Mentre sono immersa nella lettura de La chiamata di Leila Guerriero che racconta la storia di una sopravvissuta della dittatura militare argentina, Silvia Labayrú, esce al cinema – dopo essere stato presentato a Venezia – il film di Marco Bechis, Ritorno a Buenos Aires, che per certi versi può essere considerato il seguito di Garage Olimpo del 1999 e di Figli del 2002. Tutti e tre questi film traggono infatti ispirazione da quanto accaduto in Argentina tra il 1976 e il 1983, guardando a quegli eventi da punti di vista differenti: Garage Olimpo è ambientato in uno dei campi di concentramento dove venivano portati i dissidenti, Figli parla della comune pratica di sottrarre i figli partoriti alle sequestrate dandoli a famiglie di militari, infine Ritorno a Buenos Aires assume il punto di vista di chi è sopravvissuto e del suo fare i conti non solo con l’esperienza vissuta ma anche con lo stigma sociale, che poi è il medesimo punto di vista de La chiamata.
Marco Bechis parte sia dalla propria esperienza personale di persona sequestrata, torturata e poi rilasciata, anche grazie al passaporto italiano, sia dalle esperienze di altri sopravvissuti, per raccontare la storia di Mariano Guerra (un bravissimo Adriano Giannini).
Mariano vive a Torino e fa il medico nelle ambulanze, ha una figlia che non vede mai, ed è molto solo. Quando gli arriva una lettera dall’Argentina che lo invita a testimoniare nella nuova fase dei processi contro i responsabili delle violenze durante la dittatura, è molto combattuto rispetto all’idea di partire.
Decide infine di andare, ma a Buenos Aires si troverà ad affrontare tutti i fantasmi che ha cercato di tenere a bada durante la lontananza dall’Argentina e a rivivere ricordi non solo dolorosi, ma intrisi di vergogna e di sensi di colpa.
Il film di Bechis – e con lui l’interpretazione di Giannini – è trattenuto, compresso, e fa sentire anche lo spettatore come in una pentola a pressione che sta per esplodere, ma non esplode mai. Il sopravvissuto, come emerge anche dal libro della Guerriero, è un pariah, lacerato interiormente, in balia dei propri mostri, ma anche osteggiato dal consesso sociale che lo considera un traditore, anche solo per il fatto di essere sopravvissuto.
Solo quando si sentirà accolto, seppure per un momento, Mariano troverà a poco a poco la forza e le parole per confessare davanti ai giudici in tribunale le sue colpe e per accusare i suoi carcerieri, spezzando la catena che lo mantiene in una condizione di subordinazione e di dipendenza anche a distanza di tempo.
Rispetto al libro della Guerriero che si alimenta della complessità e delle zone d’ombra, il film di Bechis risulta più lineare, forse anche più didascalico (anche in alcune scelte narrative e cinematografiche), probabilmente perché l’intento – come lui stesso ha dichiarato in alcune interviste – non è forse tanto quello di approfondire la specificità della vicenda argentina, quanto più in generale il tema del sopravvissuto e del ruolo, in parte paradossale, di testimone necessario e insostituibile.
Non un film perfetto forse, ma secondo me comunque importante. Avrei preferito vederlo in lingua originale, con l’alternanza di italiano e spagnolo, ma mi sono dovuta accontentare, e purtroppo per me ormai non è mai la stessa cosa.
Voto: 3,5/5
lunedì 28 settembre 2026
mercoledì 23 settembre 2026
Aaron / Ben Gijsemans
Aaron / Ben Gijsemans; trad. dal nederlandese di Laura Pignatti. Roma: Coconino – Fandango, 2023.
Era tanto che non leggevo un graphic novel. Negli ultimi tempi ho incrociato talmente tanti bei romanzi che avevo lasciato un po' da parte il mondo dei fumetti, per il quale pure ho avuto in passato momenti di passione e che in molti casi sono stati un antidoto al temporaneo disamore per la lettura dei romanzi.
Riprendo contatto con i graphic novel con questo albo del fumettista belga Ben Gijsemans che ha come protagonista e titolo Aaron, un ragazzo ventenne timido e introverso.
Sul piano formale Gijsemans sceglie una struttura elegante e al contempo minimale, che come altri hanno fatto notare, ricorda in parte lo stile di Chris Ware. Le pagine sono organizzate sempre su 12 riquadri, in cui la transizione tra un'immagine e l'altra è lenta e basata su pochi dettagli, veicolando sentimenti sottili e non facilmente rappresentabili come la noia, il tormento interiore, il desiderio, il disgusto.
A inframmezzare questo racconto alcune pagine sono un metafumetto e rappresentano, con uno stile di disegno e colore vintage, estratti da vecchi fumetti di supereroi di cui Aaron ha un'ampia collezione e che legge per distrarsi dalle difficili sensazioni che si trova a vivere.
La vita di Aaron è apparentemente piuttosto normale: studia per gli esami universitari, esce con un amico, cena e guarda la tv con i genitori, incontra una ragazza.
Capiamo però fin da subito, grazie alla grande capacità di Gijsemans di esprimersi in maniera sottile, che Aaron ha un profondo tormento interiore, qualcosa che emerge a poco a poco mentre guarda dalla finestra un bambino giocare a calcio da solo o interagisce con il figlio della compagna di suo fratello.
Gijsemans accetta la sfida di raccontare l'indicibile e l'inaccettabile, e lo fa "costringendoci" all'empatia, senza puntare il dito, senza proporre soluzioni, senza nascondere l'irricevibilità.
Ma se la grandezza dell'essere umano sta nella capacità di mettersi nei panni dei suoi simili per capire e costruire insieme le regole sociali e morali che non sono necessariamente iscritte nel nostro DNA, l'albo di Gijsemans ci riesce perfettamente.
Resta una domanda aperta: come sarà il futuro di Aaron, come gestirà una condizione che non ha scelto, che fine farà? Domande che come società forse dovremmo porci, senza mettere la testa sotto la sabbia.
Voto: 3,5/5
Era tanto che non leggevo un graphic novel. Negli ultimi tempi ho incrociato talmente tanti bei romanzi che avevo lasciato un po' da parte il mondo dei fumetti, per il quale pure ho avuto in passato momenti di passione e che in molti casi sono stati un antidoto al temporaneo disamore per la lettura dei romanzi.
Riprendo contatto con i graphic novel con questo albo del fumettista belga Ben Gijsemans che ha come protagonista e titolo Aaron, un ragazzo ventenne timido e introverso.
Sul piano formale Gijsemans sceglie una struttura elegante e al contempo minimale, che come altri hanno fatto notare, ricorda in parte lo stile di Chris Ware. Le pagine sono organizzate sempre su 12 riquadri, in cui la transizione tra un'immagine e l'altra è lenta e basata su pochi dettagli, veicolando sentimenti sottili e non facilmente rappresentabili come la noia, il tormento interiore, il desiderio, il disgusto.
A inframmezzare questo racconto alcune pagine sono un metafumetto e rappresentano, con uno stile di disegno e colore vintage, estratti da vecchi fumetti di supereroi di cui Aaron ha un'ampia collezione e che legge per distrarsi dalle difficili sensazioni che si trova a vivere.
La vita di Aaron è apparentemente piuttosto normale: studia per gli esami universitari, esce con un amico, cena e guarda la tv con i genitori, incontra una ragazza.
Capiamo però fin da subito, grazie alla grande capacità di Gijsemans di esprimersi in maniera sottile, che Aaron ha un profondo tormento interiore, qualcosa che emerge a poco a poco mentre guarda dalla finestra un bambino giocare a calcio da solo o interagisce con il figlio della compagna di suo fratello.
Gijsemans accetta la sfida di raccontare l'indicibile e l'inaccettabile, e lo fa "costringendoci" all'empatia, senza puntare il dito, senza proporre soluzioni, senza nascondere l'irricevibilità.
Ma se la grandezza dell'essere umano sta nella capacità di mettersi nei panni dei suoi simili per capire e costruire insieme le regole sociali e morali che non sono necessariamente iscritte nel nostro DNA, l'albo di Gijsemans ci riesce perfettamente.
Resta una domanda aperta: come sarà il futuro di Aaron, come gestirà una condizione che non ha scelto, che fine farà? Domande che come società forse dovremmo porci, senza mettere la testa sotto la sabbia.
Voto: 3,5/5
lunedì 21 settembre 2026
Acqua sporca / Nadeesha Uyangoda
Acqua sporca / Nadeesha Uyangoda. Torino: Einaudi, 2025.
Della sestina dei libri candidati quest’anno al Premio Strega decido per il momento di leggere solo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, perché è un libro che in qualche modo prosegue il mio trend di letture che riguardano storie provenienti da paesi più o meno lontani e che gettano luce su altre culture.
Nadeesha Uyangoda è nata in Sri Lanka, ma vive in Italia da moltissimi anni, e dunque parla e scrive (tra l’altro benissimo) in italiano.
Leggo che ha già pubblicato altri libri e che cura la bellissima rubrica “Il libro” di Internazionale, ma io ci vengo a contatto solo adesso.
In Acqua sporca la Uyangoda racconta la storia di diverse donne, principalmente tre sorelle, Neela (che si è trasferita in Italia per lavorare), Himali e Pavitra che sono rimaste in Sri Lanka, ma anche le loro figlie, in particolare Ayesha, la figlia di Neela, che vive anche lei in Italia e che ha un rapporto molto contraddittorio e stratificato sia con l’Italia sia con il suo paese di origine.
Il libro della Uyangoda ha tanto al suo interno: la condizione di chi ha lasciato il suo paese per necessità e che in qualche modo continua a guardare a quello come suo approdo, nonostante il tempo passato congeli nella sua mente il mondo di origine che invece nel frattempo è cambiato, la condizione di chi è rimasto lì e guarda con invidia e a volte non comprende la condizione di chi è partito, la condizione delle seconde generazioni che vivono un senso di straniamento e di mancanza di radicamento.
In questo mix già parecchio aggrovigliato si inseriscono tradizioni, culture, contesti sociali molto differenti, non sempre facili da comprendere o da far convivere.
Il romanzo della Uyangoda è interessante e ben scritto; devo però dire che non è riuscito mai davvero a conquistarmi, non mi è mai entrato sotto pelle. Non so bene se perché troppa è la carne al fuoco, oppure perché ho fatto fatica a capire le parti riferite alla cultura cingalese, che forse avrebbero richiesto almeno un glossario finale per contestualizzare alcuni elementi citati.
Ma magari è stato anche il momento in cui l’ho letto. Mi piacerebbe sentire qualcun altro che invece lo ha apprezzato più di me.
Voto: 3/5
Della sestina dei libri candidati quest’anno al Premio Strega decido per il momento di leggere solo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, perché è un libro che in qualche modo prosegue il mio trend di letture che riguardano storie provenienti da paesi più o meno lontani e che gettano luce su altre culture.
Nadeesha Uyangoda è nata in Sri Lanka, ma vive in Italia da moltissimi anni, e dunque parla e scrive (tra l’altro benissimo) in italiano.
Leggo che ha già pubblicato altri libri e che cura la bellissima rubrica “Il libro” di Internazionale, ma io ci vengo a contatto solo adesso.
In Acqua sporca la Uyangoda racconta la storia di diverse donne, principalmente tre sorelle, Neela (che si è trasferita in Italia per lavorare), Himali e Pavitra che sono rimaste in Sri Lanka, ma anche le loro figlie, in particolare Ayesha, la figlia di Neela, che vive anche lei in Italia e che ha un rapporto molto contraddittorio e stratificato sia con l’Italia sia con il suo paese di origine.
Il libro della Uyangoda ha tanto al suo interno: la condizione di chi ha lasciato il suo paese per necessità e che in qualche modo continua a guardare a quello come suo approdo, nonostante il tempo passato congeli nella sua mente il mondo di origine che invece nel frattempo è cambiato, la condizione di chi è rimasto lì e guarda con invidia e a volte non comprende la condizione di chi è partito, la condizione delle seconde generazioni che vivono un senso di straniamento e di mancanza di radicamento.
In questo mix già parecchio aggrovigliato si inseriscono tradizioni, culture, contesti sociali molto differenti, non sempre facili da comprendere o da far convivere.
Il romanzo della Uyangoda è interessante e ben scritto; devo però dire che non è riuscito mai davvero a conquistarmi, non mi è mai entrato sotto pelle. Non so bene se perché troppa è la carne al fuoco, oppure perché ho fatto fatica a capire le parti riferite alla cultura cingalese, che forse avrebbero richiesto almeno un glossario finale per contestualizzare alcuni elementi citati.
Ma magari è stato anche il momento in cui l’ho letto. Mi piacerebbe sentire qualcun altro che invece lo ha apprezzato più di me.
Voto: 3/5
giovedì 17 settembre 2026
Coyote vs. Acme
Con la complicità di G., approfittando di una stagione cinematografica che non è ancora veramente decollata, vado a vedere Coyote vs. Acme, circondata da un sacco di famiglie con bambini ma anche da tanti adulti che per un paio d’ore vogliono tornare a essere bambini.
Il film di Dave Green - ispirato all'omonimo articolo satirico di Ian Frazier su The New Yorker - mescola live action e cartone animato, un mix che il cinema sperimenta da moltissimo tempo con alterni risultati, ma che la attuale tecnologia rende sempre più godibile dal punto di vista visivo.
La trama è presto detta. La premessa è quella che conoscono tutti quelli che hanno visto almeno una volta i cartoni con Willy Coyote e Beep Beep: da sempre Willy cerca di catturare Beep Beep, ma tutti gli stratagemmi, le attrezzature e i device che utilizza si dimostrano fallimentari, cosicché ad avere la peggio è sempre lui. Quando Coyote vede in televisione la pubblicità di uno studio legale che promette di aiutare i personaggi dei cartoni a portare avanti una causa contro la Acme, la società che produce i marchingegni da lui utilizzati, Willy decide di rivolgersi a loro per ottenere giustizia. In realtà, Kevin Avery (Will Forte), a capo di questo studio legale, è uno scioperato che si preoccupa solo di sbarcare il lunario e di non mettersi nei guai.
Avery si troverà coinvolto in qualcosa di più grande di lui, prima suo malgrado, poi convintamente, e, anche grazie all’interazione con Coyote e alla sua determinazione, nonché a quella con sua nipote e al suo entusiasmo, si farà infine paladino della giustizia.
Per chi da bambino – e non solo – ha amato i cartoni dei Looney Toons, Coyote vs. Acme è un film molto godibile che strappa risate e divertimento, ma anche qualche lacrimuccia grazie al metaforone tipicamente americano della lotta degli ultimi contro i potenti e della possibilità di riscatto individuale di ognuno.
Non si può chiedere molto di più a questo film, e per quanto sottotesto vogliamo leggerci noi adulti, resta un divertissement e come tale va preso.
Voto: 3/5
Il film di Dave Green - ispirato all'omonimo articolo satirico di Ian Frazier su The New Yorker - mescola live action e cartone animato, un mix che il cinema sperimenta da moltissimo tempo con alterni risultati, ma che la attuale tecnologia rende sempre più godibile dal punto di vista visivo.
La trama è presto detta. La premessa è quella che conoscono tutti quelli che hanno visto almeno una volta i cartoni con Willy Coyote e Beep Beep: da sempre Willy cerca di catturare Beep Beep, ma tutti gli stratagemmi, le attrezzature e i device che utilizza si dimostrano fallimentari, cosicché ad avere la peggio è sempre lui. Quando Coyote vede in televisione la pubblicità di uno studio legale che promette di aiutare i personaggi dei cartoni a portare avanti una causa contro la Acme, la società che produce i marchingegni da lui utilizzati, Willy decide di rivolgersi a loro per ottenere giustizia. In realtà, Kevin Avery (Will Forte), a capo di questo studio legale, è uno scioperato che si preoccupa solo di sbarcare il lunario e di non mettersi nei guai.
Avery si troverà coinvolto in qualcosa di più grande di lui, prima suo malgrado, poi convintamente, e, anche grazie all’interazione con Coyote e alla sua determinazione, nonché a quella con sua nipote e al suo entusiasmo, si farà infine paladino della giustizia.
Per chi da bambino – e non solo – ha amato i cartoni dei Looney Toons, Coyote vs. Acme è un film molto godibile che strappa risate e divertimento, ma anche qualche lacrimuccia grazie al metaforone tipicamente americano della lotta degli ultimi contro i potenti e della possibilità di riscatto individuale di ognuno.
Non si può chiedere molto di più a questo film, e per quanto sottotesto vogliamo leggerci noi adulti, resta un divertissement e come tale va preso.
Voto: 3/5
martedì 15 settembre 2026
Un giorno senza donne
La mia nuova stagione cinematografica – sempre che si possa dire che sia mai finita quella precedente – inizia con questo documentario realizzato da Pamela Hogan insieme a Vigdís Finnbogadóttir che racconta di come il 24 ottobre 1975 il 90% delle donne islandesi incrociò le braccia per un intero giorno per chiedere la parità dei diritti con gli uomini.
Il documentario è il genere cinematografico più subdolo e quello che più facilmente riesce a muovere i sentimenti dello spettatore, in quanto racconta storie vere e di solito lo fa con grande empatia.
Per questo di fronte a un documentario, dobbiamo sempre interrogarci sia sul valore dei suoi contenuti sia sulle sue qualità cinematografiche.
Nel caso di Un giorno senza donne, mi pare che il valore dei contenuti sia indubitabile: l’imponente sciopero (o day off, come venne chiamato all’epoca per non urtare le sensibilità delle donne conservatrici) organizzato dal movimento femminista islandese ha segnato una cesura nella storia dell’Islanda e ha avuto ricadute anche nei percorsi verso la parità di genere in molti altri paesi.
Il documentario descrive innanzitutto la situazione di forte subordinazione agli uomini e di grande disuguaglianza che vigeva in Islanda prima di allora, per poi raccontare come un manipolo di donne molto determinate riuscì in un’impresa straordinaria, forse impensabile in un paese diverso dall’Islanda.
Attraverso le interviste alle protagoniste di allora, una delle quali è la persona che ha collaborato con la regista nella realizzazione del film, Vigdís Finnbogadóttir, presidente dell’Islanda dal 1980 al 1996, la Hogan ci catapulta nella temperie in cui maturò l’evento, in un crescendo emotivo che non può che strappare l’applauso.
Dal punto di vista cinematografico, ho apprezzato molto la scelta di mescolare le interviste realizzate ad hoc non solo con materiale fotografico e video di archivio (cosa molto comune nei documentari), ma anche con immagini dell’imponente natura islandese (spesso con l’intento di creare un parallelismo con la forza e la determinazione di queste donne) e con animazioni realizzate da Joel Orloff, utilizzate per illustrare momenti e aneddoti ricostruibili solo dalle parole delle protagoniste e per conferire colore e ironia al racconto.
Per me che non conoscevo questa storia è stata una bellissima esperienza sia visiva che narrativa.
Voto: 3,5/5
Il documentario è il genere cinematografico più subdolo e quello che più facilmente riesce a muovere i sentimenti dello spettatore, in quanto racconta storie vere e di solito lo fa con grande empatia.
Per questo di fronte a un documentario, dobbiamo sempre interrogarci sia sul valore dei suoi contenuti sia sulle sue qualità cinematografiche.
Nel caso di Un giorno senza donne, mi pare che il valore dei contenuti sia indubitabile: l’imponente sciopero (o day off, come venne chiamato all’epoca per non urtare le sensibilità delle donne conservatrici) organizzato dal movimento femminista islandese ha segnato una cesura nella storia dell’Islanda e ha avuto ricadute anche nei percorsi verso la parità di genere in molti altri paesi.
Il documentario descrive innanzitutto la situazione di forte subordinazione agli uomini e di grande disuguaglianza che vigeva in Islanda prima di allora, per poi raccontare come un manipolo di donne molto determinate riuscì in un’impresa straordinaria, forse impensabile in un paese diverso dall’Islanda.
Attraverso le interviste alle protagoniste di allora, una delle quali è la persona che ha collaborato con la regista nella realizzazione del film, Vigdís Finnbogadóttir, presidente dell’Islanda dal 1980 al 1996, la Hogan ci catapulta nella temperie in cui maturò l’evento, in un crescendo emotivo che non può che strappare l’applauso.
Dal punto di vista cinematografico, ho apprezzato molto la scelta di mescolare le interviste realizzate ad hoc non solo con materiale fotografico e video di archivio (cosa molto comune nei documentari), ma anche con immagini dell’imponente natura islandese (spesso con l’intento di creare un parallelismo con la forza e la determinazione di queste donne) e con animazioni realizzate da Joel Orloff, utilizzate per illustrare momenti e aneddoti ricostruibili solo dalle parole delle protagoniste e per conferire colore e ironia al racconto.
Per me che non conoscevo questa storia è stata una bellissima esperienza sia visiva che narrativa.
Voto: 3,5/5
domenica 13 settembre 2026
Kolchoz / Emmanuel Carrère
Kolchoz / Emmanuel Carrère; trad. di Francesco Bergamasco. Milano: Adelphi, 2026.
La scrittura di Carrère mi piace molto e i libri che ho letto fin qui mi hanno sempre conquistata in tanti modi diversi, che si possono ricondurre alla capacità dello scrittore francese di farmi “sentire” dall’interno i personaggi e le situazioni.
Quando ho sentito parlare bene da diverse persone, amiche e meno amiche, del suo ultimo libro, Kolchoz, non ho esitato a comprarlo, anche se avevo qualche timore legato al fatto che si tratta di un romanzo che racconta la storia della sua famiglia, in particolare di sua madre, e quando Carrère si muove su territori più vicini a sé stesso può diventare autoreferenziale e insopportabile.
Invece, devo ammettere che fin dalle prime pagine, quelle che raccontano il funerale di sua madre e il discorso a lei dedicato da Emmanuel Macron, pagine che circolarmente si ricollegano alle ultime del libro, quelle relative ai suoi ultimi giorni di vita, modi e contenuti del racconto mi hanno catturato.
Di Hélène Carrère d’Encausse vengono raccontate le origini, ossia la sua appartenenza da parte di padre alla famiglia georgiana degli Zourabichvili e da parte di madre a una famiglia russo-tedesca travolta dalla Rivoluzione, e l’infanzia in un contesto familiare cosmopolita e multilingue, ma segnato dalla perdita di una patria. Del padre Georges e della macchia che pesa sulla sua esistenza Carrère ha parlato in un libro precedente, Un romanzo russo - che a questo punto voglio leggere -, che è stato la causa del suo allontanamento dalla madre per ben due anni; del resto, la vicenda del padre di Hélène, probabilmente collaborazionista e forse fucilato dalla Resistenza, il cui corpo non è mai stato ritrovato, è stata un fardello pesante per Hélène che ha passato tutta la vita a riscattare queste origini, conquistandosi a pieno diritto la cittadinanza francese fino a diventare segretaria permanente dell’Académie française.
Al contempo Hélène ha coltivato per tutta la vita il suo legame con la Russia, nei confronti della quale non ha mai voluto mettere in discussione la sua profonda ammirazione, anche quando gli eventi recenti, in particolare la guerra in Ucraina, hanno reso la Russia indifendibile.
Poiché questo legame e questa fascinazione per la Russia sono stati centrali anche nell’esistenza e nella scrittura di Emmanuel, raccontare la storia di sua madre è stato per lo scrittore un modo per esplorare le pieghe della storia, anche grazie al lavoro di raccolta di fonti e documenti fatto, per tutta la vita, dal padre Louis.
Carrère in un certo senso recupera e riscatta la figura paterna, che è stata in qualche modo offuscata o comunque è vissuta in parte all’ombra della figura esuberante e volitiva della moglie.
Il ritratto di Hélène che ne viene fuori è – come tutti i ritratti ben realizzati – complesso, sfaccettato e contraddittorio, ricco di mille sfumature in cui si intrecciano la dimensione pubblica della donna, stimata e amata, e quella privata, in cui il figlio riconosce un prima e un dopo: l’evento che fa da discrimine tra queste due fasi è l’innamoramento della donna per un altro uomo e la scelta non certo pacifica di non divorziare da suo marito, ma di fatto di escluderlo dal territorio dei suoi sentimenti. In questo prima e dopo, i figli – tre, Emmanuel, Nathalie e Marina – pur amati sempre tantissimo, hanno inevitabilmente percepito la rottura dell’armonia familiare.
Altro personaggio chiave di questo affresco è la figura di Nicholas, fratello di Hélène: i due, che pure erano stati molto legati durante l’infanzia, nel tempo si sono progressivamente allontanati, a partire in particolare dal momento in cui la sorella maggiore ha fatto le veci della madre per il fratello. Nicholas è stato invece per Emmanuel non solo uno zio, ma anche un amico e una fonte di ispirazione, e anche alla sua memoria lo scrittore ha attinto per costruire questo racconto in maniera ancora più articolata.
Il libro è una miniera di storie, informazioni, divagazioni, aneddoti (alcuni davvero incredibili, come incredibile è stata la vita di Hélène e di altri protagonisti di questa storia), che solo uno scrittore come Carrère può tenere insieme e far dialogare con una ricchezza e una complessità di sentimenti che conferiscono non solo a Hélène, ma anche a tutte le persone raccontate, una profondissima umanità.
E nonostante si tratti di una storia familiare, Carrère riesce in questo libro a non invadere eccessivamente il campo, come a volte tende a fare – succede solo a tratti, e sono le parti meno memorabili -, bensì rimane sulla soglia, figlio e spettatore, non certo indifferente, ma profondamente partecipe, con tutte le contraddizioni di un rapporto madre-figlio fatto di un amore enorme, ma anche di differenze e sofferenze.
È bello che il titolo del libro, Kolchoz, venga proprio da una abitudine familiare: quando il padre era via per lavoro, i tre figli andavano a dormire nella stanza della madre e “facevano kolchoz” intorno a lei, esattamente come hanno fatto quando le sono stati vicini negli ultimi momenti della sua vita.
Un libro dal respiro intimo che riesce però anche a parlare di vicende storiche importanti del passato e ne trae elementi di riflessione sulle vicende del presente.
Per me una lettura davvero straordinaria.
Voto: 4/5
La scrittura di Carrère mi piace molto e i libri che ho letto fin qui mi hanno sempre conquistata in tanti modi diversi, che si possono ricondurre alla capacità dello scrittore francese di farmi “sentire” dall’interno i personaggi e le situazioni.
Quando ho sentito parlare bene da diverse persone, amiche e meno amiche, del suo ultimo libro, Kolchoz, non ho esitato a comprarlo, anche se avevo qualche timore legato al fatto che si tratta di un romanzo che racconta la storia della sua famiglia, in particolare di sua madre, e quando Carrère si muove su territori più vicini a sé stesso può diventare autoreferenziale e insopportabile.
Invece, devo ammettere che fin dalle prime pagine, quelle che raccontano il funerale di sua madre e il discorso a lei dedicato da Emmanuel Macron, pagine che circolarmente si ricollegano alle ultime del libro, quelle relative ai suoi ultimi giorni di vita, modi e contenuti del racconto mi hanno catturato.
Di Hélène Carrère d’Encausse vengono raccontate le origini, ossia la sua appartenenza da parte di padre alla famiglia georgiana degli Zourabichvili e da parte di madre a una famiglia russo-tedesca travolta dalla Rivoluzione, e l’infanzia in un contesto familiare cosmopolita e multilingue, ma segnato dalla perdita di una patria. Del padre Georges e della macchia che pesa sulla sua esistenza Carrère ha parlato in un libro precedente, Un romanzo russo - che a questo punto voglio leggere -, che è stato la causa del suo allontanamento dalla madre per ben due anni; del resto, la vicenda del padre di Hélène, probabilmente collaborazionista e forse fucilato dalla Resistenza, il cui corpo non è mai stato ritrovato, è stata un fardello pesante per Hélène che ha passato tutta la vita a riscattare queste origini, conquistandosi a pieno diritto la cittadinanza francese fino a diventare segretaria permanente dell’Académie française.
Al contempo Hélène ha coltivato per tutta la vita il suo legame con la Russia, nei confronti della quale non ha mai voluto mettere in discussione la sua profonda ammirazione, anche quando gli eventi recenti, in particolare la guerra in Ucraina, hanno reso la Russia indifendibile.
Poiché questo legame e questa fascinazione per la Russia sono stati centrali anche nell’esistenza e nella scrittura di Emmanuel, raccontare la storia di sua madre è stato per lo scrittore un modo per esplorare le pieghe della storia, anche grazie al lavoro di raccolta di fonti e documenti fatto, per tutta la vita, dal padre Louis.
Carrère in un certo senso recupera e riscatta la figura paterna, che è stata in qualche modo offuscata o comunque è vissuta in parte all’ombra della figura esuberante e volitiva della moglie.
Il ritratto di Hélène che ne viene fuori è – come tutti i ritratti ben realizzati – complesso, sfaccettato e contraddittorio, ricco di mille sfumature in cui si intrecciano la dimensione pubblica della donna, stimata e amata, e quella privata, in cui il figlio riconosce un prima e un dopo: l’evento che fa da discrimine tra queste due fasi è l’innamoramento della donna per un altro uomo e la scelta non certo pacifica di non divorziare da suo marito, ma di fatto di escluderlo dal territorio dei suoi sentimenti. In questo prima e dopo, i figli – tre, Emmanuel, Nathalie e Marina – pur amati sempre tantissimo, hanno inevitabilmente percepito la rottura dell’armonia familiare.
Altro personaggio chiave di questo affresco è la figura di Nicholas, fratello di Hélène: i due, che pure erano stati molto legati durante l’infanzia, nel tempo si sono progressivamente allontanati, a partire in particolare dal momento in cui la sorella maggiore ha fatto le veci della madre per il fratello. Nicholas è stato invece per Emmanuel non solo uno zio, ma anche un amico e una fonte di ispirazione, e anche alla sua memoria lo scrittore ha attinto per costruire questo racconto in maniera ancora più articolata.
Il libro è una miniera di storie, informazioni, divagazioni, aneddoti (alcuni davvero incredibili, come incredibile è stata la vita di Hélène e di altri protagonisti di questa storia), che solo uno scrittore come Carrère può tenere insieme e far dialogare con una ricchezza e una complessità di sentimenti che conferiscono non solo a Hélène, ma anche a tutte le persone raccontate, una profondissima umanità.
E nonostante si tratti di una storia familiare, Carrère riesce in questo libro a non invadere eccessivamente il campo, come a volte tende a fare – succede solo a tratti, e sono le parti meno memorabili -, bensì rimane sulla soglia, figlio e spettatore, non certo indifferente, ma profondamente partecipe, con tutte le contraddizioni di un rapporto madre-figlio fatto di un amore enorme, ma anche di differenze e sofferenze.
È bello che il titolo del libro, Kolchoz, venga proprio da una abitudine familiare: quando il padre era via per lavoro, i tre figli andavano a dormire nella stanza della madre e “facevano kolchoz” intorno a lei, esattamente come hanno fatto quando le sono stati vicini negli ultimi momenti della sua vita.
Un libro dal respiro intimo che riesce però anche a parlare di vicende storiche importanti del passato e ne trae elementi di riflessione sulle vicende del presente.
Per me una lettura davvero straordinaria.
Voto: 4/5
venerdì 11 settembre 2026
La fertilità del male / Amara Lakhous
La fertilità del male / Amara Lakhous; trad. dall'arabo di Francesco Leggio. Roma: Edizioni e/o, 2026.
Amara Lakhous è uno scrittore algerino molto noto in Italia perché ha vissuto molto a lungo nel nostro paese e ha scritto diversi romanzi in italiano, tra cui il più noto è Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.
Da un po' di anni Lakhous vive negli Stati Uniti dove insegna in università. È ora tornato al romanzo con La fertilità del male che però è stato scritto in arabo, perché - come lui stesso ha spiegato - non sarebbe stato possibile scrivere in italiano una storia cosi legata alla sua patria di origine.
La fertilità del male è concepito come un giallo, o meglio come un poliziesco, visto che tutto comincia con la scoperta dell'assassinio di Miloud Sabri, ex combattente del Fronte di Liberazione Nazionale dell'Algeria, e con l'avvio delle indagini da parte di Karim Soltani, comandante dell'unità antiterrorismo, chiamato perché l'omicidio ha tutte le caratteristiche della vendetta verso un traditore, secondo le modalità sperimentate in Algeria durante il decennio nero.
La narrazione procede alternando l'asse temporale del presente, quello nel quale si svolge l'indagine di Soltani e dei suoi collaboratori, e diversi momenti chiave del passato che un tassello alla volta aiutano a ricostruire le radici e le motivazioni dell'omicidio di Sabri, attraversando la storia dell'Algeria dagli anni della guerra di indipendenza algerina (1954-1962), fino ad arrivare alla fine degli anni Novanta, passando attraverso colpi di stato, proteste popolari, emergere degli islamisti e terrorismo.
La prosa di Lakhous è piana e in qualche modo leggera, e sembra di stare leggendo un classico giallo da spiaggia. In realtà, dietro questa indagine si dipana la storia di un paese che, dopo essersi liberato del giogo dei colonizzatori francesi, si è avviluppato in una dinamica interna ben poco democratica, istituzionalizzando il metodo della violenza e del terrorismo come strumento di cambiamento e trasformando parte degli eroi nazionali della guerra di indipendenza nei nuovi colonizzatori del paese.
Ancora una volta per me è l'occasione di conoscere meglio un paese di cui so oggettivamente molto poco e di cui leggiamo solo in relazione agli eventi che più sono collegati al nostro mondo, mentre finisce per sfuggirci completamente nelle dinamiche interne che sono venute dopo che gli europei, in questo caso i francesi, si sono ritirati.
E fa male leggere ancora una volta la storia di una lotta di popolo - fatta con tutti i mezzi, alcuni anche discutibili, ma chissà se evitabili - che è stata vittoriosa e ha ridato libertà a un paese, ma che poi si è involuta in forme antidemocratiche e repressive.
Cos'è che rende gli esseri umani incapaci di perseguire davvero degli ideali fino in fondo?
Voto: 3,5/5
Amara Lakhous è uno scrittore algerino molto noto in Italia perché ha vissuto molto a lungo nel nostro paese e ha scritto diversi romanzi in italiano, tra cui il più noto è Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.
Da un po' di anni Lakhous vive negli Stati Uniti dove insegna in università. È ora tornato al romanzo con La fertilità del male che però è stato scritto in arabo, perché - come lui stesso ha spiegato - non sarebbe stato possibile scrivere in italiano una storia cosi legata alla sua patria di origine.
La fertilità del male è concepito come un giallo, o meglio come un poliziesco, visto che tutto comincia con la scoperta dell'assassinio di Miloud Sabri, ex combattente del Fronte di Liberazione Nazionale dell'Algeria, e con l'avvio delle indagini da parte di Karim Soltani, comandante dell'unità antiterrorismo, chiamato perché l'omicidio ha tutte le caratteristiche della vendetta verso un traditore, secondo le modalità sperimentate in Algeria durante il decennio nero.
La narrazione procede alternando l'asse temporale del presente, quello nel quale si svolge l'indagine di Soltani e dei suoi collaboratori, e diversi momenti chiave del passato che un tassello alla volta aiutano a ricostruire le radici e le motivazioni dell'omicidio di Sabri, attraversando la storia dell'Algeria dagli anni della guerra di indipendenza algerina (1954-1962), fino ad arrivare alla fine degli anni Novanta, passando attraverso colpi di stato, proteste popolari, emergere degli islamisti e terrorismo.
La prosa di Lakhous è piana e in qualche modo leggera, e sembra di stare leggendo un classico giallo da spiaggia. In realtà, dietro questa indagine si dipana la storia di un paese che, dopo essersi liberato del giogo dei colonizzatori francesi, si è avviluppato in una dinamica interna ben poco democratica, istituzionalizzando il metodo della violenza e del terrorismo come strumento di cambiamento e trasformando parte degli eroi nazionali della guerra di indipendenza nei nuovi colonizzatori del paese.
Ancora una volta per me è l'occasione di conoscere meglio un paese di cui so oggettivamente molto poco e di cui leggiamo solo in relazione agli eventi che più sono collegati al nostro mondo, mentre finisce per sfuggirci completamente nelle dinamiche interne che sono venute dopo che gli europei, in questo caso i francesi, si sono ritirati.
E fa male leggere ancora una volta la storia di una lotta di popolo - fatta con tutti i mezzi, alcuni anche discutibili, ma chissà se evitabili - che è stata vittoriosa e ha ridato libertà a un paese, ma che poi si è involuta in forme antidemocratiche e repressive.
Cos'è che rende gli esseri umani incapaci di perseguire davvero degli ideali fino in fondo?
Voto: 3,5/5
mercoledì 9 settembre 2026
Wilco. Auditorium Parco della Musica, 31 agosto 2026
Quando a suo tempo era stato annunciato il concerto dei Wilco alla cavea dell’Auditorium Parco della Musica per il 31 agosto ero stata molto indecisa se comprare il biglietto. La data troppo a ridosso del mio rientro e la location da me poco amata mi avevano quasi convinto a rinunciare. Poi, l’occasione di vedere i Wilco dal vivo dopo 10 anni dal concerto di Villa Ada, in un’estate decisamente avara di concerti per me interessanti a Roma, mi aveva convinto a prendere un biglietto del parterre, come per il concerto di Marco Castello.
Il 31 è il mio primo giorno lavorativo dopo le ferie, e non sono nemmeno sicura di avere a disposizione lo scooter (in pieno agosto ha pensato bene di morirmi la batteria), quindi tutto sembra preannunciare una serata faticosa. E invece…
Nel parterre sono in compagnia di tanta gente della mia età o comunque non tantissimo più giovane di me, e dunque sono molto a mio agio. I Wilco, capeggiati dal loro leader Jeff Tweedy, salgono sul palco alle 21,15, e cominciano a macinare canzoni, mentre intorno a me l’entusiasmo cresce. Come sempre, ci sono molti appassionati che conoscono tutte le canzoni e io da questo punto di vista mi sento un’imbucata. Però, man mano che il concerto va avanti mi faccio trascinare anch’io dall’atmosfera e dal sound dei Wilco, che sa essere intimo, folk, romantico, melodico, ma anche rock e dissonante, a seconda dei momenti. Da questo punto di vista l’esecuzione di Via Chicago, in cui a più riprese i musicisti cominciano a produrre rumori e distorsioni mentre Jeff Tweedy continua a cantare normalmente è davvero qualcosa di geniale.
I sei musicisti sul palco – oltre a Tweedy, John Stirratt, Glenn Kotche, Pat Sansone, Nels Cline e Mikael Jorgensen - non si risparmiano, nonostante la serata caldissima, né si perdono in inutili chiacchiere. Jeff Tweedy si rivolge di tanto in tanto al pubblico in maniera garbata e quasi affettuosa, anche a tratti un po’ sorniona, e il concerto dei Wilco si conferma un concerto totalmente incentrato sulla musica e sulla sua esecuzione dal vivo. Nell’esecuzione del brano It’s just that simple Tweedy cede il microfono a John Stirratt, con cui Tweedy aveva condiviso a suo tempo l’esperienza musicale nella band degli Uncle Tupelo.
Non so se per la mia posizione – a poca distanza dal palco – o per la bravura dei Wilco, per una volta persino la cavea dell’Auditorium mi è sembrata un posto bello dove godere della musica e farsi trascinare dal ritmo delle canzoni. La scaletta la rubo a chi conosce i Wilco meglio di me, ma anch’io – non fan assoluta, cosa che non sono praticamente di nessun cantante o gruppo – percepisco che il gruppo ha spaziato nel suo repertorio attingendo sia all’ultimo EP ma anche a molti altri dischi, tra quelli famosi e meno famosi.
Una bellissima serata di musica da cui sono tornata a casa stanca, ma ricaricata di energie positive.
Voto: 4/5
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