mercoledì 7 ottobre 2026

Cieli bassi e terre di confine: l'estremo nord della Norvegia (prima parte)

Un tipico paesaggio norvegese (qui Sommarøy)
In questa estate 2026 caldissima, in linea con la tendenza alla coolcation, ossia alle vacanze al fresco – anche se in realtà personalmente ho sempre avuto una spiccata preferenza per i paesi nordici – la nostra destinazione è la Norvegia, anzi per essere più precisi l’estremo Nord della Norvegia.

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Il percorso

Il nostro viaggio è durato in tutto 15 giorni e le tappe del nostro giro, fatto tutto in macchina, sono state Tromsø (1 notte), Sommarøy (2 notti), Senja (3 notti), Alta (2 notti), Olderfjord (1 notte), Nesseby (2 notti), Kautokeino (2 notti), Tromsø (1 notte).

Le strade della Norvegia (qui Magerøya)
Il viaggio è stato pensato totalmente in autonomia, leggendo e studiando informazioni trovate sulle guide e in rete. A posteriori possiamo dire che la distribuzione del tempo e delle notti negli alloggi si è confermata adeguata. Sulla base della nostra esperienza e delle nostre preferenze nel viaggio, forse valuteremmo una riduzione a due delle notti a Senja per aggiungere una notte in zona Capo Nord, cosa che a suo tempo avevamo anche pensato ma non abbiamo fatto perché gli alloggi nell’isola di Magerøya, dove si trova Capo Nord, sono pochi e costosissimi.

La luce dell'estremo nord
Nel complesso abbiamo percorso circa 3.200 km in macchina, con spostamenti in alcuni casi anche di 5 ore, perché – anche se non è facile rendersene conto – la regione che abbiamo attraversato è davvero molto grande. Per alcune persone 3.200 km possono essere tanti, per altri niente: nell’informarci sul viaggio avevamo letto molti racconti di viaggi che coprono aree molto più ampie nello stesso periodo di tempo, quindi con spostamenti in macchina molto più lunghi, inseguendo dunque soltanto le destinazioni “wow” o “instagrammabili”. Noi abbiamo persino scelto di non fermarci a Oslo per non togliere giornate al nostro giro nell’Estremo Nord, perché nella nostra idea di viaggio molto meglio vedere meno cose, ma con più tempo per assorbirle e goderle, prendendosi il pacchetto completo in cui ci possono essere cose bellissime, altre molto belle, alcune normali, altre persino poco attraenti.

Tromsø dall'alto
Del resto, come giustamente suggerito da una guida di viaggio che abbiamo comprato in loco, si possono fare foto bellissime in Norvegia scegliendo capanni a caso (ce ne sono ovunque) e paesaggi molto belli comunque presenti in tutto il paese.

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Aspetti pratici

A Tromsø ci siamo arrivati con un volo Norvegian facendo scalo a Oslo, e lo stesso nella direzione inversa abbiamo fatto per il ritorno. La Norvegian si è rivelata un’ottima compagnia aerea e abbiamo viaggiato molto bene. In aeroporto a Tromsø abbiamo preso un’auto da Budget, prenotata tramite Booking. Eravamo un po’ in apprensione perché abbiamo scelto, per una questione di costi, una macchina totalmente elettrica, ma sono bastati qualche giorno di guida e le sollecite spiegazioni di un giovanotto incontrato per caso a una stazione di ricarica per dissipare ogni preoccupazione e farci apprezzare la scelta. 

Ancora strade norvegesi
Di energia elettrica alla fine abbiamo speso circa 250 euro, più o meno la metà di quello che avremmo speso con un’auto a benzina o a diesel, e non abbiamo avuto alcun problema con le ricariche. Grazie alle ricariche veloci (tra mezz’ora e un’ora per una ricarica oltre l’80%) e organizzandosi un minimo per una pausa pranzo o caffè, abbiamo viaggiato tranquille per tutta la vacanza. Avendo la macchina a noleggio non ci siamo neppure dovute preoccupare dei pedaggi nelle strade e sui traghetti, anche se lo abbiamo capito solo dopo esserci informate su come registrare l’auto nel sistema norvegese.

Per quanto riguarda i parcheggi, l’unico posto nel quale abbiamo dovuto pensarci seriamente è stato Tromsø, dove parcheggiare per strada in zona centrale è piuttosto complicato, e alla fine abbiamo optato per il garage dell’albergo, non economico, ma sicuramente più economico dei parcheggi all’aperto in città.

Lo stemma della città di Tromsø (con la renna) sui tombini
Le strade sono molto tranquille e si viaggia molto bene in tutta l'area (almeno in estate), se non fosse che i limiti di velocità sono bassi (di solito 80 km/h fuori dai centri abitati e 60 km/h in prossimità dei centri abitati, anche quelli di poche case). Noi abbiamo rischiato una multa, dunque il suggerimento è di rispettarli per quanto faticoso sia con strade a volte praticamente vuote.

Nota: vicino alle scuole bisogna andare ai 30 km/h e tutti i bambini quando escono dall'edificio scolastico anche per andare nel cortile della scuola devono indossare il gilet catarifrangente!

Per quanto riguarda gli alloggi, a parte l’albergo di Tromsø, il First Skansen Hotel, che abbiamo prenotato su Booking (ottimo rapporto qualità/prezzo, considerato che la colazione a buffet è inclusa), in tutte le altre tappe abbiamo prenotato gli alloggi con Airbnb, tutti molto apprezzati, sebbene molto diversi tra di loro. La presenza in diverse di queste case della lavatrice ci ha anche consentito di gestire meglio il bagaglio e i vestiti da portare.

Uno dei nostri alloggi più belli, vicino Nesseby
Avere degli alloggi con angolo cottura ci ha anche risolto il problema delle cene: abbiamo mangiato fuori solo un paio di volte, un po’ per i costi esorbitanti dei ristoranti, anche quelli di livello non particolarmente elevato, un po’ per il nostro limitato entusiasmo verso la cucina norvegese.

Le due cene fuori le abbiamo fatte a Gryllefjord allo Skreien Spiseri (che ribattezzeremo tra di noi Skrausen Spiseri), dove prendiamo un cod & bacon, un merluzzo semiessiccato con verdure e un sidro (che non bevo per quanto è cattivo), tutto di livello medio-basso, alla 'modica' cifra di 80 euro, e l’ultima sera a Tromsø al ristorante Full Steam, dove prendiamo un'ottima zuppa di pesce, del salmone grigliato e un cosciotto di agnello, più birra. Tutto buono e abbondante, ma comunque parecchio costoso per i nostri parametri.

L'alloggio di Alta
Una curiosità: nei supermercati norvegesi le tisane semplici (non tè aromatizzati) non esistono. Non abbiamo capito perché.

A livello di shopping, sempre tenendo conto che i prezzi sono parecchio alti, le cose che a noi sono piaciute di più sono quelle più legate al territorio: S. ha comprato tanti gomitoli di lana (anche perché la Norvegia è la patria dello “sferruzzo”, forse perché nei lunghi mesi di buio è un'attività adatta), abbiamo comprato due pelli di renna, dei coprisedia di lana, un maglione tipico, una bellissima coperta di lana, dei prodotti di artigianato Sami (non tutti sono belli eh!) e io un po’ di souvenir a tema renna (una maglietta, dei magneti, dei sottobicchieri). Ricordatevi sempre di chiedere la documentazione per il tax refund, cosa che noi abbiamo realizzato solo a un certo punto.

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I luoghi

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Tromsø

Il nostro primo contatto con l’estremo nord della Norvegia è la città di Tromsø. Siamo 1.700 km a nord di Oslo, già oltre il circolo polare artico; con i suoi circa 80.000 abitanti è la città più grande di questa parte della Norvegia, sede dell’Università più a nord dell’Europa. In realtà, quando arriviamo e facciamo la nostra prima passeggiata, ci sembra un paese, molto accogliente, ma pur sempre un paese. Al termine della vacanza, dopo i nostri 15 giorni in giro nel nulla, in posti dove i paesi a volte sono composti di tre case sparse, Tromsø improvvisamente ci è sembrata una metropoli, piena di gente, bar, negozi, ristoranti. Evidentemente, è tutto sempre molto relativo.

Dentro il Polar museet a Tromsø
Il cuore della città si identifica in due strade, Storgata e Strandgata, dove si concentrano la maggior parte delle persone e degli esercizi commerciali e che noi, nei due giorni in cui abbiamo girato per la città, abbiamo attraversato più e più volte.

Della città, oltre a godersela passeggiando, noi abbiamo visitato il Polar museet, che racconta la storia delle esplorazioni e dello sfruttamento artico iniziato nel 1500 (molto interessante soprattutto la spedizione di Nansen alla fine dell'800: una roba incredibile da cui è uscito vivo insieme a tutto l'equipaggio dopo 3 anni), la Arctic Cathedral in fondo al ponte attualmente chiuso alla circolazione delle macchine ma percorribile a piedi, la bella biblioteca comunale, la cui nuova sede dove si è spostata nel 2005 è stata realizzata conservando il tetto originale del cinema che lì aveva sede.

Su Storgata a Tromsø
Assolutamente da non perdere l’esperienza con la Fjellheisen, ossia la funivia che porta sull’altura di fronte a Tromsø (Tromsdalstinden). Quando arriviamo sta piovigginando e le nuvole sono molto basse per cui riusciamo a vedere poco di quello che abbiamo davanti, sebbene ci sia un certo fascino in queste nuvole che stanno praticamente sotto i nostri piedi.

Ci fermiamo al caffè che sta vicino alla funivia e, trascorso il tempo di un tè e di un dolcetto, il cielo si apre, arriva la luce del sole e tutto il panorama si accende. Avremo la conferma nei giorni successivi che a queste latitudini accade spesso così, il tempo cambia tantissimo nel giro di pochissimo tempo. Ci precipitiamo dunque fuori e finalmente vediamo tutta Tromsøya (l’isola su cui si trova Tromsø) e anche le tantissime isole intorno con montagne più o meno alte e con ancora qualche chiazza di neve. 

Al ritorno a Tromsø dopo i quindici giorni in giro per il nord, approfittiamo soprattutto per fare un po’ di shopping, visto che qui si trova molto di più che in tutti gli altri posti visitati messi insieme. Siamo impressionate dalla quantità di italiani che ci sono in giro per la città, considerato che ne abbiamo incontrati pochi per tutto il viaggio (salvo a Capo Nord).

Sommarøya
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Sommarøya, Hillesøya e Kvaløya

La seconda tappa del nostro viaggio è l’isola di Sommarøya che si trova a circa un’ora di macchina da Tromsø e dove si trova il piccolo paese di Sommarøy. Lungo la strada verso la nostra destinazione vediamo le prime delle numerose renne che incontreremo durante il nostro viaggio, e ci colpiscono particolarmente quelle accucciate nell’erba vicino al mare. In generale, il percorso verso Sommarøy è davvero molto scenografico, tra fiordi, montagne, foreste, tundra, isole, spiagge bianchissime, capanni di pescatori e colori bellissimi. 

La spiaggia dove si trova il Prestvika Strandkafe
Il nostro alloggio si trova in un agglomerato di case non lontano dal paese (raggiungibile a piedi), ed è una casa mobile nel giardino della nostra host, che è anche la creatrice e la titolare di un bar, il Prestvika Strandkafe, che si trova direttamente sulla spiaggia di fronte. Il bar si trova in un vecchio capanno di pescatori e offre un momento di pausa a chi si trova sull’isola, in uno scenario davvero molto bello. Noi ci faremo un pranzo (non economico: ma cos’è economico in Norvegia?) con zuppa e dolcino.

La cosa più bella di questa sistemazione è la vista dalla finestra sulla spiaggia, con i capanni-palafitte tipici dell’architettura norvegese, e un tempo atmosferico che è cambiato mille volte nei due giorni in cui ci siamo state e che ci ha regalato dei cieli e una luce meravigliosi. Io ero tentata di immergermi nell’acqua ma, dopo aver messo i piedi e aver sentito la temperatura, ho cambiato idea.

I capanni a Hillesøya
Durante la nostra permanenza a Sommarøya facciamo innanzitutto una passeggiata a piedi verso il paese e poi, attraversando il ponte, verso l'isola di Hillesøya, fino a un gruppo di tre capanni colorati sulla spiaggia, che scopriremo poi essere celebri e superfotografati.

Un pomeriggio prendiamo la macchina e facciamo un giro sull’isola di Kvaløya, che è quella che sta tra Tromsøya e Sommarøya, toccando Sandneshamn, poi Nordfiordbotn, poi Kattfjordeidet, e poi Ersfjordbotn (molto bello). Da qui verso Grøttfjord e Tromvik (evitabile). Bello il percorso lungo i fiordi e tra montagne quasi minacciose.

Sommarøya e Hillesøya viste da Ørnfløya
Sulla strada del ritorno verso Sommarøy, approfittando che c’è il sole e che la luce c’è praticamente sempre, facciamo una piccola escursione sul promontorio di Ørnfløya da cui si domina con lo sguardo a 360° verso Sommarøya, Hillesøya e dintorni, Senja e le montagne di Kvaløya.

Tornate alla casa mobile riusciamo persino a cenare fuori cucinando un tipico risotto norvegese, asparagi e porri 😉

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Senja

Sul traghetto per Senja
A Senja, l’isola che viene definita “la piccola Norvegia” per la varietà dei paesaggi che riproduce in piccolo quelli che caratterizzano la terra norvegese, ci andiamo prendendo il traghetto a Brensholmen (sarà tra l’altro l’unico traghetto che prenderemo in tutta la vacanza). Sul traghetto, come ci è stato suggerito, compriamo i cuori di waffle fatti al momento con brunost (un formaggio marrone dolciastro) e marmellata di mirtilli. Una volta capito che il brunost va concepito come una specie di caramello o di burro salato, ci appassioniamo e io in particolare lo adotto per la colazione. 

Arrivate a Botnhamn, all’ingresso dell’isola di Senja, ci avviamo sulla strada panoramica 862 verso Gryllefjord. La prima deviazione è per Husøy, che è un paesino che si trova su un'isola dentro un fiordo, ora collegato alla terraferma da un molo artificiale. Facciamo una passeggiata fino al faro e al ritorno approfittiamo delle colonnine di ricarica, dove veniamo istruite da un giovanotto su come farla.

Medby, isola di Senja
Ci rimettiamo dunque in viaggio verso Mefjordvaer, dove pure ci fermiamo a fare due passi, e poi andiamo a Ersfjordstranda, una bella spiaggia con parecchia gente che prende il sole, bambini che giocano e qualcuno che fa il bagno. Forse questa poteva essere la mia occasione di fare il bagno, ma non avevo dietro né costume né asciugamano e dunque non potrò mai dire di aver fatto il bagno anche in Norvegia. 

Da qui si può poi andare verso due punti panoramici, con comode passerelle, quello di Tungeneset, da dove si vedono le cime degli Okshornan, noti come i "Denti del Diavolo” e si spazia con lo sguardo sul fiordo, e quello di Bergsbotn, con una vista spettacolare su un fiordo pazzesco (questo secondo ci è piaciuto molto e abbiamo apprezzato la presenza della piattaforma, visto che lungo le strade norvegesi, tendenzialmente strette e con passing places, le piazzole vere dove fermarsi per guardare il panorama o fotografare sono davvero poche).

Gryllefjord
Il giro si conclude a Gryllefjord, il punto di partenza dei traghetti per le Vesterålen, e più precisamente per Andenes. Gryllefjord è un paesino carino, senza essere imperdibile, molto bello il fiordo sul quale si affaccia, che è profondissimo e molto stretto. A Gryllefjord dovremo tornare per ricaricare l’auto (a Senja non è piano ovunque di colonnine), tirando su due ragazze svizzere che a piedi stanno andando a prendere il traghetto, e faremo la nostra prima cena fuori norvegese, allo Skreien Spiseri, come detto, costosa e ben poco soddisfacente. 

La nostra sistemazione sull’isola di Senja è a Medby, dove abbiamo una grande casa piuttosto antica, con una bella vista sul fiordo, cui si arriva da una strada bellissima, ma che è piuttosto lontana da qualunque altro posto, quindi nei tre giorni che ci alloggiamo cerchiamo di gestire bene gli spostamenti e le cose da vedere.

Ånderdalen Nationalpark
Un giorno esploriamo l’Ånderdalen Nationalpark, che è probabilmente il punto di interesse più vicino a dove siamo noi. Lungo la strada passiamo dal paesino di Sifjord, che si affaccia su un bel fiordo, poi proseguiamo - con qualche sosta in punti molto belli del percorso (in particolare, l'altopiano che attraversiamo venendo da Medby e il lago che si incontra primo della riserva naturale) verso Hyttekroa. Qui c’è un camping e un caffè, e dall’altra parte della strada parte il sentiero che attraversa la riserva fino all'Åndervatnet. All'inizio il percorso è semplice, su ghiaia, e prevalentemente in piano, poi a un certo punto si infila più all'interno della riserva e si fa più impegnativo, diventando un vero trekking, reso più complicato dalla presenza di molte zone acquitrinose e fangose, e solo in parte attrezzato con passerelle in legno. Dopo 4 chilometri di cammino e il lago che non si vede ancora, decidiamo di proseguire per un po’ fino a quando il lago compare tra gli alberi: siamo decisamente stanche e riprendiamo la strada per tornare al punto di partenza.  Alla fine avremo fatto circa 20 km in tutto, quasi 28.000 passi per oltre 5 ore di cammino. Al rientro incontriamo ancora persone che stanno partendo pur essendo ormai tardo pomeriggio, e persino una coppia con un cagnolino con le sacche (tipo zaino) 😁.

Hafenanlage
Un altro giorno, dopo essere tornate a Gryllefjord per la ricarica della macchina, andiamo a fare un giro a Torsken, dove ci fermiamo a mangiare in un punto picnic con un bel panorama sul fiordo accanto a una signora che si sta cucinando un piatto con un ottimo profumino. 

Poi ci fermiamo nella zona di Hamn all'altezza dell'Hamnveien mine, la miniera di nichel dismessa a fine Ottocento, quindi andiamo alla penisola di Hafenanlage che abbiamo visto da lontano e ci è sembrata molto carina. Qui facciamo una bella passeggiata tra le casette e sulla spiaggia raccogliamo un sacco di conchiglie. Torniamo poi indietro fino al ponte Trangstraumen per ammirare il panorama sul mare con le isolette. Tornando verso Medby ci allunghiamo fino a Grunnfarnes, il fiordo successivo a quello dove siamo, dove facciamo una passeggiata sull'unica strada del paese e ci inoltriamo nei campi per fotografare i capanni, mentre il cielo si è fatto sempre più cupo.

domenica 4 ottobre 2026

La chiamata. Storia di una donna argentina / Leila Guerriero

La chiamata. Storia di una donna argentina / Leila Guerriero; trad. di Maria Nicola. Roma: Edizioni SUR, 2025.

La chiamata di Leila Guerriero ha vinto il Premio Strega europeo nel 2026, ma aveva attirato la mia attenzione ben prima e già mi attendeva sullo scaffale per la lettura.

La Guerriero è una giornalista e questo libro è il ritratto di Silvia Labayrú, una donna argentina che durante il periodo della dittatura fu sequestrata e tenuta per oltre due anni nei seminterrati dell'ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada) dove molti oppositori e dissidenti furono imprigionati e moltissimi trovarono la morte nei modi terribili venuti a galla nel tempo, come i voli della morte.

Silvia Labayrú è dunque una sopravvissuta, che dopo essere stata liberata ha subìto - come e più di altri sopravvissuti - l'ostracismo e lo stigma da parte dei suoi connazionali e non solo. Ma Silvia è anche tra i tanti sopravvissuti grazie alle cui testimonianze in tribunale molti militari sono stati condannati.

Il ritratto di Silvia Labayrú che ci viene proposto dalla Guerriero è il frutto delle tante interviste e chiacchierate che le due hanno condiviso tra il 2020 e il 2022, in piena pandemia, a cavallo tra la Spagna e l'Argentina. La Guerriero ha anche incontrato e intervistato molte delle persone che hanno condiviso periodi e momenti di vita con Silvia, prima, durante e dopo la sua incarcerazione all'ESMA.

La forza di questo libro però non sta tanto nella ricostruzione storica, quanto nel racconto di questa donna e delle sue complessità, facendone emergere il maggior numero di sfumature possibili e l'impossibilità di afferrarne pienamente la personalità e di sondarne i recessi.

Non c'è giudizio in questo libro, bensì disposizione all'ascolto, desiderio di capire, ma anche rispetto per l'insondabilità altrui.

Sicuramente ne viene fuori l'immagine di una donna dotata di una straordinaria vitalità e di una energia dirompente, che sono state probabilmente causa e soluzione delle vicende che hanno caratterizzato la sua esistenza. Però sembra alla fine chiaro - e anche pacifico - alla stessa Guerriero che Silvia Labayrú è inconoscibile pienamente, forse anche a sé stessa, e certamente agli altri, in conseguenza dell'enormità del vissuto, ma forse anche più semplicemente per effetto della nostra natura umana e per i doppi fondi di cui è fatta la nostra interiorità.

Per me è stato un modo per accostarmi a una vicenda di proporzioni enormi che conoscevo molto superficialmente e che mi piacerebbe approfondire (mentre leggevo il libro ho anche visto Ritorno a Buenos Aires, il film di Marco Bechis), ma soprattutto l'occasione di un incontro in cui non tutto può essere spiegato e capito, e va bene così.

Mi affascina moltissimo - o forse dovrei dire "mi scuote moltissimo emotivamente" - la condizione dei sopravvissuti a eventi di questa portata e quello che tale stato porta con sé sul piano psicologico ed emotivo. Mi pare qualcosa di inevitabile, di enorme, forse troppo grande per poterlo anche solo non dico comprenderlo o accoglierlo, ma anche solo riceverlo.

Ma sono quelle cose con cui è importante entrare in contatto e imparare a farsene attraversare anche senza pretendere di capire.

Voto: 4/5

venerdì 2 ottobre 2026

NAZA

Raggelante credo sia l’aggettivo che meglio descrive il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, che erano anche tra gli autori e i registi del bellissimo No other land. Ma qui siamo in un territorio narrativo molto diverso. Se No other land suscitava rabbia e forse anche tenerezza per l'amicizia tra i due protagonisti, in questo caso si fa fatica a chiamarsi fuori.

Mai mi era capitato che alla fine di un film tutto il pubblico rimanesse seduto e in silenzio fino all’ultima riga dei titoli di coda, e poi tutti lentamente e ordinatamente uscissero dalla sala, sempre in silenzio e senza un commento (e mi pare di capire da quello che leggo che sta succedendo così praticamente in tutte le sale).

Credo che il motivo sia che NAZA non ci parla di persone che riconosciamo lontane da noi e da quello che siamo: Yuval Abraham intervista di notte, sul tetto di una casa di Tel Aviv, 24 soldati dell’IDF che lavorano nell’intelligence. Si tratta di persone giovani, con alte competenze, di livello socio-culturale elevato, progressiste, come qualcuno di loro si autodefinisce. Nessuno di loro parla di religione, alcuni dicono che non odiano gli arabi: tutti sono accomunati dall’idea di stare svolgendo un compito importante e di essere titolati a farlo.

Se poi lo svolgimento di questo compito porta con sé un numero elevato di NAZA (acronimo militare che identifica i danni collaterali di un’azione, ossia i civili uccisi) si tratta di conseguenze inevitabili della guerra in corso.

Dentro queste interviste c’è un orrore indicibile raccontato a seconda dei casi con convinzione, con rassegnazione e solo molto limitatamente con qualche dubbio (perché forse parlare di rimorso sarebbe eccessivo).

In quello che ci viene raccontato non ci sono cose di cui non abbiamo mai sentito parlare, ma c’è la conferma di modi di agire e azioni che sembrano non tenere conto in alcun modo del valore di altre vite umane, a prescindere che siano miliziani di Hamas, ovvero le loro famiglie o altre persone, comprese donne e bambini.

I registi scelgono di alternare alle interviste con i soldati le immagini dei palazzi e delle strade di Tel Aviv di notte, dove le persone vivono le loro vite tranquillamente, mentre i mezzi di informazione danno notizie continue di quello che accade a Gaza.

Il processo di normalizzazione di azioni che, condotte da dietro uno schermo, producono la morte di centinaia, e a volte migliaia di persone, induce fenomeni di disumanizzazione e di parziale sgravio delle responsabilità: qualcuno rivendica la delicatezza del proprio ruolo, qualcun altro dice di essere un ingranaggio del sistema, qualcun altro ancora riconosce lo stato di esaltazione che azioni riuscite inducono, molti ribadiscono l’importanza di efficientare il sistema, di fronte al quale non c’è spazio per dubbi morali.

Mi sono chiesta per tutto il film – e devo dire che non ho trovato una risposta – perché queste 24 persone abbiano scelto di parteciparvi, di rispondere alle domande di un regista chiaramente schierato contro la linea politica di Israele: è forse un modo per lavarsi la coscienza? Un assurdo tentativo di spiegare le proprie ragioni? Un’ostentazione di potenza? Sinceramente non lo so.

Quello che so è che NAZA parla a tutti noi, perché ognuno nel proprio piccolo – anche quando si ritiene persona dotata di pensiero critico e di valori morali – facilmente può finire per trovarsi in meccanismi perversi arrivando a giustificarli con sé stessi e con gli altri.

P.S. Dopo l'ondata degli entusiasti, in un meccanismo tipico della nostra epoca e quasi sempre creato o pompato dai social network, è già cominciata l'ondata di chi delegittima il documentario e ci vuole spiegare perché non bisogna credergli. Come ho già scritto in un altro post, il documentario è per sua stessa natura il genere cinematografico più subdolo, perché si basa sul presupposto di raccontare cose vere, ma usa gli strumenti del cinema per presentare comunque un punto di vista. Questo lo sappiamo, ma - ancora una volta - le cose non sono sempre, anzi quasi mai, tutte nere o tutte bianche.

Voto: 3,5/5


mercoledì 30 settembre 2026

Destroyer. Monk, 22 settembre 2026

Sono passati ormai dieci anni dal concerto di Destroyer al Quirinetta, organizzato da Unplugged in Monti con l’opening dei Barbarisms. Come sempre faccio in questi casi, mi sono riletta il post che avevo scritto a suo tempo, pensando che lì ci fosse scritto come avevo conosciuto questo artista, ma in realtà non ce n’è traccia. Cosicché chissà come in passato sono arrivata a Destroyer, il nome del progetto musicale del canadese Dan Bejar, di cui ricordo di aver amato molto alcuni album dell’epoca. Da allora non lo avevo seguito più tanto, ma recentemente – avendone letto recensioni positive – avevo comprato e ascoltato l’ultimo lavoro, Dan's Boogie.

Quando arrivo al Monk la sala è ancora chiusa e approfitto per mangiare una cosina. Tornando indietro posso entrare e la sala è allestita con i posti a sedere (io trovo un posto in prima fila), mentre sul palco campeggia solitaria una chitarra.

Capisco dunque che si tratterà, rispetto a quello di dieci anni fa, di un concerto intimo, e così è effettivamente quando Destroyer sale sul palco.

Inizia a macinare canzoni e – come da sua abitudine – tra una canzone e l’altra beve alternativamente da una bottiglia di birra, da un bicchiere e da una bottiglietta d’acqua. Di quando in quando dice qualche parola al pubblico, ricordando il titolo della canzone o ringraziando, ma nel complesso è molto riservato e concentrato sulla sua musica. Al termine della sua scaletta non si fa pregare a lungo per ritornare sul palco e cantarci altri due pezzi. Per la setlist completa tutti i riferimenti sono qui.

Nel pubblico c’è una grossa presenza straniera, forse perché Destroyer è più conosciuto nei paesi anglofoni, e, come sempre, intorno a me vedo molti appassionati che conoscono decisamente meglio di me il repertorio e apprezzano.

In conclusione, devo dire che pur amando i concerti intimi e raccolti, forse perché Destroyer non è un animale da palcoscenico in senso stretto, il concerto scivola via leggero, ma senza picchi ed entusiasmi, almeno per me.

Avrei dunque preferito una versione più ricca di strumenti, ma nondimeno sono contenta di aver ascoltato Destroyer dal vivo ancora una volta.

Voto: 3/5

lunedì 28 settembre 2026

Ritorno a Buenos Aires

Mentre sono immersa nella lettura de La chiamata di Leila Guerriero che racconta la storia di una sopravvissuta della dittatura militare argentina, Silvia Labayrú, esce al cinema – dopo essere stato presentato a Venezia – il film di Marco Bechis, Ritorno a Buenos Aires, che per certi versi può essere considerato il seguito di Garage Olimpo del 1999 e di Figli del 2002. Tutti e tre questi film traggono infatti ispirazione da quanto accaduto in Argentina tra il 1976 e il 1983, guardando a quegli eventi da punti di vista differenti: Garage Olimpo è ambientato in uno dei campi di concentramento dove venivano portati i dissidenti, Figli parla della comune pratica di sottrarre i figli partoriti alle sequestrate dandoli a famiglie di militari, infine Ritorno a Buenos Aires assume il punto di vista di chi è sopravvissuto e del suo fare i conti non solo con l’esperienza vissuta ma anche con lo stigma sociale, che poi è il medesimo punto di vista de La chiamata.

Marco Bechis parte sia dalla propria esperienza personale di persona sequestrata, torturata e poi rilasciata, anche grazie al passaporto italiano, sia dalle esperienze di altri sopravvissuti, per raccontare la storia di Mariano Guerra (un bravissimo Adriano Giannini).

Mariano vive a Torino e fa il medico nelle ambulanze, ha una figlia che non vede mai, ed è molto solo. Quando gli arriva una lettera dall’Argentina che lo invita a testimoniare nella nuova fase dei processi contro i responsabili delle violenze durante la dittatura, è molto combattuto rispetto all’idea di partire.

Decide infine di andare, ma a Buenos Aires si troverà ad affrontare tutti i fantasmi che ha cercato di tenere a bada durante la lontananza dall’Argentina e a rivivere ricordi non solo dolorosi, ma intrisi di vergogna e di sensi di colpa.

Il film di Bechis – e con lui l’interpretazione di Giannini – è trattenuto, compresso, e fa sentire anche lo spettatore come in una pentola a pressione che sta per esplodere, ma non esplode mai. Il sopravvissuto, come emerge anche dal libro della Guerriero, è un pariah, lacerato interiormente, in balia dei propri mostri, ma anche osteggiato dal consesso sociale che lo considera un traditore, anche solo per il fatto di essere sopravvissuto.

Solo quando si sentirà accolto, seppure per un momento, Mariano troverà a poco a poco la forza e le parole per confessare davanti ai giudici in tribunale le sue colpe e per accusare i suoi carcerieri, spezzando la catena che lo mantiene in una condizione di subordinazione e di dipendenza anche a distanza di tempo.

Rispetto al libro della Guerriero che si alimenta della complessità e delle zone d’ombra, il film di Bechis risulta più lineare, forse anche più didascalico (anche in alcune scelte narrative e cinematografiche), probabilmente perché l’intento – come lui stesso ha dichiarato in alcune interviste – non è forse tanto quello di approfondire la specificità della vicenda argentina, quanto più in generale il tema del sopravvissuto e del ruolo, in parte paradossale, di testimone necessario e insostituibile.

Non un film perfetto forse, ma secondo me comunque importante. Avrei preferito vederlo in lingua originale, con l’alternanza di italiano e spagnolo, ma mi sono dovuta accontentare, e purtroppo per me ormai non è mai la stessa cosa.

Voto: 3,5/5


mercoledì 23 settembre 2026

Aaron / Ben Gijsemans

Aaron / Ben Gijsemans; trad. dal nederlandese di Laura Pignatti. Roma: Coconino – Fandango, 2023.

Era tanto che non leggevo un graphic novel. Negli ultimi tempi ho incrociato talmente tanti bei romanzi che avevo lasciato un po' da parte il mondo dei fumetti, per il quale pure ho avuto in passato momenti di passione e che in molti casi sono stati un antidoto al temporaneo disamore per la lettura dei romanzi.

Riprendo contatto con i graphic novel con questo albo del fumettista belga Ben Gijsemans che ha come protagonista e titolo Aaron, un ragazzo ventenne timido e introverso.

Sul piano formale Gijsemans sceglie una struttura elegante e al contempo minimale, che come altri hanno fatto notare, ricorda in parte lo stile di Chris Ware. Le pagine sono organizzate sempre su 12 riquadri, in cui la transizione tra un'immagine e l'altra è lenta e basata su pochi dettagli, veicolando sentimenti sottili e non facilmente rappresentabili come la noia, il tormento interiore, il desiderio, il disgusto.

A inframmezzare questo racconto alcune pagine sono un metafumetto e rappresentano, con uno stile di disegno e colore vintage, estratti da vecchi fumetti di supereroi di cui Aaron ha un'ampia collezione e che legge per distrarsi dalle difficili sensazioni che si trova a vivere.

La vita di Aaron è apparentemente piuttosto normale: studia per gli esami universitari, esce con un amico, cena e guarda la tv con i genitori, incontra una ragazza.

Capiamo però fin da subito, grazie alla grande capacità di Gijsemans di esprimersi in maniera sottile, che Aaron ha un profondo tormento interiore, qualcosa che emerge a poco a poco mentre guarda dalla finestra un bambino giocare a calcio da solo o interagisce con il figlio della compagna di suo fratello.

Gijsemans accetta la sfida di raccontare l'indicibile e l'inaccettabile, e lo fa "costringendoci" all'empatia, senza puntare il dito, senza proporre soluzioni, senza nascondere l'irricevibilità.

Ma se la grandezza dell'essere umano sta nella capacità di mettersi nei panni dei suoi simili per capire e costruire insieme le regole sociali e morali che non sono necessariamente iscritte nel nostro DNA, l'albo di Gijsemans ci riesce perfettamente.

Resta una domanda aperta: come sarà il futuro di Aaron, come gestirà una condizione che non ha scelto, che fine farà? Domande che come società forse dovremmo porci, senza mettere la testa sotto la sabbia.

Voto: 3,5/5

lunedì 21 settembre 2026

Acqua sporca / Nadeesha Uyangoda

Acqua sporca / Nadeesha Uyangoda. Torino: Einaudi, 2025.

Della sestina dei libri candidati quest’anno al Premio Strega decido per il momento di leggere solo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, perché è un libro che in qualche modo prosegue il mio trend di letture che riguardano storie provenienti da paesi più o meno lontani e che gettano luce su altre culture.

Nadeesha Uyangoda è nata in Sri Lanka, ma vive in Italia da moltissimi anni, e dunque parla e scrive (tra l’altro benissimo) in italiano.

Leggo che ha già pubblicato altri libri e che cura la bellissima rubrica “Il libro” di Internazionale, ma io ci vengo a contatto solo adesso.

In Acqua sporca la Uyangoda racconta la storia di diverse donne, principalmente tre sorelle, Neela (che si è trasferita in Italia per lavorare), Himali e Pavitra che sono rimaste in Sri Lanka, ma anche le loro figlie, in particolare Ayesha, la figlia di Neela, che vive anche lei in Italia e che ha un rapporto molto contraddittorio e stratificato sia con l’Italia sia con il suo paese di origine.

Il libro della Uyangoda ha tanto al suo interno: la condizione di chi ha lasciato il suo paese per necessità e che in qualche modo continua a guardare a quello come suo approdo, nonostante il tempo passato congeli nella sua mente il mondo di origine che invece nel frattempo è cambiato, la condizione di chi è rimasto lì e guarda con invidia e a volte non comprende la condizione di chi è partito, la condizione delle seconde generazioni che vivono un senso di straniamento e di mancanza di radicamento.

In questo mix già parecchio aggrovigliato si inseriscono tradizioni, culture, contesti sociali molto differenti, non sempre facili da comprendere o da far convivere.

Il romanzo della Uyangoda è interessante e ben scritto; devo però dire che non è riuscito mai davvero a conquistarmi, non mi è mai entrato sotto pelle. Non so bene se perché troppa è la carne al fuoco, oppure perché ho fatto fatica a capire le parti riferite alla cultura cingalese, che forse avrebbero richiesto almeno un glossario finale per contestualizzare alcuni elementi citati.

Ma magari è stato anche il momento in cui l’ho letto. Mi piacerebbe sentire qualcun altro che invece lo ha apprezzato più di me.

Voto: 3/5

giovedì 17 settembre 2026

Coyote vs. Acme

Con la complicità di G., approfittando di una stagione cinematografica che non è ancora veramente decollata, vado a vedere Coyote vs. Acme, circondata da un sacco di famiglie con bambini ma anche da tanti adulti che per un paio d’ore vogliono tornare a essere bambini.

Il film di Dave Green - ispirato all'omonimo articolo satirico di Ian Frazier su The New Yorker - mescola live action e cartone animato, un mix che il cinema sperimenta da moltissimo tempo con alterni risultati, ma che la attuale tecnologia rende sempre più godibile dal punto di vista visivo.

La trama è presto detta. La premessa è quella che conoscono tutti quelli che hanno visto almeno una volta i cartoni con Willy Coyote e Beep Beep: da sempre Willy cerca di catturare Beep Beep, ma tutti gli stratagemmi, le attrezzature e i device che utilizza si dimostrano fallimentari, cosicché ad avere la peggio è sempre lui. Quando Coyote vede in televisione la pubblicità di uno studio legale che promette di aiutare i personaggi dei cartoni a portare avanti una causa contro la Acme, la società che produce i marchingegni da lui utilizzati, Willy decide di rivolgersi a loro per ottenere giustizia. In realtà, Kevin Avery (Will Forte), a capo di questo studio legale, è uno scioperato che si preoccupa solo di sbarcare il lunario e di non mettersi nei guai.

Avery si troverà coinvolto in qualcosa di più grande di lui, prima suo malgrado, poi convintamente, e, anche grazie all’interazione con Coyote e alla sua determinazione, nonché a quella con sua nipote e al suo entusiasmo, si farà infine paladino della giustizia.

Per chi da bambino – e non solo – ha amato i cartoni dei Looney Toons, Coyote vs. Acme è un film molto godibile che strappa risate e divertimento, ma anche qualche lacrimuccia grazie al metaforone tipicamente americano della lotta degli ultimi contro i potenti e della possibilità di riscatto individuale di ognuno.

Non si può chiedere molto di più a questo film, e per quanto sottotesto vogliamo leggerci noi adulti, resta un divertissement e come tale va preso.

Voto: 3/5