La chiamata. Storia di una donna argentina / Leila Guerriero; trad. di Maria Nicola. Roma: Edizioni SUR, 2025.
La chiamata di Leila Guerriero ha vinto il Premio Strega europeo nel 2026, ma aveva attirato la mia attenzione ben prima e già mi attendeva sullo scaffale per la lettura.
La Guerriero è una giornalista e questo libro è il ritratto di Silvia Labayrú, una donna argentina che durante il periodo della dittatura fu sequestrata e tenuta per oltre due anni nei seminterrati dell'ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada) dove molti oppositori e dissidenti furono imprigionati e moltissimi trovarono la morte nei modi terribili venuti a galla nel tempo, come i voli della morte.
Silvia Labayrú è dunque una sopravvissuta, che dopo essere stata liberata ha subìto - come e più di altri sopravvissuti - l'ostracismo e lo stigma da parte dei suoi connazionali e non solo. Ma Silvia è anche tra i tanti sopravvissuti grazie alle cui testimonianze in tribunale molti militari sono stati condannati.
Il ritratto di Silvia Labayrú che ci viene proposto dalla Guerriero è il frutto delle tante interviste e chiacchierate che le due hanno condiviso tra il 2020 e il 2022, in piena pandemia, a cavallo tra la Spagna e l'Argentina. La Guerriero ha anche incontrato e intervistato molte delle persone che hanno condiviso periodi e momenti di vita con Silvia, prima, durante e dopo la sua incarcerazione all'ESMA.
La forza di questo libro però non sta tanto nella ricostruzione storica, quanto nel racconto di questa donna e delle sue complessità, facendone emergere il maggior numero di sfumature possibili e l'impossibilità di afferrarne pienamente la personalità e di sondarne i recessi.
Non c'è giudizio in questo libro, bensì disposizione all'ascolto, desiderio di capire, ma anche rispetto per l'insondabilità altrui.
Sicuramente ne viene fuori l'immagine di una donna dotata di una straordinaria vitalità e di una energia dirompente, che sono state probabilmente causa e soluzione delle vicende che hanno caratterizzato la sua esistenza. Però sembra alla fine chiaro - e anche pacifico - alla stessa Guerriero che Silvia Labayrú è inconoscibile pienamente, forse anche a sé stessa, e certamente agli altri, in conseguenza dell'enormità del vissuto, ma forse anche più semplicemente per effetto della nostra natura umana e per i doppi fondi di cui è fatta la nostra interiorità.
Per me è stato un modo per accostarmi a una vicenda di proporzioni enormi che conoscevo molto superficialmente e che mi piacerebbe approfondire (mentre leggevo il libro ho anche visto Ritorno a Buenos Aires, il film di Marco Bechis), ma soprattutto l'occasione di un incontro in cui non tutto può essere spiegato e capito, e va bene così.
Mi affascina moltissimo - o forse dovrei dire "mi scuote moltissimo emotivamente" - la condizione dei sopravvissuti a eventi di questa portata e quello che tale stato porta con sé sul piano psicologico ed emotivo. Mi pare qualcosa di inevitabile, di enorme, forse troppo grande per poterlo anche solo non dico comprenderlo o accoglierlo, ma anche solo riceverlo.
Ma sono quelle cose con cui è importante entrare in contatto e imparare a farsene attraversare anche senza pretendere di capire.
Voto: 4/5
domenica 4 ottobre 2026
La chiamata. Storia di una donna argentina / Leila Guerriero
venerdì 2 ottobre 2026
NAZA
Raggelante credo sia l’aggettivo che meglio descrive il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, che erano anche tra gli autori e i registi del bellissimo No other land. Ma qui siamo in un territorio narrativo molto diverso. Se No other land suscitava rabbia e forse anche tenerezza per l'amicizia tra i due protagonisti, in questo caso si fa fatica a chiamarsi fuori.
Mai mi era capitato che alla fine di un film tutto il pubblico rimanesse seduto e in silenzio fino all’ultima riga dei titoli di coda, e poi tutti lentamente e ordinatamente uscissero dalla sala, sempre in silenzio e senza un commento (e mi pare di capire da quello che leggo che sta succedendo così praticamente in tutte le sale).
Credo che il motivo sia che NAZA non ci parla di persone che riconosciamo lontane da noi e da quello che siamo: Yuval Abraham intervista di notte, sul tetto di una casa di Tel Aviv, 24 soldati dell’IDF che lavorano nell’intelligence. Si tratta di persone giovani, con alte competenze, di livello socio-culturale elevato, progressiste, come qualcuno di loro si autodefinisce. Nessuno di loro parla di religione, alcuni dicono che non odiano gli arabi: tutti sono accomunati dall’idea di stare svolgendo un compito importante e di essere titolati a farlo.
Se poi lo svolgimento di questo compito porta con sé un numero elevato di NAZA (acronimo militare che identifica i danni collaterali di un’azione, ossia i civili uccisi) si tratta di conseguenze inevitabili della guerra in corso.
Dentro queste interviste c’è un orrore indicibile raccontato a seconda dei casi con convinzione, con rassegnazione e solo molto limitatamente con qualche dubbio (perché forse parlare di rimorso sarebbe eccessivo).
In quello che ci viene raccontato non ci sono cose di cui non abbiamo mai sentito parlare, ma c’è la conferma di modi di agire e azioni che sembrano non tenere conto in alcun modo del valore di altre vite umane, a prescindere che siano miliziani di Hamas, ovvero le loro famiglie o altre persone, comprese donne e bambini.
I registi scelgono di alternare alle interviste con i soldati le immagini dei palazzi e delle strade di Tel Aviv di notte, dove le persone vivono le loro vite tranquillamente, mentre i mezzi di informazione danno notizie continue di quello che accade a Gaza.
Il processo di normalizzazione di azioni che, condotte da dietro uno schermo, producono la morte di centinaia, e a volte migliaia di persone, induce fenomeni di disumanizzazione e di parziale sgravio delle responsabilità: qualcuno rivendica la delicatezza del proprio ruolo, qualcun altro dice di essere un ingranaggio del sistema, qualcun altro ancora riconosce lo stato di esaltazione che azioni riuscite inducono, molti ribadiscono l’importanza di efficientare il sistema, di fronte al quale non c’è spazio per dubbi morali.
Mi sono chiesta per tutto il film – e devo dire che non ho trovato una risposta – perché queste 24 persone abbiano scelto di parteciparvi, di rispondere alle domande di un regista chiaramente schierato contro la linea politica di Israele: è forse un modo per lavarsi la coscienza? Un assurdo tentativo di spiegare le proprie ragioni? Un’ostentazione di potenza? Sinceramente non lo so.
Quello che so è che NAZA parla a tutti noi, perché ognuno nel proprio piccolo – anche quando si ritiene persona dotata di pensiero critico e di valori morali – facilmente può finire per trovarsi in meccanismi perversi arrivando a giustificarli con sé stessi e con gli altri.
Voto: 3,5/5
Mai mi era capitato che alla fine di un film tutto il pubblico rimanesse seduto e in silenzio fino all’ultima riga dei titoli di coda, e poi tutti lentamente e ordinatamente uscissero dalla sala, sempre in silenzio e senza un commento (e mi pare di capire da quello che leggo che sta succedendo così praticamente in tutte le sale).
Credo che il motivo sia che NAZA non ci parla di persone che riconosciamo lontane da noi e da quello che siamo: Yuval Abraham intervista di notte, sul tetto di una casa di Tel Aviv, 24 soldati dell’IDF che lavorano nell’intelligence. Si tratta di persone giovani, con alte competenze, di livello socio-culturale elevato, progressiste, come qualcuno di loro si autodefinisce. Nessuno di loro parla di religione, alcuni dicono che non odiano gli arabi: tutti sono accomunati dall’idea di stare svolgendo un compito importante e di essere titolati a farlo.
Se poi lo svolgimento di questo compito porta con sé un numero elevato di NAZA (acronimo militare che identifica i danni collaterali di un’azione, ossia i civili uccisi) si tratta di conseguenze inevitabili della guerra in corso.
Dentro queste interviste c’è un orrore indicibile raccontato a seconda dei casi con convinzione, con rassegnazione e solo molto limitatamente con qualche dubbio (perché forse parlare di rimorso sarebbe eccessivo).
In quello che ci viene raccontato non ci sono cose di cui non abbiamo mai sentito parlare, ma c’è la conferma di modi di agire e azioni che sembrano non tenere conto in alcun modo del valore di altre vite umane, a prescindere che siano miliziani di Hamas, ovvero le loro famiglie o altre persone, comprese donne e bambini.
I registi scelgono di alternare alle interviste con i soldati le immagini dei palazzi e delle strade di Tel Aviv di notte, dove le persone vivono le loro vite tranquillamente, mentre i mezzi di informazione danno notizie continue di quello che accade a Gaza.
Il processo di normalizzazione di azioni che, condotte da dietro uno schermo, producono la morte di centinaia, e a volte migliaia di persone, induce fenomeni di disumanizzazione e di parziale sgravio delle responsabilità: qualcuno rivendica la delicatezza del proprio ruolo, qualcun altro dice di essere un ingranaggio del sistema, qualcun altro ancora riconosce lo stato di esaltazione che azioni riuscite inducono, molti ribadiscono l’importanza di efficientare il sistema, di fronte al quale non c’è spazio per dubbi morali.
Mi sono chiesta per tutto il film – e devo dire che non ho trovato una risposta – perché queste 24 persone abbiano scelto di parteciparvi, di rispondere alle domande di un regista chiaramente schierato contro la linea politica di Israele: è forse un modo per lavarsi la coscienza? Un assurdo tentativo di spiegare le proprie ragioni? Un’ostentazione di potenza? Sinceramente non lo so.
Quello che so è che NAZA parla a tutti noi, perché ognuno nel proprio piccolo – anche quando si ritiene persona dotata di pensiero critico e di valori morali – facilmente può finire per trovarsi in meccanismi perversi arrivando a giustificarli con sé stessi e con gli altri.
P.S. Dopo l'ondata degli entusiasti, in un meccanismo tipico della nostra epoca e quasi sempre creato o pompato dai social network, è già cominciata l'ondata di chi delegittima il documentario e ci vuole spiegare perché non bisogna credergli. Come ho già scritto in un altro post, il documentario è per sua stessa natura il genere cinematografico più subdolo, perché si basa sul presupposto di raccontare cose vere, ma usa gli strumenti del cinema per presentare comunque un punto di vista. Questo lo sappiamo, ma - ancora una volta - le cose non sono sempre, anzi quasi mai, tutte nere o tutte bianche.
Voto: 3,5/5
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Yuval Abraham
mercoledì 30 settembre 2026
Destroyer. Monk, 22 settembre 2026
Capisco dunque che si tratterà, rispetto a quello di dieci anni fa, di un concerto intimo, e così è effettivamente quando Destroyer sale sul palco.
Inizia a macinare canzoni e – come da sua abitudine – tra una canzone e l’altra beve alternativamente da una bottiglia di birra, da un bicchiere e da una bottiglietta d’acqua. Di quando in quando dice qualche parola al pubblico, ricordando il titolo della canzone o ringraziando, ma nel complesso è molto riservato e concentrato sulla sua musica. Al termine della sua scaletta non si fa pregare a lungo per ritornare sul palco e cantarci altri due pezzi. Per la setlist completa tutti i riferimenti sono qui.
In conclusione, devo dire che pur amando i concerti intimi e raccolti, forse perché Destroyer non è un animale da palcoscenico in senso stretto, il concerto scivola via leggero, ma senza picchi ed entusiasmi, almeno per me.
Avrei dunque preferito una versione più ricca di strumenti, ma nondimeno sono contenta di aver ascoltato Destroyer dal vivo ancora una volta.
Voto: 3/5
lunedì 28 settembre 2026
Ritorno a Buenos Aires
Mentre sono immersa nella lettura de La chiamata di Leila Guerriero che racconta la storia di una sopravvissuta della dittatura militare argentina, Silvia Labayrú, esce al cinema – dopo essere stato presentato a Venezia – il film di Marco Bechis, Ritorno a Buenos Aires, che per certi versi può essere considerato il seguito di Garage Olimpo del 1999 e di Figli del 2002. Tutti e tre questi film traggono infatti ispirazione da quanto accaduto in Argentina tra il 1976 e il 1983, guardando a quegli eventi da punti di vista differenti: Garage Olimpo è ambientato in uno dei campi di concentramento dove venivano portati i dissidenti, Figli parla della comune pratica di sottrarre i figli partoriti alle sequestrate dandoli a famiglie di militari, infine Ritorno a Buenos Aires assume il punto di vista di chi è sopravvissuto e del suo fare i conti non solo con l’esperienza vissuta ma anche con lo stigma sociale, che poi è il medesimo punto di vista de La chiamata.
Marco Bechis parte sia dalla propria esperienza personale di persona sequestrata, torturata e poi rilasciata, anche grazie al passaporto italiano, sia dalle esperienze di altri sopravvissuti, per raccontare la storia di Mariano Guerra (un bravissimo Adriano Giannini).
Mariano vive a Torino e fa il medico nelle ambulanze, ha una figlia che non vede mai, ed è molto solo. Quando gli arriva una lettera dall’Argentina che lo invita a testimoniare nella nuova fase dei processi contro i responsabili delle violenze durante la dittatura, è molto combattuto rispetto all’idea di partire.
Decide infine di andare, ma a Buenos Aires si troverà ad affrontare tutti i fantasmi che ha cercato di tenere a bada durante la lontananza dall’Argentina e a rivivere ricordi non solo dolorosi, ma intrisi di vergogna e di sensi di colpa.
Il film di Bechis – e con lui l’interpretazione di Giannini – è trattenuto, compresso, e fa sentire anche lo spettatore come in una pentola a pressione che sta per esplodere, ma non esplode mai. Il sopravvissuto, come emerge anche dal libro della Guerriero, è un pariah, lacerato interiormente, in balia dei propri mostri, ma anche osteggiato dal consesso sociale che lo considera un traditore, anche solo per il fatto di essere sopravvissuto.
Solo quando si sentirà accolto, seppure per un momento, Mariano troverà a poco a poco la forza e le parole per confessare davanti ai giudici in tribunale le sue colpe e per accusare i suoi carcerieri, spezzando la catena che lo mantiene in una condizione di subordinazione e di dipendenza anche a distanza di tempo.
Rispetto al libro della Guerriero che si alimenta della complessità e delle zone d’ombra, il film di Bechis risulta più lineare, forse anche più didascalico (anche in alcune scelte narrative e cinematografiche), probabilmente perché l’intento – come lui stesso ha dichiarato in alcune interviste – non è forse tanto quello di approfondire la specificità della vicenda argentina, quanto più in generale il tema del sopravvissuto e del ruolo, in parte paradossale, di testimone necessario e insostituibile.
Non un film perfetto forse, ma secondo me comunque importante. Avrei preferito vederlo in lingua originale, con l’alternanza di italiano e spagnolo, ma mi sono dovuta accontentare, e purtroppo per me ormai non è mai la stessa cosa.
Voto: 3,5/5
Marco Bechis parte sia dalla propria esperienza personale di persona sequestrata, torturata e poi rilasciata, anche grazie al passaporto italiano, sia dalle esperienze di altri sopravvissuti, per raccontare la storia di Mariano Guerra (un bravissimo Adriano Giannini).
Mariano vive a Torino e fa il medico nelle ambulanze, ha una figlia che non vede mai, ed è molto solo. Quando gli arriva una lettera dall’Argentina che lo invita a testimoniare nella nuova fase dei processi contro i responsabili delle violenze durante la dittatura, è molto combattuto rispetto all’idea di partire.
Decide infine di andare, ma a Buenos Aires si troverà ad affrontare tutti i fantasmi che ha cercato di tenere a bada durante la lontananza dall’Argentina e a rivivere ricordi non solo dolorosi, ma intrisi di vergogna e di sensi di colpa.
Il film di Bechis – e con lui l’interpretazione di Giannini – è trattenuto, compresso, e fa sentire anche lo spettatore come in una pentola a pressione che sta per esplodere, ma non esplode mai. Il sopravvissuto, come emerge anche dal libro della Guerriero, è un pariah, lacerato interiormente, in balia dei propri mostri, ma anche osteggiato dal consesso sociale che lo considera un traditore, anche solo per il fatto di essere sopravvissuto.
Solo quando si sentirà accolto, seppure per un momento, Mariano troverà a poco a poco la forza e le parole per confessare davanti ai giudici in tribunale le sue colpe e per accusare i suoi carcerieri, spezzando la catena che lo mantiene in una condizione di subordinazione e di dipendenza anche a distanza di tempo.
Rispetto al libro della Guerriero che si alimenta della complessità e delle zone d’ombra, il film di Bechis risulta più lineare, forse anche più didascalico (anche in alcune scelte narrative e cinematografiche), probabilmente perché l’intento – come lui stesso ha dichiarato in alcune interviste – non è forse tanto quello di approfondire la specificità della vicenda argentina, quanto più in generale il tema del sopravvissuto e del ruolo, in parte paradossale, di testimone necessario e insostituibile.
Non un film perfetto forse, ma secondo me comunque importante. Avrei preferito vederlo in lingua originale, con l’alternanza di italiano e spagnolo, ma mi sono dovuta accontentare, e purtroppo per me ormai non è mai la stessa cosa.
Voto: 3,5/5
mercoledì 23 settembre 2026
Aaron / Ben Gijsemans
Aaron / Ben Gijsemans; trad. dal nederlandese di Laura Pignatti. Roma: Coconino – Fandango, 2023.
Era tanto che non leggevo un graphic novel. Negli ultimi tempi ho incrociato talmente tanti bei romanzi che avevo lasciato un po' da parte il mondo dei fumetti, per il quale pure ho avuto in passato momenti di passione e che in molti casi sono stati un antidoto al temporaneo disamore per la lettura dei romanzi.
Riprendo contatto con i graphic novel con questo albo del fumettista belga Ben Gijsemans che ha come protagonista e titolo Aaron, un ragazzo ventenne timido e introverso.
Sul piano formale Gijsemans sceglie una struttura elegante e al contempo minimale, che come altri hanno fatto notare, ricorda in parte lo stile di Chris Ware. Le pagine sono organizzate sempre su 12 riquadri, in cui la transizione tra un'immagine e l'altra è lenta e basata su pochi dettagli, veicolando sentimenti sottili e non facilmente rappresentabili come la noia, il tormento interiore, il desiderio, il disgusto.
A inframmezzare questo racconto alcune pagine sono un metafumetto e rappresentano, con uno stile di disegno e colore vintage, estratti da vecchi fumetti di supereroi di cui Aaron ha un'ampia collezione e che legge per distrarsi dalle difficili sensazioni che si trova a vivere.
La vita di Aaron è apparentemente piuttosto normale: studia per gli esami universitari, esce con un amico, cena e guarda la tv con i genitori, incontra una ragazza.
Capiamo però fin da subito, grazie alla grande capacità di Gijsemans di esprimersi in maniera sottile, che Aaron ha un profondo tormento interiore, qualcosa che emerge a poco a poco mentre guarda dalla finestra un bambino giocare a calcio da solo o interagisce con il figlio della compagna di suo fratello.
Gijsemans accetta la sfida di raccontare l'indicibile e l'inaccettabile, e lo fa "costringendoci" all'empatia, senza puntare il dito, senza proporre soluzioni, senza nascondere l'irricevibilità.
Ma se la grandezza dell'essere umano sta nella capacità di mettersi nei panni dei suoi simili per capire e costruire insieme le regole sociali e morali che non sono necessariamente iscritte nel nostro DNA, l'albo di Gijsemans ci riesce perfettamente.
Resta una domanda aperta: come sarà il futuro di Aaron, come gestirà una condizione che non ha scelto, che fine farà? Domande che come società forse dovremmo porci, senza mettere la testa sotto la sabbia.
Voto: 3,5/5
Era tanto che non leggevo un graphic novel. Negli ultimi tempi ho incrociato talmente tanti bei romanzi che avevo lasciato un po' da parte il mondo dei fumetti, per il quale pure ho avuto in passato momenti di passione e che in molti casi sono stati un antidoto al temporaneo disamore per la lettura dei romanzi.
Riprendo contatto con i graphic novel con questo albo del fumettista belga Ben Gijsemans che ha come protagonista e titolo Aaron, un ragazzo ventenne timido e introverso.
Sul piano formale Gijsemans sceglie una struttura elegante e al contempo minimale, che come altri hanno fatto notare, ricorda in parte lo stile di Chris Ware. Le pagine sono organizzate sempre su 12 riquadri, in cui la transizione tra un'immagine e l'altra è lenta e basata su pochi dettagli, veicolando sentimenti sottili e non facilmente rappresentabili come la noia, il tormento interiore, il desiderio, il disgusto.
A inframmezzare questo racconto alcune pagine sono un metafumetto e rappresentano, con uno stile di disegno e colore vintage, estratti da vecchi fumetti di supereroi di cui Aaron ha un'ampia collezione e che legge per distrarsi dalle difficili sensazioni che si trova a vivere.
La vita di Aaron è apparentemente piuttosto normale: studia per gli esami universitari, esce con un amico, cena e guarda la tv con i genitori, incontra una ragazza.
Capiamo però fin da subito, grazie alla grande capacità di Gijsemans di esprimersi in maniera sottile, che Aaron ha un profondo tormento interiore, qualcosa che emerge a poco a poco mentre guarda dalla finestra un bambino giocare a calcio da solo o interagisce con il figlio della compagna di suo fratello.
Gijsemans accetta la sfida di raccontare l'indicibile e l'inaccettabile, e lo fa "costringendoci" all'empatia, senza puntare il dito, senza proporre soluzioni, senza nascondere l'irricevibilità.
Ma se la grandezza dell'essere umano sta nella capacità di mettersi nei panni dei suoi simili per capire e costruire insieme le regole sociali e morali che non sono necessariamente iscritte nel nostro DNA, l'albo di Gijsemans ci riesce perfettamente.
Resta una domanda aperta: come sarà il futuro di Aaron, come gestirà una condizione che non ha scelto, che fine farà? Domande che come società forse dovremmo porci, senza mettere la testa sotto la sabbia.
Voto: 3,5/5
lunedì 21 settembre 2026
Acqua sporca / Nadeesha Uyangoda
Acqua sporca / Nadeesha Uyangoda. Torino: Einaudi, 2025.
Della sestina dei libri candidati quest’anno al Premio Strega decido per il momento di leggere solo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, perché è un libro che in qualche modo prosegue il mio trend di letture che riguardano storie provenienti da paesi più o meno lontani e che gettano luce su altre culture.
Nadeesha Uyangoda è nata in Sri Lanka, ma vive in Italia da moltissimi anni, e dunque parla e scrive (tra l’altro benissimo) in italiano.
Leggo che ha già pubblicato altri libri e che cura la bellissima rubrica “Il libro” di Internazionale, ma io ci vengo a contatto solo adesso.
In Acqua sporca la Uyangoda racconta la storia di diverse donne, principalmente tre sorelle, Neela (che si è trasferita in Italia per lavorare), Himali e Pavitra che sono rimaste in Sri Lanka, ma anche le loro figlie, in particolare Ayesha, la figlia di Neela, che vive anche lei in Italia e che ha un rapporto molto contraddittorio e stratificato sia con l’Italia sia con il suo paese di origine.
Il libro della Uyangoda ha tanto al suo interno: la condizione di chi ha lasciato il suo paese per necessità e che in qualche modo continua a guardare a quello come suo approdo, nonostante il tempo passato congeli nella sua mente il mondo di origine che invece nel frattempo è cambiato, la condizione di chi è rimasto lì e guarda con invidia e a volte non comprende la condizione di chi è partito, la condizione delle seconde generazioni che vivono un senso di straniamento e di mancanza di radicamento.
In questo mix già parecchio aggrovigliato si inseriscono tradizioni, culture, contesti sociali molto differenti, non sempre facili da comprendere o da far convivere.
Il romanzo della Uyangoda è interessante e ben scritto; devo però dire che non è riuscito mai davvero a conquistarmi, non mi è mai entrato sotto pelle. Non so bene se perché troppa è la carne al fuoco, oppure perché ho fatto fatica a capire le parti riferite alla cultura cingalese, che forse avrebbero richiesto almeno un glossario finale per contestualizzare alcuni elementi citati.
Ma magari è stato anche il momento in cui l’ho letto. Mi piacerebbe sentire qualcun altro che invece lo ha apprezzato più di me.
Voto: 3/5
Della sestina dei libri candidati quest’anno al Premio Strega decido per il momento di leggere solo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, perché è un libro che in qualche modo prosegue il mio trend di letture che riguardano storie provenienti da paesi più o meno lontani e che gettano luce su altre culture.
Nadeesha Uyangoda è nata in Sri Lanka, ma vive in Italia da moltissimi anni, e dunque parla e scrive (tra l’altro benissimo) in italiano.
Leggo che ha già pubblicato altri libri e che cura la bellissima rubrica “Il libro” di Internazionale, ma io ci vengo a contatto solo adesso.
In Acqua sporca la Uyangoda racconta la storia di diverse donne, principalmente tre sorelle, Neela (che si è trasferita in Italia per lavorare), Himali e Pavitra che sono rimaste in Sri Lanka, ma anche le loro figlie, in particolare Ayesha, la figlia di Neela, che vive anche lei in Italia e che ha un rapporto molto contraddittorio e stratificato sia con l’Italia sia con il suo paese di origine.
Il libro della Uyangoda ha tanto al suo interno: la condizione di chi ha lasciato il suo paese per necessità e che in qualche modo continua a guardare a quello come suo approdo, nonostante il tempo passato congeli nella sua mente il mondo di origine che invece nel frattempo è cambiato, la condizione di chi è rimasto lì e guarda con invidia e a volte non comprende la condizione di chi è partito, la condizione delle seconde generazioni che vivono un senso di straniamento e di mancanza di radicamento.
In questo mix già parecchio aggrovigliato si inseriscono tradizioni, culture, contesti sociali molto differenti, non sempre facili da comprendere o da far convivere.
Il romanzo della Uyangoda è interessante e ben scritto; devo però dire che non è riuscito mai davvero a conquistarmi, non mi è mai entrato sotto pelle. Non so bene se perché troppa è la carne al fuoco, oppure perché ho fatto fatica a capire le parti riferite alla cultura cingalese, che forse avrebbero richiesto almeno un glossario finale per contestualizzare alcuni elementi citati.
Ma magari è stato anche il momento in cui l’ho letto. Mi piacerebbe sentire qualcun altro che invece lo ha apprezzato più di me.
Voto: 3/5
giovedì 17 settembre 2026
Coyote vs. Acme
Con la complicità di G., approfittando di una stagione cinematografica che non è ancora veramente decollata, vado a vedere Coyote vs. Acme, circondata da un sacco di famiglie con bambini ma anche da tanti adulti che per un paio d’ore vogliono tornare a essere bambini.
Il film di Dave Green - ispirato all'omonimo articolo satirico di Ian Frazier su The New Yorker - mescola live action e cartone animato, un mix che il cinema sperimenta da moltissimo tempo con alterni risultati, ma che la attuale tecnologia rende sempre più godibile dal punto di vista visivo.
La trama è presto detta. La premessa è quella che conoscono tutti quelli che hanno visto almeno una volta i cartoni con Willy Coyote e Beep Beep: da sempre Willy cerca di catturare Beep Beep, ma tutti gli stratagemmi, le attrezzature e i device che utilizza si dimostrano fallimentari, cosicché ad avere la peggio è sempre lui. Quando Coyote vede in televisione la pubblicità di uno studio legale che promette di aiutare i personaggi dei cartoni a portare avanti una causa contro la Acme, la società che produce i marchingegni da lui utilizzati, Willy decide di rivolgersi a loro per ottenere giustizia. In realtà, Kevin Avery (Will Forte), a capo di questo studio legale, è uno scioperato che si preoccupa solo di sbarcare il lunario e di non mettersi nei guai.
Avery si troverà coinvolto in qualcosa di più grande di lui, prima suo malgrado, poi convintamente, e, anche grazie all’interazione con Coyote e alla sua determinazione, nonché a quella con sua nipote e al suo entusiasmo, si farà infine paladino della giustizia.
Per chi da bambino – e non solo – ha amato i cartoni dei Looney Toons, Coyote vs. Acme è un film molto godibile che strappa risate e divertimento, ma anche qualche lacrimuccia grazie al metaforone tipicamente americano della lotta degli ultimi contro i potenti e della possibilità di riscatto individuale di ognuno.
Non si può chiedere molto di più a questo film, e per quanto sottotesto vogliamo leggerci noi adulti, resta un divertissement e come tale va preso.
Voto: 3/5
Il film di Dave Green - ispirato all'omonimo articolo satirico di Ian Frazier su The New Yorker - mescola live action e cartone animato, un mix che il cinema sperimenta da moltissimo tempo con alterni risultati, ma che la attuale tecnologia rende sempre più godibile dal punto di vista visivo.
La trama è presto detta. La premessa è quella che conoscono tutti quelli che hanno visto almeno una volta i cartoni con Willy Coyote e Beep Beep: da sempre Willy cerca di catturare Beep Beep, ma tutti gli stratagemmi, le attrezzature e i device che utilizza si dimostrano fallimentari, cosicché ad avere la peggio è sempre lui. Quando Coyote vede in televisione la pubblicità di uno studio legale che promette di aiutare i personaggi dei cartoni a portare avanti una causa contro la Acme, la società che produce i marchingegni da lui utilizzati, Willy decide di rivolgersi a loro per ottenere giustizia. In realtà, Kevin Avery (Will Forte), a capo di questo studio legale, è uno scioperato che si preoccupa solo di sbarcare il lunario e di non mettersi nei guai.
Avery si troverà coinvolto in qualcosa di più grande di lui, prima suo malgrado, poi convintamente, e, anche grazie all’interazione con Coyote e alla sua determinazione, nonché a quella con sua nipote e al suo entusiasmo, si farà infine paladino della giustizia.
Per chi da bambino – e non solo – ha amato i cartoni dei Looney Toons, Coyote vs. Acme è un film molto godibile che strappa risate e divertimento, ma anche qualche lacrimuccia grazie al metaforone tipicamente americano della lotta degli ultimi contro i potenti e della possibilità di riscatto individuale di ognuno.
Non si può chiedere molto di più a questo film, e per quanto sottotesto vogliamo leggerci noi adulti, resta un divertissement e come tale va preso.
Voto: 3/5
martedì 15 settembre 2026
Un giorno senza donne
La mia nuova stagione cinematografica – sempre che si possa dire che sia mai finita quella precedente – inizia con questo documentario realizzato da Pamela Hogan insieme a Vigdís Finnbogadóttir che racconta di come il 24 ottobre 1975 il 90% delle donne islandesi incrociò le braccia per un intero giorno per chiedere la parità dei diritti con gli uomini.
Il documentario è il genere cinematografico più subdolo e quello che più facilmente riesce a muovere i sentimenti dello spettatore, in quanto racconta storie vere e di solito lo fa con grande empatia.
Per questo di fronte a un documentario, dobbiamo sempre interrogarci sia sul valore dei suoi contenuti sia sulle sue qualità cinematografiche.
Nel caso di Un giorno senza donne, mi pare che il valore dei contenuti sia indubitabile: l’imponente sciopero (o day off, come venne chiamato all’epoca per non urtare le sensibilità delle donne conservatrici) organizzato dal movimento femminista islandese ha segnato una cesura nella storia dell’Islanda e ha avuto ricadute anche nei percorsi verso la parità di genere in molti altri paesi.
Il documentario descrive innanzitutto la situazione di forte subordinazione agli uomini e di grande disuguaglianza che vigeva in Islanda prima di allora, per poi raccontare come un manipolo di donne molto determinate riuscì in un’impresa straordinaria, forse impensabile in un paese diverso dall’Islanda.
Attraverso le interviste alle protagoniste di allora, una delle quali è la persona che ha collaborato con la regista nella realizzazione del film, Vigdís Finnbogadóttir, presidente dell’Islanda dal 1980 al 1996, la Hogan ci catapulta nella temperie in cui maturò l’evento, in un crescendo emotivo che non può che strappare l’applauso.
Dal punto di vista cinematografico, ho apprezzato molto la scelta di mescolare le interviste realizzate ad hoc non solo con materiale fotografico e video di archivio (cosa molto comune nei documentari), ma anche con immagini dell’imponente natura islandese (spesso con l’intento di creare un parallelismo con la forza e la determinazione di queste donne) e con animazioni realizzate da Joel Orloff, utilizzate per illustrare momenti e aneddoti ricostruibili solo dalle parole delle protagoniste e per conferire colore e ironia al racconto.
Per me che non conoscevo questa storia è stata una bellissima esperienza sia visiva che narrativa.
Voto: 3,5/5
Il documentario è il genere cinematografico più subdolo e quello che più facilmente riesce a muovere i sentimenti dello spettatore, in quanto racconta storie vere e di solito lo fa con grande empatia.
Per questo di fronte a un documentario, dobbiamo sempre interrogarci sia sul valore dei suoi contenuti sia sulle sue qualità cinematografiche.
Nel caso di Un giorno senza donne, mi pare che il valore dei contenuti sia indubitabile: l’imponente sciopero (o day off, come venne chiamato all’epoca per non urtare le sensibilità delle donne conservatrici) organizzato dal movimento femminista islandese ha segnato una cesura nella storia dell’Islanda e ha avuto ricadute anche nei percorsi verso la parità di genere in molti altri paesi.
Il documentario descrive innanzitutto la situazione di forte subordinazione agli uomini e di grande disuguaglianza che vigeva in Islanda prima di allora, per poi raccontare come un manipolo di donne molto determinate riuscì in un’impresa straordinaria, forse impensabile in un paese diverso dall’Islanda.
Attraverso le interviste alle protagoniste di allora, una delle quali è la persona che ha collaborato con la regista nella realizzazione del film, Vigdís Finnbogadóttir, presidente dell’Islanda dal 1980 al 1996, la Hogan ci catapulta nella temperie in cui maturò l’evento, in un crescendo emotivo che non può che strappare l’applauso.
Dal punto di vista cinematografico, ho apprezzato molto la scelta di mescolare le interviste realizzate ad hoc non solo con materiale fotografico e video di archivio (cosa molto comune nei documentari), ma anche con immagini dell’imponente natura islandese (spesso con l’intento di creare un parallelismo con la forza e la determinazione di queste donne) e con animazioni realizzate da Joel Orloff, utilizzate per illustrare momenti e aneddoti ricostruibili solo dalle parole delle protagoniste e per conferire colore e ironia al racconto.
Per me che non conoscevo questa storia è stata una bellissima esperienza sia visiva che narrativa.
Voto: 3,5/5
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