domenica 8 marzo 2026

Un dettaglio minore / Adania Shibli

Un dettaglio minore / Adania Shibli; trad. di Monica Ruocco. Milano: La nave di Teseo, 2021.

Letto in un fine settimana, Un dettaglio minore di Adania Shibli è un doppio racconto palestinese, il primo ambientato nel Negev, al confine del neonato stato d’Israele con l’Egitto nel 1949, il secondo che si svolge venticinque anni dopo e vede protagonista una giovane donna che si improvvisa investigatrice.

Nel primo episodio un plotone di stanza nella zona del deserto ha il compito di individuare eventuali infiltrati arabi; durante una delle tante ricognizioni sotto la guida di un capitano che non è perfettamente lucido anche a causa della puntura di un ragno, un gruppo di beduini viene scoperto e trucidato. Si salva solo una giovanissima, che viene portata al campo dei militari e che verrà prima stuprata, poi ammazzata e sepolta in mezzo alle dune.

Il secondo episodio trae le mosse direttamente dal primo perché la sua protagonista per caso viene a conoscenza di questa storia e scopre che la ragazza è stata uccisa lo stesso giorno in cui è nata lei, nell’agosto del 1949, e spinta da questa coincidenza decide di andare nella zona dove è avvenuta la sua morte per scoprire qualcosa di più, e per farlo prende in prestito la carta di identità di una collega e a noleggio un’auto con la targa gialla per poter viaggiare dove normalmente non sarebbe consentito ai palestinesi.

Tra le due vicende la scrittura puntuale e tagliente di Adania Shibli introduce dei rimandi sottili, creando una ragnatela di elementi che collegano il passato e il presente fino al dirompente finale.

C’è molto di descrittivo e di visivo nel romanzo della Shibli, un viaggio tra i colori e le sensazioni di luoghi in cui la presenza militare ha avvelenato la vita, senza prospettive di soluzione.

Sono dettagli minori quelli che la scrittrice palestinese porta alla luce e su cui si concentra, e però in quei dettagli c’è tutta la banale brutalità di un sistema di sopraffazione e di una condizione di minorità che prosegue immutato, anzi peggiorato, da troppo tempo, e di cui non si vede alcuna via d'uscita.

Voto: 3,5/5

venerdì 6 marzo 2026

Pillion - Amore senza freni

Colin (Harry Melling) è un giovane gay timido, che lavora in un parcheggio dove controlla e mette le multe alle macchine parcheggiate male, e talvolta la sera canta a cappella in un quartetto di cui fanno parte anche il padre e il fratello.

La sua famiglia non solo è tranquilla rispetto alla sua omosessualità ma lo supporta, però al contempo lo protegge in maniera eccessiva e lo tratta ancora come un bambino.

In un pub Colin viene notato da Ray (Alexander Skarsgård), un biker dal corpo scultoreo, che ne ha colto la propensione alla devozione.

Ray, che appartiene a un gruppo di biker che praticano relazioni dominante/sottomesso, è un dominante e Colin accetta di buon grado di fare il suo schiavo.

Per Colin sarà l'occasione di comprendere la propria sessualità, di arrivare al primo orgasmo della sua vita, di affrancarsi dell'affetto un po' asfissiante dei suoi genitori.

Ma proprio questo processo di crescita, in cui Colin non rinnega la propria propensione per la devozione e la sottomissione, porta il giovane verso una nuova consapevolezza di sé e di quello che è disposto a concedere o a cui può rinunciare.

Assistiamo così al percorso di crescita di Colin, ma ci interroghiamo anche su Ray e sulla sua personalità, protetta dalla tuta della moto come da una corazza che gli permette di tenere a distanza e sotto controllo tutte le emozioni.

Cosicché dietro un'apparenza da maschio alfa, totalmente sicuro di sé stesso, Ray alfine mostrerà una fragilità emotiva e una insicurezza da cui si difende solo rimanendo nel ruolo che si è scelto, senza alcuna concessione.

Il film scritto e diretto da Harry Lighton e tratto dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones utilizza l'ambiente d/s come strumento di analisi e riflessione sulle nostre personalità e la nostra sessualità. L'interazione tra Ray e Colin oscilla tra l'esilarante e l'inquietante, e i due attori sono eccezionali nel trasmettere tutte le sfumature dei loro personaggi. Il sesso c'è, ma senza pruderie, il BDSM c'è ma senza scandalo. Ma soprattutto c'è uno sguardo su due esseri umani e sul difficile percorso verso la consapevolezza di sé. Un po' mi ha ricordato Secretary, il film come Maggie Gyllenhall e James Spader, per la delicatezza, la leggerezza e la profondità con cui affronta un tema delicato e per molte persone respingente, facendo emergere l'umanità prima e al di sopra della sessualità.

E Pillion - sappiatelo perché io l'ho scoperto alla fine del film - è il posto del passeggero sulla moto. Cosicché anche nel titolo il film centra perfettamente l'obiettivo.

Voto: 3,5/5


mercoledì 4 marzo 2026

Appunti sul dolore / Chimamanda Ngozi Adichie

Appunti sul dolore / Chimamanda Ngozi Adichie; trad. di Susanna Basso. Torino: Einaudi, 2021.

Dopo essere rimasta folgorata da Americanah, come spesso mi accade dopo aver letto qualcosa di molto bello di un autore, mi sono subito buttata nella lettura di altri libri di Chimamanda Ngozi Adichie. Avevo visto che era appena uscito un libretto in cui la scrittrice di origine nigeriana metteva su carta il suo dolore e il ricordo del padre morto nel pieno della pandemia, e che dunque lei non aveva potuto vedere né prima né dopo.

Avendo perso mia madre da qualche anno, e in circostanze non uguali ma per certi versi simili, ho pensato che questo libro facesse per me.

In realtà, mi sono poi accorta leggendolo che il dolore è al contempo universale e soggettivo, e che - probabilmente ancora di più quando muore un genitore – c’è talmente tanto di personale ed esclusivo che riguarda solo e soltanto il rapporto tra padre o madre e figlio che chiunque altro è in qualche modo tagliato fuori.

Il libretto di Chimamanda è ben scritto e molte cose sono belle e toccanti, però nel complesso mi è sembrato rispondere più a un bisogno suo di rendere omaggio a questo padre tanto amato e di lasciare traccia dei propri sentimenti che una riflessione di più ampio respiro sulla morte e sul significato che  essa assume nella nostra vita, in particolare quando riguarda un genitore.

Mi aspettavo qualcosa di diverso, e forse per questo la lettura di Appunti sul dolore non mi ha lasciato molto.

Voto: 3/5

lunedì 2 marzo 2026

Hamnet – Nel nome del figlio

Tratto dal romanzo – che non ho letto - di Maggie O’ Farrell, la quale non a caso è anche co-sceneggiatrice insieme a Chloé Zhao, Hamnet torna, seppure in modo obliquo, sulla figura di William Shakespeare, personaggio parzialmente avvolto nel mistero ma che invece ha lasciato una straordinaria eredità letteraria, e che dunque ben si presta alla costruzione di nuove storie.

In questo caso, a Shakespeare e alla sua opera più famosa, Hamlet, si arriva a partire dalla figura di sua moglie, che nel film si chiama Agnes (ma che nella realtà sembra si chiamasse Anne Hathaway) e che è la vera protagonista di questa storia (interpretata da Jessie Buckley).

Agnes è una donna con un rapporto speciale con la natura e non a caso, nella prima scena del film, la vediamo addormentata, raggomitolata, tra le radici di un albero in mezzo alla foresta, nel suo vestito rosso che la caratterizzerà per quasi tutto il film. La donna è stata cresciuta da una matrigna, dopo che sua madre, che le ha trasmesso l’amore per la natura e per le piante medicinali, è morta di parto, ed è malvista dalla comunità di Stratford per questi suoi poteri quasi “stregoneschi”.

William (Paul Mescal), che fa ripetizioni di latino per ripagare i debiti del padre guantaio, si innamora di Agnes e i due si sposano quando Agnes rimane incinta della prima figlia, cui ne seguiranno altri due, un maschio e una femmina, in un parto gemellare. Questa dimensione familiare dagli equilibri emotivi e dalle dinamiche decisamente originali, forse fin troppo moderne, deflagra quando, mentre William è a Londra per inseguire il suo sogno del teatro, il maschio, Hamnet (che come ci viene comunicato all’inizio è una grafia alternativa di Hamlet), muore di peste.

Tutto verrà messo alla prova da questo lutto, e ognuno avrà i suoi tempi e la sua strada per l’elaborazione, molto istintiva e sanguigna quella di Agnes, molto intellettuale e trattenuta quella di William.

Il film della Chloé Zhao, la regista già vincitrice dell’Oscar per Nomadland, ritorna in lizza per la statuetta con questo film che con quello ha diverse cose in comune: una fotografia davvero molto bella, una colonna sonora (questa volta di Max Richter) che amplifica i sentimenti, un tasso emotivo elevato con un inevitabile rischio retorico.

Una cosa che nel precedente film poteva in parte passare inosservata e che qui invece – in un film in costume – diventa evidente è il manierismo che si esplica a livello di scenografie, di costumi, ma anche di dialoghi, in cui anche la forza delle emozioni sembra essere studiata a tavolino in un climax ascendente di cui si rimane inevitabilmente vittime.

Non nego che ho pianto anche io, e d’altra parte bisognerebbe avere un cuore di pietra per non farsi commuovere. Però, l’ho percepito come un pianto che mi è stato estorto quasi contro la mia volontà.

Devo però ammettere che la scena finale che si svolge dentro il teatro è tra le scene visivamente e compositivamente più belle che io mi ricordi: una scena corale, un quadro in movimento, che dà forma al processo di trasformazione del dolore individuale in collettivo per il tramite del teatro e più in generale dell’arte. Certo, un concetto ben noto e direi persino abusato, ma devo riconoscere che il modo in cui è riuscito a rappresentarlo la Zhao è davvero straordinario. A ognuno il compito di trovare il punto di contatto tra l’Hamlet della tragedia e la vicenda del lutto di Hamnet, ma gli ultimi 15 minuti del film per me riscattano tutto e valgono il biglietto e anche un 3,5/5 che altrimenti non avrei messo.

Voto: 3,5/5


giovedì 26 febbraio 2026

L’Avversario / Emmanuel Carrère

L’Avversario / Emmanuel Carrère; trad. di Eliana Vicari Fabris. Milano: Adelphi, 2013.

Dopo aver letto Limonov e V13 con grandissimo entusiasmo, decido di tornare indietro nella produzione di Carrère a un libro che lo ha davvero consacrato presso il grande pubblico, anche grazie al film che è stato realizzato a partire da questo libro, interpretato da Daniel Auteuil.

L’Avversario – come forse quasi tutti sanno – è la storia vera di Jean-Claude Romand, l’uomo che, dopo aver smesso di dare esami alla facoltà di medicina a cui era iscritto, aveva inanellato una incredibile serie di menzogne costruendosi una vita con tanto di moglie e figli, ma un lavoro inesistente e immaginario come ricercatore a Ginevra e professore in Francia.

Di fronte al precipitare degli eventi, in particolare a causa della storia extraconiugale con Corinne e dei crescenti problemi economici, Jean-Claude uccise moglie e figli, e poi anche i genitori dando fuoco alla casa d’infanzia mentre era lui stesso all’interno. Si salvò grazie all’intervento dei pompieri - anche se non è mai stato chiaro se abbia fatto in modo di creare le condizioni per salvarsi o sia stato un caso -, e poi fu processato e condannato per gli omicidi.

Carrère, con il suo interesse verso questi personaggi enigmatici e sfaccettati (vedi anche Limonov) e per le vicende giudiziarie complesse (vedi V13), non può che appassionarsi alla storia di quest’uomo, alla sua personalità e agli sviluppi successivi al processo, e lo fa – come spesso accade nei suoi libri – per indagare all’interno dei meandri più oscuri dell’essere umano e capire meglio anche sé stesso.

Nel caso di Jean-Claude Romand, come anche in altre circostanze, Carrère mette in campo la relazione personale con il protagonista di questa vicenda con cui intrattiene un lungo scambio epistolare e che incontra in diverse circostanze durante il processo.

E però, nonostante le molte lettere scambiate e le numerose fonti utilizzate dallo scrittore per raccontare questa storia incredibile e incredibilmente angosciante, Romand rimane un mistero, probabilmente persino per sé stesso, nella (forse!) impossibilità per questo tipo di personalità di accedere alla verità e la tendenza compulsiva a raccontarsi e raccontare storie.

Non posso dire che sia il libro di Carrère che mi è piaciuto di più tra quelli che ho letto, però non c’è dubbio sul fatto che mi abbia angosciato moltissimo, certamente più degli altri due, persino di più di V13, perché mentre in quel caso c’è un orrore motivato ideologicamente, in questo c’è un orrore praticamente gratuito, che affonda le radici in una personalità sfuggente e difficilmente inquadrabile, in cui l’atteggiamento dello scrittore – e di noi lettori – oscilla tra la condanna senza appello e la possibilità di una redenzione.

Da leggere per scavare nelle profondità più recondite della mente umana.

Voto: 3,5/5

martedì 24 febbraio 2026

Sinners = I peccatori

Quando Sinners era uscito al cinema in Italia non me ne ero nemmeno accorta e, del resto, una volta letta la trama, probabilmente ne avrei escluso la visione. Ora che il film di Ryan Coogler è diventato quello con più nominations nella storia degli Oscar, anche solo per curiosità ritengo che valga la pena vederlo, possibilmente sul grande schermo. E così, grazie al cinema Troisi che lo riporta in sala prima ancora che gli Oscar lo riportino all’attenzione collettiva, riesco infine a vederlo.

Sinners racconta una giornata nella vita di Sammie (Miles Caton), detto Preacherboy perché suo padre è il predicatore della chiesa locale. Siamo nel 1932, nella zona del Delta del Mississippi: negli Stati Uniti vigono le leggi della segregazione razziale (destinate a essere superate solo nella seconda metà degli anni Sessanta) e la popolazione nera per gran parte lavora nelle piantagioni di cotone.

Sammie, che appartiene a questa comunità, ha una grande passione per il blues, suona la chitarra e canta in modo trascinante, con una voce che smuove i cuori. Cosicché quando i suoi cugini Smoke e Stack (interpretati entrambi da Michael B. Jordan) tornano al paese natio dopo la loro carriera malavitosa a Chicago e decidono di aprire, in una segheria dismessa, un juke joint dove si fa musica e si aggrega la comunità afroamericana, Sammie è tra i primi ad essere assoldato.

Per tutta la prima parte del film, la narrazione procede seguendo i due fratelli nel loro girovagare con l’obiettivo di dotarsi di tutto il necessario per aprire il club e di promuovere il locale presso la popolazione locale.

Sebbene elementi di soprannaturale siano suggeriti fin dall’intro, richiamando la convinzione presente in molte culture che alcune persone siano in grado con la loro musica di produrre vibrazioni positive ma anche di evocare gli spiriti del male, ricongiungendo il mondo dei vivi e dei morti, è solo a un certo punto che il regista vira decisamente verso il film di genere, imboccando via via più convintamente la strada della storia di vampiri con una componente horror e splatter sempre più accentuata.

Ed evidentemente è lì che chi non ama il genere fa un po’ fatica a stare dietro al film.

Io ho provato a lasciarmi andare alla narrazione e a farmi condurre per mano per provare a entrare nello spirito del racconto, e devo dire che, in maniera abbastanza sorprendente, Sinners è riuscito ad aprirsi una breccia e a farsi apprezzare per quello che è: un film che utilizza gli stilemi di un genere a me molto lontano per parlarmi della storia di un paese in cui tutti sono immigrati e dunque stranieri, della comunità nera americana e delle sue radici culturali, del razzismo di cui è stata ed è vittima, del tentativo mai sopito di assimilazione culturale, dello scontro tra mondi e tradizioni, della religione come forza che accomuna, ma sopisce e livella, il tutto raccontato attraverso la metafora, forse un po’ didascalica, dei bianchi vampiri, ma soprattutto attraverso una vera e propria guerra musicale tra il blues malinconico delle piantagioni e il folk diversamente malinconico degli immigrati irlandesi. E tutto questo – in cui si riconosce una strampalata vena di follia e di eccesso – riesce in qualche modo a tenersi in piedi fino alla fine, facendo riflettere, sorridere e anche disgustare. Non abbandonate la poltrona fino all’ultimissima riga dei titoli di coda, perché ci sono due reprise, una che racconta uno sviluppo della storia molto più avanti nel tempo, l’altra che torna indietro al momento forse più intenso.

Voto: 3,5/5


domenica 22 febbraio 2026

Rive lontane / Anaïs Flogny

Rive lontane / Anaïs Flogny. Milano: Bao Publishing, 2024.

Leggo questo graphic novel che chissà dove avevo trovato consigliato, e sono piacevolmente sorpresa dal fatto che Anaïs Flogny si sottrae completamente a quella tendenza del fumetto ad essere primariamente autobiografico e spesso totalmente ombelicale.

Flogny invece sogna in grande, e costruisce una storia ambientata in un arco di tempo che va dagli anni Quaranta agli anni Sessanta, e che si svolge prevalentemente negli Stati Uniti, prima a Chicago, poi a New York, ma che nell’ultima parte si sposta dall’altra parte dell’oceano, in Francia.

Protagonisti di questa storia sono Julien, in realtà Giuliano, un immigrato italiano che fa il garzone di bottega ed effettua consegne, e Adam, polacco di origine, che è a capo della mala di Chicago e la cui banda fa il giro dei commercianti per estorcere il pizzo. È proprio in uno di questi giri che Adam e Julien si incontrano, e per quest’ultimo non solo si apre l’opportunità di una scalata sociale, sebbene nella criminalità organizzata, ma inizia anche una storia d’amore, indicibile per i tempi, ma destinata a segnare a lungo la sua vita.

Dopo un regolamento di conti in cui Adam rimane ferito, i due abbandonano Chicago e si trasferiscono a New York, ma in questa città Adam non è ben accolto e per questo spinge Julien a farvi avanti presso il boss locale, di origine italiana. Julien dimostra ben presto grandi capacità e scala rapidamente le posizioni all’interno della “famiglia”.

Ma in ambienti come quello della malavita non tarderanno ad arrivare situazioni sempre più delicate e difficili da gestire, e Julien dovrà a un certo punto fare i conti con una scomoda verità rispetto all’uomo che ama, ma anche rispetto a sé stesso e a quello che è diventato.

Quella di Adam e Julien è una storia che si legge tutta d’un fiato, appassionante da un punto di vista narrativo, e disegnata con grandissima accuratezza ed eleganza, con un tratto che mi ha in parte ricordato alcuni lavori del mio amato Bastien Vivès, e con campiture di colore piatte in palette non solo affascinanti, ma perfettamente coerenti con la storia.

Non è un lavoro senza difetti, ma secondo me una nuova stella è nata nel firmamento del fumetto francese, e non solo.

Voto: 3,5/5

venerdì 20 febbraio 2026

Misurare il salto delle rane / Carrozzeria Orfeo. Teatro Vascello, 7 febbraio 2026

Con la proposta teatrale di Carrozzeria Orfeo, che si avvale della drammaturgia di Gabriele Di Luca e della regia dello stesso Di Luca e del sodale Massimiliano Setti (qui anche autore delle musiche originali), si va sempre sul sicuro.

Così prima ci mando la mia amica I. che ha ricevuto un biglietto di teatro come regalo di compleanno, e poi ci vado io stessa con la mia amica F.

Rispetto ad altri spettacoli di Carrozzeria Orfeo che ho visto, c’è un importante spostamento narrativo, dal momento che da storie di respiro ampio, quasi riflessioni filosofiche – sebbene con il loro inconfondibile stile semiserio – sul futuro dell’umanità, con Misurare il salto delle rane l’attenzione si concentra su un periodo, gli anni Novanta, su un luogo specifico (un piccolo paese in riva a un lago) e sulle dinamiche relazionali tra tre donne (Lori, una donna sessantenne che ha perso la figlia Giò, Betti, una donna di quasi quarant’anni che era molto amica della figlia di Lori e che è stata cresciuta da quest’ultima, e Iris, una giovane donna che è arrivata dall’altra parte del lago per portare notizie di Giò).

Tutto si svolge tra una panchina all’estremità della scogliera che dà sul lago, quella da cui molti si lanciano per suicidarsi, l’interno della casa di Lori (semplice e vecchio stile) e la legnaia esterna.

L’impianto narrativo è quello di una dark comedy, al centro della quale c’è la morte di Giò, il cui mistero si scioglierà solo alla fine come in un vero e proprio giallo. Ma in realtà il vero oggetto della narrazione sta nel dolore che ciascuna delle tre donne, per motivi diversi, si porta dentro e che non riesce a condividere, a comunicare e ad elaborare. Ognuna reagisce a suo modo: Lori (Elsa Bossi) con il silenzio, Betti (Chiara Stoppa) con un profluvio di parole (un personaggio davvero dirompente e incontenibile), Iris (Noemi Apuzzo) con una malinconia difficile da interpretare.

Mentre Betti fa l’allenatrice di rane e porta sempre con sé il suo Froggy, Lori sparisce in lunghe passeggiate, e Iris cerca di incalzarla spingendola a leggere il messaggio in bottiglia che ha trovato sulla riva del lago e che sembrerebbe contenere la verità sulla morte di Giò.

Il senso di malinconia di fondo che attraversa questa storia, e il suo mistero (il personaggio di Iris è reale? Cosa vogliono dire quelle macchie di sangue che Betti le vede per ben due volte sul collo?), sono però attraversate al contempo da una forza dissacrante e da uno humour nero irresistibile di cui si fa interprete soprattutto il personaggio di Betti, odiatrice di maschi e appassionata di M&M’s.

Alla fine tutti i fili si riannodano e molti elementi narrativi trovano una spiegazione, eppure il mistero in parte resta, e probabilmente ha a che fare con quanto Iris dice nella primissima scena, mentre parla al suo registratore, ossia che alla fine siamo un enigma che in qualche modo resta inspiegabile persino per noi stessi.

Scenografia, luci, musiche, tutto molto bello, brave le attrici, soprattutto Chiara Stoppa e Noemi Apuzzo (nel loro essere emotivamente opposte, e in qualche modo complementari). Lo spettacolo dunque funziona e la risposta del pubblico è entusiasta, forse anche perché si tratta di un lavoro – rispetto ad altri – il cui impianto narrativo almeno apparentemente è più lineare, meno visionario, e forse per questo più riconoscibile per il grande pubblico.

Voto: 3,5/5