giovedì 4 giugno 2026

Maborosi – I bagliori dell’anima

La retrospettiva che alcuni cinema stanno dedicando alla filmografia di Hirokazu Kore'eda mi offre la possibilità di vedere sul grande schermo il primo lungometraggio del regista giapponese che da un po’ di anni a questa parte, pur tra alti e bassi, ho imparato ad amare in modo speciale.

Maborosi è un film del 1995 – e lo si vede dall’uso della pellicola e da quella ridotta nitidezza a cui il digitale ci ha completamente disabituato – e racconta la storia di Yumiko (Makiko Esumi), la cui esistenza è segnata da due perdite. La prima, avvenuta quando Yumiko aveva nove anni, aveva riguardato la nonna, allontanatasi da casa e mai più ritrovata, la seconda causata dal suicidio del marito di Yumiko, senza apparenti spiegazioni, che l’aveva lasciata da sola con un bambino molto piccolo.

Per entrambe le perdite, Yumiko vive sensi di colpa più o meno consapevoli, che spesso si ripresentano nei sogni. Cosicché anche quando la donna si trasferisce da Osaka in un piccolo villaggio sul mare nella regione delle Alpi giapponesi per costruire una seconda famiglia insieme a un vedovo rimasto a sua volta solo con una figlia, la ritrovata serenità sarà a più riprese turbata dalla paura di rivivere quell’incubo e dalla ricerca di un’impossibile spiegazione.

In questo primo film di Hirokazu Kore'eda, pur essendo già presenti alcuni elementi che diventeranno poi tipici della sua poetica e caratterizzanti per la sua filmografia successiva, ci troviamo però di fronte a una versione più involuta e bergmaniana della sua narrazione.

In Maborosi, pur essendo presenti alcune importanti svolte narrative e alcune scene magistrali per il loro pathos, come quella di Yumiko che segue un corteo funebre al tramonto sulla riva del mare, le parole sono minimali, i sentimenti sono sottesi e lasciati all’intuizione dello spettatore, tutto è molto trattenuto, e il girato sembra documentare più che interpretare o capire.

Nondimeno emerge fin da subito la straordinaria capacità di Kore'eda di dirigere i bambini, e le scene di gioco dei due fratellastri (il figlio di Yumiko e la figlia del suo secondo marito) sono tra le più tenere del film, nonché l’attenzione alla tematica della famiglia o meglio dei legami familiari, anche quelli che vanno al di là dei legami di sangue, cose che raggiungeranno il loro apice in film successivi.

C’è sicuramente di mezzo anche una distanza culturale che in questo film più che in altri sentiamo molto forte, cosicché l’esperienza di visione di Maborosi, che sul piano visivo è notevole grazie a una fotografia di altissimo livello, risulta invece un po’ contraddittoria sul piano emotivo.

Spero di riuscire a recuperare anche qualche altro dei suoi film mai usciti in sala in programmazione nelle prossime settimane per avere la possibilità di vedere il percorso di questo autore.

Voto: 3/5


martedì 2 giugno 2026

Los de ahí / Claudio Tolcachir. Teatro India, 24 maggio 2026

In chiusura della stagione teatrale 2025-2026 vado a vedere per la prima volta a teatro (in realtà lo avevo già incrociato in una regia di Anna Cappelli) un lavoro di Claudio Tolcachir, il regista e drammaturgo argentino trapiantato a Madrid che ha strette relazioni anche con il teatro italiano.

All’India sono infatti in programmazione due suoi lavori; io per questioni di incastri vari riesco a vedere solo questo, Los de ahí (Quelli di qui), che racconta di quell’umanità ai margini che spesso risulta per noi quasi invisibile.

Lo spettacolo è recitato in spagnolo, con diversi accenti, e sovratitolato in italiano e, come ormai mi accade normalmente al cinema, nonostante la piccola fatica di dover leggere i sovratitoli, considero la recitazione in lingua originale un valore aggiunto imprescindibile.

I protagonisti sono inizialmente tre: Nuno, Munir e Dani, tre immigrati – provenienti da chissà dove – che vivono in un paese probabilmente del nord Europa, dove sbarcano il lunario stando appostati vicino a una macchinetta che di tanto in tanto segnala delle consegne da fare, recapita il pacco e fornisce, tramite cellulare, le istruzioni per la consegna che loro effettueranno in bicicletta sfidando i pericoli della strada.

Nuno ha una compagna e una figlia piccola, Lumi, e per questo ha bisogno di soldi: la sua compagna, Mirja, una donna del posto che ha conosciuto durante un viaggio e che poi è rimasta incinta, parla una lingua che lui fa fatica a capire, e quando a un certo punto compare nel luogo dove si riuniscono – e si nascondono – Nuno, Munir e Dani, con la sua lingua sconosciuta e i suoi comportamenti incomprensibili porta ulteriori elementi di angoscia.

Un altro personaggio femminile che si inserisce presto nella narrazione è quello di Susan, la compagna di Dani, che ha lasciato marito e figli per stare con lui, e che ora insieme a lui vive alla giornata, ed è sempre più preoccupata delle condizioni di salute di Dani, che sembrano peggiorare rapidamente.

Infine, c’è Eduardo, o meglio il suo fantasma, visto che di lui è rimasta solo la bicicletta, ma se ne sono perse le tracce da tempo, finito chissà dove o forse morto.

È un’umanità piena di vita quella che si muove dove nessuno la vede e che cerca di sopravvivere nonostante tutto, e che riesce a sperimentare forme di solidarietà e momenti di gioia e scherzo anche se tutto intorno è squallore e le prospettive future sono molto fosche, soprattutto quando la macchinetta dei pacchi comincia a non funzionare e nella notte viene portata via.

Che fine faranno queste persone invisibili? Come riusciranno a sopravvivere senza nemmeno questa attività?

Nonostante il clima quasi scanzonato che caratterizza le relazioni tra questi personaggi, una sotterranea angoscia attraversa tutta la narrazione, fin dai primi istanti, e aumenta man mano che si va avanti, in un crescendo che attanaglia lo spettatore fino allo spegnimento delle luci.

Bravi gli attori Nourdin Batán (Munir), Fer Fraga (Nuno), Malena Gutiérrez (Susan) – che ricordavo da Dieci capodanni di Sorogoyen -, Nuria Herrero (Mirja) e Gerardo Otero (Dani).

Voto: 3,5/5

domenica 31 maggio 2026

Il sogno del giaguaro / Miguel Bonnefoy

Il sogno del giaguaro / Miguel Bonnefoy. Roma: 66thand2nd, 2025.

Ringrazio quel giorno in cui in una newsletter a cui sono iscritta (quella di SALT editions) ho letto di questo libro e mi sono incuriosita.

Nel mio giro del mondo attraverso i libri l'idea di fare un viaggio letterario in Venezuela mi attirava moltissimo. E il romanzo di Miguel Bonnefoy non mi ha deluso.

Bonnefoy racconta in forma romanzata ma basata su fatti storici e reali la storia della sua famiglia, a partire dai suoi nonni, Antonio e Ana Marìa.

Ogni capitolo è dedicato a uno dei protagonisti di questa narrazione, e al netto di necessari flashback il racconto procede cronologicamente. I primi due capitoli sono dedicati alle storie rispettivamente di Antonio, abbandonato sui gradini di una chiesa il terzo giorno della sua vita e allevato dalla mendicante Teresa, poi cresciuto facendo mille lavori, fino ad avere la possibilità di studiare e di diventare medico, e Ana Marìa, anche lei di umili origini, ma determinatissima nello studio e nella vita e destinata a diventare il primo medico donna dello stato di Zulia, che si sviluppa intorno al lago di Maracaibo.

I due sono fatalmente destinati a incontrarsi e a costruire una famiglia con la nascita della figlia Venezuela cui è dedicato il terzo capitolo. A Cristòbal, il figlio di Venezuela cresciuto a Parigi dove sua madre si è trasferita, è infine dedicato il quarto e ultimo capitolo, e sarà proprio Cristòbal a scegliere di diventare scrittore e a raccontare la storia della famiglia.

Mentre leggiamo di questi personaggi - che in realtà sono persone reali di grande rilevanza per la storia di Maracaibo, Antonio Borjas Romero (medico di fama e rettore dell'Università LUZ da lui stesso fatta costruire negli spazi dell'aeroporto abbandonato di Grano de Oro) e Ana Marìa Rodriguez (prima donna medico, protagonista di tante battaglie per i diritti delle donne, compreso quello all'aborto) - le storie singole si intrecciano con la storia dello stato dello Zulia e tutte le vicende, piccole e grandi che lo hanno visto protagonista, dal ritrovamento di un pinguino alla scoperta dei giacimenti di petrolio, e allargando ancora lo sguardo, con la storia del Venezuela, tra povertà e ricchezza, rivoluzione e restaurazione, colpi di stato e utopie non realizzate.

Si viaggia per queste pagine con l'entusiasmo e la meraviglia che solo la grande letteratura regalano, facendo la conoscenza di mondi, storie e personaggi che conosciamo solo in minima parte o non conosciamo affatto perché lontani da noi, ma che non smettono un attimo di accendere la curiosità e il desiderio di conoscere.

Con uno stile che spazia tra Jules Verne, Charles Dickens e tanto Gabriel García Márquez, Miguel Bonnefoy ci tiene incollati alle sue pagine, intrattenendoci certo, ma anche facendoci riflettere sul significato delle vite individuali ma anche sulle parabole dei grandi processi storici e sociali, in una comunanza di destini singoli e collettivi riscattati solo dalla forza delle storie e della narrazione.

Un libro bellissimo. Da leggere assolutamente.

Voto: 4,5/5

giovedì 28 maggio 2026

Il granchio nudo

Per una volta riesco a far convergere due delle mie grandi passioni, ossia il cinema e la fotografia. Non mi lascio così sfuggire l’occasione di partecipare alla visione sul grande schermo del documentario Il granchio nudo, che le registe Marta Erika Antonioli, Elena Padovan, coadiuvate nella sceneggiatura da Michela Fragomeni e Riccardo Caccia, hanno dedicato alla vita e all’arte di Marco Pesaresi.

Di Pesaresi avevo sentito parlare la prima volta da Stefano Mirabella, che non a caso è invitato insieme ad Angelo Raffaele Turetta a parlare del fotografo insieme ai registi al termine della proiezione.

Il film è stato realizzato con il supporto del comune di Savignano sul Rubicone che conserva l’archivio di Pesaresi, e si svolge nei luoghi e tra le persone in mezzo alle quali il fotografo è vissuto. Siamo dunque a Rimini e dintorni, e tra gli intervistati ci sono amici di infanzia, amici fotografi, e persone della sua famiglia, in particolare la madre e le sorelle.

Ne viene fuori il ritratto di un talento cristallino, capace - con tratti fortemente empatici - di raccontare la gente con cui non solo entrava in contatto ma spesso viveva forme di condivisione emotiva; spesso si trattava di persone marginali, oppure di quella varia umanità che negli anni Ottanta e Novanta popolava le discoteche e i locali riminesi. Ma il medesimo approccio Pesaresi lo tenne anche quando andò a fotografare fuori dai confini dell’Italia, ad esempio per il progetto Underground, entrando in particolare sintonia con la realtà londinese.

Il titolo del film nasce da una citazione che viene riprodotta all’inizio dello stesso, ed è chiaro che il granchio nudo, ossia il granchio che si libera del carapace nei momenti di transizione e crescita, è lo stesso Pesaresi, sicuramente personalità tormentata, senza pelle, in crescita, ma indifesa.

Il documentario aiuta a comprenderne i tormenti che non solo lo portarono alla dipendenza dalla droga e poi dall’alcol, ma alimentavano un male di vivere che lo spinse a cercare più volte il suicidio, fino a quando ci riuscì lanciandosi nel canale con la sua macchina.

Le sue fotografie restano il suo segno nel mondo, la sua eredità, e il loro valore è certamente indipendente dalle vicende che ne hanno caratterizzato la vita. Certamente, però, quando ci si addentra nei meandri oscuri della sua personalità il suo mondo fotografico acquista un significato ancora più forte, perché ne rispecchia l’irrequietudine, la ricerca di amore, il bisogno di tenerezza e la durezza al contempo.

A conferma che quello che fotografiamo va ben al di là di quello che vediamo nel mondo esterno, perché spesso è il riflesso del nostro mondo interiore che cerchiamo guardando fuori di noi attraverso l’obiettivo.

Molto bello e toccante. E Pesaresi una figura che merita di essere ricordata, studiata e approfondita.

Voto: 3,5/5


martedì 26 maggio 2026

La vegetariana / di e con Daria Deflorian. Teatro Vascello, 20 maggio 2026

Uno degli ultimi spettacoli che vedo a teatro per questa stagione è La vegetariana, tratto dal romanzo della scrittrice nordcoreana Premio Nobel Han Kang, di cui conosco poco la produzione avendo letto solo Atti umani, con sensazioni a dire la verità un po’ contraddittorie.

La mia amica M. però ci tiene particolarmente a vedere questo spettacolo in quanto ha letto il romanzo ed è curiosa di capire come è stato trasposto sul palcoscenico, e io ben volentieri partecipo a questa esperienza.

Sul palco del Vascello una scenografia fatta con una parete di fondo e due pareti oblique su cui si aprono due porte che conducono – come vedremo - in due piccoli ambienti, un bagno e una cucina. Le pareti sono scrostate e l’atmosfera complessiva è piuttosto squallida.

Il primo personaggio con cui facciamo conoscenza è il marito della protagonista che fin da subito ci anticipa quello che ci aspetta. Ci dice che la moglie Yeong-hye è una donna ordinaria e scialba, che lui l'ha scelta appositamente per queste caratteristiche, garanzia di un rapporto duraturo. Tutto però è cambiato quando, a seguito di un sogno fatto di sangue, pezzi di carne e violenza, la donna ha deciso di diventare vegetariana, di eliminare completamente la carne dalla sua vita, carne che è centrale nella cucina tradizionale della Corea del Sud.

Questa scelta innesca una serie di conseguenze sia su Yeong-hye, la quale si radicalizza sempre di più nella sua scelta fino a sviluppare una specie di rigetto verso i corpi compreso il proprio, sia sulle persone che la circondano, il marito, i genitori, la sorella e suo marito. Le reazioni degli altri oscillano tra la rabbia, la repulsione, la paura e l’attrazione quasi morbosa.

Mentre il matrimonio di Yeong-hye va a rotoli, suo cognato – un artista – sviluppa quasi un’ossessione per lei che mescola desiderio di fare del corpo della donna un oggetto su cui intervenire artisticamente, ma anche di possederlo carnalmente.

Il deflagrare finale della situazione e l’emergere di verità sepolte che riguardano l’infanzia di Yeong-hye e i traumi che si porta dentro porteranno all’apice il crescendo di angoscia, senza dare sollievo allo spettatore, cosa del resto tipica della scrittura di Han Kang.

Non posso fare paragoni con il romanzo, però certamente posso dire che la drammaturgia, l’allestimento e la regia di questo spettacolo sono molto efficaci nel trasmettere sensazioni e atmosfere, e gli attori (oltre a Daria Deflorian, anche regista e come attrice nei panni della sorella della protagonista, ma anche Paolo Musio, Monica Piseddu, che letteralmente si mette a nudo di fronte al pubblico, e Gabriele Portoghese) riescono a trasmettere e ad amplificare sentimenti contraddittori, che oscillano tra il dimesso e il violento. La recitazione un po’ strascicata alla lunga mi ha un pochino infastidita, ma certamente si è trattato di una precisa scelta interpretativa.

Anche se a tratti l’ho trovato un po’ pesante, nel complesso lo spettacolo è riuscito a tenere desta e viva l’attenzione, grazie anche al fondo di angoscia, non solo in me, ma persino in mio padre, che durante la sua permanenza romana si è sorbito un po’ di spettacoli insieme a me.

Voto: 3,5/5

domenica 24 maggio 2026

Céleste / Chloé Cruchaudet

Céleste / Chloé Cruchaudet; trad. di Simona Munari e Sara D'Ippolito. Roma: Coconino Press - Fandango, 2025.

Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.

Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.

Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.

Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.

Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.

In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.

Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.

Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.

Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.

Voto: 3,5/5

venerdì 22 maggio 2026

Nella carne / David Szalay

Nella carne / David Szalay; trad. di Anna Rusconi. Milano: Adelphi, 2025.

Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.

E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.

Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.

Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.

Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.

Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.

Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.

Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.

Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.

La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.

Voto: 4/5

mercoledì 20 maggio 2026

Tutti gli uomini che non sono / di e con Paolo Calabresi. Teatro Ambra Jovinelli, 14 maggio 2026

Vado a vedere questo spettacolo un po’ stanca e un po’ prevenuta perché quest’anno all’Ambra Jovinelli qualche “fregatura” l’ho presa. Però Paolo Calabresi è bravo e la presentazione dello spettacolo mi ha incuriosita.

Tutti gli uomini che non sono è uno spettacolo originale nella sua costruzione, perché racconta una fase vera della vita di Calabresi e la inserisce dentro un contesto teatrale, giocando sulla labilità del confine tra vero e falso.

La parte sicuramente vera, supportata tra l’altro dai video che campeggiano sulla scenografia dello spettacolo, che sembra riprodurre la parete attrezzata in un interno, è quella delle molteplici situazioni in cui in passato Paolo Calabresi si è spacciato per qualcun altro, con effetti paradossali ed esilaranti. Il tutto era cominciato quasi per gioco, ossia poter andare a vedere la partita Milan-Roma a Milano nonostante i biglietti fossero esauriti. E quella volta, senza nemmeno troppo travestimento, nei panni di Nicolas Cage, Calabresi riuscì perfettamente nell’intento. Da lì l’attore romano ripeté l’operazione, interpretando sia personaggi reali come Marilyn Manson, sia personaggi inventati tra cui un cardinale, un presidente di un ente europeo del calcio, un ex cieco, un’autorità istituzionale di uno stato africano.

Obiettivo più o meno dichiarato quello di potersi prendere gioco di persone e organizzazioni, anche ad alti livelli, dimostrando in un certo senso la permeabilità di certi ambienti e anche la credulità delle persone, non solo quelle comuni. E soprattutto, come lo stesso Calabresi ci dice, quanto gli esseri umani siano sensibili e dunque propensi a credere alle storie, se queste sono ben scritte e presentate.

Tutto questo è inserito a sua volta in una storia più ampia, che – anche in questo caso – non sappiamo fino a che punto sia vera, e fa riferimento alla vita personale di Paolo. Il “gioco” dei travestimenti inizia infatti in un momento doloroso, quello della morte ravvicinata di entrambi i genitori, e probabilmente è il modo creativo che inconsciamente l’attore trova per non sentire il dolore e forse per elaborare il lutto. C’è dunque tanto da ridere nei retroscena di questo gioco, ma anche una motivazione psicologica profonda, cosicché se inizialmente i travestimenti diventano una specie di gioco familiare in cui anche moglie e figli vengono coinvolti, man mano l’ossessione di Paolo mette in discussione persino la stabilità del suo matrimonio e il rapporto con i figli, diventati nel frattempo quattro.

Il tono dello spettacolo oscilla dunque costantemente tra il comico e il malinconico, quest'ultimo spesso portato in scena da Carolina Di Domenico che interpreta Fiamma, la moglie di Paolo, e che diventa in qualche modo il suo aggancio con la realtà.

Tutti gli uomini che non sono può sembrare a prima vista un’opera autoreferenziale, nata per rievocare le performance-bravate del passato, e invece diventa in fondo l’occasione per molte altre riflessioni non scontate.

Mi è piaciuto, mi ha fatto ridere e commuovere. E ho trovato molto bravo Paolo Calabresi, e soprattutto Carolina Di Domenico.

Voto: 3,5/5