Approfittando di un weekend bolognese di ponte, decido di recuperare un po’ di mostre fotografiche in zona.
Dedico la giornata di sabato insieme al mio amico M. a visitare le mostre in programma di Fotografia europea, uno degli appuntamenti annuali del settore ospitato dalla città di Reggio Emilia. Poiché si tratta di un evento diffuso con numerose mostre nel centro della città, è anche l’occasione per fare una passeggiata nel bel centro storico del capoluogo emiliano.
Il punto di partenza sono i Chiostri di San Pietro dove acquistiamo il biglietto che ci consentirà di visitare nel tempo che abbiamo a disposizione la gran parte delle mostre in programma.
Le sedi della mostra che tocchiamo nel nostro giro sono, oltre ai Chiostri dove c’è il maggior numero di esposizioni, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi e la Chiesa SS. Carlo e Agata.
Una menzione a parte va fatta per l’esposizione dedicata a Luigi Ghirri, in occasione del centenario della sua nascita, che in questo caso si concentra sul suo rapporto con la musica, sia rispetto ai contenuti delle sue fotografie, sia rispetto alle sue collaborazioni con molti musicisti di rilievo, come Lucio Dalla, Gianni Morandi e i CCCP. Due sale del Palazzo dei musei che – come sempre accade con l’opera fotografica di Ghirri – attraggono l’attenzione dello spettatore e lo catturano nel suo mondo in cui la distanza tra realtà e finzione, e tra realismo e interpolazione, è sempre molto sottile.
Tolta questa esposizione, il resto delle mostre è in qualche modo uno sguardo d’insieme sullo stato dell’arte della fotografia europea, il cui tema conduttore per quest’anno è Fantasmi del quotidiano.
Non so se per il tema, oppure più semplicemente come riflesso delle tendenze dominanti, la maggior parte delle mostre si può far rientrare sotto l’etichetta, forse un po’ generica, di fotografia sperimentale: in alcuni casi per il mix di strumenti espressivi (non solo fotografia, ma anche video, oggetti, installazioni), in altri casi per l’uso di tecniche e materiali non tradizionali, in altri ancora per le scelte fatte in tema di dimensioni, colori, tipo di sviluppo o di stampa.
In quasi tutti i progetti presentati c’è una dimensione narrativa e concettuale che va molto al di là della singola foto e che sottende una lettura articolata e complessa.
In alcuni casi la fruizione delle foto non è affatto immediata e richiede – almeno per quanto mi riguarda – uno sforzo di razionalizzazione che mi toglie un po’ il piacere emotivo che per me è legato alla fotografia.
In alcuni casi le soluzioni sono invece altamente suggestive; in particolare, alcune delle esposizioni a Palazzo da Mosto, accomunate sotto l'etichetta Ghostland, mi hanno molto colpito, ad esempio il lavoro di Alisa Martynova e quello di Carolyn Drake.
Invece delle mostre ai Chiostri di San Pietro sono particolarmente colpita dal lavoro The season di Giulia Vanelli, che è quello che per caratteristiche tecniche e per impatto emotivo mi risuona maggiormente.
Nel complesso un’esperienza molto interessante che dà molto da pensare come in un’epoca in cui siamo sommersi da immagini fotografiche e l’intelligenza artificiale sta contribuendo ulteriormente all’inflazione delle immagini, molti fotografi non ritengono più sufficiente la fotografia tradizionale come mezzo distintivo ed espressivo, e scelgono di spostarsi sul fronte dell’arte visuale a tutto tondo per trovare uno spazio effettivamente riconoscibile.
Proprio questa connessione tra linguaggi visivi differenti è anche uno degli elementi caratterizzanti di una fotografa che invece si colloca in un’epoca molto diversa, Ruth Orkin (1921-1985), cui è dedicata la mostra antologica, The illusion of time, ospitata a Bologna, a Palazzo Pallavicini.
Nel presentare un’ampia selezione delle fotografie della Orkin, dai ritratti alle foto di strada, dalle foto dei bambini ai reportage, dal racconto per immagini dei suoi viaggi per il mondo all’uso della fotografia per affrontare tematiche sensibili per l’epoca (e non solo).
L’elemento che la mostra sottolinea fin dal principio e riporta all’attenzione dello spettatore a più riprese è l’interesse della Orkin per il linguaggio cinematografico e dunque per un racconto per immagini che incorpori il tempo e il movimento.
Cresciuta in una famiglia che aveva avuto molte relazioni con la Hollywood del tempo, la Orkin tentò di fare la regista – che era quello che davvero avrebbe voluto fare – ma si vide negare ogni possibilità in un’epoca in cui una donna regista era quasi impensabile. Per questo si spostò sulla fotografia, usando la macchina fotografica in un modo che fosse il più possibile cinematografico, ossia che fosse finalizzato a un racconto nel tempo, più che alla costruzione della singola fotografia.
Del resto, fin dai 17 anni mostrò una straordinaria autonomia e intraprendenza, com’è testimoniato dalle foto che fece durante il viaggio in bicicletta che la portò da Los Angeles a Boston attraverso tutto l’America, fotografie che già mostrano un livello di modernità e di originalità davvero sorprendenti.
Una fotografa che merita di essere riscoperta e approfondita, come altre pioniere della fotografia sue contemporanee.
Voto: 3,5/5
venerdì 19 giugno 2026
mercoledì 17 giugno 2026
Norwegian wood. Tokyo blues / Murakami Haruki
Norwegian wood. Tokyo blues / Murakami Haruki; con una nota dell'autore; introduzione e trad. di Giorgio Amitrano. Torino: Einaudi, 2013.
Non sono una fan di Murakami e i libri che ho letto fino a questo momento - invero non tantissimi - mi sono piaciuti senza però mai entusiasmarmi veramente.
Continuo però a cercare nei suoi romanzi quella "magia" che altre persone ci vedono e che ha conquistato tanti lettori nel mondo.
Ed eccomi qua a leggere uno dei suoi classici, noto inizialmente come Tokyo blues e in questa edizione riportato al titolo originale che lo stesso Murakami aveva immaginato, Norwegian wood, dal titolo della canzone dei Beatles tanto presente nel racconto.
Come leggo nell'introduzione e poi riconosco anche nella lettura, Norwegian wood è un romanzo anomalo rispetto alla produzione di Murakami, una storia che non sconfina mai nel magico.
Norwegian wood è una specie di lungo flashback, la rievocazione da parte di Watanabe ormai adulto del periodo in cui aveva cominciato l'università.
In particolare, il narratore si sofferma su due rapporti che hanno segnato quella fase e che ne hanno decretato il passaggio alla vita adulta, quello con Naoko e quello con Midori.
In entrambi i casi Watanabe si trova a fare i conti con giovani donne affascinanti ma che hanno un rapporto problematico con l'esistenza.
Nel caso di Naoko una psiche già instabile viene sconvolta dal suicidio di Kitsuki, il suo ragazzo, nonché amico di Watanabe. Per Midori è invece la dimensione familiare ad essere dolorosa e faticosa da gestire.
Mentre frequenta l'università e vive nel collegio universitario, mantenendosi con piccoli lavori, Watanabe si muove tra queste due dimensioni femminili facendo i conti con i propri desideri e progetti.
Nel romanzo di Murakami si respira una tristezza, a volte sotterranea, a volte esplicita, che non lascia quasi tregua, cui fanno da contrappeso momenti di vitalità che però non riescono a compensare l'angoscia pervasiva. E non si tratta solo della tristezza e dell'angoscia collegate a un'età della vita che è per tutti di passaggio verso un mondo adulto che in parte rifiutiamo, bensì di una condizione esistenziale di cui Murakami non ci spiega pienamente origini e motivazioni.
Ci si può dunque solo arrendere ai diversi sentimenti che la lettura ci suscita e ci fa attraversare, partecipando degli abissi dei protagonisti, ma anche dei momenti di tenerezza che caratterizzano le loro vite.
Sarà che da sempre combatto l'angoscia esistenziale fine a sé stessa, ma ho fatto fatica a empatizzare davvero con i personaggi di questo romanzo che in buona parte ho trovato troppo lontani dal mio modo di essere e di affrontare l'esistenza.
E dunque anche in questo caso ho apprezzato la lettura senza però esserne pienamente conquistata.
Voto: 3,5/5
Non sono una fan di Murakami e i libri che ho letto fino a questo momento - invero non tantissimi - mi sono piaciuti senza però mai entusiasmarmi veramente.
Continuo però a cercare nei suoi romanzi quella "magia" che altre persone ci vedono e che ha conquistato tanti lettori nel mondo.
Ed eccomi qua a leggere uno dei suoi classici, noto inizialmente come Tokyo blues e in questa edizione riportato al titolo originale che lo stesso Murakami aveva immaginato, Norwegian wood, dal titolo della canzone dei Beatles tanto presente nel racconto.
Come leggo nell'introduzione e poi riconosco anche nella lettura, Norwegian wood è un romanzo anomalo rispetto alla produzione di Murakami, una storia che non sconfina mai nel magico.
Norwegian wood è una specie di lungo flashback, la rievocazione da parte di Watanabe ormai adulto del periodo in cui aveva cominciato l'università.
In particolare, il narratore si sofferma su due rapporti che hanno segnato quella fase e che ne hanno decretato il passaggio alla vita adulta, quello con Naoko e quello con Midori.
In entrambi i casi Watanabe si trova a fare i conti con giovani donne affascinanti ma che hanno un rapporto problematico con l'esistenza.
Nel caso di Naoko una psiche già instabile viene sconvolta dal suicidio di Kitsuki, il suo ragazzo, nonché amico di Watanabe. Per Midori è invece la dimensione familiare ad essere dolorosa e faticosa da gestire.
Mentre frequenta l'università e vive nel collegio universitario, mantenendosi con piccoli lavori, Watanabe si muove tra queste due dimensioni femminili facendo i conti con i propri desideri e progetti.
Nel romanzo di Murakami si respira una tristezza, a volte sotterranea, a volte esplicita, che non lascia quasi tregua, cui fanno da contrappeso momenti di vitalità che però non riescono a compensare l'angoscia pervasiva. E non si tratta solo della tristezza e dell'angoscia collegate a un'età della vita che è per tutti di passaggio verso un mondo adulto che in parte rifiutiamo, bensì di una condizione esistenziale di cui Murakami non ci spiega pienamente origini e motivazioni.
Ci si può dunque solo arrendere ai diversi sentimenti che la lettura ci suscita e ci fa attraversare, partecipando degli abissi dei protagonisti, ma anche dei momenti di tenerezza che caratterizzano le loro vite.
Sarà che da sempre combatto l'angoscia esistenziale fine a sé stessa, ma ho fatto fatica a empatizzare davvero con i personaggi di questo romanzo che in buona parte ho trovato troppo lontani dal mio modo di essere e di affrontare l'esistenza.
E dunque anche in questo caso ho apprezzato la lettura senza però esserne pienamente conquistata.
Voto: 3,5/5
lunedì 15 giugno 2026
Hen – Storia di una gallina
Questo film del regista ungherese György Pálfi era stato presentato all’ultima Festa del cinema di Roma (2025), ma nella mia programmazione non era riuscito a rientrare.
Cosicché ora che, alle porte dell’estate, il film arriva nelle sale italiane decido di non perderlo.
Si comincia con le immagini di un’azienda nella qualche si allevano galline per produrre e vendere uova e pulcini. Tra questi ce n’è uno nero che, diventato una gallina, cominciamo a seguire in mezzo a tutti gli altri e che, proprio per il suo colore, il camionista che trasporta le merci dall’azienda agli acquirenti decide di togliere dal carico e di portare a casa come regalo per sua moglie. Durante una sosta dal benzinaio, la gallina nera più o meno fortunosamente riesce a fuggire, e da qui comincia una incredibile avventura che la porterà nella casa di un vecchio che vive con la figlia e la nipote, cui un tempo era annessa una taverna di pesce.
Il compagno della figlia utilizza invece questo avamposto molto defilato per il contrabbando di merci e a un certo punto anche di esseri umani. Mentre nel mondo degli umani si consumano questi eventi, con risvolti a volte tragici, altre volte ridicoli, la gallina - cui il vecchio capofamiglia dà il nome di Hen - cresce e scopre gioie e dolori della vita da gallina e, mentre attraversa quasi indifferente le traversie degli umani e si salva più volte dalla morte, da un lato aiuta – non intenzionalmente - il vecchio capofamiglia a prendere coscienza di sé e di quello che sta accadendo, dall’altro persegue, in questo caso intenzionalmente, l’obiettivo di fare dei pulcini e di dare futuro alla sua specie.
Pare che Hen sia stata interpretata da ben nove diverse galline, perché sembrerebbe che le galline – oltre a non rendere particolarmente facile il compito del regista - tendano a stancarsi molto facilmente e dunque per poter procedere a girare il film è stato necessario cambiare frequentemente la protagonista.
Il film gioca in maniera molto accurata sulla tendenza di noi esseri umani ad attribuire sentimenti, intenzioni e pensieri agli animali sulla base della nostra esperienza, umanizzandoli; però in questo caso è altrettanto evidente l’intenzione del regista di mostrare come, al netto delle nostre sovrainterpretazioni, gli animali agiscono secondo istinto di sopravvivenza e di prosecuzione della specie, e che in fondo questa istintività indifferente a tutto il resto in molti casi è molto meglio della nostra intenzionalità e razionalità, dunque in sintesi di quello che ci rende umani.
A parte il fastidio per il doppiaggio italiano degli attori umani, che ho mal sopportato, il film pur non essendo un capolavoro è decisamente interessante nella sua originalità.
Voto: 3/5
Cosicché ora che, alle porte dell’estate, il film arriva nelle sale italiane decido di non perderlo.
Si comincia con le immagini di un’azienda nella qualche si allevano galline per produrre e vendere uova e pulcini. Tra questi ce n’è uno nero che, diventato una gallina, cominciamo a seguire in mezzo a tutti gli altri e che, proprio per il suo colore, il camionista che trasporta le merci dall’azienda agli acquirenti decide di togliere dal carico e di portare a casa come regalo per sua moglie. Durante una sosta dal benzinaio, la gallina nera più o meno fortunosamente riesce a fuggire, e da qui comincia una incredibile avventura che la porterà nella casa di un vecchio che vive con la figlia e la nipote, cui un tempo era annessa una taverna di pesce.
Il compagno della figlia utilizza invece questo avamposto molto defilato per il contrabbando di merci e a un certo punto anche di esseri umani. Mentre nel mondo degli umani si consumano questi eventi, con risvolti a volte tragici, altre volte ridicoli, la gallina - cui il vecchio capofamiglia dà il nome di Hen - cresce e scopre gioie e dolori della vita da gallina e, mentre attraversa quasi indifferente le traversie degli umani e si salva più volte dalla morte, da un lato aiuta – non intenzionalmente - il vecchio capofamiglia a prendere coscienza di sé e di quello che sta accadendo, dall’altro persegue, in questo caso intenzionalmente, l’obiettivo di fare dei pulcini e di dare futuro alla sua specie.
Pare che Hen sia stata interpretata da ben nove diverse galline, perché sembrerebbe che le galline – oltre a non rendere particolarmente facile il compito del regista - tendano a stancarsi molto facilmente e dunque per poter procedere a girare il film è stato necessario cambiare frequentemente la protagonista.
Il film gioca in maniera molto accurata sulla tendenza di noi esseri umani ad attribuire sentimenti, intenzioni e pensieri agli animali sulla base della nostra esperienza, umanizzandoli; però in questo caso è altrettanto evidente l’intenzione del regista di mostrare come, al netto delle nostre sovrainterpretazioni, gli animali agiscono secondo istinto di sopravvivenza e di prosecuzione della specie, e che in fondo questa istintività indifferente a tutto il resto in molti casi è molto meglio della nostra intenzionalità e razionalità, dunque in sintesi di quello che ci rende umani.
A parte il fastidio per il doppiaggio italiano degli attori umani, che ho mal sopportato, il film pur non essendo un capolavoro è decisamente interessante nella sua originalità.
Voto: 3/5
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Storia di una gallina
giovedì 11 giugno 2026
Lucrecia Dalt. Monk, 27 maggio 2026
Purtroppo la capitale dal punto di vista della musica dal vivo, soprattutto quando si tratta artisti stranieri, è una piazza tendenzialmente piuttosto deludente. Sono stati variamente spiegati i motivi per cui la maggior parte delle band e dei cantanti che fanno i tour europei tendono a saltare l’Italia e se proprio ci fanno un passaggio, la scelta cade su Milano o al massimo su Bologna. Così, accade che ogni volta che un o una musicista che ho ascoltato e che ho trovato interessante – anche se magari non in cima alle mie personali classifiche – fissa una data romana cerco di non lasciarmela sfuggire, e se il luogo è il Monk la decisione è ulteriormente rafforzata.
Dunque qualche mese fa avevo preso il biglietto per il concerto di Lucrecia Dalt, artista colombiana di cui avevo già comprato il disco precedente ¡Ay! sulla scorta delle recensioni positive che avevo letto, ma ne avevo abbandonato quasi subito l’ascolto, troppo sperimentale per me. Ho voluto darle una seconda possibilità con l’ultimo disco, A danger to ourselves, nato dalla collaborazione – tra gli altri – con David Sylvian, e a questo giro l’ascolto è stato per me molto più interessante, soprattutto per alcuni brani.
Sul palco del Monk la Dalt si presenta con due musicisti, un batterista, Alex Lazaro, che si muove all’interno di una batteria composta in un modo originalissimo e le cui parti stanno non solo in basso rispetto alle sue mani ma anche in alto, e un bassista, Cyrus Campbell, che si sposta tra il basso e il contrabbasso. La Dalt suona invece chitarra elettrica e classica, e soprattutto costruisce i suoi sottofondi sonori con pedaliera, secondo microfono, sintetizzatori e computer.
Quando attacca il primo brano mi dico che forse non sarà il concerto per me.
I tre musicisti – che sfoggiano un look un po’ steampunk – risultano algidi e la componente fortemente elettronica dei primi brani dal mio punto di vista non aiuta. Però man mano che il concerto va avanti e le sonorità della Dalt si fanno – come nell’ultimo disco – più varie e miste, oscillando tra sonorità che si richiamano a quelle tradizionali della musica latinoamericana e sonorità elettroniche e dark, che a volte si fanno inquietanti, altre volte ipnotiche, altre volte quasi calde e rassicuranti, mi lascio andare e mi faccio conquistare.
Da lì in poi il concerto è come un viaggio psichedelico collettivo che rapidamente ci conduce verso un finale nel quale la Dalt si fa più loquace e più empatica nei confronti del pubblico, conquistata anche lei dall’atmosfera. Cosicché al termine della scaletta, non mancano due canzoni di reprise prima di chiudere in bellezza.
E così, anche se non è esattamente il mio genere, i tappeti musicali complessi e stratificati di Lucrecia Dalt mi trascinano magneticamente nel mondo della musicista, facendomi apprezzare una volta di più la magia della musica dal vivo.
Voto: 3,5/5
martedì 9 giugno 2026
No good men
La regista afghana Shahrbanoo Sadat vive dal 2021 ad Amburgo, in Germania, dopo essere scappata dal suo paese insieme alla famiglia quando i talebani, a seguito del ritiro statunitense dal paese, hanno esteso il controllo in aree sempre più ampie, fino ad arrivare a Kabul.
Questa ed altre esperienze autobiografiche sono stati gli elementi a partire dai quali la regista ha scritto la sceneggiatura del suo film, che poi si è trovata anche a recitare da protagonista per una serie di coincidenze e situazioni che ci ha raccontato dopo la proiezione, dialogando con Mario Calabresi e Cecilia Sala per l'anteprima nazionale.
La cosa certamente più sorprendente di No good men è che, pur non facendo sconti di nessun genere nel raccontare la condizione delle donne nel paese già prima del ritorno dei talebani e denunciando la natura fortemente patriarcale della società afghana, Shahrbanoo Sadat scelga un registro da romantic comedy.
No good men racconta la storia di Naru, una giovane donna, che lavora per la principale emittente televisiva di Kabul, che si è allontanata dal marito che la tradisce e con cui ha avuto un figlio.
Quando Naru viene mandata a lavorare per il settore delle news inizia a collaborare con Qodrat (Anwar Hashimi), molto più grande di lei e con una lunga esperienza da giornalista.
Mentre Naru deve fare i conti con le ostilità maschili nei suoi confronti, con i pericoli di un paese dove gli attacchi terroristici suicidi sono all'ordine del giorno, e con il ritorno del marito che vuole riprendere il controllo su di lei e sul figlio, il legame con Qodrat si fa sempre più forte.
Naru scopre una figura maschile diversa da quelle a cui lei e le sue amiche e familiari sono abituate, e ne è conquistata, anche se Qodrat è sposato ed è impossibile per Naru non fronteggiare i propri sensi di colpa.
Al di là della storia romantica, la cosa più interessante del film di Sadat è il racconto di un Afghanistan diverso da quello che siamo abituati a vedere sui notiziari o nei film e documentari realizzati da autori stranieri.
Sadat ci racconta infatti la vita quotidiana dall'interno e gli elementi di normalità e universalità che la caratterizzano, al netto delle differenze sociali e culturali che non vengono mai taciute.
Come dice la regista nell'intervista, No good men è un film per le donne primariamente, ma anche per gli uomini, quelli potenzialmente buoni che, in Afghanistan, difettano di modelli alternativi e positivi.
Ci racconta anche le difficoltà delle attrici afghane di recitare in un film in cui ci sono almeno due scene troppo forti per la società afghana, quella del dildo portato in regalo alla protagonista da un'amica che vive in America e quella del bacio finale.
Un film che va visto con la dovuta leggerezza, ma anche con l'attenzione che merita.
Voto: 3,5/5
Questa ed altre esperienze autobiografiche sono stati gli elementi a partire dai quali la regista ha scritto la sceneggiatura del suo film, che poi si è trovata anche a recitare da protagonista per una serie di coincidenze e situazioni che ci ha raccontato dopo la proiezione, dialogando con Mario Calabresi e Cecilia Sala per l'anteprima nazionale.
La cosa certamente più sorprendente di No good men è che, pur non facendo sconti di nessun genere nel raccontare la condizione delle donne nel paese già prima del ritorno dei talebani e denunciando la natura fortemente patriarcale della società afghana, Shahrbanoo Sadat scelga un registro da romantic comedy.
No good men racconta la storia di Naru, una giovane donna, che lavora per la principale emittente televisiva di Kabul, che si è allontanata dal marito che la tradisce e con cui ha avuto un figlio.
Quando Naru viene mandata a lavorare per il settore delle news inizia a collaborare con Qodrat (Anwar Hashimi), molto più grande di lei e con una lunga esperienza da giornalista.
Mentre Naru deve fare i conti con le ostilità maschili nei suoi confronti, con i pericoli di un paese dove gli attacchi terroristici suicidi sono all'ordine del giorno, e con il ritorno del marito che vuole riprendere il controllo su di lei e sul figlio, il legame con Qodrat si fa sempre più forte.
Naru scopre una figura maschile diversa da quelle a cui lei e le sue amiche e familiari sono abituate, e ne è conquistata, anche se Qodrat è sposato ed è impossibile per Naru non fronteggiare i propri sensi di colpa.
Al di là della storia romantica, la cosa più interessante del film di Sadat è il racconto di un Afghanistan diverso da quello che siamo abituati a vedere sui notiziari o nei film e documentari realizzati da autori stranieri.
Sadat ci racconta infatti la vita quotidiana dall'interno e gli elementi di normalità e universalità che la caratterizzano, al netto delle differenze sociali e culturali che non vengono mai taciute.
Come dice la regista nell'intervista, No good men è un film per le donne primariamente, ma anche per gli uomini, quelli potenzialmente buoni che, in Afghanistan, difettano di modelli alternativi e positivi.
Ci racconta anche le difficoltà delle attrici afghane di recitare in un film in cui ci sono almeno due scene troppo forti per la società afghana, quella del dildo portato in regalo alla protagonista da un'amica che vive in America e quella del bacio finale.
Un film che va visto con la dovuta leggerezza, ma anche con l'attenzione che merita.
Voto: 3,5/5
sabato 6 giugno 2026
Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar
Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar; trad. di Lavinia Azzone. Roma: Fandango Libri, 2023.
Ultimamente ho la grande fortuna di incontrare libri che mi appassionano molto. Sto sperimentando in questo periodo una sensazione che forse non provavo dall’adolescenza, ossia il senso di conforto e di rifugio che arriva dalla letteratura, non perché quello che leggo consoli – anzi! – ma perché mi mette a contatto con un’umanità più ampia, che va molto al di là della mia vita e del mio mondo, che evidentemente in questo momento mi stanno molto stretti.
E così anche questo romanzo di Shida Bazyar, candidato al Premio Strega europeo nel 2024, l’ho letteralmente divorato. Di notte tutto è silenzio a Teheran è la storia di una famiglia iraniana, raccontata attraverso i punti di vista dei suoi diversi componenti, saltando di dieci anni in dieci anni, a partire dal 1979, per arrivare fino ai giorni nostri.
Nel 1979, l’anno della rivoluzione in Iran e dell’infausto esito con l’ascesa di Khomeyni, vede protagonista Behsad, giovane rivoluzionario che combatte e spera nel cambiamento del suo paese in senso socialista, ma dovrà fare i conti con gli esiti nefasti della rivoluzione. In questi anni, Behsad incontra Nahid, anch’essa impegnata politicamente, e se ne innamora.
Nel 1989 il punto di vista diventa quello di Nahid, ormai moglie di Behsad e madre di tre figli, Laleh, Morad e la piccola Tara, nata in quella Germania dove la famiglia è dovuta andare in esilio quando la situazione nel paese di origine si è fatta troppo pericolosa per dissidenti come loro. Nahid rappresenta la generazione di chi, costretto a lasciare il proprio paese, non si sente appartenere e non capisce davvero il mondo nel quale si trova, per distanza linguistica e culturale, e per attaccamento alle origini.
Nel 1999 la protagonista è Laleh, che ormai adolescente, insieme a sua madre e alla piccola Tara, torna in Iran a trovare amici e parenti che lei in buona parte non ha mai conosciuto, e scopre un mondo e un modo di vivere che le è estraneo, che la attira e la respinge al contempo.
Nel 2009 è la volta di Morad, giovane studente universitario, integrato ma con un rapporto complesso rispetto alle sue origini e anche all’impegno politico, in quanto vive l’attivismo in Germania come insignificante rispetto a quello che accade in Iran, dove è in corso la cosiddetta Rivoluzione verde contro Ahmadinejad.
L’epilogo è affidato a Tara, ormai adulta e affermata, in vacanza con sua nipote, figlia di Laleh. Non sappiamo in che anno siamo, forse perché queste poche pagine sono una speranza e un auspicio che non si sono ancora realizzati. Tra l’altro, noi leggiamo tutto questo alla luce di quello che sta accadendo in Iran da qualche settimana a questa parte e fa ancora più impressione.
Il romanzo della Bazyar mi ha ricordato un po’ per tematiche e per struttura narrativa quello di Fatma Aydemir, Tutti i nostri segreti, e mi viene un po’ il sospetto che ci sia lo zampino delle scuole di scrittura. Però, questo niente toglie a Di notte tutto è silenzio a Teheran, che funziona perfettamente nel farci non solo comprendere i sentimenti complessi e contraddittori di chi emigra non per scelta ma per necessità, nonché di chi cresce o nasce in un altro paese ma si porta sempre appresso il “peso” delle sue origini, in riferimento sia alla percezione di sé sia al punto di vista del mondo esterno. Oltre a questo, che in parte si riconosce anche nel romanzo della Aydemir, la Bazyar ci costringe a guardare in faccia la storia dell’Iran negli ultimi 50 anni, fatta di corsi e ricorsi, speranze e disillusioni, utopie e frustrazioni, lotte e repressioni, in un ciclo che sembra non finire mai, ma riproporsi continuamente in forme al contempo sempre diverse e sempre uguali.
Inevitabilmente, il romanzo della Bazyar è anche un racconto del rapporto tra le generazioni, che è un tema che ovviamente non riguarda solo le famiglie di esuli ed emigrati, ma che in queste famiglie acquista caratteri ancora più accentuati e riconoscibili.
La scrittrice, essa stessa seconda generazione di attivisti iraniani, almeno nella finzione letteraria sembra voler chiudere con una nota di speranza, che dà significato e valore al passato e in qualche modo proietta la storia dell’Iran e degli iraniani nel futuro.
Che sia di buon auspicio e che sconfigga il mio pessimismo.
Voto: 4/5
Ultimamente ho la grande fortuna di incontrare libri che mi appassionano molto. Sto sperimentando in questo periodo una sensazione che forse non provavo dall’adolescenza, ossia il senso di conforto e di rifugio che arriva dalla letteratura, non perché quello che leggo consoli – anzi! – ma perché mi mette a contatto con un’umanità più ampia, che va molto al di là della mia vita e del mio mondo, che evidentemente in questo momento mi stanno molto stretti.
E così anche questo romanzo di Shida Bazyar, candidato al Premio Strega europeo nel 2024, l’ho letteralmente divorato. Di notte tutto è silenzio a Teheran è la storia di una famiglia iraniana, raccontata attraverso i punti di vista dei suoi diversi componenti, saltando di dieci anni in dieci anni, a partire dal 1979, per arrivare fino ai giorni nostri.
Nel 1979, l’anno della rivoluzione in Iran e dell’infausto esito con l’ascesa di Khomeyni, vede protagonista Behsad, giovane rivoluzionario che combatte e spera nel cambiamento del suo paese in senso socialista, ma dovrà fare i conti con gli esiti nefasti della rivoluzione. In questi anni, Behsad incontra Nahid, anch’essa impegnata politicamente, e se ne innamora.
Nel 1989 il punto di vista diventa quello di Nahid, ormai moglie di Behsad e madre di tre figli, Laleh, Morad e la piccola Tara, nata in quella Germania dove la famiglia è dovuta andare in esilio quando la situazione nel paese di origine si è fatta troppo pericolosa per dissidenti come loro. Nahid rappresenta la generazione di chi, costretto a lasciare il proprio paese, non si sente appartenere e non capisce davvero il mondo nel quale si trova, per distanza linguistica e culturale, e per attaccamento alle origini.
Nel 1999 la protagonista è Laleh, che ormai adolescente, insieme a sua madre e alla piccola Tara, torna in Iran a trovare amici e parenti che lei in buona parte non ha mai conosciuto, e scopre un mondo e un modo di vivere che le è estraneo, che la attira e la respinge al contempo.
Nel 2009 è la volta di Morad, giovane studente universitario, integrato ma con un rapporto complesso rispetto alle sue origini e anche all’impegno politico, in quanto vive l’attivismo in Germania come insignificante rispetto a quello che accade in Iran, dove è in corso la cosiddetta Rivoluzione verde contro Ahmadinejad.
L’epilogo è affidato a Tara, ormai adulta e affermata, in vacanza con sua nipote, figlia di Laleh. Non sappiamo in che anno siamo, forse perché queste poche pagine sono una speranza e un auspicio che non si sono ancora realizzati. Tra l’altro, noi leggiamo tutto questo alla luce di quello che sta accadendo in Iran da qualche settimana a questa parte e fa ancora più impressione.
Il romanzo della Bazyar mi ha ricordato un po’ per tematiche e per struttura narrativa quello di Fatma Aydemir, Tutti i nostri segreti, e mi viene un po’ il sospetto che ci sia lo zampino delle scuole di scrittura. Però, questo niente toglie a Di notte tutto è silenzio a Teheran, che funziona perfettamente nel farci non solo comprendere i sentimenti complessi e contraddittori di chi emigra non per scelta ma per necessità, nonché di chi cresce o nasce in un altro paese ma si porta sempre appresso il “peso” delle sue origini, in riferimento sia alla percezione di sé sia al punto di vista del mondo esterno. Oltre a questo, che in parte si riconosce anche nel romanzo della Aydemir, la Bazyar ci costringe a guardare in faccia la storia dell’Iran negli ultimi 50 anni, fatta di corsi e ricorsi, speranze e disillusioni, utopie e frustrazioni, lotte e repressioni, in un ciclo che sembra non finire mai, ma riproporsi continuamente in forme al contempo sempre diverse e sempre uguali.
Inevitabilmente, il romanzo della Bazyar è anche un racconto del rapporto tra le generazioni, che è un tema che ovviamente non riguarda solo le famiglie di esuli ed emigrati, ma che in queste famiglie acquista caratteri ancora più accentuati e riconoscibili.
La scrittrice, essa stessa seconda generazione di attivisti iraniani, almeno nella finzione letteraria sembra voler chiudere con una nota di speranza, che dà significato e valore al passato e in qualche modo proietta la storia dell’Iran e degli iraniani nel futuro.
Che sia di buon auspicio e che sconfigga il mio pessimismo.
Voto: 4/5
giovedì 4 giugno 2026
Maborosi – I bagliori dell’anima
La retrospettiva che alcuni cinema stanno dedicando alla filmografia di Hirokazu Kore'eda mi offre la possibilità di vedere sul grande schermo il primo lungometraggio del regista giapponese che da un po’ di anni a questa parte, pur tra alti e bassi, ho imparato ad amare in modo speciale.
Maborosi è un film del 1995 – e lo si vede dall’uso della pellicola e da quella ridotta nitidezza a cui il digitale ci ha completamente disabituato – e racconta la storia di Yumiko (Makiko Esumi), la cui esistenza è segnata da due perdite. La prima, avvenuta quando Yumiko aveva nove anni, aveva riguardato la nonna, allontanatasi da casa e mai più ritrovata, la seconda causata dal suicidio del marito di Yumiko, senza apparenti spiegazioni, che l’aveva lasciata da sola con un bambino molto piccolo.
Per entrambe le perdite, Yumiko vive sensi di colpa più o meno consapevoli, che spesso si ripresentano nei sogni. Cosicché anche quando la donna si trasferisce da Osaka in un piccolo villaggio sul mare nella regione delle Alpi giapponesi per costruire una seconda famiglia insieme a un vedovo rimasto a sua volta solo con una figlia, la ritrovata serenità sarà a più riprese turbata dalla paura di rivivere quell’incubo e dalla ricerca di un’impossibile spiegazione.
In questo primo film di Hirokazu Kore'eda, pur essendo già presenti alcuni elementi che diventeranno poi tipici della sua poetica e caratterizzanti per la sua filmografia successiva, ci troviamo però di fronte a una versione più involuta e bergmaniana della sua narrazione.
In Maborosi, pur essendo presenti alcune importanti svolte narrative e alcune scene magistrali per il loro pathos, come quella di Yumiko che segue un corteo funebre al tramonto sulla riva del mare, le parole sono minimali, i sentimenti sono sottesi e lasciati all’intuizione dello spettatore, tutto è molto trattenuto, e il girato sembra documentare più che interpretare o capire.
Nondimeno emerge fin da subito la straordinaria capacità di Kore'eda di dirigere i bambini, e le scene di gioco dei due fratellastri (il figlio di Yumiko e la figlia del suo secondo marito) sono tra le più tenere del film, nonché l’attenzione alla tematica della famiglia o meglio dei legami familiari, anche quelli che vanno al di là dei legami di sangue, cose che raggiungeranno il loro apice in film successivi.
C’è sicuramente di mezzo anche una distanza culturale che in questo film più che in altri sentiamo molto forte, cosicché l’esperienza di visione di Maborosi, che sul piano visivo è notevole grazie a una fotografia di altissimo livello, risulta invece un po’ contraddittoria sul piano emotivo.
Spero di riuscire a recuperare anche qualche altro dei suoi film mai usciti in sala in programmazione nelle prossime settimane per avere la possibilità di vedere il percorso di questo autore.
Voto: 3/5
Maborosi è un film del 1995 – e lo si vede dall’uso della pellicola e da quella ridotta nitidezza a cui il digitale ci ha completamente disabituato – e racconta la storia di Yumiko (Makiko Esumi), la cui esistenza è segnata da due perdite. La prima, avvenuta quando Yumiko aveva nove anni, aveva riguardato la nonna, allontanatasi da casa e mai più ritrovata, la seconda causata dal suicidio del marito di Yumiko, senza apparenti spiegazioni, che l’aveva lasciata da sola con un bambino molto piccolo.
Per entrambe le perdite, Yumiko vive sensi di colpa più o meno consapevoli, che spesso si ripresentano nei sogni. Cosicché anche quando la donna si trasferisce da Osaka in un piccolo villaggio sul mare nella regione delle Alpi giapponesi per costruire una seconda famiglia insieme a un vedovo rimasto a sua volta solo con una figlia, la ritrovata serenità sarà a più riprese turbata dalla paura di rivivere quell’incubo e dalla ricerca di un’impossibile spiegazione.
In questo primo film di Hirokazu Kore'eda, pur essendo già presenti alcuni elementi che diventeranno poi tipici della sua poetica e caratterizzanti per la sua filmografia successiva, ci troviamo però di fronte a una versione più involuta e bergmaniana della sua narrazione.
In Maborosi, pur essendo presenti alcune importanti svolte narrative e alcune scene magistrali per il loro pathos, come quella di Yumiko che segue un corteo funebre al tramonto sulla riva del mare, le parole sono minimali, i sentimenti sono sottesi e lasciati all’intuizione dello spettatore, tutto è molto trattenuto, e il girato sembra documentare più che interpretare o capire.
Nondimeno emerge fin da subito la straordinaria capacità di Kore'eda di dirigere i bambini, e le scene di gioco dei due fratellastri (il figlio di Yumiko e la figlia del suo secondo marito) sono tra le più tenere del film, nonché l’attenzione alla tematica della famiglia o meglio dei legami familiari, anche quelli che vanno al di là dei legami di sangue, cose che raggiungeranno il loro apice in film successivi.
C’è sicuramente di mezzo anche una distanza culturale che in questo film più che in altri sentiamo molto forte, cosicché l’esperienza di visione di Maborosi, che sul piano visivo è notevole grazie a una fotografia di altissimo livello, risulta invece un po’ contraddittoria sul piano emotivo.
Spero di riuscire a recuperare anche qualche altro dei suoi film mai usciti in sala in programmazione nelle prossime settimane per avere la possibilità di vedere il percorso di questo autore.
Voto: 3/5
martedì 2 giugno 2026
Los de ahí / Claudio Tolcachir. Teatro India, 24 maggio 2026
In chiusura della stagione teatrale 2025-2026 vado a vedere per la prima volta a teatro (in realtà lo avevo già incrociato in una regia di Anna Cappelli) un lavoro di Claudio Tolcachir, il regista e drammaturgo argentino trapiantato a Madrid che ha strette relazioni anche con il teatro italiano.
All’India sono infatti in programmazione due suoi lavori; io per questioni di incastri vari riesco a vedere solo questo, Los de ahí (Quelli di qui), che racconta di quell’umanità ai margini che spesso risulta per noi quasi invisibile.
Lo spettacolo è recitato in spagnolo, con diversi accenti, e sovratitolato in italiano e, come ormai mi accade normalmente al cinema, nonostante la piccola fatica di dover leggere i sovratitoli, considero la recitazione in lingua originale un valore aggiunto imprescindibile.
I protagonisti sono inizialmente tre: Nuno, Munir e Dani, tre immigrati – provenienti da chissà dove – che vivono in un paese probabilmente del nord Europa, dove sbarcano il lunario stando appostati vicino a una macchinetta che di tanto in tanto segnala delle consegne da fare, recapita il pacco e fornisce, tramite cellulare, le istruzioni per la consegna che loro effettueranno in bicicletta sfidando i pericoli della strada.
Nuno ha una compagna e una figlia piccola, Lumi, e per questo ha bisogno di soldi: la sua compagna, Mirja, una donna del posto che ha conosciuto durante un viaggio e che poi è rimasta incinta, parla una lingua che lui fa fatica a capire, e quando a un certo punto compare nel luogo dove si riuniscono – e si nascondono – Nuno, Munir e Dani, con la sua lingua sconosciuta e i suoi comportamenti incomprensibili porta ulteriori elementi di angoscia.
Un altro personaggio femminile che si inserisce presto nella narrazione è quello di Susan, la compagna di Dani, che ha lasciato marito e figli per stare con lui, e che ora insieme a lui vive alla giornata, ed è sempre più preoccupata delle condizioni di salute di Dani, che sembrano peggiorare rapidamente.
Infine, c’è Eduardo, o meglio il suo fantasma, visto che di lui è rimasta solo la bicicletta, ma se ne sono perse le tracce da tempo, finito chissà dove o forse morto.
È un’umanità piena di vita quella che si muove dove nessuno la vede e che cerca di sopravvivere nonostante tutto, e che riesce a sperimentare forme di solidarietà e momenti di gioia e scherzo anche se tutto intorno è squallore e le prospettive future sono molto fosche, soprattutto quando la macchinetta dei pacchi comincia a non funzionare e nella notte viene portata via.
Che fine faranno queste persone invisibili? Come riusciranno a sopravvivere senza nemmeno questa attività?
Nonostante il clima quasi scanzonato che caratterizza le relazioni tra questi personaggi, una sotterranea angoscia attraversa tutta la narrazione, fin dai primi istanti, e aumenta man mano che si va avanti, in un crescendo che attanaglia lo spettatore fino allo spegnimento delle luci.
Bravi gli attori Nourdin Batán (Munir), Fer Fraga (Nuno), Malena Gutiérrez (Susan) – che ricordavo da Dieci capodanni di Sorogoyen -, Nuria Herrero (Mirja) e Gerardo Otero (Dani).
Voto: 3,5/5
All’India sono infatti in programmazione due suoi lavori; io per questioni di incastri vari riesco a vedere solo questo, Los de ahí (Quelli di qui), che racconta di quell’umanità ai margini che spesso risulta per noi quasi invisibile.
Lo spettacolo è recitato in spagnolo, con diversi accenti, e sovratitolato in italiano e, come ormai mi accade normalmente al cinema, nonostante la piccola fatica di dover leggere i sovratitoli, considero la recitazione in lingua originale un valore aggiunto imprescindibile.
I protagonisti sono inizialmente tre: Nuno, Munir e Dani, tre immigrati – provenienti da chissà dove – che vivono in un paese probabilmente del nord Europa, dove sbarcano il lunario stando appostati vicino a una macchinetta che di tanto in tanto segnala delle consegne da fare, recapita il pacco e fornisce, tramite cellulare, le istruzioni per la consegna che loro effettueranno in bicicletta sfidando i pericoli della strada.
Nuno ha una compagna e una figlia piccola, Lumi, e per questo ha bisogno di soldi: la sua compagna, Mirja, una donna del posto che ha conosciuto durante un viaggio e che poi è rimasta incinta, parla una lingua che lui fa fatica a capire, e quando a un certo punto compare nel luogo dove si riuniscono – e si nascondono – Nuno, Munir e Dani, con la sua lingua sconosciuta e i suoi comportamenti incomprensibili porta ulteriori elementi di angoscia.
Un altro personaggio femminile che si inserisce presto nella narrazione è quello di Susan, la compagna di Dani, che ha lasciato marito e figli per stare con lui, e che ora insieme a lui vive alla giornata, ed è sempre più preoccupata delle condizioni di salute di Dani, che sembrano peggiorare rapidamente.
Infine, c’è Eduardo, o meglio il suo fantasma, visto che di lui è rimasta solo la bicicletta, ma se ne sono perse le tracce da tempo, finito chissà dove o forse morto.
È un’umanità piena di vita quella che si muove dove nessuno la vede e che cerca di sopravvivere nonostante tutto, e che riesce a sperimentare forme di solidarietà e momenti di gioia e scherzo anche se tutto intorno è squallore e le prospettive future sono molto fosche, soprattutto quando la macchinetta dei pacchi comincia a non funzionare e nella notte viene portata via.
Che fine faranno queste persone invisibili? Come riusciranno a sopravvivere senza nemmeno questa attività?
Nonostante il clima quasi scanzonato che caratterizza le relazioni tra questi personaggi, una sotterranea angoscia attraversa tutta la narrazione, fin dai primi istanti, e aumenta man mano che si va avanti, in un crescendo che attanaglia lo spettatore fino allo spegnimento delle luci.
Bravi gli attori Nourdin Batán (Munir), Fer Fraga (Nuno), Malena Gutiérrez (Susan) – che ricordavo da Dieci capodanni di Sorogoyen -, Nuria Herrero (Mirja) e Gerardo Otero (Dani).
Voto: 3,5/5
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