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martedì 10 febbraio 2026

Marty Supreme

Dopo l’annuncio delle nominations agli Oscar non potevo non andare a vedere il film di Josh Safdie (ormai più che avviato alla carriera solitaria, come il fratello Benny), che ha conquistato ben 9 candidature, direi nelle categorie più importanti. E poi a me Timothée Chalamet – checché se ne dica – piace e credo stia dimostrando di saper fare il suo mestiere, attraversando ruoli molto diversi tra di loro.

Nel film di Safdie, Chalamet è Marty Mauser, ispirato al personaggio realmente esistito di Marty Reisman, un giovane di umili origini e di ascendenza ebraica, aspirante campione di tennistavolo in un’epoca – quella del secondo dopoguerra - in cui questo sport non aveva praticamente alcun seguito in America. Marty vive con la madre e lavora nel negozio di scarpe dello zio, ed è capace con la sua parlantina di vendere a chiunque anche ciò che non desidera. Ma Marty, che sta cercando di convincere un amico che è figlio di un imprenditore a realizzare delle palline da ping pong arancioni marcate Marty Supreme, vuole utilizzare le sue doti di affabulatore per mettere insieme i soldi per perseguire il suo sogno che è quello di diventare un campione di tennistavolo. Ed è proprio così che riesce a volare a Londra e a partecipare ai British Open, dove sconfigge il campione in carica (ma anche amico) e arriva inaspettatamente in finale, dove però deve cedere al campione giapponese Koto Endo.

Da questo momento in poi, Marty è letteralmente ossessionato dall’idea di partecipare ai campionati mondiali in Giappone per prendersi la rivincita nei confronti di Endo. Tra la partecipazione al torneo londinese e il viaggio in Giappone succede praticamente di tutto, e più o meno tutti quelli che entrano in contatto con Marty vengono al contempo affascinati, ma anche manipolati, raggirati e traditi dal giovane, che sacrifica tutto in nome della sua scalata nell’Olimpo di questo sport. In particolare, le due donne con cui Marty ha una relazione, Rachel (Odessa A'zion), un’amica d’infanzia sposata che è incinta di un figlio suo, e Kay Stone (Gwyneth Paltrow), un’attrice ormai in declino, sposata con un riccone, si fanno prendere e lasciare più volte, senza mai mandarlo davvero a quel paese.

Ma fin qui ancora tutto bene: il fatto è che, pur accettando il principio di mettere da parte la logica durante la visione (cosa che il cinema spesso richiede), le vicende, le situazioni e i colpi di scena cui assistiamo sono davvero al di là di ogni immaginazione, oltre a essere montate a un ritmo talmente forsennato che sembra di essere la pallina da ping pong di Marty Supreme (e probabilmente l’intenzione è proprio quella).

Un ritmo che non ti molla un istante, sostenuto anche da un audio e da una colonna sonora davvero molto ingombrante (sarà che l’ho visto in una sala Atmos), che con le sue scelte anacronistiche (vi dico solo che il film comincia con Forever young degli Alphaville) contribuisce alla distonia del racconto.

Un film di cui certo non si possono negare le qualità cinematografiche e la perizia realizzativa, e certo non si può passare sotto silenzio la grande interpretazione di Chalamet (qui insopportabile a livelli stratosferici), però arrivati in fondo a questa galoppata che a me è sembrata durare un’eternità, è inevitabile chiedersi: e dunque? Come ha giustamente fatto notare la mia amica G., non si riesce ad affezionarsi nemmeno a un personaggio, e Chalamet non assomiglia affatto a un antieroe, che poverino non ne imbrocca una e contro cui il mondo trama per non fargli fare la scalata sociale, bensì a un furfante a cui interessa solo sé stesso e tutti gli altri sono solo strumenti al servizio del suo sogno. E così di fronte a un finale in cui Marty passa dall’esaltazione alla lacrima, personalmente mi è proprio “salita la carogna” per il modo in cui questi americani continuano fregarci con la loro cinematografia, esattamente come Marty fa con tutte le persone che conosce.

E so che ora ci sarà la levata di scudi di chi il film invece l’ha amato e lo ritiene un capolavoro (per fortuna ho 4 lettori in tutto), ma – come era già accaduto con Babylon – a mio sostegno ho Eileen Jones che nella sua recensione, tradotta su Internazionale, la pensa quasi esattamente come me. E dunque quanto meno non sono sola.

Voto: 3/5


lunedì 10 febbraio 2025

A complete unknown

Quello che sto per scrivere immagino che farà strabuzzare gli occhi a molti. Di Bob Dylan non so praticamente nulla: ovviamente so che è un’icona della musica e non solo, ma conosco solo pochissime canzoni e non ho mai approfondito la sua storia individuale.

Cosicché arrivo al cinema – al termine di una giornata faticosissima in cui il mio unico desiderio è stare al buio e non sentire parlare altri se non gli attori sullo schermo – in una condizione di totale verginità rispetto a quello che sto per vedere.

Scopro così solo durante la visione che il film di James Mangold è tratto dal libro di Elijah Wald Dylan goes electric! del 2015, che approfondisce la prima fase della carriera di Bob Dylan, quella che va dal 1961 al 1965, fino alla cosiddetta “svolta elettrica”.

Siamo in un’America in grande fermento: Bob (Timothée Chalamet) arriva diciannovenne a New York con la sua chitarra per incontrare il suo mito, Woody Guthrie, che è semiparalizzato in ospedale, e per suonare le canzoni che scrive. Nel suo incontro con Guthrie conosce anche Pete Seeger (Edward Norton), e Woody e Pete riconosceranno in questo giovane misterioso un grande talento compositivo e musicale. Seeger diventerà anche suo mentore e padre putativo musicale, e lo accompagnerà durante i suoi primi passi nell’ambiente musicale newyorkese.

Scritturato dalla Columbia Records e inizialmente all’ombra di Joan Baez (Monica Barbaro), all’epoca già famosa, ben presto Dylan conquista non soltanto la scena newyorkese, all’interno della quale diventa il cantore e il paladino dei diritti civili, ma raggiunge un successo che va ben oltre i confini americani.

Mentre fa i conti con questo successo di cui mal sopporta gli effetti collaterali, la sua vita sentimentale oscilla tra Sylvie (Elle Fanning) e Joan, e la sua inquietudine lo rende sempre più insofferente nei confronti delle classificazioni in cui il mondo musicale e la società vorrebbero ingabbiarlo.

Da qui il passo che lo porterà a rinnegare il folk impegnato che lo ha reso famoso e appunto la “svolta elettrica” che lo condurrà su territori musicali nuovi sia sul piano delle sonorità che su quello dei testi.

La famosa (per chi conosce Dylan) partecipazione al Newport Folk Festival è il momento della rottura definitiva con la scena folk e l’inizio di questa nuova fase, di fronte a un pubblico spaccato a metà.

Non potendo fare nessun tipo di esegesi del film rispetto alla vicenda e alla musica dylaniana, mi limiterò a considerazioni che riguardano solo l’aspetto cinematografico.

Il film si regge in buona parte sulla performance attoriale e musicale (il che è molto meno scontato) di Timothée Chalamet che fa un grande lavoro a livello fisico e vocale per uscire da sé stesso e farsi dimenticare dal pubblico a vantaggio del personaggio che interpreta. Molto brava – soprattutto a livello musicale – Monica Barbaro nei panni di Joan Baez, e se la cava più che bene anche Edward Norton.

Mi è anche piaciuta la scelta di scegliere e utilizzare le canzoni di Dylan come parte integrante della narrazione per far progredire la storia raccontata, che fa del film un biopic anomalo, quasi un musical senza coreografie.

Se devo invece soffermarmi su quello che mi è arrivato del film, personalmente me lo sono goduto nella massima libertà come la storia di un giovanissimo talento irrequieto, il cui rapporto con la musica è talmente totalizzante che lo porta a voler esplorare continuamente nuovi mondi musicali e a sfuggire non solo a quello che gli altri vogliono da lui, ma persino a sé stesso. La stessa irrequietezza è probabilmente quella che lo porta a non trovare una vera stabilità sentimentale, presto stufo della vita con Sylvie, ma insofferente anche nei confronti della personalità di Joan. Se poi sia la realtà storica o meno a me importa poco.

Dal mio punto di vista un ottimo godimento cinematografico e musicale.

Voto: 3,5/5


lunedì 12 dicembre 2022

Bones and all

Luca Guadagnino può piacere o non piacere, ma ha un indubitabile merito, quello di essere capace di fare film molto diversi tra di loro attingendo a narrazioni e storie di diversa origine, nonché di osare sempre un po' di più, pur rimanendo fedele a sé stesso.

In Bones and all il regista italiano si ispira all'omonimo romanzo di Camille DeAngelis, rispetto al quale numerosi però sono gli interventi dello sceneggiatore David Kajganich.

In entrambi i casi al centro del racconto c'è la giovane Maren Yearly (nel film interpretata da Taylor Russell) e i suoi istinti cannibali incontrollabili. È a causa di episodi di cannibalismo che il padre di Maren deve continuamente spostarsi insieme alla figlia per non essere rintracciabile dalla polizia, fino a quando - all'ennesimo spostamento - il padre decide di abbandonare la figlia al suo destino, lasciandole sul tavolo solo una busta con dei soldi e il suo certificato di nascita.

Da qui inizia quello che è un vero e proprio racconto di formazione, dalla natura un po' horror, un po' splatter, un po' teen e un po' romantica. Maren incontra prima Sully (Mark Rylance), un altro cannibale che la introduce al "mondo dei cannibali", e poi Lee (Timothée Chalamet), anche lui un giovane cannibale che è però più consapevole del suo stato e ci ha fatto i conti, pur portandosi dietro grandi dolori e nodi irrisolti.

Maren e Lee si innamorano e condividono un viaggio on the road che porta entrambi a confrontarsi con il proprio passato e le proprie origini e Maren a intraprendere un percorso di crescita e di consapevolezza, fino alla difficile decisione finale, che sembra quasi segnare più o meno simbolicamente il passaggio all'età adulta. In questo percorso Maren dovrà fare i conti con la propria diversità e in qualche modo accettarla, con i dilemmi etici che si porta dietro, con la linea sottile che divide il bene dal male, con la difficoltà a essere compresi e il rischio di rimanere soli.

Il film di Guadagnino è ben diretto e ben recitato, e nel suo essere in qualche modo estremo e sopra le righe riesce a essere anche profondamente empatico e a suggerire molte riflessioni affatto scontate.

Voto: 3,5/5


lunedì 6 dicembre 2021

The French Dispatch

È tornato Wes Anderson. Ed è sempre più lui, potremmo dire Wes Anderson al quadrato, se non al cubo.

In questo suo ultimo film il regista statunitense omaggia - in maniera neppure tanto nascosta - una grande rivista americana, The New Yorker, ma lo fa trasferendo la vicenda in Europa, più precisamente in Francia, nel paese immaginario di Ennui-sur-Blasé, creando in questo modo una corrispondenza d'amorosi sensi tra il vecchio e il nuovo mondo, che evidentemente occupano entrambi uno spazio importante nel suo cuore.

Nel film di Anderson il New Yorker diventa The French Dispatch, una rivista nata dall'iniziativa del suo geniale direttore Arthur Howitzer Jr. (l'attore feticcio di Anderson, Bill Murray) e destinata a terminare le sue pubblicazioni con la morte di quest'ultimo, come da testamento.

Ed è proprio dalla morte di Howitzer che prende le mosse la narrazione multipla di Anderson. La redazione della rivista, prima e dopo la morte del direttore, fa da cornice a quattro racconti visivi, che illustrano altrettanti articoli contenuti nell'ultimo numero pubblicato e realizzati - anche attraverso la loro partecipazione attiva - dagli stessi giornalisti della rivista. Il primo è una specie di racconto della città di Ennui, realizzato da un giornalista in bicicletta (interpretato da Owen Wilson), il secondo è la storia, raccontata dalla giornalista J.K.L. Berensen (Tilda Swinton), di un artista galeotto e psicotico (Benicio Del Toro) che è innamorato della sua secondina (Léa Seydoux), il terzo è la cronaca di una contestazione studentesca capeggiata da Timothée Chalamet realizzata dalla giornalista Lucinda Krementz (Frances McDormand) che se ne lascia coinvolgere sentimentalmente, il quarto infine racconta - ad opera di Roebuck Wright (Jeffrey Wright) - dello chef-poliziotto Nescoffier che lavora in un commissariato dove è in corso un'indagine condotta dal commissario (Mathieu Amalric) per ritrovare il figlio rapito.

La narrazione di Anderson è una girandola di situazioni, parole, stili, personaggi, e attori (c'è una carrellata di nomi famosi a volte chiamati solo per un cameo) rispetto alla quale è molto difficile mantenersi sintonizzati. Il ritmo di Anderson è troppo veloce, ci si sente in balia di una montagna russa che non guidiamo noi e che non possiamo né rallentare né tanto meno frenare.

I dialoghi - in parte in inglese, in parte in francese - si rincorrono senza soluzione di continuità; i quadri disegnati sullo schermo dal regista non durano un tempo nemmeno lontanamente sufficiente ad apprezzarne i dettagli e la qualità pittorica, il bianco e nero e il colore si inseguono e si mescolano senza dare allo spettatore la possibilità di capire esattamente con che criterio, il girato con attori in carne e ossa si alterna a un certo punto con la narrazione animata, lo schermo si divide in parti per accogliere più immagini in modalità parallela. Tutto questo perché Anderson fa fatica a stare dentro qualunque tipo di confine, è strabordante e ipertrofico, fino al punto di diventare autoreferenziale anche nel suo ipercitazionismo.

La sua maniacale attenzione per il dettaglio, la sua incontenibile genialità e il suo universo immaginifico che si autoriproduce mi pare che, film dopo film, finiscano per essere messi al servizio del proprio divertissement più che di quello dello spettatore, a meno che quest'ultimo non abbia il desiderio e la volontà di rivedere il film più e più volte, magari anche usando le funzioni di rallentamento delle immagini.

In conclusione, a differenza di alcuni dei suoi film più datati - tra i quali il mio preferito resta Moonrise Kingdom - mi pare che nel tempo Anderson vada sempre di più nella direzione del rifiuto di qualunque finalità esterna alla pellicola, in un dialogo via via più serrato con il proprio mondo interiore (costruito sull'insieme delle esperienze visive che fanno parte del suo bagaglio individuale) e in un disinteresse sempre più accentuato verso la realtà circostante.

Voto: 3/5


mercoledì 31 ottobre 2018

Beautiful boy. Skate Kitchen. Boy erased

Ed eccomi alla seconda fase (per gli altri film vedi qui) della mia partecipazione alla Festa del cinema di Roma. Come mi accade praticamente ogni anno, comincio a riconoscere un filo conduttore nei film del festival, o meglio nei film che ho scelto di vedere. Perché non so mai se per una serie di circostanze tende a prevalere un tema oppure sono io che più o meno inconsciamente ne scelgo uno.

Ebbene il fil rouge dei miei film di quest'anno è evidentemente il rapporto genitori/figli che in modi diversi è trattato all'interno di quasi tutti i film che ho selezionato. In particolare questa seconda giornata si è fortemente focalizzata su questa tematica, oggetto di tutti e tre i film che ho visto: Beautiful boy, Skate Kitchen e Boy erased.

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Beautiful boy

Beautiful boy è la storia vera di un padre e di un figlio che hanno scritto entrambi un libro su questa storia dai rispettivi punti di vista. Da questi libri è nata la sceneggiatura del film diretto da Felix Van Groeningen.

Il padre, Dave (Steve Carell) è un giornalista freelance, separato dalla prima moglie e sposato con una nuova compagna, artista, con cui ha due bellissimi figli biondi. Dave fin dalla separazione è stato il genitore affidatario del suo primo figlio, Nick (Timothée Chalamet), un ragazzo bellissimo e da lui amatissimo, dotato di grande sensibilità e altrettanto grandi talenti. Questo figlio però durante l'adolescenza sprofonda nel buco nero della droga: inizia con le canne e altre droghe leggere, per arrivare alle metanfetamine e alle droghe sintetiche, anche se per Nick qualunque droga va bene per sconfiggere un senso di malessere profondo e di vuoto siderale.

Molte domande rimarranno senza risposta: che cosa spinge un ragazzo intelligente e con una famiglia che lo ama a sprofondare in questo tunnel? Un eccesso di sensibilità, un demone interiore innato, il peso delle aspettative dei genitori, il troppo amore, la percezione della banalità della vita, una qualche sofferenza del passato, il bisogno di prendere le distanze da suo padre? O forse tutte queste cose insieme?

La storia di questa discesa agli inferi e di questo calvario è sostanzialmente raccontata attraverso gli occhi di Dave, che di fronte a un figlio che si sta rovinando la vita non può fare a meno di cercare in lui i ricordi del passato, la forza del loro legame, la gioia della sua intelligenza, la bellezza del suo modo di essere. Questo padre ce la mette tutta e farebbe qualunque cosa per salvare suo figlio, ma dovrà capire che nessuno può salvarci se non siamo noi stessi a volerci salvare. Capirà che non c'è amore che possa placare il demone interiore che rende suo figlio inquieto e insoddisfatto.

Beautiful boy è soprattutto una grande prova attoriale, quelle di Steve Carell e di Thimotée Chalamet, che conferiscono ai loro personaggi tutte le sfumature necessarie a rappresentare l'immensa gioia dell'amore padre-figlio e l'immensa sofferenza della propria impotenza di fronte a ciò che è più grande di noi.

Un film dal quale si esce col cuore straziato, anche chi come me non ha figli di cui inevitabilmente - e forse non del tutto giustamente - si sente l'enorme peso della responsabilità non solo di farli crescere e di amarli, bensì anche di vederli prendere la strada giusta.

Voto: 4/5



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Skate Kitchen

Con Skate Kitchen mi immergo nuovamente nella rassegna Alice nella città, ma questo mio andirivieni tra i programmi dei due festival paralleli è quasi impercettibile considerando la continuità delle tematiche.

Ancora una volta infatti il tema è quello della tarda adolescenza e della ricerca dell'autonomia in tutte le maniere lecite e non lecite. Qui la protagonista è una ragazza americana di seconda generazione, alle soglie dell'età adulta ma ancora non del tutto autonoma. Camille (Rachelle Vinberg) vive con sua madre (durante il film ci spiegherà perché e da quanto tempo), che è sudamericana e le parla in spagnolo mentre lei le risponde sempre in americano. Soprattutto, Camille ha una grande passione per lo skateboard che sua madre non approva perché lo ritiene molto pericoloso.

Contravvenendo alle indicazioni della madre, la giovane si mette in contatto tramite Internet con un gruppo di ragazze della periferia newyorkese che si incontrano con le loro tavole da skate. Qui Camille troverà la possibilità di essere sé stessa e anche l'occasione di confrontarsi con la complessità del mondo e delle relazioni; dovrà imparare a cavarsela, a chiedere scusa, ad accettare che i legami sono difficili e fragili. Scoprirà anche che in fondo ha ancora bisogno della madre da cui rifugge, sebbene nell'ambito di un rapporto più adulto e consapevole.

In questo percorso lo spettatore avrà modo non solo di conoscere Camille e le sue amiche, ma anche di gettare uno sguardo sul mondo degli skateboarders e sulla periferia newyorkese vissuta da giovani e adolescenti di diverse origini, con tutte le loro tenerezze e anche le loro sregolatezze. È interessante scoprire che tra droghe, sesso e competizione feroce esistono in questo mondo anche delle regole di rispetto e di lealtà che tali gruppi interiorizzano e fanno proprie. Da questo punto di vista il film ha un taglio quasi documentaristico, che non sorprende se si pensa che la regista Crystal Moselle è la stessa di The wolfpack, la storia vera dei fratelli Angulo.

Il film ha una bella colonna sonora e un bel ritmo, mentre seguiamo le evoluzioni incredibili di questi ragazzi e ragazze sui loro skate. Pur nell'originalità del punto di vista, il film resta un po' ripetitivo e nel complesso non del tutto nuovo rispetto alla tematica trattata, cosicché il percorso di Camille risulta in qualche modo fortemente prevedibile.

Voto: 3/5




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Boy erased

La mia festa del cinema di quest'anno si chiude con una perfetta circolarità, in quanto va a chiudersi esattamente dove era cominciata. La storia di Boy erased infatti ricorda molto da vicino quella raccontata in The miseducation of Cameron Post.

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un ragazzo omosessuale, Jared (Lucas Hedges), che viene mandato dal padre pastore battista (Russell Crowe) e dalla madre ultrareligiosa (Nicole Kidman) in una comunità che applica la terapia della conversione e che si chiama Love in Action per correggere il suo orientamento sessuale e i suoi comportamenti. Jared accetta perché l'alternativa è essere cacciato di casa e perché profondamente condizionato dalla visione fondamentalista della religione a cui è stato educato e che in qualche modo ha introiettato, sentendosi dunque intimamente sbagliato.

Quella di Jared è la storia vera che Garrard Conley - ora adulto e sposato con un uomo a New York - ha voluto raccontare in un romanzo autobiografico da cui è tratto il film diretto da Joel Edgerton (che interpreta anche il ruolo di Sykes, il responsabile del centro), con lo scopo di portare a conoscenza di tutti l'assurdità e la pericolosità di questi centri, la cui esistenza è accettata ancora in 36 stati americani.

La storia di Jared/Garrard è la storia della sofferenza individuale di chi è costretto a vedere sé stesso come qualcosa di sporco e di sbagliato e a doversi appunto cancellare (situazione che gli ospiti del centro vivono ciascuno in modo diverso, ma comunque con effetti devastanti sulla psiche), ma anche la storia del suo rapporto con i genitori, una madre succube e intrisa di idee religiose ma che alla fine riesce a mettere davanti il bene del figlio, un padre che invece non riesce a scendere a patti con quella che ritiene una "scelta" - pertanto reversibile - da parte del figlio.

Rispetto a The miseducation of Cameron Post, che nonostante la gravità della tematica riesce a essere un film in buona parte leggero e ironico, il film di Edgerdon è virato su un registro drammatico che a tratti sconfina quasi nel thriller e inevitabilmente sfocia in melò, senza per questo risultare stucchevole, e concedendosi qualche ironia in coda.

Il film si regge - oltre che sulla forza di una storia che inevitabilmente sorprende perché praticamente si svolge quasi ai giorni nostri - sulla capacità interpretativa degli attori: la sofferenza trattenuta di Lucas Hedges, le contraddizioni dei suoi genitori divisi tra l'affetto per il figlio e la fedeltà ai princìpi della loro fede. E così ci si ritrova ancora una volta a riflettere sui danni prodotti da un fondamentalismo religioso che interferisce in maniera pesante non solo con la libertà individuale ma anche con quella dello Stato e della società tutta, e su quanto tutto questo sia non solo ancora attuale ma incredibilmente presente anche nelle evolute società occidentali.

Qualcuno volò sul nido del cuculo ci fece scandalizzare sulla pratica della lobotomia per curare la malattia mentale e aprì un dibattito sul tema. Speriamo che questi due film sollevino altrettanta indignazione su una pratica che dovrebbe essere condannata senza alcuna attenuante per non rovinare più le vite di tanti giovani che vogliono solo essere sé stessi.

Voto: 3,5/5



martedì 13 marzo 2018

Lady Bird

Come dice la mia amica F. all'uscita dal cinema, in questo primo film di Greta Gerwig non c'è niente che sia veramente nuovo: il coming of age di un'adolescente di periferia, il rapporto conflittuale madre-figlia, il fare i conti con le proprie radici, il coraggio di essere se stessi, la difficile costruzione dei rapporti con gli altri.

Siamo nei primi anni Duemila, non molto lontani dall’11 settembre 2001.

Christine (Saoirse Ronan), che si fa chiamare da tutti Lady Bird, è all’ultimo anno di scuola prima del college e sta per compiere 18 anni. Vive a Sacramento, “il Midwest della California”, e frequenta una scuola cattolica perché sua madre vuole preservarla dai pericoli della scuola pubblica. Quella di Lady Bird è una famiglia modesta, in cui la madre lavora su turni in un ospedale psichiatrico, il padre è dolce e buono, ma tende alla depressione, il fratello Miguel è alla ricerca di un lavoro vero, insieme alla sua fidanzata che si è trasferita da loro perché rifiutata dalla famiglia.

Lady Bird – come qualunque diciassettenne che si rispetti – è insofferente rispetto al piccolo mondo cui appartiene, vuole fare nuove esperienze, conoscere persone nuove; ma il massimo che riesce a fare è partecipare al musical messo in scena dalla sua scuola insieme alla sua amica Julie, che ha un rapporto non facile con la famiglia e con il cibo.

Lady Bird si innamorerà prima di Danny (Lucas Hedges), poi di Kyle (Timothée Chalamet), si allontanerà da Julie, proverà a frequentare le sue compagne di scuola più ricche e fascinose, si farà aiutare dal padre a fare domanda per un college sulla East Coast, che per lei rappresenta il mondo vero, quello a cui aspira.

In questo anno così determinante per la sua vita capirà molte cose: che la realtà non è sempre come sembra, che i soldi non sono necessariamente sinonimo di apertura mentale, che "pomiciare" può essere talvolta più bello che fare l’amore, che solo con le amiche vere si possono fare pazzie e "scemitudini", che l’amore - grande - di una madre si nasconde spesso dietro una facciata di durezza, che è necessario allontanarsi dal proprio mondo per recuperare le nostre radici e capire chi siamo e cosa vogliamo.

Tutto ciò detto, sembra proprio che la mia amica F. abbia ragione e probabilmente ce l’ha.

Io però ho trovato qualcosa di emozionante in modo speciale in questo film. Nel personaggio di Lady Bird ci sono una schiettezza, una naturalezza e una possibilità di riconoscersi che sono rari. Greta Gerwig riesce a mantenere mirabilmente in equilibrio leggerezza e profondità, e riesce a trasmetterci qualcosa che chiaramente viene da un’esperienza vissuta emotivamente sulla propria pelle.

E se è vero che nel complesso non ci sono guizzi di originalità (ma cosa si può ancora dire di originale sull’età del passaggio dall’adolescenza all’età adulta?), tutto quello che ci racconta è intriso di una sincerità e di una riconoscibilità, cui certamente contribuisce la notevole interpretazione di Saoirse Ronan, adolescente testarda, a tratti insopportabile, immatura ed egoista (come forse tutti noi siamo stati in quel momento della vita, e non solo), ma anche ricca di quella speranza che stride pesantemente con la rassegnazione, il cinismo e la fatica del mondo adulto.

Il rapporto con la madre – pur essendo un classico di queste storie – tocca vette di realismo emotivo che raramente si vedono sullo schermo, fin dalla prima scena: il pianto di madre e figlia insieme in macchina al termine dell’audiolibro Furore di Steinbeck e il repentino passaggio a un litigio nato dal nulla e che termina in un crescendo di incomunicabilità racchiudono il senso di un rapporto che vive di estremi, perché si nutre di un amore grande ma fa i conti con la necessità della presa di distanza.

Io mi sono commossa ed emozionata. Ma questo ovviamente è molto soggettivo e credo anche contingente.

Voto: 3,5/5

lunedì 29 gennaio 2018

Chiamami col tuo nome

Siamo nel 1983. Elio (Timothée Chalamet) è un diciassettenne decisamente non ordinario: trascorre le sue giornate trascrivendo musica classica, suonando il pianoforte, leggendo e interagendo con i propri coetanei in quell'età della vita in cui sbocciano i primi amori importanti. Viene da una famiglia colta e cosmopolita, molto benestante e dalle idee decisamente liberali.

La famiglia sta trascorrendo – come sempre – le vacanze estive nella casa della campagna cremasca che la madre ha ereditato e, come ogni estate, il padre - professore universitario - ha invitato un proprio studente americano a trascorrere le vacanze con loro per trovare stimoli e ispirazione a scrivere la propria tesi.

Lo studente invitato quest'anno, Oliver (Armie Hammer), - cui Elio dovrà cedere la propria stanza da letto per posizionarsi nella stanza accanto – con i suoi modi aperti e confidenziali conquista subito tutti e crea un turbamento praticamente immediato in Elio, che ne è contemporaneamente attratto e respinto, fors'anche perché consapevole delle conseguenze di quest'attrazione.

Mentre la loro estate va avanti tra passeggiate in bicicletta, serate danzanti con gli amici sulle note dei successi degli anni Ottanta, dotte disquisizioni e citazioni ancora più dotte (e che non a caso in buona parte mi sono sfuggite), cene e pranzi in famiglia, gite fuori porta, bagni al lago e nelle fontane, ritrovamenti di statue classiche, tra Elio e Oliver si innesca una schermaglia che fin da subito prende la forma di una schermaglia amorosa, da cui entrambi a tratti si ritraggono per paura e insicurezza.

In una campagna padana assolata e luminosa che esprime una bellezza antica e quasi rarefatta, in un'epoca storica che il nostro occhio riconosce come un passato già lontano eppure ricco di echi molto familiari per la generazione di chi, come me, è nato negli anni Settanta, il perno attorno a cui ruota tutta la storia è Elio, interpretato da un Timothée Chalamet straordinario e ipnotizzante, insopportabilmente colto eppure incredibilmente empatico nel rappresentare le emozioni indefinite, confuse e a tratti spaventose di un diciassettenne, il senso di colpa e al contempo la forza di un'attrazione potente e pura come forse mai riesce a essere più avanti nella vita. Un'attrazione rispetto alla quale qualunque manovra diversiva – vedi la breve storia di Elio con la coetanea Marzia – è destinata a non avere successo e semmai a rafforzare il desiderio.

Però – al contrario di quello che si potrebbe pensare – questa storia, che pure ha al centro un amore omosessuale, non è un film a tesi e dei film a tesi non ha i principali stilemi. Non c'è tragedia all'esito della capitolazione dei due giovani alla reciproca attrazione, quella che li fa rispecchiare l'uno nell'altro come testimoniano nel chiamarsi col nome dell'altro, né c'è il trionfo dell'amore che esclude qualunque altra strada di vita. Esiste solo un amore intenso che per una estate spazza via tutto il resto e dà una gioia incontenibile e poi una tristezza altrettanto profonda nell'inevitabile allontanamento che la vita porta con sé.

È profondamente sincero il modo in cui Guadagnino rappresenta il rapporto di Elio con la propria sessualità nonché il modo intensamente fisico in cui si esplica l'interazione amorosa tra due uomini.

E però – a differenza di altri film sul medesimo tema – il mondo intorno non è ostile, nella misura in cui ognuno si confronta con la vita com'è, quella vita che può solo essere assecondata.

L'amicizia che Marzia offre a Elio è commovente, la presenza discreta – ma perfettamente consapevole - della madre è carezzevole, il discorso del padre a Elio alla partenza di Oliver è di quelli che colpiscono dritti al centro del cuore e che – come mi ha fatto notare la mia amica R. - è riuscito nell'intento di far ammutolire l'intera sala di un cinema di provincia, perché nessuno può a ragione sentirsene estraneo.

Non ho letto il romanzo omonimo di Aciman (conto di rimediare!), ma la sceneggiatura di James Ivory è contenuta e accogliente al punto giusto; i due inediti del grande Sufjan Stevens interpretano perfettamente lo spirito del film (e complimenti a chi ha scelto di coinvolgere proprio questo cantautore); Timothée Chalamet si esprime con le parole e soprattutto con il corpo in maniera così naturalistica da lasciare a bocca aperta.

Peccato solo non averlo visto in lingua originale. E lo so che questa apparirà una notazione da snob, ma in un film in cui si parlano lingue diverse – e non a caso, visto che la famiglia di Elio vive tra gli Stati Uniti e l'Italia, e padre e madre citano e traducono dal francese e dal tedesco –  nonché il dialetto locale, è un po' un peccato vedere tutto appiattito all'italiano.

Voto: 4,5/5