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giovedì 26 marzo 2026

People, places and things / di Duncan McMillan; regia di Pierfrancesco Favino. Teatro Ambra Jovinelli, 12 marzo 2026

Duncan McMillan è il drammaturgo inglese autore del libro Ogni bellissima cosa, da cui è stato realizzato un adattamento teatrale che avevo visto messo in scena a Palazzo Merulana un po’ di anni fa con l'interpretazione di Carlo De Ruggieri e che avevo amato molto.

Così, quando ho visto nel cartellone dell’Ambra Jovinelli un altro lavoro di McMillan non ci ho pensato due volte e ho preso i biglietti. Il fatto che la regia fosse di Pierfrancesco Favino e che lo spettacolo fosse interpretato dalla moglie Anna Ferzetti (recentemente apprezzata ne La grazia di Sorrentino) non è stato dunque per me l’elemento determinante della scelta, ma solo un rafforzativo.

People, places and things racconta di una giovane donna, un’attrice di teatro, che ha grossi problemi con alcol e droga, e che dopo l’ennesima amnesia durante le prove di uno spettacolo (per l’esattezza Il gabbiano di Čechov) decide di andare in un centro di riabilitazione per farsi aiutare ad uscirne.

Per Emma, che all’inizio si fa chiamare Nina e che forse in realtà non si chiama nemmeno Emma, è l’inizio di un percorso difficile e doloroso, che la mette di fronte a sé stessa e alle sue fragilità e che la costringe a fare i conti con la sua identità. Ammettere di avere un problema, accettare di intraprendere un percorso e di farsi aiutare, smettere di interpretare una parte e confrontarsi con la realtà delle cose, saranno le tappe dell’accettazione di sé e della realtà. Intorno a lei, nel centro riabilitativo, molte altre persone che combattono fantasmi simili e che la aiuteranno a portare avanti questo percorso e anche ad accettare le ricadute e gli errori.

Detto così sembrerebbe trattarsi di un mattone esistenziale indigeribile, ma questo registro non è mai nelle corde di McMillan i cui testi, sebbene affrontino temi soggettivamente e/o socialmente molto pesanti, lo fanno sempre con un tono che a più riprese si fa leggero e ironico.

Anna Ferzetti è molto brava a concentrare nel suo personaggio, attraverso la sua interpretazione, una molteplicità di sentimenti e toni anche contraddittori, e riesce a conferire a Emma uno spessore e una rotondità non scontati. Intorno a lei molti attori navigati, non ultima Betti Pedrazzi che interpreta la dottoressa del centro e anche la terapeuta. Tutti immersi in una scenografia al contempo semplice ma anche molto articolata, in cui attraverso il movimento di alcuni pilastri e l’apertura o la chiusura di alcune porte gli ambienti si trasformano. La regia è essa stessa al contempo essenziale ma ambiziosa.

Ci sarebbero tutte le premesse per parlarne più che bene, eppure a me lo spettacolo non ha convinto. Pur apprezzando e decisamente salvando l’interpretazione della Ferzetti, tutto il resto intorno mi è sembrato un po’ troppo e, dal mio punto di vista, ha perso verosimiglianza e credibilità. Non posso dire che lo spettacolo non mi abbia in qualche modo catturato, ma l’ho sentito quasi sempre non empatico, fors’anche per quella componente tra lo spirituale e l’approccio un po’ new age da “costellazioni familiari” che risulta per me estremamente respingente.

Non so se attribuire la maggiore responsabilità al testo originale oppure alle scelte drammaturgiche e di messa in scena dello specifico spettacolo.

Tutto ciò premesso, Ferzetti si conferma attrice versatile e di alto livello, capace di mille sfumature e con molte frecce al suo arco. E questo non è poco.

Voto: 3/5

mercoledì 26 aprile 2023

L’ultima notte di Amore

Andrea Di Stefano è un attore e regista italiano che da ormai molti anni si muove all’interno di un contesto cinematografico internazionale. Non a caso il suo primo lungometraggio da regista è stato il film dedicato alla figura del narcotrafficante Pablo Escobar, interpretato da Benicio Del Toro.

Con questo secondo film Di Stefano torna pienamente al contesto italiano con un poliziesco ambientato nel sottobosco milanese della criminalità organizzata, nella quale convergono mafia cinese, ‘ndrangheta e settori corrotti delle forze dell’ordine.

Il protagonista del racconto è Franco Amore (un ormai onnipresente Pierfrancesco Favino), un tenente della polizia che è alle soglie della pensione (anticipata!) per la quale sta preparando il discorso di saluto da fare ai colleghi. Lo incontriamo mentre torna da una corsetta e la sua giovane compagna (la brava Linda Caridi) e un gruppo di amici lo attendono in casa per una festa a sorpresa. Ma questo è quasi l’epilogo della narrazione. Scopriremo infatti nel corso del film cosa è successo ad Amore negli ultimi 10 giorni e come il suo destino potrebbe cambiare.

Trattandosi di un film che fa dell’intreccio e della suspence i suoi punti di forza non è giusto rivelare nient’altro della trama del film, lasciando agli spettatori il piacere della scoperta.

Quello che invece certamente si può dire è che Andrea Di Stefano si muove con grande agio e padronanza negli stilemi del genere poliziesco, richiamando a più riprese alcuni capisaldi degli anni Settanta, ma al contempo adottando uno stile di regia moderno e di grande impatto visivo.

Sul piano narrativo, pur essendo evidente che in fase di scrittura c’è stato un grande lavoro di documentazione per comprendere al meglio il mondo della criminalità organizzata, in particolare nei suoi contatti con le forze dell’ordine, non tutto mi è sembrato pienamente credibile, e forse alcune scelte sono state dettate più da esigenze formali, estetiche e di intreccio che dalla stretta ricerca del realismo descrittivo, cosa che evidentemente non è una esigenza imprescindibile di un film.

A conti fatti, pur avendo visto gradevolmente il film, non posso che confermare che si tratta di un genere lontano dai miei gusti e che non riesco davvero ad apprezzare fino in fondo, sebbene il piano sequenza iniziale sui lunghi titoli di testa - con le immagini notturne di Milano realizzate da un drone che attraversa le varie zone della città fino ad avvicinarsi a un palazzo e a una grande vetrata illuminata dove sono in corso i preparativi per la festa a sorpresa - vale da sola l’intero film e riesce nel compito non semplice di dare a un film come questo un respiro fortemente internazionale.

Del resto anche i temi trattati – il confine tra bene e male, l’amicizia e la colleganza, il concetto di onestà, e molti altri – pur declinati nello specifico contesto prescelto sono certamente temi universali che possono travalicare i confini nazionali ed essere apprezzati da un pubblico non italiano, a cui probabilmente questo film in parte si rivolge già nelle intenzioni.

Voto: 3/5



lunedì 10 ottobre 2022

Nostalgia

Metti una serata di inizio autunno, quando le giornate hanno già cominciato a farsi incerte e la temperatura - soprattutto di sera - comincia a essere piuttosto bassa. Al Floating Theatre, il cinema galleggiante all'aperto allestito quest'anno a Villa Ada (non lontano da casa mia), danno Nostalgia, presentato dal regista Mario Martone. Non voglio perderlo, e pur di non perderlo rinuncio anche a una cena da Enzo al 29, dove volevo andare da tempo. L'allestimento è molto bello: schermo nel laghetto di Villa Ada e platea fatta di sedie a sdraio dove il film si ascolta con apposite cuffie per non essere disturbati dai rumori esterni.

La chiacchierata iniziale con Mario Martone è interessante. Il regista ci racconta i retroscena della decisione di girare questo film, decisione seguita all'acquisto dei diritti del libro omonimo di Ermanno Rea da parte di Medusa e giunta a maturazione proprio con lo scoppio della pandemia, cosicché durante il primo lockdown lui e sua moglie Ippolita Di Majo, che è anche la sua sceneggiatrice, hanno portato a termine la prima stesura per il film. Martone ci dice poi che la scelta di Favino è stata addirittura precedente alla scrittura della sceneggiatura, essendo maturata già durante la lettura del libro, e che le riprese sono durate un tempo contenuto (solo 6 settimane). Insomma un film in cui tutto è filato liscio, e che ora in sala sta dando grandi soddisfazioni in termini di pubblico. È inoltre di pochi giorni fa la notizia che Nostalgia sarà il film che rappresenterà l'Italia agli Oscar.

Ma andiamo a vedere di cosa parla questo film. Il protagonista è Felice (un sempre più bravo Pierfrancesco Favino che qui parla anche l'arabo e il napoletano), originario del rione Sanità dove non torna da quando aveva 15 anni. Da adolescente Felice era molto amico di Oreste, allora piccolo delinquente che trascinava anche Felice nelle sue scorribande, ora piccolo boss locale di camorra. Dopo una scorribanda a suo tempo finita male, Felice era stato portato via dallo zio, prima in Libano, poi in Egitto dove ha vissuto per 40 anni, facendo fortuna e sposandosi. Quando torna a Napoli per rivedere la madre ormai anziana, Felice ritrova un mondo che sulle prime gli sembra completamente estraneo, lui che parla meglio l'arabo che l'italiano, che ha abbracciato la religione musulmana e che vive nei ricordi di un passato ormai lontano. Il protagonista è però sorpreso al contempo dall'immutabilità di questi luoghi ("nulla è cambiato", dice a sua moglie) e anche dalla somiglianza e vicinanza che percepisce tra la sua città di origine e quella dove ha vissuto per la maggior parte della sua vita.

Felice si muove attraverso i vicoli del rione Sanità con un misto di ingenuità e consapevolezza, attraverso il quale a poco a poco compie un percorso di riappropriazione della propria identità (anche linguistica) che passa soprattutto attraverso la conoscenza di don Luigi (la figura ispirata a don Antonio Loffredo), un parroco impegnato a creare comunità su un territorio difficile, e l'incontro voluto e cercato a tutti i costi con Oreste Spasiano (Tommaso Ragno), simbolo di una giovinezza ormai perduta e incarnazione di un destino difficile da cambiare.

Le viscere di Napoli chiameranno Felice e lo spingeranno a restare e persino a comprare una casa dove vivere con sua moglie, ma il passato tornerà a chiedere il conto.

Film asciutto, ben scritto, con una bella fotografia. Direi un film quasi classico di cui non stento a comprendere i motivi del successo.

Voto: 3,5/5



mercoledì 10 luglio 2019

Il traditore

Con quest'ultimo film, presentato con successo al Festival di Cannes, Marco Bellocchio racconta un momento importante della storia recente dell'Italia e lo fa attraverso uno dei protagonisti più importanti e controversi di questa vicenda, Tommaso Buscetta (Pierfrancesco Favino), affiliato di Cosa nostra e poi collaboratore di giustizia determinante per le indagini condotte da Giovanni Falcone e per gli esiti del maxiprocesso.

Il film prende l'avvio a Palermo all'inizio degli anni Ottanta, quando - in occasione della festa di Santa Rosalia - si celebra un accordo di non belligeranza tra la mafia palermitana e l'emergente mafia corleonese, capeggiata da Totò Riina. In realtà si tratta solo del prologo di una sanguinosa guerra cui Buscetta inizialmente si sottrae espatriando in Brasile. Durante questa guerra, però, molti suoi familiari, tra cui i suoi figli Antonio e Benedetto, vengono assassinati, mentre lo stesso Buscetta viene arrestato in Brasile e poi estradato in Italia. Qui decide di collaborare con il giudice Falcone (Fausto Russo Alesi) contribuendo a svelare l'organizzazione di Cosa nostra e in un secondo momento i suoi collegamenti con il mondo politico.

Di fronte a una figura complessa come quella di Buscetta e a un periodo recente, doloroso e ancora in parte oscuro della storia d'Italia, Marco Bellocchio decide di mettere da parte il suo approccio onirico e surreale (con l'eccezione della rappresentazione di alcuni sogni del protagonista) scegliendo invece una narrazione asciutta e rigorosa delle vicende storiche.

Il risultato è potente nell'impatto sullo spettatore, anche e soprattutto grazie alla grande prova attoriale di Pierfrancesco Favino, capace di rappresentare don Masino in tutte le sue età e le sue facce, e di riportarlo in vita anche a livello linguistico grazie a una notevole mimesi sonora che funziona quando parla in italiano e in siciliano, e persino in portoghese. L'interpretazione di Favino è ben supportata anche dal resto del cast in cui spiccano Fausto Russo Alesi (che dimostra grande misura nell'intepretare Falcone) e Luigi Lo Cascio nella parte di Totuccio Contorno.

Bellocchio cerca di sfuggire per quanto possibile alla trappola del giudizio sul protagonista, evitando di presentarlo come un eroe ma anche riconoscendone la coerenza in un personale sistema di valori. Ne viene fuori un ritratto forse un po' troppo morbido e condiscendente che produce un'identificazione empatica dello spettatore nella figura del mafioso. Bellocchio sembra dar credito all'idea che Buscetta fosse un uomo d'onore nel significato che questo termine aveva in Cosa nostra prima dell'avvento dei Corleonesi e di aver deciso di collaborare con la giustizia proprio a seguito del cambiamento di natura di Cosa nostra e del suo tradimento verso questo sistema di valori. Vero è che questo è anche l'unico momento nel film in cui Falcone reagisce stizzito alle parole di Buscetta, commentando che quella di una mafia buona è una favola che non è mai esistita, e che per fortuna come tutti i fenomeni umani anche la mafia è destinata a finire.

Ne viene fuori il ritratto di un uomo sicuramente innamorato della vita e sprezzante del pericolo, ma anche messo di fronte all'uccisione di molti parenti e familiari e al dolore delle persone amate, un uomo inevitabilmente costretto a vivere un'esistenza in allerta o in fuga che però - proprio per questo (o forse nonostante questo) - ha contribuito enormemente a dare allo Stato gli strumenti per combattere una mafia in cui non credeva più.

Resta aperta una domanda con un punto interrogativo enorme: di chi è il tradimento richiamato nel titolo? Di Buscetta verso Cosa nostra - che sarebbe la risposta più scontata - ovvero dei Corleonesi verso la mafia delle origini, o ancora dello Stato verso Buscetta e in fondo verso la società tutta, che avrebbe sperato in una sconfitta definitiva di Cosa nostra che invece non c'è stata? Perché, qualunque fossero le finalità e gli intenti di don Masino, lo Stato ha avuto grazie a lui un'occasione irripetibile cui l'uccisione di Falcone e Borsellino - i cui mandanti restano in parte ignoti - ha in parte messo una pietra tombale sopra.

Voto: 3,5/5

martedì 16 gennaio 2018

La notte poco prima delle foreste / con Pierfrancesco Favino. Teatro Ambra Jovinelli, 11 gennaio 2018

Un uomo con un marcato accento dell'Est Europa è alla ricerca di una stanza dove dormire per la notte. Nel frattempo vaga per un'anonima città, tra periferie, strade, ponti e metropolitane, bagnato dalla pioggia. In questo viaggio notturno incontra degli interlocutori cui racconta le sue vicissitudini, le sue ansie, le sue paure, le sue aspirazioni, cercando conforto e complicità, forse anche impietosendo per ottenere subdolamente un aiuto.

Chi è quest'uomo? Certamente uno straniero per la terra dove vive. Certamente un diseredato che vive arrangiandosi e sopravvive come può. Il suo mondo è fatto di altri emarginati come lui, prostitute, neri, piccoli delinquenti, ognuno impegnato nella sua lotta per sopravvivere, ognuno pronto ad approfittare della debolezza altrui per prevaricare.

Questo mondo ha le sue leggi e le sue dinamiche interne che ne fanno una specie di universo parallelo, quasi trasparente rispetto alla società "ordinaria" e "ordinata".

L'uomo che racconta se stesso in questo monologo, La notte poco prima delle foreste, scritto da Bernard-Marie Koltès e portato in scena all'Ambra Jovinelli per la regia di Lorenzo Gioielli e la magistrale interpretazione di Pierfrancesco Favino, ci chiama in causa, perché l'interlocutore sul palco non c'è e dunque gli interlocutori siamo tutti noi.

Ad ogni spettatore questa chiamata in causa trasmetterà sensazioni diverse, secondo le proprie esperienze e il proprio modo di essere, e produrrà certamente dei conflitti interiori tra la reazione istintiva e quella ragionata.

Personalmente di fronte a quest'uomo e alle sue parole provo alternativamente compassione, senso di colpa, diffidenza, perplessità, meraviglia. A volte mi sento presa in gira e penso che certamente mi sta raccontando un sacco di fandonie per farsi compatire, altre volte sono colpita dalla profondità del suo pensiero e dalla poeticità delle storie sgangherate che fluiscono dalla sua bocca, altre volte ancora sono combattuta tra l'istintiva diffidenza e l'empatia verso una condizione che lui riesce a farmi sentire sotto la pelle e rispetto a cui vorrei fare qualcosa.

Penso che là fuori, fuori da quel mondo ordinato e protetto nel quale viviamo, esiste un mondo parallelo con cui cerchiamo di avere il minor numero di contatti possibili, tenendocene il più possibile a distanza. Ma quando quel mondo - dal palco di un teatro - ci parla e si racconta siamo spiazzati. Non abbiamo le parole, i modi, gli strumenti per interpretare quest'uomo; o meglio, lo capiamo perfettamente e allo stesso tempo non ne comprendiamo le intenzioni e i sentimenti profondi, perché siamo vittime dei nostri pregiudizi e delle nostre esperienze di distanza.

Nel mondo reale questi incontri non avvengono, o avvengono solo raramente e certamente in modo rapido e superficiale. Koltès ci consente di sperimentare un ascolto e di comprendere quanto siamo impreparati come interlocutori.

Voto: 3,5/5

martedì 15 marzo 2016

Servo per due / con Pierfrancesco Favino

Servo per due / con Pierfrancesco Favino. Teatro Ambra Jovinelli, 10 marzo 2016

Avete presente il teatro impegnato e intellettuale con le platee composte e piene di signore in pelliccia e giovani radical-chic?

Ebbene, Servo per due ne è la negazione, per quanto sia esso stesso un'operazione intellettuale piuttosto raffinata. La commedia nasce dal testo di Richard Bean liberamente ispirato al Servitore di due padroni di Carlo Goldoni, che ha poi subito un ulteriore adattamento al contesto italiano da parte di Piefrancesco Favino, Paolo Sassanelli, Marit Nissen e Nicoletta Solder.

Il protagonista è Pippo (alter ego di Arlecchino), che è mosso costantemente dalla necessità di mettere qualcosa nella pancia e finisce per questo a servire due padroni diversi a loro insaputa. Pippo è meschino e pasticcione, ma anche tenero e adorabile, e devo dire che Favino è un Arlecchino veramente strepitoso. Intorno a lui una serie di personaggi buffi che animano una storia un po' strampalata ambientata a Rimini negli anni Trenta e che è inevitabilmente destinata al lieto fine. Davanti al palco e talvolta anche sul palco l'Orchestra Musica da Ripostiglio che esegue, con straordinaria maestria e grande ironia, una serie di classici italiani di quegli anni, accompagnando gli attori che talvolta cantano e ballano sul palco.

Se dovessi descrivere in una frase questo spettacolo direi che è una specie di omaggio al teatro popolare italiano dal Settecento ad oggi, partendo dalla commedia dell'arte appunto, passando per l'avanspettacolo, per il teatro di rivista e l'operetta, fino a risentire dell'eco di certe forme di teatro popolare arrivate alla televisione negli anni Ottanta, come ad esempio Drive In e il Bagaglino.

Questo spettacolo ha dunque tutti i punti di forza del teatro popolare, perché fa ridere moltissimo, coinvolge il pubblico (anche chiamandolo in prima persona sul palco), e intrattiene in modo vario e divertente; e al contempo ne eredita certe forme di trivialità (senza mai essere veramente volgare) e di comicità che parlano alla pancia della gente.

Quando lo spettacolo comincia l'unica cosa che riesco a pensare per la prima mezz'ora è: "Ma dove sono finita?", poi a poco a poco capisco che dietro quella facciata da teatro scanzonato e disimpegnato si nasconde un'operazione raffinata che a poco a poco traspare da ogni dettaglio: la bravura degli attori, gli intermezzi musicali dell'orchestra, le trovate e le boutades con il pubblico, le piccole coreografie musicate ispirate agli anni Trenta, le citazioni dalla cultura popolare più recente.

L'empatia con lo spettacolo cresce dunque di minuto in minuto nelle quasi tre ore in cui la storia si svolge davanti ai nostri occhi, conquistando anche i più scettici ed entusiasmando i più bendisposti, fino allo svelamento finale del tranello che è stato teso allo spettatore, che è quasi l'ultimo e più divertente sgambetto a qualunque snobismo e presunta superiorità intellettuale del pubblico rispetto a quanto avviene sulla scena.

Non mi meraviglia che questo spettacolo giri per l'Italia già da due anni e credo che sia destinato a diventare un piccolo classico del teatro contemporaneo.

Voto: 3,5/5

martedì 17 aprile 2012

Romanzo di una strage

Per una che è nata nel 1973 e si è affacciata all'età della ragione in pieni anni Ottanta in un piccolo paesino di provincia dell'Italia meridionale dove della politica e delle ideologie arrivavano solo echi lontani, l'epoca raccontata in Romanzo di una strage appare da un lato estranea - o forse sarebbe meglio dire incomprensibile - ma allo stesso tempo affascinante come tutto ciò che è al di fuori dei confini dell'esperienza personale.

Per quanto mi riguarda mi riesce difficile se non impossibile figurarmi un clima politico e sociale con una partecipazione così accanita, e mi confondono la varietà e complessità dei movimenti politici che operavano all'interno del tessuto sociale italiano. Ma soprattutto la cosa per me più incomprensibile è quella vera e propria ossessione dell'invasione comunista che in quegli anni la guerra fredda aveva alimentato a livelli talmente esasperati da creare un clima di sospetto e di tensione quasi insostenibile (e che in qualche modo mi ricorda vicende più recenti).

Negli anni Sessanta-Settanta la fine della guerra e del fascismo non sembrano vicende passate da più di vent'anni, ma una specie di ferita aperta nella società italiana.

Gli attori in campo sono numerosi (anarchici, neofascisti, militari, servizi segreti, NATO, sinistra extraparlamentare) e i confini tra i diversi gruppi non sono affatto nitidi. C'è chi è mosso dalle idee, chi dalla passione politica, chi da progetti eversivi e chi approfitta di tutto questo per ricavarne un vantaggio economico o accreditarsi in un senso o in un altro.

Non è dunque strano che in un lasso di tempo tutto sommato breve com'è quello raccontato in Romanzo di una strage (dall'autunno caldo del 1969 all'uccisione di Calabresi nel 1972) sono numerosi gli eventi che hanno sconvolto la vita del nostro paese e gli episodi che a distanza di quarant'anni restano ancora oscuri: dalla bomba esplosa alla Banca Nazionale dell'Agricoltura alla morte dell'anarchico Pinelli, dalla morte dell'editore Giangiacomo Feltrinelli all'assassinio dello stesso commissario Calabresi.

Il film di Marco Tullio Giordana - strizzando l'occhio a Pasolini e a Romanzo criminale - si dichiara intelligentemente Romanzo perché è certo difficile pretendere di esprimere verità storiche su una vicenda su cui si sono versati fiumi di inchiostro senza che si sia mai trovata convergenza su una ipotesi.

Non a caso il film di Giordana ha alimentato nuovamente il dibattito, in quanto citando alcune ricostruzioni proposte da Paolo Cucchiarelli ne Il segreto di piazza Fontana - in particolare quella della doppia bomba - ha immediatamente determinato la reazione di molti, in primis Adriano Sofri che ha pubblicato un instant book in cui contesta tale ipotesi portando una serie di argomentazioni.

Ovviamente sono l'ultima persona al mondo che può esprimersi sulla verità storica non conoscendo affatto la documentazione che altri hanno approfonditamente studiato. Chissà poi se si tratta di una verità che qualcuno conosce veramente e in tutte le sue sfaccettature.

L'aspetto romanzesco del film sta inoltre in una rappresentazione sì rigorosa dei personaggi, ma anche volutamente addolcita. L'intera vicenda viene fatta ruotare intorno a tre personaggi disegnati in maniera positiva: Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Favino), l'anarchico buono che finisce vittima di una vicenda incomprensibile, Luigi Calabresi (il sempre bravo Valerio Mastandrea) un poliziotto sui generis, vittima anche lui del sistema, Aldo Moro (il camaleontico Fabrizio Gifuni), politico timorato di Dio e preoccupato della deriva del proprio paese.

Probabilmente le cose non stavano esattamente così, perché luci e ombre sono parte costitutiva dell'umanità. A questi tre personaggi però il regista ci consente di aggrapparci per non sprofondare nell'abisso di un periodo storico nerissimo per il nostro paese.

Cinematograficamente e scenograficamente il film è molto bello e fa uno sforzo - sostanzialmente riuscito - per sintetizzare una vicenda complessa che ha molti percorsi paralleli e numerosissimi protagonisti. Gli attori sono il meglio che il panorama italiano potesse offrire.

All'Italia di oggi - che, come dice Sofri, ha un'età media di poco più di 43 anni - un film così serve per riaprire una pagina difficile della storia del nostro paese da una distanza forse sufficiente per analizzarla.
Oggi le sfide sono globali, ma l'umanità è sempre la stessa.

L'auspicio è che si possa evitare di ripetere in forme e modi diversi le medesime ossessioni, di riprodurre gli stessi giochi di potere, di rivivere lo stesso senso di frustrazione.

Chissà se è davvero possibile. Certo sarebbe bello.

Voto: 3,5/5

venerdì 3 settembre 2010

Cosa voglio di più

Sono andata a vedere a Bruxelles la versione romana del film di Soldini, in tutto e per tutto uguale all'originale ambientata nella provincia milanese. Ho notato giusto un leggero accento romanesco nei personaggi grazie a un doppiaggio appositamente aggiunto per l'occasione... Ovviamente, sto scherzando!
Ma devo dire che dopo aver visto il biglietto di ingresso (qui a fianco riprodotto) non ho potuto fare a meno di pensarlo e di farmi una gran bella risata...

E menomale, perché la visione del film (unita allo spleen di un venerdì sera in cui il mio umore non era alle stelle) non mi ha certo fatta uscire col sorriso sulle labbra.

Del resto, Soldini è così. Capace di alternare commedie agrodolci intrise di un'ironia sottile e di una dolcezza malinconica e gioiosa al contempo (si vedano, in particolare, Pane e tulipani e Agata e la tempesta) e storie d'amore di grande drammaticità (per il passato si veda ad esempio Brucio nel vento).
A mio modesto parere, la commedia agrodolce e intelligente è maggiormente nelle sue corde; ma chissà, magari questa è la nostra impressione e percezione da spettatori, mentre il regista sente più vicine alla sua sensibilità le storie come quella raccontata in Cosa voglio di più.

Non si tratta certo di una storia originale. Anna (Alba Rohrwacher) e Domenico (Pierfrancesco Favino), entrambi sposati (lui ha anche due bambini piccoli), si incontrano per caso e tra loro è subito istintiva attrazione, passione divorante, sconvolgimento interiore che li porterà a mettere in discussione tutto e li costringerà a una scelta, chissà se realmente definitiva.
Il film mi ha fatto tornare alla mente un'altra pellicola che affronta sostanzialmente lo stesso tema, Innamorarsi, con Robert De Niro e Meryl Streep. Rispetto a quest'ultimo ho trovato il film di Soldini più duro, più crudo per certi versi, meno giocato sul romanticismo. La sensazione che mi ha trasmesso guardandolo è stata quella di una morsa che si stringe ogni minuto di più intorno alla gola...

Del resto, in fondo, non è questa la sensazione che si ha ogni volta che si innesca quell'alchimia ingovernabile chiamata passione? Certo, sì, un desiderio divorante, una felicità traboccante, ma anche la percezione di una totale impotenza di fronte a un sentimento che non chiede permesso, che ti conduce dove vuole, che ti capovolge le priorità, ma che non ti toglie, anzi ti moltiplica, l'ansia del futuro...
In un certo senso, la passione ci terrorizza perché porta con sé i germi dell'amore. E l'amore ci complica l'esistenza. Non la semplifica.

Tutto questo diventa un groviglio ancora più inestricabile quando la passione irrompe in vite già strutturate, in cui molte scelte sono state già fatte, la serenità di altre persone dipende da noi, ma la quotidianità è tanto più faticosa da accettare e ravvivare.

È quello che accade ad Anna. Non le manca niente. Le manca quel guizzo interiore, quel batticuore, quell'emozione che sono stati sepolti dalla vita di tutti i giorni, non per colpa di qualcuno, ma per quel paradosso di fondo in cui viviamo, lacerati tra un'esigenza profonda di serenità e un'istintiva spinta alla rottura degli equilibri. Può l'amore reggere davvero all'incongruenza della nostra natura umana?

Guardando il film mi è tornata in mente una citazione che mi è capitato di leggere ultimamente in un forum, tratta da un romanzo che non ho letto, Soffocare di Chuck Palahniuk: "Dopo aver fatto sesso i cani rimangono bloccati l’uno dentro l’altra, e per un tempo generalmente breve non possono fare altro se non restare in quella posizione infelice. La mamma disse che la descrizione poteva adattarsi perfettamente a buona parte dei matrimoni".

Immagine cinica. Ma chissà, forse è proprio così. Il rapporto affettivo tra due persone è solo l'inevitabile, ma transitorio prolungamento della passione che li ha inizialmente uniti.

Comincio a pensare che qualcosa di sbagliato deve essere accaduto nel nostro processo evolutivo. Oppure, tutto è perfetto, ed è solo la dimensione socio-emotiva della nostra mente ad aver imboccato al strada sbagliata.

Voto: 3/5

N.B. Ho incontrato quasi l'intero cast del film, compreso il regista, una sera a cena a Roma da Sforno (una delle migliori pizzerie romane). Cosicché, perso il film nelle sale italiane, non potevo certo esimermi dal venire a vederlo qui a Bruxelles, visto che mi si è presentata l'insperata l'occasione!