Uno degli ultimi spettacoli che vedo a teatro per questa stagione è La vegetariana, tratto dal romanzo della scrittrice nordcoreana Premio Nobel Han Kang, di cui conosco poco la produzione avendo letto solo Atti umani, con sensazioni a dire la verità un po’ contraddittorie.
La mia amica M. però ci tiene particolarmente a vedere questo spettacolo in quanto ha letto il romanzo ed è curiosa di capire come è stato trasposto sul palcoscenico, e io ben volentieri partecipo a questa esperienza.
Sul palco del Vascello una scenografia fatta con una parete di fondo e due pareti oblique su cui si aprono due porte che conducono – come vedremo - in due piccoli ambienti, un bagno e una cucina. Le pareti sono scrostate e l’atmosfera complessiva è piuttosto squallida.
Il primo personaggio con cui facciamo conoscenza è il marito della protagonista che fin da subito ci anticipa quello che ci aspetta. Ci dice che la moglie Yeong-hye è una donna ordinaria e scialba, che lui l'ha scelta appositamente per queste caratteristiche, garanzia di un rapporto duraturo. Tutto però è cambiato quando, a seguito di un sogno fatto di sangue, pezzi di carne e violenza, la donna ha deciso di diventare vegetariana, di eliminare completamente la carne dalla sua vita, carne che è centrale nella cucina tradizionale della Corea del Sud.
Questa scelta innesca una serie di conseguenze sia su Yeong-hye, la quale si radicalizza sempre di più nella sua scelta fino a sviluppare una specie di rigetto verso i corpi compreso il proprio, sia sulle persone che la circondano, il marito, i genitori, la sorella e suo marito. Le reazioni degli altri oscillano tra la rabbia, la repulsione, la paura e l’attrazione quasi morbosa.
Mentre il matrimonio di Yeong-hye va a rotoli, suo cognato – un artista – sviluppa quasi un’ossessione per lei che mescola desiderio di fare del corpo della donna un oggetto su cui intervenire artisticamente, ma anche di possederlo carnalmente.
Il deflagrare finale della situazione e l’emergere di verità sepolte che riguardano l’infanzia di Yeong-hye e i traumi che si porta dentro porteranno all’apice il crescendo di angoscia, senza dare sollievo allo spettatore, cosa del resto tipica della scrittura di Han Kang.
Non posso fare paragoni con il romanzo, però certamente posso dire che la drammaturgia, l’allestimento e la regia di questo spettacolo sono molto efficaci nel trasmettere sensazioni e atmosfere, e gli attori (oltre a Daria Deflorian, anche regista e come attrice nei panni della sorella della protagonista, ma anche Paolo Musio, Monica Piseddu, che letteralmente si mette a nudo di fronte al pubblico, e Gabriele Portoghese) riescono a trasmettere e ad amplificare sentimenti contraddittori, che oscillano tra il dimesso e il violento. La recitazione un po’ strascicata alla lunga mi ha un pochino infastidita, ma certamente si è trattato di una precisa scelta interpretativa.
Anche se a tratti l’ho trovato un po’ pesante, nel complesso lo spettacolo è riuscito a tenere desta e viva l’attenzione, grazie anche al fondo di angoscia, non solo in me, ma persino in mio padre, che durante la sua permanenza romana si è sorbito un po’ di spettacoli insieme a me.
Voto: 3,5/5
martedì 26 maggio 2026
domenica 24 maggio 2026
Céleste / Chloé Cruchaudet
Céleste / Chloé Cruchaudet; trad. di Simona Munari e Sara D'Ippolito. Roma: Coconino Press - Fandango, 2025.
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
venerdì 22 maggio 2026
Nella carne / David Szalay
Nella carne / David Szalay; trad. di Anna Rusconi. Milano: Adelphi, 2025.
Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.
E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.
Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.
Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.
Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.
Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.
Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.
Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.
Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.
La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.
Voto: 4/5
Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.
E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.
Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.
Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.
Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.
Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.
Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.
Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.
Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.
La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.
Voto: 4/5
mercoledì 20 maggio 2026
Tutti gli uomini che non sono / di e con Paolo Calabresi. Teatro Ambra Jovinelli, 14 maggio 2026
Vado a vedere questo spettacolo un po’ stanca e un po’ prevenuta perché quest’anno all’Ambra Jovinelli qualche “fregatura” l’ho presa. Però Paolo Calabresi è bravo e la presentazione dello spettacolo mi ha incuriosita.
Tutti gli uomini che non sono è uno spettacolo originale nella sua costruzione, perché racconta una fase vera della vita di Calabresi e la inserisce dentro un contesto teatrale, giocando sulla labilità del confine tra vero e falso.
La parte sicuramente vera, supportata tra l’altro dai video che campeggiano sulla scenografia dello spettacolo, che sembra riprodurre la parete attrezzata in un interno, è quella delle molteplici situazioni in cui in passato Paolo Calabresi si è spacciato per qualcun altro, con effetti paradossali ed esilaranti. Il tutto era cominciato quasi per gioco, ossia poter andare a vedere la partita Milan-Roma a Milano nonostante i biglietti fossero esauriti. E quella volta, senza nemmeno troppo travestimento, nei panni di Nicolas Cage, Calabresi riuscì perfettamente nell’intento. Da lì l’attore romano ripeté l’operazione, interpretando sia personaggi reali come Marilyn Manson, sia personaggi inventati tra cui un cardinale, un presidente di un ente europeo del calcio, un ex cieco, un’autorità istituzionale di uno stato africano.
Obiettivo più o meno dichiarato quello di potersi prendere gioco di persone e organizzazioni, anche ad alti livelli, dimostrando in un certo senso la permeabilità di certi ambienti e anche la credulità delle persone, non solo quelle comuni. E soprattutto, come lo stesso Calabresi ci dice, quanto gli esseri umani siano sensibili e dunque propensi a credere alle storie, se queste sono ben scritte e presentate.
Tutto questo è inserito a sua volta in una storia più ampia, che – anche in questo caso – non sappiamo fino a che punto sia vera, e fa riferimento alla vita personale di Paolo. Il “gioco” dei travestimenti inizia infatti in un momento doloroso, quello della morte ravvicinata di entrambi i genitori, e probabilmente è il modo creativo che inconsciamente l’attore trova per non sentire il dolore e forse per elaborare il lutto. C’è dunque tanto da ridere nei retroscena di questo gioco, ma anche una motivazione psicologica profonda, cosicché se inizialmente i travestimenti diventano una specie di gioco familiare in cui anche moglie e figli vengono coinvolti, man mano l’ossessione di Paolo mette in discussione persino la stabilità del suo matrimonio e il rapporto con i figli, diventati nel frattempo quattro.
Il tono dello spettacolo oscilla dunque costantemente tra il comico e il malinconico, quest'ultimo spesso portato in scena da Carolina Di Domenico che interpreta Fiamma, la moglie di Paolo, e che diventa in qualche modo il suo aggancio con la realtà.
Tutti gli uomini che non sono può sembrare a prima vista un’opera autoreferenziale, nata per rievocare le performance-bravate del passato, e invece diventa in fondo l’occasione per molte altre riflessioni non scontate.
Mi è piaciuto, mi ha fatto ridere e commuovere. E ho trovato molto bravo Paolo Calabresi, e soprattutto Carolina Di Domenico.
Voto: 3,5/5
Tutti gli uomini che non sono è uno spettacolo originale nella sua costruzione, perché racconta una fase vera della vita di Calabresi e la inserisce dentro un contesto teatrale, giocando sulla labilità del confine tra vero e falso.
La parte sicuramente vera, supportata tra l’altro dai video che campeggiano sulla scenografia dello spettacolo, che sembra riprodurre la parete attrezzata in un interno, è quella delle molteplici situazioni in cui in passato Paolo Calabresi si è spacciato per qualcun altro, con effetti paradossali ed esilaranti. Il tutto era cominciato quasi per gioco, ossia poter andare a vedere la partita Milan-Roma a Milano nonostante i biglietti fossero esauriti. E quella volta, senza nemmeno troppo travestimento, nei panni di Nicolas Cage, Calabresi riuscì perfettamente nell’intento. Da lì l’attore romano ripeté l’operazione, interpretando sia personaggi reali come Marilyn Manson, sia personaggi inventati tra cui un cardinale, un presidente di un ente europeo del calcio, un ex cieco, un’autorità istituzionale di uno stato africano.
Obiettivo più o meno dichiarato quello di potersi prendere gioco di persone e organizzazioni, anche ad alti livelli, dimostrando in un certo senso la permeabilità di certi ambienti e anche la credulità delle persone, non solo quelle comuni. E soprattutto, come lo stesso Calabresi ci dice, quanto gli esseri umani siano sensibili e dunque propensi a credere alle storie, se queste sono ben scritte e presentate.
Tutto questo è inserito a sua volta in una storia più ampia, che – anche in questo caso – non sappiamo fino a che punto sia vera, e fa riferimento alla vita personale di Paolo. Il “gioco” dei travestimenti inizia infatti in un momento doloroso, quello della morte ravvicinata di entrambi i genitori, e probabilmente è il modo creativo che inconsciamente l’attore trova per non sentire il dolore e forse per elaborare il lutto. C’è dunque tanto da ridere nei retroscena di questo gioco, ma anche una motivazione psicologica profonda, cosicché se inizialmente i travestimenti diventano una specie di gioco familiare in cui anche moglie e figli vengono coinvolti, man mano l’ossessione di Paolo mette in discussione persino la stabilità del suo matrimonio e il rapporto con i figli, diventati nel frattempo quattro.
Il tono dello spettacolo oscilla dunque costantemente tra il comico e il malinconico, quest'ultimo spesso portato in scena da Carolina Di Domenico che interpreta Fiamma, la moglie di Paolo, e che diventa in qualche modo il suo aggancio con la realtà.
Tutti gli uomini che non sono può sembrare a prima vista un’opera autoreferenziale, nata per rievocare le performance-bravate del passato, e invece diventa in fondo l’occasione per molte altre riflessioni non scontate.
Mi è piaciuto, mi ha fatto ridere e commuovere. E ho trovato molto bravo Paolo Calabresi, e soprattutto Carolina Di Domenico.
Voto: 3,5/5
lunedì 18 maggio 2026
La stagione che non c'era / Elvira Mujčić
La stagione che non c'era / Elvira Mujčić. Milano: Guanda, 2025.
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.
La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.
Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.
Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.
Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.
Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).
La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.
Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.
Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.
La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.
Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.
Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.
Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.
La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.
Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.
Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.
Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.
Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).
La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.
Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.
Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.
La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.
Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.
Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.
Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
sabato 16 maggio 2026
Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow / con Paola Minaccioni. Teatro Ambra Jovinelli, 29 aprile 2026
Convintamente compro insieme ad amici il biglietto per andare a vedere all'Ambra Jovinelli l'ultimo spettacolo con Paola Minaccioni, che avevo apprezzato molto negli ultimi anni a teatro, sia nella dimensioni propriamente comica che in quella in parte più drammatica.
La mia decisione è rafforzata dalla presenza nel cast di Monica Nappo, che pure è un'attrice che mi piace molto.
Non so esattamente cosa attendermi da Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow e volontariamente non ho letto nulla in proposito per non farmi condizionare (e poi perché il tempo a disposizione è sempre meno).
Scopro solo dopo che si tratta di una dark comedy della scrittrice e drammaturga americana Julia May Jonas, che anche se a me non dice nulla ha vinto con i suoi lavori diversi premi.
Questo testo ruota in particolare intorno a Kim Sparrow, una donna con un passato da alcolista, che ora è la manager di un negozio di abbigliamento vintage, nel quale lavora anche la giovane Tussie (Valentina Spaletta Tavella). Tra le due c'è una complicità ma anche una tensione caratteriale e generazionale che rende il rapporto poco equilibrato.
Quando Kim e Tussie progettano di rubare dei costosi abiti vintage dalla casa familiare di una ricca ragazza con cui per caso Kim è venuta in contatto, nel piano si inserisce anche Blatta (Monica Nappo), amica storica di Kim, che non vede di buon occhio la relazione dell'amica con Tussie della quale non si fida.
In questo triangolo fatto di rivelazioni, confessioni, scontri verbali, nei quali Kim si trova in qualche modo tirata ora da una parte ora dall'altra, le cose a un certo punto prenderanno una piega inattesa e tragica.
C'è un po' di Thelma e Louise in questo testo, e anche un po' di Lenni e Stella, protagoniste del romanzo Benzina di Elena Stancanelli, insomma un focus su delle cattive ragazze che non ci stanno a seguire le regole e a fare quello che gli altri si aspettano da loro, però qui non c'è solo il conflitto sociale, bensì anche quello generazionale e la dinamica di un rapporto a tre con tutte le sue implicazioni.
Sulla carta ci potrebbe stare tutto e potrebbe anche essere interessante, però lo spettacolo diretto da Cristina Spina sembra rimanere per tutto il tempo allo stato di promessa senza mai decollare veramente. Non so se dipenda dal testo di partenza, dall'adattamento o dalla regia, ma tant'è. Come spettatori si fa fatica ad appassionarsi ai personaggi, a empatizzare con loro, e né la risata né il dramma riescono ad essere pienamente coinvolgenti.
Peccato dal mio punto di vista perché l'ho vissuta come un'occasione mancata.
Voto: 2,5/5
La mia decisione è rafforzata dalla presenza nel cast di Monica Nappo, che pure è un'attrice che mi piace molto.
Non so esattamente cosa attendermi da Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow e volontariamente non ho letto nulla in proposito per non farmi condizionare (e poi perché il tempo a disposizione è sempre meno).
Scopro solo dopo che si tratta di una dark comedy della scrittrice e drammaturga americana Julia May Jonas, che anche se a me non dice nulla ha vinto con i suoi lavori diversi premi.
Questo testo ruota in particolare intorno a Kim Sparrow, una donna con un passato da alcolista, che ora è la manager di un negozio di abbigliamento vintage, nel quale lavora anche la giovane Tussie (Valentina Spaletta Tavella). Tra le due c'è una complicità ma anche una tensione caratteriale e generazionale che rende il rapporto poco equilibrato.
Quando Kim e Tussie progettano di rubare dei costosi abiti vintage dalla casa familiare di una ricca ragazza con cui per caso Kim è venuta in contatto, nel piano si inserisce anche Blatta (Monica Nappo), amica storica di Kim, che non vede di buon occhio la relazione dell'amica con Tussie della quale non si fida.
In questo triangolo fatto di rivelazioni, confessioni, scontri verbali, nei quali Kim si trova in qualche modo tirata ora da una parte ora dall'altra, le cose a un certo punto prenderanno una piega inattesa e tragica.
C'è un po' di Thelma e Louise in questo testo, e anche un po' di Lenni e Stella, protagoniste del romanzo Benzina di Elena Stancanelli, insomma un focus su delle cattive ragazze che non ci stanno a seguire le regole e a fare quello che gli altri si aspettano da loro, però qui non c'è solo il conflitto sociale, bensì anche quello generazionale e la dinamica di un rapporto a tre con tutte le sue implicazioni.
Sulla carta ci potrebbe stare tutto e potrebbe anche essere interessante, però lo spettacolo diretto da Cristina Spina sembra rimanere per tutto il tempo allo stato di promessa senza mai decollare veramente. Non so se dipenda dal testo di partenza, dall'adattamento o dalla regia, ma tant'è. Come spettatori si fa fatica ad appassionarsi ai personaggi, a empatizzare con loro, e né la risata né il dramma riescono ad essere pienamente coinvolgenti.
Peccato dal mio punto di vista perché l'ho vissuta come un'occasione mancata.
Voto: 2,5/5
giovedì 14 maggio 2026
Il fuoco che ti porti dentro / Antonio Franchini
Il fuoco che ti porti dentro / Antonio Franchini. Venezia: Marsilio, 2024.
Ricevo questo libro in regalo a Natale da S., un’amica dei cui gusti letterari mi fido molto. E dunque, nonostante ultimamente io legga pochissimi romanzi italiani, decido di fare una pausa dalle mie letture di autori provenienti da altri posti del mondo per dedicarmi a questo libro.
Non conoscevo Antonio Franchini e leggendo qua e là me ne faccio un’idea piuttosto composita, e probabilmente se ne avessi letto prima non mi sarei decisa a comprare un suo libro.
Il fuoco che ti porti dentro non è propriamente un romanzo, bensì un memoir che lo scrittore dedica alla figura di sua madre, Angela Izzo, una persona le cui caratteristiche e la cui storia ne fanno però un personaggio davvero romanzesco.
Franchini, fin dalle prime battute del libro, prende le distanze da sua madre, dicendo che “puzza”, concetto che sarà ribadito altre volte nelle pagine successive.
E questa è solo la premessa del ritratto di una persona strabordante, eccessiva e testarda, che è la madre dello scrittore. Una donna appartenente a una certa generazione e a una certa tipologia di donne del sud che chi proviene da quelle terre conosce molto bene: donne – di solito madri - che fanno della polemica e del conflitto col mondo la loro cifra distintiva, spesso altra metà di una coppia con mariti piuttosto miti o comunque mediamente molto silenziosi.
Angela Izzo ce l’ha con tutto e con tutti, è capace di profondissimi odii, ma anche di riprendere da un giorno all’altro i rapporti con persone che fino a poco prima ha ricoperto di insulti. È diffidente, sospettosa, pensa sempre che il mondo la voglia fregare, si sente vittima del tradimento di tutti, anche di quello dei suoi figli, che non sono autorizzati a fare scelte che lei non condivida.
Non ho potuto fare a meno di riconoscere in questa donna tanti tratti di mia madre, per quanto forse meno eclatanti e probabilmente meno pubblici, e mentre leggevo mi confermavo nell’idea, che in parte avevo già maturato nel corso degli anni, che probabilmente alcune caratteristiche, oltre e più che caratteriali, sono espressione di una mentalità, di una provenienza, di una generazione.
E come lo scrittore, anche io nel tempo, soprattutto dopo che sono andata a studiare fuori di casa e a poco a poco ho costruito la mia vita al di fuori della famiglia di origine, mi sono resa conto che molto di quello che avevo dato per scontato e che pensavo fosse inevitabile era solo una dei mille modi possibili di essere e che avevo la possibilità di cercare il mio modo di essere, forse per certi versi poco meridionale, e anche un po’ refrattario a una certa forma di meridionalità.
E non a caso il memoir di Franchini non è solo il racconto di una madre e del rapporto tra una madre e un figlio, ma anche del rapporto tra Sud e Nord, in senso non esclusivamente geografico, ma anche concettuale e culturale.
Cosicché quando Angela si trasferisce a vivere a Milano, dove il figlio vive da tempo (e anche sua sorella con famiglia), le parti si invertono e si capovolge il rapporto tra normalità e deviazione dalla normalità, che è poi sempre e soltanto culturale e soggettiva.
In definitiva, non mi aspettavo molto e invece l’ho trovato un gran libro, innanzitutto per una scrittura di alto profilo, in secondo luogo perché è riuscito ad entusiasmarmi senza farmi empatizzare del tutto né con la protagonista né con la voce narrante, in terzo luogo perché è riuscito a far passare il concetto che il rapporto con le nostre madri è imprescindibile e un legame profondo è inevitabile anche se si nasconde nelle pieghe del disprezzo e talvolta dell’odio.
Voto: 3,5/5
Ricevo questo libro in regalo a Natale da S., un’amica dei cui gusti letterari mi fido molto. E dunque, nonostante ultimamente io legga pochissimi romanzi italiani, decido di fare una pausa dalle mie letture di autori provenienti da altri posti del mondo per dedicarmi a questo libro.
Non conoscevo Antonio Franchini e leggendo qua e là me ne faccio un’idea piuttosto composita, e probabilmente se ne avessi letto prima non mi sarei decisa a comprare un suo libro.
Il fuoco che ti porti dentro non è propriamente un romanzo, bensì un memoir che lo scrittore dedica alla figura di sua madre, Angela Izzo, una persona le cui caratteristiche e la cui storia ne fanno però un personaggio davvero romanzesco.
Franchini, fin dalle prime battute del libro, prende le distanze da sua madre, dicendo che “puzza”, concetto che sarà ribadito altre volte nelle pagine successive.
E questa è solo la premessa del ritratto di una persona strabordante, eccessiva e testarda, che è la madre dello scrittore. Una donna appartenente a una certa generazione e a una certa tipologia di donne del sud che chi proviene da quelle terre conosce molto bene: donne – di solito madri - che fanno della polemica e del conflitto col mondo la loro cifra distintiva, spesso altra metà di una coppia con mariti piuttosto miti o comunque mediamente molto silenziosi.
Angela Izzo ce l’ha con tutto e con tutti, è capace di profondissimi odii, ma anche di riprendere da un giorno all’altro i rapporti con persone che fino a poco prima ha ricoperto di insulti. È diffidente, sospettosa, pensa sempre che il mondo la voglia fregare, si sente vittima del tradimento di tutti, anche di quello dei suoi figli, che non sono autorizzati a fare scelte che lei non condivida.
Non ho potuto fare a meno di riconoscere in questa donna tanti tratti di mia madre, per quanto forse meno eclatanti e probabilmente meno pubblici, e mentre leggevo mi confermavo nell’idea, che in parte avevo già maturato nel corso degli anni, che probabilmente alcune caratteristiche, oltre e più che caratteriali, sono espressione di una mentalità, di una provenienza, di una generazione.
E come lo scrittore, anche io nel tempo, soprattutto dopo che sono andata a studiare fuori di casa e a poco a poco ho costruito la mia vita al di fuori della famiglia di origine, mi sono resa conto che molto di quello che avevo dato per scontato e che pensavo fosse inevitabile era solo una dei mille modi possibili di essere e che avevo la possibilità di cercare il mio modo di essere, forse per certi versi poco meridionale, e anche un po’ refrattario a una certa forma di meridionalità.
E non a caso il memoir di Franchini non è solo il racconto di una madre e del rapporto tra una madre e un figlio, ma anche del rapporto tra Sud e Nord, in senso non esclusivamente geografico, ma anche concettuale e culturale.
Cosicché quando Angela si trasferisce a vivere a Milano, dove il figlio vive da tempo (e anche sua sorella con famiglia), le parti si invertono e si capovolge il rapporto tra normalità e deviazione dalla normalità, che è poi sempre e soltanto culturale e soggettiva.
In definitiva, non mi aspettavo molto e invece l’ho trovato un gran libro, innanzitutto per una scrittura di alto profilo, in secondo luogo perché è riuscito ad entusiasmarmi senza farmi empatizzare del tutto né con la protagonista né con la voce narrante, in terzo luogo perché è riuscito a far passare il concetto che il rapporto con le nostre madri è imprescindibile e un legame profondo è inevitabile anche se si nasconde nelle pieghe del disprezzo e talvolta dell’odio.
Voto: 3,5/5
martedì 12 maggio 2026
La torta del presidente
Finalmente riesco a recuperare l’opera prima di Hasan Hadi, La torta del presidente, ambientata in Iraq alla fine di aprile del 1990, a due giorni dal compleanno dell’allora presidente Saddam Hussein.
In questi due giorni seguiremo le avventure e disavventure di una ragazzina di nove anni, Lamia (Banin Ahmad Nayef), che vive nella zona paludosa alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, in una capanna di giunchi, insieme alla sua amatissima nonna Bibi.
Quando Lamia viene sorteggiata a scuola per preparare la torta per i festeggiamenti del compleanno del presidente, insieme alla nonna e al gallo Hindi, che lei tratta come un amico, la bambina si mette in viaggio per la città alla ricerca degli ingredienti, che in un Iraq ridotto alla povertà sono praticamente introvabili e, se lo sono, hanno costi inaffrontabili.
Durante questa avventura, Lamia e Bibi incontreranno persone disposte ad aiutarle e altre che si approfitteranno di loro, saranno separate dagli eventi, e infine si rincontreranno in circostanze che metteranno Lamia di fronte a nuove responsabilità.
Un coming of age che da un lato sa di fiaba (le traversie di Lamia fanno pensare tantissimo a quelle di Pinocchio, e sembra quasi di poter riconoscere i personaggi e le situazioni, da Mangiafuoco alla fatina, da Lucignolo al gatto e la volpe), ma dall’altro risulta profondamente realistico nel tratteggiare un paese in cui l’immagine del presidente dittatore è onnipresente, mentre il paese è allo sbando e la corruzione e la povertà dilagano.
Il tutto accentuato dal contrasto tra l’ambiente da cui Lamia proviene, fotografato in un modo che ne trasmette la bellezza, la poesia e la fragilità, e il caos cittadino che tutto inghiotte e alla fine risputa, proprio come la balena di Pinocchio.
La chiusura del film con le immagini vere di Saddam Hussein che taglia una enorme torta per i suoi 50 anni è il giusto corollario a un'opera che parla della storia complessa di un paese, ma lo fa attraverso la piccola storia di una bambina che va imparando il bene e il male, ma anche il valore dell’amicizia e l’importanza dell’eredità familiare, e che attraverso queste esperienze entra in una nuova fase della vita.
Un piccolo gioiellino da non perdere.
Voto: 3,5/5
In questi due giorni seguiremo le avventure e disavventure di una ragazzina di nove anni, Lamia (Banin Ahmad Nayef), che vive nella zona paludosa alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, in una capanna di giunchi, insieme alla sua amatissima nonna Bibi.
Quando Lamia viene sorteggiata a scuola per preparare la torta per i festeggiamenti del compleanno del presidente, insieme alla nonna e al gallo Hindi, che lei tratta come un amico, la bambina si mette in viaggio per la città alla ricerca degli ingredienti, che in un Iraq ridotto alla povertà sono praticamente introvabili e, se lo sono, hanno costi inaffrontabili.
Durante questa avventura, Lamia e Bibi incontreranno persone disposte ad aiutarle e altre che si approfitteranno di loro, saranno separate dagli eventi, e infine si rincontreranno in circostanze che metteranno Lamia di fronte a nuove responsabilità.
Un coming of age che da un lato sa di fiaba (le traversie di Lamia fanno pensare tantissimo a quelle di Pinocchio, e sembra quasi di poter riconoscere i personaggi e le situazioni, da Mangiafuoco alla fatina, da Lucignolo al gatto e la volpe), ma dall’altro risulta profondamente realistico nel tratteggiare un paese in cui l’immagine del presidente dittatore è onnipresente, mentre il paese è allo sbando e la corruzione e la povertà dilagano.
Il tutto accentuato dal contrasto tra l’ambiente da cui Lamia proviene, fotografato in un modo che ne trasmette la bellezza, la poesia e la fragilità, e il caos cittadino che tutto inghiotte e alla fine risputa, proprio come la balena di Pinocchio.
La chiusura del film con le immagini vere di Saddam Hussein che taglia una enorme torta per i suoi 50 anni è il giusto corollario a un'opera che parla della storia complessa di un paese, ma lo fa attraverso la piccola storia di una bambina che va imparando il bene e il male, ma anche il valore dell’amicizia e l’importanza dell’eredità familiare, e che attraverso queste esperienze entra in una nuova fase della vita.
Un piccolo gioiellino da non perdere.
Voto: 3,5/5
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