Kolchoz / Emmanuel Carrère; trad. di Francesco Bergamasco. Milano: Adelphi, 2026.
La scrittura di Carrère mi piace molto e i libri che ho letto fin qui mi hanno sempre conquistata in tanti modi diversi, che si possono ricondurre alla capacità dello scrittore francese di farmi “sentire” dall’interno i personaggi e le situazioni.
Quando ho sentito parlare bene da diverse persone, amiche e meno amiche, del suo ultimo libro, Kolchoz, non ho esitato a comprarlo, anche se avevo qualche timore legato al fatto che si tratta di un romanzo che racconta la storia della sua famiglia, in particolare di sua madre, e quando Carrère si muove su territori più vicini a sé stesso può diventare autoreferenziale e insopportabile.
Invece, devo ammettere che fin dalle prime pagine, quelle che raccontano il funerale di sua madre e il discorso a lei dedicato da Emmanuel Macron, pagine che circolarmente si ricollegano alle ultime del libro, quelle relative ai suoi ultimi giorni di vita, modi e contenuti del racconto mi hanno catturato.
Di Hélène Carrère d’Encausse vengono raccontate le origini, ossia la sua appartenenza da parte di padre alla famiglia georgiana degli Zourabichvili e da parte di madre a una famiglia russo-tedesca travolta dalla Rivoluzione, e l’infanzia in un contesto familiare cosmopolita e multilingue, ma segnato dalla perdita di una patria. Del padre Georges e della macchia che pesa sulla sua esistenza Carrère ha parlato in un libro precedente, Un romanzo russo - che a questo punto voglio leggere -, che è stato la causa del suo allontanamento dalla madre per ben due anni; del resto, la vicenda del padre di Hélène, probabilmente collaborazionista e forse fucilato dalla Resistenza, il cui corpo non è mai stato ritrovato, è stata un fardello pesante per Hélène che ha passato tutta la vita a riscattare queste origini, conquistandosi a pieno diritto la cittadinanza francese fino a diventare segretaria permanente dell’Académie française.
Al contempo Hélène ha coltivato per tutta la vita il suo legame con la Russia, nei confronti della quale non ha mai voluto mettere in discussione la sua profonda ammirazione, anche quando gli eventi recenti, in particolare la guerra in Ucraina, hanno reso la Russia indifendibile.
Poiché questo legame e questa fascinazione per la Russia sono stati centrali anche nell’esistenza e nella scrittura di Emmanuel, raccontare la storia di sua madre è stato per lo scrittore un modo per esplorare le pieghe della storia, anche grazie al lavoro di raccolta di fonti e documenti fatto, per tutta la vita, dal padre Louis.
Carrère in un certo senso recupera e riscatta la figura paterna, che è stata in qualche modo offuscata o comunque è vissuta in parte all’ombra della figura esuberante e volitiva della moglie.
Il ritratto di Hélène che ne viene fuori è – come tutti i ritratti ben realizzati – complesso, sfaccettato e contraddittorio, ricco di mille sfumature in cui si intrecciano la dimensione pubblica della donna, stimata e amata, e quella privata, in cui il figlio riconosce un prima e un dopo: l’evento che fa da discrimine tra queste due fasi è l’innamoramento della donna per un altro uomo e la scelta non certo pacifica di non divorziare da suo marito, ma di fatto di escluderlo dal territorio dei suoi sentimenti. In questo prima e dopo, i figli – tre, Emmanuel, Nathalie e Marina – pur amati sempre tantissimo, hanno inevitabilmente percepito la rottura dell’armonia familiare.
Altro personaggio chiave di questo affresco è la figura di Nicholas, fratello di Hélène: i due, che pure erano stati molto legati durante l’infanzia, nel tempo si sono progressivamente allontanati, a partire in particolare dal momento in cui la sorella maggiore ha fatto le veci della madre per il fratello. Nicholas è stato invece per Emmanuel non solo uno zio, ma anche un amico e una fonte di ispirazione, e anche alla sua memoria lo scrittore ha attinto per costruire questo racconto in maniera ancora più articolata.
Il libro è una miniera di storie, informazioni, divagazioni, aneddoti (alcuni davvero incredibili, come incredibile è stata la vita di Hélène e di altri protagonisti di questa storia), che solo uno scrittore come Carrère può tenere insieme e far dialogare con una ricchezza e una complessità di sentimenti che conferiscono non solo a Hélène, ma anche a tutte le persone raccontate, una profondissima umanità.
E nonostante si tratti di una storia familiare, Carrère riesce in questo libro a non invadere eccessivamente il campo, come a volte tende a fare – succede solo a tratti, e sono le parti meno memorabili -, bensì rimane sulla soglia, figlio e spettatore, non certo indifferente, ma profondamente partecipe, con tutte le contraddizioni di un rapporto madre-figlio fatto di un amore enorme, ma anche di differenze e sofferenze.
È bello che il titolo del libro, Kolchoz, venga proprio da una abitudine familiare: quando il padre era via per lavoro, i tre figli andavano a dormire nella stanza della madre e “facevano kolchoz” intorno a lei, esattamente come hanno fatto quando le sono stati vicini negli ultimi momenti della sua vita.
Un libro dal respiro intimo che riesce però anche a parlare di vicende storiche importanti del passato e ne trae elementi di riflessione sulle vicende del presente.
Per me una lettura davvero straordinaria.
Voto: 4/5
domenica 13 settembre 2026
venerdì 11 settembre 2026
La fertilità del male / Amara Lakhous
La fertilità del male / Amara Lakhous; trad. dall'arabo di Francesco Leggio. Roma: Edizioni e/o, 2026.
Amara Lakhous è uno scrittore algerino molto noto in Italia perché ha vissuto molto a lungo nel nostro paese e ha scritto diversi romanzi in italiano, tra cui il più noto è Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.
Da un po' di anni Lakhous vive negli Stati Uniti dove insegna in università. È ora tornato al romanzo con La fertilità del male che però è stato scritto in arabo, perché - come lui stesso ha spiegato - non sarebbe stato possibile scrivere in italiano una storia cosi legata alla sua patria di origine.
La fertilità del male è concepito come un giallo, o meglio come un poliziesco, visto che tutto comincia con la scoperta dell'assassinio di Miloud Sabri, ex combattente del Fronte di Liberazione Nazionale dell'Algeria, e con l'avvio delle indagini da parte di Karim Soltani, comandante dell'unità antiterrorismo, chiamato perché l'omicidio ha tutte le caratteristiche della vendetta verso un traditore, secondo le modalità sperimentate in Algeria durante il decennio nero.
La narrazione procede alternando l'asse temporale del presente, quello nel quale si svolge l'indagine di Soltani e dei suoi collaboratori, e diversi momenti chiave del passato che un tassello alla volta aiutano a ricostruire le radici e le motivazioni dell'omicidio di Sabri, attraversando la storia dell'Algeria dagli anni della guerra di indipendenza algerina (1954-1962), fino ad arrivare alla fine degli anni Novanta, passando attraverso colpi di stato, proteste popolari, emergere degli islamisti e terrorismo.
La prosa di Lakhous è piana e in qualche modo leggera, e sembra di stare leggendo un classico giallo da spiaggia. In realtà, dietro questa indagine si dipana la storia di un paese che, dopo essersi liberato del giogo dei colonizzatori francesi, si è avviluppato in una dinamica interna ben poco democratica, istituzionalizzando il metodo della violenza e del terrorismo come strumento di cambiamento e trasformando parte degli eroi nazionali della guerra di indipendenza nei nuovi colonizzatori del paese.
Ancora una volta per me è l'occasione di conoscere meglio un paese di cui so oggettivamente molto poco e di cui leggiamo solo in relazione agli eventi che più sono collegati al nostro mondo, mentre finisce per sfuggirci completamente nelle dinamiche interne che sono venute dopo che gli europei, in questo caso i francesi, si sono ritirati.
E fa male leggere ancora una volta la storia di una lotta di popolo - fatta con tutti i mezzi, alcuni anche discutibili, ma chissà se evitabili - che è stata vittoriosa e ha ridato libertà a un paese, ma che poi si è involuta in forme antidemocratiche e repressive.
Cos'è che rende gli esseri umani incapaci di perseguire davvero degli ideali fino in fondo?
Voto: 3,5/5
Amara Lakhous è uno scrittore algerino molto noto in Italia perché ha vissuto molto a lungo nel nostro paese e ha scritto diversi romanzi in italiano, tra cui il più noto è Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.
Da un po' di anni Lakhous vive negli Stati Uniti dove insegna in università. È ora tornato al romanzo con La fertilità del male che però è stato scritto in arabo, perché - come lui stesso ha spiegato - non sarebbe stato possibile scrivere in italiano una storia cosi legata alla sua patria di origine.
La fertilità del male è concepito come un giallo, o meglio come un poliziesco, visto che tutto comincia con la scoperta dell'assassinio di Miloud Sabri, ex combattente del Fronte di Liberazione Nazionale dell'Algeria, e con l'avvio delle indagini da parte di Karim Soltani, comandante dell'unità antiterrorismo, chiamato perché l'omicidio ha tutte le caratteristiche della vendetta verso un traditore, secondo le modalità sperimentate in Algeria durante il decennio nero.
La narrazione procede alternando l'asse temporale del presente, quello nel quale si svolge l'indagine di Soltani e dei suoi collaboratori, e diversi momenti chiave del passato che un tassello alla volta aiutano a ricostruire le radici e le motivazioni dell'omicidio di Sabri, attraversando la storia dell'Algeria dagli anni della guerra di indipendenza algerina (1954-1962), fino ad arrivare alla fine degli anni Novanta, passando attraverso colpi di stato, proteste popolari, emergere degli islamisti e terrorismo.
La prosa di Lakhous è piana e in qualche modo leggera, e sembra di stare leggendo un classico giallo da spiaggia. In realtà, dietro questa indagine si dipana la storia di un paese che, dopo essersi liberato del giogo dei colonizzatori francesi, si è avviluppato in una dinamica interna ben poco democratica, istituzionalizzando il metodo della violenza e del terrorismo come strumento di cambiamento e trasformando parte degli eroi nazionali della guerra di indipendenza nei nuovi colonizzatori del paese.
Ancora una volta per me è l'occasione di conoscere meglio un paese di cui so oggettivamente molto poco e di cui leggiamo solo in relazione agli eventi che più sono collegati al nostro mondo, mentre finisce per sfuggirci completamente nelle dinamiche interne che sono venute dopo che gli europei, in questo caso i francesi, si sono ritirati.
E fa male leggere ancora una volta la storia di una lotta di popolo - fatta con tutti i mezzi, alcuni anche discutibili, ma chissà se evitabili - che è stata vittoriosa e ha ridato libertà a un paese, ma che poi si è involuta in forme antidemocratiche e repressive.
Cos'è che rende gli esseri umani incapaci di perseguire davvero degli ideali fino in fondo?
Voto: 3,5/5
mercoledì 9 settembre 2026
Wilco. Auditorium Parco della Musica, 31 agosto 2026
Quando a suo tempo era stato annunciato il concerto dei Wilco alla cavea dell’Auditorium Parco della Musica per il 31 agosto ero stata molto indecisa se comprare il biglietto. La data troppo a ridosso del mio rientro e la location da me poco amata mi avevano quasi convinto a rinunciare. Poi, l’occasione di vedere i Wilco dal vivo dopo 10 anni dal concerto di Villa Ada, in un’estate decisamente avara di concerti per me interessanti a Roma, mi aveva convinto a prendere un biglietto del parterre, come per il concerto di Marco Castello.
Il 31 è il mio primo giorno lavorativo dopo le ferie, e non sono nemmeno sicura di avere a disposizione lo scooter (in pieno agosto ha pensato bene di morirmi la batteria), quindi tutto sembra preannunciare una serata faticosa. E invece…
Nel parterre sono in compagnia di tanta gente della mia età o comunque non tantissimo più giovane di me, e dunque sono molto a mio agio. I Wilco, capeggiati dal loro leader Jeff Tweedy, salgono sul palco alle 21,15, e cominciano a macinare canzoni, mentre intorno a me l’entusiasmo cresce. Come sempre, ci sono molti appassionati che conoscono tutte le canzoni e io da questo punto di vista mi sento un’imbucata. Però, man mano che il concerto va avanti mi faccio trascinare anch’io dall’atmosfera e dal sound dei Wilco, che sa essere intimo, folk, romantico, melodico, ma anche rock e dissonante, a seconda dei momenti. Da questo punto di vista l’esecuzione di Via Chicago, in cui a più riprese i musicisti cominciano a produrre rumori e distorsioni mentre Jeff Tweedy continua a cantare normalmente è davvero qualcosa di geniale.
I sei musicisti sul palco – oltre a Tweedy, John Stirratt, Glenn Kotche, Pat Sansone, Nels Cline e Mikael Jorgensen - non si risparmiano, nonostante la serata caldissima, né si perdono in inutili chiacchiere. Jeff Tweedy si rivolge di tanto in tanto al pubblico in maniera garbata e quasi affettuosa, anche a tratti un po’ sorniona, e il concerto dei Wilco si conferma un concerto totalmente incentrato sulla musica e sulla sua esecuzione dal vivo. Nell’esecuzione del brano It’s just that simple Tweedy cede il microfono a John Stirratt, con cui Tweedy aveva condiviso a suo tempo l’esperienza musicale nella band degli Uncle Tupelo.
Non so se per la mia posizione – a poca distanza dal palco – o per la bravura dei Wilco, per una volta persino la cavea dell’Auditorium mi è sembrata un posto bello dove godere della musica e farsi trascinare dal ritmo delle canzoni. La scaletta la rubo a chi conosce i Wilco meglio di me, ma anch’io – non fan assoluta, cosa che non sono praticamente di nessun cantante o gruppo – percepisco che il gruppo ha spaziato nel suo repertorio attingendo sia all’ultimo EP ma anche a molti altri dischi, tra quelli famosi e meno famosi.
Una bellissima serata di musica da cui sono tornata a casa stanca, ma ricaricata di energie positive.
Voto: 4/5
lunedì 7 settembre 2026
L’autobus incantato / Majid Bita
L’autobus incantato / Majid Bita. Bologna: Canicola, 2025.
Dopo averne letto in una lista di libri consigliati sul Post, ho comprato questo graphic novel incuriosita dalla vicenda raccontata. Nel frattempo – e aggiungo anche purtroppo – l’ambientazione iraniana è diventata particolarmente d’attualità, vista la guerra in corso ormai già da diversi mesi e con prospettive non certo rassicuranti.
L’albo di Majid Bita ci riporta alla fine degli anni Novanta, a un episodio di cronaca realmente avvenuto in Iran. Un gruppo di intellettuali iraniani, molti dei quali si erano fatti promotori e avevano firmato un manifesto per la libertà di espressione, viene invitato a un convegno in Armenia e decide di partire in autobus; partiranno in ventuno e il viaggio attraverso le montagne si trasformerà ben presto in un incubo, quando scopriranno che il loro autista è stato in realtà assoldato dai guardiani della rivoluzione per ucciderli tutti, facendo cadere l’autobus in un dirupo e facendo passare l’evento come un incidente.
Le cose andranno diversamente, ma l’evento sarà comunque uno spartiacque nella vita di queste 21 persone: diversi di loro moriranno in circostanze oscure negli anni a venire, qualcuno si suiciderà, molti scapperanno all’estero per sfuggire alle persecuzioni e alla paura di morire.
Il disegno sporco di Majid Bita e il prevalere dei neri e degli scuri che riempiono le pagine trasmettono un’atmosfera di sospetto e una sensazione di angoscia strisciante, anche quando la narrazione si muove su binari apparentemente tranquilli.
Bita, con grandissima maestria, riesce a raccontare il clima in cui si vive quotidianamente in Iran, un clima fatto di paura e di paranoia, dal momento che non si sa mai dietro chi o cosa si possano nascondere gli emissari del potere, cosicché spontaneità e immediatezza sono inevitabilmente compromesse se non perdute completamente, con effetti devastanti sulle persone, soprattutto lì dove si vanno ad innestare su fragilità individuali.
Personalmente ho trovato un po’ faticoso avere chiari i personaggi, un po’ per una caratterizzazione dei singoli che la mia scarsa capacità di osservazione mi rendeva poco evidente, un po’ per nomi per me non facilissimi da memorizzare. Nonostante questo, non sono riuscita a staccarmi dall’albo fino a quando nelle ultime pagine tutti i protagonisti di questa vicenda vengono presentati singolarmente, con un ritratto disegnato e una breve nota biografica, che mette in fila alcuni degli elementi narrativi emersi nelle pagine precedenti grazie ai flashforward con cui Bita interrompe la narrazione lineare.
Una lettura molto interessante per scoprire un episodio poco noto, e forse piccolo, della storia iraniana che aiuta però a comprendere meglio l’atmosfera di questo paese e le vicende di tanti intellettuali iraniani che conosciamo meglio.
Voto: 3,5/5
Dopo averne letto in una lista di libri consigliati sul Post, ho comprato questo graphic novel incuriosita dalla vicenda raccontata. Nel frattempo – e aggiungo anche purtroppo – l’ambientazione iraniana è diventata particolarmente d’attualità, vista la guerra in corso ormai già da diversi mesi e con prospettive non certo rassicuranti.
L’albo di Majid Bita ci riporta alla fine degli anni Novanta, a un episodio di cronaca realmente avvenuto in Iran. Un gruppo di intellettuali iraniani, molti dei quali si erano fatti promotori e avevano firmato un manifesto per la libertà di espressione, viene invitato a un convegno in Armenia e decide di partire in autobus; partiranno in ventuno e il viaggio attraverso le montagne si trasformerà ben presto in un incubo, quando scopriranno che il loro autista è stato in realtà assoldato dai guardiani della rivoluzione per ucciderli tutti, facendo cadere l’autobus in un dirupo e facendo passare l’evento come un incidente.
Le cose andranno diversamente, ma l’evento sarà comunque uno spartiacque nella vita di queste 21 persone: diversi di loro moriranno in circostanze oscure negli anni a venire, qualcuno si suiciderà, molti scapperanno all’estero per sfuggire alle persecuzioni e alla paura di morire.
Il disegno sporco di Majid Bita e il prevalere dei neri e degli scuri che riempiono le pagine trasmettono un’atmosfera di sospetto e una sensazione di angoscia strisciante, anche quando la narrazione si muove su binari apparentemente tranquilli.
Bita, con grandissima maestria, riesce a raccontare il clima in cui si vive quotidianamente in Iran, un clima fatto di paura e di paranoia, dal momento che non si sa mai dietro chi o cosa si possano nascondere gli emissari del potere, cosicché spontaneità e immediatezza sono inevitabilmente compromesse se non perdute completamente, con effetti devastanti sulle persone, soprattutto lì dove si vanno ad innestare su fragilità individuali.
Personalmente ho trovato un po’ faticoso avere chiari i personaggi, un po’ per una caratterizzazione dei singoli che la mia scarsa capacità di osservazione mi rendeva poco evidente, un po’ per nomi per me non facilissimi da memorizzare. Nonostante questo, non sono riuscita a staccarmi dall’albo fino a quando nelle ultime pagine tutti i protagonisti di questa vicenda vengono presentati singolarmente, con un ritratto disegnato e una breve nota biografica, che mette in fila alcuni degli elementi narrativi emersi nelle pagine precedenti grazie ai flashforward con cui Bita interrompe la narrazione lineare.
Una lettura molto interessante per scoprire un episodio poco noto, e forse piccolo, della storia iraniana che aiuta però a comprendere meglio l’atmosfera di questo paese e le vicende di tanti intellettuali iraniani che conosciamo meglio.
Voto: 3,5/5
giovedì 3 settembre 2026
I Nascosti / Valentina Tamborra
I Nascosti / Valentina Tamborra; con un testo di William T. Vollmann. Roma: minimum fax, 2023.
Sono da sempre affascinata e attirata dai paesi e dalle popolazioni del nord del mondo, e spesso mi sono accorta o mi è stato fatto notare che il mio approccio alla vita su molte cose è molto nordico e ben poco coerente con le mie origini meridionali.
Oltre dunque a considerare tali paesi tra le mete per me più desiderabili per le vacanze, mi piace leggere, ascoltare, vedere storie che provengono da questi paesi, sia che si tratti di storie vere sia che si tratti di fiction.
Nel caso de I Nascosti di Valentina Tamborra, il libro - che mi è stato regalato ma la cui autrice non mi era del tutto ignota in quanto era stata ospite di Eugenio Cau in una puntata del podcast Globo del Post - all'interesse per il luogo (il Finnmark, nel nord della Norvegia) e la popolazione indigena che la abita (i Sami) si somma la mia passione per la fotografia.
Quello della Tamborra è infatti prima di tutto un libro fotografico, che nasce in un arco di tempo di qualche anno durante i quali la fotografa è tornata più volte nella regione.
Ma le fotografie, tutte molto belle anche sul piano squisitamente fotografico, sono anche e soprattutto spunti per raccontare la storia di questo popolo nomade e delle angherie che ha dovuto subire nel tempo, la dignità e la determinazione con cui i Sami hanno perseguito l'obiettivo di mantenere la propria cultura e la propria identità, le minacce recenti al loro stile di vita che arrivano dal cambiamento climatico.
Dentro la storia di questo popolo ci sono poi tante storie singole, quelle di persone di cui Valentina Tamborra è riuscita a vincere la diffidenza e a conquistare la fiducia.
Attraverso questo libro e le sue bellissime immagini conosciamo molto dei Sami, non in maniera sistematica come potremmo fare attraverso un libro accademico, bensì in maniera evenemenziale, ma non meno ricca di senso e in fondo precisa nei contenuti.
Io ho imparato tanto, in aggiunta a quello che già conoscevo da altre fonti, ma I Nascosti mi ha regalato un approccio inedito e per me molto potente.
Voto: 4/5
Sono da sempre affascinata e attirata dai paesi e dalle popolazioni del nord del mondo, e spesso mi sono accorta o mi è stato fatto notare che il mio approccio alla vita su molte cose è molto nordico e ben poco coerente con le mie origini meridionali.
Oltre dunque a considerare tali paesi tra le mete per me più desiderabili per le vacanze, mi piace leggere, ascoltare, vedere storie che provengono da questi paesi, sia che si tratti di storie vere sia che si tratti di fiction.
Nel caso de I Nascosti di Valentina Tamborra, il libro - che mi è stato regalato ma la cui autrice non mi era del tutto ignota in quanto era stata ospite di Eugenio Cau in una puntata del podcast Globo del Post - all'interesse per il luogo (il Finnmark, nel nord della Norvegia) e la popolazione indigena che la abita (i Sami) si somma la mia passione per la fotografia.
Quello della Tamborra è infatti prima di tutto un libro fotografico, che nasce in un arco di tempo di qualche anno durante i quali la fotografa è tornata più volte nella regione.
Ma le fotografie, tutte molto belle anche sul piano squisitamente fotografico, sono anche e soprattutto spunti per raccontare la storia di questo popolo nomade e delle angherie che ha dovuto subire nel tempo, la dignità e la determinazione con cui i Sami hanno perseguito l'obiettivo di mantenere la propria cultura e la propria identità, le minacce recenti al loro stile di vita che arrivano dal cambiamento climatico.
Dentro la storia di questo popolo ci sono poi tante storie singole, quelle di persone di cui Valentina Tamborra è riuscita a vincere la diffidenza e a conquistare la fiducia.
Attraverso questo libro e le sue bellissime immagini conosciamo molto dei Sami, non in maniera sistematica come potremmo fare attraverso un libro accademico, bensì in maniera evenemenziale, ma non meno ricca di senso e in fondo precisa nei contenuti.
Io ho imparato tanto, in aggiunta a quello che già conoscevo da altre fonti, ma I Nascosti mi ha regalato un approccio inedito e per me molto potente.
Voto: 4/5
martedì 1 settembre 2026
Dignità / Lea Ypi
Dignità / Lea Ypi; trad. di Elena Cantoni. Milano: Feltrinelli, 2026.
Avevo amato visceralmente il precedente romanzo di Lea Ypi, Libera, che mi aveva permesso di conoscere, dal punto di vista di una bambina cresciuta nell'Albania di Enver Hoxha, la storia recente ma in parte sconosciuta di un paese a noi così vicino.
Attendevo dunque con ansia la seconda prova letteraria della scrittrice e ricercatrice albanese trapiantata a Londra. Questo secondo lavoro è arrivato nel 2026 e in un certo senso riprende alcuni fili narrativi già presenti in Libera per risalire indietro nel tempo e raccontare la storia di sua nonna, Leman, e della sua famiglia d'origine.
Questo nuovo romanzo, Dignità, ha una struttura narrativa diversa dal precedente, in quanto si muove su due assi temporali: quello del presente nel quale la stessa Ypi, dopo aver visto online una foto dei suoi nonni in luna di miele a Cortina, si chiede quante cose non sappia di Leman, pur essendo stata una delle persone più importanti della sua vita, e decide di fare ricerca negli archivi per riempire questi vuoti. L'altro asse narrativo è quello del romanzo vero e proprio che racconta la storia di Leman sia attraverso le fonti primarie sia attraverso i ricordi individuali dell'autrice e di altre persone che l'avevano conosciuta.
Nel primo livello narrativo facciamo i conti con le difficoltà e i dubbi della ricerca storica, e anche in un certo senso con le riflessioni filosofiche sul senso e i limiti della ricostruzione della storia, soprattutto quella individuale.
Il racconto invece disegna il quadro di una storia familiare partendo dai nonni di Leman, che appartenevano all'alta borghesia dell'impero ottomano, procedendo attraverso le conseguenze della disgregazione dell'impero, l'indipendenza degli stati nazionali, gli spostamenti o le assegnazioni di popolazioni tra questi stati, per arrivare al periodo in cui la famiglia aveva vissuto a Salonicco, ricreando anche in questa città una condizione di vita sostanzialmente agiata. Poi la morte di Selma (la sorella di Leman), quindi la scelta di una giovane Leman di andare a vivere in Albania, sfruttando le origini familiari. E da qui l'inevitabile coinvolgimento nelle vicende dell'Albania negli anni prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. In questi anni l'incontro con il futuro marito Asslan Ypi, figlio di un ex primo ministro e ministro dell'Albania durante il regno di Zog e poi dopo l'invasione italiana.
Ne viene fuori un affresco complesso e articolato, in cui alcune domande restano aperte, e nemmeno nel colpo di scena finale troveranno davvero risposta.
Perché la ricerca storica è un po' così, e quando si va indietro nel tempo le vite individuali si fanno sfocate, i confini non sempre sono distinguibili, e la documentazione ufficiale è sua volta il frutto di selezioni ed errori, e non sempre aiuta a riempire i vuoti della memoria.
Molto bello, anche se resto affezionata di più al primo romanzo.
Voto: 3,5/5
Avevo amato visceralmente il precedente romanzo di Lea Ypi, Libera, che mi aveva permesso di conoscere, dal punto di vista di una bambina cresciuta nell'Albania di Enver Hoxha, la storia recente ma in parte sconosciuta di un paese a noi così vicino.
Attendevo dunque con ansia la seconda prova letteraria della scrittrice e ricercatrice albanese trapiantata a Londra. Questo secondo lavoro è arrivato nel 2026 e in un certo senso riprende alcuni fili narrativi già presenti in Libera per risalire indietro nel tempo e raccontare la storia di sua nonna, Leman, e della sua famiglia d'origine.
Questo nuovo romanzo, Dignità, ha una struttura narrativa diversa dal precedente, in quanto si muove su due assi temporali: quello del presente nel quale la stessa Ypi, dopo aver visto online una foto dei suoi nonni in luna di miele a Cortina, si chiede quante cose non sappia di Leman, pur essendo stata una delle persone più importanti della sua vita, e decide di fare ricerca negli archivi per riempire questi vuoti. L'altro asse narrativo è quello del romanzo vero e proprio che racconta la storia di Leman sia attraverso le fonti primarie sia attraverso i ricordi individuali dell'autrice e di altre persone che l'avevano conosciuta.
Nel primo livello narrativo facciamo i conti con le difficoltà e i dubbi della ricerca storica, e anche in un certo senso con le riflessioni filosofiche sul senso e i limiti della ricostruzione della storia, soprattutto quella individuale.
Il racconto invece disegna il quadro di una storia familiare partendo dai nonni di Leman, che appartenevano all'alta borghesia dell'impero ottomano, procedendo attraverso le conseguenze della disgregazione dell'impero, l'indipendenza degli stati nazionali, gli spostamenti o le assegnazioni di popolazioni tra questi stati, per arrivare al periodo in cui la famiglia aveva vissuto a Salonicco, ricreando anche in questa città una condizione di vita sostanzialmente agiata. Poi la morte di Selma (la sorella di Leman), quindi la scelta di una giovane Leman di andare a vivere in Albania, sfruttando le origini familiari. E da qui l'inevitabile coinvolgimento nelle vicende dell'Albania negli anni prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. In questi anni l'incontro con il futuro marito Asslan Ypi, figlio di un ex primo ministro e ministro dell'Albania durante il regno di Zog e poi dopo l'invasione italiana.
Ne viene fuori un affresco complesso e articolato, in cui alcune domande restano aperte, e nemmeno nel colpo di scena finale troveranno davvero risposta.
Perché la ricerca storica è un po' così, e quando si va indietro nel tempo le vite individuali si fanno sfocate, i confini non sempre sono distinguibili, e la documentazione ufficiale è sua volta il frutto di selezioni ed errori, e non sempre aiuta a riempire i vuoti della memoria.
Molto bello, anche se resto affezionata di più al primo romanzo.
Voto: 3,5/5
venerdì 28 agosto 2026
Fantastic Negrito (+ Il muro del canto). Casa del jazz, 29 luglio 2026
L’idea di tornare a vederlo cantare e suonare non era dunque nemmeno in discussione quando è stato annunciato – mesi fa – il suo concerto alla Casa del jazz.
Ed eccoci al concerto, stessa formazione dell’altra volta, io e F., solo che tutti (noi e pure Fantastic Negrito) siamo un po’ più vecchi.
Dopo un breve cambio di palco, ecco arrivare i musicisti di Fantastic Negrito, chitarra, basso, batteria e tastiere. Subito dopo compare lui, vestito con un kimono e delle buffe scarpe e calze colorate e un alto cappello dentro il quale è racchiusa la sua crocchia.
Non ho una conoscenza così approfondita della musica di Fantastic Negrito per poter fare un resoconto dettagliato del concerto e della scaletta, anche perché il musicista americano ama molto mescolare le carte, fare dei medley tra canzoni diverse, e cambiare completamente gli arrangiamenti dei brani.
C’è tanto cuore nella musica di Fantastic Negrito, e anche grazie alla sua voce straordinaria e alle performance sua e dei suoi musicisti il risultato è sempre piuttosto entusiasmante. Tanto che il pubblico, prima seduto religiosamente sulle sedie (e quello in piedi raccolto nelle ali esterne del giardino della Casa del jazz) a un certo punto si alza tutto e invade la zona antistante il palco per ballare e cantare insieme a Fantastic Negrito.
Un bel concerto, sebbene quello del 2019 resta per me ineguagliabile, probabilmente perché in quel caso aveva giocato anche l’effetto sorpresa.
Voto: 3,5/5
lunedì 24 agosto 2026
The sheep detectives = Pecore sotto copertura
Quando il film era uscito, qualche mese fa, prima lo avevo snobbato, pensando fosse una stupidaggine, poi leggendo qua e là e ascoltando podcast lo avevo rivalutato e volevo vederlo, ma la programmazione non me lo ha consentito.
Invece in un fine settimana di piena estate, grazie al cinema Farnese, riesco a vederlo e pure in lingua originale.
Pecore sotto copertura racconta di un pastore, George (Hugh Jackman), che vive in una roulotte e si occupa di un gregge di pecore. George ama molto il suo lavoro e le sue pecore, tanto che ha dato un nome e ciascuna di loro e la sera dedica del tempo a leggere loro dei gialli, sebbene non sia convinto che le pecore lo capiscano.
In realtà noi spettatori scopriamo molto presto che le pecore non solo capiscono benissimo, ma parlano tra loro di tutto quello che gli accade intorno.
Quando una notte George viene trovato morto assassinato fuori dal suo camper, le pecore, capeggiate dalla più intelligente tra loro, Lily, decidono di fare la loro parte nel raccogliere indizi e scoprire il colpevole, aiutando il poliziotto locale, invero un po’ imbranato.
Come nei più classici gialli, di mezzo c’è un’eredità e un gruppo di sospettati, tra cui la figlia di George con cui lui intratteneva una corrispondenza postale.
Il film di Kyle Balda fa egregiamente il suo mestiere, trasferendo i classici stilemi del giallo alla Agatha Christie in un mondo in cui protagonisti non sono solo gli umani ma anche gli animali.
Ma Pecore sotto copertura non è solo un giallo realizzato come un divertissement; è anche – come spesso accade per i film con protagonisti gli animali – un modo per riflettere su alcune dinamiche propriamente umane. In questo caso, le pecore di George, grazie a questa avventura, faranno un percorso di consapevolezza, una specie di coming of age, per cui mentre in passato di fronte a ogni situazione emotivamente difficile sceglievano di dimenticare o di raccontarsi delle fantasie accettano infine la realtà, la cui memoria è ricca di ricordi belli e brutti. Inoltre, ci sarà modo durante questa avventura di mettere in discussione i propri pregiudizi, come quello che gli fa allontanare gli agnellini nati in inverno, fino ad arrivare a comprendere che un’esclusione basata su questi presupposti crea solo dolore e condanna a vite difficili.
Insomma, in Pecore sotto copertura ci sono tanti buoni sentimenti e tanti spunti di riflessione, certo semplici, ma trattati in maniera non semplicistica né banale, e il fatto che tutto questo si inserisca dentro una commedia che fa anche ridere e sorridere è decisamente un valore aggiunto.
Io alla fine mi sono anche commossa, che è poi in qualche modo la ciliegina sulla torta di un film per me riuscito.
Voto: 3,5/5
Invece in un fine settimana di piena estate, grazie al cinema Farnese, riesco a vederlo e pure in lingua originale.
Pecore sotto copertura racconta di un pastore, George (Hugh Jackman), che vive in una roulotte e si occupa di un gregge di pecore. George ama molto il suo lavoro e le sue pecore, tanto che ha dato un nome e ciascuna di loro e la sera dedica del tempo a leggere loro dei gialli, sebbene non sia convinto che le pecore lo capiscano.
In realtà noi spettatori scopriamo molto presto che le pecore non solo capiscono benissimo, ma parlano tra loro di tutto quello che gli accade intorno.
Quando una notte George viene trovato morto assassinato fuori dal suo camper, le pecore, capeggiate dalla più intelligente tra loro, Lily, decidono di fare la loro parte nel raccogliere indizi e scoprire il colpevole, aiutando il poliziotto locale, invero un po’ imbranato.
Come nei più classici gialli, di mezzo c’è un’eredità e un gruppo di sospettati, tra cui la figlia di George con cui lui intratteneva una corrispondenza postale.
Il film di Kyle Balda fa egregiamente il suo mestiere, trasferendo i classici stilemi del giallo alla Agatha Christie in un mondo in cui protagonisti non sono solo gli umani ma anche gli animali.
Ma Pecore sotto copertura non è solo un giallo realizzato come un divertissement; è anche – come spesso accade per i film con protagonisti gli animali – un modo per riflettere su alcune dinamiche propriamente umane. In questo caso, le pecore di George, grazie a questa avventura, faranno un percorso di consapevolezza, una specie di coming of age, per cui mentre in passato di fronte a ogni situazione emotivamente difficile sceglievano di dimenticare o di raccontarsi delle fantasie accettano infine la realtà, la cui memoria è ricca di ricordi belli e brutti. Inoltre, ci sarà modo durante questa avventura di mettere in discussione i propri pregiudizi, come quello che gli fa allontanare gli agnellini nati in inverno, fino ad arrivare a comprendere che un’esclusione basata su questi presupposti crea solo dolore e condanna a vite difficili.
Insomma, in Pecore sotto copertura ci sono tanti buoni sentimenti e tanti spunti di riflessione, certo semplici, ma trattati in maniera non semplicistica né banale, e il fatto che tutto questo si inserisca dentro una commedia che fa anche ridere e sorridere è decisamente un valore aggiunto.
Io alla fine mi sono anche commossa, che è poi in qualche modo la ciliegina sulla torta di un film per me riuscito.
Voto: 3,5/5
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