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lunedì 14 novembre 2022

Triangle of sadness

Il nuovo film di Ruben Östlund sembra riprendere le fila dei suoi ultimi due lavori, Forza maggiore e The square, proseguendo nella sua personale indagine sulle contraddizioni dell'essere umano contemporaneo sia come individuo (tema primario di Forza maggiore) sia come parte della società (oggetto di The square). Ovviamente questa indagine non è condotta con lo sguardo oggettivo e asettico dello studioso, bensì con l'approccio irriverente e feroce di un cineasta che film dopo film sembra aver trovato nel linguaggio sarcastico e grottesco la sua cifra dominante.

Alle giurie di Cannes tutto questo sembra piacere molto, tanto che con Triangle of sadness Östlund ha fatto il bis della Palma d'Oro già ottenuta con The square.

Il film si articola in tre parti, che potrebbero anche essere considerati ciascuno un mediometraggio ma che sono collegati da una continuità narrativa. Nella prima è protagonista una coppia di modelli, Yaya (Charlbi Dean Kriek) e Carl (Harris Dickinson), che finiranno la serata con una discussione su chi debba pagare il conto del ristorante e in generale sui rapporti di forza tra di loro basati sul denaro. Nel secondo "episodio" i due sono su uno yacht per una crociera extralusso, circondati da ricconi di varia provenienza, con giornate che trascorrono tra richieste assurde al personale di bordo e sollazzi di vario genere, fino alla tempesta che ribalterà tutti gli equilibri e finirà tra il vomito e la merda, e gli annunci "socialisti" del capitano alcolizzato (Woody Harrelson). Nella terza parte i sopravvissuti al naufragio, tra cui la coppia protagonista, si ritrovano su un'isola apparentemente deserta, dove l'unica persona capace di procacciarsi e procacciare del cibo, ossia la responsabile delle pulizie dello yacht, finisce per dare ordini a tutti e diventare la leader della situazione.

Come già avevo osservato per The square, Ruben Östlund tende a essere un po' bulimico, e dunque anche se ritengo che qui il tema principale sia quello del potere (legato ovviamente ai soldi, ma non solo e non necessariamente), in realtà sul piatto c'è molto altro, una critica a tutto tondo alla decadenza della civiltà occidentale, che però a tratti sembra strabordare come la merda che esce dai water durante la tempesta.

Mi pare che Östlund cerchi in maniera sempre più marcata l'eccesso e punti a trascinare lo spettatore in una risata che è al contempo sfacciata e amara, non solo e non tanto perché i temi trattati, pur essendo trasformati in farsa sono drammatici e talvolta inquietanti, ma anche perché la catarsi dello spettatore è solo apparente, dal momento che il ribaltamento della realtà messo in scena dal regista funziona solo sullo schermo, ma non intacca minimamente la realtà.

In conclusione, non sono tanto alcune incongruenze narrative a lasciarmi perplessa (credo che possano essere accettabili in un film che non punta davvero a essere realistico), quanto la tendenza sempre più evidente di Östlund a calcare la mano, a pigiare il piede sull'acceleratore e a travolgere lo spettatore con un profluvio di input in cui ognuno evidentemente trova qualcosa di interessante, ma che forse manca di un vero centro.

Comunque un film che certamente non va persa l'occasione di vedere.

Voto: 3,5/5


lunedì 22 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Come ci comunica già il titolo del film, siamo a Ebbing in Missouri, un paesino piccolissimo nel cuore degli Stati Uniti, immerso in una natura maestosa fatta di montagne, foreste e corsi d’acqua, ma umanamente e socialmente desolato. Siamo infatti nella più profonda provincia americana, dove la gente sa tutto di tutti (Floridi direbbe che non esiste “frizione informazionale”) e i rapporti umani sono condizionati da frustrazioni individuali, pregiudizi, grettezza mentale e l’abitudine inveterata a rispondere alla violenza con la violenza. In questo paesino, in cui la vita trascorre incolore tra famiglia, lavoro e i pub dove si beve birra e si gioca a biliardo, è avvenuto un orribile delitto: una ragazzina è stata stuprata e uccisa.

Sua madre, Mildred (Frances McDormand), non si dà pace e convive con un senso di colpa inestinguibile. Il silenzio delle indagini la convince ad affittare lo spazio pubblicitario sui tre vetusti cartelloni che campeggiano sulla strada dove è avvenuto l’omicidio per denunciare l’inattività della polizia locale, capeggiata dallo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson), un uomo buono e stimato che sa che gli resta poco da vivere.

Da questa premessa si innesca una catena di eventi che - come in un domino - muove le fila delle vicende della cittadina e dei destini individuali, rivelando strati di umanità nascosti tra le pieghe di una società a suo modo tribale.

La cosa veramente interessante di questo film sta nel suo impianto. Come è stato già detto da molti, il regista Martin McDonagh non punta propriamente a una rappresentazione realistica, bensì costruisce la vicenda come una specie di tragedia classica, in cui i personaggi sono per certi versi stereotipati e/o estremizzati, mentre per altri sono profondamente umani e riconoscibili.

La moltiplicazione e la mescolanza dei registri sono lo strumento primario che il regista (che è anche lo sceneggiatore del film) utilizza per ottenere il risultato di un film spiazzante che risucchia emotivamente lo spettatore, ma al contempo lo allontana per effetto della risata amara che gli induce ovvero della presenza di personaggi al limite del grottesco. Alla tragedia dunque si mescola la commedia nera, che a più riprese fa capolino o addirittura prende la scena grazie a inserti ironici che allentano la tensione ma al contempo destabilizzano.

Il risultato è un film che si muove tra generi cinematografici diversi e che spazia attraverso stili comunicativi che vanno dalla tragedia greca a Shakespeare (non a caso citato), da Oscar Wilde (citato anche lui in un momento cruciale del film) ai fratelli Coen, fino a Tarantino e chissà a quanti altri.

Un film che tratta temi forti - il dolore, la colpa, la violenza, la solitudine, la riconciliazione - in modo decisamente non convenzionale e che impedisce allo spettatore di prendere le parti, perché anche i personaggi apparentemente più gretti e laidi sono capaci di gesti ricchi di umanità e anche le reazioni più abiette talvolta ci vedono partecipi in un tifo quasi istintivo.

È un genere di film con cui personalmente faccio fatica a risuonare emotivamente; lì per lì uscendo dal cinema ero infatti abbastanza perplessa. È poi solo grazie a un salto diciamo così “razionale” che riesco a fare mio lo spirito del film ed entrarci in sintonia. Ma questo credo sia un problema tutto mio.

Voto: 3,5/5

lunedì 1 agosto 2016

Now you see me 2 - I maghi del crimine

L'appuntamento estivo con mio nipote F. a Roma e l'immancabile cinema insieme sono ormai una delle piacevoli routine dell'estate. Quest'anno abbiamo quasi un intero weekend a disposizione, prima di qualche giorno infrasettimanale in cui gli spazi di movimento sono decisamente inferiori.

E così per domenica sera il nostro programma è cinema + ristorante giapponese (la prima volta per mio nipote!). Siamo d'accordo sull'andare a vedere la seconda "puntata" di Now you see me, che a suo tempo avevo fatto scoprire a F. e a suo fratello.

La storia comincia con l'episodio che in qualche modo spiega l'intera trama del primo e che è alla base anche di questo secondo: ossia il numero di magia che causò la morte del padre di Dylan Rhodes (Mark Ruffalo) sotto gli occhi di suo figlio ancora bambino.

Nel primo episodio Dylan, che ora lavora per l'FBI, è sostanzialmente la mente che guida un gruppo di maghi, il cartomago J. Daniel Atlas (Jesse Eisenberg), il prestigiatore Jack Wilder (Dave Franco), l'escapologa Henley Reeves (Isla Fisher), e il mentalista Merritt McKinney (Woody Harrelson), in una serie di giochi di prestigio su grande scala, mediante i quali si vendica di coloro i quali ritiene responsabili della morte del padre.

La cosa più affascinante del format consiste nel fatto che la narrazione e le immagini sono costruiti per trasferire sul pubblico cinematografico l'illusionismo proprio della magia, sorprendendo lo spettatore con una serie di colpi di scena e di svelamenti che solleticano l'immaginazione e lasciano a bocca aperta.

Anche questo secondo episodio si basa sulle medesime caratteristiche, solo che l'effetto sorpresa del primo film è ovviamente attenuato, perché lo spettatore è in parte preparato, e anche la costruzione narrativa si fa un po' troppo articolata per risultare del tutto appassionante. Il grande puzzle narrativo proposto in questo film è per certi versi meno convincente e, pur confermando un cast di tutto rispetto, alcuni personaggi, nuovi e vecchi, per esempio Arthur Tressler (Michael Caine) e suo figlio Walter (Daniel Radcliffe), nonché la nuova componente femminile dei quattro cavalieri, Lula (la bellissima Lizzy Caplan), risultano un po' forzati e poco amalgamati con l'insieme.

Ciò detto, Now you see me 2 è un perfetto film da estate al cinema, di quelli a cui lasciarsi andare senza porsi troppe domande né cercare qualità e coerenze cinematografiche che in questi casi passano totalmente in secondo piano.

Voto: 3/5