venerdì 9 ottobre 2026

Cieli bassi e terre di confine: l'estremo nord della Norvegia (seconda parte)

Nel museo di Alta
Leggi anche la prima parte del racconto di viaggio.

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Alta

Ad Alta ci arriviamo direttamente da Senja percorrendo la E6, con la pioggia e un po’ di traffico in più rispetto ad altre zone (forse perché è domenica), ma che offre bellissimi paesaggi. Lungo la strada, a parte ammirare i paesaggi dal finestrino, ci fermiamo solo tre volte: al Kafè E6 AS, l’unico aperto, una specie di autogrill con ristoro, pienissimo di gente, con il personale davvero poco ben disposto; allo spiazzo dove ci sono due tende che sono punti vendita di prodotti Sami (qui compriamo due pelli di renna bellissime); a una baia molto bella, Fornesvika, pochi chilometri prima di Alta.

La casa di Alta
Ad Alta abbiamo un appartamento in una zona fuori dal centro (comunque raggiungibile a piedi), la cui terrazzina si affaccia direttamente sul fiordo e che offre una vista spettacolare, con una luce meravigliosa quando si va verso il tramonto.

Dopo Tromsø, Alta è l’unica cittadina grande (che comunque ha poco più di 22.000 abitanti) che incontriamo nel nostro viaggio.

Durante il nostro soggiorno qui, visitiamo la Northern Lights Cathedral, prendendo il biglietto anche per vedere un video molto suggestivo sull’aurora boreale, e il museo delle incisioni rupestri, che prevede un percorso al chiuso, con esposizioni che riguardano sia le incisioni stesse sia altre informazioni e manufatti del territorio, e un percorso all’aperto di 3 km che, attraverso una passerella, permette di scoprire le grandi pietre che portano incisioni che vanno dal 7000 a.C. (che stanno più in alto) al 2000 a.C. Sono scene di animali, soprattutto renne e alci, e persone che cacciano o pescano. Alcune sono state colorate di rosso per renderle riconoscibili – sono le prime che si incontrano nel percorso -, le altre sono state lasciate come erano, affidando al visitatore il compito di riconoscere i disegni che sono descritti e disegnati sulla guida. La visita dura parecchio ma è davvero interessante ed emozionante.

Una renna sulla spiaggia
Una cosa iperturistica che facciamo ad Alta è la Sami experience. Non sarebbe propriamente nelle nostre corde, ma del resto riteniamo di non avere molte altre possibilità per saperne di più sulla cultura Sami, a parte leggerne. La Sami experience che scegliamo si svolge alla Sami Siida. Ci accoglie un uomo Sami invero un po' particolare nell'interazione - fa lunghe pause e guarda dritto negli occhi con aria un po' minacciosa - che ci racconta un po' di cose sulle tradizioni dei Sami, ci porta in una lavvu (una tenda sami), ci fa entrare a dar da mangiare alle renne (la mia ciotola viene presa d'assalto da un'unica renna che si pappa tutto), poi ci offre un the e un dolcino nella lavvu grande, intorno al fuoco, dove di tanto in tanto organizzano le cene con i piatti della tradizione Sami.

L'arcobaleno su Capo Nord
Per lo shopping segnaliamo l’Alta Gift Shop, grande e parecchio fornito (al livello di quello di Tromsø, ma con molta meno gente), lo shop del museo e Kilden, una specie di merceria e rivenditore di lana, che però vende anche maglioni e cose per la casa, un po’ vintage ma interessante. Nel centro della cittadina c’è anche il Thon Senter, una specie di centro commerciale al chiuso che si trova in diverse parti della Norvegia.

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Capo Nord (Nordkapp) e isola di Magerøya

Andando da Alta verso Capo Nord (sono tre ore e mezzo di macchina) si attraversano molti paesaggi diversi; in particolare dopo Olderfjord inizia una zona con vegetazione bassa che a un certo punto diventa un altopiano di tundra. Siamo a circa 300 m sopra il livello del mare ma molto a nord, quasi al 71° parallelo (che supereremo una volta arrivate a Capo Nord). 

Sull'isola di Magerøya
Il paesaggio tra mare, insenature, isolette, laghi, fiumiciattoli e dolci rilievi lascia senza parole soprattutto per il senso di vastità accentuato dal fatto che siamo graziate dal tempo bello (che poi qua vuol dire sole alternato a nuvole e pioggerella ma con prevalenza di sole). In questo percorso incontriamo tantissime renne che però, ogni volta che proviamo ad avvicinarci per fare qualche foto, scappano via. Ogni tanto le renne sono anche per strada (e per questo ci sono gli appositi cartelli ed è bene mantenere la velocità contenuta), e proprio in mezzo alla strada ne troviamo una con il suo piccoletto che prendeva il latte e scodinzolava felice.

In questo percorso si attraversano diversi tunnel: l’ultimo è quello che unisce alla terraferma l'isola di Magerøya, dove si trova Capo Nord, e che è lungo oltre 6 chilometri. Sull'isola il paesaggio si fa ancora più spettacolare e incrociamo tantissimi ciclisti che, soprattutto con bici muscolari, vanno o tornano da Capo Nord (non so come facciano: il percorso è tutto un su e giù e fa pure un bel freddino, oltre al fatto che una parte di loro deve avere attraversato anche il tunnel sotto il mare, senza pista ciclabile).

Il paesaggio a Capo Nord
Arriviamo a Capo Nord (qualcuno lo chiama il Capo Nord turistico, perché il punto dove si fanno le fotografie, quello con il globo per intendersi, è sopravanzato a nord da una penisola parallela dove si arriva solo con un trekking). 

Il cielo nel frattempo si è fatto nuvoloso e c'è un vento decisamente freddo, però è un momento in cui c’è poca gente, e dunque l’atmosfera è particolarmente magica. Intorno al globo solo un paio di coppie/gruppetti (italiani!) che si fanno le foto a vicenda e mentre giriamo lì intorno l’occhio ci cade su un adesivo con la scritta Anti Lazio! 😂

Sull'isola di Magerøya
Visto che il tempo non è dei migliori a un certo punto decidiamo di entrare alla NordKapp Hall che ha un biglietto di ingresso di oltre 30 euro a persona: il biglietto dà diritto all’ingresso in una struttura dove non si può consumare cibo portato dall’esterno e dove ci sono un ristorante, un caffè, un negozio di souvenir, ma anche una zona museale e una specie di saletta cinematografica dove si può assistere a un filmato di 15 minuti sull'alternarsi delle stagioni a Capo Nord. Questi filmati, che abbiamo incontrato in vari posti, nonostante i nostri pregiudizi, si rivelano molto interessanti e fanno venire voglia di tornare in questi luoghi nelle altre stagioni (che è forse il loro scopo primario). 

Il tempo di prendere un caffè sedute alla vetrata e il cielo si apre. Approfittiamo del sole per tornare fuori, anche se nel frattempo i pullman hanno scaricato decine e decine di persone, moltissimi italiani, che probabilmente hanno proprio il mito di Capo Nord. In questo frattempo, mentre facciamo una passeggiata lungo la scogliera, siamo anche graziate dall’affacciarsi sul mare di un arcobaleno che incornicia il promontorio.

Honningsvåg
Trascorriamo nell’area circa due ore e mezza (il parcheggio è gratuito, almeno quello, fino a sei ore). Da qui ci spostiamo poi verso Gjesvaert; ci fermiamo per uno spuntino a una piazzola dove ci sono molte macchine e camper fermi e da dove partono molte persone per quella che sembra una piccola escursione. Siamo indecise se farla anche noi e chiediamo informazioni a due italiani (li riconosciamo dalla moka) che sono parcheggiati accanto a noi. Ci dicono che è un'escursione di circa 1,5 ore che porta al "vero" Capo Nord. Per un attimo ci facciamo un pensiero, ma vedendo che il percorso fin dal principio è molto fangoso decidiamo di rinunciare. Proseguiamo dunque verso il paesino di Gjesvaert dove vale la pena andare non tanto per il paese in sé ma per il percorso e per la posizione.

Ancora Magerøya
Torniamo indietro dirette a Honningsvåg, il paese più grande dell'isola nonché attracco di tutte le navi che fanno il giro intorno a Capo Nord. Non a caso nel porto c'è una grossa nave da crociera del gruppo Tui. Il paesino è molto bello e c'è una luce splendida (è l'inizio del lungo tramonto estivo). Ci fermiamo al pub sul porto dove vendono la birra della vicina birreria artigianale Perleporten e prendo una ottima birra Viking e delle pessime patatine al tartufo nero che mi torneranno su per tutta la serata.

Il nostro alloggio per la sera è nella zona di Olderfjord, ed è una bella casetta di campagna tutta in legno, immersa nel verde. Peccato starci così poco.

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La penisola di Varanger e il confine con la Russia

Verso la penisola di Varanger
Da Olderfjord ci muoviamo verso est, in particolare verso la penisola di Varanger dove si trova il nostro alloggio successivo. In questo percorso incrociamo molti diversi paesaggi: prima fiordi che la bassa marea trasforma in distese di terra, di massi e acqua bassissima (che io trovo molto fotogenici), poi altipiani con pochissima vegetazione, quindi zone coperte di laghi e foreste, infine tratti costieri. Alcuni di questi paesaggi lasciano senza fiato, e sono difficili da rendere fotograficamente per la loro vastità e profondità dei piani. I tratti più belli secondo noi sono quelli tra Oldfjord e Lakselv e tra Ifjord e Torhop.

Proprio in questo percorso rischiamo di prendere una multa in un tratto di strada con limite di velocità a 60 km/h; da lontano vediamo una luce rossa che a me fa pensare a un incidente e invece è una pattuglia della polizia che ha registrato la nostra velocità (67 km/h) e ci chiede di accostare. Per fortuna, il poliziotto non ha fatto bene la registrazione e quindi dopo qualche minuto torna indietro e dice che possiamo andare, ma di andare più piano!

Paesaggi della penisola di Varanger
Arrivate a Varangerbotn ci sistemiamo nella nostra bellissima casetta con vista sul fiordo e facciamo solo una passeggiata alla chiesetta della vicina Nesseby, dove c’è anche una vecchia struttura per il processo di essiccazione degli stoccafissi. La sera, dal nostro alloggio, proveremo a vedere – per quanto possibile – l’eclissi.

Dei due giorni che restiamo in questa zona uno lo dedichiamo all’esplorazione dell’area che sta dalla parte opposta del fiordo rispetto a quella dove ci troviamo noi, che è la parte della Norvegia che va verso il confine con la Russia e la cui cittadina di riferimento è Kirkenes.

La strada non è breve, tanto più che ci sono dei rallentamenti dovuti al rifacimento dell’asfalto, e nell’economia dell’insieme decidiamo di fermarci a Kirkenes sulla strada del ritorno e di andare direttamente a Grense Jakobselv, l'estremità più a est della Norvegia, dove un fiumiciattolo, il Pasvik, segna il confine tra Norvegia e Russia. Prima di imboccare la strada che costeggia il fiume si incontra la dogana, invero piuttosto poco frequentata visto il periodo.

Il confine tra Norvegia e Russia lungo il Pasvik
Lungo il fiume si trovano i cartelli che segnalano che qui passa il confine e che la zona è sorvegliata: da una parte ci sono le colonnine gialle norvegese, e dall’altra quelle rosse e verdi con i simboli della Russia. Più in lontananza qua e là si vedono le torrette di guardia.

A un certo punto la strada diventa sterrata (fattibile con qualunque automobile), e sul percorso di incontrano il vecchio rettorato e la Kong Oskar II kapell con il suo cimiterino; in fondo si arriva a un parcheggio e a una bellissima spiaggia di sabbia sul mare di Barents, dove ci sono due soldati in pausa pranzo.

Al ritorno ci fermiamo a Kirkenes, cittadina che sembra uscita da un romanzo distopico post-apocalittico se non fosse per delle bambine che giocano sulla piazza. Qui tutto è scritto in doppia lingua, norvegese e russo, dal momento che c’è una consistente comunità russa o russofona.

Le foto di Ellisif Wessel a Kirkenes
In piazza ci sono alcune foto d’epoca che ci fanno conoscere la storia di Ellisif Wessel (1866–1949) e di suo marito, il medico Andreas Wessel: quando quest’ultimo fu trasferito per lavoro a Kirkenes la moglie lo seguì in questa regione povera e desolata. Ben presto, la stessa Ellisif diventò testimone di questo mondo e dei suoi cambiamenti grazie alle fotografie che scattò e che sono diventate una testimonianza importantissima della storia di questi luoghi.

Il giorno successivo andiamo a visitare Vadsø, e il percorso lungo la penisola di Varanger ci regala molti bei paesaggi e viste. A Vadsø facciamo una passeggiata e visitiamo la grande e nuova biblioteca, poi andiamo sull'isola di Vadsøya collegata da un ponte: qui c'è il kulturpark, dove si trova la torre di ancoraggio usata da Amundsen, Nobile ed Ellsworth per partire con il dirigibile Norge verso l'Alaska sorvolando il Polo Nord. Poi la stessa fu usata da Nobile per partire con il dirigibile Italia per una nuova missione artica: purtroppo il dirigibile si schiantò e nella spedizione di salvataggio capeggiata da Amundsen quest'ultimo scomparve.

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Karasjok e Kautokeino

Partendo da Nesseby verso Karasjok
Karasjok è la capitale dei Sami ed è la cittadina dove è stato realizzato il Parlamento Sami. Ci piacerebbe visitarlo, ma la strada che dalla penisola di Varanger ci porta qui è lunga e noiosa e quanto arriviamo al Parlamento l’ultima visita guidata, prevista alle 14,30, è già stata effettuata. Possiamo dunque visitare solo la biblioteca, ancora aperta, e girare intorno all’edificio a forma di lavvu (tenda Sami) da dove si accede all’aula parlamentare.

Il cielo è plumbeo e un po’ opprimente e la cittadina di Karasjok non sembra offrire granché a parte una specie di negozio di artigianato Sami che sarà l’unico posto di tutta la Norvegia dove non potremo pagare con la carta (ma potremo farlo in euro).

All'ingresso di Kautokeino
Da Karasjok a Kautokeino viaggiamo con un ragazzetto che abbiamo tirato su mentre faceva l’autostop, subito fuori dal paese. Si chiama August, ha 20 anni e gira il nord della Norvegia in autostop e in generale è un grande appassionato di viaggi.

Ci salutiamo all’ingresso della cittadina, dove noi abbiamo una bella casetta a tre piani, molto ben arredata in stile retrò, il cui unico difetto è che in bagno c’è il riscaldamento acceso (che non si può spegnere) e sembra di entrare in una sauna.

Tenendo conto che nelle cittadine norvegesi è difficile identificare un centro, possiamo dire di essere abbastanza centrali e dalla nostra finestra sentiamo i rumori della gara in corso sul fiume di cui ci ha parlato la nostra host: motoslitte da neve che gareggiano su un circuito in acqua (pare sport molto diffuso in Finlandia e in crescita in Norvegia).

Nella Juhls Silver Jewellery Gallery
A Kautokeino, paese con la maggiore percentuale di abitanti Sami della Norvegia, il cui nome in Sami è Guovdageaidnu, assolutamente da non perdere la Juhls Silver Jewellery, un grande laboratorio per la creazione e vendita di oggetti in argento che è anche una galleria. Il laboratorio è stato fondato negli anni Cinquanta da una coppia formata da una tedesca e un danese, che si sono trasferiti a Kautokeino giovanissimi. Il posto è davvero bello architettonicamente e come atmosfera. A un certo punto compare anche Regina, la proprietaria tedesca ormai ottantasettenne, mentre il marito Franck è morto sei anni fa. Regina sta realizzando un'opera d'arte su una parete della galleria dagli anni Novanta e ci lavora ogni giorno. All'esterno dell’edificio ci sono pannelli fotografici con la storia della coppia e del laboratorio.

Case ricostruite nel museo dei Sami a Kautokeino
Se la si trova aperta è interessante anche il čoarvemátta, un edificio di recentissima costruzione (stanno ancora finendo i lavori) progettato dallo studio Snohetta dove c'è il teatro e una serie di spazi didattici (è una scuola superiore di artigianato Sami e allevamento di renne).

Molto interessante il museo dei Sami sia all’interno per gli oggetti in mostra e per l’allestimento anche video dedicato alla storia della rivolta dei Sami del 1852 a Kautokeino e alla figura di Lars Haetta, sia all’esterno dove ci sono delle strutture abitative in stile Sami.

La cosa più divertente che ci capita a Kautokeino è l’incontro con un buffo gruppo di finlandesi, uno dei quali parla italiano ed è innamorato dell’Italia, e ci racconta di aver partecipato in passato a un programma di Licia Colò 😉 

La gara di motoslitte sull'acqua
I finlandesi ci propongono di andare con loro alla gara delle motoslitte. Accettiamo entusiaste e così in riva al fiume dove si stanno svolgendo le gare chiacchieriamo con altre persone del luogo, ad esempio un Sami che è il titolare di Sokki Adventure (un’agenzia turistica specializzata in esperienze Sami) e che ci racconta un sacco di cose sul popolo Sami e sulle renne. Qui prenderemo a un baracchino, insieme agli altri spettatori, un hamburger, un waffle e un caffè. Tutti i bambini e molti adulti assistono alle gare con le cuffie insonorizzanti, perché le motoslitte sono parecchio rumorose.

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Tra Finlandia, Norvegia e Svezia

In territorio finlandese
Il lungo ritorno da Kautokeino a Tromsø, da dove ripartiamo per l'Italia, prevede un lungo tratto di strada in territorio finlandese, dove, con nostra somma meraviglia, il paese dei Sami che sarebbe corretto chiamare Sapmi è ancora chiamato Lappi (ossia Lapponia) che è un termine dispregiativo.

Il paesaggio finlandese è decisamente meno vario di quello dal quale veniamo, ed è fatto di infinite foreste di betulle e conifere a perdita d'occhio (la cosiddetta taiga), in cui ogni tanto si aprono laghi e fiumi, dove si creano effetti specchio davvero scenografici.

Lyngsfjellan
Su questo percorso a un certo punto si passa per Kilpisjärvi, che dopo chilometri e chilometri di vuoto, è invece pieno di alberghi, auto e persone. Capiamo dopo che qui si trova il monte Saana Fell dove passano i tre confini di Norvegia, Svezia e Finlandia. Tra l'altro lo scenario è davvero molto bello. Rientriamo dunque in territorio norvegese, attraversando la Skibotndalen, una valle molto suggestiva, e dopo affianchiamo un fiordo su cui affaccia la catena montuosa Lyngsfjellan, dove le nuvole si sono incuneate tra le montagne creando effetti veramente incredibili.

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Per una selezione più ampia di foto del viaggio nel nord della Norvegia si veda sul mio profilo Behance.

mercoledì 7 ottobre 2026

Cieli bassi e terre di confine: l'estremo nord della Norvegia (prima parte)

Un tipico paesaggio norvegese (qui Sommarøy)
In questa estate 2026 caldissima, in linea con la tendenza alla coolcation, ossia alle vacanze al fresco – anche se in realtà personalmente ho sempre avuto una spiccata preferenza per i paesi nordici – la nostra destinazione è la Norvegia, anzi per essere più precisi l’estremo Nord della Norvegia.

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Il percorso

Il nostro viaggio è durato in tutto 15 giorni e le tappe del nostro giro, fatto tutto in macchina, sono state Tromsø (1 notte), Sommarøy (2 notti), Senja (3 notti), Alta (2 notti), Olderfjord (1 notte), Nesseby (2 notti), Kautokeino (2 notti), Tromsø (1 notte).

Le strade della Norvegia (qui Magerøya)
Il viaggio è stato pensato totalmente in autonomia, leggendo e studiando informazioni trovate sulle guide e in rete. A posteriori possiamo dire che la distribuzione del tempo e delle notti negli alloggi si è confermata adeguata. Sulla base della nostra esperienza e delle nostre preferenze nel viaggio, forse valuteremmo una riduzione a due delle notti a Senja per aggiungere una notte in zona Capo Nord, cosa che a suo tempo avevamo anche pensato ma non abbiamo fatto perché gli alloggi nell’isola di Magerøya, dove si trova Capo Nord, sono pochi e costosissimi.

La luce dell'estremo nord
Nel complesso abbiamo percorso circa 3.200 km in macchina, con spostamenti in alcuni casi anche di 5 ore, perché – anche se non è facile rendersene conto – la regione che abbiamo attraversato è davvero molto grande. Per alcune persone 3.200 km possono essere tanti, per altri niente: nell’informarci sul viaggio avevamo letto molti racconti di viaggi che coprono aree molto più ampie nello stesso periodo di tempo, quindi con spostamenti in macchina molto più lunghi, inseguendo dunque soltanto le destinazioni “wow” o “instagrammabili”. Noi abbiamo persino scelto di non fermarci a Oslo per non togliere giornate al nostro giro nell’Estremo Nord, perché nella nostra idea di viaggio molto meglio vedere meno cose, ma con più tempo per assorbirle e goderle, prendendosi il pacchetto completo in cui ci possono essere cose bellissime, altre molto belle, alcune normali, altre persino poco attraenti.

Tromsø dall'alto
Del resto, come giustamente suggerito da una guida di viaggio che abbiamo comprato in loco, si possono fare foto bellissime in Norvegia scegliendo capanni a caso (ce ne sono ovunque) e paesaggi molto belli comunque presenti in tutto il paese.

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Aspetti pratici

A Tromsø ci siamo arrivati con un volo Norvegian facendo scalo a Oslo, e lo stesso nella direzione inversa abbiamo fatto per il ritorno. La Norvegian si è rivelata un’ottima compagnia aerea e abbiamo viaggiato molto bene. In aeroporto a Tromsø abbiamo preso un’auto da Budget, prenotata tramite Booking. Eravamo un po’ in apprensione perché abbiamo scelto, per una questione di costi, una macchina totalmente elettrica, ma sono bastati qualche giorno di guida e le sollecite spiegazioni di un giovanotto incontrato per caso a una stazione di ricarica per dissipare ogni preoccupazione e farci apprezzare la scelta. 

Ancora strade norvegesi
Di energia elettrica alla fine abbiamo speso circa 250 euro, più o meno la metà di quello che avremmo speso con un’auto a benzina o a diesel, e non abbiamo avuto alcun problema con le ricariche. Grazie alle ricariche veloci (tra mezz’ora e un’ora per una ricarica oltre l’80%) e organizzandosi un minimo per una pausa pranzo o caffè, abbiamo viaggiato tranquille per tutta la vacanza. Avendo la macchina a noleggio non ci siamo neppure dovute preoccupare dei pedaggi nelle strade e sui traghetti, anche se lo abbiamo capito solo dopo esserci informate su come registrare l’auto nel sistema norvegese.

Per quanto riguarda i parcheggi, l’unico posto nel quale abbiamo dovuto pensarci seriamente è stato Tromsø, dove parcheggiare per strada in zona centrale è piuttosto complicato, e alla fine abbiamo optato per il garage dell’albergo, non economico, ma sicuramente più economico dei parcheggi all’aperto in città.

Lo stemma della città di Tromsø (con la renna) sui tombini
Le strade sono molto tranquille e si viaggia molto bene in tutta l'area (almeno in estate), se non fosse che i limiti di velocità sono bassi (di solito 80 km/h fuori dai centri abitati e 60 km/h in prossimità dei centri abitati, anche quelli di poche case). Noi abbiamo rischiato una multa, dunque il suggerimento è di rispettarli per quanto faticoso sia con strade a volte praticamente vuote.

Nota: vicino alle scuole bisogna andare ai 30 km/h e tutti i bambini quando escono dall'edificio scolastico anche per andare nel cortile della scuola devono indossare il gilet catarifrangente!

Per quanto riguarda gli alloggi, a parte l’albergo di Tromsø, il First Skansen Hotel, che abbiamo prenotato su Booking (ottimo rapporto qualità/prezzo, considerato che la colazione a buffet è inclusa), in tutte le altre tappe abbiamo prenotato gli alloggi con Airbnb, tutti molto apprezzati, sebbene molto diversi tra di loro. La presenza in diverse di queste case della lavatrice ci ha anche consentito di gestire meglio il bagaglio e i vestiti da portare.

Uno dei nostri alloggi più belli, vicino Nesseby
Avere degli alloggi con angolo cottura ci ha anche risolto il problema delle cene: abbiamo mangiato fuori solo un paio di volte, un po’ per i costi esorbitanti dei ristoranti, anche quelli di livello non particolarmente elevato, un po’ per il nostro limitato entusiasmo verso la cucina norvegese.

Le due cene fuori le abbiamo fatte a Gryllefjord allo Skreien Spiseri (che ribattezzeremo tra di noi Skrausen Spiseri), dove prendiamo un cod & bacon, un merluzzo semiessiccato con verdure e un sidro (che non bevo per quanto è cattivo), tutto di livello medio-basso, alla 'modica' cifra di 80 euro, e l’ultima sera a Tromsø al ristorante Full Steam, dove prendiamo un'ottima zuppa di pesce, del salmone grigliato e un cosciotto di agnello, più birra. Tutto buono e abbondante, ma comunque parecchio costoso per i nostri parametri.

L'alloggio di Alta
Una curiosità: nei supermercati norvegesi le tisane semplici (non tè aromatizzati) non esistono. Non abbiamo capito perché.

A livello di shopping, sempre tenendo conto che i prezzi sono parecchio alti, le cose che a noi sono piaciute di più sono quelle più legate al territorio: S. ha comprato tanti gomitoli di lana (anche perché la Norvegia è la patria dello “sferruzzo”, forse perché nei lunghi mesi di buio è un'attività adatta), abbiamo comprato due pelli di renna, dei coprisedia di lana, un maglione tipico, una bellissima coperta di lana, dei prodotti di artigianato Sami (non tutti sono belli eh!) e io un po’ di souvenir a tema renna (una maglietta, dei magneti, dei sottobicchieri). Ricordatevi sempre di chiedere la documentazione per il tax refund, cosa che noi abbiamo realizzato solo a un certo punto.

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I luoghi

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Tromsø

Il nostro primo contatto con l’estremo nord della Norvegia è la città di Tromsø. Siamo 1.700 km a nord di Oslo, già oltre il circolo polare artico; con i suoi circa 80.000 abitanti è la città più grande di questa parte della Norvegia, sede dell’Università più a nord dell’Europa. In realtà, quando arriviamo e facciamo la nostra prima passeggiata, ci sembra un paese, molto accogliente, ma pur sempre un paese. Al termine della vacanza, dopo i nostri 15 giorni in giro nel nulla, in posti dove i paesi a volte sono composti di tre case sparse, Tromsø improvvisamente ci è sembrata una metropoli, piena di gente, bar, negozi, ristoranti. Evidentemente, è tutto sempre molto relativo.

Dentro il Polar museet a Tromsø
Il cuore della città si identifica in due strade, Storgata e Strandgata, dove si concentrano la maggior parte delle persone e degli esercizi commerciali e che noi, nei due giorni in cui abbiamo girato per la città, abbiamo attraversato più e più volte.

Della città, oltre a godersela passeggiando, noi abbiamo visitato il Polar museet, che racconta la storia delle esplorazioni e dello sfruttamento artico iniziato nel 1500 (molto interessante soprattutto la spedizione di Nansen alla fine dell'800: una roba incredibile da cui è uscito vivo insieme a tutto l'equipaggio dopo 3 anni), la Arctic Cathedral in fondo al ponte attualmente chiuso alla circolazione delle macchine ma percorribile a piedi, la bella biblioteca comunale, la cui nuova sede dove si è spostata nel 2005 è stata realizzata conservando il tetto originale del cinema che lì aveva sede.

Su Storgata a Tromsø
Assolutamente da non perdere l’esperienza con la Fjellheisen, ossia la funivia che porta sull’altura di fronte a Tromsø (Tromsdalstinden). Quando arriviamo sta piovigginando e le nuvole sono molto basse per cui riusciamo a vedere poco di quello che abbiamo davanti, sebbene ci sia un certo fascino in queste nuvole che stanno praticamente sotto i nostri piedi.

Ci fermiamo al caffè che sta vicino alla funivia e, trascorso il tempo di un tè e di un dolcetto, il cielo si apre, arriva la luce del sole e tutto il panorama si accende. Avremo la conferma nei giorni successivi che a queste latitudini accade spesso così, il tempo cambia tantissimo nel giro di pochissimo tempo. Ci precipitiamo dunque fuori e finalmente vediamo tutta Tromsøya (l’isola su cui si trova Tromsø) e anche le tantissime isole intorno con montagne più o meno alte e con ancora qualche chiazza di neve. 

Al ritorno a Tromsø dopo i quindici giorni in giro per il nord, approfittiamo soprattutto per fare un po’ di shopping, visto che qui si trova molto di più che in tutti gli altri posti visitati messi insieme. Siamo impressionate dalla quantità di italiani che ci sono in giro per la città, considerato che ne abbiamo incontrati pochi per tutto il viaggio (salvo a Capo Nord).

Sommarøya
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Sommarøya, Hillesøya e Kvaløya

La seconda tappa del nostro viaggio è l’isola di Sommarøya che si trova a circa un’ora di macchina da Tromsø e dove si trova il piccolo paese di Sommarøy. Lungo la strada verso la nostra destinazione vediamo le prime delle numerose renne che incontreremo durante il nostro viaggio, e ci colpiscono particolarmente quelle accucciate nell’erba vicino al mare. In generale, il percorso verso Sommarøy è davvero molto scenografico, tra fiordi, montagne, foreste, tundra, isole, spiagge bianchissime, capanni di pescatori e colori bellissimi. 

La spiaggia dove si trova il Prestvika Strandkafe
Il nostro alloggio si trova in un agglomerato di case non lontano dal paese (raggiungibile a piedi), ed è una casa mobile nel giardino della nostra host, che è anche la creatrice e la titolare di un bar, il Prestvika Strandkafe, che si trova direttamente sulla spiaggia di fronte. Il bar si trova in un vecchio capanno di pescatori e offre un momento di pausa a chi si trova sull’isola, in uno scenario davvero molto bello. Noi ci faremo un pranzo (non economico: ma cos’è economico in Norvegia?) con zuppa e dolcino.

La cosa più bella di questa sistemazione è la vista dalla finestra sulla spiaggia, con i capanni-palafitte tipici dell’architettura norvegese, e un tempo atmosferico che è cambiato mille volte nei due giorni in cui ci siamo state e che ci ha regalato dei cieli e una luce meravigliosi. Io ero tentata di immergermi nell’acqua ma, dopo aver messo i piedi e aver sentito la temperatura, ho cambiato idea.

I capanni a Hillesøya
Durante la nostra permanenza a Sommarøya facciamo innanzitutto una passeggiata a piedi verso il paese e poi, attraversando il ponte, verso l'isola di Hillesøya, fino a un gruppo di tre capanni colorati sulla spiaggia, che scopriremo poi essere celebri e superfotografati.

Un pomeriggio prendiamo la macchina e facciamo un giro sull’isola di Kvaløya, che è quella che sta tra Tromsøya e Sommarøya, toccando Sandneshamn, poi Nordfiordbotn, poi Kattfjordeidet, e poi Ersfjordbotn (molto bello). Da qui verso Grøttfjord e Tromvik (evitabile). Bello il percorso lungo i fiordi e tra montagne quasi minacciose.

Sommarøya e Hillesøya viste da Ørnfløya
Sulla strada del ritorno verso Sommarøy, approfittando che c’è il sole e che la luce c’è praticamente sempre, facciamo una piccola escursione sul promontorio di Ørnfløya da cui si domina con lo sguardo a 360° verso Sommarøya, Hillesøya e dintorni, Senja e le montagne di Kvaløya.

Tornate alla casa mobile riusciamo persino a cenare fuori cucinando un tipico risotto norvegese, asparagi e porri 😉

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Senja

Sul traghetto per Senja
A Senja, l’isola che viene definita “la piccola Norvegia” per la varietà dei paesaggi che riproduce in piccolo quelli che caratterizzano la terra norvegese, ci andiamo prendendo il traghetto a Brensholmen (sarà tra l’altro l’unico traghetto che prenderemo in tutta la vacanza). Sul traghetto, come ci è stato suggerito, compriamo i cuori di waffle fatti al momento con brunost (un formaggio marrone dolciastro) e marmellata di mirtilli. Una volta capito che il brunost va concepito come una specie di caramello o di burro salato, ci appassioniamo e io in particolare lo adotto per la colazione. 

Arrivate a Botnhamn, all’ingresso dell’isola di Senja, ci avviamo sulla strada panoramica 862 verso Gryllefjord. La prima deviazione è per Husøy, che è un paesino che si trova su un'isola dentro un fiordo, ora collegato alla terraferma da un molo artificiale. Facciamo una passeggiata fino al faro e al ritorno approfittiamo delle colonnine di ricarica, dove veniamo istruite da un giovanotto su come farla.

Medby, isola di Senja
Ci rimettiamo dunque in viaggio verso Mefjordvaer, dove pure ci fermiamo a fare due passi, e poi andiamo a Ersfjordstranda, una bella spiaggia con parecchia gente che prende il sole, bambini che giocano e qualcuno che fa il bagno. Forse questa poteva essere la mia occasione di fare il bagno, ma non avevo dietro né costume né asciugamano e dunque non potrò mai dire di aver fatto il bagno anche in Norvegia. 

Da qui si può poi andare verso due punti panoramici, con comode passerelle, quello di Tungeneset, da dove si vedono le cime degli Okshornan, noti come i "Denti del Diavolo” e si spazia con lo sguardo sul fiordo, e quello di Bergsbotn, con una vista spettacolare su un fiordo pazzesco (questo secondo ci è piaciuto molto e abbiamo apprezzato la presenza della piattaforma, visto che lungo le strade norvegesi, tendenzialmente strette e con passing places, le piazzole vere dove fermarsi per guardare il panorama o fotografare sono davvero poche).

Gryllefjord
Il giro si conclude a Gryllefjord, il punto di partenza dei traghetti per le Vesterålen, e più precisamente per Andenes. Gryllefjord è un paesino carino, senza essere imperdibile, molto bello il fiordo sul quale si affaccia, che è profondissimo e molto stretto. A Gryllefjord dovremo tornare per ricaricare l’auto (a Senja non è piano ovunque di colonnine), tirando su due ragazze svizzere che a piedi stanno andando a prendere il traghetto, e faremo la nostra prima cena fuori norvegese, allo Skreien Spiseri, come detto, costosa e ben poco soddisfacente. 

La nostra sistemazione sull’isola di Senja è a Medby, dove abbiamo una grande casa piuttosto antica, con una bella vista sul fiordo, cui si arriva da una strada bellissima, ma che è piuttosto lontana da qualunque altro posto, quindi nei tre giorni che ci alloggiamo cerchiamo di gestire bene gli spostamenti e le cose da vedere.

Ånderdalen Nationalpark
Un giorno esploriamo l’Ånderdalen Nationalpark, che è probabilmente il punto di interesse più vicino a dove siamo noi. Lungo la strada passiamo dal paesino di Sifjord, che si affaccia su un bel fiordo, poi proseguiamo - con qualche sosta in punti molto belli del percorso (in particolare, l'altopiano che attraversiamo venendo da Medby e il lago che si incontra primo della riserva naturale) verso Hyttekroa. Qui c’è un camping e un caffè, e dall’altra parte della strada parte il sentiero che attraversa la riserva fino all'Åndervatnet. All'inizio il percorso è semplice, su ghiaia, e prevalentemente in piano, poi a un certo punto si infila più all'interno della riserva e si fa più impegnativo, diventando un vero trekking, reso più complicato dalla presenza di molte zone acquitrinose e fangose, e solo in parte attrezzato con passerelle in legno. Dopo 4 chilometri di cammino e il lago che non si vede ancora, decidiamo di proseguire per un po’ fino a quando il lago compare tra gli alberi: siamo decisamente stanche e riprendiamo la strada per tornare al punto di partenza.  Alla fine avremo fatto circa 20 km in tutto, quasi 28.000 passi per oltre 5 ore di cammino. Al rientro incontriamo ancora persone che stanno partendo pur essendo ormai tardo pomeriggio, e persino una coppia con un cagnolino con le sacche (tipo zaino) 😁.

Hafenanlage
Un altro giorno, dopo essere tornate a Gryllefjord per la ricarica della macchina, andiamo a fare un giro a Torsken, dove ci fermiamo a mangiare in un punto picnic con un bel panorama sul fiordo accanto a una signora che si sta cucinando un piatto con un ottimo profumino. 

Poi ci fermiamo nella zona di Hamn all'altezza dell'Hamnveien mine, la miniera di nichel dismessa a fine Ottocento, quindi andiamo alla penisola di Hafenanlage che abbiamo visto da lontano e ci è sembrata molto carina. Qui facciamo una bella passeggiata tra le casette e sulla spiaggia raccogliamo un sacco di conchiglie. Torniamo poi indietro fino al ponte Trangstraumen per ammirare il panorama sul mare con le isolette. Tornando verso Medby ci allunghiamo fino a Grunnfarnes, il fiordo successivo a quello dove siamo, dove facciamo una passeggiata sull'unica strada del paese e ci inoltriamo nei campi per fotografare i capanni, mentre il cielo si è fatto sempre più cupo.

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Leggi anche la seconda parte del racconto di viaggio.

Per una selezione più ampia di foto del viaggio nel nord della Norvegia si veda sul mio profilo Behance.

domenica 4 ottobre 2026

La chiamata. Storia di una donna argentina / Leila Guerriero

La chiamata. Storia di una donna argentina / Leila Guerriero; trad. di Maria Nicola. Roma: Edizioni SUR, 2025.

La chiamata di Leila Guerriero ha vinto il Premio Strega europeo nel 2026, ma aveva attirato la mia attenzione ben prima e già mi attendeva sullo scaffale per la lettura.

La Guerriero è una giornalista e questo libro è il ritratto di Silvia Labayrú, una donna argentina che durante il periodo della dittatura fu sequestrata e tenuta per oltre due anni nei seminterrati dell'ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada) dove molti oppositori e dissidenti furono imprigionati e moltissimi trovarono la morte nei modi terribili venuti a galla nel tempo, come i voli della morte.

Silvia Labayrú è dunque una sopravvissuta, che dopo essere stata liberata ha subìto - come e più di altri sopravvissuti - l'ostracismo e lo stigma da parte dei suoi connazionali e non solo. Ma Silvia è anche tra i tanti sopravvissuti grazie alle cui testimonianze in tribunale molti militari sono stati condannati.

Il ritratto di Silvia Labayrú che ci viene proposto dalla Guerriero è il frutto delle tante interviste e chiacchierate che le due hanno condiviso tra il 2020 e il 2022, in piena pandemia, a cavallo tra la Spagna e l'Argentina. La Guerriero ha anche incontrato e intervistato molte delle persone che hanno condiviso periodi e momenti di vita con Silvia, prima, durante e dopo la sua incarcerazione all'ESMA.

La forza di questo libro però non sta tanto nella ricostruzione storica, quanto nel racconto di questa donna e delle sue complessità, facendone emergere il maggior numero di sfumature possibili e l'impossibilità di afferrarne pienamente la personalità e di sondarne i recessi.

Non c'è giudizio in questo libro, bensì disposizione all'ascolto, desiderio di capire, ma anche rispetto per l'insondabilità altrui.

Sicuramente ne viene fuori l'immagine di una donna dotata di una straordinaria vitalità e di una energia dirompente, che sono state probabilmente causa e soluzione delle vicende che hanno caratterizzato la sua esistenza. Però sembra alla fine chiaro - e anche pacifico - alla stessa Guerriero che Silvia Labayrú è inconoscibile pienamente, forse anche a sé stessa, e certamente agli altri, in conseguenza dell'enormità del vissuto, ma forse anche più semplicemente per effetto della nostra natura umana e per i doppi fondi di cui è fatta la nostra interiorità.

Per me è stato un modo per accostarmi a una vicenda di proporzioni enormi che conoscevo molto superficialmente e che mi piacerebbe approfondire (mentre leggevo il libro ho anche visto Ritorno a Buenos Aires, il film di Marco Bechis), ma soprattutto l'occasione di un incontro in cui non tutto può essere spiegato e capito, e va bene così.

Mi affascina moltissimo - o forse dovrei dire "mi scuote moltissimo emotivamente" - la condizione dei sopravvissuti a eventi di questa portata e quello che tale stato porta con sé sul piano psicologico ed emotivo. Mi pare qualcosa di inevitabile, di enorme, forse troppo grande per poterlo anche solo non dico comprenderlo o accoglierlo, ma anche solo riceverlo.

Ma sono quelle cose con cui è importante entrare in contatto e imparare a farsene attraversare anche senza pretendere di capire.

Voto: 4/5

venerdì 2 ottobre 2026

NAZA

Raggelante credo sia l’aggettivo che meglio descrive il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, che erano anche tra gli autori e i registi del bellissimo No other land. Ma qui siamo in un territorio narrativo molto diverso. Se No other land suscitava rabbia e forse anche tenerezza per l'amicizia tra i due protagonisti, in questo caso si fa fatica a chiamarsi fuori.

Mai mi era capitato che alla fine di un film tutto il pubblico rimanesse seduto e in silenzio fino all’ultima riga dei titoli di coda, e poi tutti lentamente e ordinatamente uscissero dalla sala, sempre in silenzio e senza un commento (e mi pare di capire da quello che leggo che sta succedendo così praticamente in tutte le sale).

Credo che il motivo sia che NAZA non ci parla di persone che riconosciamo lontane da noi e da quello che siamo: Yuval Abraham intervista di notte, sul tetto di una casa di Tel Aviv, 24 soldati dell’IDF che lavorano nell’intelligence. Si tratta di persone giovani, con alte competenze, di livello socio-culturale elevato, progressiste, come qualcuno di loro si autodefinisce. Nessuno di loro parla di religione, alcuni dicono che non odiano gli arabi: tutti sono accomunati dall’idea di stare svolgendo un compito importante e di essere titolati a farlo.

Se poi lo svolgimento di questo compito porta con sé un numero elevato di NAZA (acronimo militare che identifica i danni collaterali di un’azione, ossia i civili uccisi) si tratta di conseguenze inevitabili della guerra in corso.

Dentro queste interviste c’è un orrore indicibile raccontato a seconda dei casi con convinzione, con rassegnazione e solo molto limitatamente con qualche dubbio (perché forse parlare di rimorso sarebbe eccessivo).

In quello che ci viene raccontato non ci sono cose di cui non abbiamo mai sentito parlare, ma c’è la conferma di modi di agire e azioni che sembrano non tenere conto in alcun modo del valore di altre vite umane, a prescindere che siano miliziani di Hamas, ovvero le loro famiglie o altre persone, comprese donne e bambini.

I registi scelgono di alternare alle interviste con i soldati le immagini dei palazzi e delle strade di Tel Aviv di notte, dove le persone vivono le loro vite tranquillamente, mentre i mezzi di informazione danno notizie continue di quello che accade a Gaza.

Il processo di normalizzazione di azioni che, condotte da dietro uno schermo, producono la morte di centinaia, e a volte migliaia di persone, induce fenomeni di disumanizzazione e di parziale sgravio delle responsabilità: qualcuno rivendica la delicatezza del proprio ruolo, qualcun altro dice di essere un ingranaggio del sistema, qualcun altro ancora riconosce lo stato di esaltazione che azioni riuscite inducono, molti ribadiscono l’importanza di efficientare il sistema, di fronte al quale non c’è spazio per dubbi morali.

Mi sono chiesta per tutto il film – e devo dire che non ho trovato una risposta – perché queste 24 persone abbiano scelto di parteciparvi, di rispondere alle domande di un regista chiaramente schierato contro la linea politica di Israele: è forse un modo per lavarsi la coscienza? Un assurdo tentativo di spiegare le proprie ragioni? Un’ostentazione di potenza? Sinceramente non lo so.

Quello che so è che NAZA parla a tutti noi, perché ognuno nel proprio piccolo – anche quando si ritiene persona dotata di pensiero critico e di valori morali – facilmente può finire per trovarsi in meccanismi perversi arrivando a giustificarli con sé stessi e con gli altri.

P.S. Dopo l'ondata degli entusiasti, in un meccanismo tipico della nostra epoca e quasi sempre creato o pompato dai social network, è già cominciata l'ondata di chi delegittima il documentario e ci vuole spiegare perché non bisogna credergli. Come ho già scritto in un altro post, il documentario è per sua stessa natura il genere cinematografico più subdolo, perché si basa sul presupposto di raccontare cose vere, ma usa gli strumenti del cinema per presentare comunque un punto di vista. Questo lo sappiamo, ma - ancora una volta - le cose non sono sempre, anzi quasi mai, tutte nere o tutte bianche.

Voto: 3,5/5


mercoledì 30 settembre 2026

Destroyer. Monk, 22 settembre 2026

Sono passati ormai dieci anni dal concerto di Destroyer al Quirinetta, organizzato da Unplugged in Monti con l’opening dei Barbarisms. Come sempre faccio in questi casi, mi sono riletta il post che avevo scritto a suo tempo, pensando che lì ci fosse scritto come avevo conosciuto questo artista, ma in realtà non ce n’è traccia. Cosicché chissà come in passato sono arrivata a Destroyer, il nome del progetto musicale del canadese Dan Bejar, di cui ricordo di aver amato molto alcuni album dell’epoca. Da allora non lo avevo seguito più tanto, ma recentemente – avendone letto recensioni positive – avevo comprato e ascoltato l’ultimo lavoro, Dan's Boogie.

Quando arrivo al Monk la sala è ancora chiusa e approfitto per mangiare una cosina. Tornando indietro posso entrare e la sala è allestita con i posti a sedere (io trovo un posto in prima fila), mentre sul palco campeggia solitaria una chitarra.

Capisco dunque che si tratterà, rispetto a quello di dieci anni fa, di un concerto intimo, e così è effettivamente quando Destroyer sale sul palco.

Inizia a macinare canzoni e – come da sua abitudine – tra una canzone e l’altra beve alternativamente da una bottiglia di birra, da un bicchiere e da una bottiglietta d’acqua. Di quando in quando dice qualche parola al pubblico, ricordando il titolo della canzone o ringraziando, ma nel complesso è molto riservato e concentrato sulla sua musica. Al termine della sua scaletta non si fa pregare a lungo per ritornare sul palco e cantarci altri due pezzi. Per la setlist completa tutti i riferimenti sono qui.

Nel pubblico c’è una grossa presenza straniera, forse perché Destroyer è più conosciuto nei paesi anglofoni, e, come sempre, intorno a me vedo molti appassionati che conoscono decisamente meglio di me il repertorio e apprezzano.

In conclusione, devo dire che pur amando i concerti intimi e raccolti, forse perché Destroyer non è un animale da palcoscenico in senso stretto, il concerto scivola via leggero, ma senza picchi ed entusiasmi, almeno per me.

Avrei dunque preferito una versione più ricca di strumenti, ma nondimeno sono contenta di aver ascoltato Destroyer dal vivo ancora una volta.

Voto: 3/5