sabato 19 agosto 2023

Barbie

Dopo averne sentito parlare praticamente da chiunque e averne letto sostanzialmente ovunque (con un meccanismo che ormai conosciamo piuttosto bene in quanto amplificato dai social), vado anche io a vedere il fenomeno cinematografico del momento, il film Barbie diretto da Greta Gerwig e scritto dalla stessa insieme a suo marito, Noah Baumbach.

Partirò da alcune premesse. La prima è che io, appassionata di cinema in sala, non posso che essere stupita e felice per il successo planetario di questo film che ha portato e riportato in sala tantissime persone, soprattutto giovani e giovanissimi, persino in un paese come l’Italia in cui i cinema d’estate tradizionalmente si svuotano e chiudono. E, se fosse anche solo questo, non potrei che esprimere un giudizio positivo nei confronti dell'operazione, pur sapendo che la conquista di questo pubblico potrebbe essere soltanto contingente e temporanea.

La seconda è che personalmente non posso esprimere un “giudizio” su questo film senza fare i conti con il passato cinematografico di Gerwig e Baumbach. I due, che sono una coppia nella vita e che spesso lavorano insieme anche nel cinema, sono tra gli autori e i registi più interessanti e raffinati della loro generazione (e non solo). Ho visto numerosi film di entrambi, e – pur avendo fatto tutti e due una scalata che li ha portati dal cinema indipendente e di nicchia al grande pubblico e al cinema mainstream – ritengo che la loro filmografia sia decisamente lodevole e intellettualmente significativa, anche quando il singolo film incontra meno i miei gusti. Per questo motivo non mi posso arrendere totalmente a chi liquida Barbie come un filmetto divertente o poco più.

Tutto ciò premesso, non penso affatto che ci troviamo di fronte a un capolavoro e probabilmente se non ne stesse parlando tutto il mondo scriverei serenamente una delle mie tantissime recensioni, riconoscendo pregi e difetti del film, ma senza troppe pi**e mentali.

Non sono una grande conoscitrice dell’universo di Barbie: ho avuto da bambina un paio di Barbie e un Ken, ma accessori e varianti della bambola li ho conosciuti solo indirettamente, attraverso la mia amica di infanzia che invece era una appassionata e una collezionista. Partendo da questa mia parziale conoscenza mi sembra che la costruzione di Barbieland sia davvero notevole, sia sul piano materiale (case, macchine, oggetti, paesaggi ecc.) sia sul piano concettuale (un mondo nel quale – come recita la locandina – "Barbie può essere tutto, mentre Ken è solo Ken").

Nel momento in cui Barbie (e l’infiltrato Ken) compie il suo viaggio nel mondo reale per comprendere chi le sta suscitando pensieri di morte (totalmente estranei al mondo di Barbie), la natura del film e il suo intento diventano via via più palesi, e spesso il messaggio “femminista” è oggetto di tirate didascaliche e invero un po’ stucchevoli. È forse anche per questo che il personaggio di Ken (magnificamente interpretato da Ryan Gosling) finisce per diventare più interessante e ben presto ruba la scena a Barbie (la bravissima Margot Robbie).

Gerwig e Baumbach si sono dunque improvvisamente votati alla semplificazione e hanno perso la loro raffinatezza e profondità? Oppure la presenza di Mattel come produttore del film ha finito per annacquare o sporcare in qualche modo le intenzioni degli autori?

Io sinceramente non credo in nessuna delle due intepretazioni e voglio pensare che i due abbiano scelto volutamente un registro e una modalità comunicativa che potessero raggiungere realmente tutti, sapendo fin dal principio di stare realizzando il film più mainstream della loro carriera e di rivolgersi a un pubblico molto più ampio di quello a loro più affezionato. Ed è dunque per questo che la critica al patriarcato è così smaccata e la metafora femminista così priva di sfumature e di complessità, perché deve arrivare come un treno in faccia a tutti, e non far riflettere chi su questi temi è già sensibile.

Non so ovviamente quanto questa strategia possa funzionare, non tanto in termini di pubblico quanto in termini di diffusione reale del messaggio, ma mi sembra già interessante l’effetto che il film ha in molti casi sugli esseri umani di sesso maschile che lo vanno a vedere. Mentre alle donne il film può piacere o no, ma a seconda del loro punto di vista possono empatizzare con la crisi esistenziale di Barbie o con la condizione dei Ken, gli uomini ne escono scocciati e destabilizzati (parliamo sempre di un certo tipo di uomini), in quanto questo film non offre loro nessuna figura maschile alla quale aggrapparsi, non in Barbieland e nemmeno nel mondo reale. E questa è una condizione decisamente nuova e forse un po’ fastidiosa nella quale trovarsi.

In conclusione, mi pare che Barbie qualche merito – cinematografico e non solo – lo abbia, ma per me personalmente non resterà memorabile: non sono tra quelli che si sono piegati in due dalle risate (sebbene alcune cose mi abbiano fatto ridere e sorridere) e ne vedo pienamente il risvolto di marketing che rischia in parte di ridurre la portata dell’intento se non addirittura di determinare una specie di eterogenesi dei fini.

Menzione speciale per coreografie e colonna sonora.

Voto: 3/5



giovedì 17 agosto 2023

Piano piano

È il 1987, l'anno dello scudetto del Napoli. Anna (Dominique Donnarumma) ha 13 anni e si affaccia all'adolescenza (esattamente come me a quella data). Vive con sua madre in un quartiere di Napoli, un vero e proprio borgo che si sviluppa intorno a una piazza centrale e che - trovandosi sul percorso previsto del nuovo viadotto - deve essere abbattuto e le famiglie ricollocate altrove. La madre di Anna (Antonia Truppo) non vede l'ora di andar via da questo microcosmo soffocante, mentre le altre famiglie si oppongono strenuamente alla rilocalizzazione. Anna, con fare proprio di un'adolescente, va in direzione uguale e contraria a quella della madre, e osserva con morboso interesse il mondo circostante, in particolare i movimenti che riguardano Ciro (Massimiliano Caiazzo), factotum del boss locale don Gennaro (Lello Arena), e Peppino (Giuseppe Pirozzi), un ragazzo della sua stessa età che viene incaricato di occuparsi di un forestiero misterioso (Antonio De Matteo), giunto non si sa bene con quale scopo.

In questo momento così cruciale nella vita di Anna e dell'intera comunità, la ragazza sperimenta i primi turbamenti amorosi, fa i conti con il desiderio e gioca a fare l'adulta con l'ingenuità di una ragazzina.

Gli eventi prenderanno però una piega estremamente pericolosa, all'esito dei quali Anna avrà definitivamente abbandonato il mondo dell'infanzia per fare i conti con quello che l'aspetta.

L'esordio cinematografico di Nicola Prosatore (già noto per la serie su Wanna Marchi) è un classico romanzo di formazione, incastonato all'interno di un momento particolare della storia della città di Napoli e di una vicenda che non solo metaforicamente è destinata a spazzar via il mondo che Anna ha conosciuto fino a quel momento. Nella sequenza finale - con la sua carica liberatoria e catartica - anche la ragazza chiude un capitolo della sua vita e inizia a guardare avanti.

Il film di Prosatore - presente alla proiezione nell'ambito dello Sgarbatellum 2023, una rassegna curata da Alessandro Piva per l'arena Garbatella - ha il suo punto di forza in un cast di grande credibilità ed efficacia, a partire dai ragazzi fino ad arrivare agli adulti. Da un punto di vista narrativo è efficace, sebbene qua e là pecca di qualche semplificazione eccessiva, e anche il sostanziale lieto fine lascia un pochino perplessi. D'altra parte, sul piano della regia, della fotografia (molto bella!) e del montaggio è stato fatto un ottimo lavoro che non passa certamente inosservato.

Voto: 3/5


martedì 15 agosto 2023

Il supplente

Apparentemente il film di Diego Lerman, Il supplente, si inserisce nel già ricco filone di film di ambientazione scolastica, film che normalmente hanno una trama con parecchi punti di contatto e un'evoluzione piuttosto prevedibile. Tendenzialmente si tratta di film ambientati in scuole di periferia, ovvero in contesti difficili; di solito il professore protagonista è nuovo della scuola e il suo primo impatto con gli studenti è molto difficile; normalmente poi accade qualcosa per cui c'è una svolta nel rapporto professore-studenti che permette una chiusura con un finale edificante.

Ebbene, Il supplente sta sostanzialmente dentro questi elementi narrativi. Ma se fosse solo questo dovremmo derubricarlo come l'ennesimo film del genere e limitarci a un tiepido apprezzamento.

In realtà il film di Lerman ha diversi elementi interessanti e originali, che ne fanno un prodotto di valore.

Innanzitutto l'ambientazione: siamo nella cinta periferica di Buenos Aires, in un quartiere in cui si mescolano persone e famiglie in condizioni socio-economiche molto diverse, da una media borghesia in buone condizioni e con un livello culturale medio-alto fino ad arrivare a famiglie dignitose ma che vivono in case di lamiera e a famiglie devastate, coinvolte nelle guerre tra bande e nello spaccio e consumo di droga. Nella classe dove va a insegnare Lucio (Juan Minujín) la parte più debole della popolazione del quartiere è ampiamente rappresentata.

Il secondo e per me più importante elemento di interesse è la figura di Lucio, che mi sembra il vero cardine del racconto e l'oggetto di analisi del regista. Personalmente ho interpretato il film come un vero e proprio romanzo di formazione, in cui per una volta il coming of age non riguarda un adolescente ma un presunto adulto, Lucio appunto. Quando all'inizio facciamo la conoscenza di Lucio capiamo che si tratta di una persona chiusa nel suo mondo e piuttosto autoreferenziale: è separato dalla moglie ed è l'ultimo a capire che lei sta con una donna, non va d'accordo con il padre malato di cancro, non ascolta la figlia dodicenne che continua a rappresentargli esigenze diverse, si capisce che ha frustrazioni lavorative e ambizioni deluse in ambito letterario, si attacca alla letteratura e alla poesia per non fare i conti con la realtà. Non a caso la prima parte del racconto sembra far fatica a carburare, esattamente come Lucio che probabilmente vorrebbe nascondersi da qualche parte con un libro e non dover affrontare niente di quello che lo aspetta. L'incontro con i ragazzi della sua classe - difficili, ma cresciuti in fretta - innescherà in Lucio un processo di consapevolezza che lo porterà infine a prendere in mano la sua vita e a metterne in ordine un po' di pezzi.

Ovviamente si rischia un po' di semplificazione - come appare evidente nella parte finale del film - ma il racconto tiene viva l'attenzione e cattura lo spettatore con intelligenza.

Infine, un apprezzamento vorrei farlo anche sul piano stilistico. Mi pare che Lerman faccia corrispondere all'evoluzione del personaggio anche delle scelte tecniche: nella prima parte del film il fatto che il personaggio di Lucio sia chiuso in una specie di bolla emerge anche dal fatto che si trova spesso dietro un vetro, si intravede attraverso quinte di vario genere, e addirittura il sonoro che gli arriva risulta ovattato (ad esempio nella scena in cui va da suo padre ed esce dalla macchina, ma i suoni sono sempre interni). Man mano Lucio esce allo scoperto e anche cinematograficamente la sua figura e la sua voce si impongono sullo schermo senza filtri.

Voto: 3,5/5


domenica 13 agosto 2023

Perfect days

Per completare la mia full immersion estiva nella rassegna Cannes Mon Amour vado a vedere l'ultimo film di Wim Wenders (che è presente nella rassegna anche con il documentario Anselm).

Non ho grandissime aspettative (non sono strettamente una cultrice di Wenders), ma mi incuriosisce l'ambientazione giapponese e così trascino la mia amica G. a vederlo.

Wenders - supportato alla sceneggiatura da Takuma Takasaki e chiaramente ispirandosi al cinema di Ozu - ci racconta la vita semplice di Hirayama (Kôji Yakusho), un uomo di una sessantina d'anni che vive in un piccolissimo appartamento, non lontano dallo Sky Tree (la torre delle telecomunicazioni che è uno dei simboli della città), e lavora come pulitore delle toilettes pubbliche per l'azienda cittadina.

La sua routine si ripete identica ogni giorno: si sveglia all'alba al suono della ramazza di una vicina che spazza per strada, si lava, si taglia i baffi, si rade, cura le sue piantine, si mette gli abiti da lavoro, prende un caffè al distributore che c'è fuori dalla sua casa e si mette in macchina per andare a lavorare. In macchina ascolta le sue cassette di musica degli anni Settanta (Patty Smith, Lou Reed, The Animals, The Kinks, che vanno tutti insieme a comporre una splendida colonna sonora), mentre attraversa la città per raggiungere tutte le toilettes a lui assegnate. Svolge il suo lavoro con un'attenzione e una cura ammirevoli, poi mangia un panino al parco dove scatta qualche fotografia agli alberi e alla luce che li attraversa con la sua macchina fotografica analogica, poi terminato il turno di lavoro, torna a casa, prende la bicicletta, va a lavarsi ai bagni pubblici, poi va a mangiare in una tavola calda e prima di dormire legge i romanzi (Faulkner, Highsmith) che compra sempre nella stessa libreria. La notte trasfigura in immagini in bianco e nero, piene di luci e ombre, quello che ha vissuto durante la giornata. Il fine settimana Hirayama segue un'altra routine che però anche quella si ripete ogni fine settimana.

E Wenders non fa altro che seguire quest'uomo nelle sue giornate meticolosamente tutte uguali cogliendo le espressioni del viso e i sentimenti che lo attraversano, e che solo raramente Hirayama traduce in parole. Nel frattempo osserviamo queste straordinarie toilettes, una diversa dall'altra, piccole opere di mirabile architettura (non a caso elencate con i relativi autori nei titoli di coda del film), luoghi di passaggio e di utilità per i cittadini, ma universo di senso per Hirayama.

Per la prima ora sembra quasi di assistere a un documentario muto (tra l'altro girato in 4:3), dove non succede quasi nulla, se non lo scorrere di una vita che si ripete ossessivamente uguale tutti i giorni. Detto così, si potrebbe pensare che il film di Wenders è di una noia mortale, e invece la vita di Hirayama ci cattura e ci conquista per il suo essere intrisa di una insospettabile e inattesa pienezza e tenerezza, di una forma di gioia fatta della capacità di apprezzare le piccole cose di tutti i giorni e di osservare con occhio attento e benevolo il mondo che lo circonda. Hirayama non è un uomo del presente - la sua vita sembra essere congelata in un passato non lontanissimo, ma di certo superato - però vive pienamente nel presente, perché come dice alla sua adorata nipote "Il presente è presente, la prossima volta è la prossima volta".

È l'arrivo di questa nipote che non vede da tempo a innescare un movimento all'interno della trama e a far intravedere - seppure in controluce - i dolori del passato che Hirayama si è lasciato alle spalle (una sorella con cui non ha più rapporti), e un ulteriore parziale smottamento della routine si produce quando un fine settimana l'uomo va al locale dove va tutti i fine settimana, gestito da una donna che ha un debole per lui, e lo trova chiuso, salvo poi assistere a una scena inaspettata.

Si tratta però solo di piccole increspature nella malinconia agrodolce di una vita semplice e di un personaggio che avresti voglia di abbracciare a più riprese, e alla cui vita - per quanto lontana dalla nostra - aderiamo con trasporto e tenerezza.

Il film di Wenders si conclude, al termine dei titoli di coda, con la parola "komorebi", che è la parola giapponese che indica "la luce che filtra tra le foglie degli alberi, un momento breve, ma intenso, che esprime uno stato d’animo, una sensazione che è sfuggente, come i raggi di sole che filtrano tra le foglie degli alberi di un bosco", e forse in questo termine c'è il senso di questo racconto, e probabilmente della nostra stessa vita.

Voto: 4/5


venerdì 11 agosto 2023

The old oak

A Ken Loach voglio molto bene. Per me si tratta di uno dei pochi registi che - insieme al suo sceneggiatore Paul Laverty - non ha mai smesso nel tempo di denunciare le storture e le disuguaglianze del nostro sistema economico-sociale, a partire da una riflessione sul passato e dal tentativo di comprendere il presente, accendendo via via i riflettori su temi nuovi e diversi, ma in qualche maniera riconducibili al tema di fondo del suo cinema, che è un cinema squisitamente politico e sociale.

Con The old oak Loach ci porta a Durham, nel nord dell'Inghilterra, cittadina di medie dimensioni con un passato minerario alle spalle, ma che - dopo la chiusura delle miniere - ha progressivamente vissuto un processo di impoverimento, soprattutto nei ceti sociali di per sé più deboli.

Il film inizia il giorno in cui a Durham arriva un pullman che porta in città un gruppo di rifugiati siriani, tra cui la famiglia di Yara (Ebla Mari), una giovane che ha imparato l'inglese nei campi profughi e ha la passione della fotografia. Yara arriva con madre e fratelli, mentre il capofamiglia è rimasto in Siria senza che se ne abbiano notizie.

Tra gli abitanti di Durham serpeggiano malcontenti e frustrazioni che trovano nel pub The old oak il loro luogo preferito di sfogo, alla presenza del proprietario e gestore del pub, TJ Ballatine (Dave Turner), e che quasi inevitabilmente finiscono per catalizzarsi su questa presenza estranea in città, innescando reazioni di vario genere.

Ben presto TJ - che pure vorrebbe mantenere una posizione neutrale anche perché non può permettersi di rinunciare ai clienti abituali del pub - fa amicizia con Yara e con la sua famiglia, e decide di prendere posizione, mettendo a disposizione una sala del suo pub dove verranno organizzate cene gratuite aperte a tutti, persone del luogo e rifugiati. Tra alti e bassi, successi e fallimenti, il percorso di avvicinamento e conoscenza andrà avanti e sarà nella condivisione del dolore di una perdita che troverà il suo momento di vero riconoscimento reciproco.

Il tema trattato da Loach e Laverty è ovviamente di scottante attualità in un mondo occidentale sempre più barricato e chiuso in sé stesso, nel quale la strategia della "guerra tra poveri" è quasi programmatica, e sembra ripetersi con caratteristiche simili in paesi diversi (non a caso il film di Loach mi ha ricordato l'ultimo di Mungiu, Animali selvatici).

In questo senso, si tratta di un tema necessario e che bene ha fatto Loach a portare sul grande schermo, sebbene da questi film si esca sempre con una sensazione di amarezza e di impotenza e con l'idea che poco si possa fare per scalfire una tendenza diffusa e sovranazionale.

Oltre a questa non certo bella sensazione, il film di Loach mostra, secondo me, anche qualche difetto cinematografico, in particolare uno sviluppo un po' meccanico della narrazione (anche per effetto di un montaggio un po' old style), che si traduce in una tendenziale semplificazione e qualche rischio di buonismo. Alla fine, di fronte alla storia raccontata non si può rimanere indifferenti, ma al vaglio della ragione è inevitabile sviluppare qualche perplessità e insoddisfazione.

Ciò detto, ben vengano i film di Ken Loach e il suo sempre meno popolare e condiviso punto di vista sul mondo, perché penso che ora e sempre ne avremo bisogno.

Voto: 3/5


mercoledì 9 agosto 2023

Figlio unico / Wang Ning; Ni; Xu; Qin

Figlio unico / Wang Ning; Ni; Xu; Qin. Bologna: Oblomov, 2021.

L'albo pubblicato da Oblomov è la raccolta di tre racconti a fumetti, frutto della ricerca condotta da Wang Ning in giro per la Cina allo scopo di indagare le conseguenze della politica del figlio unico, portata avanti dal 1979 al 2016.

In particolare, Wang Ning si concentra sulla situazione di famiglie che, costrette ad avere un solo figlio, lo hanno poi perso e si sono ritrovate e piangere un dolore infinito e insensato.

Le tre storie qui presentate sono ovviamente solo la punta dell'iceberg e, come ci racconta nell'introduzione Wang Ning, sono solo alcune tra quelle che lui ha raccolto, ossia quelle i cui protagonisti hanno accettato non solo di raccontare le loro vicende, ma anche di pubblicarle in un libro.

La prima, Una vita in solitudine, racconta di due genitori il cui bambino scompare senza lasciare tracce e che si rifiutano di accettarne la morte (che consentirebbe loro di fare un altro figlio). I due non smetteranno mai di cercarlo, fino al punto di opporsi all'abbattimento della loro casa in un quartiere dove è in corso una importante ricostruzione per evitare che il loro figlio non li trovi più lì, qualora dovesse tornare da loro.

La seconda storia, L'amore continua, parla di due genitori che - dopo la morte del figlio in un incidente - hanno avuto una seconda figlia, in cui vedono (o si illudono di vedere) un legame di continuità con il precedente, come forma di sopravvivenza al dolore.

Nel terzo racconto, L'ultimo desiderio, la protagonista è la madre di una bambina nata con una forma tumorale rara che non le consentirà di sopravvivere a lungo.

Si tratta di storie vere e strazianti, la cui forza emotiva è affidata ai disegni di tre giovani fumettisti cinesi, Ni Shaoru, Xu Ziran e Qin Chang, a cui Wang Ning, fondatore della Total Vision, un'agenzia di promozione nel mondo di artisti cinesi del fumetto e dell'animazione, ha offerto con questo albo un'importante occasione per mostrare il loro talento.

Libro interessante per approfondire un mondo che - nonostante tutto - conosciamo ancora solo superficialmente, e con il quale - al di là delle differenze storiche e culturali - riusciamo a entrare in contatto emotivo grazie ai sentimenti universali dei singoli.

Voto: 3,5/5

lunedì 7 agosto 2023

Fallen leaves

All'uscita dalla sala, dietro di me una donna dice qualcosa - presumibilmente in finlandese - e poi aggiunge in italiano rivolgendosi a degli amici: "Così non va bene, perché poi pensano [immagino chi visita la Finlandia] che Helsinki sia così!"

Lì per lì sono rimasta molto colpita da questo commento e mi ha fatto pensare a quando noi italiani ci vediamo rappresentati come "sole, pizza e mandolino" e ci incavoliamo. Poi però ho pensato che non è esattamente la stessa cosa: Kaurismäki è un regista finlandese e da diversi decenni il suo cinema si ispira a una precisa poetica sia dal punto di vista estetico che dei contenuti. I film di Kaurismäki - dai primi degli anni Ottanta fino a quelli più recenti - sembrano sempre ambientati negli anni Cinquanta o comunque in un mondo sospeso nel tempo, in cui si mescolano riferimenti temporali del passato e del tempo recente.

Nel caso specifico di Fallen leaves Kaurismäki torna a un tema a lui molto caro e già trattato in passato: l'avvicinamento tra due solitudini, il nascere di un sentimento tra due perdenti (a loro modo adorabili!) che la società ha in qualche modo marginalizzato: si tratta di Ansa (Alma Pöysti), commessa di un supermercato, che viene licenziata per avere rubato un panino scaduto e che vive da sola in un monolocale, e Holappa (Jussi Vatanen), un operaio che lavora in uno dei tanti cantieri della città e ha il vizio dell'alcol.

Intorno a loro personaggi più o meno grotteschi e surreali, che si fanno amare o odiare a seconda dei casi, e un mondo in parte decisamente retro (vedi i locali che i protagonisti frequentano, la musica che ascoltano e cantano, le radio e i telefoni che usano, i manifesti dei film appesi fuori dal cinema dove Ansa e Holappa vanno a vedere The dead don't die di Jim Jarmusch), in parte in rapida trasformazione (vedi le visioni dall'alto dei cantieri dove lavora Holappa che mostrano una città fortemente in crescita).

E forse è proprio di questa contrapposizione che vive la poetica di Kaurismäki, ossia quella tra un mondo che va freneticamente avanti e una parte di umanità che resta indietro, portando con sé contraddizioni di vario genere. Il progresso del mondo circostante è fatto non a caso di sfruttamento, disuguaglianze, egoismo, guerre e violenze (dalle radio - anch'esse retro - escono continuamente notizie degli attacchi ai civili nella guerra tra Russia e Ucraina), mentre l'umanità che i suoi film mettono al centro è certamente problematica, ma capace ancora di una generosità e di una sensibilità che creano nello spettatore uno sguardo benevolo ed empatico.

Come al solito, nei film di Kaurismäki si ride, si sorride, ci si immalinconisce, ci si intenerisce e un po' ci si indigna anche.

E secondo me la spettatrice finlandese può stare tranquilla: non pensiamo che quella rappresentata da Kaurismäki sia la Finlandia o la Helsinki di oggi (che io personalmente anzi immagino molto all'avanguardia e tecnologica), però è bello perdersi per un paio d'ore nel suo mondo buffo, surreale ma anche fatto di realtà, anche se non strettamente realistico.

Voto: 3,5/5


venerdì 4 agosto 2023

May December

Con May December Todd Haynes torna a quella che secondo me è la sua vena più autentica o quanto meno quella che produce il suo cinema migliore, ossia si muove dalle parti di Lontano dal paradiso (con cui non a caso condivide la protagonista Julianne Moore) e anche di Carol.

Si tratta, in tutti e tre i casi, di storie che indagano lo scarto tra la morale borghese e i sentimenti individuali e che analizzano la risposta emotiva e psicologica dei singoli a situazioni che li espongono al giudizio sociale.

In May December (espressione che fa riferimento a una coppia nella quale c'è una grande differenza di età tra i due partner) Haynes - ispirandosi alla storia vera di Mary Kay Letourneau - ci fa entrare nella famiglia Atherton-Yoo, formata da Gracie (Julianne Moore) e Joe (Charles Melton) e i loro figli. Oltre vent'anni prima i due erano stati protagonisti di un grosso scandalo, dopo essere stati scoperti - lui ancora tredicenne, lei madre di famiglia - a fare sesso nel retro del magazzino del negozio dove Gracie lavorava. Dopo la prigione e il raggiungimento della maggiore età di Joe, i due si erano sposati e avevano legalizzato la loro unione, da cui nel frattempo erano nati tre figli, una ragazza e due gemelli. Nel presente raccontato dal film, quella di Gracie e Joe è una famiglia modello, ben inserita nella piccola comunità di Savannah dove vivono.

A smuovere la superficie di questa famiglia che sembra aver trovato un mirabile equilibrio nonostante la difficile partenza è l'arrivo di Elizabeth (Natalie Portman), un'attrice che interpreterà Gracie in un film di cui stanno per iniziare le riprese e che ha chiesto di poter conoscere Gracie e la sua famiglia per meglio indirizzare la sua interpretazione.

Ben presto la vita perfetta degli Atherton-Yoo, fatta di barbecue con gli amici, dolci sfornati da Gracie per i vicini, figli che stanno per diplomarsi con successo, manifestazioni di affetto in pubblico, comincia a mostrare il suo lato oscuro e nascosto, rispetto al quale la apparentemente gentile Elisabeth assume un atteggiamento via via più cinico e morboso, favorendo l'innescarsi di una serie di azioni a catena.

Todd Haynes costruisce questo dramma sociale e psicologico come fosse un vero e proprio thriller (basti ascoltare la musica già sui titoli di testa), disseminando qua e là indizi talvolta piuttosto espliciti, altre volte ambigui e passibili di interpretazioni differenti.

A poco a poco diventa evidente che la storia tra Gracie e Joe ha inevitabilmente generato storture e compressioni psicologiche, condannando molte persone all'infelicità, a partire dagli stessi protagonisti fino ad arrivare ai loro figli, e alle famiglie di provenienza. E in questo campo di battaglia Elizabeth si muove come una falena attirata dalla luce.

La bravura di Haynes sta nell'evitare di tracciare confini netti tra il bene e il male: non ci sono buoni e cattivi tagliati con l'accetta, non ci sono vittime e carnefici una volta per tutte. Ognuno dei protagonisti di questa storia risponde come meglio può a una vicenda decisamente abnorme, un flagello che ognuno a suo modo ha cercato di normalizzare raccontandosi la propria storia e spesso perdendo di vista la realtà. Il personaggio certamente più conturbante e complesso è quello di Gracie, donna fragile con l'ossessione del controllo, ma anche dotata di una straordinaria capacità di seduzione e manipolazione.

Dentro una confezione che appare fin troppo retrò per gli anni in cui la storia è ambientata (è il 2016 ma Haynes sceglie di raccontarcela con immagini molto "rumorose"), il regista propone un dilemma morale senza tempo che ci interroga ma non ci dà risposte nette né elementi informativi sufficienti. Ognuno è dunque chiamato a costruirsi il proprio punto di vista, ma sapendo di non avere certezze suffragate integralmente dai fatti.

Avrei forse evitato alcune scelte narrative che dal mio punto di vista sono metafore troppo smaccate e banali: ad esempio, Joe che alleva farfalle monarca e che - nel momento in cui acquista consapevolezza di una vita che non ha scelto - decide di far spiccare il volo ad una di esse appena uscita dalla crisalide mi è sembrata una scelta invero un po' stucchevole.

Per il resto ottimo film, attori perfetti e molto in bolla.

Voto: 3,5/5

mercoledì 2 agosto 2023

Il grano in erba / Colette

Il grano in erba / Colette. Milano: Adelphi, 2011.

Il grano in erba è il romanzo che Colette pubblicò a puntate su “Le Matin”, ma la cui pubblicazione fu interrotta a causa del tema scabroso per l’epoca. Protagonisti di questo romanzo sono Vinca, quindicenne, e Phil, sedicenne, due amici di infanzia che da sempre ogni estate si ritrovano sulla costa bretone dove le rispettive famiglie trascorrono le vacanze.

Quest’estate però non sarà come tutte le altre: i due ragazzi sono infatti nel momento della transizione - anche dolorosa - che li porterà dall’infanzia all’età adulta, e ne sono perfettamente consapevoli. Quella che era un’amicizia infantile nella quale il fatto di essere un maschio e una femmina contava molto meno della condivisione dei giochi e delle attività si trasforma in un rapporto più sfuggente e ambiguo, che Vinca e Phil da un lato rifuggono nell’estremo tentativo di mantenersi attaccati all’infanzia, dall’altro desiderano per sancire l’inizio di una vita futura che li affascina e li terrorizza.

La naturalezza dei comportamenti che da sempre ha caratterizzato i loro rapporti si trasforma in una specie di duello costante in cui entrambi sperimentano il sottinteso e il non detto, e sono vittima e responsabili di fraintendimenti e allontanamenti.

Quando Phil diventa oggetto dell’interesse della signora Dallerey (ben più grande di lui) che ha preso in affitto una casa non lontana, il ragazzo è combattuto tra il desiderio di sperimentare e la paura dell’ignoto, mentre Vinca – pur tenuta all’oscuro – percepisce che tutto sta cambiando, e che l’amicizia, trasformatasi in amore, non è più semplicemente fonte di spensieratezza e felicità, ma anche di gelosie e dolore.

Di fronte all’emergere della verità, i due giovani affronteranno insieme questo passaggio cruciale e dagli esiti non certo scontati. Intorno un mondo di adulti che, consapevolmente o inconsapevolmente – non lo sapremo mai - sembra non accorgersi minimamente di quello che sta accadendo (i ragazzi non a caso li chiamano Ombre).

Com’è normale che sia il romanzo che tanto scandalo destò all’epoca per noi contemporanei ha poco di scandaloso, anche se qualche benpensante e ipocrita potrebbe storcere il naso di fronte alla relazione estiva tra il minorenne Phil e la signora Dallerey, che seduce volontariamente il ragazzo e come compare all’improvviso così scompare senza salutare.

Colette dimostra però una capacità sopraffina di scandagliare l’animo di questi adolescenti e rende vivi e profondamente reali i loro sentimenti, la loro ingenuità, la loro incapacità, la loro cattiveria, e tutte quelle cose che si è in adolescenza, cose che non si è in grado di padroneggiare e che producono molta sofferenza.

Un romanzo che avevo deciso di leggere per la sua ambientazione bretone (che Colette descrive con attenzione, soprattutto in riferimento alla flora e alla fauna), ma che mi ha conquistata in maniera molto più ampia e complessa.

Voto: 3,5/5