Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro / Hisham Matar; trad. di Anna Nadotti. Torino: Einaudi, 2017.
Ne Il ritorno Hisham Matar racconta, a volte in maniera distesa, altre volte come un flusso di coscienza, andando avanti e indietro nel tempo, la storia della sua famiglia e in particolare di suo padre, Jaballa, oppositore del regime libico di Gheddafi e per questo incarcerato, insieme ad altri componenti della sua famiglia, nella prigione di Abu Salim, tristemente nota per il massacro del 1996.
Hisham nasce nel 1970 a New York, in quanto in quegli anni suo padre faceva parte della delegazione libica presso le Nazioni Unite. Dopo pochi anni, la famiglia Matar si trasferì a vivere a Tripoli dove Hisham trascorse la sua infanzia fino ai nove anni. L'ascesa di Gheddafi e la condizione di oppositore di Jaballa costrinsero però la famiglia a trasferirsi in Egitto, al Cairo, dove Hisham visse fino al trasferimento in Inghilterra per studio. Lì Hisham rimase dopo l'incontro con Diana, che sarebbe diventata sua moglie, e l'inizio della sua attività di scrittore.
Ma ne Il ritorno, romanzo autobiografico che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2017 nella sua categoria, Hisham si concentra in particolare sul momento di speranza che si riaccese nella popolazione libica dopo il rovesciamento di Gheddafi. In quella fase diversi membri della sua famiglia, lo zio e i cugini, furono liberati dalle prigioni libiche e tornarono a casa, e diversi libici che avevano abbandonato il loro paese ritornarono nella speranza di poter ricostruire una vita in patria. Nel caso di Hisham c'era soprattutto la speranza di avere notizie del padre, forse ucciso nel massacro di Abu Salim, o in altre circostanze, ma il cui corpo non è stato mai ritrovato e la cui morte non è stata mai confermata.
Il libro è dunque il racconto del disperato tentativo di conoscere la verità, ma anche una riflessione e un racconto su un paese e un popolo martoriati dalla dittatura e illusi dalla sua caduta, che - come oggi sappiamo - ha aperto la strada a una guerra civile e a una spaccatura mantenuta in equilibrio con armi e violenza.
Però, pur non potendo prescindere dalla storia del suo paese, il libro di Hisham è soprattutto la rappresentazione lucida e al contempo empatica dei sentimenti forti e contraddittori che legano un esule al suo paese di origine e a un padre che nella storia di quel paese ha avuto un ruolo centrale, ma che Hisham non vede da oltre 20 anni senza conoscerne il destino.
C'è tanto, tantissimo, in questo libro, di personale, ma anche tanto per comprendere realtà che sono fuori dalla nostra esperienza, e che solo attraverso la grande letteratura abbiamo la possibilità di provare a capire nelle loro specificità ma anche nelle forme di universalità che sono legate al nostro far parte di un'umanità che, nonostante le differenze storiche, sociali e religiose, condivide sentimenti, relazioni, desideri e piccolezze.
Una lettura davvero entusiasmante.
Voto: 4/5
giovedì 9 aprile 2026
martedì 7 aprile 2026
Ashes / Muta Imago. Spazio Diamante, 21 marzo 2026
Sollecitata da un breve post di Nicola Lagioia, decido di andare a vedere questo spettacolo dei Muta Imago con la regia e la drammaturgia di Riccardo Fazi, presso lo Spazio Diamante, bel teatro e sala concerti su via Prenestina. Non conosco il progetto teatrale dei Muta Imago e dunque per me è anche l’occasione per sperimentare qualcosa di nuovo.
Prima di arrivare al teatro avevo letto poco, se non che il lavoro Ashes è fortemente incentrato sulle sonorizzazioni. Sul palco, quattro microfoni su aste e, alla destra dei microfoni, una postazione per il musicista Lorenzo Tomio che, con i suoi interventi musicali e sonori, non accompagna semplicemente lo spettacolo, ma ne diventa protagonista.
Dietro le aste, al buio e poi appena rischiarati da luci soffuse, compaiono quattro personaggi, interpretati da Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano e Arianna Pozzoli. Inizialmente di loro sentiamo solo i respiri e i gorgoglii in parte amplificati dai microfoni, poi comincia una specie di chiacchiericcio di fondo, fatto di piccoli monologhi, pensieri, brevi dialoghi, onomatopee, versi di animali e molto altro.
Non c’è una vera narrazione in senso tradizionale in questo spettacolo, e solo qua e là ci sembra di riconoscere un fil rouge nel racconto, forse la storia degli abitanti di una casa che seguiamo dalla fine del XIX secolo fino a un futuro nel quale la casa stessa diventa un luogo per illustrare com’era la vita un tempo e quali strani oggetti utilizzava questa umanità del passato.
Nel mezzo, situazioni, eventi, rumori, che raccontano di compleanni, capodanni, natali, nascite, morti, cadute, rapporti familiari, e altro che sta a ognuno decodificare, ovvero a cui ci si può anche solo lasciare andare.
Aleggia in quest’ora di spettacolo la ricerca di un significato della vita in relazione al tempo che passa, alle persone che cambiano e che si sostituiscono le une alle altre, in un andamento circolare e ineluttabile di cui rimane appunto un chiacchiericcio di fondo, su cui ogni tanto si accendono delle luci a illuminare momenti specifici, quelli che di solito immortaliamo e che spesso sono gli unici che vanno a costituire la nostra memoria, ma che comunque sono destinati a essere spazzati via, o a cambiare di significato nel tempo, o a essere perduti.
A tratti, lo spettacolo dei Muta Imago mi ha fatto pensare al film di Zemeckis Here che a sua volta si ispirava a un graphic novel, nonché a Sentimental value, perché in entrambi i casi – ove più ove meno – i luoghi e il tempo che passa si fanno protagonisti più ancora delle persone che li abitano. Le persone passano, i luoghi restano certamente oltre la vita delle persone ed è come se in qualche modo ne tramandassero una memoria silenziosa e invisibile.
Quando mi sono trasferita nella casa dove vivo adesso, nella casa di fronte alla mia vedevo spesso una signora anziana, ma tutto sommato in buona salute, uscire sulla terrazza a curare le sue bellissime e rigogliose piante. Talvolta, ne sentivo da lontano la voce mentre parlava con quelle che immagino fossero la figlia e la nipote. Poi all’improvviso la casa si è fatta silenziosa, le piante sono morte tutte, fino a quando ho visto ricomparire sul terrazzo altre persone, prima sporadicamente, poi abbastanza sistematicamente. Qualcuno di coloro che ci abitano adesso da qualche tempo sembra stare facendo anche qualche tentativo di piantare qualcosa.
C’è un misto di malinconia e tristezza, ma anche di sotterranea gioia nell’idea di quanto tutto conti e nulla conti, che siamo un momento nella storia, di grandissimo significato per noi stessi mentre viviamo, ma di scarsissimo significato nel grande orizzonte del tempo che passa inesorabile.
E Ashes ce lo ricorda, in modo delicato e forte, sottile e potente. Bello.
Voto: 4/5
Prima di arrivare al teatro avevo letto poco, se non che il lavoro Ashes è fortemente incentrato sulle sonorizzazioni. Sul palco, quattro microfoni su aste e, alla destra dei microfoni, una postazione per il musicista Lorenzo Tomio che, con i suoi interventi musicali e sonori, non accompagna semplicemente lo spettacolo, ma ne diventa protagonista.
Dietro le aste, al buio e poi appena rischiarati da luci soffuse, compaiono quattro personaggi, interpretati da Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano e Arianna Pozzoli. Inizialmente di loro sentiamo solo i respiri e i gorgoglii in parte amplificati dai microfoni, poi comincia una specie di chiacchiericcio di fondo, fatto di piccoli monologhi, pensieri, brevi dialoghi, onomatopee, versi di animali e molto altro.
Non c’è una vera narrazione in senso tradizionale in questo spettacolo, e solo qua e là ci sembra di riconoscere un fil rouge nel racconto, forse la storia degli abitanti di una casa che seguiamo dalla fine del XIX secolo fino a un futuro nel quale la casa stessa diventa un luogo per illustrare com’era la vita un tempo e quali strani oggetti utilizzava questa umanità del passato.
Nel mezzo, situazioni, eventi, rumori, che raccontano di compleanni, capodanni, natali, nascite, morti, cadute, rapporti familiari, e altro che sta a ognuno decodificare, ovvero a cui ci si può anche solo lasciare andare.
Aleggia in quest’ora di spettacolo la ricerca di un significato della vita in relazione al tempo che passa, alle persone che cambiano e che si sostituiscono le une alle altre, in un andamento circolare e ineluttabile di cui rimane appunto un chiacchiericcio di fondo, su cui ogni tanto si accendono delle luci a illuminare momenti specifici, quelli che di solito immortaliamo e che spesso sono gli unici che vanno a costituire la nostra memoria, ma che comunque sono destinati a essere spazzati via, o a cambiare di significato nel tempo, o a essere perduti.
A tratti, lo spettacolo dei Muta Imago mi ha fatto pensare al film di Zemeckis Here che a sua volta si ispirava a un graphic novel, nonché a Sentimental value, perché in entrambi i casi – ove più ove meno – i luoghi e il tempo che passa si fanno protagonisti più ancora delle persone che li abitano. Le persone passano, i luoghi restano certamente oltre la vita delle persone ed è come se in qualche modo ne tramandassero una memoria silenziosa e invisibile.
Quando mi sono trasferita nella casa dove vivo adesso, nella casa di fronte alla mia vedevo spesso una signora anziana, ma tutto sommato in buona salute, uscire sulla terrazza a curare le sue bellissime e rigogliose piante. Talvolta, ne sentivo da lontano la voce mentre parlava con quelle che immagino fossero la figlia e la nipote. Poi all’improvviso la casa si è fatta silenziosa, le piante sono morte tutte, fino a quando ho visto ricomparire sul terrazzo altre persone, prima sporadicamente, poi abbastanza sistematicamente. Qualcuno di coloro che ci abitano adesso da qualche tempo sembra stare facendo anche qualche tentativo di piantare qualcosa.
C’è un misto di malinconia e tristezza, ma anche di sotterranea gioia nell’idea di quanto tutto conti e nulla conti, che siamo un momento nella storia, di grandissimo significato per noi stessi mentre viviamo, ma di scarsissimo significato nel grande orizzonte del tempo che passa inesorabile.
E Ashes ce lo ricorda, in modo delicato e forte, sottile e potente. Bello.
Voto: 4/5
domenica 5 aprile 2026
Project Hail Mary – L’ultima missione
Tratto dall'omonimo romanzo di Andy Weir, Project Hail Mary, il film diretto da Phil Lord e Christopher Miller, vede protagonista il dottor Ryland Grace (un bravissimo Ryan Gosling, che io adoro da molti anni), un biologo molecolare che ha lasciato la ricerca e insegna in una scuola media. Il dottor Grace viene assoldato dal governo americano per partecipare al progetto Hail Mary, un tentativo di salvare la terra dalla catastrofe dovuta al fatto che degli agenti astrofagi stanno a poco a poco spegnendo il sole e le stelle delle altre galassie.
In realtà tutto comincia da Grace che si sveglia da un coma indotto senza ricordarsi chi sia e dove si trovi, fino a quando capisce di essere in una navicella spaziale lontanissima anni luce dalla terra e di essere solo perché i suoi due compagni di missione sono morti.
Inizia così una incredibile avventura in cui Grace non solo tenterà di salvare sé stesso - seppure con scarse speranze di sopravvivenza - ma cercherà di portare a termine l'obiettivo della missione. Alternando il presente nella navicella che cerca di raggiungere Tau Ceti (unica stella che pur attaccata dagli astrofagi non sembra esserne danneggiata) ai flashback sul passato che ci permettono di capire come si è arrivati fin lì e che sono in buona parte momenti in cui i ricordi del protagonista si riaccendono, attraversiamo questa storia che è un po' dramma, un po' giallo, un po' commedia, un po' spy story e ovviamente tanto sci-fi.
Project Hail Mary è ovviamente una favolona fantascientifica, e con questa consapevolezza va guardato, ma ha qualcosa che tanti film di fantascienza, concentrati solo sulla componente tecnologica e performativa, non hanno: il cuore.
Project Hail Mary è un film in perfetto equilibrio tra scienza e umanesimo, e l'anello di congiunzione tra questi due poli - affatto opposti - è il coming of age di un uomo adulto, che però buttato in un'impresa forse più grande di lui imparerà il senso di responsabilità e la cura.
Il racconto è anche uno straordinario inno al potere unificante della scienza, o meglio ancora del desiderio di conoscenza, che non solo è lo strumento per superare gli ostacoli, bensì è anche la molla per andare oltre i propri limiti e per incontrarsi con l'altro su un terreno se non condiviso, almeno cooperativo.
In questo senso il film è un incredibile messaggio di speranza, e una specie di auspicio che l'umanità riscopra il ruolo della scienza e della conoscenza come strumento di salvezza e non di distruzione.
E tutto questo lo fa non con un tono non lacrimevole e melodrammatico (anche se un po' di retorica e di melodramma è inevitabile e forse anche giusto in un film come questo), ma giocando moltissimo con l'ironia cosicché a più riprese la sceneggiatura strappa risate aperte e a loro modo intelligenti.
E poi c'è una Sandra Hüller che ci offre un nuovo personaggio ambivalente ed enigmatico, come solo lei sa fare, e quando canta Sign of the times di Harry Styles nella serata karaoke prima della partenza della navicella spaziale dalle terra riesce ad essere anche oltremodo affascinante.
Voto: 4/5
In realtà tutto comincia da Grace che si sveglia da un coma indotto senza ricordarsi chi sia e dove si trovi, fino a quando capisce di essere in una navicella spaziale lontanissima anni luce dalla terra e di essere solo perché i suoi due compagni di missione sono morti.
Inizia così una incredibile avventura in cui Grace non solo tenterà di salvare sé stesso - seppure con scarse speranze di sopravvivenza - ma cercherà di portare a termine l'obiettivo della missione. Alternando il presente nella navicella che cerca di raggiungere Tau Ceti (unica stella che pur attaccata dagli astrofagi non sembra esserne danneggiata) ai flashback sul passato che ci permettono di capire come si è arrivati fin lì e che sono in buona parte momenti in cui i ricordi del protagonista si riaccendono, attraversiamo questa storia che è un po' dramma, un po' giallo, un po' commedia, un po' spy story e ovviamente tanto sci-fi.
Project Hail Mary è ovviamente una favolona fantascientifica, e con questa consapevolezza va guardato, ma ha qualcosa che tanti film di fantascienza, concentrati solo sulla componente tecnologica e performativa, non hanno: il cuore.
Project Hail Mary è un film in perfetto equilibrio tra scienza e umanesimo, e l'anello di congiunzione tra questi due poli - affatto opposti - è il coming of age di un uomo adulto, che però buttato in un'impresa forse più grande di lui imparerà il senso di responsabilità e la cura.
Il racconto è anche uno straordinario inno al potere unificante della scienza, o meglio ancora del desiderio di conoscenza, che non solo è lo strumento per superare gli ostacoli, bensì è anche la molla per andare oltre i propri limiti e per incontrarsi con l'altro su un terreno se non condiviso, almeno cooperativo.
In questo senso il film è un incredibile messaggio di speranza, e una specie di auspicio che l'umanità riscopra il ruolo della scienza e della conoscenza come strumento di salvezza e non di distruzione.
E tutto questo lo fa non con un tono non lacrimevole e melodrammatico (anche se un po' di retorica e di melodramma è inevitabile e forse anche giusto in un film come questo), ma giocando moltissimo con l'ironia cosicché a più riprese la sceneggiatura strappa risate aperte e a loro modo intelligenti.
E poi c'è una Sandra Hüller che ci offre un nuovo personaggio ambivalente ed enigmatico, come solo lei sa fare, e quando canta Sign of the times di Harry Styles nella serata karaoke prima della partenza della navicella spaziale dalle terra riesce ad essere anche oltremodo affascinante.
Voto: 4/5
venerdì 3 aprile 2026
L'inventario dei sogni / Chimamanda Ngozi Adichie
L'inventario dei sogni / Chimamanda Ngozi Adichie; trad. di Giulia Boringhieri. Torino: Einaudi, 2025.
Torno volentieri a leggere Chimamanda Ngozi Adichie, dopo l’intermezzo del volumetto Appunti sul dolore, nato dalle riflessioni suscitate dalla morte del padre della scrittrice di origine nigeriana.
In realtà, c’è in qualche modo un’ideale linea di continuità tra quel memoir e questo nuovo romanzo, L’inventario dei sogni, che nasce almeno in parte dal tentativo di elaborazione di un altro lutto, quello di sua madre, morta purtroppo a distanza di poco dal padre.
Con L’inventario dei sogni la Ngozi Adichie torna alle atmosfere di Americanah, il romanzo che me l’aveva fatta scoprire e a cui forse sono più affezionata proprio per questo motivo.
Protagoniste di questo libro sono quattro donne, Chiamaka, una ricca nigeriana che vive da tempo negli Stati Uniti e fa la scrittrice di viaggi, mentre cerca nel frattempo l’amore vero, quello con cui condividere la vera conoscenza reciproca, Zikora, un’avvocata di successo con un rapporto difficile con la famiglia e con gli uomini, Omelogor, uno squalo della finanza nigeriana che ha una vita di agi ma fa fatica a dare un senso alla propria esistenza, e infine Kadiatou, un’immigrata dalla Guinea, che lavora in un albergo come donna delle pulizie e fa da governante a Chiamaka.
Tutte queste donne fanno i conti con il loro essere donne e con il loro essere africane, due condizioni che, indipendentemente dalla ricchezza e dal successo che possono aver raggiunto nella vita, le espongono a situazioni non sempre facili da gestire a livello emotivo, che sono in parte universali e in parte di origine sociale e culturale.
Come ci spiega la scrittrice nella nota in fondo al volume, la figura di Kadiatou, in particolare, è ispirata alla storia vera di Nafissatou Diallo, la donna delle pulizie del Sofitel Hotel di New York che accusò di stupro l’allora direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn, una vicenda che risale al 2011 e che rappresentò l’inizio della fine della carriera del politico francese. In realtà, come ci racconta la Ngozi Adichie, il suo intento era quello di partire da quella storia per ridare dignità e rotondità – al di là della verità dei fatti - alla sua protagonista femminile, che opinione pubblica e media hanno trattato in maniera davvero vergognosa.
Nel romanzo della Adichie, Kadiatou è il personaggio se vogliamo più fragile e sfumato, quello che la scrittrice nigeriana ritiene che sua madre avrebbe riconosciuto come vicina nella sensibilità e nelle emozioni, richiudendo il cerchio del dolore del lutto su una nota di speranza.
Non v’è dubbio che il romanzo della Ngozi Adichie sia un testo femminista, ma sono contraria a ridurre la sua forza e la sua bellezza a questa etichetta, anche perché la scrittrice ha uno sguardo sulle donne, in particolare quelle africane, nonché sugli uomini, molto articolato, stratificato, complesso che evita qualunque banalizzazione e semplificazione.
E poi, cosa non secondaria nei suoi libri, oltre a farci conoscere le sue protagoniste, la Adichie ci porta per mano a conoscere tutto il mondo che ruota loro attorno, quello dal quale provengono e quello nel quale vivono, offrendoci uno sguardo su società e culture che non conosciamo, ma anche su mondi che pensiamo di conoscere ma che, guardati dal punto di vista di queste donne, assumono significati e caratteristiche molto differenti. Alla fine della lettura non potremo dire di aver capito tutto, ma sicuramente avremo fatto esperienza indiretta di un punto di vista diverso e che mai potremo vivere in prima persona, se non attraverso la lettura. E questa è appunto la grandezza e la magia della letteratura.
Voto: 3,5/5
Torno volentieri a leggere Chimamanda Ngozi Adichie, dopo l’intermezzo del volumetto Appunti sul dolore, nato dalle riflessioni suscitate dalla morte del padre della scrittrice di origine nigeriana.
In realtà, c’è in qualche modo un’ideale linea di continuità tra quel memoir e questo nuovo romanzo, L’inventario dei sogni, che nasce almeno in parte dal tentativo di elaborazione di un altro lutto, quello di sua madre, morta purtroppo a distanza di poco dal padre.
Con L’inventario dei sogni la Ngozi Adichie torna alle atmosfere di Americanah, il romanzo che me l’aveva fatta scoprire e a cui forse sono più affezionata proprio per questo motivo.
Protagoniste di questo libro sono quattro donne, Chiamaka, una ricca nigeriana che vive da tempo negli Stati Uniti e fa la scrittrice di viaggi, mentre cerca nel frattempo l’amore vero, quello con cui condividere la vera conoscenza reciproca, Zikora, un’avvocata di successo con un rapporto difficile con la famiglia e con gli uomini, Omelogor, uno squalo della finanza nigeriana che ha una vita di agi ma fa fatica a dare un senso alla propria esistenza, e infine Kadiatou, un’immigrata dalla Guinea, che lavora in un albergo come donna delle pulizie e fa da governante a Chiamaka.
Tutte queste donne fanno i conti con il loro essere donne e con il loro essere africane, due condizioni che, indipendentemente dalla ricchezza e dal successo che possono aver raggiunto nella vita, le espongono a situazioni non sempre facili da gestire a livello emotivo, che sono in parte universali e in parte di origine sociale e culturale.
Come ci spiega la scrittrice nella nota in fondo al volume, la figura di Kadiatou, in particolare, è ispirata alla storia vera di Nafissatou Diallo, la donna delle pulizie del Sofitel Hotel di New York che accusò di stupro l’allora direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn, una vicenda che risale al 2011 e che rappresentò l’inizio della fine della carriera del politico francese. In realtà, come ci racconta la Ngozi Adichie, il suo intento era quello di partire da quella storia per ridare dignità e rotondità – al di là della verità dei fatti - alla sua protagonista femminile, che opinione pubblica e media hanno trattato in maniera davvero vergognosa.
Nel romanzo della Adichie, Kadiatou è il personaggio se vogliamo più fragile e sfumato, quello che la scrittrice nigeriana ritiene che sua madre avrebbe riconosciuto come vicina nella sensibilità e nelle emozioni, richiudendo il cerchio del dolore del lutto su una nota di speranza.
Non v’è dubbio che il romanzo della Ngozi Adichie sia un testo femminista, ma sono contraria a ridurre la sua forza e la sua bellezza a questa etichetta, anche perché la scrittrice ha uno sguardo sulle donne, in particolare quelle africane, nonché sugli uomini, molto articolato, stratificato, complesso che evita qualunque banalizzazione e semplificazione.
E poi, cosa non secondaria nei suoi libri, oltre a farci conoscere le sue protagoniste, la Adichie ci porta per mano a conoscere tutto il mondo che ruota loro attorno, quello dal quale provengono e quello nel quale vivono, offrendoci uno sguardo su società e culture che non conosciamo, ma anche su mondi che pensiamo di conoscere ma che, guardati dal punto di vista di queste donne, assumono significati e caratteristiche molto differenti. Alla fine della lettura non potremo dire di aver capito tutto, ma sicuramente avremo fatto esperienza indiretta di un punto di vista diverso e che mai potremo vivere in prima persona, se non attraverso la lettura. E questa è appunto la grandezza e la magia della letteratura.
Voto: 3,5/5
mercoledì 1 aprile 2026
E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare
Leggendo di questo film in giro, fin dal principio ho provato sensazioni ambivalenti che non mi facevano decidere ad andare a vederlo. Poi la scelta di due amiche di metterlo nella loro lista dei film da vedere mi ha convinto un venerdì pomeriggio ad allungarmi al Cinema dei piccoli per vederlo in lingua originale.
La storia raccontata dalla regista Beatrice Minger con la collaborazione di Christoph Schaub ruota intorno a una casa che l’architetta irlandese Eileen Gray realizza insieme a Jean Badovici, architetto anche lui e curatore di un’importante rivista di architettura, L’Architecture Vivante, sulla Costa Azzurra, nella zona di Roquebrune-Cap-Martin.
Siamo negli anni Venti: Eileen Gray partecipa della vita mondana parigina ed è nota soprattutto come designer di interni. L’incontro con Badovici la convince a progettare una casa, che viene realizzata vicinissima al mare, in mezzo a scogli e macchia mediterranea.
La casa sul mare, oltre a essere per alcuni anni il rifugio di Eileen e Jean, è un vero gioiello di design, che ben presto viene scoperta e ammirata da Le Corbusier, amico stretto di Badovici. L’architetto francese è quasi ossessionato dalla casa, forse insofferente al fatto che non ne sia stato lui l’ideatore, cosicché nel tempo, anche approfittando dell’amicizia con Badovici, mette in atto una serie di azioni decisamente anomale. In assenza di Eileen, Le Corbusier ricopre molte delle pareti interne della casa di suoi dipinti colorati (Le Corbusier non era un grande pittore e comunque Eileen aveva scelto con cognizione di causa di avere pareti bianche) e successivamente costruisce non lontano da E.1027 il suo Cabanon, che è il luogo dove alfine morirà.
Il nome della casa nasce dall’intreccio delle iniziali di Eileen e Jean; purtroppo però dopo la morte di Badovici senza testamento, la casa prende una strada che non incrocia quella di Eileen, fino a una fase di completo abbandono, dalla quale è stata recuperata negli ultimi decenni per diventare meta turistica sulla Costa Azzurra.
I registi del film scelgono di intrecciare documentazione d’archivio, che ricostruisce il contesto storico nel quale Eileen e gli altri protagonisti si muovevano, e momenti di ricostruzione con attori che recitano in parte su un palcoscenico quasi vuoto in una messa in scena teatrale e in parte nella casa o nei suoi dintorni raccontando momenti di questa vicenda, attraverso gli scritti e i documenti studiati.
Non manca un breve contributo filmato con una intervista alla stessa Eileen quasi centenaria (è morta nel 1976 a 98 anni) che, pur nella pacificazione della vecchiaia, non manca di ricordare che Le Corbusier intervenne in maniera invasiva su una casa che lei aveva voluto in un modo specifico.
La storia è molto interessante davvero, e personalmente non ne sapevo assolutamente nulla. Le modalità di raccontarla sono pure originali, ma devo dire che non mi hanno convinta del tutto. Ho trovato il risultato un po’ meccanico e faticoso, e forse a tratti anche un pochino pretenzioso e noioso. Però la vicenda mi resterà decisamente impressa, e questo è già un merito del film.
Voto: 3/5
La storia raccontata dalla regista Beatrice Minger con la collaborazione di Christoph Schaub ruota intorno a una casa che l’architetta irlandese Eileen Gray realizza insieme a Jean Badovici, architetto anche lui e curatore di un’importante rivista di architettura, L’Architecture Vivante, sulla Costa Azzurra, nella zona di Roquebrune-Cap-Martin.
Siamo negli anni Venti: Eileen Gray partecipa della vita mondana parigina ed è nota soprattutto come designer di interni. L’incontro con Badovici la convince a progettare una casa, che viene realizzata vicinissima al mare, in mezzo a scogli e macchia mediterranea.
La casa sul mare, oltre a essere per alcuni anni il rifugio di Eileen e Jean, è un vero gioiello di design, che ben presto viene scoperta e ammirata da Le Corbusier, amico stretto di Badovici. L’architetto francese è quasi ossessionato dalla casa, forse insofferente al fatto che non ne sia stato lui l’ideatore, cosicché nel tempo, anche approfittando dell’amicizia con Badovici, mette in atto una serie di azioni decisamente anomale. In assenza di Eileen, Le Corbusier ricopre molte delle pareti interne della casa di suoi dipinti colorati (Le Corbusier non era un grande pittore e comunque Eileen aveva scelto con cognizione di causa di avere pareti bianche) e successivamente costruisce non lontano da E.1027 il suo Cabanon, che è il luogo dove alfine morirà.
Il nome della casa nasce dall’intreccio delle iniziali di Eileen e Jean; purtroppo però dopo la morte di Badovici senza testamento, la casa prende una strada che non incrocia quella di Eileen, fino a una fase di completo abbandono, dalla quale è stata recuperata negli ultimi decenni per diventare meta turistica sulla Costa Azzurra.
I registi del film scelgono di intrecciare documentazione d’archivio, che ricostruisce il contesto storico nel quale Eileen e gli altri protagonisti si muovevano, e momenti di ricostruzione con attori che recitano in parte su un palcoscenico quasi vuoto in una messa in scena teatrale e in parte nella casa o nei suoi dintorni raccontando momenti di questa vicenda, attraverso gli scritti e i documenti studiati.
Non manca un breve contributo filmato con una intervista alla stessa Eileen quasi centenaria (è morta nel 1976 a 98 anni) che, pur nella pacificazione della vecchiaia, non manca di ricordare che Le Corbusier intervenne in maniera invasiva su una casa che lei aveva voluto in un modo specifico.
La storia è molto interessante davvero, e personalmente non ne sapevo assolutamente nulla. Le modalità di raccontarla sono pure originali, ma devo dire che non mi hanno convinta del tutto. Ho trovato il risultato un po’ meccanico e faticoso, e forse a tratti anche un pochino pretenzioso e noioso. Però la vicenda mi resterà decisamente impressa, e questo è già un merito del film.
Voto: 3/5
lunedì 30 marzo 2026
Bernini e i Barberini. Palazzo Barberini, 14 marzo 2026
La nuova grande mostra a Palazzo Barberini dopo quella dedicata a Caravaggio ha come protagonista Gian Lorenzo Bernini, che con i Barberini ebbe un rapporto particolarmente stretto, nello specifico con Maffeo Barberini, poi papa Urbano VIII.
Anche per questa mostra mi affido a Vincenzo di Rome Guides, che è ormai diventata la mia soluzione preferita tutte le volte che voglio vedere una mostra godendomela completamente. E anche questa volta Vincenzo non delude, costruendo un percorso all’interno delle sale che riesce a creare connessioni anche lì dove un visitatore non esperto farebbe fatica a trovarne.
Prima di entrare ci introduce un po’ il ruolo di Gian Lorenzo Bernini nella Roma seicentesca, e ci anticipa che le parti migliori della mostra sono la prima e l’ultima sala, quelle che più facilmente conquistano il visitatore anche su un piano puramente emotivo, mentre le quattro sale intermedie richiedono maggiori elementi informativi e di contesto per poter essere apprezzate pienamente.
La prima sala della mostra è dedicata al rapporto tra Pietro e Gian Lorenzo, padre e figlio: Pietro Bernini era uno scultore toscano molto apprezzato e stimato e il giovanissimo Gian Lorenzo iniziò a lavorare proprio nella bottega del padre, collaborando alla realizzazione di alcune opere. In questa sala, dunque, sono in mostra alcuni lavori interamente di Pietro, poi le statue delle Quattro Stagioni, realizzate con la collaborazione di Gian Lorenzo, e infine si arriva a tre statue realizzate in autonomia dal figlio, due di San Sebastiano e una di San Lorenzo. Questo percorso permette fin da subito di apprezzare il salto tra Pietro e Gian Lorenzo e di riconoscere nell’arte di quest’ultimo delle qualità di movimento e leggerezza che nel corso della sua carriera egli portò ai massimi livelli.
La seconda sala è dedicata invece in gran parte al progetto e alla realizzazione del baldacchino di San Pietro, opera fortemente voluta da Maffeo Barberini e affidata ad un ancora giovanissimo Gian Lorenzo Bernini, per il quale Maffeo aveva non solo una straordinaria ammirazione ma una fortissima affezione, quasi come fosse un figlio.
La sala successiva mostra una parte del lavoro di ritrattista di Gian Lorenzo, e non a caso proprio a Maffeo Barberini sono dedicati diversi busti in una forma più istituzionale ma anche più privata. La nostra guida ci fa notare che le capacità di Gian Lorenzo come ritrattista sono particolarmente riconoscibili quando lo scultore può rappresentare una persona che conosce di persona e non qualcuno che non ha mai incontrato e che ha potuto vedere solo in altre rappresentazioni. Impressionante in questa stanza il ritratto di Papa Paolo V, commissionatogli da Scipione Borghese.
Nella due stanze successive, Bernini viene messo in relazione da un lato con altri importanti scultori e ritrattisti della sua epoca, in particolare Giuliano Finelli, a cui si ispirò soprattutto per il modo eccelso in cui quest’ultimo scolpiva barbe e capelli, dall’altro con un altro grande artista del suo tempo da lui sommamente ammirato, il pittore bolognese Guido Reni. Nella stanza dove ci sono due dipinti di Guido Reni è presente anche il modello originale in terracotta dell’elefantino che fu commissionato a Bernini per potervi posizionare sopra l’obelisco del tempio di Serapide e destinato a piazza della Minerva, modello che come si sa fu poi fatto modificare con grande disappunto di Bernini che per questo motivo non mancò di fare dispetto ai domenicani.
Nell’ultima sala, oltre a due busti più tardi della sua produzione, quello di Thomas Baker e quello di Costanza Bonarelli, sua amante fino al drammatico epilogo che coinvolse anche suo fratello, sono esposti alcuni dei quadri di Bernini. L’artista non amava particolarmente la pittura, ma proprio Urbano VIII lo spingeva anche in questa direzione per farne un artista completo, il nuovo Michelangelo, con gran lustro non solo dello stesso Gian Lorenzo, ma anche del suo pontificato e della sua epoca.
In definitiva una mostra che ha preso lustro soprattutto grazie alla grande competenza e alla capacità di Vincenzo di creare collegamenti e rendere interessante il percorso, ma che forse in assenza della sua guida sapiente avrei trovato molto meno interessante e significativa.
Voto: 3,5/5
Anche per questa mostra mi affido a Vincenzo di Rome Guides, che è ormai diventata la mia soluzione preferita tutte le volte che voglio vedere una mostra godendomela completamente. E anche questa volta Vincenzo non delude, costruendo un percorso all’interno delle sale che riesce a creare connessioni anche lì dove un visitatore non esperto farebbe fatica a trovarne.
Prima di entrare ci introduce un po’ il ruolo di Gian Lorenzo Bernini nella Roma seicentesca, e ci anticipa che le parti migliori della mostra sono la prima e l’ultima sala, quelle che più facilmente conquistano il visitatore anche su un piano puramente emotivo, mentre le quattro sale intermedie richiedono maggiori elementi informativi e di contesto per poter essere apprezzate pienamente.
La prima sala della mostra è dedicata al rapporto tra Pietro e Gian Lorenzo, padre e figlio: Pietro Bernini era uno scultore toscano molto apprezzato e stimato e il giovanissimo Gian Lorenzo iniziò a lavorare proprio nella bottega del padre, collaborando alla realizzazione di alcune opere. In questa sala, dunque, sono in mostra alcuni lavori interamente di Pietro, poi le statue delle Quattro Stagioni, realizzate con la collaborazione di Gian Lorenzo, e infine si arriva a tre statue realizzate in autonomia dal figlio, due di San Sebastiano e una di San Lorenzo. Questo percorso permette fin da subito di apprezzare il salto tra Pietro e Gian Lorenzo e di riconoscere nell’arte di quest’ultimo delle qualità di movimento e leggerezza che nel corso della sua carriera egli portò ai massimi livelli.
La seconda sala è dedicata invece in gran parte al progetto e alla realizzazione del baldacchino di San Pietro, opera fortemente voluta da Maffeo Barberini e affidata ad un ancora giovanissimo Gian Lorenzo Bernini, per il quale Maffeo aveva non solo una straordinaria ammirazione ma una fortissima affezione, quasi come fosse un figlio.
La sala successiva mostra una parte del lavoro di ritrattista di Gian Lorenzo, e non a caso proprio a Maffeo Barberini sono dedicati diversi busti in una forma più istituzionale ma anche più privata. La nostra guida ci fa notare che le capacità di Gian Lorenzo come ritrattista sono particolarmente riconoscibili quando lo scultore può rappresentare una persona che conosce di persona e non qualcuno che non ha mai incontrato e che ha potuto vedere solo in altre rappresentazioni. Impressionante in questa stanza il ritratto di Papa Paolo V, commissionatogli da Scipione Borghese.
Nella due stanze successive, Bernini viene messo in relazione da un lato con altri importanti scultori e ritrattisti della sua epoca, in particolare Giuliano Finelli, a cui si ispirò soprattutto per il modo eccelso in cui quest’ultimo scolpiva barbe e capelli, dall’altro con un altro grande artista del suo tempo da lui sommamente ammirato, il pittore bolognese Guido Reni. Nella stanza dove ci sono due dipinti di Guido Reni è presente anche il modello originale in terracotta dell’elefantino che fu commissionato a Bernini per potervi posizionare sopra l’obelisco del tempio di Serapide e destinato a piazza della Minerva, modello che come si sa fu poi fatto modificare con grande disappunto di Bernini che per questo motivo non mancò di fare dispetto ai domenicani.
Nell’ultima sala, oltre a due busti più tardi della sua produzione, quello di Thomas Baker e quello di Costanza Bonarelli, sua amante fino al drammatico epilogo che coinvolse anche suo fratello, sono esposti alcuni dei quadri di Bernini. L’artista non amava particolarmente la pittura, ma proprio Urbano VIII lo spingeva anche in questa direzione per farne un artista completo, il nuovo Michelangelo, con gran lustro non solo dello stesso Gian Lorenzo, ma anche del suo pontificato e della sua epoca.
In definitiva una mostra che ha preso lustro soprattutto grazie alla grande competenza e alla capacità di Vincenzo di creare collegamenti e rendere interessante il percorso, ma che forse in assenza della sua guida sapiente avrei trovato molto meno interessante e significativa.
Voto: 3,5/5
giovedì 26 marzo 2026
People, places and things / di Duncan McMillan; regia di Pierfrancesco Favino. Teatro Ambra Jovinelli, 12 marzo 2026
Duncan McMillan è il drammaturgo inglese autore del libro Ogni bellissima cosa, da cui è stato realizzato un adattamento teatrale che avevo visto messo in scena a Palazzo Merulana un po’ di anni fa con l'interpretazione di Carlo De Ruggieri e che avevo amato molto.
Così, quando ho visto nel cartellone dell’Ambra Jovinelli un altro lavoro di McMillan non ci ho pensato due volte e ho preso i biglietti. Il fatto che la regia fosse di Pierfrancesco Favino e che lo spettacolo fosse interpretato dalla moglie Anna Ferzetti (recentemente apprezzata ne La grazia di Sorrentino) non è stato dunque per me l’elemento determinante della scelta, ma solo un rafforzativo.
People, places and things racconta di una giovane donna, un’attrice di teatro, che ha grossi problemi con alcol e droga, e che dopo l’ennesima amnesia durante le prove di uno spettacolo (per l’esattezza Il gabbiano di Čechov) decide di andare in un centro di riabilitazione per farsi aiutare ad uscirne.
Per Emma, che all’inizio si fa chiamare Nina e che forse in realtà non si chiama nemmeno Emma, è l’inizio di un percorso difficile e doloroso, che la mette di fronte a sé stessa e alle sue fragilità e che la costringe a fare i conti con la sua identità. Ammettere di avere un problema, accettare di intraprendere un percorso e di farsi aiutare, smettere di interpretare una parte e confrontarsi con la realtà delle cose, saranno le tappe dell’accettazione di sé e della realtà. Intorno a lei, nel centro riabilitativo, molte altre persone che combattono fantasmi simili e che la aiuteranno a portare avanti questo percorso e anche ad accettare le ricadute e gli errori.
Detto così sembrerebbe trattarsi di un mattone esistenziale indigeribile, ma questo registro non è mai nelle corde di McMillan i cui testi, sebbene affrontino temi soggettivamente e/o socialmente molto pesanti, lo fanno sempre con un tono che a più riprese si fa leggero e ironico.
Anna Ferzetti è molto brava a concentrare nel suo personaggio, attraverso la sua interpretazione, una molteplicità di sentimenti e toni anche contraddittori, e riesce a conferire a Emma uno spessore e una rotondità non scontati. Intorno a lei molti attori navigati, non ultima Betti Pedrazzi che interpreta la dottoressa del centro e anche la terapeuta. Tutti immersi in una scenografia al contempo semplice ma anche molto articolata, in cui attraverso il movimento di alcuni pilastri e l’apertura o la chiusura di alcune porte gli ambienti si trasformano. La regia è essa stessa al contempo essenziale ma ambiziosa.
Ci sarebbero tutte le premesse per parlarne più che bene, eppure a me lo spettacolo non ha convinto. Pur apprezzando e decisamente salvando l’interpretazione della Ferzetti, tutto il resto intorno mi è sembrato un po’ troppo e, dal mio punto di vista, ha perso verosimiglianza e credibilità. Non posso dire che lo spettacolo non mi abbia in qualche modo catturato, ma l’ho sentito quasi sempre non empatico, fors’anche per quella componente tra lo spirituale e l’approccio un po’ new age da “costellazioni familiari” che risulta per me estremamente respingente.
Non so se attribuire la maggiore responsabilità al testo originale oppure alle scelte drammaturgiche e di messa in scena dello specifico spettacolo.
Tutto ciò premesso, Ferzetti si conferma attrice versatile e di alto livello, capace di mille sfumature e con molte frecce al suo arco. E questo non è poco.
Voto: 3/5
Così, quando ho visto nel cartellone dell’Ambra Jovinelli un altro lavoro di McMillan non ci ho pensato due volte e ho preso i biglietti. Il fatto che la regia fosse di Pierfrancesco Favino e che lo spettacolo fosse interpretato dalla moglie Anna Ferzetti (recentemente apprezzata ne La grazia di Sorrentino) non è stato dunque per me l’elemento determinante della scelta, ma solo un rafforzativo.
People, places and things racconta di una giovane donna, un’attrice di teatro, che ha grossi problemi con alcol e droga, e che dopo l’ennesima amnesia durante le prove di uno spettacolo (per l’esattezza Il gabbiano di Čechov) decide di andare in un centro di riabilitazione per farsi aiutare ad uscirne.
Per Emma, che all’inizio si fa chiamare Nina e che forse in realtà non si chiama nemmeno Emma, è l’inizio di un percorso difficile e doloroso, che la mette di fronte a sé stessa e alle sue fragilità e che la costringe a fare i conti con la sua identità. Ammettere di avere un problema, accettare di intraprendere un percorso e di farsi aiutare, smettere di interpretare una parte e confrontarsi con la realtà delle cose, saranno le tappe dell’accettazione di sé e della realtà. Intorno a lei, nel centro riabilitativo, molte altre persone che combattono fantasmi simili e che la aiuteranno a portare avanti questo percorso e anche ad accettare le ricadute e gli errori.
Detto così sembrerebbe trattarsi di un mattone esistenziale indigeribile, ma questo registro non è mai nelle corde di McMillan i cui testi, sebbene affrontino temi soggettivamente e/o socialmente molto pesanti, lo fanno sempre con un tono che a più riprese si fa leggero e ironico.
Anna Ferzetti è molto brava a concentrare nel suo personaggio, attraverso la sua interpretazione, una molteplicità di sentimenti e toni anche contraddittori, e riesce a conferire a Emma uno spessore e una rotondità non scontati. Intorno a lei molti attori navigati, non ultima Betti Pedrazzi che interpreta la dottoressa del centro e anche la terapeuta. Tutti immersi in una scenografia al contempo semplice ma anche molto articolata, in cui attraverso il movimento di alcuni pilastri e l’apertura o la chiusura di alcune porte gli ambienti si trasformano. La regia è essa stessa al contempo essenziale ma ambiziosa.
Ci sarebbero tutte le premesse per parlarne più che bene, eppure a me lo spettacolo non ha convinto. Pur apprezzando e decisamente salvando l’interpretazione della Ferzetti, tutto il resto intorno mi è sembrato un po’ troppo e, dal mio punto di vista, ha perso verosimiglianza e credibilità. Non posso dire che lo spettacolo non mi abbia in qualche modo catturato, ma l’ho sentito quasi sempre non empatico, fors’anche per quella componente tra lo spirituale e l’approccio un po’ new age da “costellazioni familiari” che risulta per me estremamente respingente.
Non so se attribuire la maggiore responsabilità al testo originale oppure alle scelte drammaturgiche e di messa in scena dello specifico spettacolo.
Tutto ciò premesso, Ferzetti si conferma attrice versatile e di alto livello, capace di mille sfumature e con molte frecce al suo arco. E questo non è poco.
Voto: 3/5
martedì 24 marzo 2026
Tutta sola al centro della terra / Zoe Thorogood
Tutta sola al centro della terra / Zoe Thorogood. Milano: Bao Publishing, 2025.
Come ormai ho deciso da un po', farò solo una breve segnalazione di questo graphic novel pubblicato da Bao Publishing, perché non voglio dedicare troppo tempo a un lavoro che personalmente non mi è piaciuto.
Zoe Thorogood realizza un fumetto autobiografico e metanarrativo in cui racconta della realizzazione del fumetto stesso, mentre lascia spazio ai suoi pensieri su sé stessa, sulla vita e soprattutto sulla sua depressione. E lo fa con uno stile molto particolare sia dal punto di vista narrativo – se di narrazione si può parlare, o piuttosto di un flusso di coscienza frammentata e interrotta – sia dal punto di vista grafico – attraverso la mescolanza di stili di fumetto diverso, di colore e bianco e nero, di disegno e fotografia, allo scopo di rappresentare la complessità del suo stato interiore.
Pur apprezzando la scelta dell’autrice di parlare apertamente di temi scomodi e tabù, come la depressione e l’autolesionismo, continuo a non amare molto le narrazioni ombelicali e autocentrate (spesso molto presenti nei fumetti), e in questo caso in particolare ho trovato la lettura dell’albo particolarmente faticosa e non sono riuscita a entrare in empatia con la protagonista praticamente mai.
Probabilmente è un problema generazionale o semplicemente di fase della vita o ancora di modo di essere, ma difficilmente potrei dire altro, di sensato, su quest’opera, su cui lascio a chi ci è entrato in sintonia il compito di farne una più distesa presentazione.
Voto: 2,5/5
Come ormai ho deciso da un po', farò solo una breve segnalazione di questo graphic novel pubblicato da Bao Publishing, perché non voglio dedicare troppo tempo a un lavoro che personalmente non mi è piaciuto.
Zoe Thorogood realizza un fumetto autobiografico e metanarrativo in cui racconta della realizzazione del fumetto stesso, mentre lascia spazio ai suoi pensieri su sé stessa, sulla vita e soprattutto sulla sua depressione. E lo fa con uno stile molto particolare sia dal punto di vista narrativo – se di narrazione si può parlare, o piuttosto di un flusso di coscienza frammentata e interrotta – sia dal punto di vista grafico – attraverso la mescolanza di stili di fumetto diverso, di colore e bianco e nero, di disegno e fotografia, allo scopo di rappresentare la complessità del suo stato interiore.
Pur apprezzando la scelta dell’autrice di parlare apertamente di temi scomodi e tabù, come la depressione e l’autolesionismo, continuo a non amare molto le narrazioni ombelicali e autocentrate (spesso molto presenti nei fumetti), e in questo caso in particolare ho trovato la lettura dell’albo particolarmente faticosa e non sono riuscita a entrare in empatia con la protagonista praticamente mai.
Probabilmente è un problema generazionale o semplicemente di fase della vita o ancora di modo di essere, ma difficilmente potrei dire altro, di sensato, su quest’opera, su cui lascio a chi ci è entrato in sintonia il compito di farne una più distesa presentazione.
Voto: 2,5/5
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