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martedì 21 luglio 2026

Cannes a Roma: Sheep in the box, Gentle monster, Coward, Histoires de la nuit

Sheep in the box

Con il suo ultimo film presentato a Cannes, Hirokazu Kore'Eda fa un ulteriore passo avanti nella sua indagine sul concetto di famiglia e sui legami “di sangue”. E lo fa spostando lo sguardo su un futuro non troppo lontano, che agli occhi del regista giapponese è favola e distopia al tempo stesso.

In questo futuro, un drone consegna dei pacchi a casa di Otone (Haruka Ayase) e Kensuke (Daigo), una coppia di genitori che da non molto ha perso il figlio di 7 anni, Kakeru, in un incidente la cui dinamica rimane piuttosto oscura.

Tra questi pacchi c'è un invito della società Rebirth a partecipare a una presentazione dei loro prodotti. La società è specializzata nella realizzazione di umanoidi la cui apparenza può essere resa identica a quella della persona morta, ma che in quanto macchine non possono avere contatti con l’acqua, non mangiano e necessitano di essere ricaricati.

Inizialmente i due genitori sono scettici rispetto a questa possibilità, ma dopo essere andati alla presentazione decidono di ricevere a casa il loro Kakeru (Rimu Kuwaki).

La relazione con l’umanoide produrrà conseguenze in parte prevedibili, in parte inattese, costringendo Otone e Kensuke, e di conseguenza lo spettatore, a una riflessione cui forse non siamo ancora preparati e per la quale non abbiamo ancora nemmeno il linguaggio. Una macchina che assomiglia a noi, ma che è fatta di circuiti e software, ha qualcosa di paragonabile ai sentimenti? Che relazione ha con gli altri umanoidi come lui? Ha un pensiero autonomo che prescinde dall’essere umano?

Kore’Eda ci proietta in un mondo che ci attende dietro l’angolo e di fronte al quale il film oscilla tra un approccio divertito, inquieto e fiducioso, veicolando in questa alternanza tutta l’incertezza che questa situazione ancora inedita trasmette.

Di fronte a temi che gli sono molto cari – il lutto, la famiglia, i bambini, i legami tra i reietti – ma in un contesto in cui il tecnologico prevarica sull’umano, Kore’Eda appare un po’ spiazzato, e anziché procedere per sottrazione come di solito fa nei suoi film, aggiunge elementi, spesso senza nemmeno spiegarli, appesantendo la narrazione. E alla fine, dopo aver oscillato anche nei toni della narrazione, tra gli estremi della commedia e dell’horror, si rifugia in una fumosa metafora che mette in relazione l’architettura e il ritorno alla natura.

Uno spunto interessante per un film non del tutto riuscito, in cui anche gli attori – persino i bambini, umanoidi e non – appaiono un po’ fuori fuoco, e non pienamente interni alla narrazione.

Voto: 3/5



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Gentle Monster

Di Marie Kreutzer ho visto solo Il corsetto dell’imperatrice con Vicky Krieps, film in costume ma con un afflato moderno; quando dunque ho comprato il biglietto per il nuovo film, Gentle Monster, non sapevo bene cosa aspettarmi. Solo dopo aver visto il film, documentandomi su di esso, capisco che dietro la sua realizzazione c’è una vicenda che immagino sia stata dolorosa e scioccante per la stessa regista, ossia lo scandalo relativo alla pornografia minorile che ha coinvolto l’attore Florian Teichtmeister, diretto proprio da Marie Kreutzer nel suo film precedente.

Proprio un caso di pedofilia e di scambio di materiale pedopornografico è al centro di Gentle Monster: Lucy (una sempre brava Léa Seydoux) si è appena trasferita insieme al marito Philip (Laurence Rupp) e al figlio di 7 anni da Monaco a una grande casa in campagna. In questa nuova sistemazione la coppia cerca di trovare nuovi equilibri, facendo i conti con il lavoro di pianista di Lucy e i tentativi di Philip di riprendere il lavoro di cineasta dopo quello che sembra un burnout. Questo avvio di una nuova routine viene bruscamente interrotto quando la polizia, capeggiata dall’investigatrice Elsa Kühn (Jella Haase), fa irruzione in casa sequestrando tutti i computer e arrestando Philip. Si capirà presto che Philip è accusato di scambio di materiale pedopornografico, e la polizia sta cercando di capire se ne ha anche prodotto e se in qualche modo è stato coinvolto il figlio.

Il mondo di Lucy va in frantumi, tra sentimenti contrapposti e contraddittori, che vanno dalla paura per il figlio e la necessità di allontanarsi da un possibile mostro ai tentativi di trovare delle spiegazioni meno dolorose a quanto emerso. In parallelo entriamo anche nella vita dell’investigatrice Elsa che, oltre a occuparsi di un lavoro delicato, ha una situazione familiare non semplice, con un padre con demenza.

Pur trattando il film di un tema interessante e perseguendo anche il lodevole intento di approfondire lo stato d’animo in particolare delle figure femminili in situazioni emotive difficili, la narrazione di Gentle Monster appare nel complesso un po’ sfilacciata, e da spettatori si fa fatica a trovare un senso nell’incastro dei diversi fili della narrazione. Il film è salvato secondo me dall’intensa interpretazione di Léa Seydoux, che però non può da sola sobbarcarsi il compito di rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle.

Voto: 3/5



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Coward

Lukas Dhont è un regista che seguo dal suo potente esordio cinematografico, Girl, e che ho amato anche con il suo secondo film, Close. Non potevo dunque perdere il suo ultimo lavoro con il quale, pur nella fedeltà a una narrazione intima e molto incentrata sui personaggi, gli orizzonti si ampliano.

In questo caso infatti Dhont esce dalla contemporaneità per guardare al passato, in particolare alla prima guerra mondiale e all’inferno della trincea. Siamo tra le fila dell’esercito belga, per il quale come in molte altre nazioni, sono stati mobilitati tantissimi giovani. Tra questi c’è Pierre (Emmanuel Macchia), un giovane di poche parole, proveniente da una famiglia contadina, e Francis (Valentin Campagne), erede di una famiglia di sarti, il quale insieme ad altri soldati riformati si occupa dell’intrattenimento (spesso en travesti) per le truppe, al fine di mantenere alto il morale.

Intorno a loro molti altri giovani che, di fronte all’orrore della guerra, alla carneficina, ai corpi martoriati, reagiscono ognuno a suo modo, cercando un senso e delle motivazioni per andare avanti e difendere la patria dall’aggressione.

In questo contesto, tra Pierre e Francis nasce un sentimento d’amore che li conduce non solo alla scoperta reciproca ma anche alla scoperta di sé stessi e a interrogarsi sul proprio futuro.

Tra spettacoli di burlesque e azioni di guerra, tra corpi danzanti e corpi maciullati, tra canzoni d’amore e canzoni patriottiche, a Pierre la guerra appare brutale e insensata, mentre Francis ha trovato una specie di spazio di libertà per potersi esprimere ed essere sé stesso, condizione cui sa che dovrà rinunciare appena la guerra sarà finita per percorrere la strada prevista per lui.

Su questo le loro strade si separeranno per poi rincrociarsi quando la guerra sarà finita.

Mi sono fatta l’idea che la chiave di lettura del film sia nel titolo: chi è il codardo a cui si riferisce? Pierre che decide di disertare e di cercare una strada per vivere la propria omosessualità al di fuori della bolla temporale nella quale l’ha sperimentata, oppure Francis che crede nel suo ruolo a supporto delle truppe e non vuole abbandonarlo, anche perché una volta fuori non se la sente di andare controcorrente?

Senza rinunciare alla sua regia pulita, alla fotografia luminosa delle scene, all’eleganza dei corpi e della narrazione, Dhont salta dall’età dell’infanzia e dell’adolescenza a quella adulta, ma in fondo Pierre e Francis non sono altro che Leo e Remi ormai cresciuti, in un’epoca in cui – anche quando lo sguardo su sé stessi è riconciliato – è il mondo esterno a non essere pronto, incentrato com’è sull’immagine del maschio come soldato pronto ad affrontare qualunque cosa, rispetto alla quale la devianza è accettata solo perché funzionale e al servizio di questa mascolinità.

C’è dunque in questo film di Dhont un piano personale che si interseca con uno storico e sociale, e che conferisce al tema dell’identità nuovi significati e sfumature e apre un nuovo spazio di indagine del maschile.

Voto: 3,5/5



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Histoires de la nuit = Birthday party

Quando ho preso il biglietto di questo film, mi aveva incuriosita la trama ma il nome della regista Léa Mysius non mi diceva assolutamente nulla. Scopro invece a posteriori che la Mysius, prima ancora che regista, è una sceneggiatrice di fama che ha lavorato con grandi registi come Desplechin, Audiard, Téchiné.

Con questa sua regia la Mysius decide di adattare il romanzo omonimo (in italiano La festa di compleanno) di Laurent Mauvignier e si affida a un importante cast in cui ci sono Monica Bellucci, Hafsia Herzi, Benoît Magimel e Bastien Bouillon.

In un piccolo borgo isolato in campagna vivono Nora, Thomas e la loro figlioletta Ida: Nora lavora in città, Ida va tutti i giorni a scuola con l’autobus, Thomas invece si occupa dell’azienda agricola e alleva mucche. Vicino a loro abita Cristina, una donna benestante che dipinge quadri, e che ha con la famiglia dei vicini, soprattutto con Ida e Thomas un ottimo rapporto.

Nel giorno del compleanno di Nora, quando la donna non è ancora arrivata a casa dove il marito le ha organizzato una festa a sorpresa, tre uomini si presentano nel borghetto e sequestrano prima Cristina e poi anche Thomas e la piccola Ida. Nel frattempo arriva anche Nora, e poco dopo due sue colleghe di lavoro.

Tutti vengono tenuti in ostaggio da questi uomini, e Pierre, il loro capo, a poco a poco rivela a tutti che Nora in realtà si chiama Leila e il suo passato non è come tutti pensano che sia. La tensione andrà crescendo così come anche la violenza che porterà con sé durante questa notte infinita.

Histoires de la nuit è un thriller psicologico che non disdegna elementi splatter e che si lascia guardare, ma che personalmente non mi ha detto granché.

Sarà che non è proprio il genere di film che amo vedere, ma devo dire che non sono riuscita mai ad appassionarmi alla storia e me ne è anche dispiaciuto visto il cast di ottimi attori e una regia di tutto rispetto.

Voto: 2,5/5


lunedì 13 febbraio 2023

Un bel mattino = Un beau matin

Dopo la parentesi un po' meno intimista - e secondo me meno riuscita - del film Sull'isola di Bergman, Mia Hansen-Løve torna alle atmosfere de L'avenir (Le cose che verranno), e lo fa con un film profondamente autobiografico.

Al centro di questo racconto c'è una donna, Sandra (una credibile Léa Seydoux), che si divide tra il lavoro (fa la traduttrice, anche simultanea), la figlia (di una decina di anni), e il padre Georg (Pascal Greggory), ex professore di filosofia, a cui è stata diagnosticata la Sindrome di Benson, una malattia neurodegenerativa che lo sta rendendo non autonomo e sempre più confuso. Intorno a lei ruotano la sorella, insieme alla quale si occupa del padre, la madre - con cui il padre è separato da tanto tempo -, Leila, la nuova compagna del padre, la bisnonna ancora in discreta salute.

Un giorno al parco, Sandra incontra Clément (Melvil Poupaud), un amico che è stato via a lungo per lavoro, e tra i due scocca la scintilla dell'attrazione e inizia una storia d'amore. Clément però è sposato e ha un figlio, quindi la storia attraversa tutte le fasi tipiche dei rapporti clandestini.

Sandra si trova da un lato a fare i conti con l'impatto psicologico e pratico della malattia del padre, insieme alla necessità di trasferirlo in una struttura di cura e di svuotare la casa dei suoi tantissimi libri, dall'altro a vivere la felicità incontenibile dell'amore ritrovato dopo la morte del marito, ma anche la sofferenza degli inevitabili allontanamenti di Clément, oltre al rapporto con una figlia che sta crescendo e che diventa portatrice di esigenze e domande sempre più complesse.

Come nel precedente L'avenir, Mia Hansen-Løve sceglie uno stile sommesso, quasi sussurrato. C'è tutto in questo film: c'è il dolore, la paura, la speranza, l'empatia, la sofferenza, la gioia, la preoccupazione, l'amore, e tutti questi sentimenti sono intrecciati e talvolta sovrapposti nelle stesse giornate e nella stessa persona.

La regista scava e legge nelle pieghe dell'esistenza senza la presunzione di tirarne fuori delle grandi verità o insegnamenti, ma 'semplicemente' descrivendo le contraddizioni della vita, e interrogandosi - ancora una volta - sul senso della nostra esistenza, o forse sull'assenza di un senso che vada al di là dei cicli infinitamente ripetuti di esistenze individuali e delle emozioni con cui ognuno di noi la riempie.

Il titolo Un beau matin non è soltanto una citazione da Prévert - come qualcuno ha fatto notare - ma anche il titolo di un racconto che il padre della Hansen-Løve ha scritto per parlare della sua malattia, di cui alcuni passi entrano nella sceneggiatura del film.

Non c'è niente di strumentalmente melodrammatico in questo film, e però una intensità e una verità che è difficile trovare in altri film su temi analoghi. Quello di Sandra è un personaggio femminile di una tridimensionalità sorprendente: una donna che affronta con razionalità e senso pratico i problemi che molte di noi si trovano a vivere, ma non si difende dalle emozioni di fronte allo 'svanire' del padre - che lascia dietro di sé solo migliaia di libri - e al comparire imprevisto di un amore.

Con la canzone Love will remain di Bill Fay che parte sull'ultimo fotogramma del film, la Hansen-Løve sembra volerci indicare una possibile risposta, ma forse anche questa è una risposta persino eccessiva per un film che in fondo fa del relativismo e della sobrietà emotiva la sua bandiera.

Voto: 3,5/5


venerdì 4 febbraio 2022

France

In un weekend bolognese riesco finalmente a recuperare France, il film di Bruno Dumont che avevo inseguito invano a Roma e che speravo di vedere in lingua originale. Alla fine mi accontento persino del doppiaggio pur di riuscire a vederlo, e mi chiedo ora se il vederlo doppiato non abbia in parte condizionato il mood della mia visione e il mio giudizio finale.

France è la storia di una giornalista televisiva, il cui nome dà il titolo al film (Léa Seydoux), molto popolare nel paese che si chiama come lei. France ha infatti un talk televisivo seguitissimo, nel quale spesso propone reportage di vario genere (guerra, cronaca nera, politica internazionale) di cui lei stessa è protagonista e anima. La sua fama la insegue qualunque cosa lei faccia e la sua assistente Lou (Blanche Gardin) non perde occasione per ricordarle quanto è brava e quanto è cool.

Non a caso il film inizia con una surreale conferenza stampa di Emmanuel Macron, in cui il presidente si rivolge proprio alla giornalista che ha l'onore di porre la prima domanda.

In questa vita al top accade un giorno che France investe con la macchina un rider, un ragazzo figlio di immigrati marocchini. L'episodio, di per sé non particolarmente significativo visto che tutto si risolve bene per il giovane, innesca in France una specie di reazione a catena che determina in lei una profonda crisi rispetto sia alla propria vita personale sia rispetto al proprio lavoro, al punto tale da essere costretta a trascorrere un periodo in una clinica in mezzo alle montagne. Da lì un altro episodio che non rivelerò produce una specie di movimento narrativo in direzione opposta, senza però che questo disinneschi la malinconia esistenziale di una donna la cui corazza è stata ormai scalfita in via definitiva.

Che dire? A me France è sembrato innanzitutto un film ipertrofico: mi capita raramente al cinema di pensare che un film sta andando avanti troppo per le lunghe e di non riuscire a capire dove andrà a parare, e in questo caso mi accade e alla parola "Fine" non smetto di pensare che non ho ben capito dove sia andato a parare.

In realtà ci sono nel film molte cose pregevoli: sicuramente la recitazione di Léa Seydoux, che non posso dire risultare credibile, ma certo perfettamente inserita nel registro narrativo scelto da Dumont. Il tema pure è parecchio interessante: uno squarcio di luce su un mondo, quello del giornalismo televisivo, che si è trasformato quasi in uno star system, al punto tale che la finzione o comunque la costruzione imposta dal linguaggio del reportage televisivo finalizzato a determinare un impatto emotivo si insinua nella realtà in maniera incontrollabile e pervasiva. Dumont rende fin troppo evidente - con il suo stile un po' sopra le righe - come il reportage giornalistico, che dovrebbe essere lo strumento primario di racconto del reale, è invece un elaborato spettacolo in cui lo storytelling ha la meglio sulla verità delle cose, sebbene la realtà sia presente e spesso potente di per sé stessa. È in questo cortocircuito che France finisce senza quasi volerlo e da cui non riesce più a tirarsi fuori.

E fin qui tutto bene. Però il mio problema durante tutto il film è la difficoltà a sospendere l'incredulità. La confezione, il registro narrativo, lo stile, la gratuità di alcune scene e la recitazione mi producono una distanza molto forte da quanto vedo sullo schermo e mi fanno sembrare tutto finto e poco credibile. Forse è voluto anche questo, ma con me funziona poco. Non avevo mai visto nulla di Bruno Dumont, che leggo essere un regista quasi di culto, quindi non so dire se è un qualcosa che riguarda questo film, o è invece la cifra stilistica del regista. Il risultato però per me è che il film non riesce a conquistarmi e alla lunga finisce per annoiarmi anche un po'.

Voto: 3/5



lunedì 6 dicembre 2021

The French Dispatch

È tornato Wes Anderson. Ed è sempre più lui, potremmo dire Wes Anderson al quadrato, se non al cubo.

In questo suo ultimo film il regista statunitense omaggia - in maniera neppure tanto nascosta - una grande rivista americana, The New Yorker, ma lo fa trasferendo la vicenda in Europa, più precisamente in Francia, nel paese immaginario di Ennui-sur-Blasé, creando in questo modo una corrispondenza d'amorosi sensi tra il vecchio e il nuovo mondo, che evidentemente occupano entrambi uno spazio importante nel suo cuore.

Nel film di Anderson il New Yorker diventa The French Dispatch, una rivista nata dall'iniziativa del suo geniale direttore Arthur Howitzer Jr. (l'attore feticcio di Anderson, Bill Murray) e destinata a terminare le sue pubblicazioni con la morte di quest'ultimo, come da testamento.

Ed è proprio dalla morte di Howitzer che prende le mosse la narrazione multipla di Anderson. La redazione della rivista, prima e dopo la morte del direttore, fa da cornice a quattro racconti visivi, che illustrano altrettanti articoli contenuti nell'ultimo numero pubblicato e realizzati - anche attraverso la loro partecipazione attiva - dagli stessi giornalisti della rivista. Il primo è una specie di racconto della città di Ennui, realizzato da un giornalista in bicicletta (interpretato da Owen Wilson), il secondo è la storia, raccontata dalla giornalista J.K.L. Berensen (Tilda Swinton), di un artista galeotto e psicotico (Benicio Del Toro) che è innamorato della sua secondina (Léa Seydoux), il terzo è la cronaca di una contestazione studentesca capeggiata da Timothée Chalamet realizzata dalla giornalista Lucinda Krementz (Frances McDormand) che se ne lascia coinvolgere sentimentalmente, il quarto infine racconta - ad opera di Roebuck Wright (Jeffrey Wright) - dello chef-poliziotto Nescoffier che lavora in un commissariato dove è in corso un'indagine condotta dal commissario (Mathieu Amalric) per ritrovare il figlio rapito.

La narrazione di Anderson è una girandola di situazioni, parole, stili, personaggi, e attori (c'è una carrellata di nomi famosi a volte chiamati solo per un cameo) rispetto alla quale è molto difficile mantenersi sintonizzati. Il ritmo di Anderson è troppo veloce, ci si sente in balia di una montagna russa che non guidiamo noi e che non possiamo né rallentare né tanto meno frenare.

I dialoghi - in parte in inglese, in parte in francese - si rincorrono senza soluzione di continuità; i quadri disegnati sullo schermo dal regista non durano un tempo nemmeno lontanamente sufficiente ad apprezzarne i dettagli e la qualità pittorica, il bianco e nero e il colore si inseguono e si mescolano senza dare allo spettatore la possibilità di capire esattamente con che criterio, il girato con attori in carne e ossa si alterna a un certo punto con la narrazione animata, lo schermo si divide in parti per accogliere più immagini in modalità parallela. Tutto questo perché Anderson fa fatica a stare dentro qualunque tipo di confine, è strabordante e ipertrofico, fino al punto di diventare autoreferenziale anche nel suo ipercitazionismo.

La sua maniacale attenzione per il dettaglio, la sua incontenibile genialità e il suo universo immaginifico che si autoriproduce mi pare che, film dopo film, finiscano per essere messi al servizio del proprio divertissement più che di quello dello spettatore, a meno che quest'ultimo non abbia il desiderio e la volontà di rivedere il film più e più volte, magari anche usando le funzioni di rallentamento delle immagini.

In conclusione, a differenza di alcuni dei suoi film più datati - tra i quali il mio preferito resta Moonrise Kingdom - mi pare che nel tempo Anderson vada sempre di più nella direzione del rifiuto di qualunque finalità esterna alla pellicola, in un dialogo via via più serrato con il proprio mondo interiore (costruito sull'insieme delle esperienze visive che fanno parte del suo bagaglio individuale) e in un disinteresse sempre più accentuato verso la realtà circostante.

Voto: 3/5


mercoledì 14 dicembre 2016

È solo la fine del mondo

Dopo il percorso estivo di parziale recupero della filmografia di Dolan, eccomi puntuale all'appuntamento con il suo ultimo film, È solo la fine del mondo, che ha vinto il Grand Prix a Cannes.

Ora, premesso che la leggerezza non è certamente la migliore caratteristica di questo giovane regista e considerato che negli anni essa sembra ulteriormente ridimensionarsi, quest'ultimo film - fors'anche per il fatto che si ispira a una pièce teatrale - è particolarmente cupo e claustrofobico.

Louis (Gaspard Ulliel) sta per morire e ha deciso di tornare a casa, da dove manca da dodici anni, per comunicarlo alla sua famiglia. Ad aspettarlo ci sono la madre (Nathalie Baye), la sorella più piccola che lui quasi non conosce, Suzanne (Léa Seydoux), il fratello maggiore, Antoine (Vincent Cassel), e la moglie Catherine (Marion Cotillard).

Le poche ore che ruotano intorno al pranzo in famiglia che, nelle intenzioni di Louis, dovevano rappresentare l'occasione per riprendere contatto con una famiglia da cui lui aveva sentito la necessità per molto tempo di stare lontano, diventa una vera e propria resa dei conti tra chi è rimasto e chi è andato.

A uno a uno, Louis dovrà confrontarsi con ciascuno di loro. Prima con Suzanne, che prova sentimenti di ammirazione per Louis ma anche di delusione a causa dell'abbandono da parte del fratello, e sembra in qualche modo incapace di spiccare il volo dal nido materno. Poi con la madre che ammette la propria incapacità di comprendere questo figlio ma gli attribuisce un ruolo carismatico e di conseguenza una grande responsabilità rispetto a Suzanne e Antoine. Infine con Antoine che ha un profondissimo rancore verso il fratello, che percepisce come un privilegiato e un irresponsabile, e che nonostante tutto ha ricevuto maggiore apprezzamento dalla sua famiglia.

Su tutti la figura spaurita di Catherine, la moglie di Antoine, travolta dalle dinamiche perverse della famiglia del marito e dal crescendo di conflittualità, ma capace - più di chiunque altro grazie al suo sguardo esterno - di comprendere quello che sta succedendo e il vero motivo per cui Louis è tornato.

Il film di Dolan ci stordisce di parole fittissime, di musiche altissime, di primi piani vicinissimi, rendendoci partecipi di una tensione rispetto alla quale restiamo sempre spettatori, ma che in qualche modo mina nel profondo qualunque nostra serenità.

Louis è invece prevalentemente fatto di silenzi, di sguardi, di ricordi, di pensieri, travolto anche lui da un fiume in piena che pensava di aver arginato con le sue scelte di vita. In realtà, come l'uccellino del cucù che abita la casa di famiglia, la sua scelta di distanza è probabilmente stata una scelta di sopravvivenza, un rifugiarsi all'interno di una security zone, abbandonata la quale non può che volare impazzito cozzando contro tutto quello che incontra.

Perché - come diceva non so chi, visto che ormai più che una citazione è diventata un bagaglio mio personale - si può divorziare da un marito, ma dalla propria famiglia di origine non si divorzia mai, nemmeno quando si mettono anni e chilometri in mezzo. Non c'è altra strategia che trovare un modo di conviverci, venirci a patti, accettarne la disfunzionalità senza esserne totalmente schiacciati, per poi recuperarne anche gli aspetti migliori.

Non sappiamo con quali motivazioni Louis torna dalla sua famiglia: forse per una lontana speranza di ricomporre in punto di morte tutti i pezzi andati in frantumi, oppure per una sottile e definitiva vendetta nel comunicargli che non tornerà mai più? Niente però è governabile davvero nel turbinio delle folli dinamiche familiari e non si può che uscirne ancora una volta sconfitti.

È solo la fine del mondo è costruito con il passo antico dei thriller psicologici degli anni Sessanta (a me ha fatto pensare a tratti a Marnie di Alfred Hitchcock) e al contempo con il piglio della contemporaneità; su tutto aleggia lo stile di Dolan, che è in qualche modo sempre uguale e nello stesso tempo sempre diverso.

Personalmente un film che ho trovato fortissimamente cerebrale e intellettualistico e ho molto apprezzato su questo piano (come altre pellicole del regista), ma che rimane secondo me emotivamente un po' debole e narrativamente a tratti didascalico. Ma magari sono io che non ho capito niente ;-)

Voto: 3,5/5