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lunedì 6 dicembre 2021

The French Dispatch

È tornato Wes Anderson. Ed è sempre più lui, potremmo dire Wes Anderson al quadrato, se non al cubo.

In questo suo ultimo film il regista statunitense omaggia - in maniera neppure tanto nascosta - una grande rivista americana, The New Yorker, ma lo fa trasferendo la vicenda in Europa, più precisamente in Francia, nel paese immaginario di Ennui-sur-Blasé, creando in questo modo una corrispondenza d'amorosi sensi tra il vecchio e il nuovo mondo, che evidentemente occupano entrambi uno spazio importante nel suo cuore.

Nel film di Anderson il New Yorker diventa The French Dispatch, una rivista nata dall'iniziativa del suo geniale direttore Arthur Howitzer Jr. (l'attore feticcio di Anderson, Bill Murray) e destinata a terminare le sue pubblicazioni con la morte di quest'ultimo, come da testamento.

Ed è proprio dalla morte di Howitzer che prende le mosse la narrazione multipla di Anderson. La redazione della rivista, prima e dopo la morte del direttore, fa da cornice a quattro racconti visivi, che illustrano altrettanti articoli contenuti nell'ultimo numero pubblicato e realizzati - anche attraverso la loro partecipazione attiva - dagli stessi giornalisti della rivista. Il primo è una specie di racconto della città di Ennui, realizzato da un giornalista in bicicletta (interpretato da Owen Wilson), il secondo è la storia, raccontata dalla giornalista J.K.L. Berensen (Tilda Swinton), di un artista galeotto e psicotico (Benicio Del Toro) che è innamorato della sua secondina (Léa Seydoux), il terzo è la cronaca di una contestazione studentesca capeggiata da Timothée Chalamet realizzata dalla giornalista Lucinda Krementz (Frances McDormand) che se ne lascia coinvolgere sentimentalmente, il quarto infine racconta - ad opera di Roebuck Wright (Jeffrey Wright) - dello chef-poliziotto Nescoffier che lavora in un commissariato dove è in corso un'indagine condotta dal commissario (Mathieu Amalric) per ritrovare il figlio rapito.

La narrazione di Anderson è una girandola di situazioni, parole, stili, personaggi, e attori (c'è una carrellata di nomi famosi a volte chiamati solo per un cameo) rispetto alla quale è molto difficile mantenersi sintonizzati. Il ritmo di Anderson è troppo veloce, ci si sente in balia di una montagna russa che non guidiamo noi e che non possiamo né rallentare né tanto meno frenare.

I dialoghi - in parte in inglese, in parte in francese - si rincorrono senza soluzione di continuità; i quadri disegnati sullo schermo dal regista non durano un tempo nemmeno lontanamente sufficiente ad apprezzarne i dettagli e la qualità pittorica, il bianco e nero e il colore si inseguono e si mescolano senza dare allo spettatore la possibilità di capire esattamente con che criterio, il girato con attori in carne e ossa si alterna a un certo punto con la narrazione animata, lo schermo si divide in parti per accogliere più immagini in modalità parallela. Tutto questo perché Anderson fa fatica a stare dentro qualunque tipo di confine, è strabordante e ipertrofico, fino al punto di diventare autoreferenziale anche nel suo ipercitazionismo.

La sua maniacale attenzione per il dettaglio, la sua incontenibile genialità e il suo universo immaginifico che si autoriproduce mi pare che, film dopo film, finiscano per essere messi al servizio del proprio divertissement più che di quello dello spettatore, a meno che quest'ultimo non abbia il desiderio e la volontà di rivedere il film più e più volte, magari anche usando le funzioni di rallentamento delle immagini.

In conclusione, a differenza di alcuni dei suoi film più datati - tra i quali il mio preferito resta Moonrise Kingdom - mi pare che nel tempo Anderson vada sempre di più nella direzione del rifiuto di qualunque finalità esterna alla pellicola, in un dialogo via via più serrato con il proprio mondo interiore (costruito sull'insieme delle esperienze visive che fanno parte del suo bagaglio individuale) e in un disinteresse sempre più accentuato verso la realtà circostante.

Voto: 3/5


martedì 4 maggio 2021

Nomadland

Dopo circa 5 mesi di astinenza (per fortuna ero riuscita a fare scorpacciata al Festival del cinema di Roma) torno finalmente a vedere un film sul grande schermo, e questo film non poteva che essere il vincitore come miglior film (ma anche miglior regia e miglior attrice protagonista) agli Oscar 2021. A dire la verità, alla riapertura dei cinema non è che l'offerta fosse particolarmente ampia; del resto, arriviamo da un anno in cui non solo i cinema sono stati chiusi, ma anche molte produzioni si sono fermate.

E direi che per il momento intanto possiamo essere felici di tornare al cinema e godere di questa possibilità.

Nomadland è il film di Chloé Zhao (la regista cino-americana che aveva già attirato l'attenzione di pubblico e critica con il precedente film The rider - Il sogno di un cowboy), basato sul libro della giornalista Jessica Bruder, a suo volta nato da un articolo di inchiesta sulle tante persone che in America vivono in maniera non stanziale per necessità o per scelta.

La protagonista, Fern (Frances McDormand), è un personaggio di finzione (per quanto estremamente realistico) e fa da elemento di connessione tra le storie di tutti gli altri, Linda May, Swankie, Bob Wells, interpreti di sé stessi.

La donna, dopo che suo marito è morto e la città dove vivevano, Empire, è stata cancellata dalle mappe a causa della chiusura della miniera di gesso intorno alla quale era nata, posta di fronte alla necessità di spostarsi altrove e alla prospettiva di un sussidio, decide di allestire il suo van e di vivere nomade, facendo lavori stagionali in giro per l'America: ad Amazon durante il periodo natalizio, in un fast food, nella raccolta delle barbabietole e così via. Diventa presto amica di Linda May, una veterana della vita nomade, che la introduce anche agli appuntamenti annuali con Bob Wells, una specie di guru del nomadismo che si propone di creare una forma di comunità tra queste persone, nonostante i loro rapporti non siano continui e quotidiani.

Ne viene fuori il ritratto (anzi i tanti ritratti) di un'America alternativa, dentro la quale ci sono tante cose: le conseguenze della crisi economica e dell'aumento della disoccupazione, un sistema di welfare insufficiente, un meccanismo economico fortemente dipendente dai lavoratori stagionali in buona parte sottopagati, ma anche forme di solitudine più o meno desiderate e ricercate, l'esigenza di un contatto più stretto con la natura e di legami più laschi e meno vincolanti, le mille strade per affrontare i propri dolori.

Frances McDormand è superlativa: riesce a comunicarci cosa le passa per la testa anche senza parlare, con la distensione o il corrugarsi di una ruga sul viso, e su questo c'è poco da dire. È vero che in fondo fa un personaggio che le è familiare, la donna forte che si porta dentro un dolore grande e che fa fatica a esternare i suoi sentimenti, però non c'è dubbio che è in grado di declinarlo in maniere sempre più sfumate. Va però detto che non c'è soluzione di continuità con gli altri protagonisti, per gran parte attori non professionisti, nella capacità di rendere sinceri i sentimenti e le storie.

Indubbiamente la retorica è dietro l'angolo e tutte le volte che la telecamera si avvicina troppo ai volti oppure se ne allontana troppo per mostrare i grandi paesaggi americani e parte il commento musicale di Ludovico Einaudi il rischio diventa realtà e produce un effetto un po' stucchevole.

Ciò detto la fotografia è di grande livello - e la cosa non mi dispiace affatto -, e soprattutto dentro la confezione ci sono storie, condizioni e sentimenti importanti da raccontare, all'interno di una struttura narrativa circolare ben costruita.

Un'ultima considerazione: la cosa che mi ha colpito di più in questi giorni è che la mia bacheca Facebook - in cui da mesi nessuno parlava di film e sentiva il bisogno di fare esternazioni in merito - si è riempita di post di persone che sono andate a vedere Nomadland al cinema ed esprimevano il loro parere, suscitando ampio dibattito tra i loro amici nei commenti. Mi è sembrato un fatto molto interessante: tutti (io meno degli altri a dire la verità) durante la chiusura dei cinema abbiamo visto film e serie Tv a casa usando tutte le piattaforme possibili, probabilmente ne abbiamo visti molti di più della media, se si considera il fatto che siamo usciti molto meno la sera. Eppure di film se ne parlava poco, e nessuno sentiva il bisogno di condividere il proprio punto di vista. Perché? Sicuramente il fatto che andare al cinema non è un'azione puramente privata, ma sociale (che comporta una precisa ritualità) conta.

Poi sicuramente conta che la stagione cinematografica - a differenza delle piattaforme - non prevede un'offerta infinita, bensì la contemporaneità di un numero limitato di titoli, il che aumenta sensibilmente la probabilità che molte persone più o meno contemporaneamente vedano lo stesso film. Perché questo accada nel privato della visione sulle piattaforme è necessario che si superi una massa critica che renda l'esternazione del proprio punto di vista commentabile e sensata per un numero elevato di persone.

E dunque siamo tornati - almeno apparentemente - dove ci eravamo fermati un bel po' di tempo fa: bacheche in cui qualcuno dice che Nomadland è un film noioso e che gli Oscar sono sempre una fregatura e qualcuno che grida al capolavoro ad altissimo tasso emotivo. Sono polarizzazioni che normalmente mi produrrebbero l'orticaria (ma nel contesto social sono la normalità perché prevalgono le frasi ad effetto), però in questo caso - e solo in questo caso - ne sono persino contenta, perché vuol dire che nella nostra vita c'è ancora spazio per il cinema.

Il cinema è ancora vivo. Evviva il cinema.

(E scusate per la lunga recensione. Ma il ritorno al cinema mi ha preso un po' la mano)

Voto: 3,5/5


lunedì 22 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Come ci comunica già il titolo del film, siamo a Ebbing in Missouri, un paesino piccolissimo nel cuore degli Stati Uniti, immerso in una natura maestosa fatta di montagne, foreste e corsi d’acqua, ma umanamente e socialmente desolato. Siamo infatti nella più profonda provincia americana, dove la gente sa tutto di tutti (Floridi direbbe che non esiste “frizione informazionale”) e i rapporti umani sono condizionati da frustrazioni individuali, pregiudizi, grettezza mentale e l’abitudine inveterata a rispondere alla violenza con la violenza. In questo paesino, in cui la vita trascorre incolore tra famiglia, lavoro e i pub dove si beve birra e si gioca a biliardo, è avvenuto un orribile delitto: una ragazzina è stata stuprata e uccisa.

Sua madre, Mildred (Frances McDormand), non si dà pace e convive con un senso di colpa inestinguibile. Il silenzio delle indagini la convince ad affittare lo spazio pubblicitario sui tre vetusti cartelloni che campeggiano sulla strada dove è avvenuto l’omicidio per denunciare l’inattività della polizia locale, capeggiata dallo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson), un uomo buono e stimato che sa che gli resta poco da vivere.

Da questa premessa si innesca una catena di eventi che - come in un domino - muove le fila delle vicende della cittadina e dei destini individuali, rivelando strati di umanità nascosti tra le pieghe di una società a suo modo tribale.

La cosa veramente interessante di questo film sta nel suo impianto. Come è stato già detto da molti, il regista Martin McDonagh non punta propriamente a una rappresentazione realistica, bensì costruisce la vicenda come una specie di tragedia classica, in cui i personaggi sono per certi versi stereotipati e/o estremizzati, mentre per altri sono profondamente umani e riconoscibili.

La moltiplicazione e la mescolanza dei registri sono lo strumento primario che il regista (che è anche lo sceneggiatore del film) utilizza per ottenere il risultato di un film spiazzante che risucchia emotivamente lo spettatore, ma al contempo lo allontana per effetto della risata amara che gli induce ovvero della presenza di personaggi al limite del grottesco. Alla tragedia dunque si mescola la commedia nera, che a più riprese fa capolino o addirittura prende la scena grazie a inserti ironici che allentano la tensione ma al contempo destabilizzano.

Il risultato è un film che si muove tra generi cinematografici diversi e che spazia attraverso stili comunicativi che vanno dalla tragedia greca a Shakespeare (non a caso citato), da Oscar Wilde (citato anche lui in un momento cruciale del film) ai fratelli Coen, fino a Tarantino e chissà a quanti altri.

Un film che tratta temi forti - il dolore, la colpa, la violenza, la solitudine, la riconciliazione - in modo decisamente non convenzionale e che impedisce allo spettatore di prendere le parti, perché anche i personaggi apparentemente più gretti e laidi sono capaci di gesti ricchi di umanità e anche le reazioni più abiette talvolta ci vedono partecipi in un tifo quasi istintivo.

È un genere di film con cui personalmente faccio fatica a risuonare emotivamente; lì per lì uscendo dal cinema ero infatti abbastanza perplessa. È poi solo grazie a un salto diciamo così “razionale” che riesco a fare mio lo spirito del film ed entrarci in sintonia. Ma questo credo sia un problema tutto mio.

Voto: 3,5/5

martedì 1 novembre 2011

This must be the place

Il film di Sorrentino potrebbe essere considerato uno straordinario saggio finale di una scuola di cinematografia, una vera e propria lezione di cinematografia a tutto tondo.

Perché dentro This must be the place c’è moltissima qualità e arte cinematografica, una specie di antologia delle possibilità che sono in mano a un regista che sappia utilizzarle.

A cominciare dalla straordinaria fotografia di Luca Bigazzi. Non solo per quegli sguardi infiniti e meravigliati sulla profonda America, con quel contrasto esasperato tra l’incredibile bellezza della natura e dei paesaggi e la bruttezza e lo squallore di certa presenza umana. Ma anche e soprattutto per la cura con cui ogni singola scena è stata pensata, ritratta e offerta al pubblico, sfruttando colori, luci e forme.

Per non parlare della musica, co-protagonista del film insieme a Sean Penn. La musica è onnipresente. Intanto perché il protagonista Cheyenne è una ex popstar ormai cinquantenne che oscilla tra l’annoiato e il depresso, tra il cinico e l’ingenuo, uno che in qualche modo ha avuto tutto dalla vita: l’amore di una donna forte e ironica (una notevole Frances McDormand nel ruolo di Jane), la ricchezza che gli ha permesso di comprare una villa incredibile la cui piscina non è mai stata riempita perché utilizzata per giocare partite a pelota all’ultimo sangue tra lui e sua moglie, la notorietà conservata ancora a distanza di anni.

Lo stesso titolo del film, This must be the place, è tratto da una canzone dei Talking heads che - a un certo punto del suo viaggio on the road - Cheyenne canta insieme ad un ragazzino di otto anni - un po’ obeso - che pensa che questa canzone sia degli Arcade Fire.

E poi c’è il cameo di David Byrne nel ruolo di se stesso, ancora originale e affascinante sul palco, ancora pieno di idee.
Infine, c’è una colonna sonora che non fa solo da sottofondo, ma sottolinea, accompagna, interviene, sostituisce. Una colonna sonora (per gran parte dello stesso Byrne) di grandissima qualità.

Una parola va spesa certamente anche per il montaggio, che qui non è soltanto stratagemma cinematografico per mantenere comprensibilità e ritmo a un racconto ricco di episodi e personaggi, bensì è utilizzato in maniera non convenzionale per mescolare e allontanare i segmenti narrativi collegati e distinti che compongono la storia, apparentemente un collage di storie senza relazione tra di loro, in realtà un percorso fatto di rimandi interni e di legami concettuali e narrativi. Gli inserti di montaggio che giocano su brevissime sequenze di anticipazione o posticipazione (flashback e flashforward), spingono lo spettatore in avanti o indietro creando sorpresa, smentite o conferme al processo di ricostruzione mentale che ognuno fa nella propria mente.

Non ultima va menzionata la sceneggiatura, anch’essa in qualche modo antologica. Infatti, in This must be the place i dialoghi non sono quasi mai banali, come nella realtà accade per il 90% delle nostre conversazioni, bensì comunicano un’arguzia, un’ironia, una profondità o anche solo una selezione verbale decisamente superiori alla media.

Infine, non si possono dimenticare i personaggi, a cominciare da Cheyenne cui Sean Penn regala umanità nonostante la sua caratterizzazione decisamente e costantemente sopra le righe. Ma anche Jane, la moglie, e poi Mary (Eve Hewson), la ragazza dark che Cheyenne vorrebbe far fidanzare con il cameriere del fast food, l’insegnante anziana che vive in una casa piena di bambole con i tendaggi a fiori, la giovane donna (Kerry Condon) che vive con il figlioletto obeso nel paese dove c’è la scultura del pistacchio più grande del mondo, il cacciatore di nazisti ormai assuefatto allo showbiz, l'inventore del trolley e infine il vecchio gerarca nazista che ha scelto di andare a vivere ai confini del mondo. Anche in questo caso non si può certo parlare di un’umanità banale o comune, ma di una specie di excerpta di una società umana vista da un angolo visuale inusuale.

Qual è il risultato di tutto questo? Un film cinematograficamente perfetto, in cui però la cura estrema del dettaglio e la sensazione che tutto sia studiato a tavolino in maniera quasi maniacale tolgono naturalezza e rendono lo spettatore un fruitore passivo e poco partecipe della poesia e della dinamica emotiva che pure il film prevederebbe.

Non si può certo dire che Sorrentino sia un regista di pancia (i suoi film precedenti tra cui il bellissimo Le conseguenze dell’amore avevano già messo a nudo questo approccio glaciale, ma al contempo molto interno, ai sentimenti umani); qui forse l’intellettualismo e un certo manierismo cinematografico gli prendono un po’ la mano, anche in risposta all’esame importante di fare un film con un respiro internazionale, con protagonista una grande star hollywodiana e destinato a un pubblico non solo italiano.

A questo proposito, devo dire che non riesco a spiegare diversamente alcune scelte del regista che sono obiettivamente lontane dal suo stile un po’ implicito ed involuto, in particolare il finale: personalmente avrei fatto finire il film con la sgommata del SUV sulla neve, evitando sia la dimostrazione del teorema del “romanzo di formazione di un cinquantenne” con la scena in aeroporto e l’accensione della prima sigaretta di Cheyenne, sia la scena finale di Cheyenne/Tony che torna in Irlanda dalla madre che ha perso suo figlio.

In qualche modo, anche la questione ebrea e la vendetta messa in atto nei confronti del gerarca nazista ormai novantenne mi sono sembrati più una concessione un po’ melodrammatica al pubblico americano, che un reale valore aggiunto narrativo. In fin dei conti la morte del padre di Cheyenne e la di lui ossessione per il ritrovamento del criminale sono – e forse dovevano rimanere – più un pretesto per raccontare di quest'uomo un po’ bambino – e con lui di quella generazione segnata dal boom economico e da certa superficialità anni ’80 – e del suo affrancamento da se stesso e dalle sue paure.

Insomma, Sorrentino è un grande regista e This must be the place è certamente un film da vedere (che solo un americano può definire lento), ma forse l’ansia da prestazione ha tolto un po’ di quel potenziale valore aggiunto che poteva derivare dall’incontro di due mondi culturali e cinematografici così diversi.

Ah... dimenticavo: da vedere assolutamente in lingua originale!

Voto: 3,5/5