La fertilità del male / Amara Lakhous; trad. dall'arabo di Francesco Leggio. Roma: Edizioni e/o, 2026.
Amara Lakhous è uno scrittore algerino molto noto in Italia perché ha vissuto molto a lungo nel nostro paese e ha scritto diversi romanzi in italiano, tra cui il più noto è Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.
Da un po' di anni Lakhous vive negli Stati Uniti dove insegna in università. È ora tornato al romanzo con La fertilità del male che però è stato scritto in arabo, perché - come lui stesso ha spiegato - non sarebbe stato possibile scrivere in italiano una storia cosi legata alla sua patria di origine.
La fertilità del male è concepito come un giallo, o meglio come un poliziesco, visto che tutto comincia con la scoperta dell'assassinio di Miloud Sabri, ex combattente del Fronte di Liberazione Nazionale dell'Algeria, e con l'avvio delle indagini da parte di Karim Soltani, comandante dell'unità antiterrorismo, chiamato perché l'omicidio ha tutte le caratteristiche della vendetta verso un traditore, secondo le modalità sperimentate in Algeria durante il decennio nero.
La narrazione procede alternando l'asse temporale del presente, quello nel quale si svolge l'indagine di Soltani e dei suoi collaboratori, e diversi momenti chiave del passato che un tassello alla volta aiutano a ricostruire le radici e le motivazioni dell'omicidio di Sabri, attraversando la storia dell'Algeria dagli anni della guerra di indipendenza algerina (1954-1962), fino ad arrivare alla fine degli anni Novanta, passando attraverso colpi di stato, proteste popolari, emergere degli islamisti e terrorismo.
La prosa di Lakhous è piana e in qualche modo leggera, e sembra di stare leggendo un classico giallo da spiaggia. In realtà, dietro questa indagine si dipana la storia di un paese che, dopo essersi liberato del giogo dei colonizzatori francesi, si è avviluppato in una dinamica interna ben poco democratica, istituzionalizzando il metodo della violenza e del terrorismo come strumento di cambiamento e trasformando parte degli eroi nazionali della guerra di indipendenza nei nuovi colonizzatori del paese.
Ancora una volta per me è l'occasione di conoscere meglio un paese di cui so oggettivamente molto poco e di cui leggiamo solo in relazione agli eventi che più sono collegati al nostro mondo, mentre finisce per sfuggirci completamente nelle dinamiche interne che sono venute dopo che gli europei, in questo caso i francesi, si sono ritirati.
E fa male leggere ancora una volta la storia di una lotta di popolo - fatta con tutti i mezzi, alcuni anche discutibili, ma chissà se evitabili - che è stata vittoriosa e ha ridato libertà a un paese, ma che poi si è involuta in forme antidemocratiche e repressive.
Cos'è che rende gli esseri umani incapaci di perseguire davvero degli ideali fino in fondo?
Voto: 3,5/5
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venerdì 11 settembre 2026
lunedì 7 settembre 2026
L’autobus incantato / Majid Bita
L’autobus incantato / Majid Bita. Bologna: Canicola, 2025.
Dopo averne letto in una lista di libri consigliati sul Post, ho comprato questo graphic novel incuriosita dalla vicenda raccontata. Nel frattempo – e aggiungo anche purtroppo – l’ambientazione iraniana è diventata particolarmente d’attualità, vista la guerra in corso ormai già da diversi mesi e con prospettive non certo rassicuranti.
L’albo di Majid Bita ci riporta alla fine degli anni Novanta, a un episodio di cronaca realmente avvenuto in Iran. Un gruppo di intellettuali iraniani, molti dei quali si erano fatti promotori e avevano firmato un manifesto per la libertà di espressione, viene invitato a un convegno in Armenia e decide di partire in autobus; partiranno in ventuno e il viaggio attraverso le montagne si trasformerà ben presto in un incubo, quando scopriranno che il loro autista è stato in realtà assoldato dai guardiani della rivoluzione per ucciderli tutti, facendo cadere l’autobus in un dirupo e facendo passare l’evento come un incidente.
Le cose andranno diversamente, ma l’evento sarà comunque uno spartiacque nella vita di queste 21 persone: diversi di loro moriranno in circostanze oscure negli anni a venire, qualcuno si suiciderà, molti scapperanno all’estero per sfuggire alle persecuzioni e alla paura di morire.
Il disegno sporco di Majid Bita e il prevalere dei neri e degli scuri che riempiono le pagine trasmettono un’atmosfera di sospetto e una sensazione di angoscia strisciante, anche quando la narrazione si muove su binari apparentemente tranquilli.
Bita, con grandissima maestria, riesce a raccontare il clima in cui si vive quotidianamente in Iran, un clima fatto di paura e di paranoia, dal momento che non si sa mai dietro chi o cosa si possano nascondere gli emissari del potere, cosicché spontaneità e immediatezza sono inevitabilmente compromesse se non perdute completamente, con effetti devastanti sulle persone, soprattutto lì dove si vanno ad innestare su fragilità individuali.
Personalmente ho trovato un po’ faticoso avere chiari i personaggi, un po’ per una caratterizzazione dei singoli che la mia scarsa capacità di osservazione mi rendeva poco evidente, un po’ per nomi per me non facilissimi da memorizzare. Nonostante questo, non sono riuscita a staccarmi dall’albo fino a quando nelle ultime pagine tutti i protagonisti di questa vicenda vengono presentati singolarmente, con un ritratto disegnato e una breve nota biografica, che mette in fila alcuni degli elementi narrativi emersi nelle pagine precedenti grazie ai flashforward con cui Bita interrompe la narrazione lineare.
Una lettura molto interessante per scoprire un episodio poco noto, e forse piccolo, della storia iraniana che aiuta però a comprendere meglio l’atmosfera di questo paese e le vicende di tanti intellettuali iraniani che conosciamo meglio.
Voto: 3,5/5
Dopo averne letto in una lista di libri consigliati sul Post, ho comprato questo graphic novel incuriosita dalla vicenda raccontata. Nel frattempo – e aggiungo anche purtroppo – l’ambientazione iraniana è diventata particolarmente d’attualità, vista la guerra in corso ormai già da diversi mesi e con prospettive non certo rassicuranti.
L’albo di Majid Bita ci riporta alla fine degli anni Novanta, a un episodio di cronaca realmente avvenuto in Iran. Un gruppo di intellettuali iraniani, molti dei quali si erano fatti promotori e avevano firmato un manifesto per la libertà di espressione, viene invitato a un convegno in Armenia e decide di partire in autobus; partiranno in ventuno e il viaggio attraverso le montagne si trasformerà ben presto in un incubo, quando scopriranno che il loro autista è stato in realtà assoldato dai guardiani della rivoluzione per ucciderli tutti, facendo cadere l’autobus in un dirupo e facendo passare l’evento come un incidente.
Le cose andranno diversamente, ma l’evento sarà comunque uno spartiacque nella vita di queste 21 persone: diversi di loro moriranno in circostanze oscure negli anni a venire, qualcuno si suiciderà, molti scapperanno all’estero per sfuggire alle persecuzioni e alla paura di morire.
Il disegno sporco di Majid Bita e il prevalere dei neri e degli scuri che riempiono le pagine trasmettono un’atmosfera di sospetto e una sensazione di angoscia strisciante, anche quando la narrazione si muove su binari apparentemente tranquilli.
Bita, con grandissima maestria, riesce a raccontare il clima in cui si vive quotidianamente in Iran, un clima fatto di paura e di paranoia, dal momento che non si sa mai dietro chi o cosa si possano nascondere gli emissari del potere, cosicché spontaneità e immediatezza sono inevitabilmente compromesse se non perdute completamente, con effetti devastanti sulle persone, soprattutto lì dove si vanno ad innestare su fragilità individuali.
Personalmente ho trovato un po’ faticoso avere chiari i personaggi, un po’ per una caratterizzazione dei singoli che la mia scarsa capacità di osservazione mi rendeva poco evidente, un po’ per nomi per me non facilissimi da memorizzare. Nonostante questo, non sono riuscita a staccarmi dall’albo fino a quando nelle ultime pagine tutti i protagonisti di questa vicenda vengono presentati singolarmente, con un ritratto disegnato e una breve nota biografica, che mette in fila alcuni degli elementi narrativi emersi nelle pagine precedenti grazie ai flashforward con cui Bita interrompe la narrazione lineare.
Una lettura molto interessante per scoprire un episodio poco noto, e forse piccolo, della storia iraniana che aiuta però a comprendere meglio l’atmosfera di questo paese e le vicende di tanti intellettuali iraniani che conosciamo meglio.
Voto: 3,5/5
giovedì 3 settembre 2026
I Nascosti / Valentina Tamborra
I Nascosti / Valentina Tamborra; con un testo di William T. Vollmann. Roma: minimum fax, 2023.
Sono da sempre affascinata e attirata dai paesi e dalle popolazioni del nord del mondo, e spesso mi sono accorta o mi è stato fatto notare che il mio approccio alla vita su molte cose è molto nordico e ben poco coerente con le mie origini meridionali.
Oltre dunque a considerare tali paesi tra le mete per me più desiderabili per le vacanze, mi piace leggere, ascoltare, vedere storie che provengono da questi paesi, sia che si tratti di storie vere sia che si tratti di fiction.
Nel caso de I Nascosti di Valentina Tamborra, il libro - che mi è stato regalato ma la cui autrice non mi era del tutto ignota in quanto era stata ospite di Eugenio Cau in una puntata del podcast Globo del Post - all'interesse per il luogo (il Finnmark, nel nord della Norvegia) e la popolazione indigena che la abita (i Sami) si somma la mia passione per la fotografia.
Quello della Tamborra è infatti prima di tutto un libro fotografico, che nasce in un arco di tempo di qualche anno durante i quali la fotografa è tornata più volte nella regione.
Ma le fotografie, tutte molto belle anche sul piano squisitamente fotografico, sono anche e soprattutto spunti per raccontare la storia di questo popolo nomade e delle angherie che ha dovuto subire nel tempo, la dignità e la determinazione con cui i Sami hanno perseguito l'obiettivo di mantenere la propria cultura e la propria identità, le minacce recenti al loro stile di vita che arrivano dal cambiamento climatico.
Dentro la storia di questo popolo ci sono poi tante storie singole, quelle di persone di cui Valentina Tamborra è riuscita a vincere la diffidenza e a conquistare la fiducia.
Attraverso questo libro e le sue bellissime immagini conosciamo molto dei Sami, non in maniera sistematica come potremmo fare attraverso un libro accademico, bensì in maniera evenemenziale, ma non meno ricca di senso e in fondo precisa nei contenuti.
Io ho imparato tanto, in aggiunta a quello che già conoscevo da altre fonti, ma I Nascosti mi ha regalato un approccio inedito e per me molto potente.
Voto: 4/5
Sono da sempre affascinata e attirata dai paesi e dalle popolazioni del nord del mondo, e spesso mi sono accorta o mi è stato fatto notare che il mio approccio alla vita su molte cose è molto nordico e ben poco coerente con le mie origini meridionali.
Oltre dunque a considerare tali paesi tra le mete per me più desiderabili per le vacanze, mi piace leggere, ascoltare, vedere storie che provengono da questi paesi, sia che si tratti di storie vere sia che si tratti di fiction.
Nel caso de I Nascosti di Valentina Tamborra, il libro - che mi è stato regalato ma la cui autrice non mi era del tutto ignota in quanto era stata ospite di Eugenio Cau in una puntata del podcast Globo del Post - all'interesse per il luogo (il Finnmark, nel nord della Norvegia) e la popolazione indigena che la abita (i Sami) si somma la mia passione per la fotografia.
Quello della Tamborra è infatti prima di tutto un libro fotografico, che nasce in un arco di tempo di qualche anno durante i quali la fotografa è tornata più volte nella regione.
Ma le fotografie, tutte molto belle anche sul piano squisitamente fotografico, sono anche e soprattutto spunti per raccontare la storia di questo popolo nomade e delle angherie che ha dovuto subire nel tempo, la dignità e la determinazione con cui i Sami hanno perseguito l'obiettivo di mantenere la propria cultura e la propria identità, le minacce recenti al loro stile di vita che arrivano dal cambiamento climatico.
Dentro la storia di questo popolo ci sono poi tante storie singole, quelle di persone di cui Valentina Tamborra è riuscita a vincere la diffidenza e a conquistare la fiducia.
Attraverso questo libro e le sue bellissime immagini conosciamo molto dei Sami, non in maniera sistematica come potremmo fare attraverso un libro accademico, bensì in maniera evenemenziale, ma non meno ricca di senso e in fondo precisa nei contenuti.
Io ho imparato tanto, in aggiunta a quello che già conoscevo da altre fonti, ma I Nascosti mi ha regalato un approccio inedito e per me molto potente.
Voto: 4/5
martedì 1 settembre 2026
Dignità / Lea Ypi
Dignità / Lea Ypi; trad. di Elena Cantoni. Milano: Feltrinelli, 2026.
Avevo amato visceralmente il precedente romanzo di Lea Ypi, Libera, che mi aveva permesso di conoscere, dal punto di vista di una bambina cresciuta nell'Albania di Enver Hoxha, la storia recente ma in parte sconosciuta di un paese a noi così vicino.
Attendevo dunque con ansia la seconda prova letteraria della scrittrice e ricercatrice albanese trapiantata a Londra. Questo secondo lavoro è arrivato nel 2026 e in un certo senso riprende alcuni fili narrativi già presenti in Libera per risalire indietro nel tempo e raccontare la storia di sua nonna, Leman, e della sua famiglia d'origine.
Questo nuovo romanzo, Dignità, ha una struttura narrativa diversa dal precedente, in quanto si muove su due assi temporali: quello del presente nel quale la stessa Ypi, dopo aver visto online una foto dei suoi nonni in luna di miele a Cortina, si chiede quante cose non sappia di Leman, pur essendo stata una delle persone più importanti della sua vita, e decide di fare ricerca negli archivi per riempire questi vuoti. L'altro asse narrativo è quello del romanzo vero e proprio che racconta la storia di Leman sia attraverso le fonti primarie sia attraverso i ricordi individuali dell'autrice e di altre persone che l'avevano conosciuta.
Nel primo livello narrativo facciamo i conti con le difficoltà e i dubbi della ricerca storica, e anche in un certo senso con le riflessioni filosofiche sul senso e i limiti della ricostruzione della storia, soprattutto quella individuale.
Il racconto invece disegna il quadro di una storia familiare partendo dai nonni di Leman, che appartenevano all'alta borghesia dell'impero ottomano, procedendo attraverso le conseguenze della disgregazione dell'impero, l'indipendenza degli stati nazionali, gli spostamenti o le assegnazioni di popolazioni tra questi stati, per arrivare al periodo in cui la famiglia aveva vissuto a Salonicco, ricreando anche in questa città una condizione di vita sostanzialmente agiata. Poi la morte di Selma (la sorella di Leman), quindi la scelta di una giovane Leman di andare a vivere in Albania, sfruttando le origini familiari. E da qui l'inevitabile coinvolgimento nelle vicende dell'Albania negli anni prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. In questi anni l'incontro con il futuro marito Asslan Ypi, figlio di un ex primo ministro e ministro dell'Albania durante il regno di Zog e poi dopo l'invasione italiana.
Ne viene fuori un affresco complesso e articolato, in cui alcune domande restano aperte, e nemmeno nel colpo di scena finale troveranno davvero risposta.
Perché la ricerca storica è un po' così, e quando si va indietro nel tempo le vite individuali si fanno sfocate, i confini non sempre sono distinguibili, e la documentazione ufficiale è sua volta il frutto di selezioni ed errori, e non sempre aiuta a riempire i vuoti della memoria.
Molto bello, anche se resto affezionata di più al primo romanzo.
Voto: 3,5/5
Avevo amato visceralmente il precedente romanzo di Lea Ypi, Libera, che mi aveva permesso di conoscere, dal punto di vista di una bambina cresciuta nell'Albania di Enver Hoxha, la storia recente ma in parte sconosciuta di un paese a noi così vicino.
Attendevo dunque con ansia la seconda prova letteraria della scrittrice e ricercatrice albanese trapiantata a Londra. Questo secondo lavoro è arrivato nel 2026 e in un certo senso riprende alcuni fili narrativi già presenti in Libera per risalire indietro nel tempo e raccontare la storia di sua nonna, Leman, e della sua famiglia d'origine.
Questo nuovo romanzo, Dignità, ha una struttura narrativa diversa dal precedente, in quanto si muove su due assi temporali: quello del presente nel quale la stessa Ypi, dopo aver visto online una foto dei suoi nonni in luna di miele a Cortina, si chiede quante cose non sappia di Leman, pur essendo stata una delle persone più importanti della sua vita, e decide di fare ricerca negli archivi per riempire questi vuoti. L'altro asse narrativo è quello del romanzo vero e proprio che racconta la storia di Leman sia attraverso le fonti primarie sia attraverso i ricordi individuali dell'autrice e di altre persone che l'avevano conosciuta.
Nel primo livello narrativo facciamo i conti con le difficoltà e i dubbi della ricerca storica, e anche in un certo senso con le riflessioni filosofiche sul senso e i limiti della ricostruzione della storia, soprattutto quella individuale.
Il racconto invece disegna il quadro di una storia familiare partendo dai nonni di Leman, che appartenevano all'alta borghesia dell'impero ottomano, procedendo attraverso le conseguenze della disgregazione dell'impero, l'indipendenza degli stati nazionali, gli spostamenti o le assegnazioni di popolazioni tra questi stati, per arrivare al periodo in cui la famiglia aveva vissuto a Salonicco, ricreando anche in questa città una condizione di vita sostanzialmente agiata. Poi la morte di Selma (la sorella di Leman), quindi la scelta di una giovane Leman di andare a vivere in Albania, sfruttando le origini familiari. E da qui l'inevitabile coinvolgimento nelle vicende dell'Albania negli anni prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. In questi anni l'incontro con il futuro marito Asslan Ypi, figlio di un ex primo ministro e ministro dell'Albania durante il regno di Zog e poi dopo l'invasione italiana.
Ne viene fuori un affresco complesso e articolato, in cui alcune domande restano aperte, e nemmeno nel colpo di scena finale troveranno davvero risposta.
Perché la ricerca storica è un po' così, e quando si va indietro nel tempo le vite individuali si fanno sfocate, i confini non sempre sono distinguibili, e la documentazione ufficiale è sua volta il frutto di selezioni ed errori, e non sempre aiuta a riempire i vuoti della memoria.
Molto bello, anche se resto affezionata di più al primo romanzo.
Voto: 3,5/5
giovedì 23 luglio 2026
Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea / Daniel Mendelsohn
Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea / Daniel Mendelsohn; trad. di Norman Gobetti. Torino: Einaudi, 2018.
Il libro di Mendelsohn è uno di quelli che non so bene come sono entrati nella mia lista di letture e che affronto – come sempre faccio con i libri – a testa bassa, ma che poi si rivelano molto più faticosi di quanto pensassi, magari perché è un periodo in cui leggo poco o perché i libri che leggo non riescono a conquistarmi totalmente.
Così è successo che la mia lettura di Un’Odissea è diventata un’odissea a sua volta; il libro è venuto con me in diversi viaggi, mi ha guardato mille volte dal comodino, e diverse volte ho pensato di abbandonare l’impresa. Ma alla fine Itaca è arrivata e sono stata molto contenta di aver completato la lettura di questo “non romanzo”, ma nemmeno saggio, una specie di racconto autobiografico, mescolato alla rilettura e interpretazione dell’Odissea. E in un momento in cui tutti parlano di Odissea in conseguenza dell’uscita del film di Nolan, non mi dispiace parlare per il momento di quest’altra odissea.
In questo libro Mendelsohn racconta il rapporto tra lui e suo padre, Jay, soffermandosi su due momenti che lo hanno caratterizzato negli ultimi anni di vita di quest’ultimo: ossia la partecipazione di Jay al seminario sull’Odissea tenuto da Daniel nell’università dove insegna, e la crociera sulle tracce dell’Odissea che hanno fatto insieme l’estate successiva.
La storia di questo rapporto e il tentativo di Daniel di gettare luce su aspetti della vita del padre che non conosce si intrecciano con la lettura dell’Odissea e l’interpretazione del personaggio di Odisseo, in particolare attraverso la relazione con suo figlio Telemaco.
Devo dire che dell’Odissea ricordavo l’essenza della storia, e grazie alla visione qualche tempo fa del film Il ritorno di Uberto Pasolini avevo una idea più chiara e dettagliata della parte del libro in cui si parla dell’arrivo di Odisseo a Itaca e delle vicende che porteranno al massacro dei Proci e al ricongiungimento con moglie, figlio e padre.
È stato dunque per me interessante ripercorrere l’intero poema omerico attraverso i capitoli del libro di Mendelsohn, e insieme allo scrittore andare alla scoperta non solo del senso profondo dell’Odissea, ma anche della identità più vera del padre Jay.
Sicuramente sono stata maggiormente catturata dall’ultima parte del libro, quella nella quale il rapporto tra Daniel e Jay viene più allo scoperto, e dunque entrambi i protagonisti si espongono maggiormente nei loro sentimenti e nella loro umanità. Alcune pagine e passaggi li ho trovati davvero illuminanti e memorabili – per esempio lì dove si parla del mestiere di insegnante e dell’incertezza che porta con sé rispetto all’impatto che può avere –, altre pagine invece le ho trovate più faticose e meno significative, in alcuni casi un po’ ridondanti.
Nel complesso una lettura di cui sicuramente mi porterò dietro qualcosa, ma - proprio come accade con gli insegnanti – non so ancora bene cosa. Solo il tempo potrà dirlo.
Voto: 3,5/5
Il libro di Mendelsohn è uno di quelli che non so bene come sono entrati nella mia lista di letture e che affronto – come sempre faccio con i libri – a testa bassa, ma che poi si rivelano molto più faticosi di quanto pensassi, magari perché è un periodo in cui leggo poco o perché i libri che leggo non riescono a conquistarmi totalmente.
Così è successo che la mia lettura di Un’Odissea è diventata un’odissea a sua volta; il libro è venuto con me in diversi viaggi, mi ha guardato mille volte dal comodino, e diverse volte ho pensato di abbandonare l’impresa. Ma alla fine Itaca è arrivata e sono stata molto contenta di aver completato la lettura di questo “non romanzo”, ma nemmeno saggio, una specie di racconto autobiografico, mescolato alla rilettura e interpretazione dell’Odissea. E in un momento in cui tutti parlano di Odissea in conseguenza dell’uscita del film di Nolan, non mi dispiace parlare per il momento di quest’altra odissea.
In questo libro Mendelsohn racconta il rapporto tra lui e suo padre, Jay, soffermandosi su due momenti che lo hanno caratterizzato negli ultimi anni di vita di quest’ultimo: ossia la partecipazione di Jay al seminario sull’Odissea tenuto da Daniel nell’università dove insegna, e la crociera sulle tracce dell’Odissea che hanno fatto insieme l’estate successiva.
La storia di questo rapporto e il tentativo di Daniel di gettare luce su aspetti della vita del padre che non conosce si intrecciano con la lettura dell’Odissea e l’interpretazione del personaggio di Odisseo, in particolare attraverso la relazione con suo figlio Telemaco.
Devo dire che dell’Odissea ricordavo l’essenza della storia, e grazie alla visione qualche tempo fa del film Il ritorno di Uberto Pasolini avevo una idea più chiara e dettagliata della parte del libro in cui si parla dell’arrivo di Odisseo a Itaca e delle vicende che porteranno al massacro dei Proci e al ricongiungimento con moglie, figlio e padre.
È stato dunque per me interessante ripercorrere l’intero poema omerico attraverso i capitoli del libro di Mendelsohn, e insieme allo scrittore andare alla scoperta non solo del senso profondo dell’Odissea, ma anche della identità più vera del padre Jay.
Sicuramente sono stata maggiormente catturata dall’ultima parte del libro, quella nella quale il rapporto tra Daniel e Jay viene più allo scoperto, e dunque entrambi i protagonisti si espongono maggiormente nei loro sentimenti e nella loro umanità. Alcune pagine e passaggi li ho trovati davvero illuminanti e memorabili – per esempio lì dove si parla del mestiere di insegnante e dell’incertezza che porta con sé rispetto all’impatto che può avere –, altre pagine invece le ho trovate più faticose e meno significative, in alcuni casi un po’ ridondanti.
Nel complesso una lettura di cui sicuramente mi porterò dietro qualcosa, ma - proprio come accade con gli insegnanti – non so ancora bene cosa. Solo il tempo potrà dirlo.
Voto: 3,5/5
sabato 18 luglio 2026
Estranea / Yael Van Der Wouden
Estranea / Yael Van Der Wouden; trad. di Roberta Scarabelli. Milano: Garzanti, 2025.
Mi sono buttata a capofitto nella lettura di questo romanzo dopo averlo visto nella lista dei libri candidati al Premio Strega europeo e averlo comprato al volo in una libreria.
Siamo nel 1961 nei Paesi Bassi quando le ferite della seconda guerra mondiale non si sono ancora rimarginate in questa parte dell'Europa.
La storia è quella di Isabel, una donna che vive da sola in una grande casa di famiglia nella campagna neederlandese. Isabel è legata in maniera quasi viscerale a questa casa e agli oggetti che contiene e che cura in modo maniacale.
Isabel ha due fratelli, Hendrik, che ha un compagno, e Louis, che periodicamente si presenta con una nuova fidanzata.
Questa volta è il turno di Eva, con capelli tinti di giallo e un rossetto troppo appariscente, che Isabel sembra mal tollerare fin dalla prima volta e che osteggia sempre di più quando Louis la lascia in casa con lei durante un viaggio di lavoro.
Per Isabel, che non si è mai concessa di desiderare alcunché se non la casa nella quale abita, sarà l'occasione per ribaltare tutte le sue opinioni su sé stessa, sulla propria famiglia e sulla storia della casa stessa.
Ultimamente mi capita spesso di incrociare il cammino con storie che sono incentrate su una casa, la sua storia e il rapporto con le persone che nel tempo ci hanno abitato. Non so se è un caso o si tratta di un momento storico che è particolarmente attento a questo tema, ma la cosa di certo non mi dispiace.
Il libro della Van Der Wouden è decisamente appassionante e trascina il lettore nelle sue pagine in maniera quasi impetuosa, nonché misteriosa. Proprio per questa doppia caratteristica il romanzo mi ha ricordato lo stile della migliore Sarah Waters, quella di Ladra e di Carezze di velluto (devo dire che c'è persino qualche elemento di somiglianza con la storia de Gli ospiti paganti), ma è indubbio che l'intento della scrittrice in questo caso punta ancora più in alto.
Il romanzo mi è piaciuto molto, e certamente seguirò il percorso di questa scrittrice. Se posso muovere un appunto, credo sia a una struttura narrativa che si percepisce molto scritta a tavolino, del tipo di quelle che a me fanno tanto scuola di scrittura creativa (e solo a posteriori in realtà ho scoperto che l'autrice insegna scrittura creativa, quindi forse ci ho preso). Alcune svolte nella narrazioni le ho trovate fin troppo telefonate o a volte invece troppo improvvise.
Tutto ciò detto la storia è forte e la scrittura pure. Quindi lunga vita a Yael Van Der Wouden.
Voto: 3,5/5
Mi sono buttata a capofitto nella lettura di questo romanzo dopo averlo visto nella lista dei libri candidati al Premio Strega europeo e averlo comprato al volo in una libreria.
Siamo nel 1961 nei Paesi Bassi quando le ferite della seconda guerra mondiale non si sono ancora rimarginate in questa parte dell'Europa.
La storia è quella di Isabel, una donna che vive da sola in una grande casa di famiglia nella campagna neederlandese. Isabel è legata in maniera quasi viscerale a questa casa e agli oggetti che contiene e che cura in modo maniacale.
Isabel ha due fratelli, Hendrik, che ha un compagno, e Louis, che periodicamente si presenta con una nuova fidanzata.
Questa volta è il turno di Eva, con capelli tinti di giallo e un rossetto troppo appariscente, che Isabel sembra mal tollerare fin dalla prima volta e che osteggia sempre di più quando Louis la lascia in casa con lei durante un viaggio di lavoro.
Per Isabel, che non si è mai concessa di desiderare alcunché se non la casa nella quale abita, sarà l'occasione per ribaltare tutte le sue opinioni su sé stessa, sulla propria famiglia e sulla storia della casa stessa.
Ultimamente mi capita spesso di incrociare il cammino con storie che sono incentrate su una casa, la sua storia e il rapporto con le persone che nel tempo ci hanno abitato. Non so se è un caso o si tratta di un momento storico che è particolarmente attento a questo tema, ma la cosa di certo non mi dispiace.
Il libro della Van Der Wouden è decisamente appassionante e trascina il lettore nelle sue pagine in maniera quasi impetuosa, nonché misteriosa. Proprio per questa doppia caratteristica il romanzo mi ha ricordato lo stile della migliore Sarah Waters, quella di Ladra e di Carezze di velluto (devo dire che c'è persino qualche elemento di somiglianza con la storia de Gli ospiti paganti), ma è indubbio che l'intento della scrittrice in questo caso punta ancora più in alto.
Il romanzo mi è piaciuto molto, e certamente seguirò il percorso di questa scrittrice. Se posso muovere un appunto, credo sia a una struttura narrativa che si percepisce molto scritta a tavolino, del tipo di quelle che a me fanno tanto scuola di scrittura creativa (e solo a posteriori in realtà ho scoperto che l'autrice insegna scrittura creativa, quindi forse ci ho preso). Alcune svolte nella narrazioni le ho trovate fin troppo telefonate o a volte invece troppo improvvise.
Tutto ciò detto la storia è forte e la scrittura pure. Quindi lunga vita a Yael Van Der Wouden.
Voto: 3,5/5
giovedì 16 luglio 2026
L'italiano / Shukri al-Mabkhout
L'italiano / Shukri al-Mabkhout; trad. dall'arabo di Barbara Teresi. Roma: Edizioni e/o, 2017.
Nella mia esplorazione della letteratura proveniente da paesi al di fuori del mondo occidentale, arrivo non so bene come a questo romanzo di Shukri al-Mabkhout, L’italiano, che nel 2015 ha vinto l’International prize for arabic fiction.
L’autore, che è un noto accademico tunisino, racconta la storia di Abdel Nasser, detto l’Italiano per la sua bellezza, e attraverso di lui getta luce su un periodo della storia della Tunisia, quello della transizione dal regime di Habib Bourghiba a quello di Ben Ali, suo ministro dell’interno, autore di un colpo di stato senza conflitto nel 1987.
La Tunisia di quegli anni è incarnata dal protagonista, Abdel Nasser, giovane di buona famiglia, leader dei movimenti studenteschi di sinistra che finisce per fare il giornalista in un giornale filogovernativo, e da Zeina, giovane donna proveniente dalla provincia rurale che aspira alla carriera accademica, ma vedrà i suoi sogni infrangersi contro un ambiente profondamente maschilista.
Il romanzo inizia dalla fine: al funerale del padre, l’Italiano - che ha divorziato da Zeina e che vive ormai una vita da bohémien – aggredisce l’imam che sta officiando il rito e non si capisce perché. Da qui inizia un lungo flashback che ricostruisce la sua storia: le sue attività di leader del movimento studentesco, l’incontro con Zeina, la difficile storia con lei, il lavoro al giornale, i tradimenti, la separazione, fino ad arrivare alla rivelazione che Abdel fa al suo amico, che è anche il narratore della storia, in cui rivela il perché dell’ostilità nei confronti dell’imam.
Nel frattempo il clima in Tunisia è cambiato profondamente e le speranze della gioventù tunisina di un futuro democratico deflagrano contro il colpo di stato soft di Ben Ali, che apre la strada a una presenza islamica più importante all’interno della società e soprattutto della politica del paese.
Ben Ali è stato poi presidente della Repubblica tunisina fino al 2010, quando la rivoluzione dei gelsomini e il più ampio movimento delle primavere arabe ha determinato la caduta del suo regime, e attraverso un processo complesso e faticoso ha portato alle prime elezioni realmente democratiche del paese, sebbene molte delle speranze siano state disilluse.
In un certo senso, al-Mabkhout – di fronte alla storia più recente del suo paese – decide di guardare indietro nel tempo alla gioventù che nella Tunisia post-coloniale, che sembrava muoversi verso un futuro socialista, videro infrangersi tutti i loro sogni nella palude di un regime non brutale, ma certamente controllante.
Una lettura che per me non è stata appassionante – come mi è accaduto con altri libri letti di recente – ma che ha suscitato in me molte curiosità, come sempre determinate dalla scarsa conoscenza che personalmente ho della storia di questi paesi, che pure ci sono così vicini.
Diciamo che il tipo di scrittura non mi è risultata del tutto congeniale, e il mio interesse è stato altalenante, ma non ho mai avuto il desiderio di abbandonare la lettura. E alla conclusione mi è rimasto il desiderio di saperne di più di Abdel e Zeina e di conoscere gli sviluppi della loro storia, cosa che potrebbe non essere impossibile visto che l’autore ha dichiarato di voler scrivere un seguito della storia.
Certo, ormai sono passati dieci anni, e quindi forse il progetto è stato abbandonato, ma chissà!
Voto: 3/5
Nella mia esplorazione della letteratura proveniente da paesi al di fuori del mondo occidentale, arrivo non so bene come a questo romanzo di Shukri al-Mabkhout, L’italiano, che nel 2015 ha vinto l’International prize for arabic fiction.
L’autore, che è un noto accademico tunisino, racconta la storia di Abdel Nasser, detto l’Italiano per la sua bellezza, e attraverso di lui getta luce su un periodo della storia della Tunisia, quello della transizione dal regime di Habib Bourghiba a quello di Ben Ali, suo ministro dell’interno, autore di un colpo di stato senza conflitto nel 1987.
La Tunisia di quegli anni è incarnata dal protagonista, Abdel Nasser, giovane di buona famiglia, leader dei movimenti studenteschi di sinistra che finisce per fare il giornalista in un giornale filogovernativo, e da Zeina, giovane donna proveniente dalla provincia rurale che aspira alla carriera accademica, ma vedrà i suoi sogni infrangersi contro un ambiente profondamente maschilista.
Il romanzo inizia dalla fine: al funerale del padre, l’Italiano - che ha divorziato da Zeina e che vive ormai una vita da bohémien – aggredisce l’imam che sta officiando il rito e non si capisce perché. Da qui inizia un lungo flashback che ricostruisce la sua storia: le sue attività di leader del movimento studentesco, l’incontro con Zeina, la difficile storia con lei, il lavoro al giornale, i tradimenti, la separazione, fino ad arrivare alla rivelazione che Abdel fa al suo amico, che è anche il narratore della storia, in cui rivela il perché dell’ostilità nei confronti dell’imam.
Nel frattempo il clima in Tunisia è cambiato profondamente e le speranze della gioventù tunisina di un futuro democratico deflagrano contro il colpo di stato soft di Ben Ali, che apre la strada a una presenza islamica più importante all’interno della società e soprattutto della politica del paese.
Ben Ali è stato poi presidente della Repubblica tunisina fino al 2010, quando la rivoluzione dei gelsomini e il più ampio movimento delle primavere arabe ha determinato la caduta del suo regime, e attraverso un processo complesso e faticoso ha portato alle prime elezioni realmente democratiche del paese, sebbene molte delle speranze siano state disilluse.
In un certo senso, al-Mabkhout – di fronte alla storia più recente del suo paese – decide di guardare indietro nel tempo alla gioventù che nella Tunisia post-coloniale, che sembrava muoversi verso un futuro socialista, videro infrangersi tutti i loro sogni nella palude di un regime non brutale, ma certamente controllante.
Una lettura che per me non è stata appassionante – come mi è accaduto con altri libri letti di recente – ma che ha suscitato in me molte curiosità, come sempre determinate dalla scarsa conoscenza che personalmente ho della storia di questi paesi, che pure ci sono così vicini.
Diciamo che il tipo di scrittura non mi è risultata del tutto congeniale, e il mio interesse è stato altalenante, ma non ho mai avuto il desiderio di abbandonare la lettura. E alla conclusione mi è rimasto il desiderio di saperne di più di Abdel e Zeina e di conoscere gli sviluppi della loro storia, cosa che potrebbe non essere impossibile visto che l’autore ha dichiarato di voler scrivere un seguito della storia.
Certo, ormai sono passati dieci anni, e quindi forse il progetto è stato abbandonato, ma chissà!
Voto: 3/5
domenica 12 luglio 2026
La casa della moschea / Kader Abdolah
La casa della moschea / Kader Abdolah; trad. e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo. Milano: Iperborea, 2008.
Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.
Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.
La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.
Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.
Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.
Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.
E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.
E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.
È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.
Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.
Voto: 4/5
Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.
Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.
La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.
Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.
Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.
Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.
E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.
E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.
È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.
Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.
Voto: 4/5
lunedì 6 luglio 2026
Senza verso. Un'estate a Roma / Emanuele Trevi
Senza verso. Un'estate a Roma / Emanuele Trevi. Bari-Roma: Laterza, 2004.
Amo molto la scrittura di Emanuele Trevi e i suoi libri che raccontano storie vere con il mistero e la complessità di un romanzo. Mi era piaciuto moltissimo Due vite, storia di un’amicizia e di due personalità interessanti, Pia Pera e Rocco Carbone, e ho apprezzato anche La casa del mago, dedicato a suo padre e alla casa in cui ha vissuto e in cui si è successivamente trasferito lo stesso Emanuele.
Così decido di mettere in lettura anche questo altro libro, Senza verso. Un’estate a Roma, che avevo comprato un po’ a scatola chiusa qualche tempo fa, senza sapere esattamente di cosa parlasse.
Anche in questo caso si tratta di un racconto che arriva direttamente dalla vita vissuta e racconta di una caldissima estate romana, quella del 2003, in cui Emanuele aveva vissuto per un periodo a casa di un amico, nel quartiere Esquilino. Le passeggiate nel caldo della città, attraversando sempre le stesse strade e gli stessi luoghi, che vengono rappresentati in una piccola mappa iniziale disegnata a mano, sono l’occasione di riflessioni su sé stesso, sulla città, nonché di memorie passate, soprattutto legate all’amico Pietro Tripodo, un poeta, morto pochi anni prima, nel 1999, e che abitava in quella stessa zona. Si spiega così anche il titolo del libro, che ha un duplice significato, in quanto richiama le poesie di Tripodo, ma anche il vagabondare dello scrittore.
Personalmente non conosco Tripodo e le sue poesie – devo anche dire che non sono particolarmente interessata alla poesia – ma nel libro di Trevi ho trovato la già nota capacità dell’autore di trascinare il lettore con sé nelle strade e nei pensieri, finendo per incuriosirlo anche rispetto a cose che non conosce.
In questo caso la conquista non è stata piena, come nel caso degli altri due libri che ho citato in apertura, però sicuramente mi sono persa insieme a Trevi tra le strade dell’Esquilino, nei luoghi da lui visitati, nelle sue storie, e nella vita di questi personaggi reali e però anche mitici che lui racconta.
Una lettura da calda estate romana.
Voto: 3/5
Amo molto la scrittura di Emanuele Trevi e i suoi libri che raccontano storie vere con il mistero e la complessità di un romanzo. Mi era piaciuto moltissimo Due vite, storia di un’amicizia e di due personalità interessanti, Pia Pera e Rocco Carbone, e ho apprezzato anche La casa del mago, dedicato a suo padre e alla casa in cui ha vissuto e in cui si è successivamente trasferito lo stesso Emanuele.
Così decido di mettere in lettura anche questo altro libro, Senza verso. Un’estate a Roma, che avevo comprato un po’ a scatola chiusa qualche tempo fa, senza sapere esattamente di cosa parlasse.
Anche in questo caso si tratta di un racconto che arriva direttamente dalla vita vissuta e racconta di una caldissima estate romana, quella del 2003, in cui Emanuele aveva vissuto per un periodo a casa di un amico, nel quartiere Esquilino. Le passeggiate nel caldo della città, attraversando sempre le stesse strade e gli stessi luoghi, che vengono rappresentati in una piccola mappa iniziale disegnata a mano, sono l’occasione di riflessioni su sé stesso, sulla città, nonché di memorie passate, soprattutto legate all’amico Pietro Tripodo, un poeta, morto pochi anni prima, nel 1999, e che abitava in quella stessa zona. Si spiega così anche il titolo del libro, che ha un duplice significato, in quanto richiama le poesie di Tripodo, ma anche il vagabondare dello scrittore.
Personalmente non conosco Tripodo e le sue poesie – devo anche dire che non sono particolarmente interessata alla poesia – ma nel libro di Trevi ho trovato la già nota capacità dell’autore di trascinare il lettore con sé nelle strade e nei pensieri, finendo per incuriosirlo anche rispetto a cose che non conosce.
In questo caso la conquista non è stata piena, come nel caso degli altri due libri che ho citato in apertura, però sicuramente mi sono persa insieme a Trevi tra le strade dell’Esquilino, nei luoghi da lui visitati, nelle sue storie, e nella vita di questi personaggi reali e però anche mitici che lui racconta.
Una lettura da calda estate romana.
Voto: 3/5
mercoledì 17 giugno 2026
Norwegian wood. Tokyo blues / Murakami Haruki
Norwegian wood. Tokyo blues / Murakami Haruki; con una nota dell'autore; introduzione e trad. di Giorgio Amitrano. Torino: Einaudi, 2013.
Non sono una fan di Murakami e i libri che ho letto fino a questo momento - invero non tantissimi - mi sono piaciuti senza però mai entusiasmarmi veramente.
Continuo però a cercare nei suoi romanzi quella "magia" che altre persone ci vedono e che ha conquistato tanti lettori nel mondo.
Ed eccomi qua a leggere uno dei suoi classici, noto inizialmente come Tokyo blues e in questa edizione riportato al titolo originale che lo stesso Murakami aveva immaginato, Norwegian wood, dal titolo della canzone dei Beatles tanto presente nel racconto.
Come leggo nell'introduzione e poi riconosco anche nella lettura, Norwegian wood è un romanzo anomalo rispetto alla produzione di Murakami, una storia che non sconfina mai nel magico.
Norwegian wood è una specie di lungo flashback, la rievocazione da parte di Watanabe ormai adulto del periodo in cui aveva cominciato l'università.
In particolare, il narratore si sofferma su due rapporti che hanno segnato quella fase e che ne hanno decretato il passaggio alla vita adulta, quello con Naoko e quello con Midori.
In entrambi i casi Watanabe si trova a fare i conti con giovani donne affascinanti ma che hanno un rapporto problematico con l'esistenza.
Nel caso di Naoko una psiche già instabile viene sconvolta dal suicidio di Kitsuki, il suo ragazzo, nonché amico di Watanabe. Per Midori è invece la dimensione familiare ad essere dolorosa e faticosa da gestire.
Mentre frequenta l'università e vive nel collegio universitario, mantenendosi con piccoli lavori, Watanabe si muove tra queste due dimensioni femminili facendo i conti con i propri desideri e progetti.
Nel romanzo di Murakami si respira una tristezza, a volte sotterranea, a volte esplicita, che non lascia quasi tregua, cui fanno da contrappeso momenti di vitalità che però non riescono a compensare l'angoscia pervasiva. E non si tratta solo della tristezza e dell'angoscia collegate a un'età della vita che è per tutti di passaggio verso un mondo adulto che in parte rifiutiamo, bensì di una condizione esistenziale di cui Murakami non ci spiega pienamente origini e motivazioni.
Ci si può dunque solo arrendere ai diversi sentimenti che la lettura ci suscita e ci fa attraversare, partecipando degli abissi dei protagonisti, ma anche dei momenti di tenerezza che caratterizzano le loro vite.
Sarà che da sempre combatto l'angoscia esistenziale fine a sé stessa, ma ho fatto fatica a empatizzare davvero con i personaggi di questo romanzo che in buona parte ho trovato troppo lontani dal mio modo di essere e di affrontare l'esistenza.
E dunque anche in questo caso ho apprezzato la lettura senza però esserne pienamente conquistata.
Voto: 3,5/5
Non sono una fan di Murakami e i libri che ho letto fino a questo momento - invero non tantissimi - mi sono piaciuti senza però mai entusiasmarmi veramente.
Continuo però a cercare nei suoi romanzi quella "magia" che altre persone ci vedono e che ha conquistato tanti lettori nel mondo.
Ed eccomi qua a leggere uno dei suoi classici, noto inizialmente come Tokyo blues e in questa edizione riportato al titolo originale che lo stesso Murakami aveva immaginato, Norwegian wood, dal titolo della canzone dei Beatles tanto presente nel racconto.
Come leggo nell'introduzione e poi riconosco anche nella lettura, Norwegian wood è un romanzo anomalo rispetto alla produzione di Murakami, una storia che non sconfina mai nel magico.
Norwegian wood è una specie di lungo flashback, la rievocazione da parte di Watanabe ormai adulto del periodo in cui aveva cominciato l'università.
In particolare, il narratore si sofferma su due rapporti che hanno segnato quella fase e che ne hanno decretato il passaggio alla vita adulta, quello con Naoko e quello con Midori.
In entrambi i casi Watanabe si trova a fare i conti con giovani donne affascinanti ma che hanno un rapporto problematico con l'esistenza.
Nel caso di Naoko una psiche già instabile viene sconvolta dal suicidio di Kitsuki, il suo ragazzo, nonché amico di Watanabe. Per Midori è invece la dimensione familiare ad essere dolorosa e faticosa da gestire.
Mentre frequenta l'università e vive nel collegio universitario, mantenendosi con piccoli lavori, Watanabe si muove tra queste due dimensioni femminili facendo i conti con i propri desideri e progetti.
Nel romanzo di Murakami si respira una tristezza, a volte sotterranea, a volte esplicita, che non lascia quasi tregua, cui fanno da contrappeso momenti di vitalità che però non riescono a compensare l'angoscia pervasiva. E non si tratta solo della tristezza e dell'angoscia collegate a un'età della vita che è per tutti di passaggio verso un mondo adulto che in parte rifiutiamo, bensì di una condizione esistenziale di cui Murakami non ci spiega pienamente origini e motivazioni.
Ci si può dunque solo arrendere ai diversi sentimenti che la lettura ci suscita e ci fa attraversare, partecipando degli abissi dei protagonisti, ma anche dei momenti di tenerezza che caratterizzano le loro vite.
Sarà che da sempre combatto l'angoscia esistenziale fine a sé stessa, ma ho fatto fatica a empatizzare davvero con i personaggi di questo romanzo che in buona parte ho trovato troppo lontani dal mio modo di essere e di affrontare l'esistenza.
E dunque anche in questo caso ho apprezzato la lettura senza però esserne pienamente conquistata.
Voto: 3,5/5
sabato 6 giugno 2026
Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar
Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar; trad. di Lavinia Azzone. Roma: Fandango Libri, 2023.
Ultimamente ho la grande fortuna di incontrare libri che mi appassionano molto. Sto sperimentando in questo periodo una sensazione che forse non provavo dall’adolescenza, ossia il senso di conforto e di rifugio che arriva dalla letteratura, non perché quello che leggo consoli – anzi! – ma perché mi mette a contatto con un’umanità più ampia, che va molto al di là della mia vita e del mio mondo, che evidentemente in questo momento mi stanno molto stretti.
E così anche questo romanzo di Shida Bazyar, candidato al Premio Strega europeo nel 2024, l’ho letteralmente divorato. Di notte tutto è silenzio a Teheran è la storia di una famiglia iraniana, raccontata attraverso i punti di vista dei suoi diversi componenti, saltando di dieci anni in dieci anni, a partire dal 1979, per arrivare fino ai giorni nostri.
Nel 1979, l’anno della rivoluzione in Iran e dell’infausto esito con l’ascesa di Khomeyni, vede protagonista Behsad, giovane rivoluzionario che combatte e spera nel cambiamento del suo paese in senso socialista, ma dovrà fare i conti con gli esiti nefasti della rivoluzione. In questi anni, Behsad incontra Nahid, anch’essa impegnata politicamente, e se ne innamora.
Nel 1989 il punto di vista diventa quello di Nahid, ormai moglie di Behsad e madre di tre figli, Laleh, Morad e la piccola Tara, nata in quella Germania dove la famiglia è dovuta andare in esilio quando la situazione nel paese di origine si è fatta troppo pericolosa per dissidenti come loro. Nahid rappresenta la generazione di chi, costretto a lasciare il proprio paese, non si sente appartenere e non capisce davvero il mondo nel quale si trova, per distanza linguistica e culturale, e per attaccamento alle origini.
Nel 1999 la protagonista è Laleh, che ormai adolescente, insieme a sua madre e alla piccola Tara, torna in Iran a trovare amici e parenti che lei in buona parte non ha mai conosciuto, e scopre un mondo e un modo di vivere che le è estraneo, che la attira e la respinge al contempo.
Nel 2009 è la volta di Morad, giovane studente universitario, integrato ma con un rapporto complesso rispetto alle sue origini e anche all’impegno politico, in quanto vive l’attivismo in Germania come insignificante rispetto a quello che accade in Iran, dove è in corso la cosiddetta Rivoluzione verde contro Ahmadinejad.
L’epilogo è affidato a Tara, ormai adulta e affermata, in vacanza con sua nipote, figlia di Laleh. Non sappiamo in che anno siamo, forse perché queste poche pagine sono una speranza e un auspicio che non si sono ancora realizzati. Tra l’altro, noi leggiamo tutto questo alla luce di quello che sta accadendo in Iran da qualche settimana a questa parte e fa ancora più impressione.
Il romanzo della Bazyar mi ha ricordato un po’ per tematiche e per struttura narrativa quello di Fatma Aydemir, Tutti i nostri segreti, e mi viene un po’ il sospetto che ci sia lo zampino delle scuole di scrittura. Però, questo niente toglie a Di notte tutto è silenzio a Teheran, che funziona perfettamente nel farci non solo comprendere i sentimenti complessi e contraddittori di chi emigra non per scelta ma per necessità, nonché di chi cresce o nasce in un altro paese ma si porta sempre appresso il “peso” delle sue origini, in riferimento sia alla percezione di sé sia al punto di vista del mondo esterno. Oltre a questo, che in parte si riconosce anche nel romanzo della Aydemir, la Bazyar ci costringe a guardare in faccia la storia dell’Iran negli ultimi 50 anni, fatta di corsi e ricorsi, speranze e disillusioni, utopie e frustrazioni, lotte e repressioni, in un ciclo che sembra non finire mai, ma riproporsi continuamente in forme al contempo sempre diverse e sempre uguali.
Inevitabilmente, il romanzo della Bazyar è anche un racconto del rapporto tra le generazioni, che è un tema che ovviamente non riguarda solo le famiglie di esuli ed emigrati, ma che in queste famiglie acquista caratteri ancora più accentuati e riconoscibili.
La scrittrice, essa stessa seconda generazione di attivisti iraniani, almeno nella finzione letteraria sembra voler chiudere con una nota di speranza, che dà significato e valore al passato e in qualche modo proietta la storia dell’Iran e degli iraniani nel futuro.
Che sia di buon auspicio e che sconfigga il mio pessimismo.
Voto: 4/5
Ultimamente ho la grande fortuna di incontrare libri che mi appassionano molto. Sto sperimentando in questo periodo una sensazione che forse non provavo dall’adolescenza, ossia il senso di conforto e di rifugio che arriva dalla letteratura, non perché quello che leggo consoli – anzi! – ma perché mi mette a contatto con un’umanità più ampia, che va molto al di là della mia vita e del mio mondo, che evidentemente in questo momento mi stanno molto stretti.
E così anche questo romanzo di Shida Bazyar, candidato al Premio Strega europeo nel 2024, l’ho letteralmente divorato. Di notte tutto è silenzio a Teheran è la storia di una famiglia iraniana, raccontata attraverso i punti di vista dei suoi diversi componenti, saltando di dieci anni in dieci anni, a partire dal 1979, per arrivare fino ai giorni nostri.
Nel 1979, l’anno della rivoluzione in Iran e dell’infausto esito con l’ascesa di Khomeyni, vede protagonista Behsad, giovane rivoluzionario che combatte e spera nel cambiamento del suo paese in senso socialista, ma dovrà fare i conti con gli esiti nefasti della rivoluzione. In questi anni, Behsad incontra Nahid, anch’essa impegnata politicamente, e se ne innamora.
Nel 1989 il punto di vista diventa quello di Nahid, ormai moglie di Behsad e madre di tre figli, Laleh, Morad e la piccola Tara, nata in quella Germania dove la famiglia è dovuta andare in esilio quando la situazione nel paese di origine si è fatta troppo pericolosa per dissidenti come loro. Nahid rappresenta la generazione di chi, costretto a lasciare il proprio paese, non si sente appartenere e non capisce davvero il mondo nel quale si trova, per distanza linguistica e culturale, e per attaccamento alle origini.
Nel 1999 la protagonista è Laleh, che ormai adolescente, insieme a sua madre e alla piccola Tara, torna in Iran a trovare amici e parenti che lei in buona parte non ha mai conosciuto, e scopre un mondo e un modo di vivere che le è estraneo, che la attira e la respinge al contempo.
Nel 2009 è la volta di Morad, giovane studente universitario, integrato ma con un rapporto complesso rispetto alle sue origini e anche all’impegno politico, in quanto vive l’attivismo in Germania come insignificante rispetto a quello che accade in Iran, dove è in corso la cosiddetta Rivoluzione verde contro Ahmadinejad.
L’epilogo è affidato a Tara, ormai adulta e affermata, in vacanza con sua nipote, figlia di Laleh. Non sappiamo in che anno siamo, forse perché queste poche pagine sono una speranza e un auspicio che non si sono ancora realizzati. Tra l’altro, noi leggiamo tutto questo alla luce di quello che sta accadendo in Iran da qualche settimana a questa parte e fa ancora più impressione.
Il romanzo della Bazyar mi ha ricordato un po’ per tematiche e per struttura narrativa quello di Fatma Aydemir, Tutti i nostri segreti, e mi viene un po’ il sospetto che ci sia lo zampino delle scuole di scrittura. Però, questo niente toglie a Di notte tutto è silenzio a Teheran, che funziona perfettamente nel farci non solo comprendere i sentimenti complessi e contraddittori di chi emigra non per scelta ma per necessità, nonché di chi cresce o nasce in un altro paese ma si porta sempre appresso il “peso” delle sue origini, in riferimento sia alla percezione di sé sia al punto di vista del mondo esterno. Oltre a questo, che in parte si riconosce anche nel romanzo della Aydemir, la Bazyar ci costringe a guardare in faccia la storia dell’Iran negli ultimi 50 anni, fatta di corsi e ricorsi, speranze e disillusioni, utopie e frustrazioni, lotte e repressioni, in un ciclo che sembra non finire mai, ma riproporsi continuamente in forme al contempo sempre diverse e sempre uguali.
Inevitabilmente, il romanzo della Bazyar è anche un racconto del rapporto tra le generazioni, che è un tema che ovviamente non riguarda solo le famiglie di esuli ed emigrati, ma che in queste famiglie acquista caratteri ancora più accentuati e riconoscibili.
La scrittrice, essa stessa seconda generazione di attivisti iraniani, almeno nella finzione letteraria sembra voler chiudere con una nota di speranza, che dà significato e valore al passato e in qualche modo proietta la storia dell’Iran e degli iraniani nel futuro.
Che sia di buon auspicio e che sconfigga il mio pessimismo.
Voto: 4/5
domenica 31 maggio 2026
Il sogno del giaguaro / Miguel Bonnefoy
Il sogno del giaguaro / Miguel Bonnefoy. Roma: 66thand2nd, 2025.
Ringrazio quel giorno in cui in una newsletter a cui sono iscritta (quella di SALT editions) ho letto di questo libro e mi sono incuriosita.
Nel mio giro del mondo attraverso i libri l'idea di fare un viaggio letterario in Venezuela mi attirava moltissimo. E il romanzo di Miguel Bonnefoy non mi ha deluso.
Bonnefoy racconta in forma romanzata ma basata su fatti storici e reali la storia della sua famiglia, a partire dai suoi nonni, Antonio e Ana Marìa.
Ogni capitolo è dedicato a uno dei protagonisti di questa narrazione, e al netto di necessari flashback il racconto procede cronologicamente. I primi due capitoli sono dedicati alle storie rispettivamente di Antonio, abbandonato sui gradini di una chiesa il terzo giorno della sua vita e allevato dalla mendicante Teresa, poi cresciuto facendo mille lavori, fino ad avere la possibilità di studiare e di diventare medico, e Ana Marìa, anche lei di umili origini, ma determinatissima nello studio e nella vita e destinata a diventare il primo medico donna dello stato di Zulia, che si sviluppa intorno al lago di Maracaibo.
I due sono fatalmente destinati a incontrarsi e a costruire una famiglia con la nascita della figlia Venezuela cui è dedicato il terzo capitolo. A Cristòbal, il figlio di Venezuela cresciuto a Parigi dove sua madre si è trasferita, è infine dedicato il quarto e ultimo capitolo, e sarà proprio Cristòbal a scegliere di diventare scrittore e a raccontare la storia della famiglia.
Mentre leggiamo di questi personaggi - che in realtà sono persone reali di grande rilevanza per la storia di Maracaibo, Antonio Borjas Romero (medico di fama e rettore dell'Università LUZ da lui stesso fatta costruire negli spazi dell'aeroporto abbandonato di Grano de Oro) e Ana Marìa Rodriguez (prima donna medico, protagonista di tante battaglie per i diritti delle donne, compreso quello all'aborto) - le storie singole si intrecciano con la storia dello stato dello Zulia e tutte le vicende, piccole e grandi che lo hanno visto protagonista, dal ritrovamento di un pinguino alla scoperta dei giacimenti di petrolio, e allargando ancora lo sguardo, con la storia del Venezuela, tra povertà e ricchezza, rivoluzione e restaurazione, colpi di stato e utopie non realizzate.
Si viaggia per queste pagine con l'entusiasmo e la meraviglia che solo la grande letteratura regalano, facendo la conoscenza di mondi, storie e personaggi che conosciamo solo in minima parte o non conosciamo affatto perché lontani da noi, ma che non smettono un attimo di accendere la curiosità e il desiderio di conoscere.
Con uno stile che spazia tra Jules Verne, Charles Dickens e tanto Gabriel García Márquez, Miguel Bonnefoy ci tiene incollati alle sue pagine, intrattenendoci certo, ma anche facendoci riflettere sul significato delle vite individuali ma anche sulle parabole dei grandi processi storici e sociali, in una comunanza di destini singoli e collettivi riscattati solo dalla forza delle storie e della narrazione.
Un libro bellissimo. Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
Ringrazio quel giorno in cui in una newsletter a cui sono iscritta (quella di SALT editions) ho letto di questo libro e mi sono incuriosita.
Nel mio giro del mondo attraverso i libri l'idea di fare un viaggio letterario in Venezuela mi attirava moltissimo. E il romanzo di Miguel Bonnefoy non mi ha deluso.
Bonnefoy racconta in forma romanzata ma basata su fatti storici e reali la storia della sua famiglia, a partire dai suoi nonni, Antonio e Ana Marìa.
Ogni capitolo è dedicato a uno dei protagonisti di questa narrazione, e al netto di necessari flashback il racconto procede cronologicamente. I primi due capitoli sono dedicati alle storie rispettivamente di Antonio, abbandonato sui gradini di una chiesa il terzo giorno della sua vita e allevato dalla mendicante Teresa, poi cresciuto facendo mille lavori, fino ad avere la possibilità di studiare e di diventare medico, e Ana Marìa, anche lei di umili origini, ma determinatissima nello studio e nella vita e destinata a diventare il primo medico donna dello stato di Zulia, che si sviluppa intorno al lago di Maracaibo.
I due sono fatalmente destinati a incontrarsi e a costruire una famiglia con la nascita della figlia Venezuela cui è dedicato il terzo capitolo. A Cristòbal, il figlio di Venezuela cresciuto a Parigi dove sua madre si è trasferita, è infine dedicato il quarto e ultimo capitolo, e sarà proprio Cristòbal a scegliere di diventare scrittore e a raccontare la storia della famiglia.
Mentre leggiamo di questi personaggi - che in realtà sono persone reali di grande rilevanza per la storia di Maracaibo, Antonio Borjas Romero (medico di fama e rettore dell'Università LUZ da lui stesso fatta costruire negli spazi dell'aeroporto abbandonato di Grano de Oro) e Ana Marìa Rodriguez (prima donna medico, protagonista di tante battaglie per i diritti delle donne, compreso quello all'aborto) - le storie singole si intrecciano con la storia dello stato dello Zulia e tutte le vicende, piccole e grandi che lo hanno visto protagonista, dal ritrovamento di un pinguino alla scoperta dei giacimenti di petrolio, e allargando ancora lo sguardo, con la storia del Venezuela, tra povertà e ricchezza, rivoluzione e restaurazione, colpi di stato e utopie non realizzate.
Si viaggia per queste pagine con l'entusiasmo e la meraviglia che solo la grande letteratura regalano, facendo la conoscenza di mondi, storie e personaggi che conosciamo solo in minima parte o non conosciamo affatto perché lontani da noi, ma che non smettono un attimo di accendere la curiosità e il desiderio di conoscere.
Con uno stile che spazia tra Jules Verne, Charles Dickens e tanto Gabriel García Márquez, Miguel Bonnefoy ci tiene incollati alle sue pagine, intrattenendoci certo, ma anche facendoci riflettere sul significato delle vite individuali ma anche sulle parabole dei grandi processi storici e sociali, in una comunanza di destini singoli e collettivi riscattati solo dalla forza delle storie e della narrazione.
Un libro bellissimo. Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
domenica 24 maggio 2026
Céleste / Chloé Cruchaudet
Céleste / Chloé Cruchaudet; trad. di Simona Munari e Sara D'Ippolito. Roma: Coconino Press - Fandango, 2025.
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
venerdì 22 maggio 2026
Nella carne / David Szalay
Nella carne / David Szalay; trad. di Anna Rusconi. Milano: Adelphi, 2025.
Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.
E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.
Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.
Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.
Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.
Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.
Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.
Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.
Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.
La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.
Voto: 4/5
Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.
E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.
Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.
Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.
Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.
Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.
Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.
Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.
Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.
La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.
Voto: 4/5
lunedì 18 maggio 2026
La stagione che non c'era / Elvira Mujčić
La stagione che non c'era / Elvira Mujčić. Milano: Guanda, 2025.
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.
La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.
Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.
Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.
Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.
Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).
La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.
Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.
Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.
La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.
Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.
Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.
Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.
La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.
Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.
Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.
Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.
Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).
La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.
Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.
Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.
La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.
Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.
Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.
Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
giovedì 14 maggio 2026
Il fuoco che ti porti dentro / Antonio Franchini
Il fuoco che ti porti dentro / Antonio Franchini. Venezia: Marsilio, 2024.
Ricevo questo libro in regalo a Natale da S., un’amica dei cui gusti letterari mi fido molto. E dunque, nonostante ultimamente io legga pochissimi romanzi italiani, decido di fare una pausa dalle mie letture di autori provenienti da altri posti del mondo per dedicarmi a questo libro.
Non conoscevo Antonio Franchini e leggendo qua e là me ne faccio un’idea piuttosto composita, e probabilmente se ne avessi letto prima non mi sarei decisa a comprare un suo libro.
Il fuoco che ti porti dentro non è propriamente un romanzo, bensì un memoir che lo scrittore dedica alla figura di sua madre, Angela Izzo, una persona le cui caratteristiche e la cui storia ne fanno però un personaggio davvero romanzesco.
Franchini, fin dalle prime battute del libro, prende le distanze da sua madre, dicendo che “puzza”, concetto che sarà ribadito altre volte nelle pagine successive.
E questa è solo la premessa del ritratto di una persona strabordante, eccessiva e testarda, che è la madre dello scrittore. Una donna appartenente a una certa generazione e a una certa tipologia di donne del sud che chi proviene da quelle terre conosce molto bene: donne – di solito madri - che fanno della polemica e del conflitto col mondo la loro cifra distintiva, spesso altra metà di una coppia con mariti piuttosto miti o comunque mediamente molto silenziosi.
Angela Izzo ce l’ha con tutto e con tutti, è capace di profondissimi odii, ma anche di riprendere da un giorno all’altro i rapporti con persone che fino a poco prima ha ricoperto di insulti. È diffidente, sospettosa, pensa sempre che il mondo la voglia fregare, si sente vittima del tradimento di tutti, anche di quello dei suoi figli, che non sono autorizzati a fare scelte che lei non condivida.
Non ho potuto fare a meno di riconoscere in questa donna tanti tratti di mia madre, per quanto forse meno eclatanti e probabilmente meno pubblici, e mentre leggevo mi confermavo nell’idea, che in parte avevo già maturato nel corso degli anni, che probabilmente alcune caratteristiche, oltre e più che caratteriali, sono espressione di una mentalità, di una provenienza, di una generazione.
E come lo scrittore, anche io nel tempo, soprattutto dopo che sono andata a studiare fuori di casa e a poco a poco ho costruito la mia vita al di fuori della famiglia di origine, mi sono resa conto che molto di quello che avevo dato per scontato e che pensavo fosse inevitabile era solo una dei mille modi possibili di essere e che avevo la possibilità di cercare il mio modo di essere, forse per certi versi poco meridionale, e anche un po’ refrattario a una certa forma di meridionalità.
E non a caso il memoir di Franchini non è solo il racconto di una madre e del rapporto tra una madre e un figlio, ma anche del rapporto tra Sud e Nord, in senso non esclusivamente geografico, ma anche concettuale e culturale.
Cosicché quando Angela si trasferisce a vivere a Milano, dove il figlio vive da tempo (e anche sua sorella con famiglia), le parti si invertono e si capovolge il rapporto tra normalità e deviazione dalla normalità, che è poi sempre e soltanto culturale e soggettiva.
In definitiva, non mi aspettavo molto e invece l’ho trovato un gran libro, innanzitutto per una scrittura di alto profilo, in secondo luogo perché è riuscito ad entusiasmarmi senza farmi empatizzare del tutto né con la protagonista né con la voce narrante, in terzo luogo perché è riuscito a far passare il concetto che il rapporto con le nostre madri è imprescindibile e un legame profondo è inevitabile anche se si nasconde nelle pieghe del disprezzo e talvolta dell’odio.
Voto: 3,5/5
Ricevo questo libro in regalo a Natale da S., un’amica dei cui gusti letterari mi fido molto. E dunque, nonostante ultimamente io legga pochissimi romanzi italiani, decido di fare una pausa dalle mie letture di autori provenienti da altri posti del mondo per dedicarmi a questo libro.
Non conoscevo Antonio Franchini e leggendo qua e là me ne faccio un’idea piuttosto composita, e probabilmente se ne avessi letto prima non mi sarei decisa a comprare un suo libro.
Il fuoco che ti porti dentro non è propriamente un romanzo, bensì un memoir che lo scrittore dedica alla figura di sua madre, Angela Izzo, una persona le cui caratteristiche e la cui storia ne fanno però un personaggio davvero romanzesco.
Franchini, fin dalle prime battute del libro, prende le distanze da sua madre, dicendo che “puzza”, concetto che sarà ribadito altre volte nelle pagine successive.
E questa è solo la premessa del ritratto di una persona strabordante, eccessiva e testarda, che è la madre dello scrittore. Una donna appartenente a una certa generazione e a una certa tipologia di donne del sud che chi proviene da quelle terre conosce molto bene: donne – di solito madri - che fanno della polemica e del conflitto col mondo la loro cifra distintiva, spesso altra metà di una coppia con mariti piuttosto miti o comunque mediamente molto silenziosi.
Angela Izzo ce l’ha con tutto e con tutti, è capace di profondissimi odii, ma anche di riprendere da un giorno all’altro i rapporti con persone che fino a poco prima ha ricoperto di insulti. È diffidente, sospettosa, pensa sempre che il mondo la voglia fregare, si sente vittima del tradimento di tutti, anche di quello dei suoi figli, che non sono autorizzati a fare scelte che lei non condivida.
Non ho potuto fare a meno di riconoscere in questa donna tanti tratti di mia madre, per quanto forse meno eclatanti e probabilmente meno pubblici, e mentre leggevo mi confermavo nell’idea, che in parte avevo già maturato nel corso degli anni, che probabilmente alcune caratteristiche, oltre e più che caratteriali, sono espressione di una mentalità, di una provenienza, di una generazione.
E come lo scrittore, anche io nel tempo, soprattutto dopo che sono andata a studiare fuori di casa e a poco a poco ho costruito la mia vita al di fuori della famiglia di origine, mi sono resa conto che molto di quello che avevo dato per scontato e che pensavo fosse inevitabile era solo una dei mille modi possibili di essere e che avevo la possibilità di cercare il mio modo di essere, forse per certi versi poco meridionale, e anche un po’ refrattario a una certa forma di meridionalità.
E non a caso il memoir di Franchini non è solo il racconto di una madre e del rapporto tra una madre e un figlio, ma anche del rapporto tra Sud e Nord, in senso non esclusivamente geografico, ma anche concettuale e culturale.
Cosicché quando Angela si trasferisce a vivere a Milano, dove il figlio vive da tempo (e anche sua sorella con famiglia), le parti si invertono e si capovolge il rapporto tra normalità e deviazione dalla normalità, che è poi sempre e soltanto culturale e soggettiva.
In definitiva, non mi aspettavo molto e invece l’ho trovato un gran libro, innanzitutto per una scrittura di alto profilo, in secondo luogo perché è riuscito ad entusiasmarmi senza farmi empatizzare del tutto né con la protagonista né con la voce narrante, in terzo luogo perché è riuscito a far passare il concetto che il rapporto con le nostre madri è imprescindibile e un legame profondo è inevitabile anche se si nasconde nelle pieghe del disprezzo e talvolta dell’odio.
Voto: 3,5/5
venerdì 17 aprile 2026
Apeirogon / Colum McCann
Apeirogon / Colum McCann; trad. di Marinella Magrì. Milano: Feltrinelli, 2022.
Dopo aver visto molti documentari e film di finzione e aver letto molte cose sul tema del rapporto tra Israele e Palestina, ho pensato che non potesse mancare in questo mio percorso la lettura di quello che è ormai un classico sull'argomento, nonostante risalga a pochi anni fa.
Apeirogon di Colum McCann è un racconto che nasce dal vero per allargarsi verso il mondo del romanzo e dell'invenzione letteraria e lo fa con uno stile assolutamente unico e una scrittura molto coinvolgente. Al centro della narrazione ci sono due uomini, l'israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramini.
Il primo ha avuto la figlia Smadar uccisa in un attentato suicida di matrice palestinese; la figlia del secondo, Abir, è stata uccisa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano.
I due si incontrano al Parents' circle, l'associazione che unisce israeliani e palestinesi che hanno perso figli a causa del conflitto. Rami e Abir diventano amici quasi fraterni, nonostante appartengano ai campi opposti del conflitto, anzi proprio perché vi appartengono e si oppongono fieramente al conflitto.
Come già accennato, uno dei punti di forza del romanzo è lo stile che procede per frammenti narrativi e per collegamenti, saltando tra storie e microstorie diverse e lontane nel tempo e nello spazio, tenute insieme da fili sottili e rimandi che sta al lettore cogliere e valorizzare.
Le uniche parti del libro che utilizzano una narrazione distesa sono quelle che raccontano le storie personali di Rami e Abir e quelle della morte delle loro figlie, cui McCullum riserva il tempo, lo spazio, la comprensione e la dignità che meritano.
Chi non è nuovo al tema ritroverà nella storia di Rami e Abir molti elementi già noti (le caratteristiche della società e della politica israeliana, muri e occupazione, galere, atti di terrorismo, checkpoint, ingiustizie, estremismi) e non ne sarà colpito.
A me però ha toccato profondamente la linearità del punto di vista, e parlo al singolare perché nonostante i protagonisti siano due e apparentemente su fronti opposti, l'unità del loro pensiero è sorprendente. Non si tratta di derogare alla complessità, bensì si tratta di evitare quella montagna di distinguo che caratterizzano il modo occidentale di parlare di questa vicenda. Rami e Abir, e tramite loro anche McCann, hanno idee molto chiare su responsabilità e soluzioni, e le esprimono in maniera netta e radicale, ma tanto più convincente perché provengono dall'interno.
Non a caso sono entrambi dei disallineati, considerati quasi traditori dai loro stesso connazionali, per le loro posizioni a favore della fine dell'occupazione e di ogni ostilità, del riavvicinamento, della conoscenza reciproca, della riconciliazione, della pace come unica soluzione, che è esattamente il contrario della direzione nella quale si sta andando, per effetto di strumentalizzazioni che allontanano sempre di più anziché avvicinare. Rami e Abir sono il segno tangibile che un'altra strada è possibile, ma passa per una sublimazione del dolore e una profonda consapevolezza, beni ormai in via di estinzione.
Voto: 4/5
Dopo aver visto molti documentari e film di finzione e aver letto molte cose sul tema del rapporto tra Israele e Palestina, ho pensato che non potesse mancare in questo mio percorso la lettura di quello che è ormai un classico sull'argomento, nonostante risalga a pochi anni fa.
Apeirogon di Colum McCann è un racconto che nasce dal vero per allargarsi verso il mondo del romanzo e dell'invenzione letteraria e lo fa con uno stile assolutamente unico e una scrittura molto coinvolgente. Al centro della narrazione ci sono due uomini, l'israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramini.
Il primo ha avuto la figlia Smadar uccisa in un attentato suicida di matrice palestinese; la figlia del secondo, Abir, è stata uccisa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano.
I due si incontrano al Parents' circle, l'associazione che unisce israeliani e palestinesi che hanno perso figli a causa del conflitto. Rami e Abir diventano amici quasi fraterni, nonostante appartengano ai campi opposti del conflitto, anzi proprio perché vi appartengono e si oppongono fieramente al conflitto.
Come già accennato, uno dei punti di forza del romanzo è lo stile che procede per frammenti narrativi e per collegamenti, saltando tra storie e microstorie diverse e lontane nel tempo e nello spazio, tenute insieme da fili sottili e rimandi che sta al lettore cogliere e valorizzare.
Le uniche parti del libro che utilizzano una narrazione distesa sono quelle che raccontano le storie personali di Rami e Abir e quelle della morte delle loro figlie, cui McCullum riserva il tempo, lo spazio, la comprensione e la dignità che meritano.
Chi non è nuovo al tema ritroverà nella storia di Rami e Abir molti elementi già noti (le caratteristiche della società e della politica israeliana, muri e occupazione, galere, atti di terrorismo, checkpoint, ingiustizie, estremismi) e non ne sarà colpito.
A me però ha toccato profondamente la linearità del punto di vista, e parlo al singolare perché nonostante i protagonisti siano due e apparentemente su fronti opposti, l'unità del loro pensiero è sorprendente. Non si tratta di derogare alla complessità, bensì si tratta di evitare quella montagna di distinguo che caratterizzano il modo occidentale di parlare di questa vicenda. Rami e Abir, e tramite loro anche McCann, hanno idee molto chiare su responsabilità e soluzioni, e le esprimono in maniera netta e radicale, ma tanto più convincente perché provengono dall'interno.
Non a caso sono entrambi dei disallineati, considerati quasi traditori dai loro stesso connazionali, per le loro posizioni a favore della fine dell'occupazione e di ogni ostilità, del riavvicinamento, della conoscenza reciproca, della riconciliazione, della pace come unica soluzione, che è esattamente il contrario della direzione nella quale si sta andando, per effetto di strumentalizzazioni che allontanano sempre di più anziché avvicinare. Rami e Abir sono il segno tangibile che un'altra strada è possibile, ma passa per una sublimazione del dolore e una profonda consapevolezza, beni ormai in via di estinzione.
Voto: 4/5
giovedì 9 aprile 2026
Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro / Hisham Matar
Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro / Hisham Matar; trad. di Anna Nadotti. Torino: Einaudi, 2017.
Ne Il ritorno Hisham Matar racconta, a volte in maniera distesa, altre volte come un flusso di coscienza, andando avanti e indietro nel tempo, la storia della sua famiglia e in particolare di suo padre, Jaballa, oppositore del regime libico di Gheddafi e per questo incarcerato, insieme ad altri componenti della sua famiglia, nella prigione di Abu Salim, tristemente nota per il massacro del 1996.
Hisham nasce nel 1970 a New York, in quanto in quegli anni suo padre faceva parte della delegazione libica presso le Nazioni Unite. Dopo pochi anni, la famiglia Matar si trasferì a vivere a Tripoli dove Hisham trascorse la sua infanzia fino ai nove anni. L'ascesa di Gheddafi e la condizione di oppositore di Jaballa costrinsero però la famiglia a trasferirsi in Egitto, al Cairo, dove Hisham visse fino al trasferimento in Inghilterra per studio. Lì Hisham rimase dopo l'incontro con Diana, che sarebbe diventata sua moglie, e l'inizio della sua attività di scrittore.
Ma ne Il ritorno, romanzo autobiografico che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2017 nella sua categoria, Hisham si concentra in particolare sul momento di speranza che si riaccese nella popolazione libica dopo il rovesciamento di Gheddafi. In quella fase diversi membri della sua famiglia, lo zio e i cugini, furono liberati dalle prigioni libiche e tornarono a casa, e diversi libici che avevano abbandonato il loro paese ritornarono nella speranza di poter ricostruire una vita in patria. Nel caso di Hisham c'era soprattutto la speranza di avere notizie del padre, forse ucciso nel massacro di Abu Salim, o in altre circostanze, ma il cui corpo non è stato mai ritrovato e la cui morte non è stata mai confermata.
Il libro è dunque il racconto del disperato tentativo di conoscere la verità, ma anche una riflessione e un racconto su un paese e un popolo martoriati dalla dittatura e illusi dalla sua caduta, che - come oggi sappiamo - ha aperto la strada a una guerra civile e a una spaccatura mantenuta in equilibrio con armi e violenza.
Però, pur non potendo prescindere dalla storia del suo paese, il libro di Hisham è soprattutto la rappresentazione lucida e al contempo empatica dei sentimenti forti e contraddittori che legano un esule al suo paese di origine e a un padre che nella storia di quel paese ha avuto un ruolo centrale, ma che Hisham non vede da oltre 20 anni senza conoscerne il destino.
C'è tanto, tantissimo, in questo libro, di personale, ma anche tanto per comprendere realtà che sono fuori dalla nostra esperienza, e che solo attraverso la grande letteratura abbiamo la possibilità di provare a capire nelle loro specificità ma anche nelle forme di universalità che sono legate al nostro far parte di un'umanità che, nonostante le differenze storiche, sociali e religiose, condivide sentimenti, relazioni, desideri e piccolezze.
Una lettura davvero entusiasmante.
Voto: 4/5
Ne Il ritorno Hisham Matar racconta, a volte in maniera distesa, altre volte come un flusso di coscienza, andando avanti e indietro nel tempo, la storia della sua famiglia e in particolare di suo padre, Jaballa, oppositore del regime libico di Gheddafi e per questo incarcerato, insieme ad altri componenti della sua famiglia, nella prigione di Abu Salim, tristemente nota per il massacro del 1996.
Hisham nasce nel 1970 a New York, in quanto in quegli anni suo padre faceva parte della delegazione libica presso le Nazioni Unite. Dopo pochi anni, la famiglia Matar si trasferì a vivere a Tripoli dove Hisham trascorse la sua infanzia fino ai nove anni. L'ascesa di Gheddafi e la condizione di oppositore di Jaballa costrinsero però la famiglia a trasferirsi in Egitto, al Cairo, dove Hisham visse fino al trasferimento in Inghilterra per studio. Lì Hisham rimase dopo l'incontro con Diana, che sarebbe diventata sua moglie, e l'inizio della sua attività di scrittore.
Ma ne Il ritorno, romanzo autobiografico che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2017 nella sua categoria, Hisham si concentra in particolare sul momento di speranza che si riaccese nella popolazione libica dopo il rovesciamento di Gheddafi. In quella fase diversi membri della sua famiglia, lo zio e i cugini, furono liberati dalle prigioni libiche e tornarono a casa, e diversi libici che avevano abbandonato il loro paese ritornarono nella speranza di poter ricostruire una vita in patria. Nel caso di Hisham c'era soprattutto la speranza di avere notizie del padre, forse ucciso nel massacro di Abu Salim, o in altre circostanze, ma il cui corpo non è stato mai ritrovato e la cui morte non è stata mai confermata.
Il libro è dunque il racconto del disperato tentativo di conoscere la verità, ma anche una riflessione e un racconto su un paese e un popolo martoriati dalla dittatura e illusi dalla sua caduta, che - come oggi sappiamo - ha aperto la strada a una guerra civile e a una spaccatura mantenuta in equilibrio con armi e violenza.
Però, pur non potendo prescindere dalla storia del suo paese, il libro di Hisham è soprattutto la rappresentazione lucida e al contempo empatica dei sentimenti forti e contraddittori che legano un esule al suo paese di origine e a un padre che nella storia di quel paese ha avuto un ruolo centrale, ma che Hisham non vede da oltre 20 anni senza conoscerne il destino.
C'è tanto, tantissimo, in questo libro, di personale, ma anche tanto per comprendere realtà che sono fuori dalla nostra esperienza, e che solo attraverso la grande letteratura abbiamo la possibilità di provare a capire nelle loro specificità ma anche nelle forme di universalità che sono legate al nostro far parte di un'umanità che, nonostante le differenze storiche, sociali e religiose, condivide sentimenti, relazioni, desideri e piccolezze.
Una lettura davvero entusiasmante.
Voto: 4/5
venerdì 3 aprile 2026
L'inventario dei sogni / Chimamanda Ngozi Adichie
L'inventario dei sogni / Chimamanda Ngozi Adichie; trad. di Giulia Boringhieri. Torino: Einaudi, 2025.
Torno volentieri a leggere Chimamanda Ngozi Adichie, dopo l’intermezzo del volumetto Appunti sul dolore, nato dalle riflessioni suscitate dalla morte del padre della scrittrice di origine nigeriana.
In realtà, c’è in qualche modo un’ideale linea di continuità tra quel memoir e questo nuovo romanzo, L’inventario dei sogni, che nasce almeno in parte dal tentativo di elaborazione di un altro lutto, quello di sua madre, morta purtroppo a distanza di poco dal padre.
Con L’inventario dei sogni la Ngozi Adichie torna alle atmosfere di Americanah, il romanzo che me l’aveva fatta scoprire e a cui forse sono più affezionata proprio per questo motivo.
Protagoniste di questo libro sono quattro donne, Chiamaka, una ricca nigeriana che vive da tempo negli Stati Uniti e fa la scrittrice di viaggi, mentre cerca nel frattempo l’amore vero, quello con cui condividere la vera conoscenza reciproca, Zikora, un’avvocata di successo con un rapporto difficile con la famiglia e con gli uomini, Omelogor, uno squalo della finanza nigeriana che ha una vita di agi ma fa fatica a dare un senso alla propria esistenza, e infine Kadiatou, un’immigrata dalla Guinea, che lavora in un albergo come donna delle pulizie e fa da governante a Chiamaka.
Tutte queste donne fanno i conti con il loro essere donne e con il loro essere africane, due condizioni che, indipendentemente dalla ricchezza e dal successo che possono aver raggiunto nella vita, le espongono a situazioni non sempre facili da gestire a livello emotivo, che sono in parte universali e in parte di origine sociale e culturale.
Come ci spiega la scrittrice nella nota in fondo al volume, la figura di Kadiatou, in particolare, è ispirata alla storia vera di Nafissatou Diallo, la donna delle pulizie del Sofitel Hotel di New York che accusò di stupro l’allora direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn, una vicenda che risale al 2011 e che rappresentò l’inizio della fine della carriera del politico francese. In realtà, come ci racconta la Ngozi Adichie, il suo intento era quello di partire da quella storia per ridare dignità e rotondità – al di là della verità dei fatti - alla sua protagonista femminile, che opinione pubblica e media hanno trattato in maniera davvero vergognosa.
Nel romanzo della Adichie, Kadiatou è il personaggio se vogliamo più fragile e sfumato, quello che la scrittrice nigeriana ritiene che sua madre avrebbe riconosciuto come vicina nella sensibilità e nelle emozioni, richiudendo il cerchio del dolore del lutto su una nota di speranza.
Non v’è dubbio che il romanzo della Ngozi Adichie sia un testo femminista, ma sono contraria a ridurre la sua forza e la sua bellezza a questa etichetta, anche perché la scrittrice ha uno sguardo sulle donne, in particolare quelle africane, nonché sugli uomini, molto articolato, stratificato, complesso che evita qualunque banalizzazione e semplificazione.
E poi, cosa non secondaria nei suoi libri, oltre a farci conoscere le sue protagoniste, la Adichie ci porta per mano a conoscere tutto il mondo che ruota loro attorno, quello dal quale provengono e quello nel quale vivono, offrendoci uno sguardo su società e culture che non conosciamo, ma anche su mondi che pensiamo di conoscere ma che, guardati dal punto di vista di queste donne, assumono significati e caratteristiche molto differenti. Alla fine della lettura non potremo dire di aver capito tutto, ma sicuramente avremo fatto esperienza indiretta di un punto di vista diverso e che mai potremo vivere in prima persona, se non attraverso la lettura. E questa è appunto la grandezza e la magia della letteratura.
Voto: 3,5/5
Torno volentieri a leggere Chimamanda Ngozi Adichie, dopo l’intermezzo del volumetto Appunti sul dolore, nato dalle riflessioni suscitate dalla morte del padre della scrittrice di origine nigeriana.
In realtà, c’è in qualche modo un’ideale linea di continuità tra quel memoir e questo nuovo romanzo, L’inventario dei sogni, che nasce almeno in parte dal tentativo di elaborazione di un altro lutto, quello di sua madre, morta purtroppo a distanza di poco dal padre.
Con L’inventario dei sogni la Ngozi Adichie torna alle atmosfere di Americanah, il romanzo che me l’aveva fatta scoprire e a cui forse sono più affezionata proprio per questo motivo.
Protagoniste di questo libro sono quattro donne, Chiamaka, una ricca nigeriana che vive da tempo negli Stati Uniti e fa la scrittrice di viaggi, mentre cerca nel frattempo l’amore vero, quello con cui condividere la vera conoscenza reciproca, Zikora, un’avvocata di successo con un rapporto difficile con la famiglia e con gli uomini, Omelogor, uno squalo della finanza nigeriana che ha una vita di agi ma fa fatica a dare un senso alla propria esistenza, e infine Kadiatou, un’immigrata dalla Guinea, che lavora in un albergo come donna delle pulizie e fa da governante a Chiamaka.
Tutte queste donne fanno i conti con il loro essere donne e con il loro essere africane, due condizioni che, indipendentemente dalla ricchezza e dal successo che possono aver raggiunto nella vita, le espongono a situazioni non sempre facili da gestire a livello emotivo, che sono in parte universali e in parte di origine sociale e culturale.
Come ci spiega la scrittrice nella nota in fondo al volume, la figura di Kadiatou, in particolare, è ispirata alla storia vera di Nafissatou Diallo, la donna delle pulizie del Sofitel Hotel di New York che accusò di stupro l’allora direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn, una vicenda che risale al 2011 e che rappresentò l’inizio della fine della carriera del politico francese. In realtà, come ci racconta la Ngozi Adichie, il suo intento era quello di partire da quella storia per ridare dignità e rotondità – al di là della verità dei fatti - alla sua protagonista femminile, che opinione pubblica e media hanno trattato in maniera davvero vergognosa.
Nel romanzo della Adichie, Kadiatou è il personaggio se vogliamo più fragile e sfumato, quello che la scrittrice nigeriana ritiene che sua madre avrebbe riconosciuto come vicina nella sensibilità e nelle emozioni, richiudendo il cerchio del dolore del lutto su una nota di speranza.
Non v’è dubbio che il romanzo della Ngozi Adichie sia un testo femminista, ma sono contraria a ridurre la sua forza e la sua bellezza a questa etichetta, anche perché la scrittrice ha uno sguardo sulle donne, in particolare quelle africane, nonché sugli uomini, molto articolato, stratificato, complesso che evita qualunque banalizzazione e semplificazione.
E poi, cosa non secondaria nei suoi libri, oltre a farci conoscere le sue protagoniste, la Adichie ci porta per mano a conoscere tutto il mondo che ruota loro attorno, quello dal quale provengono e quello nel quale vivono, offrendoci uno sguardo su società e culture che non conosciamo, ma anche su mondi che pensiamo di conoscere ma che, guardati dal punto di vista di queste donne, assumono significati e caratteristiche molto differenti. Alla fine della lettura non potremo dire di aver capito tutto, ma sicuramente avremo fatto esperienza indiretta di un punto di vista diverso e che mai potremo vivere in prima persona, se non attraverso la lettura. E questa è appunto la grandezza e la magia della letteratura.
Voto: 3,5/5
martedì 24 marzo 2026
Tutta sola al centro della terra / Zoe Thorogood
Tutta sola al centro della terra / Zoe Thorogood. Milano: Bao Publishing, 2025.
Come ormai ho deciso da un po', farò solo una breve segnalazione di questo graphic novel pubblicato da Bao Publishing, perché non voglio dedicare troppo tempo a un lavoro che personalmente non mi è piaciuto.
Zoe Thorogood realizza un fumetto autobiografico e metanarrativo in cui racconta della realizzazione del fumetto stesso, mentre lascia spazio ai suoi pensieri su sé stessa, sulla vita e soprattutto sulla sua depressione. E lo fa con uno stile molto particolare sia dal punto di vista narrativo – se di narrazione si può parlare, o piuttosto di un flusso di coscienza frammentata e interrotta – sia dal punto di vista grafico – attraverso la mescolanza di stili di fumetto diverso, di colore e bianco e nero, di disegno e fotografia, allo scopo di rappresentare la complessità del suo stato interiore.
Pur apprezzando la scelta dell’autrice di parlare apertamente di temi scomodi e tabù, come la depressione e l’autolesionismo, continuo a non amare molto le narrazioni ombelicali e autocentrate (spesso molto presenti nei fumetti), e in questo caso in particolare ho trovato la lettura dell’albo particolarmente faticosa e non sono riuscita a entrare in empatia con la protagonista praticamente mai.
Probabilmente è un problema generazionale o semplicemente di fase della vita o ancora di modo di essere, ma difficilmente potrei dire altro, di sensato, su quest’opera, su cui lascio a chi ci è entrato in sintonia il compito di farne una più distesa presentazione.
Voto: 2,5/5
Come ormai ho deciso da un po', farò solo una breve segnalazione di questo graphic novel pubblicato da Bao Publishing, perché non voglio dedicare troppo tempo a un lavoro che personalmente non mi è piaciuto.
Zoe Thorogood realizza un fumetto autobiografico e metanarrativo in cui racconta della realizzazione del fumetto stesso, mentre lascia spazio ai suoi pensieri su sé stessa, sulla vita e soprattutto sulla sua depressione. E lo fa con uno stile molto particolare sia dal punto di vista narrativo – se di narrazione si può parlare, o piuttosto di un flusso di coscienza frammentata e interrotta – sia dal punto di vista grafico – attraverso la mescolanza di stili di fumetto diverso, di colore e bianco e nero, di disegno e fotografia, allo scopo di rappresentare la complessità del suo stato interiore.
Pur apprezzando la scelta dell’autrice di parlare apertamente di temi scomodi e tabù, come la depressione e l’autolesionismo, continuo a non amare molto le narrazioni ombelicali e autocentrate (spesso molto presenti nei fumetti), e in questo caso in particolare ho trovato la lettura dell’albo particolarmente faticosa e non sono riuscita a entrare in empatia con la protagonista praticamente mai.
Probabilmente è un problema generazionale o semplicemente di fase della vita o ancora di modo di essere, ma difficilmente potrei dire altro, di sensato, su quest’opera, su cui lascio a chi ci è entrato in sintonia il compito di farne una più distesa presentazione.
Voto: 2,5/5
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