venerdì 23 ottobre 2026

Festa del cinema di Roma, 13-25 ottobre 2026 (Seconda parte)

Leggi anche la prima parte delle recensioni dei film della Festa del cinema 2026.

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Klara e il sole

Avevo letto qualche anno fa il romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro, apprezzando soprattutto il ritorno dello scrittore britannico alle atmosfere tra il distopico e il favolistico che caratterizzavano libri dome Non lasciarmi. Quando ho letto che l’adattamento cinematografico del romanzo era stato realizzato da Taika Waititi, per me legato alla straordinaria vitalità di Jojo Rabbit, ho pensato che potesse valere la pena vederlo.

La storia è quella di Klara (interpretata dalla brava Jenna Ortega), un robot umanoide creato per svolgere la funzione di amico artificiale (AA) e che, prima di essere dismesso, viene messo nella vetrina del negozio per darle un’ultima possibilità di essere acquistata. L’arrivo di Josie (Mia Tharia), che convince sua madre Chrissie (Amy Adams) a comprare proprio lei, segna l’inizio di una nuova fase della “vita” di Klara, che la porterà a confrontarsi con situazioni complesse e dal forte risvolto emotivo.

Nella recensione del romanzo ho dato la mia personale lettura della storia; qui invece mi preme dire qualche parola sul film. Quando sono uscita dalla proiezione, qualcuno dietro di me citava Il mago di Oz, e devo dire che quando ho sentito il riferimento non ho potuto fare a meno di pensare che fosse molto azzeccato, anche se a me durante la visione era venuta in mente soprattutto Amelie Poulain de Il favoloso mondo di Amélie, con cui Klara sembra condividere una naiveté insistita e inscalfibile.

La scelta di Taika Waititi mi è sembrata da diversi punti di vista (recitazione degli attori, scenografie e alcune scelte narrative) andare moltissimo nella direzione della favola, conferendo alla storia un tono più consolatorio e zuccheroso (testimoniato anche dal finale) di quello, decisamente più inquietante e sospeso, direi anche più filosofico, che avevo trovato nel romanzo di Ishiguro. Non che questa scelta mi sia completamente dispiaciuta, ma non sono del tutto convinta che tutti gli elementi su cui la storia spinge a riflettere siano adeguatamente supportati dal film di Waititi.

Voto: 3/5



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Fjord

A suo tempo avevo amato molto il film di Justine Triet Anatomia di una caduta, perché lo avevo trovato un interessantissimo esperimento sociale, capace con la propria sapiente narrazione di ingaggiare un confronto complesso e costruttivo con lo spettatore, senza dare risposte né proponendo interpretazioni.

Ebbene, seppure con accenti diversi, trovo che questa caratteristica - per me magnifica - appartenga anche al film di Cristian Mungiu Fjord, vincitore della palma d’oro all’ultimo festival di Cannes. Il precedente film del regista rumeno, Animali selvatici, anticipava – seppure in modo non pienamente riuscito secondo me – alcuni temi che ritroviamo in Fjord, in particolare le contraddizioni della nostra società, di fronte a una complessità sempre più irriducibile.

Questo tema trova in Fjord la sua apoteosi.

Tutto comincia con il trasferimento della famiglia Gheorghiu, formata dal capofamiglia Mihai (Sebastian Stan), dalla moglie Lisbet (Renate Reinsve) e dai cinque figli, dalla Romania a un paesino norvegese incastonato in un fiordo da cui originariamente proviene Lisbet. I Gheorghiu sono una famiglia di fede evangelista e sono molto devoti, e trovano subito accoglienza nella locale comunità evangelica. Tutto intorno però si muove un mondo che è molto lontano dai loro valori e che si muove nell’alveo di un approccio laico e progressista.

L’incontro tra questi due mondi, come spesso accade nei film di Mungiu, è destinato alla deflagrazione che accade quando un’insegnante nota dei lividi sul corpo della figlia adolescente Elia e, applicando alla lettera la prassi prevista dalle regole norvegesi, chiama in causa l’ufficio per la Tutela dei minori. Viene così avviata un’indagine che fa confrontare e scontrare due visioni del mondo.

Il fatto è che Mungiu spariglia le carte e non ci fa sedere comodamente sulle nostre convinzioni mettendoci di fronte a una realtà semplice, bensì ci chiama attivamente a metterci in discussione. Ci piacerebbe tantissimo dire chi ha ragione e chi ha torto, ma la sceneggiatura sta attentissima a muoversi su un crinale sottile e a non sbilanciarsi mai completamente né da una parte né dall’altra, cosicché per tutto il film di volta in volta, di fronte alle riflessioni dei protagonisti, ci troveremo a essere d’accordo con l’uno o l’altro indipendentemente dalla parte che rappresentano, e allo stesso modo non apprezzeremo comportamenti su entrambi i fronti.

Alla fine risulteranno odiose entrambe le rigidità e le rispettive intolleranze, e il disagio della situazione diventerà quella dello spettatore. Ad alleviare questo disagio sarà – e solo in parte – la figura di Mia, la vicina di casa che farà da avvocata alla coppia, che – come dice in un momento del processo – in qualunque situazione difenderebbe sempre le ragioni della minoranza. Ma il vero elemento capace di spaccare la contrapposizione frontale sarà l’amicizia tra le due ragazzine adolescenti, Noora, la figlia di Mia, ragazza ribelle ed educata con “metodi moderni”, e Elia, figlia educata da Mihai e Lisbet nel rispetto dei valori evangelici. La loro diversità, in un’età di costruzione della personalità e in cui le sovrastrutture ideologiche non sono ancora sedimentate, solo nel loro caso non si traduce in uno scontro e in un irrigidimento, bensì modella entrambe in direzioni se vogliamo impreviste e imprevedibili, e sicuramente arricchenti.

Non so se sono io che voglio leggere una piccolissima speranza nel finale – ossia che per fortuna i figli indipendentemente dal modello educativo possono e spesso vanno in altre direzioni – oppure è anche questa solo un’illusione.

Voto: 4/5



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Minotaur

Vincitore del Premio Speciale della Giuria all’ultimo festival di Cannes, Minotaur di Andrey Zvyagintsev arriva dopo quasi dieci anni dal suo ultimo film, Loveless. Questo nuovo film si presenta esplicitamente come il remake del film La femme infidèle di Claude Chabrol, ed effettivamente ne ripropone l’intreccio centrale.

Gleb (Dmitrij Mazurov) e Galina (Iris Lebedeva) sono una coppia altoborghese, con un figlio. Vivono in una bellissima villa immersa nei boschi e non lontano da un lago. Gleb è il dirigente di una grossa azienda che deve fronteggiare da un lato la fuga di un numero crescente di dipendenti che cercano di evitare la coscrizione obbligatoria, dall’altro la richiesta del Governo centrale di proporre una lista di 14 persone da mandare al fronte. In questo frangente già molto delicato, il rapporto tra Gleb e Galina è in crisi e Gleb scopre – grazie a un investigatore privato – che la moglie ha un amante.

Nel film di Zvyagintsev, com’è proprio di tutta la sua filmografia e qui forse in maniera ancora più incisiva, il dramma individuale si innesta nel dramma collettivo, ed evidentemente il Minotauro del titolo è quello Stato Leviatano (non a caso titolo di un altro suo film) a cui la società paga come tributo il sacrificio dei cittadini mandati in guerra.

In un certo senso, almeno per come l’ho interpretato io, lo stesso Gleb finisce per diventare un simbolo della Russia contemporanea, benestante ma che attraversa una profonda crisi, e che di fronte al tradimento di chi dovrebbe amarla, anziché comprenderne le ragioni e intervenire nel merito, sposta la propria rabbia sul nemico e con questa azione estrema punta a rinsaldare il rapporto, forse anche – almeno in parte – riuscendoci.

Il carattere politico del film è già esplicito nei primi minuti, ma si fa via via più evidente man mano che la narrazione procede e il regista dissemina qua e là elementi visivi e indizi sempre più numerosi ed evidenti.

Il rinsaldarsi della dimensione privata e di quella collettiva, e del Gleb persona e di quello simbolo di un’intera nazione si realizza nelle battute finali quando risulta evidente che lo stato Minotauro chiede, ma dà anche, in particolare alla parte più ricca di questa società, in quanto in cambio del sacrificio umano è in grado di garantire protezione. E di fronte alla propria salvezza personale qualunque scrupolo morale sembra fatalmente dissolversi.

Un affresco della Russia contemporanea senza semplificazioni, ma anche senza sconti per nessuno.

Voto: 3,5/5



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Lady

Il film della regista nigeriana Olive Nwosu racconta la storia di Lady, una giovane donna che vive nella baraccopoli di Lagos e che si mantiene facendo la tassista, una delle pochissime donne nella professione. Ma Lady ha imparato fin da bambina a cavarsela e sta mettendo da parte i soldi per trasferirsi a Freetown in Sierra Leone. La sua routine viene sconvolta dal ricomparire di Pinky, un’amica di infanzia che non vede da tempo, che ora fa la prostituta. A Lady viene offerto di fare da autista a un gruppo di sex workers, tra cui la stessa Pinky, guadagnando rapidamente molti soldi. Questa immersione nella vita notturna avrà sviluppi inattesi e cambierà le prospettive della protagonista.

Purtroppo devo dire che il film non mi è piaciuto: l’ho trovato ingenuo e semplicistico, mal recitato e nel complesso poco credibile a livello narrativo, sebbene sia stata comunque molto interessante questa immersione nelle strade e nella vita di Lagos.

Mi spiace sempre esprimermi in maniera così netta su qualcosa, tanto più se si tratta di un prodotto cinematografico che arriva da un paese poco presente nel panorama internazionale, e temo anche sempre che queste riflessioni siano viste come un’espressione di superiorità culturale. So però che non è così, e che rispetto ai film (come rispetto a molte altre cose) le mie valutazioni sono piuttosto libere da queste sovrastrutture. Spero che sia così anche in questo caso.

Voto: 2,5/5

mercoledì 21 ottobre 2026

Festa del cinema di Roma, 13-25 ottobre 2026 (Prima parte)

Mai come quest’anno, forse perché sapevo già di non dovermi coordinare con nessuno, la programmazione dei film da vedere alla festa del cinema e l’acquisto dei biglietti sono stati tanto facili e veloci. I prezzi continuano ad aumentare, la commissione per l’acquisto di ogni singolo biglietto rimane alta e incide parecchio, e io continuo a scegliere i film in programmazione all’Auditorium, escludendo quelli il cui biglietto costa 30 euro che mi pare davvero un furto.

Alla fine vado al cinema quasi tutti i giorni di programmazione e vedo parecchi film, e la mia valutazione anche per quest’anno rimane positiva, sebbene prima o poi dovrò decidermi a partecipare a uno dei festival cinematografici più grandi, come ad esempio Venezia.

[Vedi anche la seconda parte delle recensioni dei film della Festa del cinema 2026].

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Ceniza en la boca

Il primo film della mia festa del cinema di quest’anno è Ceniza en la boca del regista e attore messicano Diego Luna, che dice di aver amato il romanzo di Brenda Navarro da cui è tratta la sceneggiatura e di averlo vissuto in maniera molto personale.

In sala sono presenti il regista (e la sua compagna) nonché la bravissima protagonista del film, Anna Díaz, che si prendono il meritato applauso al termine della proiezione.

Ceniza en la boca è la storia di Lucila (Anna Díaz), la quale a quattordici anni vive, insieme a suo fratello più piccolo, Diego, l’abbandono della madre che scappa dalla casa dei genitori e si trasferisce in Spagna per costruire una vita diversa. Anni dopo, ritroviamo Lucila e Diego, parecchio più grandi, che vivono a Madrid con la madre e la compagna di lei, ma mal sopportano questa convivenza che porta la tara dell’abbandono consumato tanti anni prima. Lucila reagirà fuggendo a sua volta, verso Barcellona, per cercare – invero molto faticosamente – maggiore autonomia, mentre Diego farà i conti con un contesto al quale non si sente appartenere e che alla fine lo schiaccerà. Il ritorno in Messico di Lucila, nella casa dove ancora vivono i nonni, costringerà la ragazza a fare i conti con il senso di sradicamento, la difficoltà di sentirsi appartenere a qualunque luogo, e la perdita dell’unico vero e incrollabile affetto della sua vita, il fratello Diego.

La storia di Lucila – e per estensione di tutta la sua famiglia – è una classica storia di emigrazione determinata dall’impossibilità di vivere in un luogo difficile a livello soggettivo e oggettivo e dalla ricerca di una vita migliore, che poi si rivelerà altrettanto difficile e faticosa. Lo sradicamento è un dato comune a chi sceglie di andare via dal luogo in cui è nato, ma chi lo fa senza avere adeguati mezzi economici e possibilità si ritrova ovunque – come dice Diego in una scena del film – a tentare di sopravvivere e in molti casi a essere mal sopportato e rifiutato.

Il film di Diego Luna è formalmente ben fatto, e gli attori, soprattutto i due fratelli, sono molto bravi. Ho apprezzato anche la volontà di non dividere il mondo in buoni e cattivi, sottolineando le tante sfumature delle persone e delle relazioni; forse in alcuni passaggi avrei voluto più profondità, ma nel complesso mi è parso un film riuscito.

Voto: 3,5/5



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Fruit gathering

Fruit gathering è l’opera prima del regista birmano Aung Phyoe, e racconta la storia di San Kyi, una giovane operaia tessile che lavora in un capannone industriale alla periferia di Yangon, e di Theint Theint Oo, una sua collega con cui si crea un rapporto di solidarietà, poi di amicizia e infine di amore.

Le due ragazze però vivono in una società che non solo non prevede questa strada, ma che le mette di fronte alla prospettiva di un matrimonio combinato proposto dalle loro famiglie per garantire loro una futura sicurezza economica. Mentre San Kyi sembra non avere nessuna intenzione di piegarsi a questo destino già scritto e cerca un suo posto nel mondo, anche tentando di ritornare al villaggio rurale dal quale proviene – ma che il progresso sta praticamente spazzando via -, Theint Theint Oo sembra più preoccupata della propria sopravvivenza futura che della possibilità di rimanere fedele ai propri sentimenti.

In fondo è per vedere film come questi che si va ai festival del cinema, film che difficilmente troveranno la strada delle sale, ma che ci permettono di conoscere la cinematografia proveniente da paesi lontani e, attraverso di essa, di prendere contatto con la cultura e la società che rappresentano. Al contempo, vedere film così distanti dal nostro mondo e anche così poco presenti nella nostra esperienza cinematografica non è facile, innanzitutto perché bisogna fare i conti con un modo di narrare e di fare racconto visivo che non sempre ci risuona, in secondo luogo perché tanti riferimenti alla realtà di questi paesi ci sfuggono e, a meno che non ci vengano spiegati in maniera didascalica, risultano in parte stranianti.

È forse per questo che io ho trovato il film di Aung Phyoe molto faticoso e non sono riuscita praticamente mai a entrare in empatia con le protagoniste, che ho trovato quasi respingenti. Nondimeno il contesto del Myanmar – le grandi fabbriche, l’abbandono delle campagne, i tentativi di andare via, il patriarcato, la religione, l’assenza di diritti, il controllo governativo – mi è arrivato e mi è sembrato molto interessante, anche se, lavorando il regista per sottrazione, forse inevitabilmente, non tutto mi è risultato comprensibile.

Un film che ho sofferto, ma che sono comunque contenta di aver visto.

Voto: 2,5/5



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Eurotrash

Il film di Frauke Finsterwalder è tratto dall’omonimo libro di Christian Kracht, e racconta la storia di uno scrittore, Philip (Alexander Fehling), che – dopo aver incontrato per l’ultima volta suo padre e aver partecipato al suo funerale - torna in Svizzera dove abita sua madre, Helene (Barbara Sukowa), da sempre dipendente da alcol e psicofarmaci. Infatti, a casa della madre non trova nessuno perché lei è ricoverata in una clinica psichiatrica. Quando la madre gli chiede di portarla via dalla clinica, dopo qualche titubanza, Philip acconsente a questa idea folle e inizia così un viaggio altrettanto folle che attraversa città e valli della Svizzera, con il taxi guidato da Liliyel (Luna Wedler). Sarà l’occasione per madre e figlio di confrontarsi con i fantasmi del passato e di cercare una qualche forma di catarsi.

Detto così Eurotrash sembra quasi un film normale, ma in realtà la regista Finsterwalder sceglie – forse sulla scia del romanzo che però non ho letto – di raccontare questa storia con un registro e delle atmosfere che spaziano tra il grottesco, l’horror e lo splatter, e con dialoghi che si mantengono sempre sopra le righe, supportati dall’eccellente interpretazione dei due attori, in particolare Barbara Sukowa.

Dentro questo affresco a dir poco bizzarro passa una satira sociale tagliente che si rivolge in particolare alla società svizzera e alla contraddizione tra la sua immagine idilliaca e gli orrori che si nascondono sotto la superficie, contraddizione che il film rende palese e in qualche modo esaspera.

Eurotrash inquieta, fa ridere e fa riflettere al contempo, e già questo mi pare un ottimo risultato.

Voto: 3,5/5



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Tangles

Tangles è il film di animazione in bianco e nero diretto da Leah Nelson, e scritto insieme a Trev Renney e Sarah Leavitt, autrice del graphic novel da cui il film è tratto, Tangles: A Story About Alzheimer's, My Mother and Me.

Com’è più chiaro dal sottotitolo del fumetto, si tratta di una storia autobiografica che racconta un periodo della vita di Sarah, giovane lesbica che sta muovendo i primi passi nel mondo dell’illustrazione, la cui routine, tra lavoro nella redazione di una rivista queer a San Francisco e la storia d’amore con Donimo, viene sconvolta dalla scoperta dell’Alzheimer della madre. Iniziano così anni complicati, in cui, mentre la madre diventa sempre più bisognosa di supporto, gli equilibri familiari vengono sconvolti e Sarah è costretta a un continuo andirivieni tra San Francisco, dove vive, e il Maine, dove vivono i suoi genitori, fino alla decisione di trasferirsi per un periodo a casa dei genitori per stare vicina alla madre.

Si tratta di una storia già raccontata mille volte e con mille forme d’arte diverse, ed è in fondo sempre uguale nella sostanza, come sa bene chi ha attraversato questo tipo di situazione.

Però il film di Leah Nelson – e a questo punto ipotizzo anche il graphic novel, che però purtroppo non è ancora stato pubblicato in Italia – riesce ad essere sorprendente per quel mix di queerness, umorismo, empatia, riflessione che mi è parso davvero unico. Le sequenze dell’aereo che fa avanti e indietro tra San Francisco e il Maine con la voce degli assistenti di volo che, con il tono in cui di solito danno le comunicazioni ai passeggeri, commentano quanto accade a Sarah sono a dir poco esilaranti, così come ho trovato dirompenti le scene in cui si passa dal disegno realistico a un tratto da fumetto di genere per raccontare i passaggi più onirici o quelli che avvengono nella mente dei personaggi.

Io ho pianto e riso contemporaneamente dal primo all’ultimo minuto del film, ed è una cosa che mi accade davvero raramente. Certamente ha contribuito il fatto di aver vissuto una situazione in parte simile, però non è solo quello.

Tangles è un film di animazione fatto benissimo e che racconta i sentimenti e i punti di vista di ognuno in maniera sottile e rispettosa, sentendo addirittura il bisogno in premessa di ricordare che esso è il frutto dei ricordi della protagonista, e che altri potrebbero anche ricordare diversamente alcune cose. Perché l’esperienza non può che essere personale, e soprattutto in situazioni emotivamente complesse come queste ognuno le attraversa portando con sé tutto il proprio bagaglio di vita ed emotivo.

Io l’ho visceralmente amato.

Voto: 4,5/5


lunedì 19 ottobre 2026

Non mi dimenticare / Alix Garin

Non mi dimenticare / Alix Garin. Milano: Bao Publishing, 2024.

Negli ultimi mesi la mia lettura di graphic novel è diminuita significativamente; come in tutto – almeno per me - quando frequento troppo qualcosa arriva un momento di stanchezza, che va attraversato per poter poi ritrovare un qualche entusiasmo.

Perché la miccia si riaccenda, è anche fondamentale che la ripresa sia fortunata. E questo è quanto mi è accaduto nel leggere Non mi dimenticare della fumettista belga Alix Garin.

Non mi dimenticare è la storia di Clémence e di sua nonna, che vive in una casa di riposo perché è malata di Alzheimer. Quando per l’ennesima volta la nonna si allontana dalla struttura per andare a casa dei suoi genitori e il personale informa i familiari che sarà necessario un trattamento farmacologico per impedire che situazioni come questa si ripetano, Clémence decide di fare una follia, ossia “rapire” la nonna e accompagnarla alla casa dei suoi genitori.

Il racconto di questo “on the road” è della stessa Clémence attraverso un lungo flashback che è di fatto la sua deposizione presso una stazione di polizia.

Quello di Clémence e di sua nonna è un viaggio sentimentale che cancella la memoria, ma a tratti anche la restituisce, ed è anche l’occasione per riflettere sul presente e sulle proprie scelte. Il confronto con questa donna tanto amata e che tanto si è presa cura di lei da bambina, nel momento in cui la sua mente vacilla ma ancora restituisce frammenti della propria vita è per Clémence uno straordinario momento di crescita, la possibilità di rileggere sé stessa, la propria identità, i rapporti con la propria madre, e infine di interrogarsi sul senso dell’esistenza di fronte al tempo che passa inesorabile.

Come sa chi legge questo blog, il mio rapporto con il tempo che passa è molto delicato, complesso, sfaccettato. In questa storia, tanto più avendo vissuto in prima persona con mia madre una situazione in parte simile a quella della nonna di Clémence, ho ritrovato tanti sentimenti vissuti, la tenerezza, la paura, la disperazione, la fatica, l’amore, e quell’inevitabile necessità - di fronte allo svanire di chi ci sta intorno - di fermarsi a riconoscere quello che ha valore, quello che sentiamo, e lasciargli spazio, il più possibile.

Disegni, stile e colori tipici della scuola del fumetto d’oltralpe (in questo caso belga) – mi ha ricordato un po’ il tratto di Lafebre – che per me risultano fortemente empatici e dunque mi arrivano dritti al cuore.

Consigliato.

Voto: 4/5

giovedì 15 ottobre 2026

Serpenti

Paolo Marra (un bravissimo Leonardo Lidi) ha ucciso sua moglie, non si sa bene perché. Dopo tre giorni dall’omicidio, i sensi di colpa lo assalgono e decide di andare a costituirsi.

Qui inizia la sua surreale avventura che lo porta a incontrare una serie di persone che reagiscono alla sua confessione in maniera inaspettata, sorprendente e folle.

Il primo è il piantone della portineria della questura (Daniele Parisi) che, senza scomporsi minimamente per la confessione dell'uomo, lo avvia a una procedura amministrativa che appare incongrua fin dal principio.

Successivamente Marra viene preso in consegna da un poliziotto (Alessandro Borghi) che sembra più interessato a risolvere il mal di testa che lo attanaglia che non a gestire il caso dell'assassinio, in una esilarante escalation che culmina nella classificazione delle chiavi di casa dell'omicida.

Il terzo uomo con cui Marra si interfaccia è il giovane avvocato consigliato dal poliziotto (un Pietro Castellitto particolarmente in forma), molto gentile e accogliente, al punto da voler convincere l'omicida a liberarsi dei sensi di colpa e a proclamarsi innocente.

Infine, Marra incontra - nella sala di attesa dove viene accompagnato prima di incontrare il commissario - una donna (Valeria Golino) la quale lo convince prima a farsi leggere le carte e poi ad allontanarsi dal commissariato alla ricerca del suo coetaneo che ai tempi della scuola lo aveva bullizzato.

Insieme al regista Roberto De Paolis Maino, dietro questa storia, a livello di soggetto e di sceneggiatura ci sono i fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, che confermano il loro talento di sceneggiatori, probabilmente superiore a quello di registi.

Restando nel loro territorio privilegiato, quello della black comedy, i D'Innocenzo usano il tono del grottesco per mettere in scena quei mali del nostro paese che, come da citazione attribuita a Flaiano in esergo, sono l'espressione di quanto la situazione politica italiana sia grave, ma non seria.

Sì, perché nel film di De Paolis Maino si ride a più riprese, a volte di gusto, ma lo si fa nella consapevolezza dell'assurdità e dell'orrore che accade davanti ai nostri occhi. Se ci si pensa, ciascuno dei personaggi che Paolo Marra incontra incarna uno dei mali del nostro tempo e della nostra società, che forse sono in fondo universali e senza tempo: il piantone è l'emblema del peggior tipo di impiegato statale, indifferente e burocratizzato, il poliziotto è egocentrico e un po' stupido, l'avvocato è l'assenza totale di qualunque principio morale e di qualunque scrupolo, la donna delle carte è una manipolatrice, probabilmente in cattiva fede.

Al centro un uomo che ha fatto un'azione orribile e che parte sapendo di essere totalmente colpevole e non giustificabile, ma che dopo questi incontri si riscopre nuovamente carnefice e non consapevole delle proprie azioni.

Il tutto in un'atmosfera sospesa, surreale, in cui anche i luoghi sono l'amplificazione di questo senso di straniamento, come fossero i labirinti di una mente sempre più sconvolta e meno lucida.

Un'operazione cinematografica decisamente interessante ed originale che, nel panorama di un cinema italiano che tende a essere stereotipato e un po' stantio, risulta decisamente eccentrica e interessante, nonostante qualche virtuosismo registico forse un po' troppo insistito.

Voto: 3,5/5


martedì 13 ottobre 2026

Giù nel cieco mondo / Jesmyn Ward

Giù nel cieco mondo / Jesmyn Ward; trad. di Valentina Daniele. Milano: Enne Enne Editore, 2023.

Le mie letture su mondi e culture lontane da me e dal tempo che vivo prosegue con il romanzo di Jesmyn Ward Giù nel cieco mondo, che racconta la storia di Annis, una giovane donna che insieme a sua madre è a servizio nella proprietà di un uomo bianco, qui chiamato sire, che – scopriremo presto – è anche suo padre.

Un giorno, la madre di Annis viene venduta come schiava e portata via, mentre la giovane si lega a Sufi, un’altra ragazza che lavora nella proprietà e con cui inizia una tenera relazione. Quando il padrone lo scopre, anche Annis e Sufi vengono vendute agli schiavisti e condotte a piedi verso New Orleans, il principale mercato degli schiavi in America. Sufi riesce a scappare, Annis invece arriva a New Orleans e dopo qualche settimana viene venduta a una donna che ha una grande piantagione di canna zucchero.

La saga di Annis è il racconto in prima persona di una giovane donna che subisce sul suo corpo tutti gli orrori che l’uomo bianco ha perpetrato contro i neri per secoli e di cui lo schiavismo in America è solo una delle manifestazioni.

Il racconto della Ward è crudo e realistico nei dettagli, ma anche poetico e fiabesco nella misura in cui Annis non si relaziona solo con gli altri esseri umani, bensì anche con gli elementi naturali, la terra, il vento, l’acqua, portatori degli spiriti protettori e capricciosi che fanno parte della tradizione culturale e spirituale da cui proviene. E proprio attraverso questi spiriti, Annis riesce anche a vedere nel passato, in particolare la storia di sua nonna Aza che è stata portata in America dall’Africa e che durante il lungo viaggio nella stiva portava già in grembo sua madre, nonché la storia di sua madre, prima che lei nascesse e dopo che ne ha perso le tracce.

Nonostante la componente magica e animista non sia perfettamente nelle mie corde – non a caso e proprio per questo motivo amo poco la letteratura sudamericana – devo dire che il libro di Jesmyn Ward è riuscito a conquistarmi, non solo e non tanto per la forza dei sentimenti che lo pervade, ma anche e soprattutto perché ci consente di ritrovarci nel corpo e nello sguardo di una schiava nera nell’America crudelmente schiavista della seconda metà dell’Ottocento.

È grazie alla letteratura, che ci permette di acquisire qualunque punto di vista, che comprendiamo l’enormità di quello che è stato fatto alla popolazione nera, una violenza che si è tramandata attraverso le generazioni e di fronte alla quale altri orrori della nostra storia recente sembrano quasi impallidire e che fa dubitare della possibilità di una riconciliazione.

Ogni volta, quando leggo questo tipo di storie, mi chiedo come possa succedere che esseri umani trattino altri esseri umani peggio degli animali, senza alcun riconoscimento della loro umanità, e veramente mi chiedo se il nostro “essere umani”, cioè dotati di un cervello che si è evoluto dalla pura istintività, sia stato un vero progresso, e fino a che punto.

Voto: 3,5/5

domenica 11 ottobre 2026

Da Venezia a Roma: Look back, Woman unknown, Possible love, La ragazza con la Leica

Ed eccomi all’ormai tradizionale appuntamento con le anteprime romane dei film presentati alla Mostra internazionale del cinema di Venezia. Quest’anno la scelta è molto dolorosa, perché il tempo a disposizione è poco, l’energia pure, mentre invece l’offerta è molto interessante. Alla fine riesco a vedere quattro film, tra cui il vincitore della rassegna.

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Look back

Negli ultimi tempi, un po’ perché i cinema italiani hanno proposto la sua retrospettiva, un po’ perché è diventato particolarmente prolifico, sono completamente immersa nel mondo del regista giapponese Hirokazu Kore’eda. Al Festival di Venezia il regista ha presentato il suo ultimo film, tratto dall’omonimo graphic novel di Tatsuki Fujimoto, che io avevo letto qualche anno fa dopo averne sentito parlare.

Mi pare che il film di Kore’eda sia molto fedele al fumetto, sia dal punto di vista narrativo che da quello visivo. La storia è quella di due ragazze, Fujino e Kyomoto, entrambe appassionate di disegno e di manga. La prima è volitiva e determinata, la seconda ha una forma di timidezza patologica che le impedisce di andare a scuola. Dopo un primo momento in cui Fujino si sente minacciata dalla bravura di Kyomoto, le due ragazze diventano inseparabili e iniziano a coltivare il loro sogno di realizzare un manga tutto loro. Le loro storie e i loro personaggi le porteranno al successo, ma le loro strade si divideranno quando Kyomoto deciderà di andare all’Accademia di Belle Arti, mentre Fujino andrà avanti nella carriera di mangaka fino ad avere la possibilità di realizzare un anime. Un evento tragico dà avvio a una seconda parte del racconto, che probabilmente si svolge tutta nella testa di Fujino la quale visualizza modi alternativi in cui sarebbero potute andare le cose.

Il fumetto a suo tempo mi aveva lasciata un po’ perplessa, soprattutto in questa seconda parte un po’ onirica, a cui faticosamente e un po’ inutilmente avevo cercato una interpretazione strettamente razionale.

Nella fedeltà assoluta alla fonte, un effetto simile mi ha fatto il film di Kore’eda, anche se la trasformazione del fumetto in live action e poi di quest’ultimo in cartone animato mi hanno reso paradossalmente meno straniante la svolta fantastica della storia e hanno certamente accresciuto l’empatia verso le due protagoniste, anche grazie a due interpreti molto in parte e adeguate e alla sempre delicata e profonda capacità di Kore’eda di dirigere attori bambini o giovanissimi.

Dunque, pur essendomi piuttosto estranei il mondo dei mangaka e in generale quello del disegno, Kore’eda è riuscito a farmi sentire questi due personaggi, sia nella fase adolescenziale degli entusiasmi assoluti e delle passioni divoranti, sia nella fase che porta all’età adulta e che è fatta di dubbi e scelte talvolta dolorose.

Voto: 3,5/5



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Woman unknown

Woman unknown della regista di origine egiziana ma di formazione danese, May el-Toukhy, è il film che un po’ inaspettatamente ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia e la cui protagonista, Mathilde Arcel, ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.

Sono dunque molto curiosa di vederlo in anteprima.

Siamo nell’immediato secondo dopoguerra in Danimarca. Nelle strade regnano entusiasmo ma anche caos, perché la resistenza danese sta regolando i conti con i collaborazionisti o presunti tali. Marie (Mathilde Arcel) fa la cameriera e la bambinaia nella casa di un ricco vedovo, Christian (Carsten Bjørnlund), e sta per diventare sua moglie. Dentro casa il rigore e l’ordine sono quasi maniacali, ma il caos esterno presto si farà strada nella vita di Marie, riportando a poco a poco alla luce segreti del suo passato che potrebbero far naufragare tutti i suoi progetti futuri.

Il film di May el-Toukhy (di cui mi sono accorta di aver visto un altro film nel 2017!!) è di una compostezza formale e di una perfezione estetica notevoli: forme, colori, inquadrature, sono tutti studiati e proposti con grandissima accuratezza. E già questo fa metà della qualità del film.

L’altra metà la fa l’interpretazione trattenuta e sofferta della Arcel, perfetta nell’incarnare la paura e al contempo la spregiudicatezza della vittima per sopravvivere, ma anche l’inevitabile tormento interiore che determina.

Nel film della el-Toukhi ci sono tanti temi: le conseguenze della guerra e dei suoi orrori, la vendetta feroce dei vincitori, il difficile discrimine tra buoni e cattivi, il peso dell’appartenenza di classe e della ricchezza, ma soprattutto c’è il corpo delle donne come terreno sul quale si giocano tutte le partite sopra citate.

Corpi sfregiati, umiliati, oggettificati, usati, annullando volontà, arbitrio e desideri delle donne che li abitano, corpi di cui gli uomini possono disporre a piacimento e fare quello che vogliono, mentre se sono le donne a usare i loro corpi come strumenti di difesa o di azione finiscono inevitabilmente stigmatizzate e soffocate.

Un film intenso che non si sottrae alla complessità e che lascia molto da metabolizzare agli occhi e alle menti degli spettatori. Non so se fosse il film migliore di Venezia, ma certamente un ottimo film.

Voto: 3,5/5



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Possible love

“Non desiderare la roba d’altri” è la prima cosa che compare sullo schermo quando in sala si spengono le luci, e al termine del film diventa esplicito il riferimento di Possible love a Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski, rafforzato dalla presenza tra i produttori esecutivi del film di Krzysztof Piesiewicz, sceneggiatore di tutti i film che compongono il decalogo.

Questa rilettura sudcoreana, pur omaggiando l’originale, affonda profondamente le sue radici nella cinematografia di Lee Chang-dong, di cui io ho visto soltanto Burning – L’amore brucia, che mi era piaciuto parecchio.

Vero è che ormai, tra film e serie TV, siamo tutti piuttosto adusi alla cinematografia coreana, che – come mi pare di aver già avuto modo di dire in passato – è tra le più interessanti nel panorama attuale del cinema e non a caso ha ampiamente - e ormai da tempo - superato i confini nazionali.

Il film di Lee Chang-dong racconta l’intrecciarsi delle vicende di due coppie, quella formata da Ho-seok e sua moglie Mi-ok, e quella formata da Ye-ji e e suo marito Sang-woo. Il quinto personaggio è il figlio decenne della prima coppia, Cheol, osservatore silenzioso – e invero un po’ inquietante - di quanto accade.

La prima è una coppia proletaria: Ho-seok è stato licenziato, insieme a molti altri operai, dalla fabbrica dove lavorava e ha partecipato a un grande sciopero che è stato represso brutalmente dal governo. Da allora soffre pesantemente di depressione, mentre sua moglie cerca di convincerlo a farsi aiutare.

La seconda è una coppia benestante: Ye-ji è una regista di documentari e sta realizzando un lavoro proprio sul caso degli operai licenziati e sullo sciopero che ne seguì, mentre suo marito è un imprenditore che lavora nel settore delle Big Tech.

Le strade di queste due coppie si incrociano al funerale di un operaio che si è suicidato dopo che è stato licenziato: al funerale partecipano Ho-seok e Mi-ok, ma nel luogo dove si svolge c’è anche Ye-ji che sta facendo delle riprese. Dopo questo primo incontro Mi-ok accetta di partecipare alle riprese e di parlare della propria storia e di quella della sua famiglia e a poco a poco il rapporto tra queste due coppie si fa sempre più stretto fino a una vacanza insieme nella bellissima casa di famiglia di Sang-woo, con spiaggia privata, dove le dinamiche emotive intrecciate tra questi personaggi giungono al culmine.

Nel film di Lee Chang-dong ci sono moltissimi temi: un contesto socio-economico sempre più difficile in cui l’evoluzione tecnologica e le derive del capitalismo stanno mettendo a rischio il lavoro, un mondo – quello sudcoreano - quasi patologicamente incentrato sul lavoro e sul successo individuale, e dunque sulla competizione (come abbiamo visto anche nel recente No other choice), un governo nazionale che sembra avere nel suo DNA una tendenza autoritaria e alla repressione (non può non tornarmi in mente Atti umani di Han Kang), una società che l’ultraliberismo ha reso profondamente disuguale, in cui le classi proletarie sono sempre più distanti da quelle ricche e l’invidia sociale è fortissima, la necessità di raccontare questa realtà per mezzo delle immagini, ma anche l’inevitabilità del voyerismo e dell’irriducibilità tra chi guarda (quasi sempre proveniente dalle classi sociali più agiate) e il soggetto del racconto.

Quest’ultimo aspetto è forse quello che mi ha in qualche modo colpito di più, fors’anche perché il mio interesse per la fotografia, e soprattutto per la fotografia di strada e di reportage, mi hanno fatto risuonare queste riflessioni. Le storie non esistono se non vengono raccontate, ma fino a che punto chi sta dietro l’obiettivo ha la capacità e il diritto di raccontarle, quanto lo fa per un bisogno egotico prima che per dare uno spazio ai soggetti del racconto?

Cheol, il bambino che fa in qualche modo da testimone muto di questa vicenda, è forse proprio il tentativo da parte del regista di dichiarare un senso di difficoltà e di estraneità di fronte a queste dinamiche, che però inevitabilmente è senza soluzione.

Il film uscirà purtroppo solo su Netflix e non al cinema. Personalmente sono ben contenta di averlo visto sul grande schermo, perché due ore e quaranta di film coreano sullo schermo di casa per me non sarebbero sostenibili.

Voto: 4/5



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La ragazza con la Leica

Non ho letto il romanzo omonimo della scrittrice italo-tedesca Helena Janeczek che nel 2018 vinse il Premio Strega. Non so bene perché ne sono attirata ma anche respinta. Ma, ora che la regista Alina Marazzi ha deciso di trarne un film, non posso più sottrarmi a questa storia che vede al centro la figura di Gerda Taro, fotoreporter morta a soli 27 anni durante la guerra civile spagnola, il cui nome è spesso messo in relazione a quello di un altro grande reporter di guerra, Robert Capa.

Dall’intervista alla regista che segue la visione del film capisco che il libro, pur essendo un romanzo, si basa su solide ricerche documentarie ed archivistiche e mescola storia e finzione, cosa che probabilmente è stata la molla principale che ha titillato l’interesse della Marazzi e l’ha portata a farne un film.

Da sempre infatti la Marazzi è interessata a questo mix e spesso nei suoi film confluisce materiale audiovisivo di archivio. In questa produzione italo-tedesca la sfida si fa particolarmente interessante, perché si tratta di raccontare un periodo storico particolare: quegli anni Trenta durante i quali l’ascesa del nazismo spinse molti giovani a lasciare la Germania, l’Ungheria, la Polonia per andare in paesi in quel momento più sicuri, come la Francia. Molti di questi – e non fanno eccezione Gerda Taro, Robert Capa e i loro amici – si unirono anche alle forze repubblicane spagnole che combattevano contro il generale Franco e i militari.

È dunque il racconto di una generazione di giovani animati da ideali politici, ma sradicati dai loro paesi di origine, che fanno gruppo per affrontare questa realtà, e che spesso utilizzano l’arte – la fotografia in primis – come strumento di espressione personale e di battaglia politica.

Però La ragazza con la Leica è anche il racconto della vita di una giovane donna a suo modo eccezionale per la sua epoca: Gerda era libera dalle convenzioni, insofferente a tutti i dettami sociali, desiderosa di divertirsi, dotata di una energia vitale straordinaria, ma anche animata da ideali forti e dalla ferma volontà di lottare per questi ideali. Alla sua figura di donna e di fotografa la Janeczek prima e la Marazzi poi restituiscono quello che probabilmente la storia e la sua breve vita hanno tolto: il suo ruolo centrale nel gruppo degli esuli, l’intuizione determinante che segnò l’inizio del successo della carriera di Capa, la varietà e la potenza della sua opera fotografica, perduta e dimenticata a lungo, poi in parte riscoperta dopo il 1997, ma che probabilmente è in parte anche stata attribuita a Capa, in un processo – che ben conosciamo – di ridimensionamento, se non cancellazione delle figure femminili in molti ambiti creativi, non ultima la fotografia.

Il film lavora molto bene – come è nello stile della Marazzi – nel far dialogare i documenti audiovisivi di archivio, le fotografie, gli spezzoni dei film dell’epoca con il girato, giocando tra la dimensione del passato e del presente, con sequenze volutamente anacronistiche che in qualche modo richiamano la forza contemporanea di alcuni elementi di questa vicenda. Gli attori, in particolare la bravissima Emilia Schüle nei panni di Gerda, reggono bene il tono composito e per certi veri ondivago del film.

Probabilmente c’è qualcosa che non funziona perfettamente nel tentativo della Marazzi, ma nel complesso per quanto mi riguarda ho trovato l’operazione ambiziosa e almeno in parte riuscita.

Voto: 3/5


venerdì 9 ottobre 2026

Cieli bassi e terre di confine: l'estremo nord della Norvegia (seconda parte)

Nel museo di Alta
Leggi anche la prima parte del racconto di viaggio.

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Alta

Ad Alta ci arriviamo direttamente da Senja percorrendo la E6, con la pioggia e un po’ di traffico in più rispetto ad altre zone (forse perché è domenica), ma che offre bellissimi paesaggi. Lungo la strada, a parte ammirare i paesaggi dal finestrino, ci fermiamo solo tre volte: al Kafè E6 AS, l’unico aperto, una specie di autogrill con ristoro, pienissimo di gente, con il personale davvero poco ben disposto; allo spiazzo dove ci sono due tende che sono punti vendita di prodotti Sami (qui compriamo due pelli di renna bellissime); a una baia molto bella, Fornesvika, pochi chilometri prima di Alta.

La casa di Alta
Ad Alta abbiamo un appartamento in una zona fuori dal centro (comunque raggiungibile a piedi), la cui terrazzina si affaccia direttamente sul fiordo e che offre una vista spettacolare, con una luce meravigliosa quando si va verso il tramonto.

Dopo Tromsø, Alta è l’unica cittadina grande (che comunque ha poco più di 22.000 abitanti) che incontriamo nel nostro viaggio.

Durante il nostro soggiorno qui, visitiamo la Northern Lights Cathedral, prendendo il biglietto anche per vedere un video molto suggestivo sull’aurora boreale, e il museo delle incisioni rupestri, che prevede un percorso al chiuso, con esposizioni che riguardano sia le incisioni stesse sia altre informazioni e manufatti del territorio, e un percorso all’aperto di 3 km che, attraverso una passerella, permette di scoprire le grandi pietre che portano incisioni che vanno dal 7000 a.C. (che stanno più in alto) al 2000 a.C. Sono scene di animali, soprattutto renne e alci, e persone che cacciano o pescano. Alcune sono state colorate di rosso per renderle riconoscibili – sono le prime che si incontrano nel percorso -, le altre sono state lasciate come erano, affidando al visitatore il compito di riconoscere i disegni che sono descritti e disegnati sulla guida. La visita dura parecchio ma è davvero interessante ed emozionante.

Una renna sulla spiaggia
Una cosa iperturistica che facciamo ad Alta è la Sami experience. Non sarebbe propriamente nelle nostre corde, ma del resto riteniamo di non avere molte altre possibilità per saperne di più sulla cultura Sami, a parte leggerne. La Sami experience che scegliamo si svolge alla Sami Siida. Ci accoglie un uomo Sami invero un po' particolare nell'interazione - fa lunghe pause e guarda dritto negli occhi con aria un po' minacciosa - che ci racconta un po' di cose sulle tradizioni dei Sami, ci porta in una lavvu (una tenda sami), ci fa entrare a dar da mangiare alle renne (la mia ciotola viene presa d'assalto da un'unica renna che si pappa tutto), poi ci offre un the e un dolcino nella lavvu grande, intorno al fuoco, dove di tanto in tanto organizzano le cene con i piatti della tradizione Sami.

L'arcobaleno su Capo Nord
Per lo shopping segnaliamo l’Alta Gift Shop, grande e parecchio fornito (al livello di quello di Tromsø, ma con molta meno gente), lo shop del museo e Kilden, una specie di merceria e rivenditore di lana, che però vende anche maglioni e cose per la casa, un po’ vintage ma interessante. Nel centro della cittadina c’è anche il Thon Senter, una specie di centro commerciale al chiuso che si trova in diverse parti della Norvegia.

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Capo Nord (Nordkapp) e isola di Magerøya

Andando da Alta verso Capo Nord (sono tre ore e mezzo di macchina) si attraversano molti paesaggi diversi; in particolare dopo Olderfjord inizia una zona con vegetazione bassa che a un certo punto diventa un altopiano di tundra. Siamo a circa 300 m sopra il livello del mare ma molto a nord, quasi al 71° parallelo (che supereremo una volta arrivate a Capo Nord). 

Sull'isola di Magerøya
Il paesaggio tra mare, insenature, isolette, laghi, fiumiciattoli e dolci rilievi lascia senza parole soprattutto per il senso di vastità accentuato dal fatto che siamo graziate dal tempo bello (che poi qua vuol dire sole alternato a nuvole e pioggerella ma con prevalenza di sole). In questo percorso incontriamo tantissime renne che però, ogni volta che proviamo ad avvicinarci per fare qualche foto, scappano via. Ogni tanto le renne sono anche per strada (e per questo ci sono gli appositi cartelli ed è bene mantenere la velocità contenuta), e proprio in mezzo alla strada ne troviamo una con il suo piccoletto che prendeva il latte e scodinzolava felice.

In questo percorso si attraversano diversi tunnel: l’ultimo è quello che unisce alla terraferma l'isola di Magerøya, dove si trova Capo Nord, e che è lungo oltre 6 chilometri. Sull'isola il paesaggio si fa ancora più spettacolare e incrociamo tantissimi ciclisti che, soprattutto con bici muscolari, vanno o tornano da Capo Nord (non so come facciano: il percorso è tutto un su e giù e fa pure un bel freddino, oltre al fatto che una parte di loro deve avere attraversato anche il tunnel sotto il mare, senza pista ciclabile).

Il paesaggio a Capo Nord
Arriviamo a Capo Nord (qualcuno lo chiama il Capo Nord turistico, perché il punto dove si fanno le fotografie, quello con il globo per intendersi, è sopravanzato a nord da una penisola parallela dove si arriva solo con un trekking). 

Il cielo nel frattempo si è fatto nuvoloso e c'è un vento decisamente freddo, però è un momento in cui c’è poca gente, e dunque l’atmosfera è particolarmente magica. Intorno al globo solo un paio di coppie/gruppetti (italiani!) che si fanno le foto a vicenda e mentre giriamo lì intorno l’occhio ci cade su un adesivo con la scritta Anti Lazio! 😂

Sull'isola di Magerøya
Visto che il tempo non è dei migliori a un certo punto decidiamo di entrare alla NordKapp Hall che ha un biglietto di ingresso di oltre 30 euro a persona: il biglietto dà diritto all’ingresso in una struttura dove non si può consumare cibo portato dall’esterno e dove ci sono un ristorante, un caffè, un negozio di souvenir, ma anche una zona museale e una specie di saletta cinematografica dove si può assistere a un filmato di 15 minuti sull'alternarsi delle stagioni a Capo Nord. Questi filmati, che abbiamo incontrato in vari posti, nonostante i nostri pregiudizi, si rivelano molto interessanti e fanno venire voglia di tornare in questi luoghi nelle altre stagioni (che è forse il loro scopo primario). 

Il tempo di prendere un caffè sedute alla vetrata e il cielo si apre. Approfittiamo del sole per tornare fuori, anche se nel frattempo i pullman hanno scaricato decine e decine di persone, moltissimi italiani, che probabilmente hanno proprio il mito di Capo Nord. In questo frattempo, mentre facciamo una passeggiata lungo la scogliera, siamo anche graziate dall’affacciarsi sul mare di un arcobaleno che incornicia il promontorio.

Honningsvåg
Trascorriamo nell’area circa due ore e mezza (il parcheggio è gratuito, almeno quello, fino a sei ore). Da qui ci spostiamo poi verso Gjesvaert; ci fermiamo per uno spuntino a una piazzola dove ci sono molte macchine e camper fermi e da dove partono molte persone per quella che sembra una piccola escursione. Siamo indecise se farla anche noi e chiediamo informazioni a due italiani (li riconosciamo dalla moka) che sono parcheggiati accanto a noi. Ci dicono che è un'escursione di circa 1,5 ore che porta al "vero" Capo Nord. Per un attimo ci facciamo un pensiero, ma vedendo che il percorso fin dal principio è molto fangoso decidiamo di rinunciare. Proseguiamo dunque verso il paesino di Gjesvaert dove vale la pena andare non tanto per il paese in sé ma per il percorso e per la posizione.

Ancora Magerøya
Torniamo indietro dirette a Honningsvåg, il paese più grande dell'isola nonché attracco di tutte le navi che fanno il giro intorno a Capo Nord. Non a caso nel porto c'è una grossa nave da crociera del gruppo Tui. Il paesino è molto bello e c'è una luce splendida (è l'inizio del lungo tramonto estivo). Ci fermiamo al pub sul porto dove vendono la birra della vicina birreria artigianale Perleporten e prendo una ottima birra Viking e delle pessime patatine al tartufo nero che mi torneranno su per tutta la serata.

Il nostro alloggio per la sera è nella zona di Olderfjord, ed è una bella casetta di campagna tutta in legno, immersa nel verde. Peccato starci così poco.

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La penisola di Varanger e il confine con la Russia

Verso la penisola di Varanger
Da Olderfjord ci muoviamo verso est, in particolare verso la penisola di Varanger dove si trova il nostro alloggio successivo. In questo percorso incrociamo molti diversi paesaggi: prima fiordi che la bassa marea trasforma in distese di terra, di massi e acqua bassissima (che io trovo molto fotogenici), poi altipiani con pochissima vegetazione, quindi zone coperte di laghi e foreste, infine tratti costieri. Alcuni di questi paesaggi lasciano senza fiato, e sono difficili da rendere fotograficamente per la loro vastità e profondità dei piani. I tratti più belli secondo noi sono quelli tra Oldfjord e Lakselv e tra Ifjord e Torhop.

Proprio in questo percorso rischiamo di prendere una multa in un tratto di strada con limite di velocità a 60 km/h; da lontano vediamo una luce rossa che a me fa pensare a un incidente e invece è una pattuglia della polizia che ha registrato la nostra velocità (67 km/h) e ci chiede di accostare. Per fortuna, il poliziotto non ha fatto bene la registrazione e quindi dopo qualche minuto torna indietro e dice che possiamo andare, ma di andare più piano!

Paesaggi della penisola di Varanger
Arrivate a Varangerbotn ci sistemiamo nella nostra bellissima casetta con vista sul fiordo e facciamo solo una passeggiata alla chiesetta della vicina Nesseby, dove c’è anche una vecchia struttura per il processo di essiccazione degli stoccafissi. La sera, dal nostro alloggio, proveremo a vedere – per quanto possibile – l’eclissi.

Dei due giorni che restiamo in questa zona uno lo dedichiamo all’esplorazione dell’area che sta dalla parte opposta del fiordo rispetto a quella dove ci troviamo noi, che è la parte della Norvegia che va verso il confine con la Russia e la cui cittadina di riferimento è Kirkenes.

La strada non è breve, tanto più che ci sono dei rallentamenti dovuti al rifacimento dell’asfalto, e nell’economia dell’insieme decidiamo di fermarci a Kirkenes sulla strada del ritorno e di andare direttamente a Grense Jakobselv, l'estremità più a est della Norvegia, dove un fiumiciattolo, il Pasvik, segna il confine tra Norvegia e Russia. Prima di imboccare la strada che costeggia il fiume si incontra la dogana, invero piuttosto poco frequentata visto il periodo.

Il confine tra Norvegia e Russia lungo il Pasvik
Lungo il fiume si trovano i cartelli che segnalano che qui passa il confine e che la zona è sorvegliata: da una parte ci sono le colonnine gialle norvegese, e dall’altra quelle rosse e verdi con i simboli della Russia. Più in lontananza qua e là si vedono le torrette di guardia.

A un certo punto la strada diventa sterrata (fattibile con qualunque automobile), e sul percorso di incontrano il vecchio rettorato e la Kong Oskar II kapell con il suo cimiterino; in fondo si arriva a un parcheggio e a una bellissima spiaggia di sabbia sul mare di Barents, dove ci sono due soldati in pausa pranzo.

Al ritorno ci fermiamo a Kirkenes, cittadina che sembra uscita da un romanzo distopico post-apocalittico se non fosse per delle bambine che giocano sulla piazza. Qui tutto è scritto in doppia lingua, norvegese e russo, dal momento che c’è una consistente comunità russa o russofona.

Le foto di Ellisif Wessel a Kirkenes
In piazza ci sono alcune foto d’epoca che ci fanno conoscere la storia di Ellisif Wessel (1866–1949) e di suo marito, il medico Andreas Wessel: quando quest’ultimo fu trasferito per lavoro a Kirkenes la moglie lo seguì in questa regione povera e desolata. Ben presto, la stessa Ellisif diventò testimone di questo mondo e dei suoi cambiamenti grazie alle fotografie che scattò e che sono diventate una testimonianza importantissima della storia di questi luoghi.

Il giorno successivo andiamo a visitare Vadsø, e il percorso lungo la penisola di Varanger ci regala molti bei paesaggi e viste. A Vadsø facciamo una passeggiata e visitiamo la grande e nuova biblioteca, poi andiamo sull'isola di Vadsøya collegata da un ponte: qui c'è il kulturpark, dove si trova la torre di ancoraggio usata da Amundsen, Nobile ed Ellsworth per partire con il dirigibile Norge verso l'Alaska sorvolando il Polo Nord. Poi la stessa fu usata da Nobile per partire con il dirigibile Italia per una nuova missione artica: purtroppo il dirigibile si schiantò e nella spedizione di salvataggio capeggiata da Amundsen quest'ultimo scomparve.

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Karasjok e Kautokeino

Partendo da Nesseby verso Karasjok
Karasjok è la capitale dei Sami ed è la cittadina dove è stato realizzato il Parlamento Sami. Ci piacerebbe visitarlo, ma la strada che dalla penisola di Varanger ci porta qui è lunga e noiosa e quanto arriviamo al Parlamento l’ultima visita guidata, prevista alle 14,30, è già stata effettuata. Possiamo dunque visitare solo la biblioteca, ancora aperta, e girare intorno all’edificio a forma di lavvu (tenda Sami) da dove si accede all’aula parlamentare.

Il cielo è plumbeo e un po’ opprimente e la cittadina di Karasjok non sembra offrire granché a parte una specie di negozio di artigianato Sami che sarà l’unico posto di tutta la Norvegia dove non potremo pagare con la carta (ma potremo farlo in euro).

All'ingresso di Kautokeino
Da Karasjok a Kautokeino viaggiamo con un ragazzetto che abbiamo tirato su mentre faceva l’autostop, subito fuori dal paese. Si chiama August, ha 20 anni e gira il nord della Norvegia in autostop e in generale è un grande appassionato di viaggi.

Ci salutiamo all’ingresso della cittadina, dove noi abbiamo una bella casetta a tre piani, molto ben arredata in stile retrò, il cui unico difetto è che in bagno c’è il riscaldamento acceso (che non si può spegnere) e sembra di entrare in una sauna.

Tenendo conto che nelle cittadine norvegesi è difficile identificare un centro, possiamo dire di essere abbastanza centrali e dalla nostra finestra sentiamo i rumori della gara in corso sul fiume di cui ci ha parlato la nostra host: motoslitte da neve che gareggiano su un circuito in acqua (pare sport molto diffuso in Finlandia e in crescita in Norvegia).

Nella Juhls Silver Jewellery Gallery
A Kautokeino, paese con la maggiore percentuale di abitanti Sami della Norvegia, il cui nome in Sami è Guovdageaidnu, assolutamente da non perdere la Juhls Silver Jewellery, un grande laboratorio per la creazione e vendita di oggetti in argento che è anche una galleria. Il laboratorio è stato fondato negli anni Cinquanta da una coppia formata da una tedesca e un danese, che si sono trasferiti a Kautokeino giovanissimi. Il posto è davvero bello architettonicamente e come atmosfera. A un certo punto compare anche Regina, la proprietaria tedesca ormai ottantasettenne, mentre il marito Franck è morto sei anni fa. Regina sta realizzando un'opera d'arte su una parete della galleria dagli anni Novanta e ci lavora ogni giorno. All'esterno dell’edificio ci sono pannelli fotografici con la storia della coppia e del laboratorio.

Case ricostruite nel museo dei Sami a Kautokeino
Se la si trova aperta è interessante anche il čoarvemátta, un edificio di recentissima costruzione (stanno ancora finendo i lavori) progettato dallo studio Snohetta dove c'è il teatro e una serie di spazi didattici (è una scuola superiore di artigianato Sami e allevamento di renne).

Molto interessante il museo dei Sami sia all’interno per gli oggetti in mostra e per l’allestimento anche video dedicato alla storia della rivolta dei Sami del 1852 a Kautokeino e alla figura di Lars Haetta, sia all’esterno dove ci sono delle strutture abitative in stile Sami.

La cosa più divertente che ci capita a Kautokeino è l’incontro con un buffo gruppo di finlandesi, uno dei quali parla italiano ed è innamorato dell’Italia, e ci racconta di aver partecipato in passato a un programma di Licia Colò 😉 

La gara di motoslitte sull'acqua
I finlandesi ci propongono di andare con loro alla gara delle motoslitte. Accettiamo entusiaste e così in riva al fiume dove si stanno svolgendo le gare chiacchieriamo con altre persone del luogo, ad esempio un Sami che è il titolare di Sokki Adventure (un’agenzia turistica specializzata in esperienze Sami) e che ci racconta un sacco di cose sul popolo Sami e sulle renne. Qui prenderemo a un baracchino, insieme agli altri spettatori, un hamburger, un waffle e un caffè. Tutti i bambini e molti adulti assistono alle gare con le cuffie insonorizzanti, perché le motoslitte sono parecchio rumorose.

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Tra Finlandia, Norvegia e Svezia

In territorio finlandese
Il lungo ritorno da Kautokeino a Tromsø, da dove ripartiamo per l'Italia, prevede un lungo tratto di strada in territorio finlandese, dove, con nostra somma meraviglia, il paese dei Sami che sarebbe corretto chiamare Sapmi è ancora chiamato Lappi (ossia Lapponia) che è un termine dispregiativo.

Il paesaggio finlandese è decisamente meno vario di quello dal quale veniamo, ed è fatto di infinite foreste di betulle e conifere a perdita d'occhio (la cosiddetta taiga), in cui ogni tanto si aprono laghi e fiumi, dove si creano effetti specchio davvero scenografici.

Lyngsfjellan
Su questo percorso a un certo punto si passa per Kilpisjärvi, che dopo chilometri e chilometri di vuoto, è invece pieno di alberghi, auto e persone. Capiamo dopo che qui si trova il monte Saana Fell dove passano i tre confini di Norvegia, Svezia e Finlandia. Tra l'altro lo scenario è davvero molto bello. Rientriamo dunque in territorio norvegese, attraversando la Skibotndalen, una valle molto suggestiva, e dopo affianchiamo un fiordo su cui affaccia la catena montuosa Lyngsfjellan, dove le nuvole si sono incuneate tra le montagne creando effetti veramente incredibili.

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Per una selezione più ampia di foto del viaggio nel nord della Norvegia si veda sul mio profilo Behance.