martedì 25 febbraio 2020

Richard Jewell

Dopo aver visto l'ultimo film di Clint Eastwood io e S. ci siamo dette che ci sarebbe da metterci la firma per arrivare alla sua età (quasi 90 anni) con la stessa lucidità e capacità di riflettere e far riflettere.

In questo caso, il vecchio Clint ritorna agli anni Novanta per raccontare una storia vera che ha molto da dire anche al presente.

Siamo nel 1996, Olimpiadi di Atlanta. Al Centennial Park - dove si tengono concerti e altri eventi di intrattenimento per i convenuti da ogni dove - lavora alla security Richard Jewell (Paul Walter Hauser), un uomo decisamente sovrappeso, che vive ancora con la madre (Kathy Bates) e ha una vera ossessione per la divisa e la sicurezza.

Durante un suo turno, uno zaino viene lasciato vicino a una panchina e Jewell attiva immediatamente le forze dell'ordine e, quando si capisce che si tratta di una bomba, è determinante per allontanare le persone che gravitano in quell'area. Alla fine il bilancio sarà di due morti e di un centinaio di feriti, a fronte di un ordigno che avrebbe potuto uccidere molte più persone.

Jewell viene prima portato in trionfo come un eroe, poi però l'approssimazione dell'FBI nelle indagini, il bisogno di scoop di una giornalista, il processo sommario dei media e la conseguente manipolazione dell'opinione pubblica trasformano Jewell da eroe a principale imputato.

Mentre l'analisi del profilo psicologico di Jewell sembra confermare i sospetti, l'unico a credere in lui è l'avvocato Bryant Watson (Sam Rockwell) che decide di avviare una vera battaglia mediatica e giudiziaria per salvare Jewell, nonostante la naiveté di quest'ultimo e i suoi comportamenti controproducenti.

A fronte di quella sensazione di meccanicità che la modalità narrativa di Eastwood sempre mi suscita e di alcune semplificazioni nell'evoluzione di alcuni personaggi (vedi la giornalista), il film merita la visione da numerosi punti di vista. Innanzitutto perché solleva il velo sui meccanismi dello storytelling mediatico, che indipendentemente da qualunque elemento strettamente fattuale è in grado di influenzare pesantemente l'opinione pubblica e sottoporre una persona e i suoi cari a una gogna insopportabile.

In secondo luogo, perché focalizza l'attenzione sulla facilità con cui la diversità individuale (Jewell è sicuramente un po' sociopatico e a tratti borderline rispetto al concetto di normalità sociale generalmente accettato) diventa quasi automaticamente prova di colpevolezza.

Infine, a me pare che Eastwood nei suoi ultimi film stia facendo i conti con lo stesso universo di valori al quale appartiene per denunciarne la degenerazione. Jewell in fondo è un perfetto rappresentante di quell'America repubblicana e conservatrice a cui lo stesso Eastwood appartiene: crede nell'ordine sociale affidato agli uomini in divisa e nella necessità delle armi, nel rispetto dell'autorità e delle regole, valori che sono compatibili con il senso della giustizia e con la difesa dei più deboli. Ma quello che Eastwood sembra volerci dire è che i maggiori esponenti di quell'ordine sociale che Jewell cerca di difendere, il governo, le forze dell'ordine, i media non si muovono più all'interno di un sistema di valori che ne guidi le azioni, bensì sulla base di pregiudizi e semplificazioni. In un certo senso Eastwood parla alla "sua stessa gente", ma al contempo chiama in causa ciascuno di noi e la società tutta.

Voto: 3,5/5

lunedì 24 febbraio 2020

Judy

Per completare il mio personale percorso tra i film protagonisti degli Oscar di quest'anno, vado a vedere Judy, il film diretto da Rupert Goold e interpretato da Renée Zellweger, che per questa interpretazione ha vinto sia il Golden Globe che l'Oscar.

Il film è la storia dell'ultimo periodo della vita della cantante e attrice Judy Garland, figlia d'arte, attiva nel mondo dello spettacolo fin da piccolissima e portata al successo internazionale dal film Il mago di Oz in cui interpretava, sedicenne, la protagonista Dorothy.

Nella pellicola di Goold Judy ha quattro matrimoni alle spalle, tre figli (di cui Liza già grande), è piena di debiti e fa fatica a trovare un ingaggio perché è considerata inaffidabile, in quanto spesso sotto l'effetto di alcol e droga (nonché dipendente dai sonniferi che le sono stati somministrati fin dai tempi in cui interpretava Dorothy).

Quando le viene proposto un tour a Londra, Judy decide alla fine di accettare anche se questo significa allontanarsi dagli amatissimi figli, in particolare i due più piccoli che restano con il padre Sid (Rufus Sewell). A Londra Judy sperimenta l'amore intatto del pubblico, ma anche la difficoltà personale a garantire performance sempre all'altezza della sua fama, alternando picchi di entusiasmo e di grande sintonia con il mondo circostante (e in uno di questi momenti si unisce in matrimonio con il giovane Mickey) e fasi depressive in cui affoga la tristezza nell'alcol e calma le ansie con i sonniferi.

Il film si sofferma ampiamente sulle grandi qualità performative della Garland, una cantante sopraffina e una donna di spettacolo a 360°, ma ancora di più prova ad andare in profondità nella sua vita intima e nella sua personalità, mettendone in evidenza la solitudine profonda, le fragilità, il quasi patologico bisogno di essere amata. È struggente a questo proposito - e forse è uno dei passaggi migliori del film - la serata che Judy trascorre dopo un suo spettacolo con una coppia (gay) di suoi fans, che alfine la accolgono a casa come fosse una persona di famiglia, quella famiglia che Judy da sempre cerca e che in fondo non ha mai trovato stabilmente.

Il film di Goold riconduce - forse in maniera un po' meccanica - le fragilità affettive e le dipendenze di Judy al periodo in cui girava Il mago di Oz e il produttore del film, Louis B. Mayer, vero padre e padrone su un set in cui il regista era cambiato 5 volte, la sottoponeva a varie forme di angherie e di pressioni pratiche e psicologiche per garantirsi di portare a casa il risultato. Goold sembra dunque suggerire che la pellicola che l'ha portata al successo è stata anche una condanna per la vita adulta di Judy.

Il risultato cinematografico di questa operazione è dignitoso e a tratti anche commovente e suggestivo, ma senza la recitazione di Renée Zellweger - che personalmente ho apprezzato per l'intensità emotiva, ma non sono in grado di valutare in termini di confronto con il modello - probabilmente finirebbe consegnato alla storia come un biopic ben fatto ma senza picchi di originalità.

Voto: 3/5

venerdì 21 febbraio 2020

Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse / di Marco Paolini. Bologna, Teatro Arena del Sole, 7 febbraio 2020

Dopo qualche anno di assenza dalle scene a causa dei noti problemi di carattere personale che lo hanno coinvolto, Marco Paolini torna finalmente al suo pubblico con un nuovo spettacolo teatrale che vede protagonista l'eroe omerico.

Con la splendida regia di Gabriele Vacis e le magnifiche scenografie (penso agli specchi sospesi sul fondo del palco, che fungono anche da gong, e alla pioggia di luccicanti coperte isotermiche a un certo punto dello spettacolo), Marco Paolini impersona un Ulisse ormai anziano, che con un remo in spalla e seguito da un ragazzo che non apre bocca, è in cammino su un sentiero di montagna diretto non si sa bene dove. Su questo sentiero incontrerà un giovane pastore di capre che gli chiederà di raccontare la sua storia. Ulisse non è incline a rivelare la propria identità - dice infatti di essere "il calzolaio di Ulisse" - ed è reticente al racconto, ma a poco a poco - e a seguito di varie contrattazioni con il giovane - emergono prima frammenti e poi stralci sempre più ampi della vicenda che lo ha portato da Troia alle lunghe peregrinazioni nel Mediterraneo e infine a Itaca.

Si scoprirà solo più avanti che il giovane che lo segue è suo figlio Telemaco, che il pastore di capre è il dio Hermes e che il sentiero che Ulisse sta percorrendo è quello che conduce allo Chalet Olimpo, dove gli dei stanno organizzando una festa.

Sul palco, insieme a questi tre personaggi, un ulteriore, piccolo palco dove una band composta da Saba Anglana, Elisabetta Bosio, Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi, Elia Tapognani commenta musicalmente il racconto con musiche originali di Lorenzo Monguzzi e alcune cover, come ad esempio As tears go by dei Rolling Stones. I musicisti e cantanti sono di volta in volta anche interpreti, in particolare Vittorio Cerroni interpreta Hermes, ma a turno anche tutti gli altri interloquiscono con Ulisse: ad esempio Saba Anglana sarà Penelope nell'ultima parte dello spettacolo.

Pur dentro una cornice narrativa che potremmo definire postmoderna e con un testo che mescola antico e moderno e che gioca con le parole, strappando anche qualche risata, la narrazione della vicenda di Odisseo è piuttosto fedele all'originale omerico, sebbene su alcuni episodi ci si soffermi poco o si accenni solo di sfuggita, dedicando invece più spazio e attenzione ad altri, in particolare al ritorno a Itaca. Personalmente ho trovato quest'ultima parte un po' troppo tirata per le lunghe, anche se posso comprendere che ad essa viene affidato un ruolo importante nella trasmissione del messaggio insito nello spettacolo.

Il focus del testo è la demitizzazione dell'eroe omerico, di cui viene più volte sottolineato non solo il coraggio e la tenacia, ma anche la brutalità con cui ha ucciso nel suo viaggio centinaia di persone, e non sempre per necessità. Il culmine di questo climax di violenza lo si raggiunge con l'ecatombe dei Proci e l'impiccagione delle ancelle che si erano loro concesse.

Questa spietatezza, la cui responsabilità non viene certo abbonata a Ulisse, dal momento che - come spesso fanno gli uomini - si è talvolta atteggiato lui stesso a dio decidendo del destino altrui, è però anche e soprattutto attribuita alla superficialità e al capriccio di questi dei infantili e senza scrupoli che si divertono a giocare con la vita degli esseri umani, senza mai pagarne le conseguenze. E dunque forse Ulisse sta percorrendo il sentiero verso lo Chalet Olimpo per chiudere questo conto.

Lo spettacolo di Paolini rispetto ai suoi precedenti contiene sicuramente molti elementi di novità, prima tra tutte la mescolanza del racconto con la musica, nonché una drammaturgia più articolata e parecchio distante dal classico teatro di parola di cui Paolini è uno dei massimi interpreti. Il risultato è affascinante e godibile, sicuramente molto didattico (e non a caso nel pubblico ci sono moltissimi giovani), ma forse meno dirompente di altre sue prove.

Voto: 3,5/5

mercoledì 19 febbraio 2020

La commedia della vanità / di Elias Canetti. Teatro Argentina, 4 febbraio 2020

La messa in scena dell'opera di Elias Canetti La commedia della vanità da parte del regista Claudio Longhi è un lavoro imponente da tutti i punti di vista. Dura quasi tre ore e mezza (articolandosi su tre atti), porta sul palco 23 attori, capeggiati dal bravissimo Fausto Russo Alesi, più 2 musicisti, si avvale di una scenografia sontuosa che fa pensare a un circo al cui centro c'è una specie di gabbia di metallo, nonché di video realizzati appositamente per lo spettacolo e costumi studiati con grande attenzione e realizzati con grande originalità. Inoltre la rappresentazione prevede non solo l'utilizzo del palco, bensì anche della platea e dei palchetti ai vari piani, tutti spazi che in vari momenti dello spettacolo vengono utilizzati dagli attori durante l'azione.

All'interno di questa confezione così importante, grande è anche il lavoro fatto per l'adattamento del testo di Elias Canetti che racconta di un mondo distopico, nel quale chi governa emana un editto per bandire specchi, fotografie e opere d'arte che rimandino agli esseri umani l'immagine di sé stessi allo scopo di combattere il grande male della vanità.

La prima parte dello spettacolo vede l'entrata in scena, a uno a uno o in piccoli gruppi, di tutti i personaggi, come fossero davvero gli attori freak di un circo Barnum. L'atmosfera è festosa ma grottesca, e tutta l'azione ruota intorno al fuoco verso il quale tutti convergono per bruciare fotografie e specchi. In un certo senso, alla fine di questa prima parte si ha l'impressione di aver assistito a una festa macabra, ma pur sempre a una festa.

Nella seconda parte, l'atmosfera cambia: la dittatura della lotta alla vanità ha portato con sé effetti distorsivi e conseguenze emotive sui protagonisti, che diventeranno espliciti nella terza parte dello spettacolo in cui questi uomini e queste donne avranno completamente perso la propria identità e saranno costretti a ricorrere a un sanatorio fatto solo di specchi.

Sul piano dei contenuti mi fermo qui, perché - devo essere sincera - mentre ho seguito bene e con attenzione la prima parte dello spettacolo, sulla seconda e la terza ho avuto sempre maggiori difficoltà a seguire dialoghi e discorsi sempre più complessi e alienanti (oltre che alienati), cosicché è diventato complicato star dietro al turbinio dell'azione (in cui tra l'altro gli attori interpretano personaggi diversi).

A un certo punto, durante la terza parte, in un momento in cui la platea era parzialmente illuminata mi sono guardata intorno, e - oltre alle numerose poltrone svuotate delle persone che erano andate via prima - ho visto molte teste ripiegate su sé stesse e facce stravolte. E pure io e F. non abbiamo potuto sfuggire a momenti di crollo che hanno reso ancora più difficile seguire un racconto di per sé stesso complesso e denso.

Non mi è sfuggito il senso complessivo del testo di Canetti (che ovviamente può facilmente essere messo in relazione con il presente e con gli onnipresenti selfie), né la sontuosità dello spettacolo di Longhi e la bravura degli attori nell'interpretare questi personaggi un po' estremi e talvolta disturbanti o disturbati, ma non posso certo dire di essere riuscita a tenere viva l'attenzione per l'intera durata dello spettacolo.

Cosicché molte cose mi si sono chiarite solo l'indomani quando mi sono letta il programma di scena, molto interessante e molto ricco di approfondimenti, e un po' di recensioni. Per onestà intellettuale, evito dunque di dare un voto a qualcosa che forse sta al di là della mia capacità di valutazione. Quello che posso dire è che forse si tratta di uno spettacolo che pecca un po' di ambizione.

Voto: ?/5

lunedì 17 febbraio 2020

Annie Leibovitz: life through lens

In occasione della mostra Metropoli dedicata al lavoro fotografico di Gabriele Basilico (e che conto di vedere al più presto), il Palazzo delle Esposizioni ha organizzato un ciclo di incontri e di proiezioni intitolato "La democrazia dello sguardo". Il programma è molto interessante, ma - considerati tutti gli altri impegni - io riesco ad andare solo alla proiezione del documentario dedicato alla fotografa americana Annie Leibovitz, Life through lens.

Il documentario racconta la vita della fotografa attraverso la sua carriera, dall'esordio con la rivista "Rolling Stone" alla fama internazionale legata soprattutto ai ritratti ambientati di personaggi famosi e star di varia provenienza. In questo percorso non manca il richiamo agli eventi importanti della sua vita personale: la numerosa famiglia di provenienza, la dipendenza dalla droga e la successiva disintossicazione, l'incontro con Susan Sontag e la lunga storia con lei, i tre figli.

L'idea che passa attraverso il film - e che la stessa Leibovitz per prima avalla - è che non esiste una vera separazione nella sua vita tra la persona e la fotografa, perché tutto della sua vita è passato attraverso la macchina fotografica. Non a caso il film è anche l'occasione per guardare alla sua produzione fotografica in maniera più ampia, al di là dei confini della fotografia di moda e di quella dello star system, per conoscere da un lato i suoi reportage più impegnati, dall'altro le sue attività fotografiche più private e intime.

Belle anche le interviste ai numerosi cantanti, attori, politici, ballerini da lei fotografati, che ne raccontano lo stile relazionale e fotografico, in particolare la sua straordinaria capacità di entrare nella loro quotidianità rendendo praticamente invisibile la sua macchina fotografica e facendo dimenticare la presenza dell'obiettivo. Molto interessanti anche le storie che si nascondono dietro alcune delle sue fotografie più famose, come ad esempio quella dell'abbraccio tra sul letto tra Yoko Ono e un John Lennon nudo e rannicchiato.

Dal punto di vista cinematografico, il documentario - diretto dalla sorella di Annie, Barbara - non mi ha molto convinto con il suo montaggio nervoso e un po' disordinato. La visione è però consigliabile a tutti coloro che abbiano un qualche interesse nella fotografia e vogliano approfondire un personaggio importante della storia fotografica recente qual è Annie Leibovitz.

Voto: 3/5

sabato 15 febbraio 2020

La ragazza d'autunno

Dopo il notevole Tesnota, Kantemir Balagov, regista russo giovanissimo, allievo di Sokurov, torna al cinema con questo nuovo dramma, ambientato a Leningrado nel 1945.

La guerra è finita, ma la città porta i segni visibili del lungo assedio che ha vissuto e che l'ha lasciata nella povertà e nella fame, mentre i reduci del fronte tornano feriti e menomati.

Iya (Viktoria Miroshnichenko), una ragazza altissima e un po' impacciata nei movimenti, lavora in ospedale dopo essere tornata dalla guerra a causa di un disturbo post-traumatico, e si occupa di Pashka, che - come scopriremo - non è suo figlio, ma il figlio di Masha (Vasilisa Perelygina), una sua amica che è ancora al fronte.

La prima parte del film racconta il mondo di Iya con un punto di vista relativamente largo gettando lo sguardo sulla realtà che la circonda; poi, dopo il drammatico punto di svolta della morte di Pashka e del ritorno dalla guerra di Masha, anche lei traumatizzata dall'esperienza e determinata a far nascere una nuova vita anche se lei non può procreare, lo sguardo si fa sempre più claustrofobico e concentrato sulle due protagoniste. Man mano si delinea un punto di vista duale che oscilla cromaticamente tra il verde smeraldo (colore che caratterizza Iya) e il rosso (il colore di Masha, a partire dai capelli), colori che - oltre ad avere un forte impatto visivo (grande merito va attribuito alla giovanissima fotografa Ksenia Sereda e allo scenografo Sergei Ivanov) - ha certamente un forte valore simbolico per la cultura russa e non a caso sono due dei colori caratteristici delle icone: il rosso è il sangue, la vita e la morte, il verde è la rinascita e la fertilità. Si tratta peraltro di colori che richiamano molte associazioni mentali e significati per il pubblico di qualunque cultura e provenienza.

Man mano che il rapporto tra le due donne si fa sempre più morboso e manipolatorio, la sensazione dello spettatore è che un cerchio si stringa sempre di più intorno a loro, determinando una forma di osmosi quasi malata che si manifesta visivamente attraverso il transitare, a poco a poco e per gradi, del rosso da Masha a Iya e del verde da Iya a Masha.

Il mondo raccontato da Balagov è un mondo in macerie dal punto di vista materiale e psicologico. Né le due ragazze né alcuno dei personaggi che ruotano intorno a loro può sfuggire alla devastazione fisica ed emotiva che la guerra si è portata dietro.

Forse c'è un po' di maniera nella ricostruzione degli ambienti e nella rappresentazione di questo mondo del passato, ma Balagov conferma di possedere un'arte registica sopraffina, e riesce a incastonare in una realtà che appartiene al passato temi che oggi consideriamo contemporanei, ma che invece il regista ci dimostra appartenere all'umanità in quanto tale e alla sua storia.

Il film di Balagov è anche un modo diverso di raccontare la guerra, non parlando o mostrando quello che avviene al fronte, ma spostando l'obiettivo su quello che la guerra, una volta terminata, lascia dietro di sé.

La visione de La ragazza d'autunno è - come si può immaginare - impegnativa sul piano intellettuale ed emotivo, e forse potrà non essere apprezzata da tutti. Ma i cinefili non possono assolutamente perdere questo appuntamento.

Voto: 4/5

mercoledì 12 febbraio 2020

Le braci / con Renato Carpentieri e Stefano Jotti. Teatro Piccolo Eliseo, 26 gennaio 2020

Ho amato molto a suo tempo il libro di Sàndor Màrai, tanto da aver deciso di leggere anche altri romanzi dello scrittore ungherese. Cosicché quando ho saputo della trasposizione teatrale de Le braci non mi sono lasciata sfuggire l'occasione di andare a vedere lo spettacolo diretto da Laura Angiulli e interpretato da Renato Carpentieri e Stefano Jotti.

La scenografia è interessante: l'angolo di una stanza primonovecentesca con quattro poltroncine, un tavolino, una stufa a legna. Su una parete, appoggiata al muro, una grande cornice vuota, che - si capirà più avanti - rappresenta il terzo personaggio della storia, assente; su un'altra parete, una porta che si spalanca per far entrare Henrik, il padrone di casa, il quale ha ricevuto una lettera che gli annuncia il ritorno dell'amico Konrad che non vede da quarant'anni e con cui ci sono dei nodi irrisolti.

Nel romanzo molta parte della narrazione avviene nella mente e nei ricordi di Henrik che, mentre attende il suo ospite, passa in rassegna quello che è accaduto in quel lontano passato e che ha condizionato la vita di tutti, una vicenda in cui una parte importante l'ha avuta la moglie di Henrik, Krisztina, morta ormai da molto tempo.

L'incontro tra i due avviene dunque solo alla fine del romanzo, quando Henrik ha già fatto il proprio scavo interiore e ha sottoposto il passato a un bilancio rispetto al quale il confronto con Konrad diventa quasi superfluo.

La scelta della regista - probabilmente anche per rendere la messa in scena più dialogica e movimentata - è quella di far entrare nell'azione Konrad quasi subito, trasformando un flusso di ricordi e un dialogo interiore in una conversazione vera e propria. L'esito, dal mio punto di vista, è poco convincente e credo che le cause siano diverse: da un lato, l'inevitabile semplificazione linguistica che ne deriva e che in parte toglie potenza alla scrittura di Màrai (in cui le parole sono ben più importanti delle trame), dall'altro, una recitazione per me non del tutto efficace, in particolare da parte di Stefano Jotti, che interpreta Konrad in un modo che oscilla tra l'ingessato e l'ammiccante.

Alla fine dello spettacolo - che dura circa un'ora - mi rendo conto di averci ritrovato poco delle emozioni che il libro di Màrai mi aveva trasmesso, e confrontandomi con le altre amiche che hanno letto il romanzo, constato che si tratta di una sensazione condivisa. Dunque, è molto probabile che l'operazione di trasposizione, certo non facile, sia riuscita solo in piccola parte.

Voto: 2/5

lunedì 10 febbraio 2020

Santa subito

Alessandro Piva è un regista (mio conterraneo, e lo dico con orgoglio) che ha dimostrato - durante la sua ormai piuttosto lunga carriera cinematografica - di essere estremamente versatile: oltre ad aver realizzato film molto diversi tra loro (da Mio cognato a I milionari per esempio), Piva ha confermato nel tempo di essere anche in grado di passare dal cinema di finzione al documentario, mantenendo intatta la sua maestria.

Il suo ultimo lavoro, Santa subito, che ha vinto il Premio del pubblico alla Festa del cinema di Roma del 2019, appartiene appunto al genere del documentario, in quanto racconta la storia vera di Santa Scorese, una giovane che la sera del 15 marzo del 1991 fu pugnalata a Palo del Colle, il paese dove viveva con i genitori, da un ragazzo più grande di lei, con problemi psichiatrici, che la perseguitava da oltre tre anni, morendo durante la notte a soli 23 anni.

Piva, che è presente in sala all'Apollo 11 per presentare il suo film, ci dice che si è imbattuto in questa storia per caso, ma che la vicenda di Santa lo ha colpito così tanto - anche grazie al racconto della sorella Rosa Maria Scorese, presente essa stessa in sala - da aver deciso di raccontarla in un lungometraggio.

Il film è costruito soprattutto attraverso interviste: innanzitutto ai suoi familiari, i genitori di Santa e appunto sua sorella Rosa Maria, in secondo luogo agli amici e conoscenti che Santa ha frequentato durante la sua vita. Accanto alle interviste il racconto dà voce anche alle parole di Santa, grazie al diario e alle lettere che sua sorella Rosa Maria ha deciso di rendere pubbliche. Ne viene fuori il ritratto di una ragazza piena di vitalità e di forza che, giovanissima, aveva intrapreso un cammino di fede che l'aveva portata alla decisione di voler prendere i voti. Il contesto è quello della città di Bari e della provincia barese negli anni Ottanta, che poi è quello in cui anche io sono nata e cresciuta (Santa oggi avrebbe avuto pochi anni più di me).

Dunque nel film di Piva io personalmente riconosco tanti elementi che appartengono anche alla mia storia nonché una specie di sentimento collettivo e un modo di vivere la religiosità con cui a quel tempo sono entrata in contatto anche io, e che penso sia particolarmente tipica di quello specifico contesto.

Ci sono poi invece nella storia di Santa fattori che trascendono ampiamente il contesto nel quale viveva e che rendono la sua storia emblematica della difficoltà - invero ancora oggi niente affatto superata nonostante i progressi legislativi - della società e dello Stato nel proteggere una donna dalla persecuzione e dalla violenza di un uomo.

C'è sicuramente nel film di Piva questa denuncia, come è evidente dalla dedica che recita "a chi sopravvive", ma c'è molto di più, ossia l'adesione emotiva e l'empatia verso il dolore - dignitoso ma inestirpabile - di chi ha amato Santa e ha cercato di difenderla con tutti i mezzi che aveva a disposizione, in primis i suoi genitori, nonché il riconoscimento della forza d'animo che ha spinto Rosa Maria a diventare una testimone attiva della storia di sua sorella e a farne un monito e uno strumento per lavorare sul cambiamento di una società in cui la violenza sulle donne è purtroppo ancora una ferita costantemente aperta.

Una nota infine di apprezzamento anche per le musiche del film, del giovane compositore Mattia Vlad Morleo, e per la fotografia (meravigliosa una delle inquadrature iniziali su un terrazzo dipinto di calce bianca con i comignoli sullo sfondo di un cielo nero e gravido di pioggia su cui compaiono a uno a uno i componenti della famiglia Scorese).

Voto: 3,5/5