Duncan McMillan è il drammaturgo inglese autore del libro Ogni bellissima cosa, da cui è stato realizzato un adattamento teatrale che avevo visto messo in scena a Palazzo Merulana un po’ di anni fa con l'interpretazione di Carlo De Ruggieri e che avevo amato molto.
Così, quando ho visto nel cartellone dell’Ambra Jovinelli un altro lavoro di McMillan non ci ho pensato due volte e ho preso i biglietti. Il fatto che la regia fosse di Pierfrancesco Favino e che lo spettacolo fosse interpretato dalla moglie Anna Ferzetti (recentemente apprezzata ne La grazia di Sorrentino) non è stato dunque per me l’elemento determinante della scelta, ma solo un rafforzativo.
People, places and things racconta di una giovane donna, un’attrice di teatro, che ha grossi problemi con alcol e droga, e che dopo l’ennesima amnesia durante le prove di uno spettacolo (per l’esattezza Il gabbiano di Čechov) decide di andare in un centro di riabilitazione per farsi aiutare ad uscirne.
Per Emma, che all’inizio si fa chiamare Nina e che forse in realtà non si chiama nemmeno Emma, è l’inizio di un percorso difficile e doloroso, che la mette di fronte a sé stessa e alle sue fragilità e che la costringe a fare i conti con la sua identità. Ammettere di avere un problema, accettare di intraprendere un percorso e di farsi aiutare, smettere di interpretare una parte e confrontarsi con la realtà delle cose, saranno le tappe dell’accettazione di sé e della realtà. Intorno a lei, nel centro riabilitativo, molte altre persone che combattono fantasmi simili e che la aiuteranno a portare avanti questo percorso e anche ad accettare le ricadute e gli errori.
Detto così sembrerebbe trattarsi di un mattone esistenziale indigeribile, ma questo registro non è mai nelle corde di McMillan i cui testi, sebbene affrontino temi soggettivamente e/o socialmente molto pesanti, lo fanno sempre con un tono che a più riprese si fa leggero e ironico.
Anna Ferzetti è molto brava a concentrare nel suo personaggio, attraverso la sua interpretazione, una molteplicità di sentimenti e toni anche contraddittori, e riesce a conferire a Emma uno spessore e una rotondità non scontati. Intorno a lei molti attori navigati, non ultima Betti Pedrazzi che interpreta la dottoressa del centro e anche la terapeuta. Tutti immersi in una scenografia al contempo semplice ma anche molto articolata, in cui attraverso il movimento di alcuni pilastri e l’apertura o la chiusura di alcune porte gli ambienti si trasformano. La regia è essa stessa al contempo essenziale ma ambiziosa.
Ci sarebbero tutte le premesse per parlarne più che bene, eppure a me lo spettacolo non ha convinto. Pur apprezzando e decisamente salvando l’interpretazione della Ferzetti, tutto il resto intorno mi è sembrato un po’ troppo e, dal mio punto di vista, ha perso verosimiglianza e credibilità. Non posso dire che lo spettacolo non mi abbia in qualche modo catturato, ma l’ho sentito quasi sempre non empatico, fors’anche per quella componente tra lo spirituale e l’approccio un po’ new age da “costellazioni familiari” che risulta per me estremamente respingente.
Non so se attribuire la maggiore responsabilità al testo originale oppure alle scelte drammaturgiche e di messa in scena dello specifico spettacolo.
Tutto ciò premesso, Ferzetti si conferma attrice versatile e di alto livello, capace di mille sfumature e con molte frecce al suo arco. E questo non è poco.
Voto: 3/5
giovedì 26 marzo 2026
martedì 24 marzo 2026
Tutta sola al centro della terra / Zoe Thorogood
Tutta sola al centro della terra / Zoe Thorogood. Milano: Bao Publishing, 2025.
Come ormai ho deciso da un po', farò solo una breve segnalazione di questo graphic novel pubblicato da Bao Publishing, perché non voglio dedicare troppo tempo a un lavoro che personalmente non mi è piaciuto.
Zoe Thorogood realizza un fumetto autobiografico e metanarrativo in cui racconta della realizzazione del fumetto stesso, mentre lascia spazio ai suoi pensieri su sé stessa, sulla vita e soprattutto sulla sua depressione. E lo fa con uno stile molto particolare sia dal punto di vista narrativo – se di narrazione si può parlare, o piuttosto di un flusso di coscienza frammentata e interrotta – sia dal punto di vista grafico – attraverso la mescolanza di stili di fumetto diverso, di colore e bianco e nero, di disegno e fotografia, allo scopo di rappresentare la complessità del suo stato interiore.
Pur apprezzando la scelta dell’autrice di parlare apertamente di temi scomodi e tabù, come la depressione e l’autolesionismo, continuo a non amare molto le narrazioni ombelicali e autocentrate (spesso molto presenti nei fumetti), e in questo caso in particolare ho trovato la lettura dell’albo particolarmente faticosa e non sono riuscita a entrare in empatia con la protagonista praticamente mai.
Probabilmente è un problema generazionale o semplicemente di fase della vita o ancora di modo di essere, ma difficilmente potrei dire altro, di sensato, su quest’opera, su cui lascio a chi ci è entrato in sintonia il compito di farne una più distesa presentazione.
Voto: 2,5/5
Come ormai ho deciso da un po', farò solo una breve segnalazione di questo graphic novel pubblicato da Bao Publishing, perché non voglio dedicare troppo tempo a un lavoro che personalmente non mi è piaciuto.
Zoe Thorogood realizza un fumetto autobiografico e metanarrativo in cui racconta della realizzazione del fumetto stesso, mentre lascia spazio ai suoi pensieri su sé stessa, sulla vita e soprattutto sulla sua depressione. E lo fa con uno stile molto particolare sia dal punto di vista narrativo – se di narrazione si può parlare, o piuttosto di un flusso di coscienza frammentata e interrotta – sia dal punto di vista grafico – attraverso la mescolanza di stili di fumetto diverso, di colore e bianco e nero, di disegno e fotografia, allo scopo di rappresentare la complessità del suo stato interiore.
Pur apprezzando la scelta dell’autrice di parlare apertamente di temi scomodi e tabù, come la depressione e l’autolesionismo, continuo a non amare molto le narrazioni ombelicali e autocentrate (spesso molto presenti nei fumetti), e in questo caso in particolare ho trovato la lettura dell’albo particolarmente faticosa e non sono riuscita a entrare in empatia con la protagonista praticamente mai.
Probabilmente è un problema generazionale o semplicemente di fase della vita o ancora di modo di essere, ma difficilmente potrei dire altro, di sensato, su quest’opera, su cui lascio a chi ci è entrato in sintonia il compito di farne una più distesa presentazione.
Voto: 2,5/5
domenica 22 marzo 2026
Nouvelle Vague
Non essendo io una vera cinefila da sempre e soprattutto non particolarmente interessata al recupero del passato, so poco e niente della Nouvelle Vague. O meglio so di cosa si tratta, conosco i nomi dei registi che sono legati a questa rivoluzione cinematografica, ma ho visto pochissimi dei loro film.
Però Linklater mi piace moltissimo, soprattutto sono ossessionata come lui dal rapporto con il “tempo”, e ho amato molto alcuni dei suoi lavori, in particolare quelli che cercano di mettere in comunicazione i film con il tempo che passa.
Lui però è un vero cinefilo, e dunque ha tutti gli strumenti per un’operazione ardita come quella del suo ultimo film Nouvelle Vague, che racconta il “making of” di uno dei film più rappresentativi del movimento, À bout de souffle (Fino all'ultimo respiro), primo e immortale film di Jean-Luc Godard (qui interpretato da Guillaume Marbeck).
Di Godard so poco e niente, come già avevo dichiarato nella recensione a un altro film a lui dedicato Le redoutable (in italiano Il mio Godard) di Michel Hazanavicius, film che nel suo approccio ludico e irriverente avevo apprezzato molto.
Il film di Linklater, pur adottando esso stesso un approccio da commedia brillante e pur scegliendo di evitare qualunque agiografia del suo protagonista, è però molto più “rispettoso” del genio di Godard e, mentre ne mette in evidenza l’irrinunciabile narcisismo e le geniali stranezze, ne riconosce anche la grandezza e la visionarietà che hanno trasformato per sempre il mondo del cinema.
Nouvelle Vague è un film su Godard e sulla fase in cui, tra sfuriate del suo produttore Georges de Beauregard e insofferenze di Jean Seberg (Zoey Deutch, unico volto davvero noto del film), in 21 giorni gira un film che avrebbe fatto la storia, e lo fa con mezzi “di fortuna” e con un cast che, a parte la Seberg, era fatto da attori sconosciuti (tra cui un Jean-Paul Belmondo praticamente alla prima vera uscita cinematografica) e da comparse ignare o reclutate nella cerchia di amici di Godard e di lavoranti del film. Però, è anche un film su un gruppo di giovani che ruotavano intorno ai Cahiers du cinéma, non solo Godard, Truffaut, Chabrol, ma anche Schiffman, Rivette, Rohmer, Varda e moltissimi altri. Come ci viene ricordato sui titoli di coda, negli anni successivi all’uscita di À bout de souffle oltre 160 giovani registi francesi realizzarono la loro opera prima, a dimostrazione dell’impatto enorme che questo movimento ebbe sul cinema francese e mondiale, e di cui secondo me il cinema francese ancora beneficia.
Il fatto che un regista statunitense decida di realizzare una pellicola in francese dedicata a quel momento storico così ricco di conseguenze è la conferma non solo della portata di quella rivoluzione, ma anche del fatto che la Nouvelle Vague è un patrimonio collettivo che non teme letture anche fuori dalla madrepatria.
Per quanto mi riguarda, il film di Linklater ribadisce per me un’istintiva antipatia verso Godard: mentre seguo le fasi e i modi di realizzazione del suo film non posso non riconoscerne la genialità, ma evidentemente il suo modo di essere è talmente lontano dal mio che non riesco a empatizzare con lui in alcun modo. E, del resto, le situazioni poi raccontate da Hazanavicius a partire dal libro scritto dalla ex moglie confermano la deriva un po’ folle che personalità come queste portano con sé.
Se questo gruppo di ragazzi e ragazze, scanzonati e sopra le righe, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, portano una boccata di novità ed energia nel paludato mondo del cinema e dunque fanno quello che i giovani dovrebbero sempre fare, soprattutto se dotati di idee e cultura, col passare del tempo inevitabilmente sono destinati essi stessi a deragliare ovvero a rientrare nei ranghi. Ma è la storia dell’esistenza umana. E alla fine la cosa più importante è l’eredità che si lascia, e loro ne hanno lasciata una importante.
Voto: 3,5/5
Però Linklater mi piace moltissimo, soprattutto sono ossessionata come lui dal rapporto con il “tempo”, e ho amato molto alcuni dei suoi lavori, in particolare quelli che cercano di mettere in comunicazione i film con il tempo che passa.
Lui però è un vero cinefilo, e dunque ha tutti gli strumenti per un’operazione ardita come quella del suo ultimo film Nouvelle Vague, che racconta il “making of” di uno dei film più rappresentativi del movimento, À bout de souffle (Fino all'ultimo respiro), primo e immortale film di Jean-Luc Godard (qui interpretato da Guillaume Marbeck).
Di Godard so poco e niente, come già avevo dichiarato nella recensione a un altro film a lui dedicato Le redoutable (in italiano Il mio Godard) di Michel Hazanavicius, film che nel suo approccio ludico e irriverente avevo apprezzato molto.
Il film di Linklater, pur adottando esso stesso un approccio da commedia brillante e pur scegliendo di evitare qualunque agiografia del suo protagonista, è però molto più “rispettoso” del genio di Godard e, mentre ne mette in evidenza l’irrinunciabile narcisismo e le geniali stranezze, ne riconosce anche la grandezza e la visionarietà che hanno trasformato per sempre il mondo del cinema.
Nouvelle Vague è un film su Godard e sulla fase in cui, tra sfuriate del suo produttore Georges de Beauregard e insofferenze di Jean Seberg (Zoey Deutch, unico volto davvero noto del film), in 21 giorni gira un film che avrebbe fatto la storia, e lo fa con mezzi “di fortuna” e con un cast che, a parte la Seberg, era fatto da attori sconosciuti (tra cui un Jean-Paul Belmondo praticamente alla prima vera uscita cinematografica) e da comparse ignare o reclutate nella cerchia di amici di Godard e di lavoranti del film. Però, è anche un film su un gruppo di giovani che ruotavano intorno ai Cahiers du cinéma, non solo Godard, Truffaut, Chabrol, ma anche Schiffman, Rivette, Rohmer, Varda e moltissimi altri. Come ci viene ricordato sui titoli di coda, negli anni successivi all’uscita di À bout de souffle oltre 160 giovani registi francesi realizzarono la loro opera prima, a dimostrazione dell’impatto enorme che questo movimento ebbe sul cinema francese e mondiale, e di cui secondo me il cinema francese ancora beneficia.
Il fatto che un regista statunitense decida di realizzare una pellicola in francese dedicata a quel momento storico così ricco di conseguenze è la conferma non solo della portata di quella rivoluzione, ma anche del fatto che la Nouvelle Vague è un patrimonio collettivo che non teme letture anche fuori dalla madrepatria.
Per quanto mi riguarda, il film di Linklater ribadisce per me un’istintiva antipatia verso Godard: mentre seguo le fasi e i modi di realizzazione del suo film non posso non riconoscerne la genialità, ma evidentemente il suo modo di essere è talmente lontano dal mio che non riesco a empatizzare con lui in alcun modo. E, del resto, le situazioni poi raccontate da Hazanavicius a partire dal libro scritto dalla ex moglie confermano la deriva un po’ folle che personalità come queste portano con sé.
Se questo gruppo di ragazzi e ragazze, scanzonati e sopra le righe, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, portano una boccata di novità ed energia nel paludato mondo del cinema e dunque fanno quello che i giovani dovrebbero sempre fare, soprattutto se dotati di idee e cultura, col passare del tempo inevitabilmente sono destinati essi stessi a deragliare ovvero a rientrare nei ranghi. Ma è la storia dell’esistenza umana. E alla fine la cosa più importante è l’eredità che si lascia, e loro ne hanno lasciata una importante.
Voto: 3,5/5
venerdì 20 marzo 2026
Orlando / regia di Andrea De Rosa. Teatro Vascello, 7 marzo 2026
Nel fine settimana in cui quest’anno cade la Giornata internazionale della donna, me ne vado al teatro in solitudine (ma la cosa mi disturba poco, essendo io una che quando vuole fare una cosa la fa a prescindere dalla compagnia) a vedere lo spettacolo Orlando, per la regia di Andrea De Rosa, interpretato da Anna Della Rosa.
Lo spettacolo è tratto dal capolavoro di Virginia Woolf, anche se la scelta drammaturgica di Fabrizio Sinisi è quella di interpolare il testo del romanzo con il testo di alcune delle lettere della Woolf a Vita Sackville-West (a partire dalla traduzione di Nadia Fusini che di queste è stata pubblicata nella raccolta Scrivi sempre a mezzanotte). Ne viene fuori un monologo che mette chiaramente in evidenza il rapporto tra vita e letteratura e che svela la natura di Orlando come straordinaria e modernissima lettera d’amore a Vita, e certamente anche alla vita.
Quando entro in sala, Anna Della Rosa è già sul palcoscenico, seduta sotto un grande tronco di quercia, su un prato verde. Di lì a qualche minuto saremo trascinati dalla sua voce e dalla sua fisicità nel mondo di Orlando, il protagonista del romanzo omonimo, vissuto quattrocento anni, prima come uomo e poi come donna, ma entreremo anche nella pelle di Virginia, nei suoi desideri e nei suoi stati d’animo, di esaltazione e di disperazione, mentre dall’alto cadono non foglie, ma pagine bianche tutte da scrivere.
Perché la scrittura è l’antidoto al tempo che passa, è il veicolo dei sentimenti, è la sublimazione della condizione umana, quello che ci fa vivere e ci sopravvive.
Sono catturata dalle parole di Virginia Woolf e dalla bella interpretazione di Anna Della Rosa, e ogni volta sono colpita dalla modernità della sua scrittura e delle emozioni che trasuda e che comunica a distanza di ormai cento anni.
E ogni volta penso alla sua morte e mi chiedo se la letteratura compensi l’infelicità della vita, ovvero nei sia la sua naturale conseguenza.
Voto: 3,5/5
Lo spettacolo è tratto dal capolavoro di Virginia Woolf, anche se la scelta drammaturgica di Fabrizio Sinisi è quella di interpolare il testo del romanzo con il testo di alcune delle lettere della Woolf a Vita Sackville-West (a partire dalla traduzione di Nadia Fusini che di queste è stata pubblicata nella raccolta Scrivi sempre a mezzanotte). Ne viene fuori un monologo che mette chiaramente in evidenza il rapporto tra vita e letteratura e che svela la natura di Orlando come straordinaria e modernissima lettera d’amore a Vita, e certamente anche alla vita.
Quando entro in sala, Anna Della Rosa è già sul palcoscenico, seduta sotto un grande tronco di quercia, su un prato verde. Di lì a qualche minuto saremo trascinati dalla sua voce e dalla sua fisicità nel mondo di Orlando, il protagonista del romanzo omonimo, vissuto quattrocento anni, prima come uomo e poi come donna, ma entreremo anche nella pelle di Virginia, nei suoi desideri e nei suoi stati d’animo, di esaltazione e di disperazione, mentre dall’alto cadono non foglie, ma pagine bianche tutte da scrivere.
Perché la scrittura è l’antidoto al tempo che passa, è il veicolo dei sentimenti, è la sublimazione della condizione umana, quello che ci fa vivere e ci sopravvive.
Sono catturata dalle parole di Virginia Woolf e dalla bella interpretazione di Anna Della Rosa, e ogni volta sono colpita dalla modernità della sua scrittura e delle emozioni che trasuda e che comunica a distanza di ormai cento anni.
E ogni volta penso alla sua morte e mi chiedo se la letteratura compensi l’infelicità della vita, ovvero nei sia la sua naturale conseguenza.
Voto: 3,5/5
mercoledì 18 marzo 2026
Atti umani / Han Kang
Atti umani / Han Kang; trad. di Milena Zemira Ciccimarra. Milano: Adelphi, 2017.
Eccomi al primo libro da me letto della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Premio nobel per la letteratura nel 2024. Sono partita da questo e non dal più famoso La vegetariana perché di Atti umani mi aveva parlato una delle lettrici più affezionate a questo blog e mi sono fidata del suo consiglio.
Il romanzo della Kang racconta, a partire dalla storia di un ragazzino di quindici anni, Dong-ho, protagonista del primo capitolo del libro, una vicenda centrale nella storia recente della Corea del Sud, ossia il massacro avvenuto a Gwangju il 18 maggio 1980. A seguito di una rivolta popolare alla quale partecipavano operai, lavoratori e studenti, anche molto giovani, il dittatore Chun Doo-hwan, salito al potere nel dicembre del 1979 con un colpo di stato, diede ordine all’esercito di procedere a una violenta repressione che produsse un’escalation della rivolta, portando all’uccisione di migliaia di persone e all’incarcerazione di molte altre, spesso sottoposte a violenze fisiche e verbali.
Si tratta di una pagina nera della storia della Corea, e il primo merito di Han Kang è quello di aver fatto conoscere questa vicenda ben al di fuori dei confini del paese, portandola all’attenzione mondiale.
Il racconto della scrittrice si articola in sette parti, corrispondenti ad altrettanti capitoli, di cui – come anticipato – il primo è dedicato al giovane Dong-ho, un ragazzino che andando in cerca dell’amico Jeong-dae, si ritrova di fronte all’Ufficio provinciale dove si stanno accumulando i cadaveri delle persone uccise dall’esercito, controllate a vista da persone solidali con la rivolta affinché i parenti possano ritrovare i propri cari e l’esercito non possa avvicinarsi e trasferirli nelle fosse comuni.
Di fronte a questa vista, Dong-ho resta talmente colpito che decide di rimanere all’Ufficio provinciale a fare i turni di sorveglianza, anche quando arriva la notizia che l’esercito si sta avvicinando e che è male intenzionato.
Il cerchio si chiude nell’ultimo capitolo in cui la scrittrice stessa richiama i propri ricordi d’infanzia – aveva 8 anni all’epoca della strage – e spiega come e perché ha deciso di riportare alla luce questa vicenda e, nello specifico, perché si è concentrata sulla figura di Dong-ho, che è il fil rouge della narrazione anche negli altri cinque capitoli dedicati ad altri personaggi (l’amico di Dong-ho, la redattrice, il prigioniero, l’operaia, la madre del ragazzo).
Il racconto si dipana dal primo all’ultimo capitolo in ordine cronologico, però all’interno di ciascun racconto si va avanti e indietro nel tempo, attraverso i ricordi di quello che si è visto o che si è vissuto, e delle conseguenze successive di quell’esperienza.
La scrittura di Han Kang è un perfetto mix tra dimensione emotiva e ricostruzione razionale, uno strumento usato chirurgicamente come una lama affilata per descrivere un pezzo di storia, ma anche per far sentire sulla pelle del lettore sentimenti ed emozioni in maniera quasi fisica, grazie alla vividezza e al contempo alla evocatività di alcune immagini.
Non è stata per me una lettura facile, ma sono molto contenta di aver aggiunto questa lettura al mio bagaglio.
Voto: 3,5/5
Eccomi al primo libro da me letto della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Premio nobel per la letteratura nel 2024. Sono partita da questo e non dal più famoso La vegetariana perché di Atti umani mi aveva parlato una delle lettrici più affezionate a questo blog e mi sono fidata del suo consiglio.
Il romanzo della Kang racconta, a partire dalla storia di un ragazzino di quindici anni, Dong-ho, protagonista del primo capitolo del libro, una vicenda centrale nella storia recente della Corea del Sud, ossia il massacro avvenuto a Gwangju il 18 maggio 1980. A seguito di una rivolta popolare alla quale partecipavano operai, lavoratori e studenti, anche molto giovani, il dittatore Chun Doo-hwan, salito al potere nel dicembre del 1979 con un colpo di stato, diede ordine all’esercito di procedere a una violenta repressione che produsse un’escalation della rivolta, portando all’uccisione di migliaia di persone e all’incarcerazione di molte altre, spesso sottoposte a violenze fisiche e verbali.
Si tratta di una pagina nera della storia della Corea, e il primo merito di Han Kang è quello di aver fatto conoscere questa vicenda ben al di fuori dei confini del paese, portandola all’attenzione mondiale.
Il racconto della scrittrice si articola in sette parti, corrispondenti ad altrettanti capitoli, di cui – come anticipato – il primo è dedicato al giovane Dong-ho, un ragazzino che andando in cerca dell’amico Jeong-dae, si ritrova di fronte all’Ufficio provinciale dove si stanno accumulando i cadaveri delle persone uccise dall’esercito, controllate a vista da persone solidali con la rivolta affinché i parenti possano ritrovare i propri cari e l’esercito non possa avvicinarsi e trasferirli nelle fosse comuni.
Di fronte a questa vista, Dong-ho resta talmente colpito che decide di rimanere all’Ufficio provinciale a fare i turni di sorveglianza, anche quando arriva la notizia che l’esercito si sta avvicinando e che è male intenzionato.
Il cerchio si chiude nell’ultimo capitolo in cui la scrittrice stessa richiama i propri ricordi d’infanzia – aveva 8 anni all’epoca della strage – e spiega come e perché ha deciso di riportare alla luce questa vicenda e, nello specifico, perché si è concentrata sulla figura di Dong-ho, che è il fil rouge della narrazione anche negli altri cinque capitoli dedicati ad altri personaggi (l’amico di Dong-ho, la redattrice, il prigioniero, l’operaia, la madre del ragazzo).
Il racconto si dipana dal primo all’ultimo capitolo in ordine cronologico, però all’interno di ciascun racconto si va avanti e indietro nel tempo, attraverso i ricordi di quello che si è visto o che si è vissuto, e delle conseguenze successive di quell’esperienza.
La scrittura di Han Kang è un perfetto mix tra dimensione emotiva e ricostruzione razionale, uno strumento usato chirurgicamente come una lama affilata per descrivere un pezzo di storia, ma anche per far sentire sulla pelle del lettore sentimenti ed emozioni in maniera quasi fisica, grazie alla vividezza e al contempo alla evocatività di alcune immagini.
Non è stata per me una lettura facile, ma sono molto contenta di aver aggiunto questa lettura al mio bagaglio.
Voto: 3,5/5
lunedì 16 marzo 2026
Miroirs no. 3 – Il segreto di Laura
Conosco pochissimo della filmografia di Christian Petzold, sebbene ne senta parlare da tempo come uno dei migliori registi e sceneggiatori tedeschi in circolazione.
La trama di Miroirs no. 3 (titolo che arriva da una composizione di Ravel che ha un ruolo nella trama del film) mi attira soprattutto per il suo impianto quasi da thriller psicologico.
Non so però bene che cosa aspettarmi veramente dal film e dunque mi predispongo con la massima disponibilità mentale. Al centro ci sono due donne: Laura (interpretata da Paula Beer, che è l’attrice feticcio di Petzold) e Betty (Barbara Auer). Entrambe sono personaggi enigmatici. Laura la vediamo nelle prime scene del film in preda a un malessere difficile da definire, mentre si aggira tra le strade di Berlino; poi quando parte insieme al fidanzato per raggiungere la costa baltica da dove dovrebbero partire per una gita in barca con degli amici, Laura dice di non sentirsi bene e si fa riaccompagnare in stazione. Sulla via del ritorno i due subiscono un incidente in cui Laura resta praticamente illesa mentre il fidanzato muore. Betty vive – da sola? – in una casa di campagna lungo la strada percorsa da Laura e dal fidanzato sia all’andata che al ritorno, ed entrambe le volte i loro sguardi si incrociano.
Dopo l’incidente, Laura viene soccorsa da Betty e, una volta accertato che non si è fatta niente ed è solo scossa, chiede alla sua ospite di poter rimanere per qualche giorno in casa con lei, cosa che trova Betty estremamente favorevole. In questo strano rapporto tra due persone estranee vengono ben presto coinvolti anche gli uomini della famiglia, il marito di Betty, Richard (Matthias Brandt), e suo figlio Max (Enno Trebs). Intorno alla presenza di Laura in questa casa dove tutto sembra essersi rotto si ricompone un nucleo familiare, a sua volta mandato in pezzi da un evento che ben presto verrà a galla.
L’impianto da thriller psicologico, che certamente contribuisce ad un più o meno sotterraneo stato di tensione nello spettatore, è in realtà un espediente narrativo per raccontare due donne in un momento di fragilità affettiva profonda, che per motivi diversi e tutti personali, forse anche strumentali, trovano ciascuna nell’altra la risposta al proprio buco interiore. Di Betty sapremo qual è il vuoto che si porta dentro e che vorrebbe riempire con la presenza di Laura; di Laura non sapremo mai l’origine del malessere.
Gli specchi di Ravel sono la perfetta metafora della dinamica che si crea tra Laura e Betty e che alla fine coinvolge anche gli altri componenti del nucleo familiare. Però, quella che comincia come una relazione per interposta persona finisce per diventare almeno in parte curativa e per aiutare ciascuno, in modi diversi e propri, a fare i conti con le proprie emozioni e a ritrovarle.
Lo stile di Petzold è minimalista, e tutto il film è costruito per sottrazione piuttosto che per accumulo: silenzi, non detti, misteri, che rendono cupa una campagna che per contrasto è spesso piena di quella luce speciale tipica della fine dell’estate.
Film non per tutti i palati, ma che ho trovato a suo modo interessante.
Voto: 3/5
La trama di Miroirs no. 3 (titolo che arriva da una composizione di Ravel che ha un ruolo nella trama del film) mi attira soprattutto per il suo impianto quasi da thriller psicologico.
Non so però bene che cosa aspettarmi veramente dal film e dunque mi predispongo con la massima disponibilità mentale. Al centro ci sono due donne: Laura (interpretata da Paula Beer, che è l’attrice feticcio di Petzold) e Betty (Barbara Auer). Entrambe sono personaggi enigmatici. Laura la vediamo nelle prime scene del film in preda a un malessere difficile da definire, mentre si aggira tra le strade di Berlino; poi quando parte insieme al fidanzato per raggiungere la costa baltica da dove dovrebbero partire per una gita in barca con degli amici, Laura dice di non sentirsi bene e si fa riaccompagnare in stazione. Sulla via del ritorno i due subiscono un incidente in cui Laura resta praticamente illesa mentre il fidanzato muore. Betty vive – da sola? – in una casa di campagna lungo la strada percorsa da Laura e dal fidanzato sia all’andata che al ritorno, ed entrambe le volte i loro sguardi si incrociano.
Dopo l’incidente, Laura viene soccorsa da Betty e, una volta accertato che non si è fatta niente ed è solo scossa, chiede alla sua ospite di poter rimanere per qualche giorno in casa con lei, cosa che trova Betty estremamente favorevole. In questo strano rapporto tra due persone estranee vengono ben presto coinvolti anche gli uomini della famiglia, il marito di Betty, Richard (Matthias Brandt), e suo figlio Max (Enno Trebs). Intorno alla presenza di Laura in questa casa dove tutto sembra essersi rotto si ricompone un nucleo familiare, a sua volta mandato in pezzi da un evento che ben presto verrà a galla.
L’impianto da thriller psicologico, che certamente contribuisce ad un più o meno sotterraneo stato di tensione nello spettatore, è in realtà un espediente narrativo per raccontare due donne in un momento di fragilità affettiva profonda, che per motivi diversi e tutti personali, forse anche strumentali, trovano ciascuna nell’altra la risposta al proprio buco interiore. Di Betty sapremo qual è il vuoto che si porta dentro e che vorrebbe riempire con la presenza di Laura; di Laura non sapremo mai l’origine del malessere.
Gli specchi di Ravel sono la perfetta metafora della dinamica che si crea tra Laura e Betty e che alla fine coinvolge anche gli altri componenti del nucleo familiare. Però, quella che comincia come una relazione per interposta persona finisce per diventare almeno in parte curativa e per aiutare ciascuno, in modi diversi e propri, a fare i conti con le proprie emozioni e a ritrovarle.
Lo stile di Petzold è minimalista, e tutto il film è costruito per sottrazione piuttosto che per accumulo: silenzi, non detti, misteri, che rendono cupa una campagna che per contrasto è spesso piena di quella luce speciale tipica della fine dell’estate.
Film non per tutti i palati, ma che ho trovato a suo modo interessante.
Voto: 3/5
sabato 14 marzo 2026
Art / Yasmina Reza; regia di Michele Riondino. Teatro Ambra Jovinelli, 26 febbraio 2026
Avevo già avuto modo di assistere, qualche anno fa, a una messa in scena di questo testo di Yasmina Reza a cura del collettivo teatrale Generazione disagio e, come si capisce dalla mia recensione di allora, lo spettacolo mi era piaciuto molto.
Mi viene dunque la curiosità di andare a rivederlo a teatro con la regia di Michele Riondino che ne è anche interprete insieme a Daniele Parisi (da me amatissimo in Orecchie e anche ne L’ospite) e a Michele Sinisi (attore pugliese che non conoscevo).
La storia la ricordavo piuttosto bene: l’acquisto di un quadro di arte contemporanea completamente bianco da parte di Serge (qui interpretato da Michele Sinisi) per una cifra molto importante scatena la reazione di Marc (Michele Riondino), aprendo una conflittualità tra i due amici di vecchia data, rispetto alla quale Yvan (Daniele Parisi), l’amico mite e conciliante, viene chiamato a fare da paciere o da ago della bilancia.
L’arte contemporanea diventa dunque un pretesto per parlare dell’amicizia e delle sue dinamiche di potere, dei ruoli che si rivestono nelle relazioni, di come cambiano i rapporti di forza se la relazione è tra due o tre persone.
L’allestimento scenico – come nella messa in scena che avevo visto in precedenza – è molto giocata sul colore bianco: tutto si svolge in una stanza asettica e quasi completamente bianca, mentre i tre protagonisti vestono abiti che richiamano i colori primari, rosso, giallo e blu.
Nel complesso non mi è dispiaciuto: bravi gli attori – direi la parte migliore del lavoro -, però, non so se per lo svanire dell’effetto sorpresa oppure per un adattamento del testo meno riuscito, ho avuto la sensazione che la commedia della Reza prendesse in questo caso un carattere più farsesco invece che cinico/crudele.
E a me piace la Reza quando fa emergere i tratti cinici e crudeli dell’umanità più che quelli comici, anche nel caso in cui il cinismo si trasformi infine in commedia.
Voto: 3/5
Mi viene dunque la curiosità di andare a rivederlo a teatro con la regia di Michele Riondino che ne è anche interprete insieme a Daniele Parisi (da me amatissimo in Orecchie e anche ne L’ospite) e a Michele Sinisi (attore pugliese che non conoscevo).
La storia la ricordavo piuttosto bene: l’acquisto di un quadro di arte contemporanea completamente bianco da parte di Serge (qui interpretato da Michele Sinisi) per una cifra molto importante scatena la reazione di Marc (Michele Riondino), aprendo una conflittualità tra i due amici di vecchia data, rispetto alla quale Yvan (Daniele Parisi), l’amico mite e conciliante, viene chiamato a fare da paciere o da ago della bilancia.
L’arte contemporanea diventa dunque un pretesto per parlare dell’amicizia e delle sue dinamiche di potere, dei ruoli che si rivestono nelle relazioni, di come cambiano i rapporti di forza se la relazione è tra due o tre persone.
L’allestimento scenico – come nella messa in scena che avevo visto in precedenza – è molto giocata sul colore bianco: tutto si svolge in una stanza asettica e quasi completamente bianca, mentre i tre protagonisti vestono abiti che richiamano i colori primari, rosso, giallo e blu.
Nel complesso non mi è dispiaciuto: bravi gli attori – direi la parte migliore del lavoro -, però, non so se per lo svanire dell’effetto sorpresa oppure per un adattamento del testo meno riuscito, ho avuto la sensazione che la commedia della Reza prendesse in questo caso un carattere più farsesco invece che cinico/crudele.
E a me piace la Reza quando fa emergere i tratti cinici e crudeli dell’umanità più che quelli comici, anche nel caso in cui il cinismo si trasformi infine in commedia.
Voto: 3/5
giovedì 12 marzo 2026
C'era una volta l'Est / Boban Pesov
C'era una volta l'Est / Boban Pesov. Latina: Tunué, 2025.
Nella lista dei suggerimenti di lettura del Post avevo visto questo graphic novel che non conoscevo e che mi ha subito attirata. Ho capito solo leggendolo che in qualche modo il Post stava facendo un po’ di pubblicità anche a sé stesso, visto che nella narrazione c’è un momento in cui due dei protagonisti ascoltano in macchina il podcast di Stefano Nazzi, Indagini!
Comunque, a parte questa curiosità, devo dire che C’era una volta l’Est mi è piaciuto moltissimo, soprattutto per il modo in cui è costruita la storia, oltre che per i contenuti e per la carica emotiva che trasmette.
La storia raccontata da Boban Pesov, seconda generazione di una famiglia di immigrati macedoni in Italia, noto – anche se io non lo conoscevo da questo punto di vista – come youtuber e content creator, si sviluppa su tre piani temporali diversi, che in qualche modo si richiamano reciprocamente.
Il primo piano temporale è il 1992, anno nel quale dopo lo sgretolamento della Jugoslavia e le forti condizioni di instabilità della regione, Milan decide di intraprendere con due amici la rotta balcanica di allora per arrivare in Italia e cercare fortuna, nell’idea di pensare appena possibile a un ricongiungimento familiare.
Il secondo asse temporale è il 2001, momento nel quale la famiglia di Milan che, dopo diversi anni di silenzio e lontananza, si è effettivamente ricongiunta in Italia, torna per la prima volta in Macedonia del Nord, trovando una realtà molto diversa da quella che ha lasciato ma caratterizzata ancora da elementi di instabilità.
Il terzo piano è sostanzialmente il presente, invero il 2022, quando Robert, il figlio minore di Milan che ormai vive in Italia e ha una moglie italiana con cui però è in crisi, riceve una telefonata dal padre che gli comunica che sua madre è ricoverata in ospedale in terapia intensiva. Inizia quindi un ulteriore viaggio, in questo caso in due, Robert e sua moglie, che attraverso i Balcani, ulteriormente trasformati dal tempo trascorso, ma ancora luogo di attraversamento per nuove migrazioni, li porterà a Scopje.
Nel corso della lettura si rimbalza avanti e indietro nel tempo, e i personaggi ci si presentano in fasi diverse della storia e della vita, e in alcuni momenti situazioni simili ma lontane nel tempo si rispecchiano e si parlano.
Dentro questo albo ci sono tanti temi diversi (come lo stesso Pesov dice nel video su YouTube in cui racconta la genesi di questo suo primo graphic novel), temi che riguardano sicuramente la sua storia personale (Pesov dice che l’idea della storia gli è venuta da una lunga intervista con suo padre), ma che rimandano anche alla storia collettiva, passata e presente, e a tematiche universali che ci toccano come esseri umani.
Era parecchio che non mi emozionavo leggendo un graphic novel, e Pesov è riuscito a farlo, grazie a un disegno semplice ma carico di espressività, a un soggetto di grande interesse, a una sceneggiatura e un “montaggio” molto ben congegnati. Non si può che dire bravo!
Voto: 4/5
Nella lista dei suggerimenti di lettura del Post avevo visto questo graphic novel che non conoscevo e che mi ha subito attirata. Ho capito solo leggendolo che in qualche modo il Post stava facendo un po’ di pubblicità anche a sé stesso, visto che nella narrazione c’è un momento in cui due dei protagonisti ascoltano in macchina il podcast di Stefano Nazzi, Indagini!
Comunque, a parte questa curiosità, devo dire che C’era una volta l’Est mi è piaciuto moltissimo, soprattutto per il modo in cui è costruita la storia, oltre che per i contenuti e per la carica emotiva che trasmette.
La storia raccontata da Boban Pesov, seconda generazione di una famiglia di immigrati macedoni in Italia, noto – anche se io non lo conoscevo da questo punto di vista – come youtuber e content creator, si sviluppa su tre piani temporali diversi, che in qualche modo si richiamano reciprocamente.
Il primo piano temporale è il 1992, anno nel quale dopo lo sgretolamento della Jugoslavia e le forti condizioni di instabilità della regione, Milan decide di intraprendere con due amici la rotta balcanica di allora per arrivare in Italia e cercare fortuna, nell’idea di pensare appena possibile a un ricongiungimento familiare.
Il secondo asse temporale è il 2001, momento nel quale la famiglia di Milan che, dopo diversi anni di silenzio e lontananza, si è effettivamente ricongiunta in Italia, torna per la prima volta in Macedonia del Nord, trovando una realtà molto diversa da quella che ha lasciato ma caratterizzata ancora da elementi di instabilità.
Il terzo piano è sostanzialmente il presente, invero il 2022, quando Robert, il figlio minore di Milan che ormai vive in Italia e ha una moglie italiana con cui però è in crisi, riceve una telefonata dal padre che gli comunica che sua madre è ricoverata in ospedale in terapia intensiva. Inizia quindi un ulteriore viaggio, in questo caso in due, Robert e sua moglie, che attraverso i Balcani, ulteriormente trasformati dal tempo trascorso, ma ancora luogo di attraversamento per nuove migrazioni, li porterà a Scopje.
Nel corso della lettura si rimbalza avanti e indietro nel tempo, e i personaggi ci si presentano in fasi diverse della storia e della vita, e in alcuni momenti situazioni simili ma lontane nel tempo si rispecchiano e si parlano.
Dentro questo albo ci sono tanti temi diversi (come lo stesso Pesov dice nel video su YouTube in cui racconta la genesi di questo suo primo graphic novel), temi che riguardano sicuramente la sua storia personale (Pesov dice che l’idea della storia gli è venuta da una lunga intervista con suo padre), ma che rimandano anche alla storia collettiva, passata e presente, e a tematiche universali che ci toccano come esseri umani.
Era parecchio che non mi emozionavo leggendo un graphic novel, e Pesov è riuscito a farlo, grazie a un disegno semplice ma carico di espressività, a un soggetto di grande interesse, a una sceneggiatura e un “montaggio” molto ben congegnati. Non si può che dire bravo!
Voto: 4/5
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