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venerdì 4 luglio 2025

Da Caravaggio a Mario Giacomelli: le mostre a Palazzo Barberini e al Palazzo delle Esposizioni

Approfitto di un weekend in compagnia per recuperare alcune mostre in programmazione in questa primavera-estate romana, già caldissima all’inizio di giugno.

La prima – prenotata già diversi mesi fa – è quella dedicata a Caravaggio, in corso a Palazzo Barberini che attinge in prima battuta alle collezioni permanenti del museo e le arricchisce con prestiti provenienti da molte altre istituzioni museali italiane e straniere.

La mostra, curata da Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon, fa parte delle iniziative inserite nel programma giubilare. In un periodo – che ormai dura da diversi anni – in cui le mostre sono in tono sempre minore, con poche opere davvero rilevanti, a causa dei proibitivi costi di assicurazione per lo spostamento dei lavori di artisti così rilevanti, Caravaggio 2025 è un’eccezione, confermata anche dalla risposta del pubblico, che ha esaurito i biglietti disponibili fino alla sua conclusione molte settimane prima.

Effettivamente, una mostra davvero monografica come questa era un pezzo che non la si vedeva: a Palazzo Barberini nel percorso espositivo di quattro sale, corrispondenti ad altrettante sezioni della mostra, si ha la possibilità di seguire tutta la carriera artistica di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, in parallelo con le sue vicende di vita, a partire dalle opere degli inizi, tra cui il Narciso e i Bari, fino ad arrivare all’ultima realizzata poco prima della morte, il Martirio di sant’Orsola, prestato da Intesa Sanpaolo.

Nel mentre opere importanti come i ritratti di Maffeo Barberini, l’Ecce Homo, Santa Caterina, Marta e Maddalena, Giuditta e Oloferne, San Francesco in estasi, e molti altri lavori che permettono di osservare da vicino l’eccezionalità delle doti pittoriche di Caravaggio.

Io sono rimasta particolarmente colpita dalla Cattura di Cristo, l’unico quadro in mostra non fotografabile, che offre a chi guarda una composizione che ho trovato di una modernità davvero sconcertante.

Nonostante i tanti visitatori all’orario in cui ci sono andata io (ossia alle 19,40 di un venerdì sera – ma mi dicono che la situazione non cambia in altri orari e giornate), è possibile godersi il percorso e le opere, magari anche tornando indietro nelle sale lì dove se ne senta il bisogno.

Il pomeriggio successivo (sabato) è stato invece dedicato alle mostre in corso al Palazzo delle Esposizioni, luogo espositivo a mio parere molto sottoutilizzato, e dove infatti mancavo da tempo.

Noi abbiamo visitato le tre mostre fotografiche, dedicate rispettivamente ad Albert Watson, in particolare al suo lavoro dedicato alla città di Roma, dal titolo Roma Codex, a Mario Giacomelli (Il fotografo e l’artista) e ai premiati del World Press Photo.

La mostra delle grandi foto di Albert Watson è ospitata al piano terra del museo, nelle sale a sinistra: si tratta di grandi stampe di foto che raccontano lo sguardo del fotografo scozzese sulla città di Roma e le persone che la rappresentano, tra cui molti attori, registi, artisti, uomini politici ecc. Uno sguardo che può apparire a tratti convenzionale e folckloristico, ma che riesce anche a offrire punti di vista originali su una città che è tra le più fotografate al mondo.

Ma il vero obiettivo della nostra gita al Palazzo delle Esposizioni è la mostra dedicata a Mario Giacomelli, il fotografo di Senigallia che molti conoscono per la serie di fotografie dei pretini sulla neve dal titolo Io non ho mani che mi accarezzino il volto, che furono scattate nel cortile del seminario arcivescovile di Senigallia. Anche queste foto sono presenti in questa mostra e lo sono a fianco dei provini su cui Giacomelli aveva scritto i suoi appunti relativi agli interventi da fare in camera oscura, il che dice tantissimo del modo di lavorare del fotografo marchigiano, un modo che confina più con una ricerca artistica che con una vera rappresentazione del reale. Giacomelli cerca forme e grafismi, trasfigurando la realtà, a volte rendendola quasi irriconoscibile, e per questo una parte importante del suo lavoro – oltre allo scatto – è l’attività in camera oscura. Per questo la mostra, che consente di vedere oltre 300 stampe originali del fotografo, prova a raccontarne la poetica non solo attraverso le sue foto, ma anche attraverso la relazione con le opere di artisti contemporanei come Afro (Afro Basaldella), Roger Ballen, Alberto Burri, Enzo Cucchi, Jannis Kounellis. Viene così magnificamente fuori che le foto di Giacomelli vanno molto al di là di quanto rappresentano, e sono dei paesaggi interiori ed emotivi, costruiti a partire da luoghi, persone, ambienti come fossero tele appena abbozzate da cui il fotografo fa emergere l’essenza.

Non esattamente un tipo di fotografia di facile fruizione (non a caso la serie dei pretini è la parte più conosciuta della sua produzione, in quanto forse la più largamente fruibile), ma un viaggio spaesante, a tratti disturbante, nella mente di una persona dalla creatività decisamente strabordante e in parte naif.

La nostra visita al palazzo delle esposizioni si concluda con la visita alla sezione dedicata alle foto vincitrici del World Press Photo, il famosissimo contest di fotogiornalismo che ogni anno premia foto singole, storie e reportage di fotografi professionisti provenienti da ogni parte del mondo, e che di questo mondo raccontano attraverso le immagini realtà, persone e situazioni più o meno note.

Alcune delle foto in mostra hanno avuto già una larga esposizione mediatica, tra cui ad esempio la foto vincitrice della fotografa palestinese, Samar Abu Elouf, scattata per il New York Times, che ritrae un ragazzo rimasto mutilato negli attacchi su Gaza. Si tratta di foto che sono l’esatto contrario di quelle di Giacomelli: tanto quelle provavano a trasfigurare o ad allontanarsi dalla realtà, quanto queste affondano le radici nel mondo reale e nella vita delle persone.

Il Palazzo delle Esposizioni offre dunque al visitatore l’occasione di fare un viaggio attraverso tempi e modi diversi di fare fotografia, consentendogli dunque di apprezzare la complessità e le molteplici sfaccettature di quella che non a caso è ormai considerata a tutti gli effetti l’ottava arte.

venerdì 22 marzo 2019

L'aria del tempo / Massimo Sestini. WeGIL, 10 marzo 2019

Nell'ultimo giorno utile riesco finalmente a fare una scappata a vedere la mostra di Massimo Sestini L'aria del tempo, al palazzo WeGIL di Trastevere.

Si tratta di una mostra tutto sommato piccola e senza troppi fronzoli, come è abbastanza tipico delle mostre organizzate in questo spazio, ma dal sicuro impatto visivo ed emotivo.

Massimo Sestini è un fotoreporter italiano, classe 1963, che ha lavorato per numerose testate giornalistiche fin dagli anni Ottanta, accaparrandosi molti scoop (come la cattura di Licio Gelli e il bikini di Lady D).
La mostra L'aria del tempo (che è diventata anche un libro per la casa editrice Contrasto) dimostra che Sestini - oltre ai lavori su commissione e all'attività da fotoreporter - ha anche una sua specificità e coerenza fotografica, che conferisce ai suoi lavori un valore artistico al di là e al di sopra di quello cronachistico.

In questa raccolta di foto Sestini ci mostra il mondo dall'alto, raccontandolo attraverso una visione zenitale che trasforma scene di vita quotidiana, luoghi e vicende di cronaca in visioni astratte e pattern capaci di attirare l'attenzione e di condurre al significato profondo nascosto nella ripetizione del segno.

Così si va dalla spiaggia di Ostia il giorno di ferragosto all'ILVA di Taranto, dalla raccolta dei pomodori in Puglia alla gara di sci, dai funerali di Giovanni Paolo II alla Costa Concordia rovesciata in mare, dalla spiaggia punteggiata di ombrelloni chiusi tranne uno (una delle mie preferite!) al barcone dei migranti al largo di Lampedusa (la foto con cui ha vinto il 2° premio al World Press Photo 2015 nella sezione "Foto singole").

La visita della mostra è dunque una passeggiata attraverso la storia recente del nostro paese e i fatti che l'hanno caratterizzato - con tutte le amare riflessioni che essi portano con sé - ma anche l'occasione di una meraviglia visiva che cattura lo sguardo e rimane impressa sulla retina.

La mostra propone due soli pannelli esplicativi che presentano il lavoro di Sestini e la selezione di questa mostra, e semplici didascalie a corredo delle foto; ma va detto che probabilmente le foto di Sestini non hanno bisogno di molte spiegazioni, perché arrivano - con la sola forza dell'immagine - esattamente dove vogliono arrivare.

Oggi forse l'utilizzo dei droni rende la realizzazione di foto di questo genere più comune e in parte più scontata, ma forse meno affascinante, se si pensa che invece Sestini ha volato con tutti i mezzi possibili e spesso anche non autorizzato per realizzare queste immagini, dimostrando una passione e una creatività notevoli.

Una bella scoperta.

Voto: 3,5/5