martedì 18 agosto 2026

Stoccolma e i suoi laghi in bicicletta

Stoccolma guardata dall'alto
Il tradizionale viaggio in bicicletta è stato compiuto anche quest’anno e, per sfuggire a un caldo che anno dopo anno si fa sempre più opprimente in Italia e in un numero crescente di paesi europei, la meta prescelta è stata la Svezia, e più precisamente la zona dei laghi nell’interno di Stoccolma.

La scelta è stata anche suggerita dalla circostanza per cui da qualche mese mio nipote P. si è trasferito a lavorare a Stoccolma e dunque il viaggio è anche l’occasione per andare a salutarlo.

Scegliamo, anche per la combinazione dei voli aerei, di aggiungere una notte a Stoccolma prima di iniziare il giro in bicicletta, che è un giro ad anello che dunque ci farà ritornare nella capitale svedese.

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Il tardo tramonto di Stoccolma a giugno
Stoccolma


Dall’aeroporto verso la città ci muoviamo con l’Arlanda Express, che pur essendo un po’ caro è davvero comodissimo per raggiungere il centro della città. Noi avevamo approfittato di un periodo di sconti che ci ha fatto pagare il biglietto andata e ritorno quasi la metà.

Per quanto riguarda gli alloggi abbiamo dormito in due diversi alberghi, il primo scelto da noi, il secondo scelto da Due ruote nel vento, l’agenzia cui ci siamo affidate per il viaggio in bicicletta (e che conosciamo da oltre vent’anni). L’albergo scelto da noi è uno di quelli della catena Scandic (Stoccolma ne è piena), nello specifico lo Scandic Go di Upplandsgatan. Si tratta di una struttura presidiata ma quasi interamente self service che, oltre ad essere esteticamente gradevole e in una posizione eccellente, offre tutti i servizi di cui si ha bisogno, tra cui un deposito bagagli gratuito anche dopo il check out (giusto la colazione non è eccezionale, ma basta uscire e andare in uno dei tanti panifici. Noi non abbiamo potuto perché era domenica e molti erano chiusi). L’albergo scelto invece dall’organizzazione è il Birger Jarl, che occupa un enorme palazzo di Norrmalm. Un po’ meno comodo come posizione rispetto al centro, ma comunque ottima sistemazione.

Una sposa indiana al municipio di Stoccolma
Per quanto riguarda pranzi e cene, le nostre destinazioni per vere e proprie cene svedesi sono state Tennstopet, buona e a prezzi accettabili, e il rinomato Pelikan, dove abbiamo mangiato bene (toast Skagen, gubbröra, e poi salmerino e polpette), ma il locale è rumorosissimo, con camerieri molto spicci e un costo decisamente superiore. Un’altra tappa di cucina svedese, ma più in stile fast food, l’abbiamo fatta a Gamla Stan (il quartiere storico della città) per mangiare il panino con l’aringa fritta al baracchino Nystekt Strömming. Sempre a Gamla Stan ci siamo fermati (più che altro perché aveva cominciato a piovere) da Cronan, per un caffè e un dolcetto. Una sera che invece non avevamo voglia di cucina svedese abbiamo cenato da Santorini, un ristorante di cucina greca in una traversa di Drottninggatan, la strada pedonale più famosa di Stoccolma (quella che mio nipote chiama la via Sparano di Stoccolma 😉 )

Gli edifici medievali nella Stortoget
Per quanto riguarda l’esplorazione della città, in parte abbiamo fatto in autonomia, in parte ci siamo affidati – come facciamo spesso quando siamo in città che non conosciamo e abbiamo poco tempo – a un free walk. In questo caso abbiamo prenotato con Guruwalk Free Tour e abbiamo come guida la simpatica e preparata Gaia, italiana che vive a Stoccolma da qualche anno, che partendo da Adolf Torg ci porta alla scoperta prima dell’isolotto su cui si trova l’edificio del Parlamento e poi del quartiere di Gamla Stan, e ci racconta un sacco di storie, aneddoti e informazioni sulla città.

Quando finisce la visita guidata, che si conclude nella Stortoget, la piazza più famosa della città, andiamo lì vicino a vedere il cambio della guardia, che raduna un gran numero di turisti e curiosi, anche perché la banda, oltre a suonare marce militari, suona sempre pezzi di musica pop, tra cui a volte ci sono anche gli ABBA.

Panorama di Stoccolma da Mariaberget
Dopo pranzo, come consigliato dalla guida, saliamo sul Katarinahissen, l’ascensore che sta all’inizio del quartiere di Södermalm e dove si può salire gratuitamente per godere di uno dei panorami più belli della città.

Un altro bel panorama lo vediamo nella nostra sosta a Stoccolma al ritorno da Mariaberget, che sta sempre su Södermalm, una altura sul mare da cui si guarda sempre verso Gamla Stan e Norrmalm ma da un’angolazione differente.

Riguardo ai musei, che sono una delle attrattive più importanti della città, riusciamo a vedere il Fotografiska, il museo della fotografia che, dati i miei interessi, mi attirava parecchio. La struttura è bella, ma la mostra in corso più importante è quella di Martin Parr che già avevo visto a Bologna, e le altre mostre – a parte poche eccezioni – tendono al concettuale e per me risultano meno interessanti.

Per le strade di Stoccolma
Al ritorno dal viaggio in bicicletta andiamo invece a visitare il Vasa Museet, museo costruito intorno al relitto benissimo conservato di una nave del 600 affondata subito dopo la partenza dal porto. Tutti ci hanno caldamente consigliato di andare a vederlo, e in effetti è piuttosto impressionante, sia per il relitto sia per la storia che ci sta dietro sia per il tipo di museo che ci hanno costruito intorno: in sintesi, si potrebbe chiosare "come trasformare un fallimento in un grande successo". Nel museo c'è tantissima gente e ci si potrebbe stare le ore.

I nostri giri della città si concludono alla Stadsthuset, il municipio. Facciamo un giro nel cortile e ci affacciamo sul canale, dove ci sono varie coppie che stanno per o si sono appena sposate, impegnate in servizi fotografici. Tra le due opzioni, salire sulla torre o fare la visita guidata, scegliamo la seconda. Interessante senza essere entusiasmante.


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Nelle campagne svedesi
Il giro in bicicletta e le sue tappe

Prima tappa: Stockholm - Sodertalje, 63,8 km

Seconda tappa: Sodertalje- Mariefred, 47 km

Terza tappa: Mariefred – Bommersvik, 49 km

Quarta tappa: Bommersvik – Trosa, 51,30 km

Quinta tappa: Trosa – Stockholm, 8 km circa di bicicletta, poi treno

Totale: 220 km


Una pista ciclabile
Innanzitutto, alla partenza del viaggio in bici quest’anno incontriamo la persona referente di Pedalo, l’agenzia che in loco gestisce il viaggio, biciclette e trasporto bagagli. Visto che il giorno prima, scendendo in garage, ci eravamo accorte che le nostre biciclette erano una da donna e una da uomo, approfittiamo per chiedergli come mai. Lui non lo sa, ma visto che ha il furgone con altre bici si propone di controllare e pulire una bici da donna e di farci una sostituzione.

Superato questo primo ostacolo, si parte.

Il viaggio in bicicletta è, come sempre, un capitolo a parte, perché – come sa chi conosce questo tipo di viaggi – si trascorre la giornata a pedalare più o meno nel mezzo del nulla, tra boschi, campagne, valli, o costeggiando laghi, e di solito si arriva in un paese piccolo, e non sempre particolarmente turistico, dove noi con la bici siamo quelle strane.

Drottningholm
Per noi che insistiamo a noleggiare biciclette muscolari - mentre intorno a noi è un proliferare di bici a pedalata assistita - ogni tappa è una prova di resistenza, una sfida con noi stesse per capire se siamo ancora in grado.

Di solito, proprio per questo motivo scegliamo viaggi che sono classificati come facili, ma alla fine è sempre difficile rendersene pienamente conto sulla carta. In questo caso, non possiamo dire si sia trattato di un percorso difficile, però la costante leggera ondulazione del territorio svedese ha messo decisamente alla prova gambe e fiato. Soprattutto il fatto che abbiamo dovuto affrontare la tappa più lunga come prima tappa non è stata la cosa migliore, dal momento che in questi viaggi giorno dopo giorno ci si abitua al tipo di esercizio fisico. Per di più, la prima tappa – come sempre accade quando si esce da una grande città – è stata tra tutte probabilmente la meno interessante e anche il paese di arrivo, Södertälje, non era un granché tanto che la sua principale attrazione è una grande sede del colosso farmaceutico AstraZeneca (il nostro albergo si chiama Ad Astra 😉).

Un laghetto e una casa sul percorso
In realtà lungo la prima tappa, segnalo almeno due pause interessanti, quella al Drottningholm, il castello delle regine affacciato sul lago, che però vediamo solo dall’esterno perché mancano molti chilometri all’arrivo e la visita sarebbe troppo lunga, e poi una rilassante pausa pranzo (circa al km 40 del percorso) in un posto molto bello, lo Sturehofs Slottscafé, all’interno di un piccolo borghetto in mezzo alla campagna, dove tra l’altro ritroviamo un gruppo di ciclisti che abbiamo incontrato al ferry che attraversava il lago.

Gli ultimi 20 km sono i più impegnativi tra saliscendi continui in mezzo a campagne e boschetti e deviazioni che sembrano allungare la strada senza senso. A un certo punto io e S. ci perdiamo pure (!), poi per fortuna sentendoci telefonicamente e rifacendo un po’ di strada indietro ci ritroviamo.

Castello di Gripsholm
Quando arriviamo a destinazione, stanche morte, mentre portiamo la bici al garage dell’albergo combino il primo (per fortuna ultimo) piccolo disastro della vacanza. Faccio arrotolare la molla con cui lo zaino è fissato alla bicicletta nella ruota e nella catena. Per disincastrarla non solo ci sporchiamo significativamente, ma sporchiamo tutto quello che tocchiamo. Alla fine per fortuna risolviamo, ma la molla è da buttare e da quel momento metterò lo zainetto nella sacca laterale.

La seconda tappa inizia con un po’ di salite, ma poi il percorso si fa piacevole: attraversiamo boschi, campagne, piccoli paesi, laghi e laghetti e zone con belle villette. Alla fine vediamo da lontano il castello di Gripsholm ma dobbiamo quasi circumnavigare il lago (e non su una comoda e piatta pista ciclabile, ma sui saliscendi che circondano il lago) per arrivare infine alla nostra destinazione, ossia a Mariefred, un paesino ridente e pieno di gente che si affaccia sul lago Mälaren. Il nostro albergo al
Kulturpärlor è molto carino. Nel pomeriggio facciamo una passeggiata e un po’ di shopping, un giro al castello di Gripsholm che sta su una isoletta raggiungibile a piedi, e infine andiamo a cena da Han i Hörnet bistrot, un po’ caro ma molto buono.

Lago lungo il percorso
La terza tappa è fatta soprattutto di boschi, laghi (piccoli e grandi) e avvistamenti di animali (cerbiatto, lepre, scoiattolo, e vari uccelli), e questa volta la nostra destinazione, Bommersvik, non è un paese ma una specie di albergo diffuso con sauna, palestra, ristorante, spiaggia sul lago. Ci sono un sacco di giovani che forse passano qui le vacanze.

Aperitivo e cena nell’edificio centrale di questo complesso alberghiero, e poi ci godiamo un tramonto davvero speciale sul lago, che veramente fa pensare al famoso film con Ford e la Hepburn Sul lago dorato.

Tramonto sul lago a Bommersvik
La quarta tappa è forse la più bella di tutte dal punto di vista paesaggistico, anche grazie a una condizione atmosferica perfetta che ci regala cieli molto belli, azzurri, ma solcati da tante nuvolette soffici e bianche.

La nostra destinazione è Trosa (in svedese Mutandina, lo scopriremo con grasse risate nel pomeriggio), dove ci prendiamo la prima e ultima pioggia del viaggio (poca a dire il vero, grazie a un albero che ci ripara).

Prima di sistemarci nel nostro albergo, lo Stadsthotell, decidiamo di andare in bici a fare il giro dell'isola che si trova davanti alla cittadina ed è collegata a essa da una strada che passa in mezzo al mare, molto bella, con tante case bellissime costruite su scogliere dalla forma tonda.

Trosa
A Trosa innanzitutto scopriamo che le scope dalle setole rosse che si trovano fuori da qualunque esercizio (negozi, hotel ecc.) non hanno un significato benaugurante o contro il malocchio, ma – come tutto in Svezia – sono funzionali a spazzare foglie, neve e altro e a mantenere pulito lo spazio antistante.

Nel nostro pomeriggio in giro per il paesino assaggiamo le buonissime brioche alla cannella e al cardamomo della Nilssons Bageri, e andiamo a curiosare ad una specie di raduno di macchine d’epoca. La cena la facciamo in una specie di pub/fast food, perché vogliamo una pausa dal cibo svedese.

La stazione di Vagnhärad
L’ultima tappa, come già accennato, la percorriamo in buona parte in treno. È prevista pioggia e non vogliamo rischiare, e soprattutto non ci dispiace arrivare un po’ prima a Stoccolma per visitare il Vasa Museet e fare qualche altro giro in città.

Quindi facciamo in bici solo 8 km da Trosa fino alla stazione di Vagnhärad dove prendiamo un treno per Stoccolma su cui carichiamo le biciclette che riporteremo poi al nostro albergo per la riconsegna.

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Conclusioni

Anche quest’anno il nostro giro in bicicletta è stato molto soddisfacente e ci ha permesso di sfuggire per una settimanella all’estate infuocata in Italia. Questa volta, ancora più che le altre, il tempo è volato, e in un battibaleno ci siamo ritrovate sull’Arlanda Express nella direzione opposta verso l’aeroporto per tornare verso casa. La Svezia si conferma meta gradevole e rilassante: tutto è semplice, intuitivo, tendenzialmente ben organizzato. La mia conclusione è che l’Ikea costituisca una perfetta metafora del paese: un luogo gradevole, dove si sta bene, ci si sente a proprio agio, ci si muove facilmente, e che quando vai via hai voglia di ritornarci.

sabato 1 agosto 2026

Patrick Watson. Casa del jazz, 26 luglio 2026

L’ultimo disco di Patrick Watson, Uh Oh, è tra quelli che ho ascoltato di più tra il 2025 e il 2026. E dire che pur conoscendo già il musicista canadese e avendo qualche altro suo album non ne ero mai stata conquistata. In questo caso, già solo l’apertura del disco con la traccia Silencio cantata insieme a November Ultra mi ha catturata e mi ha fatto amare tutto il lavoro.

Non è mia abitudine leggere informazioni di contesto quando ascolto un disco: mi deve piacere musicalmente e non per gli eventi che lo hanno prodotto. Accade così che solo durante il concerto e leggiucchiando qualcosa a posteriori scopro che questo disco arriva per Patrick Watson dopo un evento che per un cantante deve essere devastante, ossia una paralisi delle corde vocali che gli ha tolto la voce che molto lentamente sta recuperando.

Da questa situazione viene fuori un disco che si arricchisce di molte collaborazioni, la già citata November Ultra, ma anche Charlotte Cardin, Martha Wainwright e molti altri, soprattutto voci femminili ma non solo.

Il disco è doloroso e carezzevole allo stesso tempo, minimale ma anche ricco dal punto di vista degli arrangiamenti, e il risultato secondo me è notevole.

Non posso dunque perdere il concerto dal vivo, anche perché Patrick Watson manca da tempo dall’Italia, e tra l’altro ha scelto una location che a me piace molto, il bellissimo giardino della Casa del Jazz su viale di Porta Ardeatina.

Il concerto inizia abbastanza puntuale: Patrick Watson sale su un palco in cui non solo ci sono molti strumenti, tra i quali spicca un grande pianoforte verticale che sarà suonato da lui stesso, ma c’è una scenografia molto curata con tre grandi luci sul fondo e una tenda su cui – come vedremo – saranno proiettate delle immagini e dei video. Sul palco insieme a lui la sua band, con cui ha condiviso la lavorazione dell’ultimo album, formata da Mishka Stein a chitarra e basso, Olivier Fairfield a chitarra e percussioni, e Ariel Engle (conosciuta anche con il nome del suo progetto musicale di La Force), chitarra e voce.

Sul palco poi saliranno anche November Ultra, un’altra cantante di cui non colgo il nome (forse Hohnen Ford?) e persino una violinista che Patrick dice di aver incontrato in Puglia per un altro concerto.

>A un certo punto le voci femminili, La Force, November Ultra e Hohnen Ford diventano addirittura protagoniste insieme di alcune esecuzioni, una da sole, e un’altra insieme a Watson – un omaggio all’Italia, e al salentino Luigi come ci dice Patrick, Amara terra mia di Domenico Modugno.

Il concerto alterna canzoni ed esecuzioni molto intime, e di molte di queste Patrick ci rivela l’ispirazione – come nel caso del brano ispirato alla storia e alle fotografie di Vivian Meier, o del brano con cui si chiude il concerto dedicato al fratello morto in un incidente all’inizio di quest’anno -, a brani con un impianto sonoro più complesso e potente. In entrambi i casi, il tessuto luminoso accompagna perfettamente le atmosfere così come le immagini che vengono proiettate sulla tenda in fondo al palco.

L’atmosfera è magica, ricca di emozioni, sospesa, a volte interrotta dalla risata di Patrick Watson, e il tutto crea l’effetto di una celebrazione profonda della vita, nonostante e forse anche in virtù di tutte i dolori e le difficoltà di cui è costellata.

Un paesaggio sonoro prezioso, in cui il pianoforte di Watson è protagonista, ma sono straordinari anche i contributi delle chitarre (a volte in acustica e in solitaria), delle percussioni e dei sintetizzatori, che incredibilmente riescono a non essere fuori contesto in un’atmosfera musicale così rarefatta.

Per me uno dei più bei concerti cui abbia assistito negli ultimi anni.

Voto: 4,5/5

giovedì 30 luglio 2026

After life = Qual è il tuo ricordo più bello?

Proseguendo il recupero - in ordine sparso - della filmografia di Hirokazu Kore’Eda in sala, approdo al suo secondo film, After life (conosciuto anche come Wonderful life), uscito nel 1998.

Il film è ambientato in un grande edificio, che potrebbe essere stato una scuola o un ministero, ma che appare in decadenza. Ogni mattina in questo edificio inizia il lavoro di alcuni “impiegati” che hanno il compito di accogliere i defunti per aiutarli nel loro passaggio nell’aldilà. Questo passaggio si realizza quando ciascuno di loro è in grado di rispondere alla domanda su quale sia il ricordo della loro esistenza che vogliono portare con sé. Una volta individuato il ricordo, questo viene messo in scena in una specie di cortometraggio dopo la visione del quale il defunto esce dal limbo.

Leggo solo dopo aver visto il film ch’esso nasce da un interessante esperimento a metà strada tra la fiction e il documentario: in pratica il regista aveva intervistato oltre duecento persone ponendogli la domanda che diventa poi il centro del film. Proprio da queste interviste è emersa quindi l’idea di svilupparci attorno un racconto, ma diversi tra i protagonisti del film interpretano sé stessi e quello che vediamo sullo schermo sono spezzoni delle interviste di tipo documentaristico cui hanno partecipato.

Per quanto mi riguarda, conoscendo ormai una fetta molto ampia della filmografia di Kore’Eda, ritengo che con questo film siamo ancora dalle parti di Maborosi. Pur apprezzando molto l’idea di fondo, e riconoscendo le radici di alcuni elementi che diventeranno tipici della poetica del regista giapponese, mi pare che questo film in parte abbia perso col tempo un po’ di smalto, in parte manchi un po’ di quell’empatia che caratterizza molti film di Kore’Eda, forse anche a causa di una struttura narrativa un po’ ripetitiva.

Su alcuni passaggi non posso dire che non mi si sia riempito il cuore di tenerezza, ma nel complesso il film mi ha conquistato meno di altri del maestro giapponese.

Voto: 3/5


martedì 28 luglio 2026

The Odissey = L’Odissea

Come sempre accade per i filmoni molto attesi, si arriva a vedere il film che è già stato detto tutto e il contrario di tutto: ogni interpretazione, sfumatura, lettura è già stata proposta, e – com’è tipico dell’epoca dei social – il mondo si è diviso in due, entusiasti che gridano al capolavoro da una parte e detrattori che gridano allo scandalo dall’altra.

La mia esperienza con il nuovo film di Christopher Nolan è iniziata con un episodio non proprio piacevole, dovuto alla mia sbadataggine: mi presento con il mio biglietto elettronico al cinema 4 Fontane (uno dei pochi in Italia che permette la visione in 70 mm) alle 15 di una domenica pomeriggio e scopro in quel momento che ho sbagliato il giorno (ho fatto il biglietto per il lunedì, giorno in cui non potrò andare). Ovviamente tutti gli spettacoli in questo cinema sono sold out, e ormai io mi sono mentalizzata sul dedicare tre ore a Nolan, così appena trovo posto in uno spettacolo in VOS (tra l’altro lo trovo in zona casa) compro un altro biglietto.

Ed eccomi così al Lux (non esattamente il mio cinema preferito, ma tant’è), pronta per questa nuova esperienza con Nolan, che ovviamente sarà disturbata da vicini americani molto rumorosi e chiacchieroni.

Ma parliamo del film: devo innanzitutto dire che vedendo il film di Nolan non ho potuto fare a meno di tornare con la mente ad un altro recente adattamento (non di tutta l’Odissea ma di una sua parte significativa), quello di Uberto Pasolini, Il ritorno, con Ralph Fiennes nel ruolo di Ulisse e Juliette Binoche in quello di Penelope, che non mi pare abbia avuto grande successo in sala. Con gli adattamenti di questi classiconi ambientati in un passato così remoto il rischio dell’effetto giocattolone indigeribile è altissimo. E devo dire che a tratti nemmeno l’Odissea di Nolan riesce a sfuggirvi.

Però Nolan è un secchione e fa le cose in grande e con grandissima meticolosità, e questo ovviamente aiuta molto nel risultato finale. Il risultato dunque è godibile e secondo me (che non sono una grecista né un'esperta dell'Odissea) rispettoso dell'opera, seppure non fedele alla stessa, gli attori sono tutti ben compresi nel loro ruolo (mi è risultata stonata solo Charlize Theron nei panni di Calipso), e la lettura che Nolan dà dell’Odissea – pare tra l’altro suffragata da molte fonti e sostenuta da molti studiosi – riesce a conferire al racconto un significato che va al di là di un interesse puramente storico e letterario: un mondo globalizzato e retto dalla legge di Zeus, che è fondamentalmente una legge dell’ospitalità, che collassa nel baratro della guerra e dell’involuzione, la memoria del passato affidata alle storie raccontate oralmente, la figura dell’eroe che si rivela un personaggio tormentato dal senso di colpa e perseguitato dai suoi fantasmi.

Il meccanismo funziona perfettamente, nelle immagini, nella musica, nella costruzione narrativa. Però – e questo per me è il limite maggiore del film – qui ancora di più che in altri suoi film, l’operazione appare prevalentemente cerebrale e intellettualistica, ma manca di emozione. Nessuno dei personaggi riesce davvero a conquistare il cuore dello spettatore perché tutti sono funzionali alla grande costruzione del regista.

Così, negli occhi restano le immagini, ma non arriva la forza dei sentimenti, e questo per me resta un limite.

Ma alla fine il cinema di Nolan è così, e bisogna prenderne atto.

Voto: 3,5/5


domenica 26 luglio 2026

Still walking – Camminando in un giorno d’estate

Per chi ha amato Viaggio a Tokyo e in generale la filmografia del grande maestro giapponese Yasujiro Ozu questo è il film di Hirokazu Kore’Eda che forse più di tutti gli altri sembra ispirarsi esplicitamente a quella cinematografia e a quel modo di narrare.

Anche in questo caso parliamo di dinamiche familiari e di rapporti genitori-figli e l’occasione è un viaggio, in direzione opposta, da Tokyo a un paesino dove, in una casa tradizionale giapponese, vivono i genitori ormai anziani di Ryota Yokohama. La famiglia è stata segnata 10 anni prima dalla morte del figlio maggiore Junpei, che ha perso la vita salvando un ragazzino dall’annegamento, e tutti gli anni la famiglia al completo si riunisce per l’anniversario della morte.

In questa casa convergono dunque Ryota con la moglie, vedova, che ha già un figlio del primo marito, Atsushi, e la sorella Chinami con il marito e i due figli. Arriverà a un certo punto il ragazzino, ormai adulto, che Junpei aveva salvato, invitato dai genitori ogni anno per questo anniversario.

Chiunque – indipendentemente dal contesto geografico e culturale dal quale proviene – potrà riconoscersi nelle dinamiche sottili, ma al contempo evidenti, che man mano Kore’Eda fa emergere. Per la famiglia Yokohama tali dinamiche sono ovviamente aggravate e rese se vogliamo più evidenti dalla tragedia che hanno vissuto: il primogenito morto, pur assente, è una presenza costante nei discorsi di tutti, in particolare dei genitori, che non hanno mai fatto pace con questa perdita ed inevitabilmente hanno idealizzato questa figura a scapito degli altri figli.

Se Chinami, in quanto figlia femmina e non direttamente in competizione con Junpei viene in parte risparmiata, Ryota deve fare continuamente i conti con questo confronto, e la sua vita – fatta di scelte, di compromessi e di difficoltà come quella di tutti – è sotto il costante giudizio dei genitori e viene vissuta da Ryota in parte come un fallimento rispetto alle loro aspettative, ovviamente irraggiungibili.

Ma non è solo il lutto che pesa sulle vite di tutti a caratterizzare le relazioni tra i membri della famiglia e le figure aggiunte (mariti, mogli, figli): c’è soprattutto una difficoltà quasi insuperabile, che è inevitabile in ogni famiglia, a trovare equilibri nuovi quando i figli escono dal nucleo familiare e si costruiscono la propria vita.

L’affezione rassicurante dei genitori per quello che i figli erano quando li conoscevano meglio (o almeno così ritenevano) fa fatica ad aprirsi a un rapporto adulto, tra persone che in qualche modo sono uscite dai binari che erano stati scavati per loro, e la difficoltà è in primis dei genitori (per i quali significa perdere un ruolo di guida), ma è anche dei figli che tendono a non voler mai smontare l’immaginario, costrittivo ma anche rassicurante, dei genitori, e che inevitabilmente – come tutti noi sperimentiamo ogni giorno – si insinua anche nella vita adulta nella ripetizione di alcuni gesti e, giocoforza, di alcuni modi di essere.

Quel mix inscindibile che nelle riunioni familiari è fatto di affetto, ma anche di tensione e di sotterranea violenza reciproca, e che invade anche i rapporti con il mondo circostante, è qualcosa che tutti noi abbiamo vissuto e riconosciamo, se siamo sufficientemente sinceri con noi stessi. D’altra parte, lo sguardo di Kore’Eda non è giudicante, ma trova nella compassione reciproca, e forse soprattutto dei figli nei confronti dei genitori, la chiave se non di una soluzione, quanto meno di una necessaria comprensione.

La famiglia – si sa – è al cuore del cinema di Kore’Eda, come lo era del cinema di Ozu, e certamente la cultura giapponese, fatta tantissimo di apparenza, di maniera e inevitabilmente di ipocrisia anche rispetto ai rapporti che potrebbero/dovrebbero essere più intimi, esaspera le dinamiche un po’ patologiche e un po’ normali prima descritte. Ma chi può dire di riuscire a essere pienamente sé stesso e di essere completamente a proprio agio, una volta adulto, con la sua famiglia di origine?

Kore’Eda continuerà a indagare i legami di sangue, e non solo di sangue, per tutta la filmografia successiva, senza forse riuscire mai a dare una risposta, ma sicuramente gettando luce in maniera sopraffina su sentimenti complessi e ambigui, con una precisione e una delicatezza davvero straordinari.

Voto: 4/5


giovedì 23 luglio 2026

Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea / Daniel Mendelsohn

Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea / Daniel Mendelsohn; trad. di Norman Gobetti. Torino: Einaudi, 2018.

Il libro di Mendelsohn è uno di quelli che non so bene come sono entrati nella mia lista di letture e che affronto – come sempre faccio con i libri – a testa bassa, ma che poi si rivelano molto più faticosi di quanto pensassi, magari perché è un periodo in cui leggo poco o perché i libri che leggo non riescono a conquistarmi totalmente.

Così è successo che la mia lettura di Un’Odissea è diventata un’odissea a sua volta; il libro è venuto con me in diversi viaggi, mi ha guardato mille volte dal comodino, e diverse volte ho pensato di abbandonare l’impresa. Ma alla fine Itaca è arrivata e sono stata molto contenta di aver completato la lettura di questo “non romanzo”, ma nemmeno saggio, una specie di racconto autobiografico, mescolato alla rilettura e interpretazione dell’Odissea. E in un momento in cui tutti parlano di Odissea in conseguenza dell’uscita del film di Nolan, non mi dispiace parlare per il momento di quest’altra odissea.

In questo libro Mendelsohn racconta il rapporto tra lui e suo padre, Jay, soffermandosi su due momenti che lo hanno caratterizzato negli ultimi anni di vita di quest’ultimo: ossia la partecipazione di Jay al seminario sull’Odissea tenuto da Daniel nell’università dove insegna, e la crociera sulle tracce dell’Odissea che hanno fatto insieme l’estate successiva.

La storia di questo rapporto e il tentativo di Daniel di gettare luce su aspetti della vita del padre che non conosce si intrecciano con la lettura dell’Odissea e l’interpretazione del personaggio di Odisseo, in particolare attraverso la relazione con suo figlio Telemaco.

Devo dire che dell’Odissea ricordavo l’essenza della storia, e grazie alla visione qualche tempo fa del film Il ritorno di Uberto Pasolini avevo una idea più chiara e dettagliata della parte del libro in cui si parla dell’arrivo di Odisseo a Itaca e delle vicende che porteranno al massacro dei Proci e al ricongiungimento con moglie, figlio e padre.

È stato dunque per me interessante ripercorrere l’intero poema omerico attraverso i capitoli del libro di Mendelsohn, e insieme allo scrittore andare alla scoperta non solo del senso profondo dell’Odissea, ma anche della identità più vera del padre Jay.

Sicuramente sono stata maggiormente catturata dall’ultima parte del libro, quella nella quale il rapporto tra Daniel e Jay viene più allo scoperto, e dunque entrambi i protagonisti si espongono maggiormente nei loro sentimenti e nella loro umanità. Alcune pagine e passaggi li ho trovati davvero illuminanti e memorabili – per esempio lì dove si parla del mestiere di insegnante e dell’incertezza che porta con sé rispetto all’impatto che può avere –, altre pagine invece le ho trovate più faticose e meno significative, in alcuni casi un po’ ridondanti.

Nel complesso una lettura di cui sicuramente mi porterò dietro qualcosa, ma - proprio come accade con gli insegnanti – non so ancora bene cosa. Solo il tempo potrà dirlo.

Voto: 3,5/5

martedì 21 luglio 2026

Cannes a Roma: Sheep in the box, Gentle monster, Coward, Histoires de la nuit

Sheep in the box

Con il suo ultimo film presentato a Cannes, Hirokazu Kore'Eda fa un ulteriore passo avanti nella sua indagine sul concetto di famiglia e sui legami “di sangue”. E lo fa spostando lo sguardo su un futuro non troppo lontano, che agli occhi del regista giapponese è favola e distopia al tempo stesso.

In questo futuro, un drone consegna dei pacchi a casa di Otone (Haruka Ayase) e Kensuke (Daigo), una coppia di genitori che da non molto ha perso il figlio di 7 anni, Kakeru, in un incidente la cui dinamica rimane piuttosto oscura.

Tra questi pacchi c'è un invito della società Rebirth a partecipare a una presentazione dei loro prodotti. La società è specializzata nella realizzazione di umanoidi la cui apparenza può essere resa identica a quella della persona morta, ma che in quanto macchine non possono avere contatti con l’acqua, non mangiano e necessitano di essere ricaricati.

Inizialmente i due genitori sono scettici rispetto a questa possibilità, ma dopo essere andati alla presentazione decidono di ricevere a casa il loro Kakeru (Rimu Kuwaki).

La relazione con l’umanoide produrrà conseguenze in parte prevedibili, in parte inattese, costringendo Otone e Kensuke, e di conseguenza lo spettatore, a una riflessione cui forse non siamo ancora preparati e per la quale non abbiamo ancora nemmeno il linguaggio. Una macchina che assomiglia a noi, ma che è fatta di circuiti e software, ha qualcosa di paragonabile ai sentimenti? Che relazione ha con gli altri umanoidi come lui? Ha un pensiero autonomo che prescinde dall’essere umano?

Kore’Eda ci proietta in un mondo che ci attende dietro l’angolo e di fronte al quale il film oscilla tra un approccio divertito, inquieto e fiducioso, veicolando in questa alternanza tutta l’incertezza che questa situazione ancora inedita trasmette.

Di fronte a temi che gli sono molto cari – il lutto, la famiglia, i bambini, i legami tra i reietti – ma in un contesto in cui il tecnologico prevarica sull’umano, Kore’Eda appare un po’ spiazzato, e anziché procedere per sottrazione come di solito fa nei suoi film, aggiunge elementi, spesso senza nemmeno spiegarli, appesantendo la narrazione. E alla fine, dopo aver oscillato anche nei toni della narrazione, tra gli estremi della commedia e dell’horror, si rifugia in una fumosa metafora che mette in relazione l’architettura e il ritorno alla natura.

Uno spunto interessante per un film non del tutto riuscito, in cui anche gli attori – persino i bambini, umanoidi e non – appaiono un po’ fuori fuoco, e non pienamente interni alla narrazione.

Voto: 3/5



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Gentle Monster

Di Marie Kreutzer ho visto solo Il corsetto dell’imperatrice con Vicky Krieps, film in costume ma con un afflato moderno; quando dunque ho comprato il biglietto per il nuovo film, Gentle Monster, non sapevo bene cosa aspettarmi. Solo dopo aver visto il film, documentandomi su di esso, capisco che dietro la sua realizzazione c’è una vicenda che immagino sia stata dolorosa e scioccante per la stessa regista, ossia lo scandalo relativo alla pornografia minorile che ha coinvolto l’attore Florian Teichtmeister, diretto proprio da Marie Kreutzer nel suo film precedente.

Proprio un caso di pedofilia e di scambio di materiale pedopornografico è al centro di Gentle Monster: Lucy (una sempre brava Léa Seydoux) si è appena trasferita insieme al marito Philip (Laurence Rupp) e al figlio di 7 anni da Monaco a una grande casa in campagna. In questa nuova sistemazione la coppia cerca di trovare nuovi equilibri, facendo i conti con il lavoro di pianista di Lucy e i tentativi di Philip di riprendere il lavoro di cineasta dopo quello che sembra un burnout. Questo avvio di una nuova routine viene bruscamente interrotto quando la polizia, capeggiata dall’investigatrice Elsa Kühn (Jella Haase), fa irruzione in casa sequestrando tutti i computer e arrestando Philip. Si capirà presto che Philip è accusato di scambio di materiale pedopornografico, e la polizia sta cercando di capire se ne ha anche prodotto e se in qualche modo è stato coinvolto il figlio.

Il mondo di Lucy va in frantumi, tra sentimenti contrapposti e contraddittori, che vanno dalla paura per il figlio e la necessità di allontanarsi da un possibile mostro ai tentativi di trovare delle spiegazioni meno dolorose a quanto emerso. In parallelo entriamo anche nella vita dell’investigatrice Elsa che, oltre a occuparsi di un lavoro delicato, ha una situazione familiare non semplice, con un padre con demenza.

Pur trattando il film di un tema interessante e perseguendo anche il lodevole intento di approfondire lo stato d’animo in particolare delle figure femminili in situazioni emotive difficili, la narrazione di Gentle Monster appare nel complesso un po’ sfilacciata, e da spettatori si fa fatica a trovare un senso nell’incastro dei diversi fili della narrazione. Il film è salvato secondo me dall’intensa interpretazione di Léa Seydoux, che però non può da sola sobbarcarsi il compito di rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle.

Voto: 3/5



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Coward

Lukas Dhont è un regista che seguo dal suo potente esordio cinematografico, Girl, e che ho amato anche con il suo secondo film, Close. Non potevo dunque perdere il suo ultimo lavoro con il quale, pur nella fedeltà a una narrazione intima e molto incentrata sui personaggi, gli orizzonti si ampliano.

In questo caso infatti Dhont esce dalla contemporaneità per guardare al passato, in particolare alla prima guerra mondiale e all’inferno della trincea. Siamo tra le fila dell’esercito belga, per il quale come in molte altre nazioni, sono stati mobilitati tantissimi giovani. Tra questi c’è Pierre (Emmanuel Macchia), un giovane di poche parole, proveniente da una famiglia contadina, e Francis (Valentin Campagne), erede di una famiglia di sarti, il quale insieme ad altri soldati riformati si occupa dell’intrattenimento (spesso en travesti) per le truppe, al fine di mantenere alto il morale.

Intorno a loro molti altri giovani che, di fronte all’orrore della guerra, alla carneficina, ai corpi martoriati, reagiscono ognuno a suo modo, cercando un senso e delle motivazioni per andare avanti e difendere la patria dall’aggressione.

In questo contesto, tra Pierre e Francis nasce un sentimento d’amore che li conduce non solo alla scoperta reciproca ma anche alla scoperta di sé stessi e a interrogarsi sul proprio futuro.

Tra spettacoli di burlesque e azioni di guerra, tra corpi danzanti e corpi maciullati, tra canzoni d’amore e canzoni patriottiche, a Pierre la guerra appare brutale e insensata, mentre Francis ha trovato una specie di spazio di libertà per potersi esprimere ed essere sé stesso, condizione cui sa che dovrà rinunciare appena la guerra sarà finita per percorrere la strada prevista per lui.

Su questo le loro strade si separeranno per poi rincrociarsi quando la guerra sarà finita.

Mi sono fatta l’idea che la chiave di lettura del film sia nel titolo: chi è il codardo a cui si riferisce? Pierre che decide di disertare e di cercare una strada per vivere la propria omosessualità al di fuori della bolla temporale nella quale l’ha sperimentata, oppure Francis che crede nel suo ruolo a supporto delle truppe e non vuole abbandonarlo, anche perché una volta fuori non se la sente di andare controcorrente?

Senza rinunciare alla sua regia pulita, alla fotografia luminosa delle scene, all’eleganza dei corpi e della narrazione, Dhont salta dall’età dell’infanzia e dell’adolescenza a quella adulta, ma in fondo Pierre e Francis non sono altro che Leo e Remi ormai cresciuti, in un’epoca in cui – anche quando lo sguardo su sé stessi è riconciliato – è il mondo esterno a non essere pronto, incentrato com’è sull’immagine del maschio come soldato pronto ad affrontare qualunque cosa, rispetto alla quale la devianza è accettata solo perché funzionale e al servizio di questa mascolinità.

C’è dunque in questo film di Dhont un piano personale che si interseca con uno storico e sociale, e che conferisce al tema dell’identità nuovi significati e sfumature e apre un nuovo spazio di indagine del maschile.

Voto: 3,5/5



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Histoires de la nuit = Birthday party

Quando ho preso il biglietto di questo film, mi aveva incuriosita la trama ma il nome della regista Léa Mysius non mi diceva assolutamente nulla. Scopro invece a posteriori che la Mysius, prima ancora che regista, è una sceneggiatrice di fama che ha lavorato con grandi registi come Desplechin, Audiard, Téchiné.

Con questa sua regia la Mysius decide di adattare il romanzo omonimo (in italiano La festa di compleanno) di Laurent Mauvignier e si affida a un importante cast in cui ci sono Monica Bellucci, Hafsia Herzi, Benoît Magimel e Bastien Bouillon.

In un piccolo borgo isolato in campagna vivono Nora, Thomas e la loro figlioletta Ida: Nora lavora in città, Ida va tutti i giorni a scuola con l’autobus, Thomas invece si occupa dell’azienda agricola e alleva mucche. Vicino a loro abita Cristina, una donna benestante che dipinge quadri, e che ha con la famiglia dei vicini, soprattutto con Ida e Thomas un ottimo rapporto.

Nel giorno del compleanno di Nora, quando la donna non è ancora arrivata a casa dove il marito le ha organizzato una festa a sorpresa, tre uomini si presentano nel borghetto e sequestrano prima Cristina e poi anche Thomas e la piccola Ida. Nel frattempo arriva anche Nora, e poco dopo due sue colleghe di lavoro.

Tutti vengono tenuti in ostaggio da questi uomini, e Pierre, il loro capo, a poco a poco rivela a tutti che Nora in realtà si chiama Leila e il suo passato non è come tutti pensano che sia. La tensione andrà crescendo così come anche la violenza che porterà con sé durante questa notte infinita.

Histoires de la nuit è un thriller psicologico che non disdegna elementi splatter e che si lascia guardare, ma che personalmente non mi ha detto granché.

Sarà che non è proprio il genere di film che amo vedere, ma devo dire che non sono riuscita mai ad appassionarmi alla storia e me ne è anche dispiaciuto visto il cast di ottimi attori e una regia di tutto rispetto.

Voto: 2,5/5


sabato 18 luglio 2026

Estranea / Yael Van Der Wouden

Estranea / Yael Van Der Wouden; trad. di Roberta Scarabelli. Milano: Garzanti, 2025.

Mi sono buttata a capofitto nella lettura di questo romanzo dopo averlo visto nella lista dei libri candidati al Premio Strega europeo e averlo comprato al volo in una libreria.

Siamo nel 1961 nei Paesi Bassi quando le ferite della seconda guerra mondiale non si sono ancora rimarginate in questa parte dell'Europa.

La storia è quella di Isabel, una donna che vive da sola in una grande casa di famiglia nella campagna neederlandese. Isabel è legata in maniera quasi viscerale a questa casa e agli oggetti che contiene e che cura in modo maniacale.

Isabel ha due fratelli, Hendrik, che ha un compagno, e Louis, che periodicamente si presenta con una nuova fidanzata.

Questa volta è il turno di Eva, con capelli tinti di giallo e un rossetto troppo appariscente, che Isabel sembra mal tollerare fin dalla prima volta e che osteggia sempre di più quando Louis la lascia in casa con lei durante un viaggio di lavoro.

Per Isabel, che non si è mai concessa di desiderare alcunché se non la casa nella quale abita, sarà l'occasione per ribaltare tutte le sue opinioni su sé stessa, sulla propria famiglia e sulla storia della casa stessa.

Ultimamente mi capita spesso di incrociare il cammino con storie che sono incentrate su una casa, la sua storia e il rapporto con le persone che nel tempo ci hanno abitato. Non so se è un caso o si tratta di un momento storico che è particolarmente attento a questo tema, ma la cosa di certo non mi dispiace.

Il libro della Van Der Wouden è decisamente appassionante e trascina il lettore nelle sue pagine in maniera quasi impetuosa, nonché misteriosa. Proprio per questa doppia caratteristica il romanzo mi ha ricordato lo stile della migliore Sarah Waters, quella di Ladra e di Carezze di velluto (devo dire che c'è persino qualche elemento di somiglianza con la storia de Gli ospiti paganti), ma è indubbio che l'intento della scrittrice in questo caso punta ancora più in alto.

Il romanzo mi è piaciuto molto, e certamente seguirò il percorso di questa scrittrice. Se posso muovere un appunto, credo sia a una struttura narrativa che si percepisce molto scritta a tavolino, del tipo di quelle che a me fanno tanto scuola di scrittura creativa (e solo a posteriori in realtà ho scoperto che l'autrice insegna scrittura creativa, quindi forse ci ho preso). Alcune svolte nella narrazioni le ho trovate fin troppo telefonate o a volte invece troppo improvvise.

Tutto ciò detto la storia è forte e la scrittura pure. Quindi lunga vita a Yael Van Der Wouden.

Voto: 3,5/5