Non è mia abitudine leggere informazioni di contesto quando ascolto un disco: mi deve piacere musicalmente e non per gli eventi che lo hanno prodotto. Accade così che solo durante il concerto e leggiucchiando qualcosa a posteriori scopro che questo disco arriva per Patrick Watson dopo un evento che per un cantante deve essere devastante, ossia una paralisi delle corde vocali che gli ha tolto la voce che molto lentamente sta recuperando.
Il disco è doloroso e carezzevole allo stesso tempo, minimale ma anche ricco dal punto di vista degli arrangiamenti, e il risultato secondo me è notevole.
Non posso dunque perdere il concerto dal vivo, anche perché Patrick Watson manca da tempo dall’Italia, e tra l’altro ha scelto una location che a me piace molto, il bellissimo giardino della Casa del Jazz su viale di Porta Ardeatina.
Sul palco poi saliranno anche November Ultra, un’altra cantante di cui non colgo il nome (forse Hohnen Ford?) e persino una violinista che Patrick dice di aver incontrato in Puglia per un altro concerto.
Il concerto alterna canzoni ed esecuzioni molto intime, e di molte di queste Patrick ci rivela l’ispirazione – come nel caso del brano ispirato alla storia e alle fotografie di Vivian Meier, o del brano con cui si chiude il concerto dedicato al fratello morto in un incidente all’inizio di quest’anno -, a brani con un impianto sonoro più complesso e potente. In entrambi i casi, il tessuto luminoso accompagna perfettamente le atmosfere così come le immagini che vengono proiettate sulla tenda in fondo al palco.
Un paesaggio sonoro prezioso, in cui il pianoforte di Watson è protagonista, ma sono straordinari anche i contributi delle chitarre (a volte in acustica e in solitaria), delle percussioni e dei sintetizzatori, che incredibilmente riescono a non essere fuori contesto in un’atmosfera musicale così rarefatta.
Per me uno dei più bei concerti cui abbia assistito negli ultimi anni.
Voto: 4,5/5

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