La chiamata. Storia di una donna argentina / Leila Guerriero; trad. di Maria Nicola. Roma: Edizioni SUR, 2025.
La chiamata di Leila Guerriero ha vinto il Premio Strega europeo nel 2026, ma aveva attirato la mia attenzione ben prima e già mi attendeva sullo scaffale per la lettura.
La Guerriero è una giornalista e questo libro è il ritratto di Silvia Labayrú, una donna argentina che durante il periodo della dittatura fu sequestrata e tenuta per oltre due anni nei seminterrati dell'ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada) dove molti oppositori e dissidenti furono imprigionati e moltissimi trovarono la morte nei modi terribili venuti a galla nel tempo, come i voli della morte.
Silvia Labayrú è dunque una sopravvissuta, che dopo essere stata liberata ha subìto - come e più di altri sopravvissuti - l'ostracismo e lo stigma da parte dei suoi connazionali e non solo. Ma Silvia è anche tra i tanti sopravvissuti grazie alle cui testimonianze in tribunale molti militari sono stati condannati.
Il ritratto di Silvia Labayrú che ci viene proposto dalla Guerriero è il frutto delle tante interviste e chiacchierate che le due hanno condiviso tra il 2020 e il 2022, in piena pandemia, a cavallo tra la Spagna e l'Argentina. La Guerriero ha anche incontrato e intervistato molte delle persone che hanno condiviso periodi e momenti di vita con Silvia, prima, durante e dopo la sua incarcerazione all'ESMA.
La forza di questo libro però non sta tanto nella ricostruzione storica, quanto nel racconto di questa donna e delle sue complessità, facendone emergere il maggior numero di sfumature possibili e l'impossibilità di afferrarne pienamente la personalità e di sondarne i recessi.
Non c'è giudizio in questo libro, bensì disposizione all'ascolto, desiderio di capire, ma anche rispetto per l'insondabilità altrui.
Sicuramente ne viene fuori l'immagine di una donna dotata di una straordinaria vitalità e di una energia dirompente, che sono state probabilmente causa e soluzione delle vicende che hanno caratterizzato la sua esistenza. Però sembra alla fine chiaro - e anche pacifico - alla stessa Guerriero che Silvia Labayrú è inconoscibile pienamente, forse anche a sé stessa, e certamente agli altri, in conseguenza dell'enormità del vissuto, ma forse anche più semplicemente per effetto della nostra natura umana e per i doppi fondi di cui è fatta la nostra interiorità.
Per me è stato un modo per accostarmi a una vicenda di proporzioni enormi che conoscevo molto superficialmente e che mi piacerebbe approfondire (mentre leggevo il libro ho anche visto Ritorno a Buenos Aires, il film di Marco Bechis), ma soprattutto l'occasione di un incontro in cui non tutto può essere spiegato e capito, e va bene così.
Mi affascina moltissimo - o forse dovrei dire "mi scuote moltissimo emotivamente" - la condizione dei sopravvissuti a eventi di questa portata e quello che tale stato porta con sé sul piano psicologico ed emotivo. Mi pare qualcosa di inevitabile, di enorme, forse troppo grande per poterlo anche solo non dico comprenderlo o accoglierlo, ma anche solo riceverlo.
Ma sono quelle cose con cui è importante entrare in contatto e imparare a farsene attraversare anche senza pretendere di capire.
Voto: 4/5
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domenica 4 ottobre 2026
La chiamata. Storia di una donna argentina / Leila Guerriero
domenica 13 settembre 2026
Kolchoz / Emmanuel Carrère
Kolchoz / Emmanuel Carrère; trad. di Francesco Bergamasco. Milano: Adelphi, 2026.
La scrittura di Carrère mi piace molto e i libri che ho letto fin qui mi hanno sempre conquistata in tanti modi diversi, che si possono ricondurre alla capacità dello scrittore francese di farmi “sentire” dall’interno i personaggi e le situazioni.
Quando ho sentito parlare bene da diverse persone, amiche e meno amiche, del suo ultimo libro, Kolchoz, non ho esitato a comprarlo, anche se avevo qualche timore legato al fatto che si tratta di un romanzo che racconta la storia della sua famiglia, in particolare di sua madre, e quando Carrère si muove su territori più vicini a sé stesso può diventare autoreferenziale e insopportabile.
Invece, devo ammettere che fin dalle prime pagine, quelle che raccontano il funerale di sua madre e il discorso a lei dedicato da Emmanuel Macron, pagine che circolarmente si ricollegano alle ultime del libro, quelle relative ai suoi ultimi giorni di vita, modi e contenuti del racconto mi hanno catturato.
Di Hélène Carrère d’Encausse vengono raccontate le origini, ossia la sua appartenenza da parte di padre alla famiglia georgiana degli Zourabichvili e da parte di madre a una famiglia russo-tedesca travolta dalla Rivoluzione, e l’infanzia in un contesto familiare cosmopolita e multilingue, ma segnato dalla perdita di una patria. Del padre Georges e della macchia che pesa sulla sua esistenza Carrère ha parlato in un libro precedente, Un romanzo russo - che a questo punto voglio leggere -, che è stato la causa del suo allontanamento dalla madre per ben due anni; del resto, la vicenda del padre di Hélène, probabilmente collaborazionista e forse fucilato dalla Resistenza, il cui corpo non è mai stato ritrovato, è stata un fardello pesante per Hélène che ha passato tutta la vita a riscattare queste origini, conquistandosi a pieno diritto la cittadinanza francese fino a diventare segretaria permanente dell’Académie française.
Al contempo Hélène ha coltivato per tutta la vita il suo legame con la Russia, nei confronti della quale non ha mai voluto mettere in discussione la sua profonda ammirazione, anche quando gli eventi recenti, in particolare la guerra in Ucraina, hanno reso la Russia indifendibile.
Poiché questo legame e questa fascinazione per la Russia sono stati centrali anche nell’esistenza e nella scrittura di Emmanuel, raccontare la storia di sua madre è stato per lo scrittore un modo per esplorare le pieghe della storia, anche grazie al lavoro di raccolta di fonti e documenti fatto, per tutta la vita, dal padre Louis.
Carrère in un certo senso recupera e riscatta la figura paterna, che è stata in qualche modo offuscata o comunque è vissuta in parte all’ombra della figura esuberante e volitiva della moglie.
Il ritratto di Hélène che ne viene fuori è – come tutti i ritratti ben realizzati – complesso, sfaccettato e contraddittorio, ricco di mille sfumature in cui si intrecciano la dimensione pubblica della donna, stimata e amata, e quella privata, in cui il figlio riconosce un prima e un dopo: l’evento che fa da discrimine tra queste due fasi è l’innamoramento della donna per un altro uomo e la scelta non certo pacifica di non divorziare da suo marito, ma di fatto di escluderlo dal territorio dei suoi sentimenti. In questo prima e dopo, i figli – tre, Emmanuel, Nathalie e Marina – pur amati sempre tantissimo, hanno inevitabilmente percepito la rottura dell’armonia familiare.
Altro personaggio chiave di questo affresco è la figura di Nicholas, fratello di Hélène: i due, che pure erano stati molto legati durante l’infanzia, nel tempo si sono progressivamente allontanati, a partire in particolare dal momento in cui la sorella maggiore ha fatto le veci della madre per il fratello. Nicholas è stato invece per Emmanuel non solo uno zio, ma anche un amico e una fonte di ispirazione, e anche alla sua memoria lo scrittore ha attinto per costruire questo racconto in maniera ancora più articolata.
Il libro è una miniera di storie, informazioni, divagazioni, aneddoti (alcuni davvero incredibili, come incredibile è stata la vita di Hélène e di altri protagonisti di questa storia), che solo uno scrittore come Carrère può tenere insieme e far dialogare con una ricchezza e una complessità di sentimenti che conferiscono non solo a Hélène, ma anche a tutte le persone raccontate, una profondissima umanità.
E nonostante si tratti di una storia familiare, Carrère riesce in questo libro a non invadere eccessivamente il campo, come a volte tende a fare – succede solo a tratti, e sono le parti meno memorabili -, bensì rimane sulla soglia, figlio e spettatore, non certo indifferente, ma profondamente partecipe, con tutte le contraddizioni di un rapporto madre-figlio fatto di un amore enorme, ma anche di differenze e sofferenze.
È bello che il titolo del libro, Kolchoz, venga proprio da una abitudine familiare: quando il padre era via per lavoro, i tre figli andavano a dormire nella stanza della madre e “facevano kolchoz” intorno a lei, esattamente come hanno fatto quando le sono stati vicini negli ultimi momenti della sua vita.
Un libro dal respiro intimo che riesce però anche a parlare di vicende storiche importanti del passato e ne trae elementi di riflessione sulle vicende del presente.
Per me una lettura davvero straordinaria.
Voto: 4/5
La scrittura di Carrère mi piace molto e i libri che ho letto fin qui mi hanno sempre conquistata in tanti modi diversi, che si possono ricondurre alla capacità dello scrittore francese di farmi “sentire” dall’interno i personaggi e le situazioni.
Quando ho sentito parlare bene da diverse persone, amiche e meno amiche, del suo ultimo libro, Kolchoz, non ho esitato a comprarlo, anche se avevo qualche timore legato al fatto che si tratta di un romanzo che racconta la storia della sua famiglia, in particolare di sua madre, e quando Carrère si muove su territori più vicini a sé stesso può diventare autoreferenziale e insopportabile.
Invece, devo ammettere che fin dalle prime pagine, quelle che raccontano il funerale di sua madre e il discorso a lei dedicato da Emmanuel Macron, pagine che circolarmente si ricollegano alle ultime del libro, quelle relative ai suoi ultimi giorni di vita, modi e contenuti del racconto mi hanno catturato.
Di Hélène Carrère d’Encausse vengono raccontate le origini, ossia la sua appartenenza da parte di padre alla famiglia georgiana degli Zourabichvili e da parte di madre a una famiglia russo-tedesca travolta dalla Rivoluzione, e l’infanzia in un contesto familiare cosmopolita e multilingue, ma segnato dalla perdita di una patria. Del padre Georges e della macchia che pesa sulla sua esistenza Carrère ha parlato in un libro precedente, Un romanzo russo - che a questo punto voglio leggere -, che è stato la causa del suo allontanamento dalla madre per ben due anni; del resto, la vicenda del padre di Hélène, probabilmente collaborazionista e forse fucilato dalla Resistenza, il cui corpo non è mai stato ritrovato, è stata un fardello pesante per Hélène che ha passato tutta la vita a riscattare queste origini, conquistandosi a pieno diritto la cittadinanza francese fino a diventare segretaria permanente dell’Académie française.
Al contempo Hélène ha coltivato per tutta la vita il suo legame con la Russia, nei confronti della quale non ha mai voluto mettere in discussione la sua profonda ammirazione, anche quando gli eventi recenti, in particolare la guerra in Ucraina, hanno reso la Russia indifendibile.
Poiché questo legame e questa fascinazione per la Russia sono stati centrali anche nell’esistenza e nella scrittura di Emmanuel, raccontare la storia di sua madre è stato per lo scrittore un modo per esplorare le pieghe della storia, anche grazie al lavoro di raccolta di fonti e documenti fatto, per tutta la vita, dal padre Louis.
Carrère in un certo senso recupera e riscatta la figura paterna, che è stata in qualche modo offuscata o comunque è vissuta in parte all’ombra della figura esuberante e volitiva della moglie.
Il ritratto di Hélène che ne viene fuori è – come tutti i ritratti ben realizzati – complesso, sfaccettato e contraddittorio, ricco di mille sfumature in cui si intrecciano la dimensione pubblica della donna, stimata e amata, e quella privata, in cui il figlio riconosce un prima e un dopo: l’evento che fa da discrimine tra queste due fasi è l’innamoramento della donna per un altro uomo e la scelta non certo pacifica di non divorziare da suo marito, ma di fatto di escluderlo dal territorio dei suoi sentimenti. In questo prima e dopo, i figli – tre, Emmanuel, Nathalie e Marina – pur amati sempre tantissimo, hanno inevitabilmente percepito la rottura dell’armonia familiare.
Altro personaggio chiave di questo affresco è la figura di Nicholas, fratello di Hélène: i due, che pure erano stati molto legati durante l’infanzia, nel tempo si sono progressivamente allontanati, a partire in particolare dal momento in cui la sorella maggiore ha fatto le veci della madre per il fratello. Nicholas è stato invece per Emmanuel non solo uno zio, ma anche un amico e una fonte di ispirazione, e anche alla sua memoria lo scrittore ha attinto per costruire questo racconto in maniera ancora più articolata.
Il libro è una miniera di storie, informazioni, divagazioni, aneddoti (alcuni davvero incredibili, come incredibile è stata la vita di Hélène e di altri protagonisti di questa storia), che solo uno scrittore come Carrère può tenere insieme e far dialogare con una ricchezza e una complessità di sentimenti che conferiscono non solo a Hélène, ma anche a tutte le persone raccontate, una profondissima umanità.
E nonostante si tratti di una storia familiare, Carrère riesce in questo libro a non invadere eccessivamente il campo, come a volte tende a fare – succede solo a tratti, e sono le parti meno memorabili -, bensì rimane sulla soglia, figlio e spettatore, non certo indifferente, ma profondamente partecipe, con tutte le contraddizioni di un rapporto madre-figlio fatto di un amore enorme, ma anche di differenze e sofferenze.
È bello che il titolo del libro, Kolchoz, venga proprio da una abitudine familiare: quando il padre era via per lavoro, i tre figli andavano a dormire nella stanza della madre e “facevano kolchoz” intorno a lei, esattamente come hanno fatto quando le sono stati vicini negli ultimi momenti della sua vita.
Un libro dal respiro intimo che riesce però anche a parlare di vicende storiche importanti del passato e ne trae elementi di riflessione sulle vicende del presente.
Per me una lettura davvero straordinaria.
Voto: 4/5
giovedì 3 settembre 2026
I Nascosti / Valentina Tamborra
I Nascosti / Valentina Tamborra; con un testo di William T. Vollmann. Roma: minimum fax, 2023.
Sono da sempre affascinata e attirata dai paesi e dalle popolazioni del nord del mondo, e spesso mi sono accorta o mi è stato fatto notare che il mio approccio alla vita su molte cose è molto nordico e ben poco coerente con le mie origini meridionali.
Oltre dunque a considerare tali paesi tra le mete per me più desiderabili per le vacanze, mi piace leggere, ascoltare, vedere storie che provengono da questi paesi, sia che si tratti di storie vere sia che si tratti di fiction.
Nel caso de I Nascosti di Valentina Tamborra, il libro - che mi è stato regalato ma la cui autrice non mi era del tutto ignota in quanto era stata ospite di Eugenio Cau in una puntata del podcast Globo del Post - all'interesse per il luogo (il Finnmark, nel nord della Norvegia) e la popolazione indigena che la abita (i Sami) si somma la mia passione per la fotografia.
Quello della Tamborra è infatti prima di tutto un libro fotografico, che nasce in un arco di tempo di qualche anno durante i quali la fotografa è tornata più volte nella regione.
Ma le fotografie, tutte molto belle anche sul piano squisitamente fotografico, sono anche e soprattutto spunti per raccontare la storia di questo popolo nomade e delle angherie che ha dovuto subire nel tempo, la dignità e la determinazione con cui i Sami hanno perseguito l'obiettivo di mantenere la propria cultura e la propria identità, le minacce recenti al loro stile di vita che arrivano dal cambiamento climatico.
Dentro la storia di questo popolo ci sono poi tante storie singole, quelle di persone di cui Valentina Tamborra è riuscita a vincere la diffidenza e a conquistare la fiducia.
Attraverso questo libro e le sue bellissime immagini conosciamo molto dei Sami, non in maniera sistematica come potremmo fare attraverso un libro accademico, bensì in maniera evenemenziale, ma non meno ricca di senso e in fondo precisa nei contenuti.
Io ho imparato tanto, in aggiunta a quello che già conoscevo da altre fonti, ma I Nascosti mi ha regalato un approccio inedito e per me molto potente.
Voto: 4/5
Sono da sempre affascinata e attirata dai paesi e dalle popolazioni del nord del mondo, e spesso mi sono accorta o mi è stato fatto notare che il mio approccio alla vita su molte cose è molto nordico e ben poco coerente con le mie origini meridionali.
Oltre dunque a considerare tali paesi tra le mete per me più desiderabili per le vacanze, mi piace leggere, ascoltare, vedere storie che provengono da questi paesi, sia che si tratti di storie vere sia che si tratti di fiction.
Nel caso de I Nascosti di Valentina Tamborra, il libro - che mi è stato regalato ma la cui autrice non mi era del tutto ignota in quanto era stata ospite di Eugenio Cau in una puntata del podcast Globo del Post - all'interesse per il luogo (il Finnmark, nel nord della Norvegia) e la popolazione indigena che la abita (i Sami) si somma la mia passione per la fotografia.
Quello della Tamborra è infatti prima di tutto un libro fotografico, che nasce in un arco di tempo di qualche anno durante i quali la fotografa è tornata più volte nella regione.
Ma le fotografie, tutte molto belle anche sul piano squisitamente fotografico, sono anche e soprattutto spunti per raccontare la storia di questo popolo nomade e delle angherie che ha dovuto subire nel tempo, la dignità e la determinazione con cui i Sami hanno perseguito l'obiettivo di mantenere la propria cultura e la propria identità, le minacce recenti al loro stile di vita che arrivano dal cambiamento climatico.
Dentro la storia di questo popolo ci sono poi tante storie singole, quelle di persone di cui Valentina Tamborra è riuscita a vincere la diffidenza e a conquistare la fiducia.
Attraverso questo libro e le sue bellissime immagini conosciamo molto dei Sami, non in maniera sistematica come potremmo fare attraverso un libro accademico, bensì in maniera evenemenziale, ma non meno ricca di senso e in fondo precisa nei contenuti.
Io ho imparato tanto, in aggiunta a quello che già conoscevo da altre fonti, ma I Nascosti mi ha regalato un approccio inedito e per me molto potente.
Voto: 4/5
domenica 12 luglio 2026
La casa della moschea / Kader Abdolah
La casa della moschea / Kader Abdolah; trad. e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo. Milano: Iperborea, 2008.
Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.
Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.
La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.
Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.
Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.
Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.
E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.
E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.
È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.
Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.
Voto: 4/5
Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.
Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.
La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.
Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.
Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.
Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.
E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.
E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.
È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.
Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.
Voto: 4/5
sabato 6 giugno 2026
Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar
Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar; trad. di Lavinia Azzone. Roma: Fandango Libri, 2023.
Ultimamente ho la grande fortuna di incontrare libri che mi appassionano molto. Sto sperimentando in questo periodo una sensazione che forse non provavo dall’adolescenza, ossia il senso di conforto e di rifugio che arriva dalla letteratura, non perché quello che leggo consoli – anzi! – ma perché mi mette a contatto con un’umanità più ampia, che va molto al di là della mia vita e del mio mondo, che evidentemente in questo momento mi stanno molto stretti.
E così anche questo romanzo di Shida Bazyar, candidato al Premio Strega europeo nel 2024, l’ho letteralmente divorato. Di notte tutto è silenzio a Teheran è la storia di una famiglia iraniana, raccontata attraverso i punti di vista dei suoi diversi componenti, saltando di dieci anni in dieci anni, a partire dal 1979, per arrivare fino ai giorni nostri.
Nel 1979, l’anno della rivoluzione in Iran e dell’infausto esito con l’ascesa di Khomeyni, vede protagonista Behsad, giovane rivoluzionario che combatte e spera nel cambiamento del suo paese in senso socialista, ma dovrà fare i conti con gli esiti nefasti della rivoluzione. In questi anni, Behsad incontra Nahid, anch’essa impegnata politicamente, e se ne innamora.
Nel 1989 il punto di vista diventa quello di Nahid, ormai moglie di Behsad e madre di tre figli, Laleh, Morad e la piccola Tara, nata in quella Germania dove la famiglia è dovuta andare in esilio quando la situazione nel paese di origine si è fatta troppo pericolosa per dissidenti come loro. Nahid rappresenta la generazione di chi, costretto a lasciare il proprio paese, non si sente appartenere e non capisce davvero il mondo nel quale si trova, per distanza linguistica e culturale, e per attaccamento alle origini.
Nel 1999 la protagonista è Laleh, che ormai adolescente, insieme a sua madre e alla piccola Tara, torna in Iran a trovare amici e parenti che lei in buona parte non ha mai conosciuto, e scopre un mondo e un modo di vivere che le è estraneo, che la attira e la respinge al contempo.
Nel 2009 è la volta di Morad, giovane studente universitario, integrato ma con un rapporto complesso rispetto alle sue origini e anche all’impegno politico, in quanto vive l’attivismo in Germania come insignificante rispetto a quello che accade in Iran, dove è in corso la cosiddetta Rivoluzione verde contro Ahmadinejad.
L’epilogo è affidato a Tara, ormai adulta e affermata, in vacanza con sua nipote, figlia di Laleh. Non sappiamo in che anno siamo, forse perché queste poche pagine sono una speranza e un auspicio che non si sono ancora realizzati. Tra l’altro, noi leggiamo tutto questo alla luce di quello che sta accadendo in Iran da qualche settimana a questa parte e fa ancora più impressione.
Il romanzo della Bazyar mi ha ricordato un po’ per tematiche e per struttura narrativa quello di Fatma Aydemir, Tutti i nostri segreti, e mi viene un po’ il sospetto che ci sia lo zampino delle scuole di scrittura. Però, questo niente toglie a Di notte tutto è silenzio a Teheran, che funziona perfettamente nel farci non solo comprendere i sentimenti complessi e contraddittori di chi emigra non per scelta ma per necessità, nonché di chi cresce o nasce in un altro paese ma si porta sempre appresso il “peso” delle sue origini, in riferimento sia alla percezione di sé sia al punto di vista del mondo esterno. Oltre a questo, che in parte si riconosce anche nel romanzo della Aydemir, la Bazyar ci costringe a guardare in faccia la storia dell’Iran negli ultimi 50 anni, fatta di corsi e ricorsi, speranze e disillusioni, utopie e frustrazioni, lotte e repressioni, in un ciclo che sembra non finire mai, ma riproporsi continuamente in forme al contempo sempre diverse e sempre uguali.
Inevitabilmente, il romanzo della Bazyar è anche un racconto del rapporto tra le generazioni, che è un tema che ovviamente non riguarda solo le famiglie di esuli ed emigrati, ma che in queste famiglie acquista caratteri ancora più accentuati e riconoscibili.
La scrittrice, essa stessa seconda generazione di attivisti iraniani, almeno nella finzione letteraria sembra voler chiudere con una nota di speranza, che dà significato e valore al passato e in qualche modo proietta la storia dell’Iran e degli iraniani nel futuro.
Che sia di buon auspicio e che sconfigga il mio pessimismo.
Voto: 4/5
Ultimamente ho la grande fortuna di incontrare libri che mi appassionano molto. Sto sperimentando in questo periodo una sensazione che forse non provavo dall’adolescenza, ossia il senso di conforto e di rifugio che arriva dalla letteratura, non perché quello che leggo consoli – anzi! – ma perché mi mette a contatto con un’umanità più ampia, che va molto al di là della mia vita e del mio mondo, che evidentemente in questo momento mi stanno molto stretti.
E così anche questo romanzo di Shida Bazyar, candidato al Premio Strega europeo nel 2024, l’ho letteralmente divorato. Di notte tutto è silenzio a Teheran è la storia di una famiglia iraniana, raccontata attraverso i punti di vista dei suoi diversi componenti, saltando di dieci anni in dieci anni, a partire dal 1979, per arrivare fino ai giorni nostri.
Nel 1979, l’anno della rivoluzione in Iran e dell’infausto esito con l’ascesa di Khomeyni, vede protagonista Behsad, giovane rivoluzionario che combatte e spera nel cambiamento del suo paese in senso socialista, ma dovrà fare i conti con gli esiti nefasti della rivoluzione. In questi anni, Behsad incontra Nahid, anch’essa impegnata politicamente, e se ne innamora.
Nel 1989 il punto di vista diventa quello di Nahid, ormai moglie di Behsad e madre di tre figli, Laleh, Morad e la piccola Tara, nata in quella Germania dove la famiglia è dovuta andare in esilio quando la situazione nel paese di origine si è fatta troppo pericolosa per dissidenti come loro. Nahid rappresenta la generazione di chi, costretto a lasciare il proprio paese, non si sente appartenere e non capisce davvero il mondo nel quale si trova, per distanza linguistica e culturale, e per attaccamento alle origini.
Nel 1999 la protagonista è Laleh, che ormai adolescente, insieme a sua madre e alla piccola Tara, torna in Iran a trovare amici e parenti che lei in buona parte non ha mai conosciuto, e scopre un mondo e un modo di vivere che le è estraneo, che la attira e la respinge al contempo.
Nel 2009 è la volta di Morad, giovane studente universitario, integrato ma con un rapporto complesso rispetto alle sue origini e anche all’impegno politico, in quanto vive l’attivismo in Germania come insignificante rispetto a quello che accade in Iran, dove è in corso la cosiddetta Rivoluzione verde contro Ahmadinejad.
L’epilogo è affidato a Tara, ormai adulta e affermata, in vacanza con sua nipote, figlia di Laleh. Non sappiamo in che anno siamo, forse perché queste poche pagine sono una speranza e un auspicio che non si sono ancora realizzati. Tra l’altro, noi leggiamo tutto questo alla luce di quello che sta accadendo in Iran da qualche settimana a questa parte e fa ancora più impressione.
Il romanzo della Bazyar mi ha ricordato un po’ per tematiche e per struttura narrativa quello di Fatma Aydemir, Tutti i nostri segreti, e mi viene un po’ il sospetto che ci sia lo zampino delle scuole di scrittura. Però, questo niente toglie a Di notte tutto è silenzio a Teheran, che funziona perfettamente nel farci non solo comprendere i sentimenti complessi e contraddittori di chi emigra non per scelta ma per necessità, nonché di chi cresce o nasce in un altro paese ma si porta sempre appresso il “peso” delle sue origini, in riferimento sia alla percezione di sé sia al punto di vista del mondo esterno. Oltre a questo, che in parte si riconosce anche nel romanzo della Aydemir, la Bazyar ci costringe a guardare in faccia la storia dell’Iran negli ultimi 50 anni, fatta di corsi e ricorsi, speranze e disillusioni, utopie e frustrazioni, lotte e repressioni, in un ciclo che sembra non finire mai, ma riproporsi continuamente in forme al contempo sempre diverse e sempre uguali.
Inevitabilmente, il romanzo della Bazyar è anche un racconto del rapporto tra le generazioni, che è un tema che ovviamente non riguarda solo le famiglie di esuli ed emigrati, ma che in queste famiglie acquista caratteri ancora più accentuati e riconoscibili.
La scrittrice, essa stessa seconda generazione di attivisti iraniani, almeno nella finzione letteraria sembra voler chiudere con una nota di speranza, che dà significato e valore al passato e in qualche modo proietta la storia dell’Iran e degli iraniani nel futuro.
Che sia di buon auspicio e che sconfigga il mio pessimismo.
Voto: 4/5
domenica 31 maggio 2026
Il sogno del giaguaro / Miguel Bonnefoy
Il sogno del giaguaro / Miguel Bonnefoy. Roma: 66thand2nd, 2025.
Ringrazio quel giorno in cui in una newsletter a cui sono iscritta (quella di SALT editions) ho letto di questo libro e mi sono incuriosita.
Nel mio giro del mondo attraverso i libri l'idea di fare un viaggio letterario in Venezuela mi attirava moltissimo. E il romanzo di Miguel Bonnefoy non mi ha deluso.
Bonnefoy racconta in forma romanzata ma basata su fatti storici e reali la storia della sua famiglia, a partire dai suoi nonni, Antonio e Ana Marìa.
Ogni capitolo è dedicato a uno dei protagonisti di questa narrazione, e al netto di necessari flashback il racconto procede cronologicamente. I primi due capitoli sono dedicati alle storie rispettivamente di Antonio, abbandonato sui gradini di una chiesa il terzo giorno della sua vita e allevato dalla mendicante Teresa, poi cresciuto facendo mille lavori, fino ad avere la possibilità di studiare e di diventare medico, e Ana Marìa, anche lei di umili origini, ma determinatissima nello studio e nella vita e destinata a diventare il primo medico donna dello stato di Zulia, che si sviluppa intorno al lago di Maracaibo.
I due sono fatalmente destinati a incontrarsi e a costruire una famiglia con la nascita della figlia Venezuela cui è dedicato il terzo capitolo. A Cristòbal, il figlio di Venezuela cresciuto a Parigi dove sua madre si è trasferita, è infine dedicato il quarto e ultimo capitolo, e sarà proprio Cristòbal a scegliere di diventare scrittore e a raccontare la storia della famiglia.
Mentre leggiamo di questi personaggi - che in realtà sono persone reali di grande rilevanza per la storia di Maracaibo, Antonio Borjas Romero (medico di fama e rettore dell'Università LUZ da lui stesso fatta costruire negli spazi dell'aeroporto abbandonato di Grano de Oro) e Ana Marìa Rodriguez (prima donna medico, protagonista di tante battaglie per i diritti delle donne, compreso quello all'aborto) - le storie singole si intrecciano con la storia dello stato dello Zulia e tutte le vicende, piccole e grandi che lo hanno visto protagonista, dal ritrovamento di un pinguino alla scoperta dei giacimenti di petrolio, e allargando ancora lo sguardo, con la storia del Venezuela, tra povertà e ricchezza, rivoluzione e restaurazione, colpi di stato e utopie non realizzate.
Si viaggia per queste pagine con l'entusiasmo e la meraviglia che solo la grande letteratura regalano, facendo la conoscenza di mondi, storie e personaggi che conosciamo solo in minima parte o non conosciamo affatto perché lontani da noi, ma che non smettono un attimo di accendere la curiosità e il desiderio di conoscere.
Con uno stile che spazia tra Jules Verne, Charles Dickens e tanto Gabriel García Márquez, Miguel Bonnefoy ci tiene incollati alle sue pagine, intrattenendoci certo, ma anche facendoci riflettere sul significato delle vite individuali ma anche sulle parabole dei grandi processi storici e sociali, in una comunanza di destini singoli e collettivi riscattati solo dalla forza delle storie e della narrazione.
Un libro bellissimo. Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
Ringrazio quel giorno in cui in una newsletter a cui sono iscritta (quella di SALT editions) ho letto di questo libro e mi sono incuriosita.
Nel mio giro del mondo attraverso i libri l'idea di fare un viaggio letterario in Venezuela mi attirava moltissimo. E il romanzo di Miguel Bonnefoy non mi ha deluso.
Bonnefoy racconta in forma romanzata ma basata su fatti storici e reali la storia della sua famiglia, a partire dai suoi nonni, Antonio e Ana Marìa.
Ogni capitolo è dedicato a uno dei protagonisti di questa narrazione, e al netto di necessari flashback il racconto procede cronologicamente. I primi due capitoli sono dedicati alle storie rispettivamente di Antonio, abbandonato sui gradini di una chiesa il terzo giorno della sua vita e allevato dalla mendicante Teresa, poi cresciuto facendo mille lavori, fino ad avere la possibilità di studiare e di diventare medico, e Ana Marìa, anche lei di umili origini, ma determinatissima nello studio e nella vita e destinata a diventare il primo medico donna dello stato di Zulia, che si sviluppa intorno al lago di Maracaibo.
I due sono fatalmente destinati a incontrarsi e a costruire una famiglia con la nascita della figlia Venezuela cui è dedicato il terzo capitolo. A Cristòbal, il figlio di Venezuela cresciuto a Parigi dove sua madre si è trasferita, è infine dedicato il quarto e ultimo capitolo, e sarà proprio Cristòbal a scegliere di diventare scrittore e a raccontare la storia della famiglia.
Mentre leggiamo di questi personaggi - che in realtà sono persone reali di grande rilevanza per la storia di Maracaibo, Antonio Borjas Romero (medico di fama e rettore dell'Università LUZ da lui stesso fatta costruire negli spazi dell'aeroporto abbandonato di Grano de Oro) e Ana Marìa Rodriguez (prima donna medico, protagonista di tante battaglie per i diritti delle donne, compreso quello all'aborto) - le storie singole si intrecciano con la storia dello stato dello Zulia e tutte le vicende, piccole e grandi che lo hanno visto protagonista, dal ritrovamento di un pinguino alla scoperta dei giacimenti di petrolio, e allargando ancora lo sguardo, con la storia del Venezuela, tra povertà e ricchezza, rivoluzione e restaurazione, colpi di stato e utopie non realizzate.
Si viaggia per queste pagine con l'entusiasmo e la meraviglia che solo la grande letteratura regalano, facendo la conoscenza di mondi, storie e personaggi che conosciamo solo in minima parte o non conosciamo affatto perché lontani da noi, ma che non smettono un attimo di accendere la curiosità e il desiderio di conoscere.
Con uno stile che spazia tra Jules Verne, Charles Dickens e tanto Gabriel García Márquez, Miguel Bonnefoy ci tiene incollati alle sue pagine, intrattenendoci certo, ma anche facendoci riflettere sul significato delle vite individuali ma anche sulle parabole dei grandi processi storici e sociali, in una comunanza di destini singoli e collettivi riscattati solo dalla forza delle storie e della narrazione.
Un libro bellissimo. Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
venerdì 22 maggio 2026
Nella carne / David Szalay
Nella carne / David Szalay; trad. di Anna Rusconi. Milano: Adelphi, 2025.
Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.
E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.
Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.
Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.
Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.
Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.
Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.
Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.
Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.
La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.
Voto: 4/5
Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.
E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.
Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.
Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.
Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.
Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.
Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.
Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.
Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.
La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.
Voto: 4/5
lunedì 18 maggio 2026
La stagione che non c'era / Elvira Mujčić
La stagione che non c'era / Elvira Mujčić. Milano: Guanda, 2025.
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.
La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.
Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.
Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.
Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.
Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).
La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.
Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.
Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.
La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.
Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.
Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.
Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.
La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.
Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.
Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.
Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.
Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).
La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.
Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.
Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.
La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.
Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.
Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.
Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
venerdì 17 aprile 2026
Apeirogon / Colum McCann
Apeirogon / Colum McCann; trad. di Marinella Magrì. Milano: Feltrinelli, 2022.
Dopo aver visto molti documentari e film di finzione e aver letto molte cose sul tema del rapporto tra Israele e Palestina, ho pensato che non potesse mancare in questo mio percorso la lettura di quello che è ormai un classico sull'argomento, nonostante risalga a pochi anni fa.
Apeirogon di Colum McCann è un racconto che nasce dal vero per allargarsi verso il mondo del romanzo e dell'invenzione letteraria e lo fa con uno stile assolutamente unico e una scrittura molto coinvolgente. Al centro della narrazione ci sono due uomini, l'israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramini.
Il primo ha avuto la figlia Smadar uccisa in un attentato suicida di matrice palestinese; la figlia del secondo, Abir, è stata uccisa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano.
I due si incontrano al Parents' circle, l'associazione che unisce israeliani e palestinesi che hanno perso figli a causa del conflitto. Rami e Abir diventano amici quasi fraterni, nonostante appartengano ai campi opposti del conflitto, anzi proprio perché vi appartengono e si oppongono fieramente al conflitto.
Come già accennato, uno dei punti di forza del romanzo è lo stile che procede per frammenti narrativi e per collegamenti, saltando tra storie e microstorie diverse e lontane nel tempo e nello spazio, tenute insieme da fili sottili e rimandi che sta al lettore cogliere e valorizzare.
Le uniche parti del libro che utilizzano una narrazione distesa sono quelle che raccontano le storie personali di Rami e Abir e quelle della morte delle loro figlie, cui McCullum riserva il tempo, lo spazio, la comprensione e la dignità che meritano.
Chi non è nuovo al tema ritroverà nella storia di Rami e Abir molti elementi già noti (le caratteristiche della società e della politica israeliana, muri e occupazione, galere, atti di terrorismo, checkpoint, ingiustizie, estremismi) e non ne sarà colpito.
A me però ha toccato profondamente la linearità del punto di vista, e parlo al singolare perché nonostante i protagonisti siano due e apparentemente su fronti opposti, l'unità del loro pensiero è sorprendente. Non si tratta di derogare alla complessità, bensì si tratta di evitare quella montagna di distinguo che caratterizzano il modo occidentale di parlare di questa vicenda. Rami e Abir, e tramite loro anche McCann, hanno idee molto chiare su responsabilità e soluzioni, e le esprimono in maniera netta e radicale, ma tanto più convincente perché provengono dall'interno.
Non a caso sono entrambi dei disallineati, considerati quasi traditori dai loro stesso connazionali, per le loro posizioni a favore della fine dell'occupazione e di ogni ostilità, del riavvicinamento, della conoscenza reciproca, della riconciliazione, della pace come unica soluzione, che è esattamente il contrario della direzione nella quale si sta andando, per effetto di strumentalizzazioni che allontanano sempre di più anziché avvicinare. Rami e Abir sono il segno tangibile che un'altra strada è possibile, ma passa per una sublimazione del dolore e una profonda consapevolezza, beni ormai in via di estinzione.
Voto: 4/5
Dopo aver visto molti documentari e film di finzione e aver letto molte cose sul tema del rapporto tra Israele e Palestina, ho pensato che non potesse mancare in questo mio percorso la lettura di quello che è ormai un classico sull'argomento, nonostante risalga a pochi anni fa.
Apeirogon di Colum McCann è un racconto che nasce dal vero per allargarsi verso il mondo del romanzo e dell'invenzione letteraria e lo fa con uno stile assolutamente unico e una scrittura molto coinvolgente. Al centro della narrazione ci sono due uomini, l'israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramini.
Il primo ha avuto la figlia Smadar uccisa in un attentato suicida di matrice palestinese; la figlia del secondo, Abir, è stata uccisa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano.
I due si incontrano al Parents' circle, l'associazione che unisce israeliani e palestinesi che hanno perso figli a causa del conflitto. Rami e Abir diventano amici quasi fraterni, nonostante appartengano ai campi opposti del conflitto, anzi proprio perché vi appartengono e si oppongono fieramente al conflitto.
Come già accennato, uno dei punti di forza del romanzo è lo stile che procede per frammenti narrativi e per collegamenti, saltando tra storie e microstorie diverse e lontane nel tempo e nello spazio, tenute insieme da fili sottili e rimandi che sta al lettore cogliere e valorizzare.
Le uniche parti del libro che utilizzano una narrazione distesa sono quelle che raccontano le storie personali di Rami e Abir e quelle della morte delle loro figlie, cui McCullum riserva il tempo, lo spazio, la comprensione e la dignità che meritano.
Chi non è nuovo al tema ritroverà nella storia di Rami e Abir molti elementi già noti (le caratteristiche della società e della politica israeliana, muri e occupazione, galere, atti di terrorismo, checkpoint, ingiustizie, estremismi) e non ne sarà colpito.
A me però ha toccato profondamente la linearità del punto di vista, e parlo al singolare perché nonostante i protagonisti siano due e apparentemente su fronti opposti, l'unità del loro pensiero è sorprendente. Non si tratta di derogare alla complessità, bensì si tratta di evitare quella montagna di distinguo che caratterizzano il modo occidentale di parlare di questa vicenda. Rami e Abir, e tramite loro anche McCann, hanno idee molto chiare su responsabilità e soluzioni, e le esprimono in maniera netta e radicale, ma tanto più convincente perché provengono dall'interno.
Non a caso sono entrambi dei disallineati, considerati quasi traditori dai loro stesso connazionali, per le loro posizioni a favore della fine dell'occupazione e di ogni ostilità, del riavvicinamento, della conoscenza reciproca, della riconciliazione, della pace come unica soluzione, che è esattamente il contrario della direzione nella quale si sta andando, per effetto di strumentalizzazioni che allontanano sempre di più anziché avvicinare. Rami e Abir sono il segno tangibile che un'altra strada è possibile, ma passa per una sublimazione del dolore e una profonda consapevolezza, beni ormai in via di estinzione.
Voto: 4/5
giovedì 9 aprile 2026
Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro / Hisham Matar
Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro / Hisham Matar; trad. di Anna Nadotti. Torino: Einaudi, 2017.
Ne Il ritorno Hisham Matar racconta, a volte in maniera distesa, altre volte come un flusso di coscienza, andando avanti e indietro nel tempo, la storia della sua famiglia e in particolare di suo padre, Jaballa, oppositore del regime libico di Gheddafi e per questo incarcerato, insieme ad altri componenti della sua famiglia, nella prigione di Abu Salim, tristemente nota per il massacro del 1996.
Hisham nasce nel 1970 a New York, in quanto in quegli anni suo padre faceva parte della delegazione libica presso le Nazioni Unite. Dopo pochi anni, la famiglia Matar si trasferì a vivere a Tripoli dove Hisham trascorse la sua infanzia fino ai nove anni. L'ascesa di Gheddafi e la condizione di oppositore di Jaballa costrinsero però la famiglia a trasferirsi in Egitto, al Cairo, dove Hisham visse fino al trasferimento in Inghilterra per studio. Lì Hisham rimase dopo l'incontro con Diana, che sarebbe diventata sua moglie, e l'inizio della sua attività di scrittore.
Ma ne Il ritorno, romanzo autobiografico che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2017 nella sua categoria, Hisham si concentra in particolare sul momento di speranza che si riaccese nella popolazione libica dopo il rovesciamento di Gheddafi. In quella fase diversi membri della sua famiglia, lo zio e i cugini, furono liberati dalle prigioni libiche e tornarono a casa, e diversi libici che avevano abbandonato il loro paese ritornarono nella speranza di poter ricostruire una vita in patria. Nel caso di Hisham c'era soprattutto la speranza di avere notizie del padre, forse ucciso nel massacro di Abu Salim, o in altre circostanze, ma il cui corpo non è stato mai ritrovato e la cui morte non è stata mai confermata.
Il libro è dunque il racconto del disperato tentativo di conoscere la verità, ma anche una riflessione e un racconto su un paese e un popolo martoriati dalla dittatura e illusi dalla sua caduta, che - come oggi sappiamo - ha aperto la strada a una guerra civile e a una spaccatura mantenuta in equilibrio con armi e violenza.
Però, pur non potendo prescindere dalla storia del suo paese, il libro di Hisham è soprattutto la rappresentazione lucida e al contempo empatica dei sentimenti forti e contraddittori che legano un esule al suo paese di origine e a un padre che nella storia di quel paese ha avuto un ruolo centrale, ma che Hisham non vede da oltre 20 anni senza conoscerne il destino.
C'è tanto, tantissimo, in questo libro, di personale, ma anche tanto per comprendere realtà che sono fuori dalla nostra esperienza, e che solo attraverso la grande letteratura abbiamo la possibilità di provare a capire nelle loro specificità ma anche nelle forme di universalità che sono legate al nostro far parte di un'umanità che, nonostante le differenze storiche, sociali e religiose, condivide sentimenti, relazioni, desideri e piccolezze.
Una lettura davvero entusiasmante.
Voto: 4/5
Ne Il ritorno Hisham Matar racconta, a volte in maniera distesa, altre volte come un flusso di coscienza, andando avanti e indietro nel tempo, la storia della sua famiglia e in particolare di suo padre, Jaballa, oppositore del regime libico di Gheddafi e per questo incarcerato, insieme ad altri componenti della sua famiglia, nella prigione di Abu Salim, tristemente nota per il massacro del 1996.
Hisham nasce nel 1970 a New York, in quanto in quegli anni suo padre faceva parte della delegazione libica presso le Nazioni Unite. Dopo pochi anni, la famiglia Matar si trasferì a vivere a Tripoli dove Hisham trascorse la sua infanzia fino ai nove anni. L'ascesa di Gheddafi e la condizione di oppositore di Jaballa costrinsero però la famiglia a trasferirsi in Egitto, al Cairo, dove Hisham visse fino al trasferimento in Inghilterra per studio. Lì Hisham rimase dopo l'incontro con Diana, che sarebbe diventata sua moglie, e l'inizio della sua attività di scrittore.
Ma ne Il ritorno, romanzo autobiografico che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2017 nella sua categoria, Hisham si concentra in particolare sul momento di speranza che si riaccese nella popolazione libica dopo il rovesciamento di Gheddafi. In quella fase diversi membri della sua famiglia, lo zio e i cugini, furono liberati dalle prigioni libiche e tornarono a casa, e diversi libici che avevano abbandonato il loro paese ritornarono nella speranza di poter ricostruire una vita in patria. Nel caso di Hisham c'era soprattutto la speranza di avere notizie del padre, forse ucciso nel massacro di Abu Salim, o in altre circostanze, ma il cui corpo non è stato mai ritrovato e la cui morte non è stata mai confermata.
Il libro è dunque il racconto del disperato tentativo di conoscere la verità, ma anche una riflessione e un racconto su un paese e un popolo martoriati dalla dittatura e illusi dalla sua caduta, che - come oggi sappiamo - ha aperto la strada a una guerra civile e a una spaccatura mantenuta in equilibrio con armi e violenza.
Però, pur non potendo prescindere dalla storia del suo paese, il libro di Hisham è soprattutto la rappresentazione lucida e al contempo empatica dei sentimenti forti e contraddittori che legano un esule al suo paese di origine e a un padre che nella storia di quel paese ha avuto un ruolo centrale, ma che Hisham non vede da oltre 20 anni senza conoscerne il destino.
C'è tanto, tantissimo, in questo libro, di personale, ma anche tanto per comprendere realtà che sono fuori dalla nostra esperienza, e che solo attraverso la grande letteratura abbiamo la possibilità di provare a capire nelle loro specificità ma anche nelle forme di universalità che sono legate al nostro far parte di un'umanità che, nonostante le differenze storiche, sociali e religiose, condivide sentimenti, relazioni, desideri e piccolezze.
Una lettura davvero entusiasmante.
Voto: 4/5
venerdì 14 novembre 2025
Chimere / J. Bernlef
Chimere / J. Bernlef; trad. di Stefano Musilli. Roma: Fazi editore, 2024.
Chi, come me, ha vissuto piuttosto da vicino l’Alzheimer a causa della malattia di un familiare sa che, di fronte a un malato di questa terribile malattia, non si può fare a meno di chiedersi cosa succede nella sua mente, che tipo di percorsi mentali determinino certi comportamenti e azioni.
Purtroppo, questa domanda dal punto di vista scientifico, per il momento, è senza risposta e l’unica risposta possibile nasce dall’interpretazione dei comportamenti basata sull’osservazione e sulla frequentazione del malato.
L’arte – la letteratura e il cinema in particolare – hanno provato da questo punto di vista a colmare il gap attraverso l’immaginazione, e secondo me le parole sono quelle che meglio di tutte riescono nell’impresa.
È quanto fa J. Bernlef in questo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1984 e solo adesso – quarant’anni dopo – proposto in traduzione italiana dall’editore Fazi.
Protagonista di questo romanzo è Maarten, che ha una settantina d’anni e vive con la moglie Vera in un paese vicino Boston, dove i due coniugi si sono trasferiti da molti anni provenendo dai Paesi Bassi. I due vivono da soli, perché i loro due figli ormai adulti vivono altrove.
La narrazione è fatta in prima persona da Maarten e inizia quando una mattina l’uomo, guardando dalla finestra di casa sua, non vede i ragazzi che vanno a scuola e non capisce perché: si tratta del primo episodio di disorientamento temporale e dunque un primo segnale dei disturbi cognitivi che da qui in poi renderanno la percezione di Maarten sempre più sganciata dalla realtà e i suoi pensieri sempre più confusi.
Poiché si è in balia delle parole e dei pensieri del protagonista senza avere elementi di riscontro dalla realtà, se non a singhiozzo attraverso la sua interazione con la moglie, anche il lettore tende a perdere completamente le coordinate e a sperimentare una sorta di stato confusionale.
Per questo motivo, soprattutto nella prima parte, il libro si fa quasi racconto dell’orrore: il senso di angoscia e di spaesamento si impadronisce del lettore in virtù di un’inevitabile partecipazione all’alternarsi di momenti di consapevolezza e altri di obnubilamento che Maarten vive.
Man mano poi che Maarten precipita nel buco nero della malattia e la sua vita e i suoi pensieri si trasferiscono in una realtà parallela i cui contatti con quella effettiva sono sempre più labili, il senso di terrore e angoscia della prima parte del romanzo si trasforma sempre di più in uno stato di compassione nei confronti del protagonista.
La memoria a breve termine svanisce quasi completamente, mentre dal passato tornano dettagli e fantasmi che plasmano la quotidianità e danno ad essa nuove interpretazioni e nuovi significati. L’ansia non è completamente superata – e del resto è una condizione che spesso accompagna il malato di Alzheimer in tutto il percorso della malattia – però viene in un certo senso mitigata da questa forma di cosmogonia privata che ricolloca gli eventi incomprensibili dentro un orizzonte di senso totalmente avulso dalla realtà, ma accettabile a livello soggettivo.
Il romanzo di Bernlef credo sia la cosa che va più vicina di qualunque altra io abbia letto o visto a far provare quello che – probabilmente – prova un malato di Alzheimer dagli esordi della malattia alle fasi più avanzate.
Durante la mia personale esperienza a contatto con la malattia mi sono più volte chiesta come si sente un malato di Alzheimer: quello che osservavo dall’esterno erano momenti di ansia ossessiva e angosciante – che inevitabilmente si trasmette a chi sta intorno – ma anche momenti di straordinaria pace e serenità. E mi sono sempre detta che spero che il malato viva in un mondo tutto suo e con pochissimi contatti con la realtà, perché il rendersi conto sarebbe davvero la cosa peggiore in assoluto. Che è poi uno dei motivi per cui la malattia produce enormi carichi di angoscia ai caregiver e alle persone che sono legate al malato, e forse anche il motivo della vergogna e dello stigma sociale che spesso tiene i malati d’Alzheimer fuori dalla vista del mondo.
Bernlef riporta al centro della narrazione una di queste persone e ci costringe a entrare nella sua mente e a empatizzare con la sua condizione. E questa è la straordinaria forza della grande letteratura.
Voto: 4/5
Chi, come me, ha vissuto piuttosto da vicino l’Alzheimer a causa della malattia di un familiare sa che, di fronte a un malato di questa terribile malattia, non si può fare a meno di chiedersi cosa succede nella sua mente, che tipo di percorsi mentali determinino certi comportamenti e azioni.
Purtroppo, questa domanda dal punto di vista scientifico, per il momento, è senza risposta e l’unica risposta possibile nasce dall’interpretazione dei comportamenti basata sull’osservazione e sulla frequentazione del malato.
L’arte – la letteratura e il cinema in particolare – hanno provato da questo punto di vista a colmare il gap attraverso l’immaginazione, e secondo me le parole sono quelle che meglio di tutte riescono nell’impresa.
È quanto fa J. Bernlef in questo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1984 e solo adesso – quarant’anni dopo – proposto in traduzione italiana dall’editore Fazi.
Protagonista di questo romanzo è Maarten, che ha una settantina d’anni e vive con la moglie Vera in un paese vicino Boston, dove i due coniugi si sono trasferiti da molti anni provenendo dai Paesi Bassi. I due vivono da soli, perché i loro due figli ormai adulti vivono altrove.
La narrazione è fatta in prima persona da Maarten e inizia quando una mattina l’uomo, guardando dalla finestra di casa sua, non vede i ragazzi che vanno a scuola e non capisce perché: si tratta del primo episodio di disorientamento temporale e dunque un primo segnale dei disturbi cognitivi che da qui in poi renderanno la percezione di Maarten sempre più sganciata dalla realtà e i suoi pensieri sempre più confusi.
Poiché si è in balia delle parole e dei pensieri del protagonista senza avere elementi di riscontro dalla realtà, se non a singhiozzo attraverso la sua interazione con la moglie, anche il lettore tende a perdere completamente le coordinate e a sperimentare una sorta di stato confusionale.
Per questo motivo, soprattutto nella prima parte, il libro si fa quasi racconto dell’orrore: il senso di angoscia e di spaesamento si impadronisce del lettore in virtù di un’inevitabile partecipazione all’alternarsi di momenti di consapevolezza e altri di obnubilamento che Maarten vive.
Man mano poi che Maarten precipita nel buco nero della malattia e la sua vita e i suoi pensieri si trasferiscono in una realtà parallela i cui contatti con quella effettiva sono sempre più labili, il senso di terrore e angoscia della prima parte del romanzo si trasforma sempre di più in uno stato di compassione nei confronti del protagonista.
La memoria a breve termine svanisce quasi completamente, mentre dal passato tornano dettagli e fantasmi che plasmano la quotidianità e danno ad essa nuove interpretazioni e nuovi significati. L’ansia non è completamente superata – e del resto è una condizione che spesso accompagna il malato di Alzheimer in tutto il percorso della malattia – però viene in un certo senso mitigata da questa forma di cosmogonia privata che ricolloca gli eventi incomprensibili dentro un orizzonte di senso totalmente avulso dalla realtà, ma accettabile a livello soggettivo.
Il romanzo di Bernlef credo sia la cosa che va più vicina di qualunque altra io abbia letto o visto a far provare quello che – probabilmente – prova un malato di Alzheimer dagli esordi della malattia alle fasi più avanzate.
Durante la mia personale esperienza a contatto con la malattia mi sono più volte chiesta come si sente un malato di Alzheimer: quello che osservavo dall’esterno erano momenti di ansia ossessiva e angosciante – che inevitabilmente si trasmette a chi sta intorno – ma anche momenti di straordinaria pace e serenità. E mi sono sempre detta che spero che il malato viva in un mondo tutto suo e con pochissimi contatti con la realtà, perché il rendersi conto sarebbe davvero la cosa peggiore in assoluto. Che è poi uno dei motivi per cui la malattia produce enormi carichi di angoscia ai caregiver e alle persone che sono legate al malato, e forse anche il motivo della vergogna e dello stigma sociale che spesso tiene i malati d’Alzheimer fuori dalla vista del mondo.
Bernlef riporta al centro della narrazione una di queste persone e ci costringe a entrare nella sua mente e a empatizzare con la sua condizione. E questa è la straordinaria forza della grande letteratura.
Voto: 4/5
giovedì 9 ottobre 2025
Mia diletta / Marieke Lucas Rijneveld
Mia diletta / Marieke Lucas Rijneveld; trad. di Marco Cavallo. Roma: Nutrimenti, 2022.
Di Marieke Lucas Rikneveld avevo già letto Il disagio della sera e ne ero uscita scombussolata ma anche affascinata dalla capacità dellə scrittorə di raccontare situazioni, sentimenti ed emozioni così forti e talvolta disturbanti in modo poetico e al contempo vero, facendo emergere tutta la violenza dell'infanzia a fronte dello stereotipo buonista e zuccheroso a cui siamo abituati.
Con Mia diletta restiamo nello stesso contesto, quello della campagna olandese, divisa tra la cura degli animali da allevamento e il bigottismo profondo.
Protagonisti sono un uomo di mezza età, veterinario in una di queste comunità, e una ragazzina di 14 anni.
Il primo è sposato e ha dei figli, ma si porta dentro i traumi dell'infanzia vissuta con una madre abusante ed è cresciuto con l'innominabile e inammissibile passione per le bambine.
L'altra vive con il padre e un fratello più grande, dopo che un altro fratello è morto in un incidente stradale, falciato da un pirata della strada che è fuggito senza prestare soccorso, e la madre - vinta dal dolore - è andata via non si sa dove.
L'uomo sviluppa un'insana passione per questa ragazzina che si porta dietro enormi sensi di colpa e un vuoto incolmabile e che, tanto più a causa della sua fragilità e del senso di abbandono affettivo, viene completamente avviluppata in questa dinamica malata.
Forse non ricordavo perfettamente la sensazione provata leggendo il romanzo precedente, ma quando ho iniziato la lettura di Mia diletta sono stata letteralmente fagocitata nel flusso di coscienza del protagonista, una lingua senza quasi punteggiatura in cui si mescolano eventi, sogni, ricordi, allucinazioni, racconti.
La lettura si fa, pagina dopo pagina, sempre più faticosa emotivamente, una specie di discesa agli inferi da cui è impossibile chiamarsi fuori, e di cui non riusciamo a non subire in qualche modo il fascino e di cui sentiamo la poesia mossa dalla pietas.
Per tutto il tempo in cui ho letto Mia diletta ho continuato a fare incubi notturni, non direttamente correlati con la storia, ma certamente suscitati da emozioni rimestate dal romanzo. Devo ammettere che ho tirato un sospiro di sollievo quando sono arrivata all'ultima pagina perché le emozioni si facevano sempre più violente e insostenibili.
Ma non sono mai riuscita a decidere di abbandonare la lettura perché Marieke Rijneveld ha il potere, attraverso la sua scrittura, di attirarti a sé e di non mollare mai la presa.
Un secondo romanzo potentissimo, non adatto a moralisti e deboli di spirito, che ci costringe ancora una volta a fare i conti con le semplificazioni che spesso scegliamo per non affrontare la complessità e tutta la gamma che contiene e che va dell'orrore più indicibile alla poesia più pura.
Voto: 4/5
Di Marieke Lucas Rikneveld avevo già letto Il disagio della sera e ne ero uscita scombussolata ma anche affascinata dalla capacità dellə scrittorə di raccontare situazioni, sentimenti ed emozioni così forti e talvolta disturbanti in modo poetico e al contempo vero, facendo emergere tutta la violenza dell'infanzia a fronte dello stereotipo buonista e zuccheroso a cui siamo abituati.
Con Mia diletta restiamo nello stesso contesto, quello della campagna olandese, divisa tra la cura degli animali da allevamento e il bigottismo profondo.
Protagonisti sono un uomo di mezza età, veterinario in una di queste comunità, e una ragazzina di 14 anni.
Il primo è sposato e ha dei figli, ma si porta dentro i traumi dell'infanzia vissuta con una madre abusante ed è cresciuto con l'innominabile e inammissibile passione per le bambine.
L'altra vive con il padre e un fratello più grande, dopo che un altro fratello è morto in un incidente stradale, falciato da un pirata della strada che è fuggito senza prestare soccorso, e la madre - vinta dal dolore - è andata via non si sa dove.
L'uomo sviluppa un'insana passione per questa ragazzina che si porta dietro enormi sensi di colpa e un vuoto incolmabile e che, tanto più a causa della sua fragilità e del senso di abbandono affettivo, viene completamente avviluppata in questa dinamica malata.
Forse non ricordavo perfettamente la sensazione provata leggendo il romanzo precedente, ma quando ho iniziato la lettura di Mia diletta sono stata letteralmente fagocitata nel flusso di coscienza del protagonista, una lingua senza quasi punteggiatura in cui si mescolano eventi, sogni, ricordi, allucinazioni, racconti.
La lettura si fa, pagina dopo pagina, sempre più faticosa emotivamente, una specie di discesa agli inferi da cui è impossibile chiamarsi fuori, e di cui non riusciamo a non subire in qualche modo il fascino e di cui sentiamo la poesia mossa dalla pietas.
Per tutto il tempo in cui ho letto Mia diletta ho continuato a fare incubi notturni, non direttamente correlati con la storia, ma certamente suscitati da emozioni rimestate dal romanzo. Devo ammettere che ho tirato un sospiro di sollievo quando sono arrivata all'ultima pagina perché le emozioni si facevano sempre più violente e insostenibili.
Ma non sono mai riuscita a decidere di abbandonare la lettura perché Marieke Rijneveld ha il potere, attraverso la sua scrittura, di attirarti a sé e di non mollare mai la presa.
Un secondo romanzo potentissimo, non adatto a moralisti e deboli di spirito, che ci costringe ancora una volta a fare i conti con le semplificazioni che spesso scegliamo per non affrontare la complessità e tutta la gamma che contiene e che va dell'orrore più indicibile alla poesia più pura.
Voto: 4/5
venerdì 13 giugno 2025
Intermezzo / Sally Rooney
Intermezzo / Sally Rooney; trad. di Norman Gobetti. Torino: Einaudi, 2024.
Dopo la sostanziale delusione della lettura di Parlarne tra amici e di Persone normali, avevo deciso di abbandonare Sally Rooney al suo destino di scrittrice generazionale e di non leggere altri suoi romanzi.
Poi – dopo il parere positivo di S. – ho deciso di dare alla Rooney un’altra possibilità con questo Intermezzo, e… ne sono stata letteralmente conquistata.
Protagonisti di questo romanzo sono Peter e Ivan, due fratelli rimasti da poco orfani del padre, morto a causa di un cancro. Il primo è un avvocato, in prima linea nella difesa dei diritti, ma la sua vita personale è un caos: frequenta Naomi, una ragazza molto più giovane di lui, senza un soldo e che lui di fatto mantiene anche economicamente, ma ha ancora un legame molto forte con Sylvia, la donna con cui è stato in coppia per molti anni fino a quando un incidente con conseguenze gravi su di lei non li ha separati. Ivan, il fratello minore, è invece un appassionato e un campione di scacchi, ma introverso, con l’apparecchio ai denti e scarsa fortuna con le donne, fino a quando non incontra e comincia una storia con Margaret, una donna parecchio più grande di lui, separata da un marito alcolista.
In questo intermezzo, che coincide di fatto con il periodo di elaborazione del lutto, i due fratelli, che una volta abbandonata l’infanzia hanno attraversato fasi alterne di amore e odio, avvicinamento e allontanamento nel loro rapporto, dovranno fare i conti con la morte, e insieme con le fatiche dei legami familiari e delle relazioni, ma dovranno anche fare delle scelte sulla propria vita, guardandosi dentro e affrontando situazioni emotivamente difficili.
Ebbene, tanto avevo trovato i due romanzi precedenti distanti e poco comprensibili per me dal punto di vista emotivo quanto invece ho sentito questo romanzo vero ed empatico nella narrazione e nei contenuti, al punto che ho terminato l’ultima ventina di pagine del libro tra le lacrime, cosa che mai avrei ritenuto possibile.
Evidentemente – mi sono detta – anche Sally Rooney è cresciuta, e così, pur appartenendo a un’altra generazione ed essendo cresciuta in una dimensione sociale, relazionale ed emotiva in parte differente dalla mia, è arrivata a quel momento della vita in cui tutti si trovano di fronte ai nodi cruciali dell’esistenza umana, che sono gli stessi da sempre e in qualunque luogo e che conferiscono alla grande letteratura la capacità di parlare alle persone al di là del tempo e dello spazio.
Oltre alla sensibilità e precisione con cui la Rooney riesce in questo romanzo a raccontare la forza e la difficoltà dei legami familiari, due cose di Intermezzo mi hanno colpita particolarmente. Da un lato il fatto che quell’universo di possibilità affettive, e non solo, che si sono dischiuse davanti alla sua generazione senza renderla né più felice né più risolta (o almeno questo emergeva nei precedenti romanzi) qui diventa un terreno da dissodare responsabilmente e con fatica, ma che può potenzialmente dare i suoi frutti, una strada da percorrere se si è disposti a rischiare e ad essere onesti con sé stessi e con gli altri. Dall’altro lo sguardo affettuoso verso la generazione successiva, i venti-venticinquenni di oggi (qui rappresentati da Naomi ed Ivan), altrettanto incasinati e imperfetti, ma meno cinici, meno frustrati, più aperti alle possibilità, forse i primi che stanno riuscendo a trasformare le maggiori libertà in vere scelte di vita, convenzionali o non convenzionali, ma rispettose del proprio sentire.
Chissà se è vero, o è solo l’auspicio di chi si sta lasciando alle spalle la giovinezza o per cui la giovinezza è un ricordo ormai lontano.
Il fatto importante è però che finalmente nella scrittura della Rooney – tra l’altro magistrale, ma questa non è una novità – sono riuscita a riconoscere sentimenti, sensazioni e situazioni che mi appartengono o che comprendo e sento emotivamente anche quando non fanno parte del mio vissuto o sono lontane dalle mie.
Voto: 4/5
Dopo la sostanziale delusione della lettura di Parlarne tra amici e di Persone normali, avevo deciso di abbandonare Sally Rooney al suo destino di scrittrice generazionale e di non leggere altri suoi romanzi.
Poi – dopo il parere positivo di S. – ho deciso di dare alla Rooney un’altra possibilità con questo Intermezzo, e… ne sono stata letteralmente conquistata.
Protagonisti di questo romanzo sono Peter e Ivan, due fratelli rimasti da poco orfani del padre, morto a causa di un cancro. Il primo è un avvocato, in prima linea nella difesa dei diritti, ma la sua vita personale è un caos: frequenta Naomi, una ragazza molto più giovane di lui, senza un soldo e che lui di fatto mantiene anche economicamente, ma ha ancora un legame molto forte con Sylvia, la donna con cui è stato in coppia per molti anni fino a quando un incidente con conseguenze gravi su di lei non li ha separati. Ivan, il fratello minore, è invece un appassionato e un campione di scacchi, ma introverso, con l’apparecchio ai denti e scarsa fortuna con le donne, fino a quando non incontra e comincia una storia con Margaret, una donna parecchio più grande di lui, separata da un marito alcolista.
In questo intermezzo, che coincide di fatto con il periodo di elaborazione del lutto, i due fratelli, che una volta abbandonata l’infanzia hanno attraversato fasi alterne di amore e odio, avvicinamento e allontanamento nel loro rapporto, dovranno fare i conti con la morte, e insieme con le fatiche dei legami familiari e delle relazioni, ma dovranno anche fare delle scelte sulla propria vita, guardandosi dentro e affrontando situazioni emotivamente difficili.
Ebbene, tanto avevo trovato i due romanzi precedenti distanti e poco comprensibili per me dal punto di vista emotivo quanto invece ho sentito questo romanzo vero ed empatico nella narrazione e nei contenuti, al punto che ho terminato l’ultima ventina di pagine del libro tra le lacrime, cosa che mai avrei ritenuto possibile.
Evidentemente – mi sono detta – anche Sally Rooney è cresciuta, e così, pur appartenendo a un’altra generazione ed essendo cresciuta in una dimensione sociale, relazionale ed emotiva in parte differente dalla mia, è arrivata a quel momento della vita in cui tutti si trovano di fronte ai nodi cruciali dell’esistenza umana, che sono gli stessi da sempre e in qualunque luogo e che conferiscono alla grande letteratura la capacità di parlare alle persone al di là del tempo e dello spazio.
Oltre alla sensibilità e precisione con cui la Rooney riesce in questo romanzo a raccontare la forza e la difficoltà dei legami familiari, due cose di Intermezzo mi hanno colpita particolarmente. Da un lato il fatto che quell’universo di possibilità affettive, e non solo, che si sono dischiuse davanti alla sua generazione senza renderla né più felice né più risolta (o almeno questo emergeva nei precedenti romanzi) qui diventa un terreno da dissodare responsabilmente e con fatica, ma che può potenzialmente dare i suoi frutti, una strada da percorrere se si è disposti a rischiare e ad essere onesti con sé stessi e con gli altri. Dall’altro lo sguardo affettuoso verso la generazione successiva, i venti-venticinquenni di oggi (qui rappresentati da Naomi ed Ivan), altrettanto incasinati e imperfetti, ma meno cinici, meno frustrati, più aperti alle possibilità, forse i primi che stanno riuscendo a trasformare le maggiori libertà in vere scelte di vita, convenzionali o non convenzionali, ma rispettose del proprio sentire.
Chissà se è vero, o è solo l’auspicio di chi si sta lasciando alle spalle la giovinezza o per cui la giovinezza è un ricordo ormai lontano.
Il fatto importante è però che finalmente nella scrittura della Rooney – tra l’altro magistrale, ma questa non è una novità – sono riuscita a riconoscere sentimenti, sensazioni e situazioni che mi appartengono o che comprendo e sento emotivamente anche quando non fanno parte del mio vissuto o sono lontane dalle mie.
Voto: 4/5
lunedì 3 febbraio 2025
La strada / Cormac McCarthy; La strada / Manu Larcenet
La strada / Cormac McCarthy; trad. di Martina Testa. Torino: Einaudi, 2014.
La strada / Manu Larcenet; dal romanzo di Cormac McCarthy; trad. di Emanuelle Caillat. Roma: Coconino Press – Fandango, 2024.
Ed eccomi a un classicone letterario contemporaneo che non avevo ancora letto e che, dopo la morte di McCarthy, ha avuto nuova linfa anche grazie all’adattamento in forma di graphic novel a opera di un grande del fumetto francese, Manu Larcenet.
Il romanzo di McCarthy ha due caratteristiche principali che ne fanno un soggetto adattissimo a una trasposizione per immagini, e direi non tanto a un film (che pure è stato realizzato), ma proprio a un graphic novel: l’essenzialità della narrazione e uno stile narrativo molto visivo, cosicché anche durante la lettura si hanno davanti agli occhi immagini piuttosto dettagliate, che poi ciascuno con la sua fantasia può completare e dotare di un contesto.
Il mondo raccontato ne La strada è un mondo post-apocalittico: la scrittura non ci rivelerà mai che cosa è successo, possiamo ipotizzare una catastrofe atomica mondiale che ha distrutto gran parte di quello che l’uomo ha costruito e ha devastato il mondo vivente, dalla natura agli animali, agli esseri umani.
Al centro del racconto un padre e un figlio che viaggiano con il loro carrello senza una meta precisa: vanno verso sud, per sfuggire al freddo dell’inverno. I due sono dei sopravvissuti, e l’unica possibilità per loro di continuare a vivere è continuare a muoversi seguendo “la strada” e facendo piccole deviazioni da essa per nascondersi e riposare, alla ricerca di cibo e cose utili per sopravvivere.
Capiamo ben presto che in questo mondo plumbeo e ricoperto di cenere, non sono molti i sopravvissuti: molti sono morti per la catastrofe che non ha un nome, molti hanno preferito morire di fronte all’assenza di qualunque prospettiva, altri ancora sono morti per gli stenti oppure negli scontri tra le bande di sopravvissuti. In questo momento gli esseri umani rimasti sembrano aver perso qualunque forma di umanità, fino a diventare gli uni predatori degli altri per sopravvivere.
Per questo, padre e figlio viaggiano con una pistola sempre in tasca e devono tenere gli occhi sempre aperti per non finire essi stessi preda di altri sopravvissuti senza alcuno scrupolo.
Ma in quale futuro possono credere i due protagonisti continuamente messi di fronte alla fame, alla miseria umana, all’orrore, alla violenza e senza una vera speranza che non sia la sopravvivenza, un padre che sa di avere i giorni contati e un bambino che non sa com’era il mondo perduto e vede solo morte intorno a sé?
Il libro di McCormack non è articolato in capitoli, bensì si struttura in paragrafi di dimensioni variabili, ma piuttosto brevi, una sequenza di immagini e di situazioni che alternano il cammino dei due protagonisti alle soste per dormire, ripararsi, mangiare. I dialoghi – che avvengono quasi esclusivamente tra loro due – sono essenziali e piuttosto ripetitivi. Eppure, nonostante questo stile iterativo e scarno, il romanzo riesce a essere ricco di sentimenti e, nell’orrore di questo mondo azzerato dagli stessi esseri umani, riesce a far emergere – attraverso i due protagonisti - il meglio dell’umanità: la pietas, l’amore, la tenerezza, la bellezza, la resilienza, la generosità, il coraggio. E devo dire che l’adattamento di Manu Larcenet – nei disegni e nelle scelte narrative – riesce a essere perfettamente fedele al tono e al senso del libro, arricchendolo degli sguardi dei protagonisti e dando forma agli orrori che si parano davanti ai loro occhi.
In un presente come quello che viviamo il romanzo è un monito di cui l’umanità sembra far fatica a ricordarsi e a tener conto, in un senso di onnipotenza e di invincibilità dei singoli, dei gruppi e dei popoli che tutti i giorni ci mette davanti piccole e grandi azioni di autodistruzione.
Voto: 4/5
La strada / Manu Larcenet; dal romanzo di Cormac McCarthy; trad. di Emanuelle Caillat. Roma: Coconino Press – Fandango, 2024.
Ed eccomi a un classicone letterario contemporaneo che non avevo ancora letto e che, dopo la morte di McCarthy, ha avuto nuova linfa anche grazie all’adattamento in forma di graphic novel a opera di un grande del fumetto francese, Manu Larcenet.
Il romanzo di McCarthy ha due caratteristiche principali che ne fanno un soggetto adattissimo a una trasposizione per immagini, e direi non tanto a un film (che pure è stato realizzato), ma proprio a un graphic novel: l’essenzialità della narrazione e uno stile narrativo molto visivo, cosicché anche durante la lettura si hanno davanti agli occhi immagini piuttosto dettagliate, che poi ciascuno con la sua fantasia può completare e dotare di un contesto.
Il mondo raccontato ne La strada è un mondo post-apocalittico: la scrittura non ci rivelerà mai che cosa è successo, possiamo ipotizzare una catastrofe atomica mondiale che ha distrutto gran parte di quello che l’uomo ha costruito e ha devastato il mondo vivente, dalla natura agli animali, agli esseri umani.
Al centro del racconto un padre e un figlio che viaggiano con il loro carrello senza una meta precisa: vanno verso sud, per sfuggire al freddo dell’inverno. I due sono dei sopravvissuti, e l’unica possibilità per loro di continuare a vivere è continuare a muoversi seguendo “la strada” e facendo piccole deviazioni da essa per nascondersi e riposare, alla ricerca di cibo e cose utili per sopravvivere.
Capiamo ben presto che in questo mondo plumbeo e ricoperto di cenere, non sono molti i sopravvissuti: molti sono morti per la catastrofe che non ha un nome, molti hanno preferito morire di fronte all’assenza di qualunque prospettiva, altri ancora sono morti per gli stenti oppure negli scontri tra le bande di sopravvissuti. In questo momento gli esseri umani rimasti sembrano aver perso qualunque forma di umanità, fino a diventare gli uni predatori degli altri per sopravvivere. Per questo, padre e figlio viaggiano con una pistola sempre in tasca e devono tenere gli occhi sempre aperti per non finire essi stessi preda di altri sopravvissuti senza alcuno scrupolo.
Ma in quale futuro possono credere i due protagonisti continuamente messi di fronte alla fame, alla miseria umana, all’orrore, alla violenza e senza una vera speranza che non sia la sopravvivenza, un padre che sa di avere i giorni contati e un bambino che non sa com’era il mondo perduto e vede solo morte intorno a sé?
Il libro di McCormack non è articolato in capitoli, bensì si struttura in paragrafi di dimensioni variabili, ma piuttosto brevi, una sequenza di immagini e di situazioni che alternano il cammino dei due protagonisti alle soste per dormire, ripararsi, mangiare. I dialoghi – che avvengono quasi esclusivamente tra loro due – sono essenziali e piuttosto ripetitivi. Eppure, nonostante questo stile iterativo e scarno, il romanzo riesce a essere ricco di sentimenti e, nell’orrore di questo mondo azzerato dagli stessi esseri umani, riesce a far emergere – attraverso i due protagonisti - il meglio dell’umanità: la pietas, l’amore, la tenerezza, la bellezza, la resilienza, la generosità, il coraggio. E devo dire che l’adattamento di Manu Larcenet – nei disegni e nelle scelte narrative – riesce a essere perfettamente fedele al tono e al senso del libro, arricchendolo degli sguardi dei protagonisti e dando forma agli orrori che si parano davanti ai loro occhi.
In un presente come quello che viviamo il romanzo è un monito di cui l’umanità sembra far fatica a ricordarsi e a tener conto, in un senso di onnipotenza e di invincibilità dei singoli, dei gruppi e dei popoli che tutti i giorni ci mette davanti piccole e grandi azioni di autodistruzione.
Voto: 4/5
mercoledì 13 novembre 2024
Se l'acqua ride / Paolo Malaguti
Se l'acqua ride / Paolo Malaguti. Torino: Einaudi, 2020.
Ho ricevuto questo libro in regalo per il mio compleanno e mi ha subito attirata a sé, così l'ho messo in lettura quasi immediatamente, in un'atmosfera estiva che ben si sposava con i contenuti del romanzo.
Paolo Malaguti si muove dalle parti di uno dei topoi più classici della letteratura, ossia quello del racconto di un'estate durante la quale il protagonista abbandona definitivamente l'infanzia.
Siamo negli anni Sessanta. Ganbeto, soprannome che gli è stato affibbiato per la sua corporatura, ha 14 anni; viene da una famiglia modesta e vive in quell'area del Veneto dove il sistema dei fiumi che ha il Po al suo centro non è lontano dallo sfociare nel mare Adriatico. Quella di Ganbeto è una famiglia storicamente legata ai trasporti delle merci sui fiumi per mezzo di imbarcazioni chiamate burci. Il nonno del ragazzo, Caronte, ancora svolge quest'attività con il suo burcio, la Teresina, e sia il figlio che il nipote lo aiutano, in particolare nel periodo estivo.
Il mondo però sta rapidamente cambiando e molti sono i segnali che il mestiere di Caronte è destinato a scomparire. Quando, dopo l'ultimo anno della scuola dell'obbligo, Ganbeto si trova a dover fare delle scelte sul proprio futuro, fantastica della sua vita da marinaio, e l'estate successiva - mentre il padre si converte definitivamente al lavoro in fabbrica - il ragazzo parte con il nonno per imparare quel mestiere al tramonto.
Sarà appunto l'estate in cui Ganbeto si accorgerà sia dei propri cambiamenti interiori ed esteriori (la crescita fisica, l'interesse per le ragazze, il parziale allontanamento dagli amici) sia dei cambiamenti del mondo circostante. Non solo la sua infanzia sta finendo, ma anche un'intera società sta sparendo sotto la spinta di un progresso che porta i bagni e le televisioni nelle case, e rende obsoleta la funzione dei burci e dei mestieri ad essi connessi (come quello dei cavalcanti, proprietari di cavalli a cui le imbarcazioni venivano agganciate per risalire i fiumi o i canali in caso di bonaccia).
Durante questa estate, Ganbeto passerà dallo sguardo stupito e ingenuo sul mondo circostante che di solito caratterizza l'età infantile a uno sguardo nuovo, più consapevole e per certi versi più doloroso, quello che lo accompagnerà nell'età adulta. In questo processo comprenderà meglio le scelte opposte del padre e del nonno, e sarà chiamato a sua volta a scegliere una strada che non è necessariamente quella che il suo sé bambino sognava, ma che non solo è quella più praticabile ma è anche in grado di dargli molte soddisfazioni.
Nel libro di Malaguti, che è arricchito da una lingua contaminata da espressioni tipiche dei dialetti della zona in cui è ambientata la storia, si respira un'atmosfera malinconica e agrodolce, tipica dei momenti della storia individuale e collettiva in cui bisogna lasciar andare il passato e aprirsi al futuro, senza tradire nessuno dei due.
Il risultato mi ha cullato durante la lettura (quasi fossi anch'io a bordo della Teresina) e infine mi ha commosso dolcemente.
Voto: 4/5
Ho ricevuto questo libro in regalo per il mio compleanno e mi ha subito attirata a sé, così l'ho messo in lettura quasi immediatamente, in un'atmosfera estiva che ben si sposava con i contenuti del romanzo.
Paolo Malaguti si muove dalle parti di uno dei topoi più classici della letteratura, ossia quello del racconto di un'estate durante la quale il protagonista abbandona definitivamente l'infanzia.
Siamo negli anni Sessanta. Ganbeto, soprannome che gli è stato affibbiato per la sua corporatura, ha 14 anni; viene da una famiglia modesta e vive in quell'area del Veneto dove il sistema dei fiumi che ha il Po al suo centro non è lontano dallo sfociare nel mare Adriatico. Quella di Ganbeto è una famiglia storicamente legata ai trasporti delle merci sui fiumi per mezzo di imbarcazioni chiamate burci. Il nonno del ragazzo, Caronte, ancora svolge quest'attività con il suo burcio, la Teresina, e sia il figlio che il nipote lo aiutano, in particolare nel periodo estivo.
Il mondo però sta rapidamente cambiando e molti sono i segnali che il mestiere di Caronte è destinato a scomparire. Quando, dopo l'ultimo anno della scuola dell'obbligo, Ganbeto si trova a dover fare delle scelte sul proprio futuro, fantastica della sua vita da marinaio, e l'estate successiva - mentre il padre si converte definitivamente al lavoro in fabbrica - il ragazzo parte con il nonno per imparare quel mestiere al tramonto.
Sarà appunto l'estate in cui Ganbeto si accorgerà sia dei propri cambiamenti interiori ed esteriori (la crescita fisica, l'interesse per le ragazze, il parziale allontanamento dagli amici) sia dei cambiamenti del mondo circostante. Non solo la sua infanzia sta finendo, ma anche un'intera società sta sparendo sotto la spinta di un progresso che porta i bagni e le televisioni nelle case, e rende obsoleta la funzione dei burci e dei mestieri ad essi connessi (come quello dei cavalcanti, proprietari di cavalli a cui le imbarcazioni venivano agganciate per risalire i fiumi o i canali in caso di bonaccia).
Durante questa estate, Ganbeto passerà dallo sguardo stupito e ingenuo sul mondo circostante che di solito caratterizza l'età infantile a uno sguardo nuovo, più consapevole e per certi versi più doloroso, quello che lo accompagnerà nell'età adulta. In questo processo comprenderà meglio le scelte opposte del padre e del nonno, e sarà chiamato a sua volta a scegliere una strada che non è necessariamente quella che il suo sé bambino sognava, ma che non solo è quella più praticabile ma è anche in grado di dargli molte soddisfazioni.
Nel libro di Malaguti, che è arricchito da una lingua contaminata da espressioni tipiche dei dialetti della zona in cui è ambientata la storia, si respira un'atmosfera malinconica e agrodolce, tipica dei momenti della storia individuale e collettiva in cui bisogna lasciar andare il passato e aprirsi al futuro, senza tradire nessuno dei due.
Il risultato mi ha cullato durante la lettura (quasi fossi anch'io a bordo della Teresina) e infine mi ha commosso dolcemente.
Voto: 4/5
mercoledì 18 settembre 2024
Limonov / Emmanuel Carrère
Limonov / Emmanuel Carrère; trad. di Francesco Bergamasco. Milano: Adelphi, 2012.
E niente. Sono finita nelle maglie di Carrère e non so quando e se riuscirò a uscirne! ;-)
Dopo aver letto con grande soddisfazione V13, gironzolavo attorno a Limonov da un po' e non mi decidevo a iniziarlo, preoccupata di rimanerne delusa. E invece quando poi ho iniziato l'ho praticamente divorato, entusiasmandomi come ormai mi capita davvero molto raramente.
Il merito è sicuramente della figura incredibile del protagonista, Eduard Savenko, che a un certo punto cambia il suo cognome in Limonov, originario di un paesino russo, cresciuto a Kharkiv, un paese della provincia ucraina facente parte dell'allora URSS, e determinato fin dall'adolescenza a sfuggire alla mediocrità e alla noia del luogo dal quale proviene e al destino da operaio in fabbrica.
Eduard vuole lasciare il segno: vuole essere riconosciuto per la sua arte (prima scrive poesie, poi quando si trasferisce in America comincia a scrivere romanzi autobiografici), ma soprattutto vuole che la sua arte vada di pari passo con una vita vissuta sempre affrontando il rischio e il nuovo.
Limonov, dopo la giovinezza negli ambienti artistici underground russi e la storia con Anna, viene esiliato in America dove si innamora di Elena e vive in povertà senza riuscire a farsi pubblicare e infine abbandonato anche dalla donna amata. Dopo una discesa negli abissi, Eduard riparte dalla casa del ricco Stephen dove si ritrova, per una serie di circostanze, a fare il maggiordomo. Finalmente i suoi libri incontrano l'interesse di un editore francese e vengono pubblicati in Francia riscuotendo un grande successo. Inizia così la vita parigina che terminerà quando, con il crollo dell'URSS, Limonov decide di tornare in Russia. Il suo attivismo politico si fa sempre più intenso e difficile da catalogare: non manca il fiancheggiamento dei serbi nella guerra civile yugoslava, l'esperienza in Uzbekistan, la fondazione del partito nazionalbolscevico, la prigionia, e gli ultimi - ancora più confusi - anni dell'ascesa putiniana rispetto a cui Limonov ha una posizione che rispecchia alcune sue ambigue linee ideologiche già sostenute in passato.
Un personaggio come Limonov è praticamente impossibile da classificare e anche da giudicare: un artista, un pazzo, un eroe, un invasato, un genio. O forse tutto questo insieme e mescolato.
Certo è che, grazie alla sua storia personale, si attraversa un pezzo importante della storia e della letteratura (ma anche l'arte) novecentesca e soprattutto, più o meno direttamente, delle vicende che la parte orientale del territorio europeo.
La complessità del pensiero di Limonov e il suo non essere mai allineato e sempre controcorrente, ma in fondo coerente con un pensiero di fondo, per quanto a volte ottuso, ci aiuta a vedere - da un punto di vista diverso e certamente meno scontato - parti di storia che conosciamo solo attraverso la narrazione occidentale. E a mettere in dubbio alcune convinzioni ideologiche a volte acritiche o a senso unico, cosa che lo stesso Carrère fa a più riprese.
E fin qui il personaggio, di cui ovviamente si potrebbe dire molto altro, perché è stato incredibilmente al centro di una rete di relazioni e di una serie di vicende che rendono la sua vita una vera e propria lente attraverso cui guardare non solo a lui ma a un mondo e a una realtà ben più ampie.
Poi c'è Carrère. E chi non vorrebbe un biografo come lui? Perché sì, la vita di Limonov è eccezionale di per sé, ma la narrazione di Carrère la rende straordinaria, utilizzando non solo interviste e fatti storici, ma anche le opere dello stesso Limonov. È vero che Carrère non perde occasione per aprire digressioni personali e di fatto parlare di sé attraverso il suo protagonista (ricordiamo che la madre di Carrère è di origine russa e lo stesso scrittore francese ha spesso frequentato l'ambiente russo), ma - a parte quando si lascia andare alle proprie memorie - l'autore consente a Limonov di occupare tutta la scena, tra l'altro sfuggendo al rischio - inevitabile con un tale personaggio - di farne un eroe ovvero un pazzo, bensì restituendone la complessità e stratificazione, nonché l'ambiguità, che però in molti casi è riflesso dell'ambiguità di una storia molto meno lineare di quello che vogliamo e ci vogliono far credere.
Si arriva all'ultima pagina quasi sfiniti ma anche gioiosi per aver partecipato a un racconto così incredibile che davvero ci mette sotto gli occhi il potere sovrumano della letteratura.
Quasi stento a credere che Limonov sia morto a 77 anni, di malattia, dopo cotanta vita, e forse lui stesso non sarà stato contento di aver avuto una morte così banale a dispetto di una vita così poco regolare.
Non posso esimermi a questo punto dal leggere L'avversario, il libro che ha reso famoso Carrère.
Voto: 4,5/5
E niente. Sono finita nelle maglie di Carrère e non so quando e se riuscirò a uscirne! ;-)
Dopo aver letto con grande soddisfazione V13, gironzolavo attorno a Limonov da un po' e non mi decidevo a iniziarlo, preoccupata di rimanerne delusa. E invece quando poi ho iniziato l'ho praticamente divorato, entusiasmandomi come ormai mi capita davvero molto raramente.
Il merito è sicuramente della figura incredibile del protagonista, Eduard Savenko, che a un certo punto cambia il suo cognome in Limonov, originario di un paesino russo, cresciuto a Kharkiv, un paese della provincia ucraina facente parte dell'allora URSS, e determinato fin dall'adolescenza a sfuggire alla mediocrità e alla noia del luogo dal quale proviene e al destino da operaio in fabbrica.
Eduard vuole lasciare il segno: vuole essere riconosciuto per la sua arte (prima scrive poesie, poi quando si trasferisce in America comincia a scrivere romanzi autobiografici), ma soprattutto vuole che la sua arte vada di pari passo con una vita vissuta sempre affrontando il rischio e il nuovo.
Limonov, dopo la giovinezza negli ambienti artistici underground russi e la storia con Anna, viene esiliato in America dove si innamora di Elena e vive in povertà senza riuscire a farsi pubblicare e infine abbandonato anche dalla donna amata. Dopo una discesa negli abissi, Eduard riparte dalla casa del ricco Stephen dove si ritrova, per una serie di circostanze, a fare il maggiordomo. Finalmente i suoi libri incontrano l'interesse di un editore francese e vengono pubblicati in Francia riscuotendo un grande successo. Inizia così la vita parigina che terminerà quando, con il crollo dell'URSS, Limonov decide di tornare in Russia. Il suo attivismo politico si fa sempre più intenso e difficile da catalogare: non manca il fiancheggiamento dei serbi nella guerra civile yugoslava, l'esperienza in Uzbekistan, la fondazione del partito nazionalbolscevico, la prigionia, e gli ultimi - ancora più confusi - anni dell'ascesa putiniana rispetto a cui Limonov ha una posizione che rispecchia alcune sue ambigue linee ideologiche già sostenute in passato.
Un personaggio come Limonov è praticamente impossibile da classificare e anche da giudicare: un artista, un pazzo, un eroe, un invasato, un genio. O forse tutto questo insieme e mescolato.
Certo è che, grazie alla sua storia personale, si attraversa un pezzo importante della storia e della letteratura (ma anche l'arte) novecentesca e soprattutto, più o meno direttamente, delle vicende che la parte orientale del territorio europeo.
La complessità del pensiero di Limonov e il suo non essere mai allineato e sempre controcorrente, ma in fondo coerente con un pensiero di fondo, per quanto a volte ottuso, ci aiuta a vedere - da un punto di vista diverso e certamente meno scontato - parti di storia che conosciamo solo attraverso la narrazione occidentale. E a mettere in dubbio alcune convinzioni ideologiche a volte acritiche o a senso unico, cosa che lo stesso Carrère fa a più riprese.
E fin qui il personaggio, di cui ovviamente si potrebbe dire molto altro, perché è stato incredibilmente al centro di una rete di relazioni e di una serie di vicende che rendono la sua vita una vera e propria lente attraverso cui guardare non solo a lui ma a un mondo e a una realtà ben più ampie.
Poi c'è Carrère. E chi non vorrebbe un biografo come lui? Perché sì, la vita di Limonov è eccezionale di per sé, ma la narrazione di Carrère la rende straordinaria, utilizzando non solo interviste e fatti storici, ma anche le opere dello stesso Limonov. È vero che Carrère non perde occasione per aprire digressioni personali e di fatto parlare di sé attraverso il suo protagonista (ricordiamo che la madre di Carrère è di origine russa e lo stesso scrittore francese ha spesso frequentato l'ambiente russo), ma - a parte quando si lascia andare alle proprie memorie - l'autore consente a Limonov di occupare tutta la scena, tra l'altro sfuggendo al rischio - inevitabile con un tale personaggio - di farne un eroe ovvero un pazzo, bensì restituendone la complessità e stratificazione, nonché l'ambiguità, che però in molti casi è riflesso dell'ambiguità di una storia molto meno lineare di quello che vogliamo e ci vogliono far credere.
Si arriva all'ultima pagina quasi sfiniti ma anche gioiosi per aver partecipato a un racconto così incredibile che davvero ci mette sotto gli occhi il potere sovrumano della letteratura.
Quasi stento a credere che Limonov sia morto a 77 anni, di malattia, dopo cotanta vita, e forse lui stesso non sarà stato contento di aver avuto una morte così banale a dispetto di una vita così poco regolare.
Non posso esimermi a questo punto dal leggere L'avversario, il libro che ha reso famoso Carrère.
Voto: 4,5/5
lunedì 2 settembre 2024
V13. Cronaca giudiziaria / Emmanuel Carrère
V13. Cronaca giudiziaria / Emmanuel Carrère; postfazione di Grégoire Leménager; trad. di Francesco Bergamasco. Milano: Adelphi, 2023.
V13 è il primo libro di Emmanuel Carrère che leggo. Ne ho alcuni altri, ma non mi ero mai decisa, anche perché ne ho sempre sentito parlare in maniera ambivalente. Molti mi dicevano delle sue grandi qualità sul piano della scrittura, ma qualcuno lamentava il suo narcisismo, molto evidente quando parla di storie che lo riguardano in prima persona. Ebbene, penso che cominciare con V13 sia stata una scelta azzeccata, sebbene sostanzialmente fortuita.
Come dice il sottotitolo, V13 è una cronaca giudiziaria, quella del processo per gli attentati terroristici compiuti a Parigi venerdì 13 novembre 2015, per l'esattezza quello in parte fallito allo Stade de France, le uccisioni ai tavolini dei due ristoranti Le Carillon, in Rue Alibert, e Le Petit Cambodge, in Rue Bichat, e la strage al Bataclan dove era in corso il concerto degli Eagles of Death Metal. Per quasi un anno Emmanuel Carrère ha seguito il processo per conto del giornale L’Obs insieme ad altri giornalisti della stessa testata. I resoconti sono stati pubblicati settimanalmente sul giornale, poi Carrère li ha riordinati, parzialmente risistemati e organizzati nelle tre parti, Le vittime, Gli imputati, La corte, che compongono questo libro, pubblicato in Italia da Adelphi.
Quello di Carrère è al contempo un racconto fedele e attento delle fasi del processo, con un'attenzione non solo e non tanto ai fatti che emergono, ma anche alla ratio delle procedure, nonché un'occasione di conoscenza dei suoi protagonisti, vittime, familiari delle vittime, imputati, avvocati, giudici.
Se l'ondata emotiva è attesa e inevitabile quando si parla delle vittime e dei familiari delle vittime, e l'empatia per il loro dolore e l'orrore per quanto subito sono massime e immediate, colpisce ancora di più la capacità di Carrère di raccontare gli imputati, tra l'altro tutti pesci piccoli, a parte Salah Abdeslam che faceva parte del commando suicida e che non è chiaro perché non sia morto insieme agli altri. È evidente che in questo caso i sentimenti suscitati sono molto più ambivalenti, e l'empatia non solo non è scontata ma può risultare persino inopportuna; Carrère però non si sottrae al tentativo di comprendere, e anche in questo caso - sebbene sia necessario un salto razionale, nonché culturale - riusciamo se non a entrare nella testa di alcuni degli imputati, almeno a cogliere alcune storture e anomalie del procedimento, nonché a evitare l'approccio "noi/loro" che non è certamente la strada giusta da percorrere.
Nella terza parte, quella dedicata alle varie figure del processo, giudici, avvocati, pubblici ministeri ecc., Carrère fa un'operazione se vogliamo persino più ardita. Oltre a mostrarci le capacità e la bravura di alcuni di loro, ci aiuta a comprendere i meccanismi processuali e dunque il senso del lavoro di tutti coloro che sono coinvolti nel dibattimento, anche di quelli che difendono gli imputati, persino quelli apparentemente più indifendibili, nel presupposto che un processo - soprattutto uno di questa portata - ha anche un valore politico ed esemplare, e dunque la sentenza non è il risultato di un'operazione matematica, perché su di essa agiscono molti fattori sottili e immateriali.
Se dunque - come mi dicono - il difetto principale di Carrère è quello di rubare la scena agli altri personaggi delle sue storie con il suo essere ingombrante, in questo caso non si può dire altrettanto. Carrère quasi scompare a tutto vantaggio dei protagonisti della storia, soprattutto alcuni che nella sua esperienza sono risultati particolarmente determinanti, ad esempio tra i familiari delle vittime Georges Salines e Nadia Mondeguer, tra gli avvocati Negar Haeri e Xavier Nogueras.
V13 è una lettura al contempo devastante ed entusiasmante, per la maniera straordinaria in cui ci accompagna nei meandri della giustizia e delle sue imperfezioni (dovute al fatto che la passione riesce sempre a intrufolarsi nelle maglie del diritto), nonché nei misteri della mente umana, capace di profondissimi abissi e altissime vette, entrambi difficili da comprendere.
Voto: 4/5
V13 è il primo libro di Emmanuel Carrère che leggo. Ne ho alcuni altri, ma non mi ero mai decisa, anche perché ne ho sempre sentito parlare in maniera ambivalente. Molti mi dicevano delle sue grandi qualità sul piano della scrittura, ma qualcuno lamentava il suo narcisismo, molto evidente quando parla di storie che lo riguardano in prima persona. Ebbene, penso che cominciare con V13 sia stata una scelta azzeccata, sebbene sostanzialmente fortuita.
Come dice il sottotitolo, V13 è una cronaca giudiziaria, quella del processo per gli attentati terroristici compiuti a Parigi venerdì 13 novembre 2015, per l'esattezza quello in parte fallito allo Stade de France, le uccisioni ai tavolini dei due ristoranti Le Carillon, in Rue Alibert, e Le Petit Cambodge, in Rue Bichat, e la strage al Bataclan dove era in corso il concerto degli Eagles of Death Metal. Per quasi un anno Emmanuel Carrère ha seguito il processo per conto del giornale L’Obs insieme ad altri giornalisti della stessa testata. I resoconti sono stati pubblicati settimanalmente sul giornale, poi Carrère li ha riordinati, parzialmente risistemati e organizzati nelle tre parti, Le vittime, Gli imputati, La corte, che compongono questo libro, pubblicato in Italia da Adelphi.
Quello di Carrère è al contempo un racconto fedele e attento delle fasi del processo, con un'attenzione non solo e non tanto ai fatti che emergono, ma anche alla ratio delle procedure, nonché un'occasione di conoscenza dei suoi protagonisti, vittime, familiari delle vittime, imputati, avvocati, giudici.
Se l'ondata emotiva è attesa e inevitabile quando si parla delle vittime e dei familiari delle vittime, e l'empatia per il loro dolore e l'orrore per quanto subito sono massime e immediate, colpisce ancora di più la capacità di Carrère di raccontare gli imputati, tra l'altro tutti pesci piccoli, a parte Salah Abdeslam che faceva parte del commando suicida e che non è chiaro perché non sia morto insieme agli altri. È evidente che in questo caso i sentimenti suscitati sono molto più ambivalenti, e l'empatia non solo non è scontata ma può risultare persino inopportuna; Carrère però non si sottrae al tentativo di comprendere, e anche in questo caso - sebbene sia necessario un salto razionale, nonché culturale - riusciamo se non a entrare nella testa di alcuni degli imputati, almeno a cogliere alcune storture e anomalie del procedimento, nonché a evitare l'approccio "noi/loro" che non è certamente la strada giusta da percorrere.
Nella terza parte, quella dedicata alle varie figure del processo, giudici, avvocati, pubblici ministeri ecc., Carrère fa un'operazione se vogliamo persino più ardita. Oltre a mostrarci le capacità e la bravura di alcuni di loro, ci aiuta a comprendere i meccanismi processuali e dunque il senso del lavoro di tutti coloro che sono coinvolti nel dibattimento, anche di quelli che difendono gli imputati, persino quelli apparentemente più indifendibili, nel presupposto che un processo - soprattutto uno di questa portata - ha anche un valore politico ed esemplare, e dunque la sentenza non è il risultato di un'operazione matematica, perché su di essa agiscono molti fattori sottili e immateriali.
Se dunque - come mi dicono - il difetto principale di Carrère è quello di rubare la scena agli altri personaggi delle sue storie con il suo essere ingombrante, in questo caso non si può dire altrettanto. Carrère quasi scompare a tutto vantaggio dei protagonisti della storia, soprattutto alcuni che nella sua esperienza sono risultati particolarmente determinanti, ad esempio tra i familiari delle vittime Georges Salines e Nadia Mondeguer, tra gli avvocati Negar Haeri e Xavier Nogueras.
V13 è una lettura al contempo devastante ed entusiasmante, per la maniera straordinaria in cui ci accompagna nei meandri della giustizia e delle sue imperfezioni (dovute al fatto che la passione riesce sempre a intrufolarsi nelle maglie del diritto), nonché nei misteri della mente umana, capace di profondissimi abissi e altissime vette, entrambi difficili da comprendere.
Voto: 4/5
lunedì 17 giugno 2024
Anatomia di un istante / Javier Cercas
Dopo aver letto quasi ininterrottamente durante una domenica di pioggia, chiusa l'ultima pagina del volume (prima della corposa bibliografia finale) e con il colpo al cuore del riferimento al padre di Cercas, resto senza parole.
Il libro di Javier Cercas non è un romanzo: lui stesso ci spiega all'inizio del volume che l'idea iniziale era quella di scrivere un romanzo, ma - man mano che studiava gli eventi e il contesto del golpe spagnolo del 23 febbraio 1981 - si è reso conto che talvolta la realtà è molto più appassionante della finzione letteraria.
Cercas fa ruotare tutta la sua ricostruzione intorno alle immagini dell'emiciclo riprese dalle telecamere interne durante il colpo di stato: in particolare la sua attenzione si concentra sul fermo immagine che mostra il tenente Tejero con la pistola in pugno, il generale Mellado in piedi che tenta di affrontare i militari, e Adolfo Suárez seduto immobile al suo posto, mentre il resto dell'aula sembra vuoto in quanto gli altri deputati si sono nascosti dietro gli scranni. Intanto le pallottole fischiano tutto intorno.
Nelle oltre 400 pagine del volume, Cercas ci aiuta a conoscere tutti i protagonisti di questa vicenda, raccontandoci la storia politica e personale di ciascuno, a partire dal presidente del consiglio dimissionario Adolfo Suárez, per proseguire con il generale Manuel Gutièrrez Mellado, vicepresidente del Consiglio, con Santiago Carrillo, deputato e capo del partito comunista spagnolo da poco legalizzato, per arrivare infine ai protagonisti del golpe, il generale Alfonso Armada, il capitano generale Milans, uno dei capi dei servizi segreti José Luis Cortina, lo stesso tenente Tejero, nonché il re Juan Carlos, a capo di una monarchia non ancora totalmente consolidata.
Attraverso lo straordinario racconto di Cercas, conosciamo nel dettaglio i fatti che sono stati ricostruiti nel corso del tempo, ma anche tutti i punti oscuri di questa vicenda, sui quali l'autore prova a proporre una sua interpretazione o a indicare l'ipotesi secondo lui più probabile tra quelle via via emerse.
Ne esce certamente un grande affresco di un paese che fa i conti con il suo pesante passato dittatoriale e che faticosamente si converte alle gioie e ai dolori della democrazia, ma il racconto di Cercas è anche l'occasione per riflettere su temi di portata molto più ampia: il ruolo della politica e i meccanismi che la caratterizzano, nonché gli uomini che la agiscono.
Tra le pagine più belle quella in cui parla di lealtà e tradimento:
«Suárez, Gutiérrez Mellado e Carrillo [...] tradirono la lealtà nei confronti di un errore per costruire la lealtà a una scelta giusta; tradirono i loro seguaci per non tradire se stessi; tradirono il passato per non tradire il presente. A volte per essere fedeli al presente occorre tradire il passato. A volte il tradimento è più difficile della lealtà. A volte la lealtà è una forma di coraggio, ma in certi casi è una forma di codardia. A volte la lealtà è una forma di tradimento e il tradimento una forma di lealtà. Forse non sappiamo di preciso cosa sia la lealtà e cosa il tradimento. Possediamo un'etica della lealtà, ma non un'etica del tradimento. L'eroe della ritirata è un eroe del tradimento.»
Oggi che tanto si parla di storytelling e che ormai quest'ultimo si è degradato ad una versione becera e opportunistica della Narrazione con la N maiuscola, Cercas ci offre un eccezionale saggio di cosa significhi davvero fare storytelling, senza tradire la storia e i fatti, senza adulare il lettore o l'ascoltatore, bensì usando le proprie ricerche e le fonti per costruire un racconto che si legge tutto d'un fiato, sebbene si tratti di un racconto che non ci risparmia alcun tipo di complessità e a volte risulta persino ridondante. Non nascondo di aver avuto anche io dei momenti di stanchezza (intorno alla metà delle 400 pagine), ma poi Cercas mi ha sempre riacchiappato e trascinato nel suo entusiasmante viaggio nel tentativo di comprendere la storia recente del suo paese e alcuni meccanismi universali.
Un grande libro, che aiuta a capire meglio un paese che non è il nostro, ma che tanto ci dice anche della nostra realtà, e soprattutto a ragionare e a riflettere sul rapporto tra gli uomini e la storia.
Da leggere.
Voto: 4/5
Il libro di Javier Cercas non è un romanzo: lui stesso ci spiega all'inizio del volume che l'idea iniziale era quella di scrivere un romanzo, ma - man mano che studiava gli eventi e il contesto del golpe spagnolo del 23 febbraio 1981 - si è reso conto che talvolta la realtà è molto più appassionante della finzione letteraria.
Cercas fa ruotare tutta la sua ricostruzione intorno alle immagini dell'emiciclo riprese dalle telecamere interne durante il colpo di stato: in particolare la sua attenzione si concentra sul fermo immagine che mostra il tenente Tejero con la pistola in pugno, il generale Mellado in piedi che tenta di affrontare i militari, e Adolfo Suárez seduto immobile al suo posto, mentre il resto dell'aula sembra vuoto in quanto gli altri deputati si sono nascosti dietro gli scranni. Intanto le pallottole fischiano tutto intorno.
Nelle oltre 400 pagine del volume, Cercas ci aiuta a conoscere tutti i protagonisti di questa vicenda, raccontandoci la storia politica e personale di ciascuno, a partire dal presidente del consiglio dimissionario Adolfo Suárez, per proseguire con il generale Manuel Gutièrrez Mellado, vicepresidente del Consiglio, con Santiago Carrillo, deputato e capo del partito comunista spagnolo da poco legalizzato, per arrivare infine ai protagonisti del golpe, il generale Alfonso Armada, il capitano generale Milans, uno dei capi dei servizi segreti José Luis Cortina, lo stesso tenente Tejero, nonché il re Juan Carlos, a capo di una monarchia non ancora totalmente consolidata.
Attraverso lo straordinario racconto di Cercas, conosciamo nel dettaglio i fatti che sono stati ricostruiti nel corso del tempo, ma anche tutti i punti oscuri di questa vicenda, sui quali l'autore prova a proporre una sua interpretazione o a indicare l'ipotesi secondo lui più probabile tra quelle via via emerse.
Ne esce certamente un grande affresco di un paese che fa i conti con il suo pesante passato dittatoriale e che faticosamente si converte alle gioie e ai dolori della democrazia, ma il racconto di Cercas è anche l'occasione per riflettere su temi di portata molto più ampia: il ruolo della politica e i meccanismi che la caratterizzano, nonché gli uomini che la agiscono.
Tra le pagine più belle quella in cui parla di lealtà e tradimento:
«Suárez, Gutiérrez Mellado e Carrillo [...] tradirono la lealtà nei confronti di un errore per costruire la lealtà a una scelta giusta; tradirono i loro seguaci per non tradire se stessi; tradirono il passato per non tradire il presente. A volte per essere fedeli al presente occorre tradire il passato. A volte il tradimento è più difficile della lealtà. A volte la lealtà è una forma di coraggio, ma in certi casi è una forma di codardia. A volte la lealtà è una forma di tradimento e il tradimento una forma di lealtà. Forse non sappiamo di preciso cosa sia la lealtà e cosa il tradimento. Possediamo un'etica della lealtà, ma non un'etica del tradimento. L'eroe della ritirata è un eroe del tradimento.»
Oggi che tanto si parla di storytelling e che ormai quest'ultimo si è degradato ad una versione becera e opportunistica della Narrazione con la N maiuscola, Cercas ci offre un eccezionale saggio di cosa significhi davvero fare storytelling, senza tradire la storia e i fatti, senza adulare il lettore o l'ascoltatore, bensì usando le proprie ricerche e le fonti per costruire un racconto che si legge tutto d'un fiato, sebbene si tratti di un racconto che non ci risparmia alcun tipo di complessità e a volte risulta persino ridondante. Non nascondo di aver avuto anche io dei momenti di stanchezza (intorno alla metà delle 400 pagine), ma poi Cercas mi ha sempre riacchiappato e trascinato nel suo entusiasmante viaggio nel tentativo di comprendere la storia recente del suo paese e alcuni meccanismi universali.
Un grande libro, che aiuta a capire meglio un paese che non è il nostro, ma che tanto ci dice anche della nostra realtà, e soprattutto a ragionare e a riflettere sul rapporto tra gli uomini e la storia.
Da leggere.
Voto: 4/5
mercoledì 27 marzo 2024
Libera. Diventare grandi alla fine della storia / Lea Ypi
Libera. Diventare grandi alla fine della storia / Lea Ypi; trad. di Elena Cantoni. Milano: Feltrinelli, 2023.
Non ricordo più in quale podcast avevo sentito parlare di questo libro di Lea Ypi, ma non finirò mai di ringraziare chiunque sia stato a ispirarmi questa lettura perché Libera è un libro bello e importante.
Lea Ypi è è una filosofa albanese, nata a Tirana nel 1979, che attualmente insegna filosofia politica alla London School of Economics di Londra.
Il libro - scritto originariamente in inglese e che in Gran Bretagna ha vinto il Premio Ondaatje - è un memoir nel quale la Ypi racconta gli anni del suo passaggio dall'infanzia all'adolescenza e infine all'età adulta, ossia gli anni che vanno dal 1990-91 al 1997-98. Attraverso la propria storia personale, la Ypi ci conduce all'interno delle pieghe delle vicende storiche che hanno caratterizzato l'Albania di quegli anni, dall'eredità difficile del dittatore Enver Hoxha, alla fine della dittatura con le prime elezioni democratiche e l'avvio della transizione, fino alla fase della cosiddetta "anarchia albanese" del 1997. In quell'anno Lea Ypi terminava la scuola superiore e decideva di andare a studiare in Italia, alla Sapienza di Roma, con una borsa di studio.
Il libro comincia nel 1990 con Lea undicenne che di ritorno da scuola, per nascondersi dalle proteste di piazza in corso, si nasconde dietro la statua di Stalin, abbracciandone una gamba. Si tratta di un'immagine fortemente simbolica che riflette i sentimenti della protagonista in quel momento. Lea è cresciuta in un paese guidato da Hoxha (al potere per oltre 40 anni) secondo le più ferree regole del socialismo reale, di impronta marxista-stalinista, un paese che proprio per le idee radicali di Hoxha non solo è lontano dal mondo occidentale, ma è uscito dal Patto di Varsavia dopo la svolta di Kruschev. Lea vive con i genitori, il fratello e la nonna Nini, che le ha insegnato fin da piccola il francese, lingua che la bambina non ama perché la rende diversa da tutti i suoi compagni. Lea non sa - perché i genitori e la nonna glielo nascondono - che sua nonna proviene da una famiglia aristocratica musulmana dell'impero ottomano, e che anche per questo la sua famiglia non è particolarmente ben vista dal regime di Hoxha e ha subito nel tempo anche alcune forme di persecuzione. Ignara di tutto ciò, Lea è invece un'entusiasta di Enver Hoxha e del mondo nel quale vive che - come a tutti i bambini - le appare il miglior mondo possibile, nonostante tutte le sue contraddizioni. L'inizio delle proteste di piazza e le crepe sempre più ampie che si aprono nel regime e nella società albanese mettono Lea di fronte a domande sempre più complesse e parzialmente senza risposta.
In pochi anni, dopo la fine del regime comunista e l'avvio della transizione sul piano politico ed economico, Lea intraprende il suo percorso di crescita, dovendo fare i conti con verità di cui non sospettava l'esistenza e una realtà sempre più confusa e complessa: l'attivismo politico della madre a favore di una società liberista, il socialismo incerto del padre e la sua imprevista e difficile carriera nel partito, le rivelazioni della nonna anche grazie a un viaggio a Parigi con Lea, i tantissimi amici e conoscenti emigrati in Italia o comunque scappati dall'Albania che in parte vengono rimpatriati e in parte fanno perdere le loro tracce, i cambiamenti sociali repentini e la difficoltà a dare un senso al passato e al presente. Intanto Lea diventa una giovane donna chiamata a costruire la propria visione del mondo, mentre l'Albania all'inizio del 1997 finisce nel caos - tra proteste e guerriglia armata nelle strade - a causa della rabbia collettiva esplosa dopo il fallimento delle imprese finanziarie nate alla fine del comunismo e la conseguente perdita di tutti i risparmi di oltre un terzo della popolazione. Mentre in Albania arrivavano le truppe italiane che capeggiavano l'Operazione Alba sotto l'egida dell'ONU allo scopo di riportare l'ordine e l'Italia di Romano Prodi attuava un blocco navale nell'Adriatico che determinò un grave incidente e la morte di 81 persone, Lea vive mesi difficilissimi chiusa in casa per paura di essere ammazzata per strada, con la madre e il fratello saliti al volo su una nave che li avrebbe portati in Italia, e il resto della famiglia (padre e nonna) rimasti in Albania, mentre lei si trova a decidere cosa fare del suo futuro.
Un libro scritto con grande maestria, appassionante più di un romanzo, che getta luce su un paese per noi vicinissimo e le cui vicende hanno avuto riflessi anche sulla storia italiana, ma di cui alla fine sappiamo poco (parlo per me ovviamente!) e quello che sappiamo non sempre corrisponde perfettamente alla prospettiva delle persone che quelle cose le hanno vissute. Lea Ypi non pretende di esaurire i punti di vista e le interpretazioni della storia albanese di quegli anni, però certamente offre numerosi spunti di riflessione sul concetto di libertà, oggetto di appropriazione di ideologie contrapposte, caratterizzato da numerose sfaccettature e ambiguità, le stesse che la piccola Lea si trovò ad affrontare a cavallo tra il socialismo reale del passato e la svolta liberista degli anni Novanta.
Un libro che fa venire mille curiosità e ci conferma ancora una volta - se ce ne fosse bisogno - quanto siamo chiusi nei nostri piccoli mondi e quanto facciamo fatica a capire le "vite degli altri", anche quelli con cui per una serie di circostanze incrociamo le nostre esistenze.
Consigliatissimo.
Voto: 4,5/5
Non ricordo più in quale podcast avevo sentito parlare di questo libro di Lea Ypi, ma non finirò mai di ringraziare chiunque sia stato a ispirarmi questa lettura perché Libera è un libro bello e importante.
Lea Ypi è è una filosofa albanese, nata a Tirana nel 1979, che attualmente insegna filosofia politica alla London School of Economics di Londra.
Il libro - scritto originariamente in inglese e che in Gran Bretagna ha vinto il Premio Ondaatje - è un memoir nel quale la Ypi racconta gli anni del suo passaggio dall'infanzia all'adolescenza e infine all'età adulta, ossia gli anni che vanno dal 1990-91 al 1997-98. Attraverso la propria storia personale, la Ypi ci conduce all'interno delle pieghe delle vicende storiche che hanno caratterizzato l'Albania di quegli anni, dall'eredità difficile del dittatore Enver Hoxha, alla fine della dittatura con le prime elezioni democratiche e l'avvio della transizione, fino alla fase della cosiddetta "anarchia albanese" del 1997. In quell'anno Lea Ypi terminava la scuola superiore e decideva di andare a studiare in Italia, alla Sapienza di Roma, con una borsa di studio.
Il libro comincia nel 1990 con Lea undicenne che di ritorno da scuola, per nascondersi dalle proteste di piazza in corso, si nasconde dietro la statua di Stalin, abbracciandone una gamba. Si tratta di un'immagine fortemente simbolica che riflette i sentimenti della protagonista in quel momento. Lea è cresciuta in un paese guidato da Hoxha (al potere per oltre 40 anni) secondo le più ferree regole del socialismo reale, di impronta marxista-stalinista, un paese che proprio per le idee radicali di Hoxha non solo è lontano dal mondo occidentale, ma è uscito dal Patto di Varsavia dopo la svolta di Kruschev. Lea vive con i genitori, il fratello e la nonna Nini, che le ha insegnato fin da piccola il francese, lingua che la bambina non ama perché la rende diversa da tutti i suoi compagni. Lea non sa - perché i genitori e la nonna glielo nascondono - che sua nonna proviene da una famiglia aristocratica musulmana dell'impero ottomano, e che anche per questo la sua famiglia non è particolarmente ben vista dal regime di Hoxha e ha subito nel tempo anche alcune forme di persecuzione. Ignara di tutto ciò, Lea è invece un'entusiasta di Enver Hoxha e del mondo nel quale vive che - come a tutti i bambini - le appare il miglior mondo possibile, nonostante tutte le sue contraddizioni. L'inizio delle proteste di piazza e le crepe sempre più ampie che si aprono nel regime e nella società albanese mettono Lea di fronte a domande sempre più complesse e parzialmente senza risposta.
In pochi anni, dopo la fine del regime comunista e l'avvio della transizione sul piano politico ed economico, Lea intraprende il suo percorso di crescita, dovendo fare i conti con verità di cui non sospettava l'esistenza e una realtà sempre più confusa e complessa: l'attivismo politico della madre a favore di una società liberista, il socialismo incerto del padre e la sua imprevista e difficile carriera nel partito, le rivelazioni della nonna anche grazie a un viaggio a Parigi con Lea, i tantissimi amici e conoscenti emigrati in Italia o comunque scappati dall'Albania che in parte vengono rimpatriati e in parte fanno perdere le loro tracce, i cambiamenti sociali repentini e la difficoltà a dare un senso al passato e al presente. Intanto Lea diventa una giovane donna chiamata a costruire la propria visione del mondo, mentre l'Albania all'inizio del 1997 finisce nel caos - tra proteste e guerriglia armata nelle strade - a causa della rabbia collettiva esplosa dopo il fallimento delle imprese finanziarie nate alla fine del comunismo e la conseguente perdita di tutti i risparmi di oltre un terzo della popolazione. Mentre in Albania arrivavano le truppe italiane che capeggiavano l'Operazione Alba sotto l'egida dell'ONU allo scopo di riportare l'ordine e l'Italia di Romano Prodi attuava un blocco navale nell'Adriatico che determinò un grave incidente e la morte di 81 persone, Lea vive mesi difficilissimi chiusa in casa per paura di essere ammazzata per strada, con la madre e il fratello saliti al volo su una nave che li avrebbe portati in Italia, e il resto della famiglia (padre e nonna) rimasti in Albania, mentre lei si trova a decidere cosa fare del suo futuro.
Un libro scritto con grande maestria, appassionante più di un romanzo, che getta luce su un paese per noi vicinissimo e le cui vicende hanno avuto riflessi anche sulla storia italiana, ma di cui alla fine sappiamo poco (parlo per me ovviamente!) e quello che sappiamo non sempre corrisponde perfettamente alla prospettiva delle persone che quelle cose le hanno vissute. Lea Ypi non pretende di esaurire i punti di vista e le interpretazioni della storia albanese di quegli anni, però certamente offre numerosi spunti di riflessione sul concetto di libertà, oggetto di appropriazione di ideologie contrapposte, caratterizzato da numerose sfaccettature e ambiguità, le stesse che la piccola Lea si trovò ad affrontare a cavallo tra il socialismo reale del passato e la svolta liberista degli anni Novanta.
Un libro che fa venire mille curiosità e ci conferma ancora una volta - se ce ne fosse bisogno - quanto siamo chiusi nei nostri piccoli mondi e quanto facciamo fatica a capire le "vite degli altri", anche quelli con cui per una serie di circostanze incrociamo le nostre esistenze.
Consigliatissimo.
Voto: 4,5/5
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