Rispondo all’invito dell’Istituto Cervantes di Roma all’anteprima del film El cautivo (Il prigioniero) di Amenábar, in uscita nelle sale italiane, e ottengo un biglietto omaggio per la partecipazione.
Quando arrivo al cinema Quattro Fontane, dove sono presenti sia il regista sia uno degli interpreti, Alessandro Borghi, c’è un sacco di gente che ne approfitta per foto e selfie.
Prima dell’inizio del film, Andrea Occhipinti di Lucky Red dialoga con il regista e l’attore per comprenderne i retroscena e le fasi preparatorie, e devo dire che mi trovo molto d’accordo con Occhipinti nell’osservare che Amenábar ha una filmografia sempre più imprevedibile e certamente originale, visto che passa da Apri gli occhi a Mare dentro, e da The Others a Il prigioniero, mescolando film drammatici, storici, gotici e chi più ne ha più ne metta. Amenábar risponde che per lui il cinema è il modo di intraprendere un viaggio e che va nelle direzioni che gli suscitano curiosità.
Ne Il prigioniero il regista racconta i cinque anni della vita di Miguel de Cervantes (Julio Peña) che il giovane studente di lettere, poi arruolato e infine fatto prigioniero, trascorre nelle prigioni di Algeri, insieme ad altri cristiani catturati dai mori. A capo di Algeri e delle sue prigioni c’è Hasan Bajà (Alessandro Borghi), detto il Veneziano in quanto nato a Venezia e poi convertito all’Islam in Turchia, un uomo affascinante e crudele al contempo.
Durante il periodo della prigionia, Miguel attinge alla biblioteca di Padre Antonio de Sosa, ed è proprio grazie al suo amore per le lettere, alla sua fantasia e alla sua capacità di raccontare storie che Miguel riesce sia a intrattenere e compattare il gruppo dei prigionieri (ad eccezione di Blanco de Paz, esponente del Sant’Uffizio), che ad attirare l’interesse e conquistare Hasan Bajà.
Il rapporto tra i due sfocerà in una storia d’amore, che Miguel vivrà con molte contraddizioni anche perché proprio i sospetti sulla sua omosessualità lo avevano portato ad arruolarsi, e soprattutto perché dovrà decidere tra il desiderio di scrivere e raccontare storie al mondo e l’amore del Bajà.
Pur apprezzando nel suo complesso il coraggio dell’operazione condotta da Amenábar, devo dire che ho trovato il film meccanico e poco convincente. Una sensazione di finto e poco credibile, oltre che una narrazione un po’ stiracchiata e nel complesso poco coerente, hanno fatto sì che non mi appassionassi granché, sebbene io sia particolarmente sensibile al tema dell’importanza delle storie e della loro capacità di salvarci.
Dal mio punto di vista un’occasione parzialmente mancata, ma pazienza. Ci sta per un regista così multiforme e che batte sempre strade nuove senza mai restare nella sua zona di comfort, come fanno molti altri.
Voto: 2,5/5
giovedì 25 giugno 2026
martedì 23 giugno 2026
Dalle montagne al mare: Molise e Isole Tremiti fuori stagione
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| Isola di San Domino: i pagliai |
Il nostro giro ha previsto i primi 3 giorni in Molise, poi una giornata a Termoli, quindi 5 giorni alle Isole Tremiti con rientro e notte prima della partenza sempre a Termoli.
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| La zona archeologica di Sepino |
Partiamo dal noleggio dell’auto. Abbiamo dovuto anticipare di un giorno la partenza perché i giorni e gli orari di apertura degli autonoleggi di Termoli sono esemplati su quelli degli uffici pubblici, e dunque dimenticatevi di prendere una macchina a noleggio in un giorno festivo o troppo presto la mattina o troppo tardi la sera!
Ritirata la nostra Pandina, andiamo dirette verso la nostra casetta con terrazza che abbiamo prenotato a Sessano del Molise, un paesino un pochettino desolato non lontano da Isernia, uno dei due capoluoghi di quella piccolissima regione, che nella nostra Italia un po’ soffre di invisibilità.
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| La Fonderia Marinelli ad Agnone |
Nei successivi giorni, durante i nostri giri molisani, alterniamo natura, archeologia e visite a paesi, e su tutti questi fronti non mancano le cose da fare e da vedere.
Dopo un fallito tentativo di visitare il sito archeologico sannitico di Pietrabbondante, inspiegabilmente chiuso, visitiamo Agnone – il centro storico e la famosa Fonderia Marinelli, che realizza le campane tra gli altri per lo Stato pontificio e dove partecipiamo a una visita guidata con un gruppo di americani. Non manca una sosta al punto vendita del Caseificio Di Nucci per acquistare il celebre caciocavallo della zona.
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| Cascata del Volturno |
Il tardo pomeriggio è dedicato a una rapida visita alla cittadina di Isernia e poi a una cena sul presto da O' Pizzaiuolo, un posto enorme e con un menu lunghissimo che inevitabilmente si rivela mediocre.
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| Centro storico di Campobasso |
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| L'area abbandonata di Rocchetta Alta |
Torniamo dunque in zona San Vincenzo per la visita guidata alla bellissima cripta di Epifanio e al sito archeologico della vecchia abbazia, davvero sorprendente per storia e stratificazioni.
Poi andiamo a fare una passeggiata alla zona abbandonata del paesino di Rocchetta Alta, superando – ahi ahi – la transenna che ne impedisce l’accesso.
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| Il trabucco di Termoli |
La cena la facciamo alla friggitoria di pesce Maramimmo, dove mangiamo molto bene.
La sistemazione a Termoli sarà sia all’andata che al ritorno presso il b&b Futura rooms, gestite con passione da una giovane mamma che si dà molto da fare nei limiti delle sue possibilità.
Al rientro dopo i giorni alle Tremiti, a Termoli andremo a mangiare all’Osteria dentro le mura, famosa per il brodetto termolese che però non prendiamo, ma in compenso ci godiamo calamari su crema di piselli, cavatelli con vongole e asparagi, e chitarrina con sugo di scampi, e infine mousse di ricotta alla vaniglia con riduzione di fragole. Tutto buonissimo.
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| Isola di San Nicola vista da San Domino |
Con il traghetto delle ore 9 da Termoli raggiungiamo in un’oretta il porto dell’isola di San Domino, la più grande delle Tremiti e quella dove abbiamo l’alloggio. Il proprietario dell’appartamento che abbiamo prenotato, Relais al Faro, ci viene a prendere in macchina, dal momento che la salita verso il centro del paese dal porto è piuttosto impegnativa, anche senza bagagli.
Una volta sistemateci, iniziamo da subito la nostra esplorazione dell’isola che in questi 4-5 giorni ci permetterà di conoscerla in ogni suo angolo, e anche di fare un bel giro della nostra dirimpettaia San Nicola.
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| Per i sentieri di San Domino |
Verso l’ora del tramonto riprenderemo il sentiero e dopo aver raggiunto il colle dell’Eremita proseguiremo verso il faro abbandonato (sempre molto affascinante) e verso la grotta del bue marino, passeggiata che ci regala scorsi di paesaggio e natura molto molto belli.
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| Passeggiando per l'isola di San Nicola |
In tutta questa zona ci sono moltissimi lavori manutentivi e conservativi in corso, e molti spazi dell’abbazia non sono visitabili, però la passeggiata tra i chiostri e i percorsi interni ed esterni è molto bella e, una volta usciti dalla fortezza dall’altra parte, e attraverso la cosiddetta “tagliata” (la strada che passa nel punto in cui l’isola si restringe), ci incamminiamo sul bel sentiero nella macchia mediterranea che ci porterà fino al monumento libico e al cimitero.
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| Nelle strade del paesino di San Nicola |
La nostra visita a San Nicola, a differenza che la nostra permanenza a San Domino, non è affatto solitaria: incrociamo infatti diverse scolaresche in gita e ovviamente, in un’isola così piccola, non c’è modo di non incontrarli. Ce li ritroveremo anche sulla barca che fa navetta tra San Nicola e San Domino e su cui all’andata eravamo completamente da sole.
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| La grotta delle viole a San Domino |
Dopo un ottimo aperitivo al bar della piazza EraOra, che è del proprietario del nostro appartamento, andiamo a cena al ristorante La Fenice (aperto tutto l’anno), che fa un’eccellente cucina di pesce e dove infatti torneremo anche una seconda sera. A questo giro prendiamo insalata di polpo e tartare di gambero, spiedini di calamari e polpo alla griglia su letto di patate e finiamo con un cannolo scomposto. Tutto buonissimo.
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| La costa nord di San Domino |
Riprendiamo poi il sentiero perimetrale arrivando fino a Punta Secca (dove c’è una discarica!), quindi andiamo alla grotta delle rondinelle, bellissima ma il cui accesso è piuttosto impervio. Finiamo alla cala dei Benedettini con un bel bagno.
L’ultimo giorno intero che trascorriamo sulle isole ce la prendiamo comoda. Andiamo verso la grotta di Cala Tonda e vorremmo arrivare lungo la scogliera a Cala Tamariello, ma i gabbiani schierati a protezione delle uova ci impediscono il passaggio. Così torniamo indietro e ci arriviamo passando per il villaggio internazionale di Punta Diamante. Ci mettiamo sugli scogli a prendere il sole, ma niente bagno perché c’è scritto – per fortuna! – che la presenza diffusa di attinie (anemoni di mare) lungo gli scogli potrebbe provocare importanti irritazioni.
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| Passeggiando per San Domino |
Nel tentativo di fare un ultimo bagno proviamo a tornare a Cala Spido ma il mare mosso rende difficoltosi ingresso e uscita dall’acqua, cosicché alla fine ripieghiamo sulla Cala delle Arene dove è possibile fare il bagno (tra l’altro con un’acqua limpidissima) nonostante le onde. Purtroppo anche qui ci sono classi di ragazzini in gita, ma per fortuna non sono eccessivamente molesti.
Sulla via del ritorno ci fermiamo al negozio Lo scrigno per comprare un po’ di souvenir, ma pur essendo tutto aperto non c’è nessuno. Ci torneremo il giorno dopo.
Per cena torniamo al ristorante La Fenice con rinnovata soddisfazione per gli antipasti di mare e la grigliata mista di pesce.
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| Centro storico di Isernia |
Molise e Isole Tremiti pur essendo così vicine sono mondi davvero molto diversi, cosicché davvero la nostra vacanza è sembrata come la somma di due vacanze.
Il Molise, pur se a volte un po’ depresso, è una terra tutta da scoprire, sia dal punto di vista storico che naturalistico. Non ha forse cose imperdibili (tranne probabilmente Sepino e la cripta di Epifanio, tra le cose viste da noi), ma siti (archeologici, naturalistici, urbani) di grandissimo interesse, oltre che prodotti da comprare e mangiare buonissimi, come il caciocavallo e le lenticchie.
Delle isole Tremiti non possiamo che dire un gran bene: mare cristallino, tranquillità assoluta, silenzio, paesaggi molto belli. Certo, va detto che noi le abbiamo girate completamente fuori stagione, quindi ci siamo state praticamente in compagnia dei soli abitanti.
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| Per le strade di San Domino |
Immaginiamo che in piena estate le calette in cui noi abbiamo fatto il bagno da sole siano molto più affollate, e anche quelle non facilissime da raggiungere saranno invase di barche e natanti, ma noi ci siamo godute la solitudine, l’ombra delle pinete che ricoprono tutta San Domino e un’acqua meravigliosa. Certo, bisogna amare un po’ di solitudine spartana e non avere timore a fare il bagno nell’acqua molto fredda, ma per il resto per me le Tremiti sono state una bellissima scoperta fuori stagione.
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domenica 21 giugno 2026
Nobody knows
Dopo l’esperienza un po’ spiazzante della visione di Maborosi, il primo lungometraggio di Hirokazu Kore’eda del 1995, torno al cinema per il secondo appuntamento con la retrospettiva dedicata al grande regista giapponese. Il film, uscito quasi dieci anni più tardi (dopo altri due, Wonderful life e Distance) è Nobody knows, che si ispira a fatti realmente accaduti a Tokyo, ma che sono per Kore’eda una straordinaria occasione per tornare su quelli che diventeranno due capisaldi della sua produzione: i rapporti familiari e i bambini.
In Nobody knows la narrazione comincia con una madre e un figlio preadolescente, Akira (Yūya Yagira, vincitore del premio per il miglior attore a Cannes in quell’anno), che si trasferiscono in una nuova casa e si presentano ai vicini (e forse anche proprietari della casa), portando loro dei doni e dicendo di essere solo in due. Quando però in casa portano tutti gli scatoloni, da due grosse e pesanti valigie vengono fuori un bambino, Shigeru, e una bambina, Yuki, più piccoli, e dopo poco il fratello più grande va alla stazione a prendere la quarta sorella, Kyoko, poco più piccola di lui.
Si capisce presto che questi quattro ragazzini sono figli di padri diversi, e che la loro madre ha un approccio adolescenziale alla vita e all’amore, e continua a innamorarsi delle persone sbagliate. La sua ricerca della felicità spesso confligge con il benessere dei figli, i quali a più riprese vengono lasciati da soli e affidati alle cure del fratello maggiore, sobbarcato di responsabilità enormi.
Quando la madre sparisce per un periodo molto lungo, i quattro ragazzini si troveranno a fare i conti da un lato con la necessità di sopravvivere, dall’altro con i loro desideri e bisogni di bambini.
Sarà un coming of age profondamente doloroso e straziante da un lato, ma anche intriso di una straordinaria tenerezza, in quel mix agrodolce fatto di rabbia, commozione e stupore che diventerà la cifra dominante del regista.
È un film questo in cui gli adulti sono quasi completamente assenti, perché indifferenti o colpevoli, mentre davanti alla macchina da presa ci sono quasi esclusivamente bambini e ragazzini, non solo i quattro fratelli, ma anche altri con cui interagiscono e che in parte ne condividono le peripezie. E la verità del modo di muoversi, di agire e di comportarsi di questi bambini colpisce al cuore, e va attribuita alla incredibile capacità di Kore’eda di creare una empatia speciale con i più piccoli.
Da vedere.
Voto: 4/5
In Nobody knows la narrazione comincia con una madre e un figlio preadolescente, Akira (Yūya Yagira, vincitore del premio per il miglior attore a Cannes in quell’anno), che si trasferiscono in una nuova casa e si presentano ai vicini (e forse anche proprietari della casa), portando loro dei doni e dicendo di essere solo in due. Quando però in casa portano tutti gli scatoloni, da due grosse e pesanti valigie vengono fuori un bambino, Shigeru, e una bambina, Yuki, più piccoli, e dopo poco il fratello più grande va alla stazione a prendere la quarta sorella, Kyoko, poco più piccola di lui.
Si capisce presto che questi quattro ragazzini sono figli di padri diversi, e che la loro madre ha un approccio adolescenziale alla vita e all’amore, e continua a innamorarsi delle persone sbagliate. La sua ricerca della felicità spesso confligge con il benessere dei figli, i quali a più riprese vengono lasciati da soli e affidati alle cure del fratello maggiore, sobbarcato di responsabilità enormi.
Quando la madre sparisce per un periodo molto lungo, i quattro ragazzini si troveranno a fare i conti da un lato con la necessità di sopravvivere, dall’altro con i loro desideri e bisogni di bambini.
Sarà un coming of age profondamente doloroso e straziante da un lato, ma anche intriso di una straordinaria tenerezza, in quel mix agrodolce fatto di rabbia, commozione e stupore che diventerà la cifra dominante del regista.
È un film questo in cui gli adulti sono quasi completamente assenti, perché indifferenti o colpevoli, mentre davanti alla macchina da presa ci sono quasi esclusivamente bambini e ragazzini, non solo i quattro fratelli, ma anche altri con cui interagiscono e che in parte ne condividono le peripezie. E la verità del modo di muoversi, di agire e di comportarsi di questi bambini colpisce al cuore, e va attribuita alla incredibile capacità di Kore’eda di creare una empatia speciale con i più piccoli.
Da vedere.
Voto: 4/5
venerdì 19 giugno 2026
In giro per mostre di fotografia: Fotografia europea a Reggio Emilia e Ruth Orkin a Bologna
Approfittando di un weekend bolognese di ponte, decido di recuperare un po’ di mostre fotografiche in zona.
Dedico la giornata di sabato insieme al mio amico M. a visitare le mostre in programma di Fotografia europea, uno degli appuntamenti annuali del settore ospitato dalla città di Reggio Emilia. Poiché si tratta di un evento diffuso con numerose mostre nel centro della città, è anche l’occasione per fare una passeggiata nel bel centro storico del capoluogo emiliano.
Il punto di partenza sono i Chiostri di San Pietro dove acquistiamo il biglietto che ci consentirà di visitare nel tempo che abbiamo a disposizione la gran parte delle mostre in programma.
Le sedi della mostra che tocchiamo nel nostro giro sono, oltre ai Chiostri dove c’è il maggior numero di esposizioni, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi e la Chiesa SS. Carlo e Agata.
Una menzione a parte va fatta per l’esposizione dedicata a Luigi Ghirri, in occasione del centenario della sua nascita, che in questo caso si concentra sul suo rapporto con la musica, sia rispetto ai contenuti delle sue fotografie, sia rispetto alle sue collaborazioni con molti musicisti di rilievo, come Lucio Dalla, Gianni Morandi e i CCCP. Due sale del Palazzo dei musei che – come sempre accade con l’opera fotografica di Ghirri – attraggono l’attenzione dello spettatore e lo catturano nel suo mondo in cui la distanza tra realtà e finzione, e tra realismo e interpolazione, è sempre molto sottile.
Tolta questa esposizione, il resto delle mostre è in qualche modo uno sguardo d’insieme sullo stato dell’arte della fotografia europea, il cui tema conduttore per quest’anno è Fantasmi del quotidiano.
Non so se per il tema, oppure più semplicemente come riflesso delle tendenze dominanti, la maggior parte delle mostre si può far rientrare sotto l’etichetta, forse un po’ generica, di fotografia sperimentale: in alcuni casi per il mix di strumenti espressivi (non solo fotografia, ma anche video, oggetti, installazioni), in altri casi per l’uso di tecniche e materiali non tradizionali, in altri ancora per le scelte fatte in tema di dimensioni, colori, tipo di sviluppo o di stampa.
In quasi tutti i progetti presentati c’è una dimensione narrativa e concettuale che va molto al di là della singola foto e che sottende una lettura articolata e complessa.
In alcuni casi la fruizione delle foto non è affatto immediata e richiede – almeno per quanto mi riguarda – uno sforzo di razionalizzazione che mi toglie un po’ il piacere emotivo che per me è legato alla fotografia.
In alcuni casi le soluzioni sono invece altamente suggestive; in particolare, alcune delle esposizioni a Palazzo da Mosto, accomunate sotto l'etichetta Ghostland, mi hanno molto colpito, ad esempio il lavoro di Alisa Martynova e quello di Carolyn Drake.
Invece delle mostre ai Chiostri di San Pietro sono particolarmente colpita dal lavoro The season di Giulia Vanelli, che è quello che per caratteristiche tecniche e per impatto emotivo mi risuona maggiormente.
Nel complesso un’esperienza molto interessante che dà molto da pensare come in un’epoca in cui siamo sommersi da immagini fotografiche e l’intelligenza artificiale sta contribuendo ulteriormente all’inflazione delle immagini, molti fotografi non ritengono più sufficiente la fotografia tradizionale come mezzo distintivo ed espressivo, e scelgono di spostarsi sul fronte dell’arte visuale a tutto tondo per trovare uno spazio effettivamente riconoscibile.
Proprio questa connessione tra linguaggi visivi differenti è anche uno degli elementi caratterizzanti di una fotografa che invece si colloca in un’epoca molto diversa, Ruth Orkin (1921-1985), cui è dedicata la mostra antologica, The illusion of time, ospitata a Bologna, a Palazzo Pallavicini.
Nel presentare un’ampia selezione delle fotografie della Orkin, dai ritratti alle foto di strada, dalle foto dei bambini ai reportage, dal racconto per immagini dei suoi viaggi per il mondo all’uso della fotografia per affrontare tematiche sensibili per l’epoca (e non solo).
L’elemento che la mostra sottolinea fin dal principio e riporta all’attenzione dello spettatore a più riprese è l’interesse della Orkin per il linguaggio cinematografico e dunque per un racconto per immagini che incorpori il tempo e il movimento.
Cresciuta in una famiglia che aveva avuto molte relazioni con la Hollywood del tempo, la Orkin tentò di fare la regista – che era quello che davvero avrebbe voluto fare – ma si vide negare ogni possibilità in un’epoca in cui una donna regista era quasi impensabile. Per questo si spostò sulla fotografia, usando la macchina fotografica in un modo che fosse il più possibile cinematografico, ossia che fosse finalizzato a un racconto nel tempo, più che alla costruzione della singola fotografia.
Del resto, fin dai 17 anni mostrò una straordinaria autonomia e intraprendenza, com’è testimoniato dalle foto che fece durante il viaggio in bicicletta che la portò da Los Angeles a Boston attraverso tutto l’America, fotografie che già mostrano un livello di modernità e di originalità davvero sorprendenti.
Una fotografa che merita di essere riscoperta e approfondita, come altre pioniere della fotografia sue contemporanee.
Voto: 3,5/5
Dedico la giornata di sabato insieme al mio amico M. a visitare le mostre in programma di Fotografia europea, uno degli appuntamenti annuali del settore ospitato dalla città di Reggio Emilia. Poiché si tratta di un evento diffuso con numerose mostre nel centro della città, è anche l’occasione per fare una passeggiata nel bel centro storico del capoluogo emiliano.
Il punto di partenza sono i Chiostri di San Pietro dove acquistiamo il biglietto che ci consentirà di visitare nel tempo che abbiamo a disposizione la gran parte delle mostre in programma.
Le sedi della mostra che tocchiamo nel nostro giro sono, oltre ai Chiostri dove c’è il maggior numero di esposizioni, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi e la Chiesa SS. Carlo e Agata.
Una menzione a parte va fatta per l’esposizione dedicata a Luigi Ghirri, in occasione del centenario della sua nascita, che in questo caso si concentra sul suo rapporto con la musica, sia rispetto ai contenuti delle sue fotografie, sia rispetto alle sue collaborazioni con molti musicisti di rilievo, come Lucio Dalla, Gianni Morandi e i CCCP. Due sale del Palazzo dei musei che – come sempre accade con l’opera fotografica di Ghirri – attraggono l’attenzione dello spettatore e lo catturano nel suo mondo in cui la distanza tra realtà e finzione, e tra realismo e interpolazione, è sempre molto sottile.
Tolta questa esposizione, il resto delle mostre è in qualche modo uno sguardo d’insieme sullo stato dell’arte della fotografia europea, il cui tema conduttore per quest’anno è Fantasmi del quotidiano.
Non so se per il tema, oppure più semplicemente come riflesso delle tendenze dominanti, la maggior parte delle mostre si può far rientrare sotto l’etichetta, forse un po’ generica, di fotografia sperimentale: in alcuni casi per il mix di strumenti espressivi (non solo fotografia, ma anche video, oggetti, installazioni), in altri casi per l’uso di tecniche e materiali non tradizionali, in altri ancora per le scelte fatte in tema di dimensioni, colori, tipo di sviluppo o di stampa.
In quasi tutti i progetti presentati c’è una dimensione narrativa e concettuale che va molto al di là della singola foto e che sottende una lettura articolata e complessa.
In alcuni casi la fruizione delle foto non è affatto immediata e richiede – almeno per quanto mi riguarda – uno sforzo di razionalizzazione che mi toglie un po’ il piacere emotivo che per me è legato alla fotografia.
In alcuni casi le soluzioni sono invece altamente suggestive; in particolare, alcune delle esposizioni a Palazzo da Mosto, accomunate sotto l'etichetta Ghostland, mi hanno molto colpito, ad esempio il lavoro di Alisa Martynova e quello di Carolyn Drake.
Invece delle mostre ai Chiostri di San Pietro sono particolarmente colpita dal lavoro The season di Giulia Vanelli, che è quello che per caratteristiche tecniche e per impatto emotivo mi risuona maggiormente.
Nel complesso un’esperienza molto interessante che dà molto da pensare come in un’epoca in cui siamo sommersi da immagini fotografiche e l’intelligenza artificiale sta contribuendo ulteriormente all’inflazione delle immagini, molti fotografi non ritengono più sufficiente la fotografia tradizionale come mezzo distintivo ed espressivo, e scelgono di spostarsi sul fronte dell’arte visuale a tutto tondo per trovare uno spazio effettivamente riconoscibile.
Proprio questa connessione tra linguaggi visivi differenti è anche uno degli elementi caratterizzanti di una fotografa che invece si colloca in un’epoca molto diversa, Ruth Orkin (1921-1985), cui è dedicata la mostra antologica, The illusion of time, ospitata a Bologna, a Palazzo Pallavicini.
Nel presentare un’ampia selezione delle fotografie della Orkin, dai ritratti alle foto di strada, dalle foto dei bambini ai reportage, dal racconto per immagini dei suoi viaggi per il mondo all’uso della fotografia per affrontare tematiche sensibili per l’epoca (e non solo).
L’elemento che la mostra sottolinea fin dal principio e riporta all’attenzione dello spettatore a più riprese è l’interesse della Orkin per il linguaggio cinematografico e dunque per un racconto per immagini che incorpori il tempo e il movimento.
Cresciuta in una famiglia che aveva avuto molte relazioni con la Hollywood del tempo, la Orkin tentò di fare la regista – che era quello che davvero avrebbe voluto fare – ma si vide negare ogni possibilità in un’epoca in cui una donna regista era quasi impensabile. Per questo si spostò sulla fotografia, usando la macchina fotografica in un modo che fosse il più possibile cinematografico, ossia che fosse finalizzato a un racconto nel tempo, più che alla costruzione della singola fotografia.
Del resto, fin dai 17 anni mostrò una straordinaria autonomia e intraprendenza, com’è testimoniato dalle foto che fece durante il viaggio in bicicletta che la portò da Los Angeles a Boston attraverso tutto l’America, fotografie che già mostrano un livello di modernità e di originalità davvero sorprendenti.
Una fotografa che merita di essere riscoperta e approfondita, come altre pioniere della fotografia sue contemporanee.
Voto: 3,5/5
mercoledì 17 giugno 2026
Norwegian wood. Tokyo blues / Murakami Haruki
Norwegian wood. Tokyo blues / Murakami Haruki; con una nota dell'autore; introduzione e trad. di Giorgio Amitrano. Torino: Einaudi, 2013.
Non sono una fan di Murakami e i libri che ho letto fino a questo momento - invero non tantissimi - mi sono piaciuti senza però mai entusiasmarmi veramente.
Continuo però a cercare nei suoi romanzi quella "magia" che altre persone ci vedono e che ha conquistato tanti lettori nel mondo.
Ed eccomi qua a leggere uno dei suoi classici, noto inizialmente come Tokyo blues e in questa edizione riportato al titolo originale che lo stesso Murakami aveva immaginato, Norwegian wood, dal titolo della canzone dei Beatles tanto presente nel racconto.
Come leggo nell'introduzione e poi riconosco anche nella lettura, Norwegian wood è un romanzo anomalo rispetto alla produzione di Murakami, una storia che non sconfina mai nel magico.
Norwegian wood è una specie di lungo flashback, la rievocazione da parte di Watanabe ormai adulto del periodo in cui aveva cominciato l'università.
In particolare, il narratore si sofferma su due rapporti che hanno segnato quella fase e che ne hanno decretato il passaggio alla vita adulta, quello con Naoko e quello con Midori.
In entrambi i casi Watanabe si trova a fare i conti con giovani donne affascinanti ma che hanno un rapporto problematico con l'esistenza.
Nel caso di Naoko una psiche già instabile viene sconvolta dal suicidio di Kitsuki, il suo ragazzo, nonché amico di Watanabe. Per Midori è invece la dimensione familiare ad essere dolorosa e faticosa da gestire.
Mentre frequenta l'università e vive nel collegio universitario, mantenendosi con piccoli lavori, Watanabe si muove tra queste due dimensioni femminili facendo i conti con i propri desideri e progetti.
Nel romanzo di Murakami si respira una tristezza, a volte sotterranea, a volte esplicita, che non lascia quasi tregua, cui fanno da contrappeso momenti di vitalità che però non riescono a compensare l'angoscia pervasiva. E non si tratta solo della tristezza e dell'angoscia collegate a un'età della vita che è per tutti di passaggio verso un mondo adulto che in parte rifiutiamo, bensì di una condizione esistenziale di cui Murakami non ci spiega pienamente origini e motivazioni.
Ci si può dunque solo arrendere ai diversi sentimenti che la lettura ci suscita e ci fa attraversare, partecipando degli abissi dei protagonisti, ma anche dei momenti di tenerezza che caratterizzano le loro vite.
Sarà che da sempre combatto l'angoscia esistenziale fine a sé stessa, ma ho fatto fatica a empatizzare davvero con i personaggi di questo romanzo che in buona parte ho trovato troppo lontani dal mio modo di essere e di affrontare l'esistenza.
E dunque anche in questo caso ho apprezzato la lettura senza però esserne pienamente conquistata.
Voto: 3,5/5
Non sono una fan di Murakami e i libri che ho letto fino a questo momento - invero non tantissimi - mi sono piaciuti senza però mai entusiasmarmi veramente.
Continuo però a cercare nei suoi romanzi quella "magia" che altre persone ci vedono e che ha conquistato tanti lettori nel mondo.
Ed eccomi qua a leggere uno dei suoi classici, noto inizialmente come Tokyo blues e in questa edizione riportato al titolo originale che lo stesso Murakami aveva immaginato, Norwegian wood, dal titolo della canzone dei Beatles tanto presente nel racconto.
Come leggo nell'introduzione e poi riconosco anche nella lettura, Norwegian wood è un romanzo anomalo rispetto alla produzione di Murakami, una storia che non sconfina mai nel magico.
Norwegian wood è una specie di lungo flashback, la rievocazione da parte di Watanabe ormai adulto del periodo in cui aveva cominciato l'università.
In particolare, il narratore si sofferma su due rapporti che hanno segnato quella fase e che ne hanno decretato il passaggio alla vita adulta, quello con Naoko e quello con Midori.
In entrambi i casi Watanabe si trova a fare i conti con giovani donne affascinanti ma che hanno un rapporto problematico con l'esistenza.
Nel caso di Naoko una psiche già instabile viene sconvolta dal suicidio di Kitsuki, il suo ragazzo, nonché amico di Watanabe. Per Midori è invece la dimensione familiare ad essere dolorosa e faticosa da gestire.
Mentre frequenta l'università e vive nel collegio universitario, mantenendosi con piccoli lavori, Watanabe si muove tra queste due dimensioni femminili facendo i conti con i propri desideri e progetti.
Nel romanzo di Murakami si respira una tristezza, a volte sotterranea, a volte esplicita, che non lascia quasi tregua, cui fanno da contrappeso momenti di vitalità che però non riescono a compensare l'angoscia pervasiva. E non si tratta solo della tristezza e dell'angoscia collegate a un'età della vita che è per tutti di passaggio verso un mondo adulto che in parte rifiutiamo, bensì di una condizione esistenziale di cui Murakami non ci spiega pienamente origini e motivazioni.
Ci si può dunque solo arrendere ai diversi sentimenti che la lettura ci suscita e ci fa attraversare, partecipando degli abissi dei protagonisti, ma anche dei momenti di tenerezza che caratterizzano le loro vite.
Sarà che da sempre combatto l'angoscia esistenziale fine a sé stessa, ma ho fatto fatica a empatizzare davvero con i personaggi di questo romanzo che in buona parte ho trovato troppo lontani dal mio modo di essere e di affrontare l'esistenza.
E dunque anche in questo caso ho apprezzato la lettura senza però esserne pienamente conquistata.
Voto: 3,5/5
lunedì 15 giugno 2026
Hen – Storia di una gallina
Questo film del regista ungherese György Pálfi era stato presentato all’ultima Festa del cinema di Roma (2025), ma nella mia programmazione non era riuscito a rientrare.
Cosicché ora che, alle porte dell’estate, il film arriva nelle sale italiane decido di non perderlo.
Si comincia con le immagini di un’azienda nella qualche si allevano galline per produrre e vendere uova e pulcini. Tra questi ce n’è uno nero che, diventato una gallina, cominciamo a seguire in mezzo a tutti gli altri e che, proprio per il suo colore, il camionista che trasporta le merci dall’azienda agli acquirenti decide di togliere dal carico e di portare a casa come regalo per sua moglie. Durante una sosta dal benzinaio, la gallina nera più o meno fortunosamente riesce a fuggire, e da qui comincia una incredibile avventura che la porterà nella casa di un vecchio che vive con la figlia e la nipote, cui un tempo era annessa una taverna di pesce.
Il compagno della figlia utilizza invece questo avamposto molto defilato per il contrabbando di merci e a un certo punto anche di esseri umani. Mentre nel mondo degli umani si consumano questi eventi, con risvolti a volte tragici, altre volte ridicoli, la gallina - cui il vecchio capofamiglia dà il nome di Hen - cresce e scopre gioie e dolori della vita da gallina e, mentre attraversa quasi indifferente le traversie degli umani e si salva più volte dalla morte, da un lato aiuta – non intenzionalmente - il vecchio capofamiglia a prendere coscienza di sé e di quello che sta accadendo, dall’altro persegue, in questo caso intenzionalmente, l’obiettivo di fare dei pulcini e di dare futuro alla sua specie.
Pare che Hen sia stata interpretata da ben nove diverse galline, perché sembrerebbe che le galline – oltre a non rendere particolarmente facile il compito del regista - tendano a stancarsi molto facilmente e dunque per poter procedere a girare il film è stato necessario cambiare frequentemente la protagonista.
Il film gioca in maniera molto accurata sulla tendenza di noi esseri umani ad attribuire sentimenti, intenzioni e pensieri agli animali sulla base della nostra esperienza, umanizzandoli; però in questo caso è altrettanto evidente l’intenzione del regista di mostrare come, al netto delle nostre sovrainterpretazioni, gli animali agiscono secondo istinto di sopravvivenza e di prosecuzione della specie, e che in fondo questa istintività indifferente a tutto il resto in molti casi è molto meglio della nostra intenzionalità e razionalità, dunque in sintesi di quello che ci rende umani.
A parte il fastidio per il doppiaggio italiano degli attori umani, che ho mal sopportato, il film pur non essendo un capolavoro è decisamente interessante nella sua originalità.
Voto: 3/5
Cosicché ora che, alle porte dell’estate, il film arriva nelle sale italiane decido di non perderlo.
Si comincia con le immagini di un’azienda nella qualche si allevano galline per produrre e vendere uova e pulcini. Tra questi ce n’è uno nero che, diventato una gallina, cominciamo a seguire in mezzo a tutti gli altri e che, proprio per il suo colore, il camionista che trasporta le merci dall’azienda agli acquirenti decide di togliere dal carico e di portare a casa come regalo per sua moglie. Durante una sosta dal benzinaio, la gallina nera più o meno fortunosamente riesce a fuggire, e da qui comincia una incredibile avventura che la porterà nella casa di un vecchio che vive con la figlia e la nipote, cui un tempo era annessa una taverna di pesce.
Il compagno della figlia utilizza invece questo avamposto molto defilato per il contrabbando di merci e a un certo punto anche di esseri umani. Mentre nel mondo degli umani si consumano questi eventi, con risvolti a volte tragici, altre volte ridicoli, la gallina - cui il vecchio capofamiglia dà il nome di Hen - cresce e scopre gioie e dolori della vita da gallina e, mentre attraversa quasi indifferente le traversie degli umani e si salva più volte dalla morte, da un lato aiuta – non intenzionalmente - il vecchio capofamiglia a prendere coscienza di sé e di quello che sta accadendo, dall’altro persegue, in questo caso intenzionalmente, l’obiettivo di fare dei pulcini e di dare futuro alla sua specie.
Pare che Hen sia stata interpretata da ben nove diverse galline, perché sembrerebbe che le galline – oltre a non rendere particolarmente facile il compito del regista - tendano a stancarsi molto facilmente e dunque per poter procedere a girare il film è stato necessario cambiare frequentemente la protagonista.
Il film gioca in maniera molto accurata sulla tendenza di noi esseri umani ad attribuire sentimenti, intenzioni e pensieri agli animali sulla base della nostra esperienza, umanizzandoli; però in questo caso è altrettanto evidente l’intenzione del regista di mostrare come, al netto delle nostre sovrainterpretazioni, gli animali agiscono secondo istinto di sopravvivenza e di prosecuzione della specie, e che in fondo questa istintività indifferente a tutto il resto in molti casi è molto meglio della nostra intenzionalità e razionalità, dunque in sintesi di quello che ci rende umani.
A parte il fastidio per il doppiaggio italiano degli attori umani, che ho mal sopportato, il film pur non essendo un capolavoro è decisamente interessante nella sua originalità.
Voto: 3/5
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Storia di una gallina
giovedì 11 giugno 2026
Lucrecia Dalt. Monk, 27 maggio 2026
Purtroppo la capitale dal punto di vista della musica dal vivo, soprattutto quando si tratta artisti stranieri, è una piazza tendenzialmente piuttosto deludente. Sono stati variamente spiegati i motivi per cui la maggior parte delle band e dei cantanti che fanno i tour europei tendono a saltare l’Italia e se proprio ci fanno un passaggio, la scelta cade su Milano o al massimo su Bologna. Così, accade che ogni volta che un o una musicista che ho ascoltato e che ho trovato interessante – anche se magari non in cima alle mie personali classifiche – fissa una data romana cerco di non lasciarmela sfuggire, e se il luogo è il Monk la decisione è ulteriormente rafforzata.
Dunque qualche mese fa avevo preso il biglietto per il concerto di Lucrecia Dalt, artista colombiana di cui avevo già comprato il disco precedente ¡Ay! sulla scorta delle recensioni positive che avevo letto, ma ne avevo abbandonato quasi subito l’ascolto, troppo sperimentale per me. Ho voluto darle una seconda possibilità con l’ultimo disco, A danger to ourselves, nato dalla collaborazione – tra gli altri – con David Sylvian, e a questo giro l’ascolto è stato per me molto più interessante, soprattutto per alcuni brani.
Sul palco del Monk la Dalt si presenta con due musicisti, un batterista, Alex Lazaro, che si muove all’interno di una batteria composta in un modo originalissimo e le cui parti stanno non solo in basso rispetto alle sue mani ma anche in alto, e un bassista, Cyrus Campbell, che si sposta tra il basso e il contrabbasso. La Dalt suona invece chitarra elettrica e classica, e soprattutto costruisce i suoi sottofondi sonori con pedaliera, secondo microfono, sintetizzatori e computer.
Quando attacca il primo brano mi dico che forse non sarà il concerto per me.
I tre musicisti – che sfoggiano un look un po’ steampunk – risultano algidi e la componente fortemente elettronica dei primi brani dal mio punto di vista non aiuta. Però man mano che il concerto va avanti e le sonorità della Dalt si fanno – come nell’ultimo disco – più varie e miste, oscillando tra sonorità che si richiamano a quelle tradizionali della musica latinoamericana e sonorità elettroniche e dark, che a volte si fanno inquietanti, altre volte ipnotiche, altre volte quasi calde e rassicuranti, mi lascio andare e mi faccio conquistare.
Da lì in poi il concerto è come un viaggio psichedelico collettivo che rapidamente ci conduce verso un finale nel quale la Dalt si fa più loquace e più empatica nei confronti del pubblico, conquistata anche lei dall’atmosfera. Cosicché al termine della scaletta, non mancano due canzoni di reprise prima di chiudere in bellezza.
E così, anche se non è esattamente il mio genere, i tappeti musicali complessi e stratificati di Lucrecia Dalt mi trascinano magneticamente nel mondo della musicista, facendomi apprezzare una volta di più la magia della musica dal vivo.
Voto: 3,5/5
martedì 9 giugno 2026
No good men
La regista afghana Shahrbanoo Sadat vive dal 2021 ad Amburgo, in Germania, dopo essere scappata dal suo paese insieme alla famiglia quando i talebani, a seguito del ritiro statunitense dal paese, hanno esteso il controllo in aree sempre più ampie, fino ad arrivare a Kabul.
Questa ed altre esperienze autobiografiche sono stati gli elementi a partire dai quali la regista ha scritto la sceneggiatura del suo film, che poi si è trovata anche a recitare da protagonista per una serie di coincidenze e situazioni che ci ha raccontato dopo la proiezione, dialogando con Mario Calabresi e Cecilia Sala per l'anteprima nazionale.
La cosa certamente più sorprendente di No good men è che, pur non facendo sconti di nessun genere nel raccontare la condizione delle donne nel paese già prima del ritorno dei talebani e denunciando la natura fortemente patriarcale della società afghana, Shahrbanoo Sadat scelga un registro da romantic comedy.
No good men racconta la storia di Naru, una giovane donna, che lavora per la principale emittente televisiva di Kabul, che si è allontanata dal marito che la tradisce e con cui ha avuto un figlio.
Quando Naru viene mandata a lavorare per il settore delle news inizia a collaborare con Qodrat (Anwar Hashimi), molto più grande di lei e con una lunga esperienza da giornalista.
Mentre Naru deve fare i conti con le ostilità maschili nei suoi confronti, con i pericoli di un paese dove gli attacchi terroristici suicidi sono all'ordine del giorno, e con il ritorno del marito che vuole riprendere il controllo su di lei e sul figlio, il legame con Qodrat si fa sempre più forte.
Naru scopre una figura maschile diversa da quelle a cui lei e le sue amiche e familiari sono abituate, e ne è conquistata, anche se Qodrat è sposato ed è impossibile per Naru non fronteggiare i propri sensi di colpa.
Al di là della storia romantica, la cosa più interessante del film di Sadat è il racconto di un Afghanistan diverso da quello che siamo abituati a vedere sui notiziari o nei film e documentari realizzati da autori stranieri.
Sadat ci racconta infatti la vita quotidiana dall'interno e gli elementi di normalità e universalità che la caratterizzano, al netto delle differenze sociali e culturali che non vengono mai taciute.
Come dice la regista nell'intervista, No good men è un film per le donne primariamente, ma anche per gli uomini, quelli potenzialmente buoni che, in Afghanistan, difettano di modelli alternativi e positivi.
Ci racconta anche le difficoltà delle attrici afghane di recitare in un film in cui ci sono almeno due scene troppo forti per la società afghana, quella del dildo portato in regalo alla protagonista da un'amica che vive in America e quella del bacio finale.
Un film che va visto con la dovuta leggerezza, ma anche con l'attenzione che merita.
Voto: 3,5/5
Questa ed altre esperienze autobiografiche sono stati gli elementi a partire dai quali la regista ha scritto la sceneggiatura del suo film, che poi si è trovata anche a recitare da protagonista per una serie di coincidenze e situazioni che ci ha raccontato dopo la proiezione, dialogando con Mario Calabresi e Cecilia Sala per l'anteprima nazionale.
La cosa certamente più sorprendente di No good men è che, pur non facendo sconti di nessun genere nel raccontare la condizione delle donne nel paese già prima del ritorno dei talebani e denunciando la natura fortemente patriarcale della società afghana, Shahrbanoo Sadat scelga un registro da romantic comedy.
No good men racconta la storia di Naru, una giovane donna, che lavora per la principale emittente televisiva di Kabul, che si è allontanata dal marito che la tradisce e con cui ha avuto un figlio.
Quando Naru viene mandata a lavorare per il settore delle news inizia a collaborare con Qodrat (Anwar Hashimi), molto più grande di lei e con una lunga esperienza da giornalista.
Mentre Naru deve fare i conti con le ostilità maschili nei suoi confronti, con i pericoli di un paese dove gli attacchi terroristici suicidi sono all'ordine del giorno, e con il ritorno del marito che vuole riprendere il controllo su di lei e sul figlio, il legame con Qodrat si fa sempre più forte.
Naru scopre una figura maschile diversa da quelle a cui lei e le sue amiche e familiari sono abituate, e ne è conquistata, anche se Qodrat è sposato ed è impossibile per Naru non fronteggiare i propri sensi di colpa.
Al di là della storia romantica, la cosa più interessante del film di Sadat è il racconto di un Afghanistan diverso da quello che siamo abituati a vedere sui notiziari o nei film e documentari realizzati da autori stranieri.
Sadat ci racconta infatti la vita quotidiana dall'interno e gli elementi di normalità e universalità che la caratterizzano, al netto delle differenze sociali e culturali che non vengono mai taciute.
Come dice la regista nell'intervista, No good men è un film per le donne primariamente, ma anche per gli uomini, quelli potenzialmente buoni che, in Afghanistan, difettano di modelli alternativi e positivi.
Ci racconta anche le difficoltà delle attrici afghane di recitare in un film in cui ci sono almeno due scene troppo forti per la società afghana, quella del dildo portato in regalo alla protagonista da un'amica che vive in America e quella del bacio finale.
Un film che va visto con la dovuta leggerezza, ma anche con l'attenzione che merita.
Voto: 3,5/5
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