Mai come quest’anno, forse perché sapevo già di non dovermi coordinare con nessuno, la programmazione dei film da vedere alla festa del cinema e l’acquisto dei biglietti sono stati tanto facili e veloci. I prezzi continuano ad aumentare, la commissione per l’acquisto di ogni singolo biglietto rimane alta e incide parecchio, e io continuo a scegliere i film in programmazione all’Auditorium, escludendo quelli il cui biglietto costa 30 euro che mi pare davvero un furto.
Alla fine vado al cinema quasi tutti i giorni di programmazione e vedo parecchi film, e la mia valutazione anche per quest’anno rimane positiva, sebbene prima o poi dovrò decidermi a partecipare a uno dei festival cinematografici più grandi, come ad esempio Venezia.
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Ceniza en la boca
Il primo film della mia festa del cinema di quest’anno è Ceniza en la boca del regista e attore messicano Diego Luna, che dice di aver amato il romanzo di Brenda Navarro da cui è tratta la sceneggiatura e di averlo vissuto in maniera molto personale.
In sala sono presenti il regista (e la sua compagna) nonché la bravissima protagonista del film, Anna Díaz, che si prendono il meritato applauso al termine della proiezione.
Ceniza en la boca è la storia di Lucila (Anna Díaz), la quale a quattordici anni vive, insieme a suo fratello più piccolo, Diego, l’abbandono della madre che scappa dalla casa dei genitori e si trasferisce in Spagna per costruire una vita diversa. Anni dopo, ritroviamo Lucila e Diego, parecchio più grandi, che vivono a Madrid con la madre e la compagna di lei, ma mal sopportano questa convivenza che porta la tara dell’abbandono consumato tanti anni prima. Lucila reagirà fuggendo a sua volta, verso Barcellona, per cercare – invero molto faticosamente – maggiore autonomia, mentre Diego farà i conti con un contesto al quale non si sente appartenere e che alla fine lo schiaccerà. Il ritorno in Messico di Lucila, nella casa dove ancora vivono i nonni, costringerà la ragazza a fare i conti con il senso di sradicamento, la difficoltà di sentirsi appartenere a qualunque luogo, e la perdita dell’unico vero e incrollabile affetto della sua vita, il fratello Diego.
La storia di Lucila – e per estensione di tutta la sua famiglia – è una classica storia di emigrazione determinata dall’impossibilità di vivere in un luogo difficile a livello soggettivo e oggettivo e dalla ricerca di una vita migliore, che poi si rivelerà altrettanto difficile e faticosa. Lo sradicamento è un dato comune a chi sceglie di andare via dal luogo in cui è nato, ma chi lo fa senza avere adeguati mezzi economici e possibilità si ritrova ovunque – come dice Diego in una scena del film – a tentare di sopravvivere e in molti casi a essere mal sopportato e rifiutato.
Il film di Diego Luna è formalmente ben fatto, e gli attori, soprattutto i due fratelli, sono molto bravi. Ho apprezzato anche la volontà di non dividere il mondo in buoni e cattivi, sottolineando le tante sfumature delle persone e delle relazioni; forse in alcuni passaggi avrei voluto più profondità, ma nel complesso mi è parso un film riuscito.
Voto: 3,5/5
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Fruit gathering
Fruit gathering è l’opera prima del regista birmano Aung Phyoe, e racconta la storia di San Kyi, una giovane operaia tessile che lavora in un capannone industriale alla periferia di Yangon, e di Theint Theint Oo, una sua collega con cui si crea un rapporto di solidarietà, poi di amicizia e infine di amore.
Le due ragazze però vivono in una società che non solo non prevede questa strada, ma che le mette di fronte alla prospettiva di un matrimonio combinato proposto dalle loro famiglie per garantire loro una futura sicurezza economica. Mentre San Kyi sembra non avere nessuna intenzione di piegarsi a questo destino già scritto e cerca un suo posto nel mondo, anche tentando di ritornare al villaggio rurale dal quale proviene – ma che il progresso sta praticamente spazzando via -, Theint Theint Oo sembra più preoccupata della propria sopravvivenza futura che della possibilità di rimanere fedele ai propri sentimenti.
In fondo è per vedere film come questi che si va ai festival del cinema, film che difficilmente troveranno la strada delle sale, ma che ci permettono di conoscere la cinematografia proveniente da paesi lontani e, attraverso di essa, di prendere contatto con la cultura e la società che rappresentano. Al contempo, vedere film così distanti dal nostro mondo e anche così poco presenti nella nostra esperienza cinematografica non è facile, innanzitutto perché bisogna fare i conti con un modo di narrare e di fare racconto visivo che non sempre ci risuona, in secondo luogo perché tanti riferimenti alla realtà di questi paesi ci sfuggono e, a meno che non ci vengano spiegati in maniera didascalica, risultano in parte stranianti.
È forse per questo che io ho trovato il film di Aung Phyoe molto faticoso e non sono riuscita praticamente mai a entrare in empatia con le protagoniste, che ho trovato quasi respingenti. Nondimeno il contesto del Myanmar – le grandi fabbriche, l’abbandono delle campagne, i tentativi di andare via, il patriarcato, la religione, l’assenza di diritti, il controllo governativo – mi è arrivato e mi è sembrato molto interessante, anche se, lavorando il regista per sottrazione, forse inevitabilmente, non tutto mi è risultato comprensibile.
Un film che ho sofferto, ma che sono comunque contenta di aver visto.
Voto: 2,5/5
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Eurotrash
Il film di Frauke Finsterwalder è tratto dall’omonimo libro di Christian Kracht, e racconta la storia di uno scrittore, Philip (Alexander Fehling), che – dopo aver incontrato per l’ultima volta suo padre e aver partecipato al suo funerale - torna in Svizzera dove abita sua madre, Helene (Barbara Sukowa), da sempre dipendente da alcol e psicofarmaci. Infatti, a casa della madre non trova nessuno perché lei è ricoverata in una clinica psichiatrica. Quando la madre gli chiede di portarla via dalla clinica, dopo qualche titubanza, Philip acconsente a questa idea folle e inizia così un viaggio altrettanto folle che attraversa città e valli della Svizzera, con il taxi guidato da Liliyel (Luna Wedler). Sarà l’occasione per madre e figlio di confrontarsi con i fantasmi del passato e di cercare una qualche forma di catarsi.
Detto così Eurotrash sembra quasi un film normale, ma in realtà la regista Finsterwalder sceglie – forse sulla scia del romanzo che però non ho letto – di raccontare questa storia con un registro e delle atmosfere che spaziano tra il grottesco, l’horror e lo splatter, e con dialoghi che si mantengono sempre sopra le righe, supportati dall’eccellente interpretazione dei due attori, in particolare Barbara Sukowa.
Dentro questo affresco a dir poco bizzarro passa una satira sociale tagliente che si rivolge in particolare alla società svizzera e alla contraddizione tra la sua immagine idilliaca e gli orrori che si nascondono sotto la superficie, contraddizione che il film rende palese e in qualche modo esaspera.
Eurotrash inquieta, fa ridere e fa riflettere al contempo, e già questo mi pare un ottimo risultato.
Voto: 3,5/5
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Tangles
Tangles è il film di animazione in bianco e nero diretto da Leah Nelson, e scritto insieme a Trev Renney e Sarah Leavitt, autrice del graphic novel da cui il film è tratto, Tangles: A Story About Alzheimer's, My Mother and Me.
Com’è più chiaro dal sottotitolo del fumetto, si tratta di una storia autobiografica che racconta un periodo della vita di Sarah, giovane lesbica che sta muovendo i primi passi nel mondo dell’illustrazione, la cui routine, tra lavoro nella redazione di una rivista queer a San Francisco e la storia d’amore con Donimo, viene sconvolta dalla scoperta dell’Alzheimer della madre. Iniziano così anni complicati, in cui, mentre la madre diventa sempre più bisognosa di supporto, gli equilibri familiari vengono sconvolti e Sarah è costretta a un continuo andirivieni tra San Francisco, dove vive, e il Maine, dove vivono i suoi genitori, fino alla decisione di trasferirsi per un periodo a casa dei genitori per stare vicina alla madre.
Si tratta di una storia già raccontata mille volte e con mille forme d’arte diverse, ed è in fondo sempre uguale nella sostanza, come sa bene chi ha attraversato questo tipo di situazione.
Però il film di Leah Nelson – e a questo punto ipotizzo anche il graphic novel, che però purtroppo non è ancora stato pubblicato in Italia – riesce ad essere sorprendente per quel mix di queerness, umorismo, empatia, riflessione che mi è parso davvero unico. Le sequenze dell’aereo che fa avanti e indietro tra San Francisco e il Maine con la voce degli assistenti di volo che, con il tono in cui di solito danno le comunicazioni ai passeggeri, commentano quanto accade a Sarah sono a dir poco esilaranti, così come ho trovato dirompenti le scene in cui si passa dal disegno realistico a un tratto da fumetto di genere per raccontare i passaggi più onirici o quelli che avvengono nella mente dei personaggi.
Io ho pianto e riso contemporaneamente dal primo all’ultimo minuto del film, ed è una cosa che mi accade davvero raramente. Certamente ha contribuito il fatto di aver vissuto una situazione in parte simile, però non è solo quello.
Tangles è un film di animazione fatto benissimo e che racconta i sentimenti e i punti di vista di ognuno in maniera sottile e rispettosa, sentendo addirittura il bisogno in premessa di ricordare che esso è il frutto dei ricordi della protagonista, e che altri potrebbero anche ricordare diversamente alcune cose. Perché l’esperienza non può che essere personale, e soprattutto in situazioni emotivamente complesse come queste ognuno le attraversa portando con sé tutto il proprio bagaglio di vita ed emotivo.
Io l’ho visceralmente amato.
Voto: 4,5/5
mercoledì 21 ottobre 2026
Festa del cinema di Roma, 13-25 ottobre 2026 (Prima parte)
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