giovedì 6 maggio 2021

Shanghai baby / Zhou Weihui

Shanghai baby / Zhou Weihui. Milano: Rizzoli, 2001.

Quella di leggere il romanzo di una scrittrice cinese è certamente un’esperienza interessante.

Lo è per la lingua che – sebbene resa il più vicina possibile all’italiana grazie alla traduzione – rivela una struttura completamente diversa. Lo è per la costruzione del pensiero e per le modalità di espressione dei sentimenti che evidentemente rispecchiano le strutture linguistiche e le tradizioni culturali di un paese molto lontano dal nostro.

La storia narrata in Shanghai baby è molto semplice: una giovane donna che vive a Shanghai e che ha pubblicato un libro di racconti sta tentando di scrivere un romanzo che ne consacrerebbe lo status di scrittrice. La donna si innamora di un uomo conosciuto in un bar che si rivelerà impotente e successivamente eroinomane, ma a cui sarà legata da un amore tenero e profondo. Nella sua vita comparirà a un certo punto Mark, un tedesco sposato, con cui avrà una lunga relazione basata su una forte intesa di tipo sessuale.

Intorno si muove un mondo composto di numerosi personaggi più o meno indimenticabili.

La lettura è interessante e a tratti appassionante, ma resta la sensazione di una discontinuità, una specie di modalità sincopata di raccontare il mondo interiore, unita a una modalità sorprendentemente diretta di affrontare temi e sentimenti anche molto delicati.

In definitiva, l’inevitabile distanza culturale mi ha reso difficile un processo di pieno assorbimento che – indipendentemente dal grado di identificazione o meno con i personaggi – è quello che di solito ci consente di comprenderne i pensieri e l’evoluzione psicologica.

La lettura di questo romanzo resta però dal mio punto di vista un’esperienza interessante e che può valere la pena di fare.

Voto: 2,5/5

martedì 4 maggio 2021

Nomadland

Dopo circa 5 mesi di astinenza (per fortuna ero riuscita a fare scorpacciata al Festival del cinema di Roma) torno finalmente a vedere un film sul grande schermo, e questo film non poteva che essere il vincitore come miglior film (ma anche miglior regia e miglior attrice protagonista) agli Oscar 2021. A dire la verità, alla riapertura dei cinema non è che l'offerta fosse particolarmente ampia; del resto, arriviamo da un anno in cui non solo i cinema sono stati chiusi, ma anche molte produzioni si sono fermate.

E direi che per il momento intanto possiamo essere felici di tornare al cinema e godere di questa possibilità.

Nomadland è il film di Chloé Zhao (la regista cino-americana che aveva già attirato l'attenzione di pubblico e critica con il precedente film The rider - Il sogno di un cowboy), basato sul libro della giornalista Jessica Bruder, a suo volta nato da un articolo di inchiesta sulle tante persone che in America vivono in maniera non stanziale per necessità o per scelta.

La protagonista, Fern (Frances McDormand), è un personaggio di finzione (per quanto estremamente realistico) e fa da elemento di connessione tra le storie di tutti gli altri, Linda May, Swankie, Bob Wells, interpreti di sé stessi.

La donna, dopo che suo marito è morto e la città dove vivevano, Empire, è stata cancellata dalle mappe a causa della chiusura della miniera di gesso intorno alla quale era nata, posta di fronte alla necessità di spostarsi altrove e alla prospettiva di un sussidio, decide di allestire il suo van e di vivere nomade, facendo lavori stagionali in giro per l'America: ad Amazon durante il periodo natalizio, in un fast food, nella raccolta delle barbabietole e così via. Diventa presto amica di Linda May, una veterana della vita nomade, che la introduce anche agli appuntamenti annuali con Bob Wells, una specie di guru del nomadismo che si propone di creare una forma di comunità tra queste persone, nonostante i loro rapporti non siano continui e quotidiani.

Ne viene fuori il ritratto (anzi i tanti ritratti) di un'America alternativa, dentro la quale ci sono tante cose: le conseguenze della crisi economica e dell'aumento della disoccupazione, un sistema di welfare insufficiente, un meccanismo economico fortemente dipendente dai lavoratori stagionali in buona parte sottopagati, ma anche forme di solitudine più o meno desiderate e ricercate, l'esigenza di un contatto più stretto con la natura e di legami più laschi e meno vincolanti, le mille strade per affrontare i propri dolori.

Frances McDormand è superlativa: riesce a comunicarci cosa le passa per la testa anche senza parlare, con la distensione o il corrugarsi di una ruga sul viso, e su questo c'è poco da dire. È vero che in fondo fa un personaggio che le è familiare, la donna forte che si porta dentro un dolore grande e che fa fatica a esternare i suoi sentimenti, però non c'è dubbio che è in grado di declinarlo in maniere sempre più sfumate. Va però detto che non c'è soluzione di continuità con gli altri protagonisti, per gran parte attori non professionisti, nella capacità di rendere sinceri i sentimenti e le storie.

Indubbiamente la retorica è dietro l'angolo e tutte le volte che la telecamera si avvicina troppo ai volti oppure se ne allontana troppo per mostrare i grandi paesaggi americani e parte il commento musicale di Ludovico Einaudi il rischio diventa realtà e produce un effetto un po' stucchevole.

Ciò detto la fotografia è di grande livello - e la cosa non mi dispiace affatto -, e soprattutto dentro la confezione ci sono storie, condizioni e sentimenti importanti da raccontare, all'interno di una struttura narrativa circolare ben costruita.

Un'ultima considerazione: la cosa che mi ha colpito di più in questi giorni è che la mia bacheca Facebook - in cui da mesi nessuno parlava di film e sentiva il bisogno di fare esternazioni in merito - si è riempita di post di persone che sono andate a vedere Nomadland al cinema ed esprimevano il loro parere, suscitando ampio dibattito tra i loro amici nei commenti. Mi è sembrato un fatto molto interessante: tutti (io meno degli altri a dire la verità) durante la chiusura dei cinema abbiamo visto film e serie Tv a casa usando tutte le piattaforme possibili, probabilmente ne abbiamo visti molti di più della media, se si considera il fatto che siamo usciti molto meno la sera. Eppure di film se ne parlava poco, e nessuno sentiva il bisogno di condividere il proprio punto di vista. Perché? Sicuramente il fatto che andare al cinema non è un'azione puramente privata, ma sociale (che comporta una precisa ritualità) conta.

Poi sicuramente conta che la stagione cinematografica - a differenza delle piattaforme - non prevede un'offerta infinita, bensì la contemporaneità di un numero limitato di titoli, il che aumenta sensibilmente la probabilità che molte persone più o meno contemporaneamente vedano lo stesso film. Perché questo accada nel privato della visione sulle piattaforme è necessario che si superi una massa critica che renda l'esternazione del proprio punto di vista commentabile e sensata per un numero elevato di persone.

E dunque siamo tornati - almeno apparentemente - dove ci eravamo fermati un bel po' di tempo fa: bacheche in cui qualcuno dice che Nomadland è un film noioso e che gli Oscar sono sempre una fregatura e qualcuno che grida al capolavoro ad altissimo tasso emotivo. Sono polarizzazioni che normalmente mi produrrebbero l'orticaria (ma nel contesto social sono la normalità perché prevalgono le frasi ad effetto), però in questo caso - e solo in questo caso - ne sono persino contenta, perché vuol dire che nella nostra vita c'è ancora spazio per il cinema.

Il cinema è ancora vivo. Evviva il cinema.

(E scusate per la lunga recensione. Ma il ritorno al cinema mi ha preso un po' la mano)

Voto: 3,5/5


martedì 27 aprile 2021

L'infanzia giapponese di Miyo-Chan / Midori Yamane

L'infanzia giapponese di Miyo-Chan / Midori Yamane. Quartu Sant'Elena: Oblomov Edizioni, 2021.

Chi ama i racconti a fumetti e ha un interesse specifico nei confronti del Giappone troverà certamente nella casa editrice Oblomov, fondata da Igort, un punto di riferimento ineliminabile.

Nella produzione di questa casa editrice sono infatti numerose le opere dedicate al paese del Sol Levante, diverse delle quali realizzate dallo stesso Igort (penso ai Quaderni giapponesi e a Kokoro), ma - anche grazie alla conoscenza che il fumettista ha del mondo giapponese e ai suoi contatti - le uscite dedicate al Giappone e alla sua cultura sono in crescita.

L'ultimo nato è questo piccolo albo di Midori Yamane, L'infanzia giapponese di Miyo-Chan, che ci racconta alcune curiosità su usanze, tradizioni e doveri dei piccoli giapponesi, in relazione a specifiche ricorrenze o periodi dell'anno.

Il volumetto è diviso in 12 capitoli, uno per ogni mese dell'anno, e per ogni capitolo Miyo-Chan, una timida bambina di 7 anni, ci racconta un'usanza o un gioco, descrivendo in alcuni casi - anche grazie a disegni molto dettagliati nonché estremamente aggraziati - come realizzare ad esempio un elmo di guerriero, oppure la maschera del leone, o ancora le polpette di riso.

Grazie a Miyo-Chan scopriamo così che la vita dei bambini giapponesi per certi versi non è molto diversa da quella dei bambini occidentali (alcuni dei giochi mi hanno ricordato quelli che facevo io stessa da bambina), mentre per altri è lontana anni luce. Entriamo dunque in contatto con rituali e feste di cui noi conoscitori superficiali del Giappone non sospettiamo nemmeno l'esistenza.

L'albo di Midori Yamane è una lettura delicata, che da un lato accende curiosità e stimola ad approfondire, dall'altro fa venire il desiderio di seguire le istruzioni fornite per produrre gli oggetti e i giochi di cui Miyo-Chan ci parla.

Una lettura imprescindibile per amanti e curiosi del Giappone in tutte le sue forme.

E grazie ancora una volta a Igort per aiutarci a conoscere i tanti volti e le mille sfaccettature di questo affascinante paese.

Voto: 3,5/5

venerdì 23 aprile 2021

Vuoto centrale / Silvia Tebaldi

Vuoto centrale / Silvia Tebaldi. Ozzano dell’Emilia: Gruppo Perdisa Editore, 2009.

Era parecchio tempo che mi era stato regalato questo libro e giaceva sui miei scaffali senza che avessi mai la spinta interiore a metterlo in lettura. Per me con i libri (in generale, e di narrativa in particolare) funziona così: le spinte che mi fanno inserire un libro nella mia raccolta e quelle che me lo fanno leggere nascono in parti diverse del cervello, ed è per me del tutto imprevedibile il momento in cui un libro che possiedo susciterà in me l'interesse effettivo per leggerlo.

L'estate è ovviamente un momento particolarmente favorevole ai recuperi, grazie alla maggiore disponibilità di tempo e di spazio mentale.

Così un'estate è arrivato il momento di leggere questo libro scritto più di dieci anni fa da una bibliotecaria di Bologna e che infatti proprio a Bologna è in qualche modo dedicato.

Il romanzo si potrebbe definire come un giallo ambientato in un futuro vicino e un po' distopico, e forse non molto diverso da quello in cui già stiamo vivendo.

La protagonista è Mara, una donna separata che collabora con un'associazione che ha il compito di offrire assistenza ai moribondi. Il suo compagno è Elia, un fisico, ma anche un appassionato di scrittura e disegno. In una Bologna in cui sono state costruite enormi torri (veri e propri grattacieli) completamente dedicati all'intrattenimento e al gioco, dove giovani e meno giovani trascorrono le loro giornate nell'abbrutimento, si cominciano a verificare una serie di eventi strani: alcuni ingegneri vengono rapiti in prossimità delle porte della città, alcuni ragazzi si suicidano o tentano di suicidarsi lanciandosi dalle torri, alcuni moribondi assistiti da Mara hanno con sé delle stampe delle antiche porte di Bologna.

La scrittura di Silvia Tebaldi è sicuramente magnetica e accattivante e tiene il lettore incollato alle sue pagine, nel tentativo sia di seguire la topografia degli eventi (per la quale una piantina della città sarebbe stata decisamente utile) sia di comprendere il mistero che gli sottostà.

I personaggi che entrano ed escono dall'intreccio narrativo sono numerosi, al punto tale che personalmente ho avuto qualche difficoltà a mantenerli tutti vivi nel mio campo di attenzione.

Arrivata alle ultime pagine il giallo giunge a compimento; io però non ho capito l'incastro dei pezzi del puzzle e qualcosa mi è decisamente rimasta oscura. Un po' di delusione non posso nasconderla, sebbene sia rimasta decisamente affascinata dalla scrittura di questo romanzo e dalla sua visionarietà, combinata con un'affascinante percorso nella storia e nella topografia bolognese.

Voto: 3/5

mercoledì 21 aprile 2021

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti / Olga Tokarczuk

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti / Olga Tokarczuk; trad. di Silvano De Fanti. Milano: Bompiani, 2020.

Mi sono avvicinata a questo libro di Olga Tokarczuk in punta di piedi, intimorita dal suo Premio Nobel per la letteratura (vinto nel 2018) e dal rischio altissimo - secondo i miei pregiudizi - di trovarmi di fronte a un mattone indigeribile.

Il titolo, Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, non aiutava di certo a dipanare i miei dubbi e a rassicurarmi; non sono colta abbastanza per capire che si tratta del verso di una poesia di William Blake, ma forse se lo avessi saputo la cosa mi avrebbe preoccupata ancora di più.

E invece, quando ho iniziato a leggere, mi sono trovata di fronte a un giallo che io personalmente ho sentito molto vicino - per toni e scrittura - a quelli di una delle mie autrici preferite, Fred Vargas.

La protagonista è una insegnante d’inglese non più giovane, Janina (anche se lei odia il nome che le è stato assegnato) che abita da sola in una casa sull’altopiano, vicina ai boschi. La donna è decisamente originale: da un lato è assolutamente atea e materialista nella sua visione del mondo (e a tratti profondamente anticlericale), dall’altro fa studi di astrologia ed è convinta che nelle stelle ci sia scritto praticamente tutto; è una convinta animalista e piange da mesi la morte delle sue Bambine, ossia le due cagne che vivevano con lei; ha pochissimi contatti umani, Dyzio, un suo ex allievo con cui traduce le poesie di Blake, e il suo vicino di casa che lei chiama Bietolone.

La storia ci è narrata in prima persona e inizia nel momento in cui l’attenzione di Janina viene richiamata dal vicino Bietolone sulla casa del terzo vicino, che lei chiama Piede Grande, dove c’è qualcosa che non va. In effetti, Piede Grande è morto, probabilmente soffocato. I due prima si occupano di ricomporre e rivestire il corpo del morto, poi chiamano la polizia.

Da qui si innesca una catena di eventi, che vede il susseguirsi di diverse morti violente, che mandano nel panico la piccola comunità locale perché riguardano anche alcuni personaggi in vista, tra cui il Comandante della locale Polizia e il Presidente dell’Associazione dei Cacciatori.

Tutto viene filtrato dal racconto della stessa Janina, che in un modo o nell'altro diventa protagonista di questi casi e a un certo punto sembra improvvisarsi investigatrice degli stessi.

Ne viene fuori un giallo animalista, femminista, materialista e naïf, che ci trascina non solo nelle atmosfere di questo piccolo paesino polacco ai confini con la Repubblica Ceca, ma anche nei pensieri talvolta ai limiti dell’ossessivo della protagonista, rispetto alla quale ciclicamente si prendono le distanze ovvero si empatizza appassionatamente.

Janina fa di noi tutto quel che vuole. La classica signora âgée un po’ mattoide, dotata di uno straordinario umorismo ma anche di un insostenibile cinismo.

La Tokarczuk scrive con uno stile mirabile e con un linguaggio sopraffino, cosicché è un piacere proseguire nella lettura.

Nella narrazione di Janina si sommano la cultura che le attribuiamo e quella che viene dalla sua creatrice.

La Tokarczuk si è rivelata per me una bellissima scoperta e mi ha fatto nascere uno straordinario desiderio di conoscerla meglio e di leggere altro. Cosa che non mancherò a breve di fare.

Voto: 4/5

mercoledì 14 aprile 2021

Bad luck banging or loony porn

Con questo film il regista rumeno Radu Jude ha vinto l'Orso d'oro per il miglior film al Festival di Berlino del 2021. Si tratta probabilmente del primo film di epoca pienamente "pandemica" (o almeno il primo che mi capita di vedere). Non a caso le mascherine sono protagoniste: innanzitutto si fanno notare per la loro presenza, ma anche per la loro assenza (in alcuni casi indossate correttamente, in altri casi tirate giù, infilate al braccio o vistosamente assenti), in secondo luogo diventano veicoli di messaggi o esibiscono caratteristiche dei personaggi, in quanto oltre alle classiche mascherine chirurgiche celesti nel film si vedono molte mascherine stampate, marchiate oppure con frasi più o meno a effetto.

Nel film di Jude le mascherine sono anche un elemento fortemente simbolico, visto che il tema principale del racconto è quello della censura morale espressa nei confronti di una professoressa, Emi Cilibiu (Katia Pescariu), a causa di un video porno amatoriale di cui lei è protagonista insieme a suo marito, ma che finisce in rete.

Il caso di Emi viene sviluppato in tre momenti, corrispondenti alle tre parti in cui si articola il film, cui segue un epilogo con tre possibili finali, l'ultimo dei quali è il colpo di coda ipergrottesco del regista.

Dopo l'inizio shock del film che ci mostra il filmino porno incriminato, nella prima parte la telecamera segue Emi che cammina per le strade di Bucarest, prima per andare a casa della preside della sua scuola , poi per tornare verso casa. La telecamera - pur non perdendo quasi mai di vista la donna - si sofferma di volta in volta su dettagli del contesto circostante: casermoni, vestigia del passato, cartelloni pubblicitari, comportamenti più o meno assurdi delle persone per strada, grandi SUV parcheggiati in modo creativo. In questo modo Jude costruisce una specie di reportage antropologico e sociale da cui sono evidenti i tratti di decadenza diffusa.

La seconda parte del film è una specie di carosello: sullo schermo si susseguono immagini di persone, situazioni, luoghi, oggetti, dal passato e dal presente, corredate da un breve titolo, a volte descrittivo, altre volte suggestivo, e da un eventuale breve commento. Questa scelta decisamente originale va a completare o comunque ad arricchire l'idea che gli spettatori si sono già cominciati a fare durante la prima parte del film.

Infine, nella terza parte torna protagonista Emi, la quale deve presentarsi nel cortile della scuola di fronte ai genitori dei suoi alunni per essere praticamente sottoposta a un pubblico processo. Nel pubblico rappresentanti dell'esercito, donne presuntamente sofisticate, preti, piloti di aerei, una coppia di uomini gay, una donna ceca, intellettuali, i quali ingaggiano una vera e propria gara di trivialità, supponenza, ipocrisia e aggressività, di fronte alla quale Emi cerca di rispondere con le armi - invero spuntate - del ragionamento logico, delle fonti e della verità storica.

A dire il vero, Jude non salva nessuno dal suo sarcasmo e dalla sua critica feroce, colpendo non solo complottisti, fascisti e conservatori della peggior specie, bensì anche i presunti progressisti nonché la stessa Emi che - al colmo del paradosso - viene accusata di essersi espressa contro i matrimoni omosessuali sul suo profilo social. In questo crescendo si arriva ai tre finali, che - comunque li si guardi - sono l'espressione di un inevitabile gioco al massacro.

Il film di Radu Jude appartiene a un genere - quello grottesco con venature tragicomiche e quasi nonsense - che normalmente non amo molto. Devo dire però che il suo gusto per l'analisi sociale e il ritratto impietoso ma ricco di suggestioni e di spunti di riflessione ch'egli propone sono riusciti a solleticare la mia curiosità e il mio interesse. Cosicché - pur consapevoli che il suo è un punto di vista e come tutti i punti di vista è inevitabilmente parziale - si fa fatica a non condividere il pessimismo cinico e sarcastico con cui sembra auspicare che questa fase di decadenza sia il passo immediatamente precedente all'estinzione dell'essere umano.

Voto: 3,5/5


lunedì 12 aprile 2021

Nonostante tutto / testi e disegni di Jordi Lafebre

Nonostante tutto / testi e disegni di Jordi Lafebre; colori Clémence Sapin e Jordi Lafebre. Milano: Bao Publishing, 2021.

Che dire? Non sono particolarmente romantica o almeno non lo sono in senso tradizionale, ma ogni tanto leggere un graphic novel ben scritto, ben disegnato e pieno di romanticismo fa molto bene al cuore.

Jordi Lafebre ci racconta una storia d’amore, quella tra Ana e Zeno. E fin qui niente di strano.

Il fatto è che il racconto procede al contrario; inizia dalla fine, quando i due si incontrano dopo molto tempo e ormai avanti con gli anni, e procede a ritroso a rivelarci le tappe salienti di questo rapporto. Del resto, Zeno studia fisica e apprendiamo fin da subito che ha da poco terminato un dottorato, che lo ha impegnato tutta la vita, volto a dimostrare che il tempo che noi siamo abituati a vivere in avanti, può teoricamente tornare anche indietro, perché la materia e l’energia liberate tendono al caos e alla dispersione, ma a fronte di determinati eventi possono ricomporsi all’ordine iniziale.

E questa è probabilmente la metafora più potente dell’amore tra Ana e Zeno, uniti dal caso, poi separati dalle scelte e dai caratteri di ciascuno, tenuti legati nel tempo e attraverso vite molto diverse da una indissolubile connessione, e poi ritrovatisi al punto di partenza.

La storia d’amore di Nonostante tutto è per certi versi una storia d’amore classica, una tipica storia impossibile che vince il tempo e le distanze, e però a guardarla da vicino è una storia moderna e originale: c’è una donna che fa le sue scelte, che ha una famiglia ma non rinuncia alla carriera, che è forte e fragile al contempo, ma si fa rispettare e sa amare di un amore diverso due uomini; c’è un uomo che non sa stare fermo in un posto, né in una relazione, che ha bisogno di andare lontano, di esplorare, di rischiare, di girare il mondo, eppure è “fedele” per tutta la vita all’amore per una donna. Questa coppia è fatta di due persone che rispettano quello che sono, che si lasciano andare, che sono in grado di superare la gelosia, che non si ostacolano vicendevolmente, il cui amore forse proprio per questo dura tutta la vita. Però intorno a loro ci sono altre persone, altri rapporti, altri amori, non meno importanti, che fanno l’interezza di vita di ciascuno di loro.

Nonostante tutto è una riflessione su un’umanità in cui convivono caos e ordine, libertà e stabilità, avventura e quotidianità, sogni e realtà, coppie di opposti destinati per sempre alla ricerca di un equilibrio mai definitivo, bensì sempre precario, nella cui precarietà risiede però la straordinaria bellezza di questa vita. Tutti gli stati che attraversiamo sono tappe del nostro percorso, momenti di fugace perfezione all’interno dei continui rimescolamenti della nostra esistenza, nella continua ricerca più o meno conscia di punti fermi.

I disegni di Jordi Lafebre sono molto belli, così come i colori realizzati insieme a Clémence Sapin; i personaggi mi sono sembrati tutti in qualche modo ispirati a personaggi famosi, quasi iconici, e per quello ci risultano familiari, ma ricchi di mille espressioni. Il tono è a suo modo favolistico, non a caso tutti i protagonisti, quelli principali, così come i comprimari, sono adorabili e animati da sentimenti positivi.

In questo senso è una lettura corroborante; non stupida, ma riconciliante. E ogni tanto c’è bisogno di riconciliarsi con la complessità delle nostre esistenze, sognando che una qualche forma di ricomposizione sia possibile.

Voto: 4/5

giovedì 8 aprile 2021

Seni e uova / Mieko Kawakami

Seni e uova / Mieko Kawakami; trad. dal giapponese di Gianluca Coci. Roma: edizioni e/o, 2020.

Un libro di oltre 600 pagine deve conquistarti davvero per spingerti a proseguire nella lettura e ad arrivare in fondo, ovvero deve fornirti delle motivazioni forti e tenere alta l'aspettativa fino alla fine per non rischiare di essere abbandonato.

Ma questo è il nostro punto di vista occidentale che niente ha a che vedere con l'approccio narrativo dei giapponesi, cosicché se decidete di affrontare la lettura di Seni e uova, acclamato romanzo di Mieko Kawakami, siate consapevoli di entrare in un modo di raccontare e vivere i sentimenti strutturalmente diverso dal nostro.

Il libro della Kawakami si articola in due parti, quasi due racconti: uno relativamente breve, il primo, uno molto lungo, il secondo. Protagonista, nonché voce narratrice e trait d'union tra queste due narrazioni è Natsuko, una giovane donna che vive a Tokyo, pur essendo originaria di Osaka dove vivono ancora sua sorella Makiko e la nipote Midoriko.

Il primo racconto si riferisce all'estate del 2008, durante la quale Makiko e Midoriko (che allora aveva 12 anni) vanno in visita di Natsuko a Tokyo. Makiko è mossa dal desiderio di rifarsi il seno in una clinica di Tokyo, mentre Midoriko, che sta per fare il salto nell'adolescenza, rifiuta di crescere e guarda con orrore al desiderio della madre, al punto che si è chiusa in un incomprensibile mutismo. Natsuko dovrà fare i conti con entrambe, fino alla straordinaria scena di scioglimento della tensione prima della loro ripartenza.

La seconda parte del libro è ambientata circa dieci anni dopo, nel periodo tra l'estate del 2016 e quella del 2019: Natsuko è diventata effettivamente una scrittrice (ha un libro all'attivo e ne sta faticosamente scrivendo un altro), ha un'agente di cui è diventata anche amica, e vive ancora a Tokyo. Natsuko non ha una relazione ma a un certo punto sviluppa il desiderio di avere un figlio e comincia a informarsi sul tema della fecondazione artificiale, anche entrando in contatto con un'associazione di persone che sono nate in questo modo e non conoscono il proprio padre biologico.

Attraversiamo così i pensieri di Natsuko, le altalene emotive, le sue contraddizioni, i ricordi del passato, in particolare quelli relativi alla madre e alla nonna, e la accompagniamo nelle sue passeggiate attraverso le strade e i quartieri di Tokyo, nei suoi incontri con amiche e colleghe, nella sua conoscenza con Aizawa, che diventerà più che un amico, non un partner, ma certamente un alleato nel progetto che Natsuko porta avanti con convinzione e testardaggine.

Nel libro della Kawakami il tema predominante - come del resto preannuncia il titolo - è certamente quello del corpo femminile, della possibilità per la donna - soprattutto per quella giapponese, ingabbiata dai pregiudizi e dalle rigidità della società di appartenenza - di autodeterminarsi in alcune importanti decisioni che hanno a che fare con il proprio aspetto esteriore, con il sesso, con la possibilità di procreare.

La cosa incredibile di questo libro - che poi è forse una caratteristica tipica della cultura giapponese - è che se da un lato affronta e parla (attraverso il flusso di pensieri di Natsuko) di temi piuttosto delicati in maniera estremamente schietta e fisica, praticamente senza alcun imbarazzo, dall'altro i sentimenti e le relazioni tra le persone risultano quasi ovattati, in sordina, compressi dentro i corpi e le menti dei protagonisti. Accade così che pensieri e azioni appaiano scollate e quasi mai riescano ad allinearsi. Il pudore e la ritrosia giapponese nelle relazioni sociali è un condizionamento potente dietro i quali monta il mare in tempesta dei pensieri e dei desideri profondi che agitano le menti di qualunque essere umano.

Anche la scrittura della Kawakami rispecchia questa tensione compressa e in parte irrisolta: l'andamento non è infatti sinusoidale, tra fasi ascendenti, picchi e discese, ma si muove su una linea più tendente all'orizzontalità, e se mai si dirama per vie secondarie, parentesi e digressioni, che aggiungono elementi senza alzare i toni.

Se amate il modo di essere e la cultura giapponesi, ovvero volete fare una lunga immersione al loro interno senza la pretesa di poter fare necessariamente proprio il loro punto di vista, Seni e uova potrebbe essere il libro per voi. Altrimenti direi che potete anche lasciar perdere.

Considerata la mia curiosità sul Giappone, per me si è trattato di una lettura interessante, ma se fosse terminata 200 pagine prima non ne avrei sofferto.

Voto: 3/5