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venerdì 4 luglio 2025

Da Caravaggio a Mario Giacomelli: le mostre a Palazzo Barberini e al Palazzo delle Esposizioni

Approfitto di un weekend in compagnia per recuperare alcune mostre in programmazione in questa primavera-estate romana, già caldissima all’inizio di giugno.

La prima – prenotata già diversi mesi fa – è quella dedicata a Caravaggio, in corso a Palazzo Barberini che attinge in prima battuta alle collezioni permanenti del museo e le arricchisce con prestiti provenienti da molte altre istituzioni museali italiane e straniere.

La mostra, curata da Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon, fa parte delle iniziative inserite nel programma giubilare. In un periodo – che ormai dura da diversi anni – in cui le mostre sono in tono sempre minore, con poche opere davvero rilevanti, a causa dei proibitivi costi di assicurazione per lo spostamento dei lavori di artisti così rilevanti, Caravaggio 2025 è un’eccezione, confermata anche dalla risposta del pubblico, che ha esaurito i biglietti disponibili fino alla sua conclusione molte settimane prima.

Effettivamente, una mostra davvero monografica come questa era un pezzo che non la si vedeva: a Palazzo Barberini nel percorso espositivo di quattro sale, corrispondenti ad altrettante sezioni della mostra, si ha la possibilità di seguire tutta la carriera artistica di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, in parallelo con le sue vicende di vita, a partire dalle opere degli inizi, tra cui il Narciso e i Bari, fino ad arrivare all’ultima realizzata poco prima della morte, il Martirio di sant’Orsola, prestato da Intesa Sanpaolo.

Nel mentre opere importanti come i ritratti di Maffeo Barberini, l’Ecce Homo, Santa Caterina, Marta e Maddalena, Giuditta e Oloferne, San Francesco in estasi, e molti altri lavori che permettono di osservare da vicino l’eccezionalità delle doti pittoriche di Caravaggio.

Io sono rimasta particolarmente colpita dalla Cattura di Cristo, l’unico quadro in mostra non fotografabile, che offre a chi guarda una composizione che ho trovato di una modernità davvero sconcertante.

Nonostante i tanti visitatori all’orario in cui ci sono andata io (ossia alle 19,40 di un venerdì sera – ma mi dicono che la situazione non cambia in altri orari e giornate), è possibile godersi il percorso e le opere, magari anche tornando indietro nelle sale lì dove se ne senta il bisogno.

Il pomeriggio successivo (sabato) è stato invece dedicato alle mostre in corso al Palazzo delle Esposizioni, luogo espositivo a mio parere molto sottoutilizzato, e dove infatti mancavo da tempo.

Noi abbiamo visitato le tre mostre fotografiche, dedicate rispettivamente ad Albert Watson, in particolare al suo lavoro dedicato alla città di Roma, dal titolo Roma Codex, a Mario Giacomelli (Il fotografo e l’artista) e ai premiati del World Press Photo.

La mostra delle grandi foto di Albert Watson è ospitata al piano terra del museo, nelle sale a sinistra: si tratta di grandi stampe di foto che raccontano lo sguardo del fotografo scozzese sulla città di Roma e le persone che la rappresentano, tra cui molti attori, registi, artisti, uomini politici ecc. Uno sguardo che può apparire a tratti convenzionale e folckloristico, ma che riesce anche a offrire punti di vista originali su una città che è tra le più fotografate al mondo.

Ma il vero obiettivo della nostra gita al Palazzo delle Esposizioni è la mostra dedicata a Mario Giacomelli, il fotografo di Senigallia che molti conoscono per la serie di fotografie dei pretini sulla neve dal titolo Io non ho mani che mi accarezzino il volto, che furono scattate nel cortile del seminario arcivescovile di Senigallia. Anche queste foto sono presenti in questa mostra e lo sono a fianco dei provini su cui Giacomelli aveva scritto i suoi appunti relativi agli interventi da fare in camera oscura, il che dice tantissimo del modo di lavorare del fotografo marchigiano, un modo che confina più con una ricerca artistica che con una vera rappresentazione del reale. Giacomelli cerca forme e grafismi, trasfigurando la realtà, a volte rendendola quasi irriconoscibile, e per questo una parte importante del suo lavoro – oltre allo scatto – è l’attività in camera oscura. Per questo la mostra, che consente di vedere oltre 300 stampe originali del fotografo, prova a raccontarne la poetica non solo attraverso le sue foto, ma anche attraverso la relazione con le opere di artisti contemporanei come Afro (Afro Basaldella), Roger Ballen, Alberto Burri, Enzo Cucchi, Jannis Kounellis. Viene così magnificamente fuori che le foto di Giacomelli vanno molto al di là di quanto rappresentano, e sono dei paesaggi interiori ed emotivi, costruiti a partire da luoghi, persone, ambienti come fossero tele appena abbozzate da cui il fotografo fa emergere l’essenza.

Non esattamente un tipo di fotografia di facile fruizione (non a caso la serie dei pretini è la parte più conosciuta della sua produzione, in quanto forse la più largamente fruibile), ma un viaggio spaesante, a tratti disturbante, nella mente di una persona dalla creatività decisamente strabordante e in parte naif.

La nostra visita al palazzo delle esposizioni si concluda con la visita alla sezione dedicata alle foto vincitrici del World Press Photo, il famosissimo contest di fotogiornalismo che ogni anno premia foto singole, storie e reportage di fotografi professionisti provenienti da ogni parte del mondo, e che di questo mondo raccontano attraverso le immagini realtà, persone e situazioni più o meno note.

Alcune delle foto in mostra hanno avuto già una larga esposizione mediatica, tra cui ad esempio la foto vincitrice della fotografa palestinese, Samar Abu Elouf, scattata per il New York Times, che ritrae un ragazzo rimasto mutilato negli attacchi su Gaza. Si tratta di foto che sono l’esatto contrario di quelle di Giacomelli: tanto quelle provavano a trasfigurare o ad allontanarsi dalla realtà, quanto queste affondano le radici nel mondo reale e nella vita delle persone.

Il Palazzo delle Esposizioni offre dunque al visitatore l’occasione di fare un viaggio attraverso tempi e modi diversi di fare fotografia, consentendogli dunque di apprezzare la complessità e le molteplici sfaccettature di quella che non a caso è ormai considerata a tutti gli effetti l’ottava arte.

lunedì 11 dicembre 2023

Don McCullin a Roma; Boris Mikhailov: Ukrainian Diary. Palazzo delle esposizioni, 18 novembre 2023

Approfitto di una domenica pomeriggio in cui sono già in giro per altri motivi per andare a vedere la mostra di Don McCullin al Palazzo delle esposizioni, e con l'occasione vedo anche l'altra mostra in corso, quella dedicata al fotografo ucraino Boris Mikhailov.

Personalmente non conoscevo McCullin: scopro solo grazie alla mostra che il fotografo ha ottantotto anni e vive con la moglie nella campagna del Sormerset, e che nella sua lunga carriera è stato uno dei grandi fotografi documentaristi e di guerra. Dagli esordi e nel corso degli anni ha raccontato - con sguardo attento e soprattutto empatico - sia la realtà a lui più vicina (il quartiere nel quale viveva quando era ragazzo e altri luoghi della Gran Bretagna che hanno attraversato fasi di impoverimento, come ad esempio l'East End di Londra), sia mondi lontani e meno lontani, soprattutto in occasione di guerre (il Vietnam, la Cambogia, il Biafra, l'Irlanda del Nord e molti altri). Negli ultimi anni Mc Cullin ha deciso di ritirarsi nel Somerset dedicandosi a progetti più elegiaci, come ad esempio le foto della campagna inglese e quelle dei resti archeologici sul confine meridionale dell'ex impero romano, nelle quali però il fotografo non riesce a voltare completamente pagina rispetto alle brutture della guerra e mantiene uno sguardo in qualche modo tragico e critico.

Le oltre 250 fotografie in mostra (tutte in bianco e nero e quasi tutte stampate con le gelatine ai sali d'argento) rappresentano una straordinaria retrospettiva della sua carriera e, oltre a farci apprezzare le sue notevoli qualità tecniche, ci aiutano a entrare nella mente di un fotografo di guerra, con tutti i traumi e gli interrogativi etici che caratterizzano questo ruolo.

Attraverso le parole dello stesso McCullin - che a più riprese arricchiscono la visione delle foto - seguiamo i sentimenti contrastanti dello stesso fotografo, il quale ci dice di aver sempre ricercato l'empatia con i soggetti delle sue foto e di aver sempre scattato le foto per restituire dignità e voce a persone che spesso non ne hanno. È però evidente che, nonostante le buone intenzioni, McCullin non è uscito indenne da una carriera di fotografo di guerra, e credo non a caso abbia cercato evasione nella fotografia di paesaggio, senza però riuscire davvero a superare i traumi interiori.

Mostra bellissima, in parte rovinata - se posso dire la mia opinione - da luci non perfette che non consentono di guardare le foto nel migliore dei modi possibili.

Per quanto riguarda la mostra su Boris Mikhailov, si tratta di una sorpresa totale. Mikhailov - che ovviamente non conoscevo minimamente - è un fotografo autodidatta, ma anche un artista ucraino, che ha documentato, in modo del tutto personale e originale, i cambiamenti intervenuti nel suo paese con la fine dell'Unione Sovietica. Nel caso di Mikhailov non siamo di fronte a fotografie che puntano alla qualità tecnica ed estetica, bensì il mezzo fotografico è utilizzato in modo ironico o critico, o entrambi, a seconda dei casi. Ne vengono fuori progetti fotografici certamente anomali, in cui le foto sono spesso modificate mediante filtri, ovvero colorate a posteriori, anche a mano, e talvolta si tratta di progetti realizzati in modi forse eticamente discutibili. Del resto, Mikhailov - cresciuto in un paese nel quale la propaganda era onnipresente e la libertà di espressione praticamente inesistente - ha escogitato nel tempo modi originali per veicolare, attraverso i suoi progetti, messaggi che probabilmente sarebbero stati censurati, e più avanti ha continuato ad affinare questo suo linguaggio fino a farne una propria cifra distintiva.

Interessante scoperta, anche se sul piano fotografico non è esattamente quello che mi appassiona.

Voto: 3,5/5

domenica 1 marzo 2020

Gabriele Basilico, Metropoli. Jim Dine. Palazzo delle Esposizioni, 15 febbraio 2020

È in corso al Palazzo delle Esposizioni fino al 13 aprile 2020 la grande mostra retrospettiva dedicata al grande fotografo Gabriele Basilico (morto nel febbraio del 2013), intitolata Metropoli, tema che è sempre stato al centro dei suoi interessi fotografici.

La mostra, curata da Giovanna Calvenzi e Filippo Maggia, si apre con un racconto illustrato della sua biografia e del suo percorso artistico e professionale, per poi snodarsi attraverso 250 fotografie che afferiscono a cinque nuclei principali: uno dei primi progetti sulla città, dal titolo “Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980”; poi le “Sezioni del paesaggio italiano”, ossia sei itinerari fotografici attraverso l'Italia, realizzati in collaborazione con Stefano Boeri, che in un video ci spiega senso e retroscena del progetto; segue una raccolta di fotografie dedicate alle “città del mondo”, che testimoniano quanto Basilico abbia raccontato nel corso di diversi decenni le trasformazioni delle metropoli contemporanee, a partire dalle città italiane per arrivare a città quali Istanbul, Gerusalemme, Shanghai, Mosca, New York, Rio de Janeiro e molte altre ancora.

La prima parte del percorso espositivo si chiude con le fotografie su “Roma”, una città che - come si può immaginare - Basilico ha raccontato a più riprese, fino a tentare un'impresa quasi disperata nel 2010, ossia mettere a confronto la città contemporanea con le settecentesche incisioni di Giovan Battista Piranesi.

Nell'ultima parte della mostra sono esposti per la prima volta insieme i risultati delle due campagne fotografiche dedicate da Basilico a Beirut, la prima realizzata nel 1991, in bianco e nero, che documentava le ferite profonde inferte alla città dalla lunga guerra, la seconda del 2011, a colori, che racconta invece la ricostruzione e la rinascita.

In una saletta apposita è possibile anche vedere due video sul fotografo, il primo realizzato da Tanino Musso nel 1991 a Beirut e rimontato da Giacomo Traldi, e un altro del 2012 relativo a un’intervista del regista Amos Gitai dedicata a Roma e a Piranesi.

Indubbiamente una carrellata affascinante che risulterà interessante sia per chi vuole avvicinarsi all'opera del fotografo, sia per chi già conosce l'universo fotografico di Basilico e qui avrà l'occasione di guardarlo da vicino e di approfondire la conoscenza del suo stile.

Nel poco tempo che mi resta a disposizione, faccio una rapida passeggiata al piano terra del Palazzo delle Esposizioni dove è in corso un'altra mostra, dedicata all'artista pop vivente Jim Dine.

Non ho competenze sufficienti per esprimermi in proposito: posso solo dire che le sue opere - per quanto molto colorate e a prima vista quasi divertenti - comunicano un senso profondo di angoscia e un'inquietudine difficile da tradurre in parole, che secondo me trova il suo momento culminante nella sala dei Pinocchio, in cui sono collocate in ordine sparso statue di Pinocchio in vari materiali e nelle pose e dimensioni più varie, mentre sulle pareti sono tracciate delle frasi - in parte cancellate - non esattamente rassicuranti.

Persino i numerosi cuori colorati, spesso protagonisti dei suoi grandi quadri, sono tutto fuorché pacificanti.

Per fortuna i tanti bimbi in giro per il Palazzo delle Esposizioni, addirittura in posa in gruppo davanti a una grande e inquietante statua di Pinocchio, mi strappano un sorriso prima di mettere piede fuori dalla mostra.

Voto: 3,5/5

lunedì 17 febbraio 2020

Annie Leibovitz: life through lens

In occasione della mostra Metropoli dedicata al lavoro fotografico di Gabriele Basilico (e che conto di vedere al più presto), il Palazzo delle Esposizioni ha organizzato un ciclo di incontri e di proiezioni intitolato "La democrazia dello sguardo". Il programma è molto interessante, ma - considerati tutti gli altri impegni - io riesco ad andare solo alla proiezione del documentario dedicato alla fotografa americana Annie Leibovitz, Life through lens.

Il documentario racconta la vita della fotografa attraverso la sua carriera, dall'esordio con la rivista "Rolling Stone" alla fama internazionale legata soprattutto ai ritratti ambientati di personaggi famosi e star di varia provenienza. In questo percorso non manca il richiamo agli eventi importanti della sua vita personale: la numerosa famiglia di provenienza, la dipendenza dalla droga e la successiva disintossicazione, l'incontro con Susan Sontag e la lunga storia con lei, i tre figli.

L'idea che passa attraverso il film - e che la stessa Leibovitz per prima avalla - è che non esiste una vera separazione nella sua vita tra la persona e la fotografa, perché tutto della sua vita è passato attraverso la macchina fotografica. Non a caso il film è anche l'occasione per guardare alla sua produzione fotografica in maniera più ampia, al di là dei confini della fotografia di moda e di quella dello star system, per conoscere da un lato i suoi reportage più impegnati, dall'altro le sue attività fotografiche più private e intime.

Belle anche le interviste ai numerosi cantanti, attori, politici, ballerini da lei fotografati, che ne raccontano lo stile relazionale e fotografico, in particolare la sua straordinaria capacità di entrare nella loro quotidianità rendendo praticamente invisibile la sua macchina fotografica e facendo dimenticare la presenza dell'obiettivo. Molto interessanti anche le storie che si nascondono dietro alcune delle sue fotografie più famose, come ad esempio quella dell'abbraccio tra sul letto tra Yoko Ono e un John Lennon nudo e rannicchiato.

Dal punto di vista cinematografico, il documentario - diretto dalla sorella di Annie, Barbara - non mi ha molto convinto con il suo montaggio nervoso e un po' disordinato. La visione è però consigliabile a tutti coloro che abbiano un qualche interesse nella fotografia e vogliano approfondire un personaggio importante della storia fotografica recente qual è Annie Leibovitz.

Voto: 3/5

mercoledì 30 gennaio 2019

Testimoni dei testimoni. Ricordare e raccontare Auschwitz. Palazzo delle esposizioni, 27 gennaio 2019

Nella giornata della memoria e quasi senza volerlo - visto che alla mostra ci voleva andare primariamente la mia amica F. che però non è arrivata in tempo - capito alla mostra appena inaugurata al Palazzo delle Esposizioni, che tra l'altro per l'occasione è anche gratuita.

Si tratta di un progetto in buona parte immaginato da un gruppo di ragazzi che hanno partecipato ai viaggi della memoria e che hanno avuto la possibilità di ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti dei campi di concentramento.

È dunque proprio una di queste ragazze che ci accoglie all'entrata e che, con grande partecipazione, ci spiega com'è nata e com'è organizzata questa mostra.

Il primo impatto è emotivamente forte: gli spettatori vengono fatti entrare in un vagone di legno, completamente buio, dove si sente il rumore del treno sulle rotaie interrotto a un certo punto dai discorsi di Hitler prima e di Mussolini dopo sulla questione ebraica.

Questa esperienza dura otto minuti e comunica immediatamente ai visitatori che questa mostra punta al loro coinvolgimento sensoriale e dunque anche emotivo.

All'uscita dal vagone ci accolgono dei video che spiegano com'era fatto un campo di concentramento e in un certo senso che cosa ci aspetta.

Nella sala principale, al centro, ci sono dei pannelli su cui vengono proiettate le immagini dei ragazzi che ci raccontano la loro esperienza di "testimoni dei testimoni" e, intorno a loro, delle pareti scure su cui sono scritti dei nomi e cognomi e degli estremi anagrafici. Avvicinando l'orecchio alle pareti è possibile ascoltare le testimonianze di queste persone che hanno vissuto sulla loro pelle l'esperienza del lager.

Nelle tre stanze in fondo il visitatore può accedere a tre diversi approfondimenti: una stanza è dedicata agli esperimenti medici e scientifici che venivano effettuati sui prigionieri e in particolare sui bambini, una è dedicata alla lingua parlata nei campi di concentramento dove persone di diversa provenienza avevano bisogno di comunicare tra di loro, e nella stanza al centro ci sono dei pannelli con le immagini sfocate, che quando lo spettatore si avvicina si fanno più nitide rivelando una persona la cui vita è stata cancellata dal lager.

All'uscita uno dei ragazzi che fa assistenza alla mostra mi dà una tessera e mi spiega che ormai anche io sono diventata una "testimone dei testimoni" e dunque sono chiamata a portare all'esterno della mostra questa testimonianza.

Un'esperienza molto didattica e di grande impatto emotivo che consiglio a tutti per riflettere sull'aberrazione che fu l'Olocausto e sulla necessità di interrogarsi sempre - anche oggi e nel futuro - su cosa significa restare umani.

Voto: 4/5

giovedì 23 agosto 2018

Mostre fotografiche a Roma d'agosto. Palazzo delle Esposizioni e Museo di Roma in Trastevere

Approfittando di un weekend romano di metà agosto e di una città in parte svuotata e in parte ancora attiva recupero alcune mostre fotografiche che volevo vedere già da un po'.

Vado innanzitutto alla mostra L'altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2018, in programmazione al Palazzo delle Esposizioni fino al 2 settembre.

La mostra offre allo spettatore la visione di oltre 200 fotografie che provengono da una collezione privata, quella di Donata Pizzi.

L'esposizione propone le opere di oltre 70 fotografe, alcune molto conosciute come ad esempio Letizia Battaglia, e molte altre per me quasi sconosciute.

Le fotografie si articolano in quattro sezioni, corrispondenti sostanzialmente ad altrettanti spazi del museo (salvo l'ultima sezione che occupa due salette): la prima sala è dedicata alla fotografia di reportage e di denuncia sociale (Dentro le storie); la seconda ai rapporti tra immagine fotografica e pensiero femminista (Cosa ne pensi tu del femminismo?); la terza ai temi legati all’identità e alla rappresentazione delle relazioni affettive (Identità e relazione); e le ultime due alle ricerche contemporanee basate sull’esplorazione delle potenzialità espressive del mezzo (Vedere oltre).

L'occasione è interessante per conoscere fotografe e artiste poco conosciute e per incuriosirsi alla loro opera, e certamente ciascun visitatore troverà fotografie e serie fotografiche che risuoneranno con la propria sensibilità.

Devo però osservare un certo minimalismo dell'apparato esplicativo della mostra. Ciascuna sezione è infatti sì introdotta da un pannello descrittivo, ma delle numerose fotografe non abbiamo coordinate biografiche e artistiche, cosicché tocca di volta in volta cercare su Internet per avere maggiori informazioni. Io l'ho dovuto fare più volte e per esempio ho cercato confermare che le foto sugli istituti psichiatrici di Carla Cerati appartenessero al medesimo lavoro portato avanti da Gianni Berengo Gardin e confluito nel volume Morire di classe. Vero è che all'ingresso della mostra c'è la possibilità di seguire un video che la introduce, ma si tratta di un video parecchio lungo e che procede in loop, dunque quasi sempre lo si comincia a seguire a metà strada e non essendo le fotografe identificabili da scritte in sovraimpressione la decifrabilità resta bassa, nonostante l'interesse per quello che si guarda. Si aggiunga inoltre che molte fotografie in mostra fanno parte di serie o lavori fotografici più ampi e, non avendo finalità di carattere estetico, risultano poco leggibili nel momento in cui sono prese singolarmente.

Trattasi insomma di una mostra che sembra avere lo scopo più di suscitare delle curiosità che di soddisfarle al suo interno. Il che può anche essere una cosa positiva.

Il giorno dopo la mia meta è invece il Museo di Roma in Trastevere, dove tra l'altro approfitto per sottoscrivere la vantaggiosissima MIC, la carta che con soli 5 euro consente l'accesso illimitato a tutti i musei del Comune di Roma, e che è possibile ottenere se si è residenti, domiciliati o studenti a Roma. Una bella iniziativa (io l'avrei fatta pagare anche un pochino di più!) che spero potrà proseguire nei prossimi anni.

Al Museo di Roma in Trastevere sono in corso tre mostre. Al piano terra c'è quella più grande, Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo. Si tratta - come esplicita il titolo - di una mostra dedicata al '68 (italiano fondamentalmente) in occasione del cinquantesimo anniversario. Se si riesce a sopravvivere indenni alle zanzare e al caldo (i condizionatori funzionano in minima parte e il museo si è dovuto dotare di ventilatori!), la mostra si rivela interessante: utilizzando fotografie documentarie dell'epoca, video, riproduzioni di prime pagine di giornali, oggetti e pannelli ci racconta un'epoca che appare per certi versi lontana e sconfitta, ma che ci si rende conto essere stata densa di possibilità e di stimoli per il futuro, pur nelle sue contraddizioni. La mostra è anche l'occasione per raccontare l'Italia di quegli anni nella sua più ampia dimensione sociale, politica ed economica.

Al secondo piano del Museo si trovano altre due piccole mostre fotografiche.

La prima è Josef Sudek: Topografia delle macerie. Praga 1945, una mostra che utilizza una selezione delle fotografie del grande fotografo ceco per raccontare la città di Praga all'indomani delle ferite inferte sul suo tessuto urbano dalla guerra. Una mostra di carattere principalmente documentaristico, che però in alcuni scatti fa intravedere la capacità di Sudek di far emergere il lato tristemente romantico della città.

La seconda mostra è dedicata a Sylvia Plachy (When will it be tomorrow), fotografa ungherese per me sconosciuta (e scopro grazie alla mostra che è la madre dell'attore Adrien Brody, ritratto infatti in numerose delle sue fotografie). Devo dire che sul piano strettamente fotografico questa è la mostra che mi affascina di più; lo stile della Plachy mi intriga con le sue fotografie dai formati originali (molto belle quelle in verticale, strette e alte) e dai soggetti vari, ma accomunati da una specie di ricerca di un secondo livello di lettura, una sorta di significato nascosto, che si nasconde nelle pieghe dei volti di animali ritratti in primissimo piano ovvero in scene che appartengono alla vita quotidiana ma che acquistano quasi un carattere metafisico. Molto belle.

Voto: 3,5/5

venerdì 9 giugno 2017

DNA. Il grande libro della vita da Mendel alla genomica. World Press Photo 2017. Palazzo delle esposizioni, 27 maggio 2017

Approfittando della trasferta romana di S., trascorriamo un sabato pomeriggio al Palazzo delle Esposizioni per vedere la mostra sul DNA e quella del World Press Photo 2017. In realtà, è in corso anche la mostra Gli eroi di Georg Baselitz, ma il tempo che abbiamo a disposizione non è sufficiente e in più questi grandi ritratti inquietanti non ci attirano molto.

Siamo invece molto attirate dalla mostra di divulgazione scientifica, anche perché l'ultima che avevamo visto al Palazzo delle Esposizioni, Homo sapiens. La grande storia della diversità umana, ci era piaciuta moltissimo.

La mostra dedicata al DNA si articola in una ricostruzione storica delle origini (le prime sale sono dedicate al vero e proprio padre degli studi sull'ereditarietà, Gregor Mendel) e delle principali tappe e scoperte che hanno caratterizzato la ricerca sul DNA (in particolare quelle di Rosalind Franklin e poi dei premi Nobel Watson e Crick), per poi approfondire i rudimenti scientifici (non sempre semplici neppure quelli) che stanno alla base della genetica, infine i progressi legati allo sviluppo di questi studi, dalla polizia scientifica alla cura delle malattie.

Si tratta inevitabilmente di una mostra in cui c'è moltissimo da leggere e in cui - come spesso accade in questi casi - non sempre è chiarissimo qual è la sequenza giusta di lettura; la lettura è alleggerita però da video semplici e meno semplici che spiegano, con esempi, alcuni concetti scientifici o li riportano alla vita quotidiana e alcune stanze con attività interattive che dovrebbero consentire di comprendere meglio alcuni temi. Molti anche i documenti storici, i macchinari originali, le riproduzioni che è possibile ammirare.

Si esce dalla mostra sentendosi da un lato un po' meno ignoranti - ma pur sempre ignoranti -, dall'altro estasiati dalla straordinaria complessità dei meccanismi che regolano la vita e nello stesso tempo dalle capacità scientifiche crescenti nell'intervenire in questi meccanismi. E ci si chiede di cosa potrà essere capace l'uomo nel futuro e come riuscirà a gestire queste enormi possibilità in maniere che non siano autodistruttive.

Una mostra interessante che merita una visita.

La seconda parte della nostra passeggiata al Palazzo delle Esposizioni è dedicata alla mostra delle fotografie che quest'anno hanno vinto o si sono classificate sul podio nelle diverse categorie previste (sport, reportage, natura, progetti ecc.) per il World Press Photo, il prestigioso premio destinato ai fotografi professionisti in ambito giornalistico.

Tra queste foto ce ne sono alcune che tutti abbiamo avuto modo di vedere durante l'ultimo anno, ad esempio le foto dell'assassino dell'ambasciatore russo in visita ad Ankara, la foto della donna che cammina di fronte alla polizia in assetto antisommossa durante le manifestazioni americane. Molte altre sono meno note o fanno riferimento a realtà, situazioni o episodi che hanno avuto minore visibilità o minore eco mediatica, ma non per questo sono meno interessanti.

Tra le più belle dal punto di vista estetico quelle delle sezioni Sport e Natura, tra le quali la mia preferita per quest'anno è la bellissima foto delle farfalle monarca su un letto di neve a pieno campo. Sarei rimasta ore a guardarla.

Se posso fare un piccolo appunto all'allestimento, le didascalie senza la cui lettura le foto di questa mostra (soprattutto quelle dei progetti di lunga durata, dei reportage e delle foto singole giornalistiche) non sono veramente intellegibili sono veramente piccolissime e non solo costringono tutti ad avvicinarsi troppo facendo scattare gli allarmi, ma creano assembramenti davanti alle foto che non ne consentono una visione rilassata. Per fortuna quando siamo andate noi c'era poca gente e dunque abbiamo potuto godere della visione senza problemi.

Voto: 3,5/5

giovedì 1 giugno 2017

Coming out

Siamo a Berlino nel 1989, non molto prima della caduta del muro. Philippe Klarmann (Matthias Freihof) è un giovane insegnante di liceo e, proprio nella scuola in cui lavora, incontra e si innamora di Tanja (Dagmar Manzel) con cui si sposa e va presto a vivere.

L'incontro con Achim, un amico di infanzia, riporta però a galla i dubbi mai risolti sulla sua identità sessuale, spingendo Philippe in un locale gay della Berlino underground. Qui Philippe si ubriaca di alcol e di un mondo che sente come attraente e minaccioso al contempo. L'incontro con Matthias (Dirk Kummer) metterà Philippe di fronte alla verità del suo essere e dei suoi bisogni, ma la paura e la mancanza di coraggio nell'ammettere questa verità di fronte al mondo lo porteranno non solo ad allontanarsi da Tanja ma anche a perdere l'amore di Matthias, ma forse alla fine a trovare se stesso.

Unico film a tematica omosessuale della DDR, vincitore dell'Orso d'argento a Berlino, profondamente moderno per approccio e contenuti, Coming out è un film coraggioso e dirompente, non a caso proiettato a Berlino subito dopo la caduta del muro.

Vederlo oggi, nell'ambito della rassegna "C'era una volta il muro" a Palazzo delle Esposizioni, a quasi trent'anni di distanza dalla sua uscita, non solo getta luce sulla realtà degli ambienti gay underground della Germania Est di quegli anni, ma offre una riflessione interessante ancora oggi nella misura in cui ci mostra come il cammino per liberarsi dai gioghi e per conquistare il diritto a essere se stessi inizia da lontano e certamente non è ancora terminato.

Voto: 3,5/5


mercoledì 5 aprile 2017

Porno e libertà

Il documentario di Carmine Amoroso, Porno e libertà (visto all'interno della rassegna Cinemente al Palazzo delle Esposizioni) si propone di ricostruire la nascita del porno in Italia attraverso le testimonianze di chi ne è stato protagonista, ad esempio Riccardo Schicchi, Lasse Braun e Ilona Staller per citare solo i più famosi.

La ricostruzione parte dalla contemporaneità, ossia da un Riccardo Schicchi che attraversa Roma in macchina di notte in una giornata di pioggia, per tornare indietro agli anni Settanta, quando la pornografia era un reato punito con l'arresto, e la scelta di portare la pornografia in Italia era una battaglia contro la censura, contro il perbenismo e l'ipocrisia, contro il moralismo di sinistra e quello cattolico, ed era finalizzata alla piena liberazione sessuale.

Da questo punto di vista non c'è dubbio che il documentario di Amoroso riesca a fare luce su una vicenda importante della storia italiana che nel tempo è stata prima ipocritamente condannata e rimossa, poi integrata pienamente nel sistema consumistico contemporaneo, fino a non fare più notizia.

Io che in quegli anni ero poco più di una bambina, ma per esempio ricordo bene Ilona Staller che viene eletta alla Camera, ho memoria di un atteggiamento di condanna sociale rispetto al degrado dei costumi e al declino della società, che oggi mi rendo conto essere stato solo il paravento perbenista e borghese che accettava e consumava pornografia nel privato, ma si ammantava di purezza e scandalo nel pubblico.

In questo senso bisogna dare merito ad Amoroso di aver messo nero su bianco questa verità, e di averlo fatto semplicemente inanellando una serie di vicende e di personaggi di questa storia. E di tali operazioni abbiamo certamente sempre bisogno per ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

Dall'altro lato, però, il documentario mi sembra carente (forse perché non era nei suoi scopi) nell'analisi della complessità di quegli anni, in quanto non pone l'accento sulle contraddizioni e sulla varietà delle posizioni che li caratterizzarono (viene accennato solo l'atteggiamento critico del movimento femminista). Tale analisi avrebbe certamente contribuito a definire meglio e più correttamente i contorni del fenomeno e anche a spiegarne alcuni degli esiti attuali. E questo è, secondo me, il secondo limite del film, ossia essersi occupato solo della fase ascendente e di rottura ideologica del porno, ma non della sua parabola, la stessa che in qualche modo ha caratterizzato molti altri fenomeni di quelli anni. Una parabola consistita nello svuotamento ideologico e nel totale allineamento ad una società in cui apparentemente non c'è più nulla per cui lottare, non ci scandalizziamo più di nulla e le ideologie sono morte, ma che invece è solo anestetizzata dal consumismo e dall'individualismo imperanti.

Voto: 3/5

martedì 11 ottobre 2016

The girl who saved my life

Secondo e ultimo appuntamento al Palazzo delle Esposizioni per la rassegna di documentari selezionati dalla rivista L'internazionale, dedicata a temi di attualità e ai diritti umani.

In questo caso il documentario è quello realizzato da Hogir Hirori, un curdo iracheno che vive in Svezia dove ha una moglie e un figlio. Mentre sua moglie sta aspettando il suo primo figlio, Hogir - che alla fine degli anni Novanta è scappato dal Kurdistan iracheno e ha fatto il viaggio della speranza di tanti profughi attraverso la Turchia, l'Albania, l'Italia, l'Austria e la Germania arrivando alfine fortunosamente in Svezia - decide di tornare nel suo paese per documentare la situazione a più di 15 anni di distanza e senza che la guerra e il dramma dei profughi di fatto siano mai finiti.

Durante questo suo primo viaggio Hogir incontra molti profughi curdi, soprattutto Yazidi abitanti delle montagne dello Sinjar, che le forze dell'IS hanno parzialmente sterminato, costretto alla conversione, oppure hanno spinto ad imbracciare le armi o alla fuga. Le distese infinite di campi profughi e le storie terribili di tante famiglie smembrate, disperse, con componenti uccisi o venduti o catturati dall'IS sono un pugno allo stomaco, uno schiaffo in faccia a noi occidentali tutte le volte che ci rifiutiamo di affrontare questi enormi drammi umanitari determinati da guerre di cui siamo parte in causa.

In particolare, durante il suo primo viaggio, Hogir incontra Souad, una ragazzina di 11 anni che sta distesa sotto una cisterna rossa, malata, abbandonata, incapace di mangiare. Per occuparsi di lei Hogir decide di rinunciare a salire sull'elicottero curdo che ogni giorno porta da mangiare a chi - circondato dalle forze dell'IS - è rimasto intrappolato e senza cibo sulle montagne dello Sinjar e porta via non più di 25 persone alla volta. Purtroppo l'elicottero su cui Hogir sarebbe dovuto salire si schianta sulle montagne e Hogir si rende conto che la piccola Souad gli ha salvato la vita.

Da questo momento in poi per Hogir diventa prioritario ritrovarla, e per questo ritorna in Kurdistan una seconda volta; durante questo secondo viaggio va alla ricerca di Souad, nonché di coloro che ha incontrato durante il primo viaggio e che gli hanno raccontato le loro storie, oltre a documentare l'evoluzione della situazione della regione dove da un lato i combattenti curdi sono riusciti a liberare alcune zone e dall'altro l'IS in ritirata ha lasciato solo macerie e distruzione. Riuscirà a ritrovare quasi tutti e a fare un piccolo regalo a ognuno: ad una donna fa incontrare i figli che non vede da 2 anni, ad un'altra donna con la figlia dà la possibilità di raggiungere la tomba del marito sulle montagne ecc. Ma non si dà pace finché non ritrova Souad e non riesce a portarla a Erbil per una diagnosi della sua malattia.

Hogir tornerà un'ultima volta in Kurdistan con la moglie e il figlio per incontrare ancora una volta Souad e la sua famiglia.

Il documentario di Hogir Hirori è un piccolo gioiello che tutti in Europa - e non solo - dovrebbero vedere, per capire l'enormità di quello che accade in questa parte del mondo non così lontana da noi, per comprendere il dramma senza fine dei popoli in guerra. Il regista riesce a raccontare questo mondo senza pigiare eccessivamente sul tasto della retorica e del melodramma, ma mantenendosi in equilibrio tra il bisogno di documentare con un approccio quasi giornalistico e la necessità altrettanto forte di raccontare le storie delle persone e di dare una dimensione umana a questa immane tragedia, di cui non sappiamo nulla o forse non vogliamo sapere nulla.

Voto: 4/5