Ed eccomi all’ormai tradizionale appuntamento con le anteprime romane dei film presentati alla Mostra internazionale del cinema di Venezia. Quest’anno la scelta è molto dolorosa, perché il tempo a disposizione è poco, l’energia pure, mentre invece l’offerta è molto interessante. Alla fine riesco a vedere quattro film, tra cui il vincitore della rassegna.
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Look back
Negli ultimi tempi, un po’ perché i cinema italiani hanno proposto la sua retrospettiva, un po’ perché è diventato particolarmente prolifico, sono completamente immersa nel mondo del regista giapponese Hirokazu Kore’eda. Al Festival di Venezia il regista ha presentato il suo ultimo film, tratto dall’omonimo graphic novel di Tatsuki Fujimoto, che io avevo letto qualche anno fa dopo averne sentito parlare.
Mi pare che il film di Kore’eda sia molto fedele al fumetto, sia dal punto di vista narrativo che da quello visivo. La storia è quella di due ragazze, Fujino e Kyomoto, entrambe appassionate di disegno e di manga. La prima è volitiva e determinata, la seconda ha una forma di timidezza patologica che le impedisce di andare a scuola. Dopo un primo momento in cui Fujino si sente minacciata dalla bravura di Kyomoto, le due ragazze diventano inseparabili e iniziano a coltivare il loro sogno di realizzare un manga tutto loro. Le loro storie e i loro personaggi le porteranno al successo, ma le loro strade si divideranno quando Kyomoto deciderà di andare all’Accademia di Belle Arti, mentre Fujino andrà avanti nella carriera di mangaka fino ad avere la possibilità di realizzare un anime. Un evento tragico dà avvio a una seconda parte del racconto, che probabilmente si svolge tutta nella testa di Fujino la quale visualizza modi alternativi in cui sarebbero potute andare le cose.
Il fumetto a suo tempo mi aveva lasciata un po’ perplessa, soprattutto in questa seconda parte un po’ onirica, a cui faticosamente e un po’ inutilmente avevo cercato una interpretazione strettamente razionale.
Nella fedeltà assoluta alla fonte, un effetto simile mi ha fatto il film di Kore’eda, anche se la trasformazione del fumetto in live action e poi di quest’ultimo in cartone animato mi hanno reso paradossalmente meno straniante la svolta fantastica della storia e hanno certamente accresciuto l’empatia verso le due protagoniste, anche grazie a due interpreti molto in parte e adeguate e alla sempre delicata e profonda capacità di Kore’eda di dirigere attori bambini o giovanissimi.
Dunque, pur essendomi piuttosto estranei il mondo dei mangaka e in generale quello del disegno, Kore’eda è riuscito a farmi sentire questi due personaggi, sia nella fase adolescenziale degli entusiasmi assoluti e delle passioni divoranti, sia nella fase che porta all’età adulta e che è fatta di dubbi e scelte talvolta dolorose.
Voto: 3,5/5
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Woman unknown
Woman unknown della regista di origine egiziana ma di formazione danese, May el-Toukhy, è il film che un po’ inaspettatamente ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia e la cui protagonista, Mathilde Arcel, ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.
Sono dunque molto curiosa di vederlo in anteprima.
Siamo nell’immediato secondo dopoguerra in Danimarca. Nelle strade regnano entusiasmo ma anche caos, perché la resistenza danese sta regolando i conti con i collaborazionisti o presunti tali. Marie (Mathilde Arcel) fa la cameriera e la bambinaia nella casa di un ricco vedovo, Christian (Carsten Bjørnlund), e sta per diventare sua moglie. Dentro casa il rigore e l’ordine sono quasi maniacali, ma il caos esterno presto si farà strada nella vita di Marie, riportando a poco a poco alla luce segreti del suo passato che potrebbero far naufragare tutti i suoi progetti futuri.
Il film di May el-Toukhy (di cui mi sono accorta di aver visto un altro film nel 2017!!) è di una compostezza formale e di una perfezione estetica notevoli: forme, colori, inquadrature, sono tutti studiati e proposti con grandissima accuratezza. E già questo fa metà della qualità del film.
L’altra metà la fa l’interpretazione trattenuta e sofferta della Arcel, perfetta nell’incarnare la paura e al contempo la spregiudicatezza della vittima per sopravvivere, ma anche l’inevitabile tormento interiore che determina.
Nel film della el-Toukhi ci sono tanti temi: le conseguenze della guerra e dei suoi orrori, la vendetta feroce dei vincitori, il difficile discrimine tra buoni e cattivi, il peso dell’appartenenza di classe e della ricchezza, ma soprattutto c’è il corpo delle donne come terreno sul quale si giocano tutte le partite sopra citate.
Corpi sfregiati, umiliati, oggettificati, usati, annullando volontà, arbitrio e desideri delle donne che li abitano, corpi di cui gli uomini possono disporre a piacimento e fare quello che vogliono, mentre se sono le donne a usare i loro corpi come strumenti di difesa o di azione finiscono inevitabilmente stigmatizzate e soffocate.
Un film intenso che non si sottrae alla complessità e che lascia molto da metabolizzare agli occhi e alle menti degli spettatori. Non so se fosse il film migliore di Venezia, ma certamente un ottimo film.
Voto: 3,5/5
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Possible love
“Non desiderare la roba d’altri” è la prima cosa che compare sullo schermo quando in sala si spengono le luci, e al termine del film diventa esplicito il riferimento di Possible love a Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski, rafforzato dalla presenza tra i produttori esecutivi del film di Krzysztof Piesiewicz, sceneggiatore di tutti i film che compongono il decalogo.
Questa rilettura sudcoreana, pur omaggiando l’originale, affonda profondamente le sue radici nella cinematografia di Lee Chang-dong, di cui io ho visto soltanto Burning – L’amore brucia, che mi era piaciuto parecchio.
Vero è che ormai, tra film e serie TV, siamo tutti piuttosto adusi alla cinematografia coreana, che – come mi pare di aver già avuto modo di dire in passato – è tra le più interessanti nel panorama attuale del cinema e non a caso ha ampiamente - e ormai da tempo - superato i confini nazionali.
Il film di Lee Chang-dong racconta l’intrecciarsi delle vicende di due coppie, quella formata da Ho-seok e sua moglie Mi-ok, e quella formata da Ye-ji e e suo marito Sang-woo. Il quinto personaggio è il figlio decenne della prima coppia, Cheol, osservatore silenzioso – e invero un po’ inquietante - di quanto accade.
La prima è una coppia proletaria: Ho-seok è stato licenziato, insieme a molti altri operai, dalla fabbrica dove lavorava e ha partecipato a un grande sciopero che è stato represso brutalmente dal governo. Da allora soffre pesantemente di depressione, mentre sua moglie cerca di convincerlo a farsi aiutare.
La seconda è una coppia benestante: Ye-ji è una regista di documentari e sta realizzando un lavoro proprio sul caso degli operai licenziati e sullo sciopero che ne seguì, mentre suo marito è un imprenditore che lavora nel settore delle Big Tech.
Le strade di queste due coppie si incrociano al funerale di un operaio che si è suicidato dopo che è stato licenziato: al funerale partecipano Ho-seok e Mi-ok, ma nel luogo dove si svolge c’è anche Ye-ji che sta facendo delle riprese. Dopo questo primo incontro Mi-ok accetta di partecipare alle riprese e di parlare della propria storia e di quella della sua famiglia e a poco a poco il rapporto tra queste due coppie si fa sempre più stretto fino a una vacanza insieme nella bellissima casa di famiglia di Sang-woo, con spiaggia privata, dove le dinamiche emotive intrecciate tra questi personaggi giungono al culmine.
Nel film di Lee Chang-dong ci sono moltissimi temi: un contesto socio-economico sempre più difficile in cui l’evoluzione tecnologica e le derive del capitalismo stanno mettendo a rischio il lavoro, un mondo – quello sudcoreano - quasi patologicamente incentrato sul lavoro e sul successo individuale, e dunque sulla competizione (come abbiamo visto anche nel recente No other choice), un governo nazionale che sembra avere nel suo DNA una tendenza autoritaria e alla repressione (non può non tornarmi in mente Atti umani di Han Kang), una società che l’ultraliberismo ha reso profondamente disuguale, in cui le classi proletarie sono sempre più distanti da quelle ricche e l’invidia sociale è fortissima, la necessità di raccontare questa realtà per mezzo delle immagini, ma anche l’inevitabilità del voyerismo e dell’irriducibilità tra chi guarda (quasi sempre proveniente dalle classi sociali più agiate) e il soggetto del racconto.
Quest’ultimo aspetto è forse quello che mi ha in qualche modo colpito di più, fors’anche perché il mio interesse per la fotografia, e soprattutto per la fotografia di strada e di reportage, mi hanno fatto risuonare queste riflessioni. Le storie non esistono se non vengono raccontate, ma fino a che punto chi sta dietro l’obiettivo ha la capacità e il diritto di raccontarle, quanto lo fa per un bisogno egotico prima che per dare uno spazio ai soggetti del racconto?
Cheol, il bambino che fa in qualche modo da testimone muto di questa vicenda, è forse proprio il tentativo da parte del regista di dichiarare un senso di difficoltà e di estraneità di fronte a queste dinamiche, che però inevitabilmente è senza soluzione.
Il film uscirà purtroppo solo su Netflix e non al cinema. Personalmente sono ben contenta di averlo visto sul grande schermo, perché due ore e quaranta di film coreano sullo schermo di casa per me non sarebbero sostenibili.
Voto: 4/5
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La ragazza con la Leica
Non ho letto il romanzo omonimo della scrittrice italo-tedesca Helena Janeczek che nel 2018 vinse il Premio Strega. Non so bene perché ne sono attirata ma anche respinta. Ma, ora che la regista Alina Marazzi ha deciso di trarne un film, non posso più sottrarmi a questa storia che vede al centro la figura di Gerda Taro, fotoreporter morta a soli 27 anni durante la guerra civile spagnola, il cui nome è spesso messo in relazione a quello di un altro grande reporter di guerra, Robert Capa.
Dall’intervista alla regista che segue la visione del film capisco che il libro, pur essendo un romanzo, si basa su solide ricerche documentarie ed archivistiche e mescola storia e finzione, cosa che probabilmente è stata la molla principale che ha titillato l’interesse della Marazzi e l’ha portata a farne un film.
Da sempre infatti la Marazzi è interessata a questo mix e spesso nei suoi film confluisce materiale audiovisivo di archivio. In questa produzione italo-tedesca la sfida si fa particolarmente interessante, perché si tratta di raccontare un periodo storico particolare: quegli anni Trenta durante i quali l’ascesa del nazismo spinse molti giovani a lasciare la Germania, l’Ungheria, la Polonia per andare in paesi in quel momento più sicuri, come la Francia. Molti di questi – e non fanno eccezione Gerda Taro, Robert Capa e i loro amici – si unirono anche alle forze repubblicane spagnole che combattevano contro il generale Franco e i militari.
È dunque il racconto di una generazione di giovani animati da ideali politici, ma sradicati dai loro paesi di origine, che fanno gruppo per affrontare questa realtà, e che spesso utilizzano l’arte – la fotografia in primis – come strumento di espressione personale e di battaglia politica.
Però La ragazza con la Leica è anche il racconto della vita di una giovane donna a suo modo eccezionale per la sua epoca: Gerda era libera dalle convenzioni, insofferente a tutti i dettami sociali, desiderosa di divertirsi, dotata di una energia vitale straordinaria, ma anche animata da ideali forti e dalla ferma volontà di lottare per questi ideali. Alla sua figura di donna e di fotografa la Janeczek prima e la Marazzi poi restituiscono quello che probabilmente la storia e la sua breve vita hanno tolto: il suo ruolo centrale nel gruppo degli esuli, l’intuizione determinante che segnò l’inizio del successo della carriera di Capa, la varietà e la potenza della sua opera fotografica, perduta e dimenticata a lungo, poi in parte riscoperta dopo il 1997, ma che probabilmente è in parte anche stata attribuita a Capa, in un processo – che ben conosciamo – di ridimensionamento, se non cancellazione delle figure femminili in molti ambiti creativi, non ultima la fotografia.
Il film lavora molto bene – come è nello stile della Marazzi – nel far dialogare i documenti audiovisivi di archivio, le fotografie, gli spezzoni dei film dell’epoca con il girato, giocando tra la dimensione del passato e del presente, con sequenze volutamente anacronistiche che in qualche modo richiamano la forza contemporanea di alcuni elementi di questa vicenda. Gli attori, in particolare la bravissima Emilia Schüle nei panni di Gerda, reggono bene il tono composito e per certi veri ondivago del film.
Probabilmente c’è qualcosa che non funziona perfettamente nel tentativo della Marazzi, ma nel complesso per quanto mi riguarda ho trovato l’operazione ambiziosa e almeno in parte riuscita.
Voto: 3/5
domenica 11 ottobre 2026
venerdì 9 ottobre 2026
Cieli bassi e terre di confine: l'estremo nord della Norvegia (seconda parte)
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| Nel museo di Alta |
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Alta
Ad Alta ci arriviamo direttamente da Senja percorrendo la E6, con la pioggia e un po’ di traffico in più rispetto ad altre zone (forse perché è domenica), ma che offre bellissimi paesaggi. Lungo la strada, a parte ammirare i paesaggi dal finestrino, ci fermiamo solo tre volte: al Kafè E6 AS, l’unico aperto, una specie di autogrill con ristoro, pienissimo di gente, con il personale davvero poco ben disposto; allo spiazzo dove ci sono due tende che sono punti vendita di prodotti Sami (qui compriamo due pelli di renna bellissime); a una baia molto bella, Fornesvika, pochi chilometri prima di Alta.
Ad Alta abbiamo un appartamento in una zona fuori dal centro (comunque raggiungibile a piedi), la cui terrazzina si affaccia direttamente sul fiordo e che offre una vista spettacolare, con una luce meravigliosa quando si va verso il tramonto.
Dopo Tromsø, Alta è l’unica cittadina grande (che comunque ha poco più di 22.000 abitanti) che incontriamo nel nostro viaggio.
Durante il nostro soggiorno qui, visitiamo la Northern Lights Cathedral, prendendo il biglietto anche per vedere un video molto suggestivo sull’aurora boreale, e il museo delle incisioni rupestri, che prevede un percorso al chiuso, con esposizioni che riguardano sia le incisioni stesse sia altre informazioni e manufatti del territorio, e un percorso all’aperto di 3 km che, attraverso una passerella, permette di scoprire le grandi pietre che portano incisioni che vanno dal 7000 a.C. (che stanno più in alto) al 2000 a.C. Sono scene di animali, soprattutto renne e alci, e persone che cacciano o pescano. Alcune sono state colorate di rosso per renderle riconoscibili – sono le prime che si incontrano nel percorso -, le altre sono state lasciate come erano, affidando al visitatore il compito di riconoscere i disegni che sono descritti e disegnati sulla guida. La visita dura parecchio ma è davvero interessante ed emozionante.
Una cosa iperturistica che facciamo ad Alta è la Sami experience. Non sarebbe propriamente nelle nostre corde, ma del resto riteniamo di non avere molte altre possibilità per saperne di più sulla cultura Sami, a parte leggerne. La Sami experience che scegliamo si svolge alla Sami Siida. Ci accoglie un uomo Sami invero un po' particolare nell'interazione - fa lunghe pause e guarda dritto negli occhi con aria un po' minacciosa - che ci racconta un po' di cose sulle tradizioni dei Sami, ci porta in una lavvu (una tenda sami), ci fa entrare a dar da mangiare alle renne (la mia ciotola viene presa d'assalto da un'unica renna che si pappa tutto), poi ci offre un the e un dolcino nella lavvu grande, intorno al fuoco, dove di tanto in tanto organizzano le cene con i piatti della tradizione Sami.
Per lo shopping segnaliamo l’Alta Gift Shop, grande e parecchio fornito (al livello di quello di Tromsø, ma con molta meno gente), lo shop del museo e Kilden, una specie di merceria e rivenditore di lana, che però vende anche maglioni e cose per la casa, un po’ vintage ma interessante. Nel centro della cittadina c’è anche il Thon Senter, una specie di centro commerciale al chiuso che si trova in diverse parti della Norvegia.
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Capo Nord (Nordkapp) e isola di Magerøya
Andando da Alta verso Capo Nord (sono tre ore e mezzo di macchina) si attraversano molti paesaggi diversi; in particolare dopo Olderfjord inizia una zona con vegetazione bassa che a un certo punto diventa un altopiano di tundra. Siamo a circa 300 m sopra il livello del mare ma molto a nord, quasi al 71° parallelo (che supereremo una volta arrivate a Capo Nord).
Ad Alta ci arriviamo direttamente da Senja percorrendo la E6, con la pioggia e un po’ di traffico in più rispetto ad altre zone (forse perché è domenica), ma che offre bellissimi paesaggi. Lungo la strada, a parte ammirare i paesaggi dal finestrino, ci fermiamo solo tre volte: al Kafè E6 AS, l’unico aperto, una specie di autogrill con ristoro, pienissimo di gente, con il personale davvero poco ben disposto; allo spiazzo dove ci sono due tende che sono punti vendita di prodotti Sami (qui compriamo due pelli di renna bellissime); a una baia molto bella, Fornesvika, pochi chilometri prima di Alta.
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| La casa di Alta |
Dopo Tromsø, Alta è l’unica cittadina grande (che comunque ha poco più di 22.000 abitanti) che incontriamo nel nostro viaggio.
Durante il nostro soggiorno qui, visitiamo la Northern Lights Cathedral, prendendo il biglietto anche per vedere un video molto suggestivo sull’aurora boreale, e il museo delle incisioni rupestri, che prevede un percorso al chiuso, con esposizioni che riguardano sia le incisioni stesse sia altre informazioni e manufatti del territorio, e un percorso all’aperto di 3 km che, attraverso una passerella, permette di scoprire le grandi pietre che portano incisioni che vanno dal 7000 a.C. (che stanno più in alto) al 2000 a.C. Sono scene di animali, soprattutto renne e alci, e persone che cacciano o pescano. Alcune sono state colorate di rosso per renderle riconoscibili – sono le prime che si incontrano nel percorso -, le altre sono state lasciate come erano, affidando al visitatore il compito di riconoscere i disegni che sono descritti e disegnati sulla guida. La visita dura parecchio ma è davvero interessante ed emozionante.
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| Una renna sulla spiaggia |
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| L'arcobaleno su Capo Nord |
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Capo Nord (Nordkapp) e isola di Magerøya
Andando da Alta verso Capo Nord (sono tre ore e mezzo di macchina) si attraversano molti paesaggi diversi; in particolare dopo Olderfjord inizia una zona con vegetazione bassa che a un certo punto diventa un altopiano di tundra. Siamo a circa 300 m sopra il livello del mare ma molto a nord, quasi al 71° parallelo (che supereremo una volta arrivate a Capo Nord).
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| Sull'isola di Magerøya |
In questo percorso si attraversano diversi tunnel: l’ultimo è quello che unisce alla terraferma l'isola di Magerøya, dove si trova Capo Nord, e che è lungo oltre 6 chilometri. Sull'isola il paesaggio si fa ancora più spettacolare e incrociamo tantissimi ciclisti che, soprattutto con bici muscolari, vanno o tornano da Capo Nord (non so come facciano: il percorso è tutto un su e giù e fa pure un bel freddino, oltre al fatto che una parte di loro deve avere attraversato anche il tunnel sotto il mare, senza pista ciclabile).
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| Il paesaggio a Capo Nord |
Il cielo nel frattempo si è fatto nuvoloso e c'è un vento decisamente freddo, però è un momento in cui c’è poca gente, e dunque l’atmosfera è particolarmente magica. Intorno al globo solo un paio di coppie/gruppetti (italiani!) che si fanno le foto a vicenda e mentre giriamo lì intorno l’occhio ci cade su un adesivo con la scritta Anti Lazio! 😂
Visto che il tempo non è dei migliori a un certo punto decidiamo di entrare alla NordKapp Hall che ha un biglietto di ingresso di oltre 30 euro a persona: il biglietto dà diritto all’ingresso in una struttura dove non si può consumare cibo portato dall’esterno e dove ci sono un ristorante, un caffè, un negozio di souvenir, ma anche una zona museale e una specie di saletta cinematografica dove si può assistere a un filmato di 15 minuti sull'alternarsi delle stagioni a Capo Nord. Questi filmati, che abbiamo incontrato in vari posti, nonostante i nostri pregiudizi, si rivelano molto interessanti e fanno venire voglia di tornare in questi luoghi nelle altre stagioni (che è forse il loro scopo primario).
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| Sull'isola di Magerøya |
Il tempo di prendere un caffè sedute alla vetrata e il cielo si apre. Approfittiamo del sole per tornare fuori, anche se nel frattempo i pullman hanno scaricato decine e decine di persone, moltissimi italiani, che probabilmente hanno proprio il mito di Capo Nord. In questo frattempo, mentre facciamo una passeggiata lungo la scogliera, siamo anche graziate dall’affacciarsi sul mare di un arcobaleno che incornicia il promontorio.
Trascorriamo nell’area circa due ore e mezza (il parcheggio è gratuito, almeno quello, fino a sei ore). Da qui ci spostiamo poi verso Gjesvaert; ci fermiamo per uno spuntino a una piazzola dove ci sono molte macchine e camper fermi e da dove partono molte persone per quella che sembra una piccola escursione. Siamo indecise se farla anche noi e chiediamo informazioni a due italiani (li riconosciamo dalla moka) che sono parcheggiati accanto a noi. Ci dicono che è un'escursione di circa 1,5 ore che porta al "vero" Capo Nord. Per un attimo ci facciamo un pensiero, ma vedendo che il percorso fin dal principio è molto fangoso decidiamo di rinunciare. Proseguiamo dunque verso il paesino di Gjesvaert dove vale la pena andare non tanto per il paese in sé ma per il percorso e per la posizione.
Torniamo indietro dirette a Honningsvåg, il paese più grande dell'isola nonché attracco di tutte le navi che fanno il giro intorno a Capo Nord. Non a caso nel porto c'è una grossa nave da crociera del gruppo Tui. Il paesino è molto bello e c'è una luce splendida (è l'inizio del lungo tramonto estivo). Ci fermiamo al pub sul porto dove vendono la birra della vicina birreria artigianale Perleporten e prendo una ottima birra Viking e delle pessime patatine al tartufo nero che mi torneranno su per tutta la serata.
Il nostro alloggio per la sera è nella zona di Olderfjord, ed è una bella casetta di campagna tutta in legno, immersa nel verde. Peccato starci così poco.
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La penisola di Varanger e il confine con la Russia
Da Olderfjord ci muoviamo verso est, in particolare verso la penisola di Varanger dove si trova il nostro alloggio successivo. In questo percorso incrociamo molti diversi paesaggi: prima fiordi che la bassa marea trasforma in distese di terra, di massi e acqua bassissima (che io trovo molto fotogenici), poi altipiani con pochissima vegetazione, quindi zone coperte di laghi e foreste, infine tratti costieri. Alcuni di questi paesaggi lasciano senza fiato, e sono difficili da rendere fotograficamente per la loro vastità e profondità dei piani. I tratti più belli secondo noi sono quelli tra Oldfjord e Lakselv e tra Ifjord e Torhop.
Proprio in questo percorso rischiamo di prendere una multa in un tratto di strada con limite di velocità a 60 km/h; da lontano vediamo una luce rossa che a me fa pensare a un incidente e invece è una pattuglia della polizia che ha registrato la nostra velocità (67 km/h) e ci chiede di accostare. Per fortuna, il poliziotto non ha fatto bene la registrazione e quindi dopo qualche minuto torna indietro e dice che possiamo andare, ma di andare più piano!
Arrivate a Varangerbotn ci sistemiamo nella nostra bellissima casetta con vista sul fiordo e facciamo solo una passeggiata alla chiesetta della vicina Nesseby, dove c’è anche una vecchia struttura per il processo di essiccazione degli stoccafissi. La sera, dal nostro alloggio, proveremo a vedere – per quanto possibile – l’eclissi.
Dei due giorni che restiamo in questa zona uno lo dedichiamo all’esplorazione dell’area che sta dalla parte opposta del fiordo rispetto a quella dove ci troviamo noi, che è la parte della Norvegia che va verso il confine con la Russia e la cui cittadina di riferimento è Kirkenes.
La strada non è breve, tanto più che ci sono dei rallentamenti dovuti al rifacimento dell’asfalto, e nell’economia dell’insieme decidiamo di fermarci a Kirkenes sulla strada del ritorno e di andare direttamente a Grense Jakobselv, l'estremità più a est della Norvegia, dove un fiumiciattolo, il Pasvik, segna il confine tra Norvegia e Russia. Prima di imboccare la strada che costeggia il fiume si incontra la dogana, invero piuttosto poco frequentata visto il periodo.
Lungo il fiume si trovano i cartelli che segnalano che qui passa il confine e che la zona è sorvegliata: da una parte ci sono le colonnine gialle norvegese, e dall’altra quelle rosse e verdi con i simboli della Russia. Più in lontananza qua e là si vedono le torrette di guardia.
A un certo punto la strada diventa sterrata (fattibile con qualunque automobile), e sul percorso di incontrano il vecchio rettorato e la Kong Oskar II kapell con il suo cimiterino; in fondo si arriva a un parcheggio e a una bellissima spiaggia di sabbia sul mare di Barents, dove ci sono due soldati in pausa pranzo.
Al ritorno ci fermiamo a Kirkenes, cittadina che sembra uscita da un romanzo distopico post-apocalittico se non fosse per delle bambine che giocano sulla piazza. Qui tutto è scritto in doppia lingua, norvegese e russo, dal momento che c’è una consistente comunità russa o russofona.
In piazza ci sono alcune foto d’epoca che ci fanno conoscere la storia di Ellisif Wessel (1866–1949) e di suo marito, il medico Andreas Wessel: quando quest’ultimo fu trasferito per lavoro a Kirkenes la moglie lo seguì in questa regione povera e desolata. Ben presto, la stessa Ellisif diventò testimone di questo mondo e dei suoi cambiamenti grazie alle fotografie che scattò e che sono diventate una testimonianza importantissima della storia di questi luoghi.
Il giorno successivo andiamo a visitare Vadsø, e il percorso lungo la penisola di Varanger ci regala molti bei paesaggi e viste. A Vadsø facciamo una passeggiata e visitiamo la grande e nuova biblioteca, poi andiamo sull'isola di Vadsøya collegata da un ponte: qui c'è il kulturpark, dove si trova la torre di ancoraggio usata da Amundsen, Nobile ed Ellsworth per partire con il dirigibile Norge verso l'Alaska sorvolando il Polo Nord. Poi la stessa fu usata da Nobile per partire con il dirigibile Italia per una nuova missione artica: purtroppo il dirigibile si schiantò e nella spedizione di salvataggio capeggiata da Amundsen quest'ultimo scomparve.
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Karasjok e Kautokeino
Karasjok è la capitale dei Sami ed è la cittadina dove è stato realizzato il Parlamento Sami. Ci piacerebbe visitarlo, ma la strada che dalla penisola di Varanger ci porta qui è lunga e noiosa e quanto arriviamo al Parlamento l’ultima visita guidata, prevista alle 14,30, è già stata effettuata. Possiamo dunque visitare solo la biblioteca, ancora aperta, e girare intorno all’edificio a forma di lavvu (tenda Sami) da dove si accede all’aula parlamentare.
Il cielo è plumbeo e un po’ opprimente e la cittadina di Karasjok non sembra offrire granché a parte una specie di negozio di artigianato Sami che sarà l’unico posto di tutta la Norvegia dove non potremo pagare con la carta (ma potremo farlo in euro).
Da Karasjok a Kautokeino viaggiamo con un ragazzetto che abbiamo tirato su mentre faceva l’autostop, subito fuori dal paese. Si chiama August, ha 20 anni e gira il nord della Norvegia in autostop e in generale è un grande appassionato di viaggi.
Ci salutiamo all’ingresso della cittadina, dove noi abbiamo una bella casetta a tre piani, molto ben arredata in stile retrò, il cui unico difetto è che in bagno c’è il riscaldamento acceso (che non si può spegnere) e sembra di entrare in una sauna.
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| Honningsvåg |
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| Ancora Magerøya |
Il nostro alloggio per la sera è nella zona di Olderfjord, ed è una bella casetta di campagna tutta in legno, immersa nel verde. Peccato starci così poco.
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La penisola di Varanger e il confine con la Russia
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| Verso la penisola di Varanger |
Proprio in questo percorso rischiamo di prendere una multa in un tratto di strada con limite di velocità a 60 km/h; da lontano vediamo una luce rossa che a me fa pensare a un incidente e invece è una pattuglia della polizia che ha registrato la nostra velocità (67 km/h) e ci chiede di accostare. Per fortuna, il poliziotto non ha fatto bene la registrazione e quindi dopo qualche minuto torna indietro e dice che possiamo andare, ma di andare più piano!
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| Paesaggi della penisola di Varanger |
Dei due giorni che restiamo in questa zona uno lo dedichiamo all’esplorazione dell’area che sta dalla parte opposta del fiordo rispetto a quella dove ci troviamo noi, che è la parte della Norvegia che va verso il confine con la Russia e la cui cittadina di riferimento è Kirkenes.
La strada non è breve, tanto più che ci sono dei rallentamenti dovuti al rifacimento dell’asfalto, e nell’economia dell’insieme decidiamo di fermarci a Kirkenes sulla strada del ritorno e di andare direttamente a Grense Jakobselv, l'estremità più a est della Norvegia, dove un fiumiciattolo, il Pasvik, segna il confine tra Norvegia e Russia. Prima di imboccare la strada che costeggia il fiume si incontra la dogana, invero piuttosto poco frequentata visto il periodo.
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| Il confine tra Norvegia e Russia lungo il Pasvik |
A un certo punto la strada diventa sterrata (fattibile con qualunque automobile), e sul percorso di incontrano il vecchio rettorato e la Kong Oskar II kapell con il suo cimiterino; in fondo si arriva a un parcheggio e a una bellissima spiaggia di sabbia sul mare di Barents, dove ci sono due soldati in pausa pranzo.
Al ritorno ci fermiamo a Kirkenes, cittadina che sembra uscita da un romanzo distopico post-apocalittico se non fosse per delle bambine che giocano sulla piazza. Qui tutto è scritto in doppia lingua, norvegese e russo, dal momento che c’è una consistente comunità russa o russofona.
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| Le foto di Ellisif Wessel a Kirkenes |
Il giorno successivo andiamo a visitare Vadsø, e il percorso lungo la penisola di Varanger ci regala molti bei paesaggi e viste. A Vadsø facciamo una passeggiata e visitiamo la grande e nuova biblioteca, poi andiamo sull'isola di Vadsøya collegata da un ponte: qui c'è il kulturpark, dove si trova la torre di ancoraggio usata da Amundsen, Nobile ed Ellsworth per partire con il dirigibile Norge verso l'Alaska sorvolando il Polo Nord. Poi la stessa fu usata da Nobile per partire con il dirigibile Italia per una nuova missione artica: purtroppo il dirigibile si schiantò e nella spedizione di salvataggio capeggiata da Amundsen quest'ultimo scomparve.
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Karasjok e Kautokeino
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| Partendo da Nesseby verso Karasjok |
Il cielo è plumbeo e un po’ opprimente e la cittadina di Karasjok non sembra offrire granché a parte una specie di negozio di artigianato Sami che sarà l’unico posto di tutta la Norvegia dove non potremo pagare con la carta (ma potremo farlo in euro).
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| All'ingresso di Kautokeino |
Ci salutiamo all’ingresso della cittadina, dove noi abbiamo una bella casetta a tre piani, molto ben arredata in stile retrò, il cui unico difetto è che in bagno c’è il riscaldamento acceso (che non si può spegnere) e sembra di entrare in una sauna.
Tenendo conto che nelle cittadine norvegesi è difficile identificare un centro, possiamo dire di essere abbastanza centrali e dalla nostra finestra sentiamo i rumori della gara in corso sul fiume di cui ci ha parlato la nostra host: motoslitte da neve che gareggiano su un circuito in acqua (pare sport molto diffuso in Finlandia e in crescita in Norvegia).
A Kautokeino, paese con la maggiore percentuale di abitanti Sami della Norvegia, il cui nome in Sami è Guovdageaidnu, assolutamente da non perdere la Juhls Silver Jewellery, un grande laboratorio per la creazione e vendita di oggetti in argento che è anche una galleria. Il laboratorio è stato fondato negli anni Cinquanta da una coppia formata da una tedesca e un danese, che si sono trasferiti a Kautokeino giovanissimi. Il posto è davvero bello architettonicamente e come atmosfera. A un certo punto compare anche Regina, la proprietaria tedesca ormai ottantasettenne, mentre il marito Franck è morto sei anni fa. Regina sta realizzando un'opera d'arte su una parete della galleria dagli anni Novanta e ci lavora ogni giorno. All'esterno dell’edificio ci sono pannelli fotografici con la storia della coppia e del laboratorio.
Se la si trova aperta è interessante anche il čoarvemátta, un edificio di recentissima costruzione (stanno ancora finendo i lavori) progettato dallo studio Snohetta dove c'è il teatro e una serie di spazi didattici (è una scuola superiore di artigianato Sami e allevamento di renne).
Molto interessante il museo dei Sami sia all’interno per gli oggetti in mostra e per l’allestimento anche video dedicato alla storia della rivolta dei Sami del 1852 a Kautokeino e alla figura di Lars Haetta, sia all’esterno dove ci sono delle strutture abitative in stile Sami.
La cosa più divertente che ci capita a Kautokeino è l’incontro con un buffo gruppo di finlandesi, uno dei quali parla italiano ed è innamorato dell’Italia, e ci racconta di aver partecipato in passato a un programma di Licia Colò 😉
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| Nella Juhls Silver Jewellery Gallery |
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| Case ricostruite nel museo dei Sami a Kautokeino |
Molto interessante il museo dei Sami sia all’interno per gli oggetti in mostra e per l’allestimento anche video dedicato alla storia della rivolta dei Sami del 1852 a Kautokeino e alla figura di Lars Haetta, sia all’esterno dove ci sono delle strutture abitative in stile Sami.
La cosa più divertente che ci capita a Kautokeino è l’incontro con un buffo gruppo di finlandesi, uno dei quali parla italiano ed è innamorato dell’Italia, e ci racconta di aver partecipato in passato a un programma di Licia Colò 😉
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| La gara di motoslitte sull'acqua |
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Tra Finlandia, Norvegia e Svezia
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| In territorio finlandese |
Il paesaggio finlandese è decisamente meno vario di quello dal quale veniamo, ed è fatto di infinite foreste di betulle e conifere a perdita d'occhio (la cosiddetta taiga), in cui ogni tanto si aprono laghi e fiumi, dove si creano effetti specchio davvero scenografici.
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| Lyngsfjellan |
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Per una selezione più ampia di foto del viaggio nel nord della Norvegia si veda sul mio profilo Behance.
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mercoledì 7 ottobre 2026
Cieli bassi e terre di confine: l'estremo nord della Norvegia (prima parte)
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| Un tipico paesaggio norvegese (qui Sommarøy) |
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Il percorso
Il nostro viaggio è durato in tutto 15 giorni e le tappe del nostro giro, fatto tutto in macchina, sono state Tromsø (1 notte), Sommarøy (2 notti), Senja (3 notti), Alta (2 notti), Olderfjord (1 notte), Nesseby (2 notti), Kautokeino (2 notti), Tromsø (1 notte).
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| Le strade della Norvegia (qui Magerøya) |
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| La luce dell'estremo nord |
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| Tromsø dall'alto |
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Aspetti pratici
A Tromsø ci siamo arrivati con un volo Norvegian facendo scalo a Oslo, e lo stesso nella direzione inversa abbiamo fatto per il ritorno. La Norvegian si è rivelata un’ottima compagnia aerea e abbiamo viaggiato molto bene. In aeroporto a Tromsø abbiamo preso un’auto da Budget, prenotata tramite Booking. Eravamo un po’ in apprensione perché abbiamo scelto, per una questione di costi, una macchina totalmente elettrica, ma sono bastati qualche giorno di guida e le sollecite spiegazioni di un giovanotto incontrato per caso a una stazione di ricarica per dissipare ogni preoccupazione e farci apprezzare la scelta.
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| Ancora strade norvegesi |
Per quanto riguarda i parcheggi, l’unico posto nel quale abbiamo dovuto pensarci seriamente è stato Tromsø, dove parcheggiare per strada in zona centrale è piuttosto complicato, e alla fine abbiamo optato per il garage dell’albergo, non economico, ma sicuramente più economico dei parcheggi all’aperto in città.
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| Lo stemma della città di Tromsø (con la renna) sui tombini |
Nota: vicino alle scuole bisogna andare ai 30 km/h e tutti i bambini quando escono dall'edificio scolastico anche per andare nel cortile della scuola devono indossare il gilet catarifrangente!
Per quanto riguarda gli alloggi, a parte l’albergo di Tromsø, il First Skansen Hotel, che abbiamo prenotato su Booking (ottimo rapporto qualità/prezzo, considerato che la colazione a buffet è inclusa), in tutte le altre tappe abbiamo prenotato gli alloggi con Airbnb, tutti molto apprezzati, sebbene molto diversi tra di loro. La presenza in diverse di queste case della lavatrice ci ha anche consentito di gestire meglio il bagaglio e i vestiti da portare.
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| Uno dei nostri alloggi più belli, vicino Nesseby |
Le due cene fuori le abbiamo fatte a Gryllefjord allo Skreien Spiseri (che ribattezzeremo tra di noi Skrausen Spiseri), dove prendiamo un cod & bacon, un merluzzo semiessiccato con verdure e un sidro (che non bevo per quanto è cattivo), tutto di livello medio-basso, alla 'modica' cifra di 80 euro, e l’ultima sera a Tromsø al ristorante Full Steam, dove prendiamo un'ottima zuppa di pesce, del salmone grigliato e un cosciotto di agnello, più birra. Tutto buono e abbondante, ma comunque parecchio costoso per i nostri parametri.
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| L'alloggio di Alta |
A livello di shopping, sempre tenendo conto che i prezzi sono parecchio alti, le cose che a noi sono piaciute di più sono quelle più legate al territorio: S. ha comprato tanti gomitoli di lana (anche perché la Norvegia è la patria dello “sferruzzo”, forse perché nei lunghi mesi di buio è un'attività adatta), abbiamo comprato due pelli di renna, dei coprisedia di lana, un maglione tipico, una bellissima coperta di lana, dei prodotti di artigianato Sami (non tutti sono belli eh!) e io un po’ di souvenir a tema renna (una maglietta, dei magneti, dei sottobicchieri). Ricordatevi sempre di chiedere la documentazione per il tax refund, cosa che noi abbiamo realizzato solo a un certo punto.
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I luoghi
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Tromsø
Il nostro primo contatto con l’estremo nord della Norvegia è la città di Tromsø. Siamo 1.700 km a nord di Oslo, già oltre il circolo polare artico; con i suoi circa 80.000 abitanti è la città più grande di questa parte della Norvegia, sede dell’Università più a nord dell’Europa. In realtà, quando arriviamo e facciamo la nostra prima passeggiata, ci sembra un paese, molto accogliente, ma pur sempre un paese. Al termine della vacanza, dopo i nostri 15 giorni in giro nel nulla, in posti dove i paesi a volte sono composti di tre case sparse, Tromsø improvvisamente ci è sembrata una metropoli, piena di gente, bar, negozi, ristoranti. Evidentemente, è tutto sempre molto relativo.
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| Dentro il Polar museet a Tromsø |
Della città, oltre a godersela passeggiando, noi abbiamo visitato il Polar museet, che racconta la storia delle esplorazioni e dello sfruttamento artico iniziato nel 1500 (molto interessante soprattutto la spedizione di Nansen alla fine dell'800: una roba incredibile da cui è uscito vivo insieme a tutto l'equipaggio dopo 3 anni), la Arctic Cathedral in fondo al ponte attualmente chiuso alla circolazione delle macchine ma percorribile a piedi, la bella biblioteca comunale, la cui nuova sede dove si è spostata nel 2005 è stata realizzata conservando il tetto originale del cinema che lì aveva sede.
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| Su Storgata a Tromsø |
Ci fermiamo al caffè che sta vicino alla funivia e, trascorso il tempo di un tè e di un dolcetto, il cielo si apre, arriva la luce del sole e tutto il panorama si accende. Avremo la conferma nei giorni successivi che a queste latitudini accade spesso così, il tempo cambia tantissimo nel giro di pochissimo tempo. Ci precipitiamo dunque fuori e finalmente vediamo tutta Tromsøya (l’isola su cui si trova Tromsø) e anche le tantissime isole intorno con montagne più o meno alte e con ancora qualche chiazza di neve.
Al ritorno a Tromsø dopo i quindici giorni in giro per il nord, approfittiamo soprattutto per fare un po’ di shopping, visto che qui si trova molto di più che in tutti gli altri posti visitati messi insieme. Siamo impressionate dalla quantità di italiani che ci sono in giro per la città, considerato che ne abbiamo incontrati pochi per tutto il viaggio (salvo a Capo Nord).
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Sommarøya, Hillesøya e Kvaløya
La seconda tappa del nostro viaggio è l’isola di Sommarøya che si trova a circa un’ora di macchina da Tromsø e dove si trova il piccolo paese di Sommarøy. Lungo la strada verso la nostra destinazione vediamo le prime delle numerose renne che incontreremo durante il nostro viaggio, e ci colpiscono particolarmente quelle accucciate nell’erba vicino al mare. In generale, il percorso verso Sommarøy è davvero molto scenografico, tra fiordi, montagne, foreste, tundra, isole, spiagge bianchissime, capanni di pescatori e colori bellissimi.
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| Sommarøya |
Sommarøya, Hillesøya e Kvaløya
La seconda tappa del nostro viaggio è l’isola di Sommarøya che si trova a circa un’ora di macchina da Tromsø e dove si trova il piccolo paese di Sommarøy. Lungo la strada verso la nostra destinazione vediamo le prime delle numerose renne che incontreremo durante il nostro viaggio, e ci colpiscono particolarmente quelle accucciate nell’erba vicino al mare. In generale, il percorso verso Sommarøy è davvero molto scenografico, tra fiordi, montagne, foreste, tundra, isole, spiagge bianchissime, capanni di pescatori e colori bellissimi.
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| La spiaggia dove si trova il Prestvika Strandkafe |
La cosa più bella di questa sistemazione è la vista dalla finestra sulla spiaggia, con i capanni-palafitte tipici dell’architettura norvegese, e un tempo atmosferico che è cambiato mille volte nei due giorni in cui ci siamo state e che ci ha regalato dei cieli e una luce meravigliosi. Io ero tentata di immergermi nell’acqua ma, dopo aver messo i piedi e aver sentito la temperatura, ho cambiato idea.
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| I capanni a Hillesøya |
Un pomeriggio prendiamo la macchina e facciamo un giro sull’isola di Kvaløya, che è quella che sta tra Tromsøya e Sommarøya, toccando Sandneshamn, poi Nordfiordbotn, poi Kattfjordeidet, e poi Ersfjordbotn (molto bello). Da qui verso Grøttfjord e Tromvik (evitabile). Bello il percorso lungo i fiordi e tra montagne quasi minacciose.
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| Sommarøya e Hillesøya viste da Ørnfløya |
Tornate alla casa mobile riusciamo persino a cenare fuori cucinando un tipico risotto norvegese, asparagi e porri 😉
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Senja
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| Sul traghetto per Senja |
Arrivate a Botnhamn, all’ingresso dell’isola di Senja, ci avviamo sulla strada panoramica 862 verso Gryllefjord. La prima deviazione è per Husøy, che è un paesino che si trova su un'isola dentro un fiordo, ora collegato alla terraferma da un molo artificiale. Facciamo una passeggiata fino al faro e al ritorno approfittiamo delle colonnine di ricarica, dove veniamo istruite da un giovanotto su come farla.
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| Medby, isola di Senja |
Da qui si può poi andare verso due punti panoramici, con comode passerelle, quello di Tungeneset, da dove si vedono le cime degli Okshornan, noti come i "Denti del Diavolo” e si spazia con lo sguardo sul fiordo, e quello di Bergsbotn, con una vista spettacolare su un fiordo pazzesco (questo secondo ci è piaciuto molto e abbiamo apprezzato la presenza della piattaforma, visto che lungo le strade norvegesi, tendenzialmente strette e con passing places, le piazzole vere dove fermarsi per guardare il panorama o fotografare sono davvero poche).
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| Gryllefjord |
La nostra sistemazione sull’isola di Senja è a Medby, dove abbiamo una grande casa piuttosto antica, con una bella vista sul fiordo, cui si arriva da una strada bellissima, ma che è piuttosto lontana da qualunque altro posto, quindi nei tre giorni che ci alloggiamo cerchiamo di gestire bene gli spostamenti e le cose da vedere.
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| Ånderdalen Nationalpark |
Un giorno esploriamo l’Ånderdalen Nationalpark, che è probabilmente il punto di interesse più vicino a dove siamo noi. Lungo la strada passiamo dal paesino di Sifjord, che si affaccia su un bel fiordo, poi proseguiamo - con qualche sosta in punti molto belli del percorso (in particolare, l'altopiano che attraversiamo venendo da Medby e il lago che si incontra primo della riserva naturale) verso Hyttekroa. Qui c’è un camping e un caffè, e dall’altra parte della strada parte il sentiero che attraversa la riserva fino all'Åndervatnet. All'inizio il percorso è semplice, su ghiaia, e prevalentemente in piano, poi a un certo punto si infila più all'interno della riserva e si fa più impegnativo, diventando un vero trekking, reso più complicato dalla presenza di molte zone acquitrinose e fangose, e solo in parte attrezzato con passerelle in legno. Dopo 4 chilometri di cammino e il lago che non si vede ancora, decidiamo di proseguire per un po’ fino a quando il lago compare tra gli alberi: siamo decisamente stanche e riprendiamo la strada per tornare al punto di partenza. Alla fine avremo fatto circa 20 km in tutto, quasi 28.000 passi per oltre 5 ore di cammino. Al rientro incontriamo ancora persone che stanno partendo pur essendo ormai tardo pomeriggio, e persino una coppia con un cagnolino con le sacche (tipo zaino) 😁.
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| Hafenanlage |
Poi ci fermiamo nella zona di Hamn all'altezza dell'Hamnveien mine, la miniera di nichel dismessa a fine Ottocento, quindi andiamo alla penisola di Hafenanlage che abbiamo visto da lontano e ci è sembrata molto carina. Qui facciamo una bella passeggiata tra le casette e sulla spiaggia raccogliamo un sacco di conchiglie. Torniamo poi indietro fino al ponte Trangstraumen per ammirare il panorama sul mare con le isolette. Tornando verso Medby ci allunghiamo fino a Grunnfarnes, il fiordo successivo a quello dove siamo, dove facciamo una passeggiata sull'unica strada del paese e ci inoltriamo nei campi per fotografare i capanni, mentre il cielo si è fatto sempre più cupo.
Leggi anche la seconda parte del racconto di viaggio.
Per una selezione più ampia di foto del viaggio nel nord della Norvegia si veda sul mio profilo Behance.
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