venerdì 23 ottobre 2026

Festa del cinema di Roma, 13-25 ottobre 2026 (Seconda parte)

Leggi anche la prima parte delle recensioni dei film della Festa del cinema 2026.

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Klara e il sole

Avevo letto qualche anno fa il romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro, apprezzando soprattutto il ritorno dello scrittore britannico alle atmosfere tra il distopico e il favolistico che caratterizzavano libri dome Non lasciarmi. Quando ho letto che l’adattamento cinematografico del romanzo era stato realizzato da Taika Waititi, per me legato alla straordinaria vitalità di Jojo Rabbit, ho pensato che potesse valere la pena vederlo.

La storia è quella di Klara (interpretata dalla brava Jenna Ortega), un robot umanoide creato per svolgere la funzione di amico artificiale (AA) e che, prima di essere dismesso, viene messo nella vetrina del negozio per darle un’ultima possibilità di essere acquistata. L’arrivo di Josie (Mia Tharia), che convince sua madre Chrissie (Amy Adams) a comprare proprio lei, segna l’inizio di una nuova fase della “vita” di Klara, che la porterà a confrontarsi con situazioni complesse e dal forte risvolto emotivo.

Nella recensione del romanzo ho dato la mia personale lettura della storia; qui invece mi preme dire qualche parola sul film. Quando sono uscita dalla proiezione, qualcuno dietro di me citava Il mago di Oz, e devo dire che quando ho sentito il riferimento non ho potuto fare a meno di pensare che fosse molto azzeccato, anche se a me durante la visione era venuta in mente soprattutto Amelie Poulain de Il favoloso mondo di Amélie, con cui Klara sembra condividere una naiveté insistita e inscalfibile.

La scelta di Taika Waititi mi è sembrata da diversi punti di vista (recitazione degli attori, scenografie e alcune scelte narrative) andare moltissimo nella direzione della favola, conferendo alla storia un tono più consolatorio e zuccheroso (testimoniato anche dal finale) di quello, decisamente più inquietante e sospeso, direi anche più filosofico, che avevo trovato nel romanzo di Ishiguro. Non che questa scelta mi sia completamente dispiaciuta, ma non sono del tutto convinta che tutti gli elementi su cui la storia spinge a riflettere siano adeguatamente supportati dal film di Waititi.

Voto: 3/5



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Fjord

A suo tempo avevo amato molto il film di Justine Triet Anatomia di una caduta, perché lo avevo trovato un interessantissimo esperimento sociale, capace con la propria sapiente narrazione di ingaggiare un confronto complesso e costruttivo con lo spettatore, senza dare risposte né proponendo interpretazioni.

Ebbene, seppure con accenti diversi, trovo che questa caratteristica - per me magnifica - appartenga anche al film di Cristian Mungiu Fjord, vincitore della palma d’oro all’ultimo festival di Cannes. Il precedente film del regista rumeno, Animali selvatici, anticipava – seppure in modo non pienamente riuscito secondo me – alcuni temi che ritroviamo in Fjord, in particolare le contraddizioni della nostra società, di fronte a una complessità sempre più irriducibile.

Questo tema trova in Fjord la sua apoteosi.

Tutto comincia con il trasferimento della famiglia Gheorghiu, formata dal capofamiglia Mihai (Sebastian Stan), dalla moglie Lisbet (Renate Reinsve) e dai cinque figli, dalla Romania a un paesino norvegese incastonato in un fiordo da cui originariamente proviene Lisbet. I Gheorghiu sono una famiglia di fede evangelista e sono molto devoti, e trovano subito accoglienza nella locale comunità evangelica. Tutto intorno però si muove un mondo che è molto lontano dai loro valori e che si muove nell’alveo di un approccio laico e progressista.

L’incontro tra questi due mondi, come spesso accade nei film di Mungiu, è destinato alla deflagrazione che accade quando un’insegnante nota dei lividi sul corpo della figlia adolescente Elia e, applicando alla lettera la prassi prevista dalle regole norvegesi, chiama in causa l’ufficio per la Tutela dei minori. Viene così avviata un’indagine che fa confrontare e scontrare due visioni del mondo.

Il fatto è che Mungiu spariglia le carte e non ci fa sedere comodamente sulle nostre convinzioni mettendoci di fronte a una realtà semplice, bensì ci chiama attivamente a metterci in discussione. Ci piacerebbe tantissimo dire chi ha ragione e chi ha torto, ma la sceneggiatura sta attentissima a muoversi su un crinale sottile e a non sbilanciarsi mai completamente né da una parte né dall’altra, cosicché per tutto il film di volta in volta, di fronte alle riflessioni dei protagonisti, ci troveremo a essere d’accordo con l’uno o l’altro indipendentemente dalla parte che rappresentano, e allo stesso modo non apprezzeremo comportamenti su entrambi i fronti.

Alla fine risulteranno odiose entrambe le rigidità e le rispettive intolleranze, e il disagio della situazione diventerà quella dello spettatore. Ad alleviare questo disagio sarà – e solo in parte – la figura di Mia, la vicina di casa che farà da avvocata alla coppia, che – come dice in un momento del processo – in qualunque situazione difenderebbe sempre le ragioni della minoranza. Ma il vero elemento capace di spaccare la contrapposizione frontale sarà l’amicizia tra le due ragazzine adolescenti, Noora, la figlia di Mia, ragazza ribelle ed educata con “metodi moderni”, e Elia, figlia educata da Mihai e Lisbet nel rispetto dei valori evangelici. La loro diversità, in un’età di costruzione della personalità e in cui le sovrastrutture ideologiche non sono ancora sedimentate, solo nel loro caso non si traduce in uno scontro e in un irrigidimento, bensì modella entrambe in direzioni se vogliamo impreviste e imprevedibili, e sicuramente arricchenti.

Non so se sono io che voglio leggere una piccolissima speranza nel finale – ossia che per fortuna i figli indipendentemente dal modello educativo possono e spesso vanno in altre direzioni – oppure è anche questa solo un’illusione.

Voto: 4/5



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Minotaur

Vincitore del Premio Speciale della Giuria all’ultimo festival di Cannes, Minotaur di Andrey Zvyagintsev arriva dopo quasi dieci anni dal suo ultimo film, Loveless. Questo nuovo film si presenta esplicitamente come il remake del film La femme infidèle di Claude Chabrol, ed effettivamente ne ripropone l’intreccio centrale.

Gleb (Dmitrij Mazurov) e Galina (Iris Lebedeva) sono una coppia altoborghese, con un figlio. Vivono in una bellissima villa immersa nei boschi e non lontano da un lago. Gleb è il dirigente di una grossa azienda che deve fronteggiare da un lato la fuga di un numero crescente di dipendenti che cercano di evitare la coscrizione obbligatoria, dall’altro la richiesta del Governo centrale di proporre una lista di 14 persone da mandare al fronte. In questo frangente già molto delicato, il rapporto tra Gleb e Galina è in crisi e Gleb scopre – grazie a un investigatore privato – che la moglie ha un amante.

Nel film di Zvyagintsev, com’è proprio di tutta la sua filmografia e qui forse in maniera ancora più incisiva, il dramma individuale si innesta nel dramma collettivo, ed evidentemente il Minotauro del titolo è quello Stato Leviatano (non a caso titolo di un altro suo film) a cui la società paga come tributo il sacrificio dei cittadini mandati in guerra.

In un certo senso, almeno per come l’ho interpretato io, lo stesso Gleb finisce per diventare un simbolo della Russia contemporanea, benestante ma che attraversa una profonda crisi, e che di fronte al tradimento di chi dovrebbe amarla, anziché comprenderne le ragioni e intervenire nel merito, sposta la propria rabbia sul nemico e con questa azione estrema punta a rinsaldare il rapporto, forse anche – almeno in parte – riuscendoci.

Il carattere politico del film è già esplicito nei primi minuti, ma si fa via via più evidente man mano che la narrazione procede e il regista dissemina qua e là elementi visivi e indizi sempre più numerosi ed evidenti.

Il rinsaldarsi della dimensione privata e di quella collettiva, e del Gleb persona e di quello simbolo di un’intera nazione si realizza nelle battute finali quando risulta evidente che lo stato Minotauro chiede, ma dà anche, in particolare alla parte più ricca di questa società, in quanto in cambio del sacrificio umano è in grado di garantire protezione. E di fronte alla propria salvezza personale qualunque scrupolo morale sembra fatalmente dissolversi.

Un affresco della Russia contemporanea senza semplificazioni, ma anche senza sconti per nessuno.

Voto: 3,5/5



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Lady

Il film della regista nigeriana Olive Nwosu racconta la storia di Lady, una giovane donna che vive nella baraccopoli di Lagos e che si mantiene facendo la tassista, una delle pochissime donne nella professione. Ma Lady ha imparato fin da bambina a cavarsela e sta mettendo da parte i soldi per trasferirsi a Freetown in Sierra Leone. La sua routine viene sconvolta dal ricomparire di Pinky, un’amica di infanzia che non vede da tempo, che ora fa la prostituta. A Lady viene offerto di fare da autista a un gruppo di sex workers, tra cui la stessa Pinky, guadagnando rapidamente molti soldi. Questa immersione nella vita notturna avrà sviluppi inattesi e cambierà le prospettive della protagonista.

Purtroppo devo dire che il film non mi è piaciuto: l’ho trovato ingenuo e semplicistico, mal recitato e nel complesso poco credibile a livello narrativo, sebbene sia stata comunque molto interessante questa immersione nelle strade e nella vita di Lagos.

Mi spiace sempre esprimermi in maniera così netta su qualcosa, tanto più se si tratta di un prodotto cinematografico che arriva da un paese poco presente nel panorama internazionale, e temo anche sempre che queste riflessioni siano viste come un’espressione di superiorità culturale. So però che non è così, e che rispetto ai film (come rispetto a molte altre cose) le mie valutazioni sono piuttosto libere da queste sovrastrutture. Spero che sia così anche in questo caso.

Voto: 2,5/5

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