Fino a qualche anno fa sulla carriera da regista di quel belloccio di Bradley Cooper forse non avremmo scommesso un centesimo, e invece Cooper dimostra non solo di essere ambizioso (sebbene l’ambizione a volte gli faccia fare passi falsi come in Maestro), ma anche di avere del mestiere e delle cose da dire.
Con il suo ultimo film, pur mantenendosi coerente con una specie di sua personale poetica, torna a un’atmosfera più intima e a un film più piccolo, e forse proprio per questo coglie maggiormente nel segno.
È l’ultima battuta? è la storia di una coppia formata da Alex (Will Arnett) e Tess (Laura Dern). I due stanno insieme da venticinque anni e hanno due bambini di una decina di anni. Il loro rapporto è in crisi, e Alex si è trasferito in un altro appartamento. Una sera, mentre è alla ricerca di un locale dove bere un drink, per poter entrare si iscrive a un “open mic”, ossia a una specie di maratona di stand-up comedy per principianti. Scopre così, praticamente per caso, che la stand up gli piace e che lo aiuta ad elaborare la separazione.
Seguiamo così la coppia negli alti e bassi di allontanamenti e riavvicinamenti, litigi e ritorni di fiamma, con tutto il portato del rapporto con i genitori, con i figli e con gli amici.
Ne viene fuori – almeno fino a un certo punto – il racconto delle difficoltà di una coppia di lungo termine: la stanchezza, le recriminazioni, le rinunce e le frustrazioni, le fatiche della comunicazione.
In questo senso, Cooper gioca anche su un elemento già presente nei suoi film precedenti, ossia sul fatto che gli esseri umani spesso sono meglio e più capaci di esprimersi nella performance che nella vita quotidiana, e non a caso in questo film la stand up comedy svolge un ruolo fondamentale.
Dopo un inizio per me un po’ faticoso, il film a poco a poco decolla e si fa sempre più coinvolgente, fino a un finale che appare un po’ troppo consolatorio rispetto agli elementi di complessità disseminati sul percorso.
Ottime le interpretazioni di Will Arnett e di Laura Dern, e molto divertente nel ruolo dell’amico strafatto Balls lo stesso Bradley Cooper.
Voto: 3/5
giovedì 30 aprile 2026
martedì 28 aprile 2026
Un anno di scuola
A partire dalla propria esperienza personale (la Samani si è diplomata a Trieste proprio nell’anno in cui è ambientato il film) e dal romanzo omonimo di Giani Stuparich, Laura Samani, insieme alla cosceneggiatrice Elisa Dondi, racconta l’anno scolastico 2007-2008 in una scuola di Trieste.
Per adattare l’idea di Stuparich alla quasi contemporaneità, la scuola prescelta è un ITIS, dove a inizio anno arriva una studentessa svedese, Frederika (Stella Wendick), detta Fred, trasferitasi in Italia al seguito del padre, unica studentessa in una classe completamente maschile.
Fred si troverà a fare i conti non solo con il gap linguistico – all’inizio si esprime soltanto in inglese, mentre molti dei suoi compagni di classe parlano addirittura in dialetto, rendendo difficile se non impossibile la comprensione reciproca -, ma anche e soprattutto con lo sguardo maschile, anzi meglio adolescenziale, su di lei, tra l’altro nutrito di tutti gli stereotipi che l’italiano medio si porta dietro rispetto alle ragazze svedesi.
All’inizio Fred subisce e incassa, poi a poco a poco si avvicina a un gruppetto di compagni di classe, il tormentato e apparentemente fanfarone Pasini, il compagnone ancora un po’ infantile Mitis e il silenzioso e un po’ solitario Antero (Giacomo Covi, vincitore del premio Orizzonti come miglior attore). A poco a poco Fred conquista la loro fiducia e riesce a diventare parte integrante del loro gruppetto, mentre comincia a imparare la lingua e il mondo che la circonda.
L’inevitabile gioco delle attrazioni incrociate finirà per far deflagrare il gruppo, ma anche per far sbocciare la personalità di Fred e avviarla sulla strada della crescita e del futuro.
È un classico coming of age inserito nel genere dell’high school movie quello raccontato da Laura Samani, eppure Un anno di scuola ha una freschezza e una naturalezza che conquistano, anche grazie ad una scrittura attenta e ad attori non professionisti molto ben selezionati.
Non so se Samani e Dondi con questo film parlino specificamente ai giovani di oggi, anzi direi di no, al di là del fatto che alcune dinamiche sono talmente universali che persino io che sono molto più avanti negli anni non ho fatto fatica a riconoscermi. Quello di Un anno di scuola è un mondo pre-social (Facebook non esisteva ancora, almeno in Italia) e con telefonini che servivano a telefonare e a mandare messaggi, e quindi un mondo abbastanza diverso da quello in cui gli adolescenti sono oggi immersi, senza contare che nel frattempo è intervenuto il grande trauma della pandemia che ha certamente segnato un’intera generazione.
Del resto, i film con protagonisti gli adolescenti quasi mai parlano davvero agli adolescenti stessi, perché come in un famoso detto attribuito a Kierkegaard «La vita può essere capita solo all'indietro, ma va vissuta in avanti», dunque probabilmente film come questi parlano più a chi quell’età della vita l’ha già superata e può oggi cogliere una serie di dinamiche che, finché ci era immerso, si limitava semplicemente a vivere.
Nel film di Samani c’è però anche altro, la tematica di genere, quella dell’identità e dell’appartenenza, e tutto questo è racchiuso sotto la grande metafora-ombrello della soglia e del confine: non solo questi giovani si trovano al limitare di una soglia importante della vita, ma vivono in una città di confine, dove si parla anche lo sloveno, e nel momento storico in cui la Slovenia entra a far parte di Schengen e cade un’altra frontiera in Europa. A questa idea del superare una soglia è anche sotteso il tema del lasciar andare, chi non c’è più, quello che non sarà più, e alla fine un’età della vita.
Non ho visto Piccolo corpo (che a questo punto vorrei recuperare), ma forse è a registe come Laura Samani o Maura Delpero su cui ha senso riporre un po’ di fiducia per il futuro di un cinema italiano capace di non ripetere all’infinito e stancamente sé stesso.
Voto: 3,5/5
Per adattare l’idea di Stuparich alla quasi contemporaneità, la scuola prescelta è un ITIS, dove a inizio anno arriva una studentessa svedese, Frederika (Stella Wendick), detta Fred, trasferitasi in Italia al seguito del padre, unica studentessa in una classe completamente maschile.
Fred si troverà a fare i conti non solo con il gap linguistico – all’inizio si esprime soltanto in inglese, mentre molti dei suoi compagni di classe parlano addirittura in dialetto, rendendo difficile se non impossibile la comprensione reciproca -, ma anche e soprattutto con lo sguardo maschile, anzi meglio adolescenziale, su di lei, tra l’altro nutrito di tutti gli stereotipi che l’italiano medio si porta dietro rispetto alle ragazze svedesi.
All’inizio Fred subisce e incassa, poi a poco a poco si avvicina a un gruppetto di compagni di classe, il tormentato e apparentemente fanfarone Pasini, il compagnone ancora un po’ infantile Mitis e il silenzioso e un po’ solitario Antero (Giacomo Covi, vincitore del premio Orizzonti come miglior attore). A poco a poco Fred conquista la loro fiducia e riesce a diventare parte integrante del loro gruppetto, mentre comincia a imparare la lingua e il mondo che la circonda.
L’inevitabile gioco delle attrazioni incrociate finirà per far deflagrare il gruppo, ma anche per far sbocciare la personalità di Fred e avviarla sulla strada della crescita e del futuro.
È un classico coming of age inserito nel genere dell’high school movie quello raccontato da Laura Samani, eppure Un anno di scuola ha una freschezza e una naturalezza che conquistano, anche grazie ad una scrittura attenta e ad attori non professionisti molto ben selezionati.
Non so se Samani e Dondi con questo film parlino specificamente ai giovani di oggi, anzi direi di no, al di là del fatto che alcune dinamiche sono talmente universali che persino io che sono molto più avanti negli anni non ho fatto fatica a riconoscermi. Quello di Un anno di scuola è un mondo pre-social (Facebook non esisteva ancora, almeno in Italia) e con telefonini che servivano a telefonare e a mandare messaggi, e quindi un mondo abbastanza diverso da quello in cui gli adolescenti sono oggi immersi, senza contare che nel frattempo è intervenuto il grande trauma della pandemia che ha certamente segnato un’intera generazione.
Del resto, i film con protagonisti gli adolescenti quasi mai parlano davvero agli adolescenti stessi, perché come in un famoso detto attribuito a Kierkegaard «La vita può essere capita solo all'indietro, ma va vissuta in avanti», dunque probabilmente film come questi parlano più a chi quell’età della vita l’ha già superata e può oggi cogliere una serie di dinamiche che, finché ci era immerso, si limitava semplicemente a vivere.
Nel film di Samani c’è però anche altro, la tematica di genere, quella dell’identità e dell’appartenenza, e tutto questo è racchiuso sotto la grande metafora-ombrello della soglia e del confine: non solo questi giovani si trovano al limitare di una soglia importante della vita, ma vivono in una città di confine, dove si parla anche lo sloveno, e nel momento storico in cui la Slovenia entra a far parte di Schengen e cade un’altra frontiera in Europa. A questa idea del superare una soglia è anche sotteso il tema del lasciar andare, chi non c’è più, quello che non sarà più, e alla fine un’età della vita.
Non ho visto Piccolo corpo (che a questo punto vorrei recuperare), ma forse è a registe come Laura Samani o Maura Delpero su cui ha senso riporre un po’ di fiducia per il futuro di un cinema italiano capace di non ripetere all’infinito e stancamente sé stesso.
Voto: 3,5/5
domenica 26 aprile 2026
Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo / regia di Mario Martone. Teatro Vascello, 15 aprile 2026
Arrivo a questo spettacolo senza saperne praticamente nulla, richiamata dalla regia di Mario Martone e dalla presenza di Lino Musella che apprezzo moltissimo a teatro.
Scopro solo dopo che c’è una qualche ragione sentimentale dietro la scelta di Martone di portare in scena questo testo. Si tratta infatti di un lavoro inedito di Fabrizia Ramondino che aveva scritto insieme a Martone la sceneggiatura di Morte di un matematico napoletano, ed era della Ramondino anche la drammaturgia Terremoto con madre e figlia portato in scena sempre da Martone.
A incarnare il protagonista di questo testo, il compositore nominato nel titolo, è Lino Musella, magnetico e poliedrico nella sua interpretazione di un uomo la cui vita ruota tutta intorno alla musica e alle sue composizioni, e che attraversa una chiara fase di crisi esistenziale e di frustrazione rispetto al modo in cui la propria arte è accolta, nonché rispetto alla propria famiglia: la madre (Iaia Forte), che non accetta la sua vecchiaia e ha un rapporto ambiguo con il figlio, la moglie un po’ anaffettiva (Tania Garribba), l’esuberante figlia (India Santella) e il suo amico (Matteo De Luca). Mentre il compositore paragona queste persone ai vari strumenti che compongono un quartetto d’archi e interagisce con ciascuna di loro in modi più o meno cinici, la casa dove il compositore vive e che mostra i segni di un passato nobiliare si svuota progressivamente, man mano che a causa di non meglio precisati debiti tutte le cose più preziose vengono portate via.
Allora, non è tanto una questione di messa in scena, di allestimento, di regia e di interpretazioni (come già detto, Musella riesce a essere magnetico nel portare in scena un personaggio non certo simpatico); per me è proprio una questione di testo. Personalmente non l’ho trovato particolarmente stimolante e in qualche modo non sono riuscita a coglierne il senso.
Non conosco la produzione letteraria della Ramondino, e quindi forse – anzi sicuramente – mi sfugge qualcosa, ma credo che quando un testo non arriva, indipendentemente dagli elementi conoscitivi pregressi, evidentemente non si è creata una particolare sintonia.
Peccato.
Voto: 3/5
Scopro solo dopo che c’è una qualche ragione sentimentale dietro la scelta di Martone di portare in scena questo testo. Si tratta infatti di un lavoro inedito di Fabrizia Ramondino che aveva scritto insieme a Martone la sceneggiatura di Morte di un matematico napoletano, ed era della Ramondino anche la drammaturgia Terremoto con madre e figlia portato in scena sempre da Martone.
A incarnare il protagonista di questo testo, il compositore nominato nel titolo, è Lino Musella, magnetico e poliedrico nella sua interpretazione di un uomo la cui vita ruota tutta intorno alla musica e alle sue composizioni, e che attraversa una chiara fase di crisi esistenziale e di frustrazione rispetto al modo in cui la propria arte è accolta, nonché rispetto alla propria famiglia: la madre (Iaia Forte), che non accetta la sua vecchiaia e ha un rapporto ambiguo con il figlio, la moglie un po’ anaffettiva (Tania Garribba), l’esuberante figlia (India Santella) e il suo amico (Matteo De Luca). Mentre il compositore paragona queste persone ai vari strumenti che compongono un quartetto d’archi e interagisce con ciascuna di loro in modi più o meno cinici, la casa dove il compositore vive e che mostra i segni di un passato nobiliare si svuota progressivamente, man mano che a causa di non meglio precisati debiti tutte le cose più preziose vengono portate via.
Allora, non è tanto una questione di messa in scena, di allestimento, di regia e di interpretazioni (come già detto, Musella riesce a essere magnetico nel portare in scena un personaggio non certo simpatico); per me è proprio una questione di testo. Personalmente non l’ho trovato particolarmente stimolante e in qualche modo non sono riuscita a coglierne il senso.
Non conosco la produzione letteraria della Ramondino, e quindi forse – anzi sicuramente – mi sfugge qualcosa, ma credo che quando un testo non arriva, indipendentemente dagli elementi conoscitivi pregressi, evidentemente non si è creata una particolare sintonia.
Peccato.
Voto: 3/5
giovedì 23 aprile 2026
Lo straniero = L’étranger
François Ozon è un regista che seguo da tempo, ed essendo molto prolifico ho visto tanto ma non tutto. Soprattutto c'è stato un momento in cui, dopo un inizio di carriera secondo me scoppiettante, aveva avuto una fase di minore creatività. Pur restando un po' discontinuo come tutti i registi che girano molti film, negli ultimi anni mi pare che viva una nuova fase interessante.
In questa fase si inserisce la scelta ambiziosa di adattare per il grande schermo il romanzo Lo straniero di Albert Camus, uno di quei mostri sacri che anche solo pensare di rileggere con un linguaggio diverso è rischioso.
E invece Ozon colpisce nel segno, realizzando un film che è visivamente di grandissimo impatto - anche grazie a un bianco e nero molto elegante - e che rimane fedele all'originale, ma senza perdere un'impronta autoriale significativa.
L'aggiunta, rispetto al romanzo, dell'introduzione, che in qualche modo contestualizza il luogo e il periodo storico, e della conclusione, in cui scopriamo il nome dell'arabo, contribuisce a introdurre elementi di lettura e di complessità al racconto.
Benjamin Voisin è eccezionale nella sua interpretazione del protagonista, un giovane francese raffinato e di bell'aspetto, senza altro obiettivo che quello di mettere le giornate una dietro l'altra, nonché insostenibile nella sua apatia, che non è cinismo in senso stretto, ma impossibilità di riconoscere un senso alla vita umana, per quanto importanti o gravi possano essere gli accadimenti della quotidianità.
Quest'assenza di senso non sfocia in tracotanza, né in fuga dalle responsabilità, anzi Meursault non si sottrae alla conseguenze delle sue azioni, né cerca consolazione nella religione, bensì attraversa le cose per come sono o quantomeno per come le vive lui soggettivamente, ossia come irrilevanti in una più ampia visione della vita umana.
Ovviamente, come per tutti i classici, ognuno può leggere ne Lo straniero di Camus e nella sua versione cinematografica quello che risuona con sé stesso e la propria vita. Senza dubbio la storia di Meursault è programmaticamente scritta per non suscitare empatia, e poi forse anche per non essere naturalistica o realistica, bensì per suscitare riflessioni di carattere più propriamente filosofico.
Ritengo che Ozon attraverso uno strumento visivo molto ben utilizzato riesca in qualche modo a rendere il racconto più contemporaneo (Meursault fa pensare, sebbene in una forma esasperata, ad alcune delle caratteristiche dei giovani a noi contemporanei), senza toglierne la componente più universale.
Voto: 3,5/5
In questa fase si inserisce la scelta ambiziosa di adattare per il grande schermo il romanzo Lo straniero di Albert Camus, uno di quei mostri sacri che anche solo pensare di rileggere con un linguaggio diverso è rischioso.
E invece Ozon colpisce nel segno, realizzando un film che è visivamente di grandissimo impatto - anche grazie a un bianco e nero molto elegante - e che rimane fedele all'originale, ma senza perdere un'impronta autoriale significativa.
L'aggiunta, rispetto al romanzo, dell'introduzione, che in qualche modo contestualizza il luogo e il periodo storico, e della conclusione, in cui scopriamo il nome dell'arabo, contribuisce a introdurre elementi di lettura e di complessità al racconto.
Benjamin Voisin è eccezionale nella sua interpretazione del protagonista, un giovane francese raffinato e di bell'aspetto, senza altro obiettivo che quello di mettere le giornate una dietro l'altra, nonché insostenibile nella sua apatia, che non è cinismo in senso stretto, ma impossibilità di riconoscere un senso alla vita umana, per quanto importanti o gravi possano essere gli accadimenti della quotidianità.
Quest'assenza di senso non sfocia in tracotanza, né in fuga dalle responsabilità, anzi Meursault non si sottrae alla conseguenze delle sue azioni, né cerca consolazione nella religione, bensì attraversa le cose per come sono o quantomeno per come le vive lui soggettivamente, ossia come irrilevanti in una più ampia visione della vita umana.
Ovviamente, come per tutti i classici, ognuno può leggere ne Lo straniero di Camus e nella sua versione cinematografica quello che risuona con sé stesso e la propria vita. Senza dubbio la storia di Meursault è programmaticamente scritta per non suscitare empatia, e poi forse anche per non essere naturalistica o realistica, bensì per suscitare riflessioni di carattere più propriamente filosofico.
Ritengo che Ozon attraverso uno strumento visivo molto ben utilizzato riesca in qualche modo a rendere il racconto più contemporaneo (Meursault fa pensare, sebbene in una forma esasperata, ad alcune delle caratteristiche dei giovani a noi contemporanei), senza toglierne la componente più universale.
Voto: 3,5/5
martedì 21 aprile 2026
Il dio dell’amore
Per le festività pasquali in Puglia, essendo praticamente impossibile trovare film stranieri in lingua originale, decido di andare a vedere il film di Francesco Lagi, di cui ho sentito parlare bene.
Il dio dell’amore è un film che guarda a modelli provenienti da oltreoceano, ma non dimentica la lezione della commedia sentimentale italiana.
La struttura narrativa vede un redivivo Ovidio, il grande poeta romano dell’amore, aggirarsi in abiti contemporanei per le vie della città per raccontare le storie di una serie di coppie, i cui destini sono intrecciati. Ada (Isabella Ragonese) annuncia a Filippo (Vinicio Marchioni) di aspettare un figlio da lui dopo molti tentativi falliti, ma in realtà il figlio è frutto della relazione con una vecchia fiamma dei tempi della scuola, Pietro (Corrado Fortuna). In realtà anche Filippo ha una storia extraconiugale con una sua giovane studentessa, Silvia (Chiara Ferrara), la quale a sua volta per una serie di combinazioni intercetterà il percorso di Arianna (Anna Bellato), in crisi con sua moglie Ester (Vanessa Scalera). Quest’ultima, che è una psicoterapeuta, ha tra i suoi pazienti Jacopo (Enrico Borello, sempre straordinario), che è ossessionato dalla fine della storia con Linda (Benedetta Cimatti), maestra elementare che ha iniziato una storia con Pietro. E così via.
Il film di Lagi è divertente senza essere superficiale, e riesce perfettamente nel suo intento, ossia quello di parlare di amore in maniera contemporanea, perché gli amori di cui parla Lagi (che ha scritto la sceneggiatura insieme a Enrico Audenino) non sono amori lineari e tradizionali, ma amori che vanno e vengono e che passano da una persona all’altra, anche tra persone dello stesso sesso, in una fluidità che riconosciamo come parte del nostro mondo attuale. Inoltre, il film utilizza molto bene la città di Roma non solo come sfondo perfetto, ma come ulteriore personaggio della narrazione, esattamente come molte commedie sentimentali americane hanno fatto con città come New York.
Nel complesso, una visione gradevole e che lascia in qualche modo il cuore contento, anche se a mente fredda la sensazione che il film non ci abbia detto molto di nuovo sull’amore e soprattutto che abbia taciuto il dolore che ne è naturale complemento è forte.
Ma è evidente che l’intento del film non è quello di diventare un trattato filosofico, e la presenza di Ovidio è quella di un nume tutelare più che di uno strumento di comprensione e di approfondimento della natura dell’amore, che rimane sfuggente e soggettiva. Il che alla fine resta una grande verità, di cui siamo vittime piuttosto che artefici.
Voto: 3/5
Il dio dell’amore è un film che guarda a modelli provenienti da oltreoceano, ma non dimentica la lezione della commedia sentimentale italiana.
La struttura narrativa vede un redivivo Ovidio, il grande poeta romano dell’amore, aggirarsi in abiti contemporanei per le vie della città per raccontare le storie di una serie di coppie, i cui destini sono intrecciati. Ada (Isabella Ragonese) annuncia a Filippo (Vinicio Marchioni) di aspettare un figlio da lui dopo molti tentativi falliti, ma in realtà il figlio è frutto della relazione con una vecchia fiamma dei tempi della scuola, Pietro (Corrado Fortuna). In realtà anche Filippo ha una storia extraconiugale con una sua giovane studentessa, Silvia (Chiara Ferrara), la quale a sua volta per una serie di combinazioni intercetterà il percorso di Arianna (Anna Bellato), in crisi con sua moglie Ester (Vanessa Scalera). Quest’ultima, che è una psicoterapeuta, ha tra i suoi pazienti Jacopo (Enrico Borello, sempre straordinario), che è ossessionato dalla fine della storia con Linda (Benedetta Cimatti), maestra elementare che ha iniziato una storia con Pietro. E così via.
Il film di Lagi è divertente senza essere superficiale, e riesce perfettamente nel suo intento, ossia quello di parlare di amore in maniera contemporanea, perché gli amori di cui parla Lagi (che ha scritto la sceneggiatura insieme a Enrico Audenino) non sono amori lineari e tradizionali, ma amori che vanno e vengono e che passano da una persona all’altra, anche tra persone dello stesso sesso, in una fluidità che riconosciamo come parte del nostro mondo attuale. Inoltre, il film utilizza molto bene la città di Roma non solo come sfondo perfetto, ma come ulteriore personaggio della narrazione, esattamente come molte commedie sentimentali americane hanno fatto con città come New York.
Nel complesso, una visione gradevole e che lascia in qualche modo il cuore contento, anche se a mente fredda la sensazione che il film non ci abbia detto molto di nuovo sull’amore e soprattutto che abbia taciuto il dolore che ne è naturale complemento è forte.
Ma è evidente che l’intento del film non è quello di diventare un trattato filosofico, e la presenza di Ovidio è quella di un nume tutelare più che di uno strumento di comprensione e di approfondimento della natura dell’amore, che rimane sfuggente e soggettiva. Il che alla fine resta una grande verità, di cui siamo vittime piuttosto che artefici.
Voto: 3/5
domenica 19 aprile 2026
Crazy Love
Nell’ambito dell’Irish film festa, uno dei tanti festival di film provenienti da altri paesi di cui la primavera romana è ampiamente popolata, riesco a vedere quest’unico film, Crazy love, diretto dai registi Jason Byrne e Kevin Treacy.
Protagonista è Clayton (John Connors), giovane con una sindrome maniaco-depressiva, il quale dopo aver tentato il suicidio, sceglie volontariamente di trasferirsi in un ospedale psichiatrico per poter recuperare uno stato di equilibrio. In questo contesto farà amicizia con le altre persone ricoverate, ciascuna con le proprie stramberie e demoni interiori. Tra queste si innamorerà di Anna, una ragazza schizofrenica che, a differenza sua, è destinata a rimanere tutta la vita nella struttura psichiatrica, cui si aggiunge la complicazione che il personale medico – o almeno una parte di esso – non vede di buon occhio questa relazione.
Il film di Byrne e Treacy sceglie un registro in bilico tra il dramma e la commedia, e un andamento narrativo che è volutamente favolistico e a tratti onirico, mescolando spesso realtà e percezione, il cui confine, in un ambiente di persone con malattie mentali, si fa sfumato. Stile, narrazione, montaggio non a caso contribuiscono a confondere lo spettatore, a sparigliare le carte, anziché a chiarire i fatti, forse perché quello che interessa al film sono le emozioni dei protagonisti.
È evidente che Byrne e Treacy non intendono scrivere un trattato di psichiatria né essere aderenti alla realtà, e non a caso il modo in cui l’ambiente dell’ospedale psichiatrico, i medici, il personale ausiliario e gli stessi malati sono rappresentati ha del semplicistico, e talvolta persino del parodistico.
Ne viene fuori un film scombinato, di cui non sarebbe facile raccontare i dettagli narrativi e che su vari fronti lascia perplessi, ma che si fa apprezzare perché non pretende di essere quello che non è, e in qualche modo si nutre della sua stessa semplicità e della freschezza degli attori.
Voto: 3/5
Protagonista è Clayton (John Connors), giovane con una sindrome maniaco-depressiva, il quale dopo aver tentato il suicidio, sceglie volontariamente di trasferirsi in un ospedale psichiatrico per poter recuperare uno stato di equilibrio. In questo contesto farà amicizia con le altre persone ricoverate, ciascuna con le proprie stramberie e demoni interiori. Tra queste si innamorerà di Anna, una ragazza schizofrenica che, a differenza sua, è destinata a rimanere tutta la vita nella struttura psichiatrica, cui si aggiunge la complicazione che il personale medico – o almeno una parte di esso – non vede di buon occhio questa relazione.
Il film di Byrne e Treacy sceglie un registro in bilico tra il dramma e la commedia, e un andamento narrativo che è volutamente favolistico e a tratti onirico, mescolando spesso realtà e percezione, il cui confine, in un ambiente di persone con malattie mentali, si fa sfumato. Stile, narrazione, montaggio non a caso contribuiscono a confondere lo spettatore, a sparigliare le carte, anziché a chiarire i fatti, forse perché quello che interessa al film sono le emozioni dei protagonisti.
È evidente che Byrne e Treacy non intendono scrivere un trattato di psichiatria né essere aderenti alla realtà, e non a caso il modo in cui l’ambiente dell’ospedale psichiatrico, i medici, il personale ausiliario e gli stessi malati sono rappresentati ha del semplicistico, e talvolta persino del parodistico.
Ne viene fuori un film scombinato, di cui non sarebbe facile raccontare i dettagli narrativi e che su vari fronti lascia perplessi, ma che si fa apprezzare perché non pretende di essere quello che non è, e in qualche modo si nutre della sua stessa semplicità e della freschezza degli attori.
Voto: 3/5
venerdì 17 aprile 2026
Apeirogon / Colum McCann
Apeirogon / Colum McCann; trad. di Marinella Magrì. Milano: Feltrinelli, 2022.
Dopo aver visto molti documentari e film di finzione e aver letto molte cose sul tema del rapporto tra Israele e Palestina, ho pensato che non potesse mancare in questo mio percorso la lettura di quello che è ormai un classico sull'argomento, nonostante risalga a pochi anni fa.
Apeirogon di Colum McCann è un racconto che nasce dal vero per allargarsi verso il mondo del romanzo e dell'invenzione letteraria e lo fa con uno stile assolutamente unico e una scrittura molto coinvolgente. Al centro della narrazione ci sono due uomini, l'israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramini.
Il primo ha avuto la figlia Smadar uccisa in un attentato suicida di matrice palestinese; la figlia del secondo, Abir, è stata uccisa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano.
I due si incontrano al Parents' circle, l'associazione che unisce israeliani e palestinesi che hanno perso figli a causa del conflitto. Rami e Abir diventano amici quasi fraterni, nonostante appartengano ai campi opposti del conflitto, anzi proprio perché vi appartengono e si oppongono fieramente al conflitto.
Come già accennato, uno dei punti di forza del romanzo è lo stile che procede per frammenti narrativi e per collegamenti, saltando tra storie e microstorie diverse e lontane nel tempo e nello spazio, tenute insieme da fili sottili e rimandi che sta al lettore cogliere e valorizzare.
Le uniche parti del libro che utilizzano una narrazione distesa sono quelle che raccontano le storie personali di Rami e Abir e quelle della morte delle loro figlie, cui McCullum riserva il tempo, lo spazio, la comprensione e la dignità che meritano.
Chi non è nuovo al tema ritroverà nella storia di Rami e Abir molti elementi già noti (le caratteristiche della società e della politica israeliana, muri e occupazione, galere, atti di terrorismo, checkpoint, ingiustizie, estremismi) e non ne sarà colpito.
A me però ha toccato profondamente la linearità del punto di vista, e parlo al singolare perché nonostante i protagonisti siano due e apparentemente su fronti opposti, l'unità del loro pensiero è sorprendente. Non si tratta di derogare alla complessità, bensì si tratta di evitare quella montagna di distinguo che caratterizzano il modo occidentale di parlare di questa vicenda. Rami e Abir, e tramite loro anche McCann, hanno idee molto chiare su responsabilità e soluzioni, e le esprimono in maniera netta e radicale, ma tanto più convincente perché provengono dall'interno.
Non a caso sono entrambi dei disallineati, considerati quasi traditori dai loro stesso connazionali, per le loro posizioni a favore della fine dell'occupazione e di ogni ostilità, del riavvicinamento, della conoscenza reciproca, della riconciliazione, della pace come unica soluzione, che è esattamente il contrario della direzione nella quale si sta andando, per effetto di strumentalizzazioni che allontanano sempre di più anziché avvicinare. Rami e Abir sono il segno tangibile che un'altra strada è possibile, ma passa per una sublimazione del dolore e una profonda consapevolezza, beni ormai in via di estinzione.
Voto: 4/5
Dopo aver visto molti documentari e film di finzione e aver letto molte cose sul tema del rapporto tra Israele e Palestina, ho pensato che non potesse mancare in questo mio percorso la lettura di quello che è ormai un classico sull'argomento, nonostante risalga a pochi anni fa.
Apeirogon di Colum McCann è un racconto che nasce dal vero per allargarsi verso il mondo del romanzo e dell'invenzione letteraria e lo fa con uno stile assolutamente unico e una scrittura molto coinvolgente. Al centro della narrazione ci sono due uomini, l'israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramini.
Il primo ha avuto la figlia Smadar uccisa in un attentato suicida di matrice palestinese; la figlia del secondo, Abir, è stata uccisa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano.
I due si incontrano al Parents' circle, l'associazione che unisce israeliani e palestinesi che hanno perso figli a causa del conflitto. Rami e Abir diventano amici quasi fraterni, nonostante appartengano ai campi opposti del conflitto, anzi proprio perché vi appartengono e si oppongono fieramente al conflitto.
Come già accennato, uno dei punti di forza del romanzo è lo stile che procede per frammenti narrativi e per collegamenti, saltando tra storie e microstorie diverse e lontane nel tempo e nello spazio, tenute insieme da fili sottili e rimandi che sta al lettore cogliere e valorizzare.
Le uniche parti del libro che utilizzano una narrazione distesa sono quelle che raccontano le storie personali di Rami e Abir e quelle della morte delle loro figlie, cui McCullum riserva il tempo, lo spazio, la comprensione e la dignità che meritano.
Chi non è nuovo al tema ritroverà nella storia di Rami e Abir molti elementi già noti (le caratteristiche della società e della politica israeliana, muri e occupazione, galere, atti di terrorismo, checkpoint, ingiustizie, estremismi) e non ne sarà colpito.
A me però ha toccato profondamente la linearità del punto di vista, e parlo al singolare perché nonostante i protagonisti siano due e apparentemente su fronti opposti, l'unità del loro pensiero è sorprendente. Non si tratta di derogare alla complessità, bensì si tratta di evitare quella montagna di distinguo che caratterizzano il modo occidentale di parlare di questa vicenda. Rami e Abir, e tramite loro anche McCann, hanno idee molto chiare su responsabilità e soluzioni, e le esprimono in maniera netta e radicale, ma tanto più convincente perché provengono dall'interno.
Non a caso sono entrambi dei disallineati, considerati quasi traditori dai loro stesso connazionali, per le loro posizioni a favore della fine dell'occupazione e di ogni ostilità, del riavvicinamento, della conoscenza reciproca, della riconciliazione, della pace come unica soluzione, che è esattamente il contrario della direzione nella quale si sta andando, per effetto di strumentalizzazioni che allontanano sempre di più anziché avvicinare. Rami e Abir sono il segno tangibile che un'altra strada è possibile, ma passa per una sublimazione del dolore e una profonda consapevolezza, beni ormai in via di estinzione.
Voto: 4/5
mercoledì 15 aprile 2026
Nessuno. Le avventure di Ulisse / con Stefano Accorsi. Teatro Ambra Jovinelli, 25 marzo 2026
Stefano Accorsi, nella sua versione da cinquantacinquenne palestrato, porta a teatro uno spettacolo ispirato all’Odissea, con la regia di Daniele Finzi Pasca, la drammaturgia di Emanuele Aldrovandi e le scene di Luigi Ferrigno.
Sulla scena, insieme ad Accorsi, la bravissima Francesca Del Duca che innanzitutto costruisce la tessitura sonora dello spettacolo con la sua voce e le sue percussioni, evocando sonorità primitive e ancestrali, in secondo luogo fa da spalla ad Accorsi rappresentando l’altro, ma soprattutto una Penelope che sta prima fuori dalla narrazione e poi ne diventa protagonista.
Accorsi è mattatore della scena interpretando non solo Ulisse, ma anche tutti gli altri personaggi, cambiando registro e anche dizione (esilarante l’uso dell’accento bolognese quando interpreta il re dei Troiani), e dando una connotazione fortemente fisica al protagonista, anche grazie a una scenografia che sembra quasi una struttura circense, e che di volta in volta fa da cavallo di Troia o da rappresentazione di Polifemo o da barca in mezzo al mare nella quale Ulisse viaggia insieme al suo equipaggio.
Su questa struttura Accorsi si arrampica, corre, tira di boxe, e a volte ne esce per spingerla e farla ruotare su sé stessa a seconda delle esigenze sceniche, trasferendoci così la fatica del suo ritorno a casa.
Il racconto della vittoria sui Troiani e poi delle peripezie di Ulisse per tornare a Itaca attinge a un linguaggio che si fa spesso colloquiale e ironico, e in cui non mancano riferimenti alla contemporaneità o comunque a vicende e personaggi di gran lunga successivi all’Odissea, rendendo lo storytelling accattivante e adatto a qualunque tipo di pubblico, senza però togliere forza e sostanza al capolavoro “omerico”.
In un certo senso, lo spettacolo riporta l’Odissea alle sue origini, ossia quella che, secondo una delle ipotesi più accreditate dagli studiosi, la considera una storia raccontata oralmente dagli aedi per intrattenere il popolo nelle pubbliche piazze e trasformata, integrata e parzialmente rielaborata ad ogni racconto fino a costituire un corpus letterario tramandato fino a noi.
Accorsi è molto bravo, anche se questa deriva molto fisica mi fa un po’ sorridere e mi sa tanto di crisi di mezza età, però questo spettacolo mi conferma che il teatro è probabilmente la forma d’arte che lo valorizza di più; devo però anche aggiungere che la sua spalla, Del Duca, è il vero fiore all’occhiello dello spettacolo, applauditissima dal pubblico.
Uno spettacolo ironico e autoironico, divertente senza essere stupido né superficiale, che sa essere al contempo rispettoso e irriverente rispetto al classico che ci racconta.
Voto: 3,5/5
Sulla scena, insieme ad Accorsi, la bravissima Francesca Del Duca che innanzitutto costruisce la tessitura sonora dello spettacolo con la sua voce e le sue percussioni, evocando sonorità primitive e ancestrali, in secondo luogo fa da spalla ad Accorsi rappresentando l’altro, ma soprattutto una Penelope che sta prima fuori dalla narrazione e poi ne diventa protagonista.
Accorsi è mattatore della scena interpretando non solo Ulisse, ma anche tutti gli altri personaggi, cambiando registro e anche dizione (esilarante l’uso dell’accento bolognese quando interpreta il re dei Troiani), e dando una connotazione fortemente fisica al protagonista, anche grazie a una scenografia che sembra quasi una struttura circense, e che di volta in volta fa da cavallo di Troia o da rappresentazione di Polifemo o da barca in mezzo al mare nella quale Ulisse viaggia insieme al suo equipaggio.
Su questa struttura Accorsi si arrampica, corre, tira di boxe, e a volte ne esce per spingerla e farla ruotare su sé stessa a seconda delle esigenze sceniche, trasferendoci così la fatica del suo ritorno a casa.
Il racconto della vittoria sui Troiani e poi delle peripezie di Ulisse per tornare a Itaca attinge a un linguaggio che si fa spesso colloquiale e ironico, e in cui non mancano riferimenti alla contemporaneità o comunque a vicende e personaggi di gran lunga successivi all’Odissea, rendendo lo storytelling accattivante e adatto a qualunque tipo di pubblico, senza però togliere forza e sostanza al capolavoro “omerico”.
In un certo senso, lo spettacolo riporta l’Odissea alle sue origini, ossia quella che, secondo una delle ipotesi più accreditate dagli studiosi, la considera una storia raccontata oralmente dagli aedi per intrattenere il popolo nelle pubbliche piazze e trasformata, integrata e parzialmente rielaborata ad ogni racconto fino a costituire un corpus letterario tramandato fino a noi.
Accorsi è molto bravo, anche se questa deriva molto fisica mi fa un po’ sorridere e mi sa tanto di crisi di mezza età, però questo spettacolo mi conferma che il teatro è probabilmente la forma d’arte che lo valorizza di più; devo però anche aggiungere che la sua spalla, Del Duca, è il vero fiore all’occhiello dello spettacolo, applauditissima dal pubblico.
Uno spettacolo ironico e autoironico, divertente senza essere stupido né superficiale, che sa essere al contempo rispettoso e irriverente rispetto al classico che ci racconta.
Voto: 3,5/5
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