venerdì 3 dicembre 2021

La persona peggiore del mondo

Il film di Joachim Trier, un regista danese naturalizzato norvegese (che è al terzo film ambientato a Oslo), è una delle cose migliori che vi possa capitare di vedere al cinema negli ultimi tempi. E non solo per la bravura della protagonista (Renate Reinsve, non a caso vincitrice a Cannes per la miglior interpretazione femminile), bensì anche e soprattutto per la sincerità e la varietà densa di contenuti.

La persona peggiore del mondo parla della vita di Julie e lo fa in 12 capitoli più un prologo e un epilogo, con il supporto di una voce femminile narrante che nel prologo riassume le puntate precedenti e poi ricompare nei momenti topici, senza però risultare eccessivamente invadente.

Julie è una quasi trentenne e vive una condizione che possiamo considerare tipica di questa generazione: ha tutta la vita e tutte le possibilità davanti a sé, partecipa di una libertà di scelta e di un’ampiezza di vedute individuale e sociale che sulla carta potrebbero garantirle un percorso verso una vita soddisfacente. E invece Julie sembra non sapere cosa vuole. O forse, sarebbe meglio dire che non si accontenta mai, o meglio ancora che si scontenta facilmente. Fondamentalmente vive con irrequietezza la necessità di scegliere in via più o meno definitiva qualcosa, che porta con sé l'inevitabile corollario di dover rinunciare a qualcos'altro.

Bombardata da mille stimoli e informazioni, consapevole in maniera anche eccessiva di tutto quello che le accade intorno, Julie oscilla tra confusione e decisionismo, tra cinismo e leggerezza, tra indipendenza e narcisismo. Il condizionamento sociale che un tempo segnava la vita degli individui, in modo particolare delle donne, lascia il posto a un non meno faticoso riconoscimento della propria identità, indipendentemente dallo sguardo altrui, e a un frequente autosabotaggio di fronte alla complessità e alla banalità del reale.

Nel mondo della letteratura, questo sguardo generazionale nei confronti della vita è ampiamente rappresentato da un sempre più folto gruppo di scrittori: penso per esempio a Sally Rooney o a Naoise Dolan. Come sa chi legge questo mio blog, è un tipo di approccio che a me quarantottenne un po’ irrita e un po’ suscita compassione.

In questo caso, invece, il film mi conquista favorendo un senso di empatia che funziona sia nei momenti di leggerezza che in quelli drammatici. Questo perché Julie è sì una donna del suo tempo (quello del post-femminismo e del #metoo), ma prima ancora è una persona nel suo farsi e in quel processo di crescita personale e sentimentale che tutt* abbiamo attraversato o attraversiamo più o meno faticosamente, indipendentemente dalla generazione a cui apparteniamo.

Non a caso il film di Trier oscilla tra ispirazioni molto lontane cronologicamente, da Woody Allen alla Greta Gerwig di Frances Ha. In più Trier ha il merito – pur mettendo al centro della narrazione Julie – di non trascurare i comprimari, che si svelano sullo schermo altrettanto vividi e umanamente intensi (penso ad Aksel, il personaggio in cui forse mi sono riconosciuta di più, e anche a Eivind).

A parte il titolo secondo me poco appropriato (ma per il quale non possiamo nemmeno dare la colpa alla distribuzione italiana visto che è la traduzione esatta di quello originale), che - combinato alla locandina - fa pensare a una commedia leggera e divertita, e a parte qualche scelta musicale un po’ troppo banale, il film di Trier non sbaglia quasi un colpo, riuscendo anche nella difficilissima impresa di dribblare tutti i tentativi di incasellamento in un genere: non è propriamente una commedia, né un film drammatico, bensì mescola insieme ironia, leggerezza, commozione, sentimenti, dramma, questioni sociali, realismo e surrealismo onirico o fantastico, riuscendo a risultare sempre credibile.

Un’occasione preziosa per innamorarsi del cinema ancora una volta.

Voto: 4/5


mercoledì 1 dicembre 2021

Chi ha ucciso mio padre. Teatro India, 6 novembre 2021

In scena al Teatro India l'adattamento italiano del pamphlet autobiografico dell'autore francese Édouard Louis, realizzato da Daria Deflorian e Antonio Tagliarini e interpretato da Francesco Alberici.

Siamo in un garage o uno scantinato: in un angolo c'è un cumulo di sacchi neri della spazzatura. Un ragazzo li calcia rabbiosamente. Così comincia questo dialogo (che in realtà è un monologo) tra un figlio e un padre, in cui viene ripercorsa tutta la storia o quanto meno la memoria soggettiva di una relazione, fatta di molti momenti di conflitto esplicito o sotterraneo, ma anche di tenerezza e di affetto.

All'interno di una famiglia di ceto sociale basso e governata dai principi del patriarcato e da un'idea molto conservatrice della mascolinità, questo figlio un po' femmineo e certamente lontano dallo stereotipo maschile suscita imbarazzo se non vera e proprio vergogna. I condizionamenti sociali e le dinamiche familiari disfunzionali alimentano nel tempo l'incomprensione tra padre e figlio e l'impossibilità di una vera comunicazione, trascinando con sé anche gli altri rapporti familiari.

I sacchi neri aperti e tagliati in modi più o meno violenti porteranno alla luce tutte le tracce di questo passato, gli oggetti di una memoria a volte commovente, a volte dolorosa.

Ora che il figlio, andato da tempo a vivere a Parigi - dove non solo ha potuto esprimere sé stesso ma ha anche avuto successo come scrittore -, rincontra suo padre ormai anziano e quasi impossibilitato a camminare, i sentimenti che gli si animano dentro sono molteplici e contraddittori. Se da un lato la compassione verso di lui è macchiata dall'ombra dei ricordi e non riesce dunque a esplicarsi in pieno, dall'altro la constatazione dello stato di minorità del padre diventa motivo di invettiva violenta nei confronti dei governi francesi che si sono succeduti nel tempo, con tanto di nomi e cognomi, considerati - con le loro leggi ingiuste che hanno colpito soprattutto le persone socialmente più in difficoltà - la causa di questa sua condizione.

Francesco Alberici è molto bravo: intenso e commovente, credibile sia nella rabbia che nella tenerezza, capace di tenere da solo il palco e di comunicare non solo con le parole ma anche con i gesti e le azioni.

Il testo, sicuramente molto forte, sebbene non del tutto originale per i temi trattati, dal mio punto di vista ha un unico, grosso neo, ossia la convivenza tra il tema intimistico e sentimentale della relazione padre/figlio e quello dell'invettiva socio-politica. Comprendo come le due cose si parlino, ma io personalmente ho sentito un salto molto forte, al punto da pensare di stare assistendo a un altro spettacolo. È vero che i francesi sono molto attenti alle ricadute sociali anche delle questioni private e viceversa e da questo punto di vista non è sorprendente che un dramma privato venga ricondotto a un problema politico e sociale almeno di portata nazionale (e questa è anche una cosa molto positiva e interessante), però - per quello che ho visto - mi è sembrato che le due cose restassero un po' più separate del dovuto.

Voto: 3,5/5

lunedì 29 novembre 2021

Madres paralelas

Dopo Dolor y gloria, film che avevo amato moltissimo e che mi aveva profondamente riconciliato con Almodovar, ero un po' preoccupata nell'andare a vedere il suo ultimo film, Madres paralelas. Avevo letto di un ritorno di Almodovar a certi stilemi del suo cinema del passato, e dunque temevo un nuovo disamoramento, ma tutto sommato l'esito della visione è stato meno tragico del previsto.

Al centro della narrazione due donne, una più matura, Janis (Penélope Cruz), e una più giovane, Ana (Milena Smit). Le due si incontrano in un ospedale di Madrid dove entrambe sono in procinto di partorire, senza avere accanto alcun uomo. La prima, che fa la fotografa, è incinta di Arturo, un amico antropologo a cui si è rivolta per affidargli il compito di aprire uno scavo presso la fossa comune dove, secondo le voci del paese, sono stati buttati i corpi dei dissidenti durante la guerra civile spagnola; la seconda è stata oggetto di uno stupro di gruppo che insieme alla madre ha deciso di denunciare.

Dopo la nascita delle due bambine, le strade di queste due donne si separano, ma in realtà saranno destinate fatalmente a incontrarsi nuovamente, in maniere imprevedibili e anche sconcertanti rispetto al percorso di vita di ciascuna di loro. Parallelamente, l'iniziativa di Janis e delle persone del suo paese di restituire identità e una degna sepoltura ai corpi gettati nella fossa comune va avanti proprio grazie ad Arturo, e sarà proprio di fronte agli scheletri di questi uomini che si ricomporranno i vari fili della trama almodovariana e i destini individuali dei suoi protagonisti.

Che dire? Penélope Cruz è bravissima e il suo carisma è uno degli elementi di maggior forza del film.

Sul piano estetico e stilistico i film di Almodovar sono sempre impeccabili, una gioia per gli occhi e un tripudio di bellezza.

Per quanto riguarda la narrazione, ritrovo in questo film alcune rigidità negli sviluppi narrativi e nell'evoluzione dei personaggi e delle relazioni, che finiscono per risultati spiazzanti e innaturali, così come faccio un po' fatica a comporre in maniera sensata il piano della storia individuale di Janis e Ana (e delle loro maternità) con quello della storia nazionale (ossia la necessità di ricucire le ferite della guerra restituendo alle persone i tanti morti dimenticati).

C'è sicuramente una questione di rapporto tra le generazioni, e dunque il tema della memoria (Janis deve spiegare alla più giovane Ana il perché di questa necessità di riportare alla luce questi corpi), così come c'è - onnipresente nel cinema di Almodovar - il tema della maternità, desiderata, scomoda, respinta, faticosa, scoperta e riscoperta, che si applica alle donne ma probabilmente anche a una nazione che ancora deve completamente fare pace con i propri figli.

Voto: 3/5

venerdì 26 novembre 2021

Museo Pasolini / Ascanio Celestini. Auditorium Parco della Musica, 2 novembre 2021

La Sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica è gremita di pubblico per la due giorni (1 e 2 novembre) di anteprima nazionale del nuovo spettacolo di Ascanio Celestini, Museo Pasolini, nell'ambito del RomaEuropa Festival.

Dopo questa anteprima Celestini porterà il suo testo in giro per l'Italia, e tornerà a Roma in primavera al teatro Vittoria.

Museo Pasolini si presenta come una specie di visita guidata in un immaginario museo dedicato al poeta, visita durante la quale la guida, che è ovviamente lo stesso Celestini, non solo si sofferma sui momenti più significativi della vita di Pasolini, ma utilizza la vicenda dell'intellettuale come una traccia per raccontare una storia più ampia, quella dei molteplici se non innumerevoli modi in cui l'anticomunismo si è incarnato e manifestato nella storia italiana.

Tutto questo raccontato alla maniera di Celestini, in una cavalcata narrativa senza interruzione durante la quale lo spettatore è sommerso da un profluvio di parole, di immagini, di aneddoti che si intrecciano inestricabilmente, e che non sempre si comprendono immediatamente, ma che a poco a poco trovano una composizione e un ordine.

Dietro il teatro di parola di Celestini c'è con ogni evidenza uno straordinario e immane lavoro di ricerca, perché quello che l'attore ci racconta è frutto dello studio di un'ampia documentazione, nonché della raccolta di testimonianze di varia provenienza. Tutto questo materiale viene però trasformato da Celestini in storytelling della miglior specie, racconto mirabolante il cui obiettivo non è però quello di colpire lo spettatore per manipolarlo, bensì quello di agganciarlo a sé e tenere desta l'attenzione su contenuti importanti e che diversamente potrebbero risultare indigesti per una parte considerevole del pubblico.

Dentro i racconti di Celestini ci sono i fatti della Storia con la S maiuscola raccontati dal punto di vista dei suoi protagonisti o dei suoi comprimari, ma anche dal punto di vista della gente comune e degli emarginati; in generale c'è tutta un'umanità varia e disordinata che, attraverso la sua voce, si rincorre e si sovrappone, cercando il proprio posto nel mondo.

A volte da spettatori ci si perde nelle maglie della narrazione, ma Celestini riesce sempre a riacchiapparti per portarti dove vuole lui.

Alla fine sappiamo molte cose in più, ma ci siamo anche emozionati. E chissà, forse è questo il modo, per arrivare davvero al cuore delle cose.

Voto: 3,5/5

mercoledì 24 novembre 2021

Essere umane. Le grandi fotografe raccontano il mondo. Forlì, Musei San Domenico, 10 ottobre 2021

In occasione della nostra gita in Romagna, su suggerimento di un'amica, andiamo a visitare la mostra in corso ai Musei San Domenico a Forlì, Essere umane, dedicata alle fotografe.

Si tratta di una mostra ricchissima, che consente allo spettatore di fare una galoppata nei secoli adottando il punto di vista delle fotografe donna sul mondo, sulla società, sul privato.

Il percorso, concepito dal curatore Walter Guadagnini, è organizzato secondo un ordine cronologico, a sua volta suddiviso in tre sezioni. La prima è dedicata agli anni '30-'50 e si apre con l'iconica foto della madre migrante realizzata da Dorothea Lange durante la crisi americana degli anni '30. In questa sezione troviamo anche le foto di alcuni progetti fotografici di Lee Miller, Ruth Orkin, Tina Modotti, Berenice Abbott, Margaret Bourke-White, Eve Arnold, Gerda Taro. Alcune fotografie e alcune fotografe sono famosissime, altre sono per me meno note o - sicuramente per mia mancanza - quasi sconosciute, ma tutte aprono una finestra su un'epoca e su un mondo.

La seconda sezione è dedicata al periodo che va dagli anni '60 agli anni '80 e vede protagoniste fotografe come Inge Morath, Diane Arbus, Lisetta Carmi, Letizia Battaglia (per citare i nomi più noti), ma anche Susan Meiselas, Dayanita Singh, Paola Mattioli. Un'area specifica è occupata da una serie di ritratti di personaggi celebri realizzati dalla grande Annie Leibovitz.

La terza sezione apre lo sguardo sul presente e forse anche in parte sul futuro grazie alle fotografie di alcune autrici giovanissime, come ad esempio Silvia Camporesi. In questa parte della mostra i nomi delle fotografe sono sicuramente meno conosciuti, Zanele Muholi, Newsha Tavakolian, Jitka Hanzlova, Shadi Ghadirian, Shobha, Cristina De Middel, e anche la forma della fotografia tende a diventare meno prevedibile e standardizzata e si declina in forma di collage e in alcuni casi di vere e proprie installazioni. 

Il risultato è un percorso di scoperta dello sguardo femminile, che mostra le sue mille sfaccettature e la sua straordinaria varietà, ma anche un tratto trasversale che fa da fil rouge all'intera mostra, ossia l'empatia e la vicinanza all'umanità fotografata che è tipica del punto di vista delle donne, soprattutto nel momento in cui la scelta è quella di approcciare situazioni e contesti delicati.

Personalmente mi ha anche molto intrigato il lato curatoriale della mostra, lì dove ci si trova di fronte alla necessità di raccontare lo sguardo di queste fotografe attraverso poche fotografie (a volte addirittura solo due), dovendo dunque scegliere uno o  al massimo due progetti, ma all'interno di quei progetti che ovviamente hanno una loro articolazione e complessità interna, solo poche foto capaci comunque di evocare e narrare.

Alcune selezioni mi hanno particolarmente colpito, soprattutto perché si trattava di fotografe per me poco conosciute: tra queste Berenice Abbott, Eve Arnold, Susan Meiselas, Paola Mattioli, Graciela Iturbide, Dayanita Singh, Claudia Andujar, Shobha. La mostra dunque è stata anche l'occasione per partire alla scoperta di sguardi per me nuovi e intriganti.

Da vedere.

Voto: 4/5

lunedì 22 novembre 2021

Petite maman

Nel weekend del G20 a Roma, con mezza città bloccata e uno spettacolo teatrale annullato praticamente senza preavviso, io, S. e F. arrivate in centro dopo un po' di traversie decidiamo che questo pomeriggio va comunque messo a frutto. Così, dopo una rapida scorsa alla programmazione cinematografica, decidiamo di andare a vedere un film che avevo adocchiato già alla festa del cinema (dove ha vinto la rassegna Alice nella città) e che nel frattempo è uscito in sala.

Si tratta di Petite maman, il ritorno in sala di Céline Sciamma dopo il successo de Il ritratto della giovane in fiamme. Si tratta di un film piccolo da tanti punti di vista: dura poco più di 70 minuti, è un film girato quasi interamente in una casa e nel bosco circostante, è realizzato con pochi mezzi e pochissimi attori. Eppure, molti - forse anche a dispetto della sua 'piccolezza' - ne hanno riconosciuto le grandi qualità.

Preliminarmente credo sia utile suggerire di vederlo in lingua originale: se già in generale vedere film doppiati a me risulta sempre più innaturale, nel caso di film recitati primariamente da bambini il doppiaggio risulta ancora meno accettabile. Io purtroppo l'ho visto in italiano, e credo che il doppiaggio abbia contribuito inevitabilmente a creare un po' di distanza rispetto al film, rendendo la conversazione molto più legnosa di quanto non sarebbe stata in lingua originale.

La storia è quella di Nelly (Joséphine Sanz), una bimba di nove anni che dopo la morte della nonna va, insieme ai genitori, nella casa nel bosco dove sua madre era cresciuta e dove era vissuta la nonna prima di andare nella casa di riposo. La permanenza in questa casa è finalizzata a svuotarla al fine probabilmente di venderla.

Durante questi giorni Nelly prende contatto con il mondo infantile di sua madre e, dopo che quest'ultima parte all'improvviso, la bambina incontra nel bosco un'altra bimba, Marion (Gabrielle Sanz), che presto scopre essere proprio sua madre da piccola.

In questo cortocircuito temporale - che però viene presentato come quasi del tutto naturale anche perché inserito nel mondo pieno di fantasie tipico dei bambini - le due bambine (quasi indistinguibili) condividono giochi, pensieri, attività, paure, spensieratezza e preoccupazioni, fino a quando ognuna ritorna "al proprio mondo" con una ricchezza in più.

La Sciamma non punta a rivelare grandi verità o particolari significati nascosti: si "limita" invece a mettersi ad altezza di bambino (cosa che le riesce benissimo) e a provare a guardare il mondo degli adulti dal loro peculiare punto di vista. Ne viene fuori un'atmosfera un po' misteriosa e un po' buffa che è quella nella quale i bambini sembrano immersi per il fatto di non avere tutti gli elementi di comprensione della realtà circostante, ma anche quel modo incredibilmente creativo con cui essi interpretano la complessità e si danno delle spiegazioni. Incontrare la propria madre bambina e riconoscere in essa una vicinanza inattesa diventa un modo non previsto, ma necessario - soprattutto in un momento di passaggio com'è quello della morte della nonna - per comprenderla ed esserle più vicina quando la distanza di età verrà ripristinata.

Voto: 3,5/5



mercoledì 17 novembre 2021

Il gioco del panino = Playing sandwiches / con Arturo Cirillo. Teatro Belli, 30 ottobre 2021

Scopro quasi per caso, grazie a un post su Facebook (unico motivo per cui vale ancora la pena stare sui social), che al Teatro Belli (dove non sono mai stata) è in corso una rassegna teatrale, Trend, dedicata al teatro britannico contemporaneo, e nell'ambito di questa rassegna è prevista la rappresentazione di Playing sandwiches (tradotto in italiano con Il gioco del panino), un monologo della serie Talking heads di Alan Bennett e qui recitato e diretto da Arturo Cirillo.

Si sa che sono una fan di Cirillo, e dunque non mi lascio sfuggire l'occasione di vederlo ancora una volta a teatro.

La storia è quella di Wilfred Paterson, un uomo che lavora come pulitore e manutentore in un parco della città. All'apparenza un uomo comune che si divide tra la vita familiare (ha una moglie, ma non figli, e parenti di vario genere) e la vita lavorativa (ha un supervisore da cui viene spesso ripreso, un capo che gli solleva problemi burocratici, dei colleghi con cui va più o meno d'accordo).

Nella prima scena lo vediamo vestito in abiti da lavoro, poi il monologo viene scandito dai cambi di abito, accompagnati dalla musica e dai cori musicali di Benjamin Britten. Wilfred ci racconta aneddoti ed episodi della sua vita, a prima vista ordinari, talvolta divertenti, altre volte più drammatici. Sebbene la parola infamante non venga mai pronunciata, a poco a poco la scomoda verità dell'esistenza dell'uomo trapela: Wilfred è irrimediabilmente attratto dai bambini, e proprio per questo motivo è già stato in carcere.

Pur essendo tornato a una vita normale ed essendo impegnato a tenersi lontano dalle situazioni a rischio, la possibilità di cadere in tentazione è sempre dietro l'angolo e fatalmente Wilfred ne è ancora vittima.

Il monologo di Bennett prende il titolo dal considdetto "gioco del panino" (in inglese "playing sandwiches") che è quello che si fa in due o più persone, poggiando le mani le une sulle altre, sfilandole alternativamente e riportandole sopra, gioco che Wilfred fa con la bambina che innescherà la sua nuova caduta.

Nel testo di Bennett - come è stato fatto notare - non c'è né giudizio né assoluzione, bensì il racconto fortemente umanistico della vita di una persona. L'interpretazione di Arturo Cirillo è perfettamente in linea con questa interpretazione: Cirillo ci propone un Wilfred un po' dimesso, e al contempo in lotta con sé stesso e con il mondo, un uomo dalle mille sfumature che però sembra non avere scampo rispetto alla propria natura e al proprio destino.

Voto: 3,5/5

lunedì 15 novembre 2021

Festa del cinema di Roma, 14-24 ottobre 2021 - Terza parte

(Per la prima e la seconda parte delle recensioni si veda qui e qui)

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Red Rocket

Vado a vedere il film di Sean Baker senza sapere che lui è un regista di culto (ma anche sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia): lo capisco dall'applauso affettuoso del pubblico quando arriva in sala. Io non ho visto i suoi film precedenti, e dunque non so davvero cosa aspettarmi, così mi lascio andare alle immagini che scorrono sullo schermo.

Red Rocket è la storia di Mickey (Simon Rex), un ex attore pornografico che, rimasto senza lavoro, senza casa e senza soldi, decide di tornare a vivere da sua moglie, con cui ha un passato piuttosto burrascoso. Quest'ultima vive in una casetta di legno alla periferia di Texas City, in un'area quasi a ridosso delle grandi strutture industriali per la raffinazione del petrolio con tanto di ciminiere che sbuffano veleni.

Mickey è quello che io definerei un ca**one: un uomo che si avvia alla mezza età, ma si comporta ancora come un adolescente in piena crisi ormonale, che non ha alcun rispetto per i sentimenti degli altri, che pensa solo ai propri interessi e al proprio tornaconto personale. Insomma, decisamente insopportabile. Eppure l'interpretazione di Simon Rex e le modalità di costruzione della storia fanno sì che lo spettatore riesca persino ad affezionarsi a questo ragazzone parecchio infantile, fors'anche perché un po' tutto il mondo che lo circonda è a suo modo anomalo ed estremo, criticabile e commovente al contempo. Penso alla moglie, al vicino di casa, alla giovanissima commessa con cui Mickey finisce a letto.

Il film di Baker - dentro una confezione che certamente richiama certo cinema di genere degli anni Settanta, soprattutto italiano, e sullo sfondo di una realtà sociale di profondissima e drammatica emarginazione - riesce a mettere in scena gag estremamente divertenti e a trascinare lo spettatore nella rocambolesca vita di Mickey, sempre in bilico tra dramma e commedia, alla stesso modo in cui il contesto, pur degradato, a tratti vira verso il kitsch o addirittura il fiabesco (ovviamente ironico).

Nel complesso un film molto originale, con una cifra stilistica molto particolare e in cui si trattano temi anche importanti con un approccio apparentemente ca**one come quello del protagonista.

Voto: 3,5/5



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La croisade = La crociata

In un Auditorium della Conciliazione gremito di gente arriva Louis Garrel in persona a parlarci del suo ultimo film, La croisade. Garrel, che ha avuto una relazione con Valeria Bruni Tedeschi e ora è sposato con Laetitia Casta, parla benissimo l'italiano, e dice di essere particolarmente interessato al modo in cui i suoi film vengono accolti in Italia. Nello specifico del film in programmazione, il regista (nonché attore) ci dice che la sceneggiatura era stata scritta diversi anni fa da Jean-Claude Carrière, ma a quel tempo lui l'aveva considerata poco credibile. Nel tempo però il tema dell'emergenza climatica è diventato sempre più attuale e Carrière - che nel frattempo è morto - ha dimostrato di avere ragione a voler raccontare questa storia. A questo punto Garrel ha deciso di girare questo film dedicandolo appunto al suo profetico co-sceneggiatore.

Si tratta di un film che dura poco più di un'ora e che parla di un gruppo di bambini e ragazzini che si sono organizzati per avviare un'azione a livello globale finalizzata a salvare il pianeta dalla sua fine annunciata. Uno di questi bambini è Joseph (Joseph Engel), il figlio di Abel (Louis Garrel) e Marianne (Laetitia Casta), il quale - come i suoi coetanei - ha venduto degli oggetti della casa e di proprietà dei suoi genitori per raccogliere i fondi per questa impresa.

Inizialmente i suoi genitori sono arrabbiati e increduli, ma a poco a poco capiscono che Joseph e i suoi amici fanno sul serio, e decidono dunque di supportarli e di fare la loro parte.

La croisade
è costruito come una favola ecologista, che mette al centro della riflessione i bambini e il loro complesso mondo interiore, che spesso gli adulti non comprendono o rispetto al quale sono in profondo ritardo.

Un film che conferma ancora una volta la sensibilità e l'attenzione particolari che la società francese sta dedicando negli ultimi anni al tema della sostenibilità ambientale del nostro modello di vita. Un modo sicuramente meno drammatico per parlarne, ma - chissà - magari ancora più efficace.

Voto: 3/5



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Futura 

Futura - che, come viene confermato durante la presentazione del film dagli stessi registi, è il neutro plurale latino e sta dunque per "le cose che verranno" - è un film collettivo realizzato da tre registi italiani già molto conosciuti, Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher, coadiuvati sul piano scientifico da Stefano Laffi, economista e sociologo.

Si tratta sostanzialmente di un film documentario, la cui idea iniziale era nata nel 2019 e le cui riprese erano cominciate all'inizio del 2020, per poi dover fare i conti con la pandemia e i vari lockdown. Il progetto era quello di intervistare giovani italiani, presi non singolarmente ma all'interno di gruppi di appartenenza o per loro identitari, per conoscere il loro punto di vista in particolare sul futuro, sia quello individuale sia quello della società (in questo è abbastanza sorprendente il richiamo con un altro film del festival, ossia C 'mon C'mon).

I registi effettuano queste interviste in diverse parti dell'Italia, cercando di coprire Nord, Centro e Sud e diverse provenienze sociali, nonché diversi contesti sia urbani che rurali.

Ne viene fuori un quadro al contempo omogeneo e diversificato. Si notano le differenze nell'articolazione e nella complessità dei punti di vista secondo la provenienza dei ragazzi e il contesto nel quale si muovono, ma nello stesso tempo tutti sono accomunati da una disillusione forte e da una ridotta speranza rispetto al futuro.

Alcune cose sorprendono (oltre a essere un pochino deprimenti): il permanere di una visione di futuro molto diversificata tra uomini e donne (i primi in molti casi vogliono fare i calciatori, e le seconde vogliono mettere su famiglia), lo scarso riconoscimento dell'importanza dello studio e dell'istruzione, l'assenza di qualunque dimensione collettiva che vada al di là della propria famiglia e del proprio gruppo di amici, la mancanza di memoria storica (i ragazzi che studiano alle scuole Diaz restano muti quando gli viene chiesto cosa sia successo a Genova nel 2001), cose che si accompagnano a paure più tipicamente adolescenziali e giovanili, come quella di essere giudicati o non essere accettati.

Dall'altro lato, i giovani - almeno a parole - sembrano aver completamente sdoganato temi legati alla moralità e ai diritti delle minoranze (che considerano cose da vecchi) e mostrano per certi versi una consapevolezza rispetto al contesto che forse la mia generazione non aveva (cosa che ha due facce della medaglia: il cadere di certe forme di ingenuità, e insieme un cinismo eccessivo per l'età).

La scelta del film di considerare sempre le interviste come qualcosa da svolgersi in gruppo può aver condizionato le risposte o le non risposte dei singoli, e indubbiamente il quadro che emerge dal film, come quello che emerge da tutte le ricerche sociali, è parziale e non rappresentativo in termini statistici, però ci dice molto degli umori e delle sensazioni di questa generazione.

Io devo dire che in questa fase della mia vita ci ho visto più elementi per deprimersi che elementi di speranza, sebbene la conoscenza diretta di alcuni giovani che conosco certamente meglio mi dice in parte il contrario. Ma non v'è dubbio che il cinismo che questa generazione ha sviluppato per eccesso di esposizione alla realtà dovrebbe far pensare e per quanto mi riguarda non mi mette affatto tranquilla.

Voto: 3/5