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martedì 21 luglio 2026

Cannes a Roma: Sheep in the box, Gentle monster, Coward, Histoires de la nuit

Sheep in the box

Con il suo ultimo film presentato a Cannes, Hirokazu Kore'Eda fa un ulteriore passo avanti nella sua indagine sul concetto di famiglia e sui legami “di sangue”. E lo fa spostando lo sguardo su un futuro non troppo lontano, che agli occhi del regista giapponese è favola e distopia al tempo stesso.

In questo futuro, un drone consegna dei pacchi a casa di Otone (Haruka Ayase) e Kensuke (Daigo), una coppia di genitori che da non molto ha perso il figlio di 7 anni, Kakeru, in un incidente la cui dinamica rimane piuttosto oscura.

Tra questi pacchi c'è un invito della società Rebirth a partecipare a una presentazione dei loro prodotti. La società è specializzata nella realizzazione di umanoidi la cui apparenza può essere resa identica a quella della persona morta, ma che in quanto macchine non possono avere contatti con l’acqua, non mangiano e necessitano di essere ricaricati.

Inizialmente i due genitori sono scettici rispetto a questa possibilità, ma dopo essere andati alla presentazione decidono di ricevere a casa il loro Kakeru (Rimu Kuwaki).

La relazione con l’umanoide produrrà conseguenze in parte prevedibili, in parte inattese, costringendo Otone e Kensuke, e di conseguenza lo spettatore, a una riflessione cui forse non siamo ancora preparati e per la quale non abbiamo ancora nemmeno il linguaggio. Una macchina che assomiglia a noi, ma che è fatta di circuiti e software, ha qualcosa di paragonabile ai sentimenti? Che relazione ha con gli altri umanoidi come lui? Ha un pensiero autonomo che prescinde dall’essere umano?

Kore’Eda ci proietta in un mondo che ci attende dietro l’angolo e di fronte al quale il film oscilla tra un approccio divertito, inquieto e fiducioso, veicolando in questa alternanza tutta l’incertezza che questa situazione ancora inedita trasmette.

Di fronte a temi che gli sono molto cari – il lutto, la famiglia, i bambini, i legami tra i reietti – ma in un contesto in cui il tecnologico prevarica sull’umano, Kore’Eda appare un po’ spiazzato, e anziché procedere per sottrazione come di solito fa nei suoi film, aggiunge elementi, spesso senza nemmeno spiegarli, appesantendo la narrazione. E alla fine, dopo aver oscillato anche nei toni della narrazione, tra gli estremi della commedia e dell’horror, si rifugia in una fumosa metafora che mette in relazione l’architettura e il ritorno alla natura.

Uno spunto interessante per un film non del tutto riuscito, in cui anche gli attori – persino i bambini, umanoidi e non – appaiono un po’ fuori fuoco, e non pienamente interni alla narrazione.

Voto: 3/5



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Gentle Monster

Di Marie Kreutzer ho visto solo Il corsetto dell’imperatrice con Vicky Krieps, film in costume ma con un afflato moderno; quando dunque ho comprato il biglietto per il nuovo film, Gentle Monster, non sapevo bene cosa aspettarmi. Solo dopo aver visto il film, documentandomi su di esso, capisco che dietro la sua realizzazione c’è una vicenda che immagino sia stata dolorosa e scioccante per la stessa regista, ossia lo scandalo relativo alla pornografia minorile che ha coinvolto l’attore Florian Teichtmeister, diretto proprio da Marie Kreutzer nel suo film precedente.

Proprio un caso di pedofilia e di scambio di materiale pedopornografico è al centro di Gentle Monster: Lucy (una sempre brava Léa Seydoux) si è appena trasferita insieme al marito Philip (Laurence Rupp) e al figlio di 7 anni da Monaco a una grande casa in campagna. In questa nuova sistemazione la coppia cerca di trovare nuovi equilibri, facendo i conti con il lavoro di pianista di Lucy e i tentativi di Philip di riprendere il lavoro di cineasta dopo quello che sembra un burnout. Questo avvio di una nuova routine viene bruscamente interrotto quando la polizia, capeggiata dall’investigatrice Elsa Kühn (Jella Haase), fa irruzione in casa sequestrando tutti i computer e arrestando Philip. Si capirà presto che Philip è accusato di scambio di materiale pedopornografico, e la polizia sta cercando di capire se ne ha anche prodotto e se in qualche modo è stato coinvolto il figlio.

Il mondo di Lucy va in frantumi, tra sentimenti contrapposti e contraddittori, che vanno dalla paura per il figlio e la necessità di allontanarsi da un possibile mostro ai tentativi di trovare delle spiegazioni meno dolorose a quanto emerso. In parallelo entriamo anche nella vita dell’investigatrice Elsa che, oltre a occuparsi di un lavoro delicato, ha una situazione familiare non semplice, con un padre con demenza.

Pur trattando il film di un tema interessante e perseguendo anche il lodevole intento di approfondire lo stato d’animo in particolare delle figure femminili in situazioni emotive difficili, la narrazione di Gentle Monster appare nel complesso un po’ sfilacciata, e da spettatori si fa fatica a trovare un senso nell’incastro dei diversi fili della narrazione. Il film è salvato secondo me dall’intensa interpretazione di Léa Seydoux, che però non può da sola sobbarcarsi il compito di rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle.

Voto: 3/5



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Coward

Lukas Dhont è un regista che seguo dal suo potente esordio cinematografico, Girl, e che ho amato anche con il suo secondo film, Close. Non potevo dunque perdere il suo ultimo lavoro con il quale, pur nella fedeltà a una narrazione intima e molto incentrata sui personaggi, gli orizzonti si ampliano.

In questo caso infatti Dhont esce dalla contemporaneità per guardare al passato, in particolare alla prima guerra mondiale e all’inferno della trincea. Siamo tra le fila dell’esercito belga, per il quale come in molte altre nazioni, sono stati mobilitati tantissimi giovani. Tra questi c’è Pierre (Emmanuel Macchia), un giovane di poche parole, proveniente da una famiglia contadina, e Francis (Valentin Campagne), erede di una famiglia di sarti, il quale insieme ad altri soldati riformati si occupa dell’intrattenimento (spesso en travesti) per le truppe, al fine di mantenere alto il morale.

Intorno a loro molti altri giovani che, di fronte all’orrore della guerra, alla carneficina, ai corpi martoriati, reagiscono ognuno a suo modo, cercando un senso e delle motivazioni per andare avanti e difendere la patria dall’aggressione.

In questo contesto, tra Pierre e Francis nasce un sentimento d’amore che li conduce non solo alla scoperta reciproca ma anche alla scoperta di sé stessi e a interrogarsi sul proprio futuro.

Tra spettacoli di burlesque e azioni di guerra, tra corpi danzanti e corpi maciullati, tra canzoni d’amore e canzoni patriottiche, a Pierre la guerra appare brutale e insensata, mentre Francis ha trovato una specie di spazio di libertà per potersi esprimere ed essere sé stesso, condizione cui sa che dovrà rinunciare appena la guerra sarà finita per percorrere la strada prevista per lui.

Su questo le loro strade si separeranno per poi rincrociarsi quando la guerra sarà finita.

Mi sono fatta l’idea che la chiave di lettura del film sia nel titolo: chi è il codardo a cui si riferisce? Pierre che decide di disertare e di cercare una strada per vivere la propria omosessualità al di fuori della bolla temporale nella quale l’ha sperimentata, oppure Francis che crede nel suo ruolo a supporto delle truppe e non vuole abbandonarlo, anche perché una volta fuori non se la sente di andare controcorrente?

Senza rinunciare alla sua regia pulita, alla fotografia luminosa delle scene, all’eleganza dei corpi e della narrazione, Dhont salta dall’età dell’infanzia e dell’adolescenza a quella adulta, ma in fondo Pierre e Francis non sono altro che Leo e Remi ormai cresciuti, in un’epoca in cui – anche quando lo sguardo su sé stessi è riconciliato – è il mondo esterno a non essere pronto, incentrato com’è sull’immagine del maschio come soldato pronto ad affrontare qualunque cosa, rispetto alla quale la devianza è accettata solo perché funzionale e al servizio di questa mascolinità.

C’è dunque in questo film di Dhont un piano personale che si interseca con uno storico e sociale, e che conferisce al tema dell’identità nuovi significati e sfumature e apre un nuovo spazio di indagine del maschile.

Voto: 3,5/5



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Histoires de la nuit = Birthday party

Quando ho preso il biglietto di questo film, mi aveva incuriosita la trama ma il nome della regista Léa Mysius non mi diceva assolutamente nulla. Scopro invece a posteriori che la Mysius, prima ancora che regista, è una sceneggiatrice di fama che ha lavorato con grandi registi come Desplechin, Audiard, Téchiné.

Con questa sua regia la Mysius decide di adattare il romanzo omonimo (in italiano La festa di compleanno) di Laurent Mauvignier e si affida a un importante cast in cui ci sono Monica Bellucci, Hafsia Herzi, Benoît Magimel e Bastien Bouillon.

In un piccolo borgo isolato in campagna vivono Nora, Thomas e la loro figlioletta Ida: Nora lavora in città, Ida va tutti i giorni a scuola con l’autobus, Thomas invece si occupa dell’azienda agricola e alleva mucche. Vicino a loro abita Cristina, una donna benestante che dipinge quadri, e che ha con la famiglia dei vicini, soprattutto con Ida e Thomas un ottimo rapporto.

Nel giorno del compleanno di Nora, quando la donna non è ancora arrivata a casa dove il marito le ha organizzato una festa a sorpresa, tre uomini si presentano nel borghetto e sequestrano prima Cristina e poi anche Thomas e la piccola Ida. Nel frattempo arriva anche Nora, e poco dopo due sue colleghe di lavoro.

Tutti vengono tenuti in ostaggio da questi uomini, e Pierre, il loro capo, a poco a poco rivela a tutti che Nora in realtà si chiama Leila e il suo passato non è come tutti pensano che sia. La tensione andrà crescendo così come anche la violenza che porterà con sé durante questa notte infinita.

Histoires de la nuit è un thriller psicologico che non disdegna elementi splatter e che si lascia guardare, ma che personalmente non mi ha detto granché.

Sarà che non è proprio il genere di film che amo vedere, ma devo dire che non sono riuscita mai ad appassionarmi alla storia e me ne è anche dispiaciuto visto il cast di ottimi attori e una regia di tutto rispetto.

Voto: 2,5/5


domenica 13 agosto 2023

Perfect days

Per completare la mia full immersion estiva nella rassegna Cannes Mon Amour vado a vedere l'ultimo film di Wim Wenders (che è presente nella rassegna anche con il documentario Anselm).

Non ho grandissime aspettative (non sono strettamente una cultrice di Wenders), ma mi incuriosisce l'ambientazione giapponese e così trascino la mia amica G. a vederlo.

Wenders - supportato alla sceneggiatura da Takuma Takasaki e chiaramente ispirandosi al cinema di Ozu - ci racconta la vita semplice di Hirayama (Kôji Yakusho), un uomo di una sessantina d'anni che vive in un piccolissimo appartamento, non lontano dallo Sky Tree (la torre delle telecomunicazioni che è uno dei simboli della città), e lavora come pulitore delle toilettes pubbliche per l'azienda cittadina.

La sua routine si ripete identica ogni giorno: si sveglia all'alba al suono della ramazza di una vicina che spazza per strada, si lava, si taglia i baffi, si rade, cura le sue piantine, si mette gli abiti da lavoro, prende un caffè al distributore che c'è fuori dalla sua casa e si mette in macchina per andare a lavorare. In macchina ascolta le sue cassette di musica degli anni Settanta (Patty Smith, Lou Reed, The Animals, The Kinks, che vanno tutti insieme a comporre una splendida colonna sonora), mentre attraversa la città per raggiungere tutte le toilettes a lui assegnate. Svolge il suo lavoro con un'attenzione e una cura ammirevoli, poi mangia un panino al parco dove scatta qualche fotografia agli alberi e alla luce che li attraversa con la sua macchina fotografica analogica, poi terminato il turno di lavoro, torna a casa, prende la bicicletta, va a lavarsi ai bagni pubblici, poi va a mangiare in una tavola calda e prima di dormire legge i romanzi (Faulkner, Highsmith) che compra sempre nella stessa libreria. La notte trasfigura in immagini in bianco e nero, piene di luci e ombre, quello che ha vissuto durante la giornata. Il fine settimana Hirayama segue un'altra routine che però anche quella si ripete ogni fine settimana.

E Wenders non fa altro che seguire quest'uomo nelle sue giornate meticolosamente tutte uguali cogliendo le espressioni del viso e i sentimenti che lo attraversano, e che solo raramente Hirayama traduce in parole. Nel frattempo osserviamo queste straordinarie toilettes, una diversa dall'altra, piccole opere di mirabile architettura (non a caso elencate con i relativi autori nei titoli di coda del film), luoghi di passaggio e di utilità per i cittadini, ma universo di senso per Hirayama.

Per la prima ora sembra quasi di assistere a un documentario muto (tra l'altro girato in 4:3), dove non succede quasi nulla, se non lo scorrere di una vita che si ripete ossessivamente uguale tutti i giorni. Detto così, si potrebbe pensare che il film di Wenders è di una noia mortale, e invece la vita di Hirayama ci cattura e ci conquista per il suo essere intrisa di una insospettabile e inattesa pienezza e tenerezza, di una forma di gioia fatta della capacità di apprezzare le piccole cose di tutti i giorni e di osservare con occhio attento e benevolo il mondo che lo circonda. Hirayama non è un uomo del presente - la sua vita sembra essere congelata in un passato non lontanissimo, ma di certo superato - però vive pienamente nel presente, perché come dice alla sua adorata nipote "Il presente è presente, la prossima volta è la prossima volta".

È l'arrivo di questa nipote che non vede da tempo a innescare un movimento all'interno della trama e a far intravedere - seppure in controluce - i dolori del passato che Hirayama si è lasciato alle spalle (una sorella con cui non ha più rapporti), e un ulteriore parziale smottamento della routine si produce quando un fine settimana l'uomo va al locale dove va tutti i fine settimana, gestito da una donna che ha un debole per lui, e lo trova chiuso, salvo poi assistere a una scena inaspettata.

Si tratta però solo di piccole increspature nella malinconia agrodolce di una vita semplice e di un personaggio che avresti voglia di abbracciare a più riprese, e alla cui vita - per quanto lontana dalla nostra - aderiamo con trasporto e tenerezza.

Il film di Wenders si conclude, al termine dei titoli di coda, con la parola "komorebi", che è la parola giapponese che indica "la luce che filtra tra le foglie degli alberi, un momento breve, ma intenso, che esprime uno stato d’animo, una sensazione che è sfuggente, come i raggi di sole che filtrano tra le foglie degli alberi di un bosco", e forse in questo termine c'è il senso di questo racconto, e probabilmente della nostra stessa vita.

Voto: 4/5


venerdì 11 agosto 2023

The old oak

A Ken Loach voglio molto bene. Per me si tratta di uno dei pochi registi che - insieme al suo sceneggiatore Paul Laverty - non ha mai smesso nel tempo di denunciare le storture e le disuguaglianze del nostro sistema economico-sociale, a partire da una riflessione sul passato e dal tentativo di comprendere il presente, accendendo via via i riflettori su temi nuovi e diversi, ma in qualche maniera riconducibili al tema di fondo del suo cinema, che è un cinema squisitamente politico e sociale.

Con The old oak Loach ci porta a Durham, nel nord dell'Inghilterra, cittadina di medie dimensioni con un passato minerario alle spalle, ma che - dopo la chiusura delle miniere - ha progressivamente vissuto un processo di impoverimento, soprattutto nei ceti sociali di per sé più deboli.

Il film inizia il giorno in cui a Durham arriva un pullman che porta in città un gruppo di rifugiati siriani, tra cui la famiglia di Yara (Ebla Mari), una giovane che ha imparato l'inglese nei campi profughi e ha la passione della fotografia. Yara arriva con madre e fratelli, mentre il capofamiglia è rimasto in Siria senza che se ne abbiano notizie.

Tra gli abitanti di Durham serpeggiano malcontenti e frustrazioni che trovano nel pub The old oak il loro luogo preferito di sfogo, alla presenza del proprietario e gestore del pub, TJ Ballatine (Dave Turner), e che quasi inevitabilmente finiscono per catalizzarsi su questa presenza estranea in città, innescando reazioni di vario genere.

Ben presto TJ - che pure vorrebbe mantenere una posizione neutrale anche perché non può permettersi di rinunciare ai clienti abituali del pub - fa amicizia con Yara e con la sua famiglia, e decide di prendere posizione, mettendo a disposizione una sala del suo pub dove verranno organizzate cene gratuite aperte a tutti, persone del luogo e rifugiati. Tra alti e bassi, successi e fallimenti, il percorso di avvicinamento e conoscenza andrà avanti e sarà nella condivisione del dolore di una perdita che troverà il suo momento di vero riconoscimento reciproco.

Il tema trattato da Loach e Laverty è ovviamente di scottante attualità in un mondo occidentale sempre più barricato e chiuso in sé stesso, nel quale la strategia della "guerra tra poveri" è quasi programmatica, e sembra ripetersi con caratteristiche simili in paesi diversi (non a caso il film di Loach mi ha ricordato l'ultimo di Mungiu, Animali selvatici).

In questo senso, si tratta di un tema necessario e che bene ha fatto Loach a portare sul grande schermo, sebbene da questi film si esca sempre con una sensazione di amarezza e di impotenza e con l'idea che poco si possa fare per scalfire una tendenza diffusa e sovranazionale.

Oltre a questa non certo bella sensazione, il film di Loach mostra, secondo me, anche qualche difetto cinematografico, in particolare uno sviluppo un po' meccanico della narrazione (anche per effetto di un montaggio un po' old style), che si traduce in una tendenziale semplificazione e qualche rischio di buonismo. Alla fine, di fronte alla storia raccontata non si può rimanere indifferenti, ma al vaglio della ragione è inevitabile sviluppare qualche perplessità e insoddisfazione.

Ciò detto, ben vengano i film di Ken Loach e il suo sempre meno popolare e condiviso punto di vista sul mondo, perché penso che ora e sempre ne avremo bisogno.

Voto: 3/5


lunedì 7 agosto 2023

Fallen leaves

All'uscita dalla sala, dietro di me una donna dice qualcosa - presumibilmente in finlandese - e poi aggiunge in italiano rivolgendosi a degli amici: "Così non va bene, perché poi pensano [immagino chi visita la Finlandia] che Helsinki sia così!"

Lì per lì sono rimasta molto colpita da questo commento e mi ha fatto pensare a quando noi italiani ci vediamo rappresentati come "sole, pizza e mandolino" e ci incavoliamo. Poi però ho pensato che non è esattamente la stessa cosa: Kaurismäki è un regista finlandese e da diversi decenni il suo cinema si ispira a una precisa poetica sia dal punto di vista estetico che dei contenuti. I film di Kaurismäki - dai primi degli anni Ottanta fino a quelli più recenti - sembrano sempre ambientati negli anni Cinquanta o comunque in un mondo sospeso nel tempo, in cui si mescolano riferimenti temporali del passato e del tempo recente.

Nel caso specifico di Fallen leaves Kaurismäki torna a un tema a lui molto caro e già trattato in passato: l'avvicinamento tra due solitudini, il nascere di un sentimento tra due perdenti (a loro modo adorabili!) che la società ha in qualche modo marginalizzato: si tratta di Ansa (Alma Pöysti), commessa di un supermercato, che viene licenziata per avere rubato un panino scaduto e che vive da sola in un monolocale, e Holappa (Jussi Vatanen), un operaio che lavora in uno dei tanti cantieri della città e ha il vizio dell'alcol.

Intorno a loro personaggi più o meno grotteschi e surreali, che si fanno amare o odiare a seconda dei casi, e un mondo in parte decisamente retro (vedi i locali che i protagonisti frequentano, la musica che ascoltano e cantano, le radio e i telefoni che usano, i manifesti dei film appesi fuori dal cinema dove Ansa e Holappa vanno a vedere The dead don't die di Jim Jarmusch), in parte in rapida trasformazione (vedi le visioni dall'alto dei cantieri dove lavora Holappa che mostrano una città fortemente in crescita).

E forse è proprio di questa contrapposizione che vive la poetica di Kaurismäki, ossia quella tra un mondo che va freneticamente avanti e una parte di umanità che resta indietro, portando con sé contraddizioni di vario genere. Il progresso del mondo circostante è fatto non a caso di sfruttamento, disuguaglianze, egoismo, guerre e violenze (dalle radio - anch'esse retro - escono continuamente notizie degli attacchi ai civili nella guerra tra Russia e Ucraina), mentre l'umanità che i suoi film mettono al centro è certamente problematica, ma capace ancora di una generosità e di una sensibilità che creano nello spettatore uno sguardo benevolo ed empatico.

Come al solito, nei film di Kaurismäki si ride, si sorride, ci si immalinconisce, ci si intenerisce e un po' ci si indigna anche.

E secondo me la spettatrice finlandese può stare tranquilla: non pensiamo che quella rappresentata da Kaurismäki sia la Finlandia o la Helsinki di oggi (che io personalmente anzi immagino molto all'avanguardia e tecnologica), però è bello perdersi per un paio d'ore nel suo mondo buffo, surreale ma anche fatto di realtà, anche se non strettamente realistico.

Voto: 3,5/5


mercoledì 26 luglio 2023

Monster = Kaibutsu

Approfitto della rassegna "Cannes Mon Amour", organizzata da Circuito Cinema, per andare a vedere in anteprima il nuovo film di Hirokazu Kore-Eda, che ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura (di Yûji Sakamoto) a Cannes.

Della sua filmografia ho visto tanto, ma non tutto, e l'ultimo film (Le buone stelle, che comunque mi dicono non essere il suo migliore) l'ho lisciato completamente.

Con questo nuovo film trovo un Kore-Eda secondo me in gran forma, sebbene non si tratti certamente di un film senza difetti. L'impianto scelto dal regista giapponese è quasi quello di un giallo.

Il protagonista è Minato (Soya Kurokawa), un ragazzino preadolescente che vive con la madre (il padre è morto, e scopriremo più avanti altri dettagli) e frequenta la scuola della sua città. Un giorno nella vita di questo ragazzino cominciano a succedere delle cose che mettono in allarme il mondo circostante.

La medesima storia viene raccontata prima dal punto di vista della madre, Saori (Sakura Andô), che a partire dagli indizi che ha e dalle poche parole che ascolta da suo figlio si costruisce una propria narrazione di quello che sta accadendo e si convince che Minato sia maltrattato dal maestro Hori (Eita), i cui comportamenti di fronte alla madre, nonché quelli della preside e del corpo docente, sono sufficientemente ambigui da sembrare confermare la versione di Saori.

Il secondo punto di vista è quello dello stesso Hori, di cui solo a questo punto conosciamo meglio vita e personalità. In questa seconda ricostruzione degli eventi alcune situazioni si chiariscono, altre si ribaltano, altre continuano a risultare ambigue.

È solo quando Kore-Eda ci introduce al punto di vista dello stesso Minato che via via tutti i pezzi del puzzle tornano al loro posto, e anche noi spettatori comprendiamo quale verità si cela dietro una serie di reticenze.

A fare da collante tra questi punti di vista la figura della preside della scuola, che pure ha alle spalle una storia la cui interpretazione non è necessariamente univoca.

Questo alternarsi di punti di vista è realizzato con una perizia e una raffinatezza registica che si manifesta nella scelta di inquadrature originali nonché nella fluidità con cui si passa da un punto di vista all'altro, andando avanti e indietro nel tempo, ma senza risultare didascalici e lasciando allo spettatore il compito di mettere insieme i pezzi e di partecipare attivamente alla ricostruzione narrativa.

Al termine del film, la domanda che resta sospesa è: chi è il mostro a cui fa riferimento il titolo del film? Probabilmente tutti, e nessuno. Ognuno dei protagonisti di questa storia risulta a suo modo e a tratti mostruoso, ma il regista - sempre fedele a una poetica che da anni si declina in modi diversi ma simili - punta in realtà il dito non tanto nei confronti dei singoli, quanto nei confronti della società giapponese e delle sue istituzioni, a partire dalla famiglia fino ad arrivare alla scuola. Per l'ennesima volta Kore-Eda sembra dirci che dalla famiglia giapponese (qualunque forma essa assuma) non si esce indenni, ma che non c'è speranza neanche al di fuori della famiglia, in una società dove l'ossessione per l'apparenza e il decoro schiacciano le istanze delle persone, costrette a fare i conti perennemente con il giudizio altrui, condizione da cui non si salvano nemmeno i ragazzini, tratteggiati - come sempre nei suoi film - con un'attenzione, un realismo non buonista e un'introspezione notevoli.

Il film di Kore-Eda inizia cupo e misterioso come un giallo, e finisce (sulle note della colonna sonora del compianto Ryuichi Sakamoto) luminoso e poetico, ma pur sempre misterioso, in un finale variamente interpretabile, che esteticamente mi ha ricordato la scena della corsa nei campi dei protagonisti di Close di Lukas Dhont, film con il quale Monster ha alcuni piccoli ma importanti punti di contatto, sebbene il contesto sia completamente diverso.

Voto: 4/5