sestogenito di otto figli dei coniugi ebrei bolognesi Momolo (Fausto Russo Alesi) e Marianna (Barbara Ronchi). Quando ancora non ha compiuto sette anni, il bambino viene prelevato dalla gendarmeria pontificia, dopo che l'Inquisitore padre Feletti è venuto a conoscenza del fatto che il piccolo all'età di un anno è stato battezzato - all'insaputa dei genitori - dalla bambinaia, convinta che il piccolo fosse in pericolo di vita. Secondo il diritto canonico, a quel punto il bambino è ormai cattolico e non può essere allevato da genitori di un'altra religione, cui viene dunque tolta la patria potestà.
Il piccolo Mortara viene così portato a Roma per essere cresciuto secondo gli insegnamenti della Chiesa cattolica, e nonostante i numerosi tentativi dei genitori di riavere il figlio e il clamore suscitato dal caso anche a livello internazionale, con il coinvolgimento dei giornali e persino di Napoleone III, l'allora pontefice Pio IX (Paolo Pierobon) si rifiuta di restituire il bambino, nella sua posizione al di sopra delle leggi umane.
Solo con la fine dello stato pontificio, la nascita dello stato italiano e l'ingresso delle truppe italiane a Porta Pia nel 1870 si creano le condizioni perché Edgardo, ormai ragazzo (Leonardo Maltese), possa tornare a Bologna presso la sua famiglia. Ma a quel punto il giovane, pur in parte confuso e destabilizzato, sceglie di rimanere a Roma e di proseguire il suo percorso che lo porterà a diventare sacerdote, ministero che ha continuato a esercitare fino alla morte avvenuta a quasi novanta anni.
Quella di Edgardo e della famiglia Mortara è una storia inquietante ed emotivamente di grande impatto, che Marco Bellocchio racconta in maniera partecipata e quasi militante, con uno sguardo molto critico nei confronti dei vertici della chiesa e in particolare di Pio IX, ma soprattutto con grande comprensione per la vicenda di questo bambino cui viene imposta un'identità che non gli appartiene ma che alla fine non può che riconoscere come propria, a meno di non far crollare tutta l'impalcatura della sua esistenza.
La prima parte del film, quella in cui Edgardo è ancora bambino, è molto ben costruita e cinematograficamente molto efficace, anche grazie ai meriti interpretativi di uno spaurito e obbediente Enea Sala e dei due bravissimi Alesi e Ronchi nel ruolo dei genitori, oltre che di una fotografia di grande impatto visivo.
Il montaggio è molto ben realizzato, soprattutto quando raffronta e interseca situazioni opposte e che in qualche modo rappresentano le alternative della vita di Edgardo.
La violenza che attraversa questa vicenda e l'esercizio del potere da parte del papa-re sono manifeste e sottolineate da una musica forse fin troppo roboante, ma trasformano un film che è attraversato in buona parte dall'arte del pregare in qualcosa di tutt'altro che pacifico, bensì sconquassato da lotte esteriori e interiori spesso senza esito.
Bravo Bellocchio.
Voto: 3,5/5
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lunedì 26 giugno 2023
mercoledì 19 febbraio 2020
La commedia della vanità / di Elias Canetti. Teatro Argentina, 4 febbraio 2020
La messa in scena dell'opera di Elias Canetti La commedia della vanità da parte del regista Claudio Longhi è un lavoro imponente da tutti i punti di vista. Dura quasi tre ore e mezza (articolandosi su tre atti), porta sul palco 23 attori, capeggiati dal bravissimo Fausto Russo Alesi, più 2 musicisti, si avvale di una scenografia sontuosa che fa pensare a un circo al cui centro c'è una specie di gabbia di metallo, nonché di video realizzati appositamente per lo spettacolo e costumi studiati con grande attenzione e realizzati con grande originalità. Inoltre la rappresentazione prevede non solo l'utilizzo del palco, bensì anche della platea e dei palchetti ai vari piani, tutti spazi che in vari momenti dello spettacolo vengono utilizzati dagli attori durante l'azione.
All'interno di questa confezione così importante, grande è anche il lavoro fatto per l'adattamento del testo di Elias Canetti che racconta di un mondo distopico, nel quale chi governa emana un editto per bandire specchi, fotografie e opere d'arte che rimandino agli esseri umani l'immagine di sé stessi allo scopo di combattere il grande male della vanità.
La prima parte dello spettacolo vede l'entrata in scena, a uno a uno o in piccoli gruppi, di tutti i personaggi, come fossero davvero gli attori freak di un circo Barnum. L'atmosfera è festosa ma grottesca, e tutta l'azione ruota intorno al fuoco verso il quale tutti convergono per bruciare fotografie e specchi. In un certo senso, alla fine di questa prima parte si ha l'impressione di aver assistito a una festa macabra, ma pur sempre a una festa.
Nella seconda parte, l'atmosfera cambia: la dittatura della lotta alla vanità ha portato con sé effetti distorsivi e conseguenze emotive sui protagonisti, che diventeranno espliciti nella terza parte dello spettacolo in cui questi uomini e queste donne avranno completamente perso la propria identità e saranno costretti a ricorrere a un sanatorio fatto solo di specchi.
Sul piano dei contenuti mi fermo qui, perché - devo essere sincera - mentre ho seguito bene e con attenzione la prima parte dello spettacolo, sulla seconda e la terza ho avuto sempre maggiori difficoltà a seguire dialoghi e discorsi sempre più complessi e alienanti (oltre che alienati), cosicché è diventato complicato star dietro al turbinio dell'azione (in cui tra l'altro gli attori interpretano personaggi diversi).
A un certo punto, durante la terza parte, in un momento in cui la platea era parzialmente illuminata mi sono guardata intorno, e - oltre alle numerose poltrone svuotate delle persone che erano andate via prima - ho visto molte teste ripiegate su sé stesse e facce stravolte. E pure io e F. non abbiamo potuto sfuggire a momenti di crollo che hanno reso ancora più difficile seguire un racconto di per sé stesso complesso e denso.
Non mi è sfuggito il senso complessivo del testo di Canetti (che ovviamente può facilmente essere messo in relazione con il presente e con gli onnipresenti selfie), né la sontuosità dello spettacolo di Longhi e la bravura degli attori nell'interpretare questi personaggi un po' estremi e talvolta disturbanti o disturbati, ma non posso certo dire di essere riuscita a tenere viva l'attenzione per l'intera durata dello spettacolo.
Cosicché molte cose mi si sono chiarite solo l'indomani quando mi sono letta il programma di scena, molto interessante e molto ricco di approfondimenti, e un po' di recensioni. Per onestà intellettuale, evito dunque di dare un voto a qualcosa che forse sta al di là della mia capacità di valutazione. Quello che posso dire è che forse si tratta di uno spettacolo che pecca un po' di ambizione.
Voto: ?/5
All'interno di questa confezione così importante, grande è anche il lavoro fatto per l'adattamento del testo di Elias Canetti che racconta di un mondo distopico, nel quale chi governa emana un editto per bandire specchi, fotografie e opere d'arte che rimandino agli esseri umani l'immagine di sé stessi allo scopo di combattere il grande male della vanità.
La prima parte dello spettacolo vede l'entrata in scena, a uno a uno o in piccoli gruppi, di tutti i personaggi, come fossero davvero gli attori freak di un circo Barnum. L'atmosfera è festosa ma grottesca, e tutta l'azione ruota intorno al fuoco verso il quale tutti convergono per bruciare fotografie e specchi. In un certo senso, alla fine di questa prima parte si ha l'impressione di aver assistito a una festa macabra, ma pur sempre a una festa.
Nella seconda parte, l'atmosfera cambia: la dittatura della lotta alla vanità ha portato con sé effetti distorsivi e conseguenze emotive sui protagonisti, che diventeranno espliciti nella terza parte dello spettacolo in cui questi uomini e queste donne avranno completamente perso la propria identità e saranno costretti a ricorrere a un sanatorio fatto solo di specchi.
Sul piano dei contenuti mi fermo qui, perché - devo essere sincera - mentre ho seguito bene e con attenzione la prima parte dello spettacolo, sulla seconda e la terza ho avuto sempre maggiori difficoltà a seguire dialoghi e discorsi sempre più complessi e alienanti (oltre che alienati), cosicché è diventato complicato star dietro al turbinio dell'azione (in cui tra l'altro gli attori interpretano personaggi diversi).
A un certo punto, durante la terza parte, in un momento in cui la platea era parzialmente illuminata mi sono guardata intorno, e - oltre alle numerose poltrone svuotate delle persone che erano andate via prima - ho visto molte teste ripiegate su sé stesse e facce stravolte. E pure io e F. non abbiamo potuto sfuggire a momenti di crollo che hanno reso ancora più difficile seguire un racconto di per sé stesso complesso e denso.
Non mi è sfuggito il senso complessivo del testo di Canetti (che ovviamente può facilmente essere messo in relazione con il presente e con gli onnipresenti selfie), né la sontuosità dello spettacolo di Longhi e la bravura degli attori nell'interpretare questi personaggi un po' estremi e talvolta disturbanti o disturbati, ma non posso certo dire di essere riuscita a tenere viva l'attenzione per l'intera durata dello spettacolo.
Cosicché molte cose mi si sono chiarite solo l'indomani quando mi sono letta il programma di scena, molto interessante e molto ricco di approfondimenti, e un po' di recensioni. Per onestà intellettuale, evito dunque di dare un voto a qualcosa che forse sta al di là della mia capacità di valutazione. Quello che posso dire è che forse si tratta di uno spettacolo che pecca un po' di ambizione.
Voto: ?/5
mercoledì 10 luglio 2019
Il traditore
Con quest'ultimo film, presentato con successo al Festival di Cannes, Marco Bellocchio racconta un momento importante della storia recente dell'Italia e lo fa attraverso uno dei protagonisti più importanti e controversi di questa vicenda, Tommaso Buscetta (Pierfrancesco Favino), affiliato di Cosa nostra e poi collaboratore di giustizia determinante per le indagini condotte da Giovanni Falcone e per gli esiti del maxiprocesso.
Il film prende l'avvio a Palermo all'inizio degli anni Ottanta, quando - in occasione della festa di Santa Rosalia - si celebra un accordo di non belligeranza tra la mafia palermitana e l'emergente mafia corleonese, capeggiata da Totò Riina. In realtà si tratta solo del prologo di una sanguinosa guerra cui Buscetta inizialmente si sottrae espatriando in Brasile. Durante questa guerra, però, molti suoi familiari, tra cui i suoi figli Antonio e Benedetto, vengono assassinati, mentre lo stesso Buscetta viene arrestato in Brasile e poi estradato in Italia. Qui decide di collaborare con il giudice Falcone (Fausto Russo Alesi) contribuendo a svelare l'organizzazione di Cosa nostra e in un secondo momento i suoi collegamenti con il mondo politico.
Di fronte a una figura complessa come quella di Buscetta e a un periodo recente, doloroso e ancora in parte oscuro della storia d'Italia, Marco Bellocchio decide di mettere da parte il suo approccio onirico e surreale (con l'eccezione della rappresentazione di alcuni sogni del protagonista) scegliendo invece una narrazione asciutta e rigorosa delle vicende storiche.
Il risultato è potente nell'impatto sullo spettatore, anche e soprattutto grazie alla grande prova attoriale di Pierfrancesco Favino, capace di rappresentare don Masino in tutte le sue età e le sue facce, e di riportarlo in vita anche a livello linguistico grazie a una notevole mimesi sonora che funziona quando parla in italiano e in siciliano, e persino in portoghese. L'interpretazione di Favino è ben supportata anche dal resto del cast in cui spiccano Fausto Russo Alesi (che dimostra grande misura nell'intepretare Falcone) e Luigi Lo Cascio nella parte di Totuccio Contorno.
Bellocchio cerca di sfuggire per quanto possibile alla trappola del giudizio sul protagonista, evitando di presentarlo come un eroe ma anche riconoscendone la coerenza in un personale sistema di valori. Ne viene fuori un ritratto forse un po' troppo morbido e condiscendente che produce un'identificazione empatica dello spettatore nella figura del mafioso. Bellocchio sembra dar credito all'idea che Buscetta fosse un uomo d'onore nel significato che questo termine aveva in Cosa nostra prima dell'avvento dei Corleonesi e di aver deciso di collaborare con la giustizia proprio a seguito del cambiamento di natura di Cosa nostra e del suo tradimento verso questo sistema di valori. Vero è che questo è anche l'unico momento nel film in cui Falcone reagisce stizzito alle parole di Buscetta, commentando che quella di una mafia buona è una favola che non è mai esistita, e che per fortuna come tutti i fenomeni umani anche la mafia è destinata a finire.
Ne viene fuori il ritratto di un uomo sicuramente innamorato della vita e sprezzante del pericolo, ma anche messo di fronte all'uccisione di molti parenti e familiari e al dolore delle persone amate, un uomo inevitabilmente costretto a vivere un'esistenza in allerta o in fuga che però - proprio per questo (o forse nonostante questo) - ha contribuito enormemente a dare allo Stato gli strumenti per combattere una mafia in cui non credeva più.
Resta aperta una domanda con un punto interrogativo enorme: di chi è il tradimento richiamato nel titolo? Di Buscetta verso Cosa nostra - che sarebbe la risposta più scontata - ovvero dei Corleonesi verso la mafia delle origini, o ancora dello Stato verso Buscetta e in fondo verso la società tutta, che avrebbe sperato in una sconfitta definitiva di Cosa nostra che invece non c'è stata? Perché, qualunque fossero le finalità e gli intenti di don Masino, lo Stato ha avuto grazie a lui un'occasione irripetibile cui l'uccisione di Falcone e Borsellino - i cui mandanti restano in parte ignoti - ha in parte messo una pietra tombale sopra.
Voto: 3,5/5
Il film prende l'avvio a Palermo all'inizio degli anni Ottanta, quando - in occasione della festa di Santa Rosalia - si celebra un accordo di non belligeranza tra la mafia palermitana e l'emergente mafia corleonese, capeggiata da Totò Riina. In realtà si tratta solo del prologo di una sanguinosa guerra cui Buscetta inizialmente si sottrae espatriando in Brasile. Durante questa guerra, però, molti suoi familiari, tra cui i suoi figli Antonio e Benedetto, vengono assassinati, mentre lo stesso Buscetta viene arrestato in Brasile e poi estradato in Italia. Qui decide di collaborare con il giudice Falcone (Fausto Russo Alesi) contribuendo a svelare l'organizzazione di Cosa nostra e in un secondo momento i suoi collegamenti con il mondo politico.
Di fronte a una figura complessa come quella di Buscetta e a un periodo recente, doloroso e ancora in parte oscuro della storia d'Italia, Marco Bellocchio decide di mettere da parte il suo approccio onirico e surreale (con l'eccezione della rappresentazione di alcuni sogni del protagonista) scegliendo invece una narrazione asciutta e rigorosa delle vicende storiche.
Il risultato è potente nell'impatto sullo spettatore, anche e soprattutto grazie alla grande prova attoriale di Pierfrancesco Favino, capace di rappresentare don Masino in tutte le sue età e le sue facce, e di riportarlo in vita anche a livello linguistico grazie a una notevole mimesi sonora che funziona quando parla in italiano e in siciliano, e persino in portoghese. L'interpretazione di Favino è ben supportata anche dal resto del cast in cui spiccano Fausto Russo Alesi (che dimostra grande misura nell'intepretare Falcone) e Luigi Lo Cascio nella parte di Totuccio Contorno.
Bellocchio cerca di sfuggire per quanto possibile alla trappola del giudizio sul protagonista, evitando di presentarlo come un eroe ma anche riconoscendone la coerenza in un personale sistema di valori. Ne viene fuori un ritratto forse un po' troppo morbido e condiscendente che produce un'identificazione empatica dello spettatore nella figura del mafioso. Bellocchio sembra dar credito all'idea che Buscetta fosse un uomo d'onore nel significato che questo termine aveva in Cosa nostra prima dell'avvento dei Corleonesi e di aver deciso di collaborare con la giustizia proprio a seguito del cambiamento di natura di Cosa nostra e del suo tradimento verso questo sistema di valori. Vero è che questo è anche l'unico momento nel film in cui Falcone reagisce stizzito alle parole di Buscetta, commentando che quella di una mafia buona è una favola che non è mai esistita, e che per fortuna come tutti i fenomeni umani anche la mafia è destinata a finire.
Ne viene fuori il ritratto di un uomo sicuramente innamorato della vita e sprezzante del pericolo, ma anche messo di fronte all'uccisione di molti parenti e familiari e al dolore delle persone amate, un uomo inevitabilmente costretto a vivere un'esistenza in allerta o in fuga che però - proprio per questo (o forse nonostante questo) - ha contribuito enormemente a dare allo Stato gli strumenti per combattere una mafia in cui non credeva più.
Resta aperta una domanda con un punto interrogativo enorme: di chi è il tradimento richiamato nel titolo? Di Buscetta verso Cosa nostra - che sarebbe la risposta più scontata - ovvero dei Corleonesi verso la mafia delle origini, o ancora dello Stato verso Buscetta e in fondo verso la società tutta, che avrebbe sperato in una sconfitta definitiva di Cosa nostra che invece non c'è stata? Perché, qualunque fossero le finalità e gli intenti di don Masino, lo Stato ha avuto grazie a lui un'occasione irripetibile cui l'uccisione di Falcone e Borsellino - i cui mandanti restano in parte ignoti - ha in parte messo una pietra tombale sopra.
Voto: 3,5/5
mercoledì 27 marzo 2019
Regina madre / Manlio Santanelli. Teatro Piccolo Eliseo, 14 marzo 2019
A me e F. negli ultimi anni, anche grazie all'assidua frequentazione dei teatri, è venuta una vera e propria passione per il teatro napoletano degli anni Ottanta, un periodo che - da quanto abbiamo visto e potuto capire leggendone - è stato ricco di testi, autori e invenzioni, e che ancora oggi a distanza di quarant'anni continua a risultare vivo e potente.
In questo nostro filone di riscoperta decidiamo di andare a vedere Regina madre, un testo teatrale di Manlio Santanelli, autore napoletano ancora vivente, portato in scena con la regia di Carlo Cerciello e interpretato dai bravissimi Fausto Russo Alesi e Imma Villa.
Sul palco un enorme letto; da un lato un Pinocchio, dall'altro la Fata Turchina, sotto decine e decine di bicchieri da una parte e una torta con cinque candeline dall'altra.
Sul lettone due personaggi, una madre anziana e un figlio che è arrivato per fermarsi da lei per un po' su suggerimento del dottore. Tra i due inizia una schermaglia che prende rapidamente toni quasi comici: la madre, il cui nome è appunto Regina, non è capace della minima empatia con il figlio (e la figlia evocata solo nei discorsi) cui viene rinfacciato tutto, dalle scelte personali alla scarsa attenzione verso la madre, dai fallimenti lavorativi ai comportamenti quotidiani, mentre si staglia su tutto la figura perfetta del padre morto molti anni prima. In questa prima parte dello spettacolo si ride, seppure amaramente, complice anche la recitazione in napoletano di Imma Villa nei panni della madre.
A un certo punto, però, arriva un momento di confessione dolorosa tra madre e figlio, e da questo momento nello spettacolo si innesca un cambio di registro, mentre sul lettone su cui i due sono seduti vengono montate - dagli stessi protagonisti - due spalliera (dalla parte della testa e dei piedi).
Inizia da qui un viaggio allucinato nella mente, in cui il figlio diventa la madre e interloquisce con la figlia, la stessa Imma Villa che prima interpretava la madre. Da qui in poi i ruoli si scambiano più volte e la madre rivive nei corpi e nella testa dei due figli. Un cappello a tesa larga costituisce lo strumento scenico che - come un testimone - passando da un attore all'altro, segna anche la consegna dello "spirito" della madre, fino a quando persino questo scambio di ruoli si fa ambiguo. Il registro intanto oscilla pericolosamente tra il drammatico e il grottesco, in una escalation emotiva che si fa sempre più disturbante anche per lo spettatore e che si tramuta in una vera e propria regressione all'infanzia, che potrà dirsi compiuta quando il lettone sul palco viene completato con una sponda che lo trasforma in lettino per bambini.
Attraverso gli occhi allucinati di Fausto Russo Alesi passa il personaggio di un figlio adulto che non si è mai affrancato completamente dalla madre e che in fondo ha bisogno di quest'ultima come capro espiatorio delle proprie mostruosità e dei propri fallimenti, della propria dipendenza dai farmaci e della propria depressione, così come - dall'altro lato - la figlia emerge con la sua debolezza composta, fatta di vuoti interiori e di non meno inquietanti squilibri. Il tutto fino allo svelamento della grande menzogna che la madre ha portato avanti dopo la morte del padre, ossia quella di un matrimonio perfetto con un uomo eccezionale.
Ma il testo di Santanelli, che - come scrivono critici certo più titolati di me - attinge alla lezione del teatro dell'assurdo e ricorda a tratti Ionesco (che non a caso al debutto lo definì éxtraordinaire), non sceglie la strada più semplice e lineare, bensì quella più ambigua, scomoda e complessa. In questo spettacolo non ci sono carnefici e vittime, non ci sono buoni e cattivi, e viene smontata dalla base la facile lettura di una madre anaffettiva responsabile dei traumi e dei problemi dei figli, per lasciare spazio invece a una lettura in cui ognuno è chiamato alle proprie responsabilità individuali rispetto alla propria vita e alle proprie scelte e, al contempo, tutti sono oggetto di compassione di fronte alle sfide della vita.
Voto: 3,5/5
In questo nostro filone di riscoperta decidiamo di andare a vedere Regina madre, un testo teatrale di Manlio Santanelli, autore napoletano ancora vivente, portato in scena con la regia di Carlo Cerciello e interpretato dai bravissimi Fausto Russo Alesi e Imma Villa.
Sul palco un enorme letto; da un lato un Pinocchio, dall'altro la Fata Turchina, sotto decine e decine di bicchieri da una parte e una torta con cinque candeline dall'altra.
Sul lettone due personaggi, una madre anziana e un figlio che è arrivato per fermarsi da lei per un po' su suggerimento del dottore. Tra i due inizia una schermaglia che prende rapidamente toni quasi comici: la madre, il cui nome è appunto Regina, non è capace della minima empatia con il figlio (e la figlia evocata solo nei discorsi) cui viene rinfacciato tutto, dalle scelte personali alla scarsa attenzione verso la madre, dai fallimenti lavorativi ai comportamenti quotidiani, mentre si staglia su tutto la figura perfetta del padre morto molti anni prima. In questa prima parte dello spettacolo si ride, seppure amaramente, complice anche la recitazione in napoletano di Imma Villa nei panni della madre.
A un certo punto, però, arriva un momento di confessione dolorosa tra madre e figlio, e da questo momento nello spettacolo si innesca un cambio di registro, mentre sul lettone su cui i due sono seduti vengono montate - dagli stessi protagonisti - due spalliera (dalla parte della testa e dei piedi).
Inizia da qui un viaggio allucinato nella mente, in cui il figlio diventa la madre e interloquisce con la figlia, la stessa Imma Villa che prima interpretava la madre. Da qui in poi i ruoli si scambiano più volte e la madre rivive nei corpi e nella testa dei due figli. Un cappello a tesa larga costituisce lo strumento scenico che - come un testimone - passando da un attore all'altro, segna anche la consegna dello "spirito" della madre, fino a quando persino questo scambio di ruoli si fa ambiguo. Il registro intanto oscilla pericolosamente tra il drammatico e il grottesco, in una escalation emotiva che si fa sempre più disturbante anche per lo spettatore e che si tramuta in una vera e propria regressione all'infanzia, che potrà dirsi compiuta quando il lettone sul palco viene completato con una sponda che lo trasforma in lettino per bambini.
Attraverso gli occhi allucinati di Fausto Russo Alesi passa il personaggio di un figlio adulto che non si è mai affrancato completamente dalla madre e che in fondo ha bisogno di quest'ultima come capro espiatorio delle proprie mostruosità e dei propri fallimenti, della propria dipendenza dai farmaci e della propria depressione, così come - dall'altro lato - la figlia emerge con la sua debolezza composta, fatta di vuoti interiori e di non meno inquietanti squilibri. Il tutto fino allo svelamento della grande menzogna che la madre ha portato avanti dopo la morte del padre, ossia quella di un matrimonio perfetto con un uomo eccezionale.
Ma il testo di Santanelli, che - come scrivono critici certo più titolati di me - attinge alla lezione del teatro dell'assurdo e ricorda a tratti Ionesco (che non a caso al debutto lo definì éxtraordinaire), non sceglie la strada più semplice e lineare, bensì quella più ambigua, scomoda e complessa. In questo spettacolo non ci sono carnefici e vittime, non ci sono buoni e cattivi, e viene smontata dalla base la facile lettura di una madre anaffettiva responsabile dei traumi e dei problemi dei figli, per lasciare spazio invece a una lettura in cui ognuno è chiamato alle proprie responsabilità individuali rispetto alla propria vita e alle proprie scelte e, al contempo, tutti sono oggetto di compassione di fronte alle sfide della vita.
Voto: 3,5/5
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