Duncan McMillan è il drammaturgo inglese autore del libro Ogni bellissima cosa, da cui è stato realizzato un adattamento teatrale che avevo visto messo in scena a Palazzo Merulana un po’ di anni fa con l'interpretazione di Carlo De Ruggieri e che avevo amato molto.
Così, quando ho visto nel cartellone dell’Ambra Jovinelli un altro lavoro di McMillan non ci ho pensato due volte e ho preso i biglietti. Il fatto che la regia fosse di Pierfrancesco Favino e che lo spettacolo fosse interpretato dalla moglie Anna Ferzetti (recentemente apprezzata ne La grazia di Sorrentino) non è stato dunque per me l’elemento determinante della scelta, ma solo un rafforzativo.
People, places and things racconta di una giovane donna, un’attrice di teatro, che ha grossi problemi con alcol e droga, e che dopo l’ennesima amnesia durante le prove di uno spettacolo (per l’esattezza Il gabbiano di Čechov) decide di andare in un centro di riabilitazione per farsi aiutare ad uscirne.
Per Emma, che all’inizio si fa chiamare Nina e che forse in realtà non si chiama nemmeno Emma, è l’inizio di un percorso difficile e doloroso, che la mette di fronte a sé stessa e alle sue fragilità e che la costringe a fare i conti con la sua identità. Ammettere di avere un problema, accettare di intraprendere un percorso e di farsi aiutare, smettere di interpretare una parte e confrontarsi con la realtà delle cose, saranno le tappe dell’accettazione di sé e della realtà. Intorno a lei, nel centro riabilitativo, molte altre persone che combattono fantasmi simili e che la aiuteranno a portare avanti questo percorso e anche ad accettare le ricadute e gli errori.
Detto così sembrerebbe trattarsi di un mattone esistenziale indigeribile, ma questo registro non è mai nelle corde di McMillan i cui testi, sebbene affrontino temi soggettivamente e/o socialmente molto pesanti, lo fanno sempre con un tono che a più riprese si fa leggero e ironico.
Anna Ferzetti è molto brava a concentrare nel suo personaggio, attraverso la sua interpretazione, una molteplicità di sentimenti e toni anche contraddittori, e riesce a conferire a Emma uno spessore e una rotondità non scontati. Intorno a lei molti attori navigati, non ultima Betti Pedrazzi che interpreta la dottoressa del centro e anche la terapeuta. Tutti immersi in una scenografia al contempo semplice ma anche molto articolata, in cui attraverso il movimento di alcuni pilastri e l’apertura o la chiusura di alcune porte gli ambienti si trasformano. La regia è essa stessa al contempo essenziale ma ambiziosa.
Ci sarebbero tutte le premesse per parlarne più che bene, eppure a me lo spettacolo non ha convinto. Pur apprezzando e decisamente salvando l’interpretazione della Ferzetti, tutto il resto intorno mi è sembrato un po’ troppo e, dal mio punto di vista, ha perso verosimiglianza e credibilità. Non posso dire che lo spettacolo non mi abbia in qualche modo catturato, ma l’ho sentito quasi sempre non empatico, fors’anche per quella componente tra lo spirituale e l’approccio un po’ new age da “costellazioni familiari” che risulta per me estremamente respingente.
Non so se attribuire la maggiore responsabilità al testo originale oppure alle scelte drammaturgiche e di messa in scena dello specifico spettacolo.
Tutto ciò premesso, Ferzetti si conferma attrice versatile e di alto livello, capace di mille sfumature e con molte frecce al suo arco. E questo non è poco.
Voto: 3/5
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giovedì 26 marzo 2026
lunedì 21 ottobre 2024
Iddu - L'ultimo padrino
Al Greenwich c’è l’anteprima del nuovo film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, registi siciliani al loro terzo lungometraggio dopo Salvo e Sicilian ghost story. La loro cinematografia si conferma fortemente radicata nella loro terra di origine, e infatti anche in questo film i due portano sullo schermo una storia fortemente siciliana, che però ha avuto un’eco nazionale importante, ossia la storia di Matteo Messina Denaro.
Al termine del film, durante il Q&A a cui partecipano oltre ai due registi anche gli attori Toni Servillo, Barbora Bobulova, Daniela Marra, Betty Pedrazzi e Pino Tumino, nonché Colapesce che è autore della colonna sonora, Grassadonia e Piazza raccontano di aver iniziato a lavorare a questo film prima che Messina Denaro venisse arrestato, studiando la documentazione esistente e in particolare alcuni pizzini di cui si conosceva il contenuto, e cercando di ricostruire la personalità del boss. Fin da allora avevano deciso di calcare la mano sul ridicolo per evitare qualunque mitizzazione del protagonista e anche per mettere meglio in evidenza una serie di dinamiche che ruotavano intorno al boss e che più in generale sono tipiche della realtà siciliana e dell’Italia tutta. Quando poi Denaro è stato arrestato, dopo trent'anni di latitanza, e si è scoperto che per tutto il tempo o quasi il boss aveva vissuto a pochi metri da una caserma dei carabinieri, la storia ha in un certo senso dato ragione e confermato – qualora ce ne fosse stato bisogno – l’approccio scelto dai registi.
Iddu racconta la storia dell’ultimo padrino (interpretato da Elio Germano) in maniera parzialmente indiretta, ossia attraverso la figura di Catello Palumbo (Toni Servillo), ex preside, ma anche ex sindaco del paese, che è un maneggione locale, molto legato al sistema mafioso e in particolare al padre di Matteo e che si è fatto sei anni di carcere proprio per questo.
Dopo essere tornato a casa e aver preso consapevolezza che tutte le sue fortune sono sfumate, Catello accetta di collaborare con i servizi segreti e la polizia per arrivare al boss.
Ma in questo mondo nessuno è esattamente quello che sembra, e tutti in qualche modo giocano su più tavoli, tentando di ottenere un proprio tornaconto personale. Chi è troppo onesto, o troppo ingenuo, finisce per soccombere e avere la peggio.
Iddu è un film ben sceneggiato e ben fatto: si lascia seguire con interesse e attenzione e riesce ad alternare con grande naturalezza momenti di grande tensione e momenti di leggerezza, così come malvagità e umanità. La colonna sonora di Colapesce fa bene il suo dovere a supporto di questo impianto.
Gli attori si calano adeguatamente nei loro ruoli e tutti riescono a risultare credibili anche come siciliani trapanesi, aspetto al quale i registi tenevano moltissimo. Devo però dire che i singoli personaggi li ho trovati tutti un po’ monocordi, abbastanza riconoscibili nella loro macchietta, fors'anche perché - in quello che è rappresentato volutamente come un teatrino - inevitabilmente ci sono delle maschere, ma anche perché alcuni di loro (vedi Servillo, ma ormai sempre di più anche Germano) tendono a fare sempre lo stesso personaggio, e paiono portarselo dietro di film in film al punto che, persino quando sono sé stessi (vedi Servillo nel dibattito finale), sembrano i loro personaggi.
Comunque un film di tutto rispetto, e non si può che concludere dicendo "Ce ne fossero di film italiani così!".
Voto: 3/5
Al termine del film, durante il Q&A a cui partecipano oltre ai due registi anche gli attori Toni Servillo, Barbora Bobulova, Daniela Marra, Betty Pedrazzi e Pino Tumino, nonché Colapesce che è autore della colonna sonora, Grassadonia e Piazza raccontano di aver iniziato a lavorare a questo film prima che Messina Denaro venisse arrestato, studiando la documentazione esistente e in particolare alcuni pizzini di cui si conosceva il contenuto, e cercando di ricostruire la personalità del boss. Fin da allora avevano deciso di calcare la mano sul ridicolo per evitare qualunque mitizzazione del protagonista e anche per mettere meglio in evidenza una serie di dinamiche che ruotavano intorno al boss e che più in generale sono tipiche della realtà siciliana e dell’Italia tutta. Quando poi Denaro è stato arrestato, dopo trent'anni di latitanza, e si è scoperto che per tutto il tempo o quasi il boss aveva vissuto a pochi metri da una caserma dei carabinieri, la storia ha in un certo senso dato ragione e confermato – qualora ce ne fosse stato bisogno – l’approccio scelto dai registi.
Iddu racconta la storia dell’ultimo padrino (interpretato da Elio Germano) in maniera parzialmente indiretta, ossia attraverso la figura di Catello Palumbo (Toni Servillo), ex preside, ma anche ex sindaco del paese, che è un maneggione locale, molto legato al sistema mafioso e in particolare al padre di Matteo e che si è fatto sei anni di carcere proprio per questo.
Dopo essere tornato a casa e aver preso consapevolezza che tutte le sue fortune sono sfumate, Catello accetta di collaborare con i servizi segreti e la polizia per arrivare al boss.
Ma in questo mondo nessuno è esattamente quello che sembra, e tutti in qualche modo giocano su più tavoli, tentando di ottenere un proprio tornaconto personale. Chi è troppo onesto, o troppo ingenuo, finisce per soccombere e avere la peggio.
Iddu è un film ben sceneggiato e ben fatto: si lascia seguire con interesse e attenzione e riesce ad alternare con grande naturalezza momenti di grande tensione e momenti di leggerezza, così come malvagità e umanità. La colonna sonora di Colapesce fa bene il suo dovere a supporto di questo impianto.
Gli attori si calano adeguatamente nei loro ruoli e tutti riescono a risultare credibili anche come siciliani trapanesi, aspetto al quale i registi tenevano moltissimo. Devo però dire che i singoli personaggi li ho trovati tutti un po’ monocordi, abbastanza riconoscibili nella loro macchietta, fors'anche perché - in quello che è rappresentato volutamente come un teatrino - inevitabilmente ci sono delle maschere, ma anche perché alcuni di loro (vedi Servillo, ma ormai sempre di più anche Germano) tendono a fare sempre lo stesso personaggio, e paiono portarselo dietro di film in film al punto che, persino quando sono sé stessi (vedi Servillo nel dibattito finale), sembrano i loro personaggi.
Comunque un film di tutto rispetto, e non si può che concludere dicendo "Ce ne fossero di film italiani così!".
Voto: 3/5
mercoledì 26 gennaio 2022
Piazza degli eroi. Teatro Argentina, 13 gennaio 2022
Piazza degli eroi è l’ultimo testo teatrale scritto da Thomas Bernhard nel 1988, non molto tempo prima della sua morte avvenuta nel febbraio 1989. È considerato il testamento politico dell’autore ed è caratterizzato da una feroce ed esplicita critica nei confronti della classe politica austriaca che, a distanza di 50 anni dal discorso di Hitler in piazza degli Eroi con l’annuncio dell’Anschluss, ossia l’annessione dell’Austria alla Germania nazista, non aveva saputo prendere le distanze secondo l’autore dal passato nazista.
Ma Piazza degli eroi non è soltanto una requisitoria politica, bensì anche una storia intima, quella del professor Schuster, un intellettuale ebreo, tornato a Vienna dopo aver vissuto e insegnato in Inghilterra. Il dramma inizia dopo che il professor Schuster è morto suicida, gettandosi dalla finestra, ed è interamente incentrato sui dialoghi e sulle riflessioni in merito alla sua morte di tutti coloro che ruotavano intorno alla sua vita: la governante, signora Zittel (Imma Villa), il fratello filosofo Robert (Renato Carpentieri), le figlie (Silvia Ajelli e Francesca Cutolo), la vedova (Betti Pedrazzi, da poco vista in È stata la mano di dio).
Ciascuno di loro si interroga sui motivi del gesto del professore, finendo inevitabilmente per fare riferimento alla situazione politica dell’Austria, al dilagare del revanscismo nazista e dell’antisemitismo. Però il suicidio del professore non è solo una risposta a una situazione esterna, bensì anche una scelta individuale legata a un’età in cui si tende ad avere nostalgia del passato e si fa sempre più fatica a proiettarsi nel futuro.
Quella di Bernhard è dunque certamente una requisitoria politica - che non a caso fece molto scandalo nella Vienna dell’epoca e che spinse il drammaturgo a lasciare scritto nel proprio testamento che le sue opere non sarebbero più state rappresentate in territorio austriaco – ma è anche una commossa riflessione sulla vecchiaia in quanto età della vita non sufficientemente approfondita e sulla morte come scelta consapevole.
L’opera, mai rappresentata in Italia, viene portata in scena da Roberto Andò, con l’intento di farla conoscere al pubblico italiano in un momento in cui le derive populiste e sovraniste (termini forse un po’ impropriamente utilizzati nella traduzione) sono sempre più presenti anche nel nostro paese, e non solo, e dunque è necessario tornare a fare i conti con il passato.
I riferimenti al presente certamente non passeranno inosservati e inascoltati, ma in realtà l’operazione compiuta da Roberto Andò (e favorita dalla traduzione e adattamento di Roberto Menin) va al di là di questa lettura contemporanea (che risulta tutto sommato un po’ riduttiva e didascalica) per offrirci invece un grande spettacolo teatrale, fatto di una messa in scena molto suggestiva (molto bella la scenografia sia degli interni che degli esterni, con gli alberi appesi e le foglie che cadono incessantemente) e di grandi attori (tra tutti Renato Carpentieri che riesce a rendere credibile un personaggio di un nichilismo e di un pessimismo estremi). Molto toccante la figura del pianista invisibile, che abita il palco insieme ai protagonisti e ne suona la colonna sonora senza essere visto, ma partecipando con il suo volto e senza dire una parola ai vari momenti del dramma.
Due ore e mezza di teatro senza intervallo, se non i brevi pezzi suonati dal pianista fantasma mentre ci sono i cambi di scena, non sono uno scherzo. Io ho sofferto la prima mezz’ora, poi dall’entrata sul palcoscenico di Renato Carpentieri, anche grazie alla sua bravura, sono entrata in sintonia con questo testo così cupo, eppure così sincero nel guardare in faccia il nulla oltre la morte, e ne sono stata definitivamente conquistata.
Voto: 3,5/5
Ma Piazza degli eroi non è soltanto una requisitoria politica, bensì anche una storia intima, quella del professor Schuster, un intellettuale ebreo, tornato a Vienna dopo aver vissuto e insegnato in Inghilterra. Il dramma inizia dopo che il professor Schuster è morto suicida, gettandosi dalla finestra, ed è interamente incentrato sui dialoghi e sulle riflessioni in merito alla sua morte di tutti coloro che ruotavano intorno alla sua vita: la governante, signora Zittel (Imma Villa), il fratello filosofo Robert (Renato Carpentieri), le figlie (Silvia Ajelli e Francesca Cutolo), la vedova (Betti Pedrazzi, da poco vista in È stata la mano di dio).
Ciascuno di loro si interroga sui motivi del gesto del professore, finendo inevitabilmente per fare riferimento alla situazione politica dell’Austria, al dilagare del revanscismo nazista e dell’antisemitismo. Però il suicidio del professore non è solo una risposta a una situazione esterna, bensì anche una scelta individuale legata a un’età in cui si tende ad avere nostalgia del passato e si fa sempre più fatica a proiettarsi nel futuro.
Quella di Bernhard è dunque certamente una requisitoria politica - che non a caso fece molto scandalo nella Vienna dell’epoca e che spinse il drammaturgo a lasciare scritto nel proprio testamento che le sue opere non sarebbero più state rappresentate in territorio austriaco – ma è anche una commossa riflessione sulla vecchiaia in quanto età della vita non sufficientemente approfondita e sulla morte come scelta consapevole.
L’opera, mai rappresentata in Italia, viene portata in scena da Roberto Andò, con l’intento di farla conoscere al pubblico italiano in un momento in cui le derive populiste e sovraniste (termini forse un po’ impropriamente utilizzati nella traduzione) sono sempre più presenti anche nel nostro paese, e non solo, e dunque è necessario tornare a fare i conti con il passato.
I riferimenti al presente certamente non passeranno inosservati e inascoltati, ma in realtà l’operazione compiuta da Roberto Andò (e favorita dalla traduzione e adattamento di Roberto Menin) va al di là di questa lettura contemporanea (che risulta tutto sommato un po’ riduttiva e didascalica) per offrirci invece un grande spettacolo teatrale, fatto di una messa in scena molto suggestiva (molto bella la scenografia sia degli interni che degli esterni, con gli alberi appesi e le foglie che cadono incessantemente) e di grandi attori (tra tutti Renato Carpentieri che riesce a rendere credibile un personaggio di un nichilismo e di un pessimismo estremi). Molto toccante la figura del pianista invisibile, che abita il palco insieme ai protagonisti e ne suona la colonna sonora senza essere visto, ma partecipando con il suo volto e senza dire una parola ai vari momenti del dramma.
Due ore e mezza di teatro senza intervallo, se non i brevi pezzi suonati dal pianista fantasma mentre ci sono i cambi di scena, non sono uno scherzo. Io ho sofferto la prima mezz’ora, poi dall’entrata sul palcoscenico di Renato Carpentieri, anche grazie alla sua bravura, sono entrata in sintonia con questo testo così cupo, eppure così sincero nel guardare in faccia il nulla oltre la morte, e ne sono stata definitivamente conquistata.
Voto: 3,5/5
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