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lunedì 29 dicembre 2025

Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione. Palazzo Bonaparte, 6 dicembre 2025

A Palazzo Bonaparte è in corso e programmata fino all’8 marzo 2026 la grande mostra dedicata all’artista boemo Alphonse Mucha, esponente di spicco dell’Art Nouveau.

Io e S. scegliamo di visitare la mostra con l’ormai collaudatissimo Vincenzo di Rome Guides, che – viste le eccellenti esperienze pregresse – sappiamo essere una garanzia di qualità, oltre ad essere capace di mantenere alta l’attenzione per l’intera ora e mezza in cui si dipana la visita.

Per me che di Mucha non so praticamente nulla, pur conoscendo alcuni dei suoi lavori più famosi, è l’occasione di conoscere innanzitutto un po’ di biografia di questo artista: il periodo nella nativa Boemia allora parte dell’impero austro-ungarico, la fase viennese, quella tedesca, poi la consacrazione artistica a Parigi grazie agli incontri con artisti già famosi all’epoca e soprattutto al sodalizio con Sarah Bernhardt, diva e attrice famosissima, che scelse Mucha come autore di moltissimi manifesti delle opere teatrali di cui era protagonista, poi l’intermezzo americano, quindi il ritorno nella nativa Boemia, dove negli anni Trenta assistette all’invasione nazista, fu imprigionato e morì per il complicarsi delle sue condizioni di salute, sepolto infine nel cimitero di Praga.

Il nome di Mucha è associato in modo particolare alle opere litografiche e ai poster da lui realizzati, con il supporto e la collaborazione del tipografo Champenois, che gli diedero una notorietà straordinaria e anche un importante ritorno economico, e che sono la parte della sua produzione che anche noi oggi conosciamo maggiormente.

Ma come spesso accade agli artisti, anche per Mucha ciò che gli diede fama e stabilità diventò anche per certi versi una prigione alla quale non fu facile sfuggire e che risultava molto limitante rispetto alle potenzialità creative della sua arte. Non a caso altre sue opere, come ad esempio L’epopea slava, venti tele che occuparono una parte importante della sua vita artistica e a cui Mucha teneva particolarmente in quanto espressione del suo spirito patriottico, non furono particolarmente riconosciute e apprezzate, se non molto più avanti.

A Mucha si deve però riconoscere innanzitutto l’eclettismo artistico che lo vide protagonista non solo dell’arte pittorica, ma anche di molte altre arti, come la fotografia, le arti applicate e molte altre, così come rilevante e innovativo è il ruolo che Mucha attribuisce nella sua arte alla figura femminile, che l’artista celebra non solo sul piano della bellezza ma anche come veicolo di molteplici significati, dai più semplici a quelli più complessi e spirituali, parte integrante del mondo culturale dal quale proveniva.

La mostra riesce a dare conto non solo delle diverse fasi della carriera di Mucha e delle sue numerose anime, ma riesce anche a contestualizzare adeguatamente la sua figura in un momento storico di grandissima vitalità sul piano culturale. L’intermezzo dedicato alla figura femminile nell’arte di cui la donna di Mucha rappresenterebbe la naturale erede mi è parso un po’ forzato e poco fluido, ma tutto sommato grazie a Vincenzo anche quello è diventato un momento sensato del percorso di visita.

Voto: 4/5

mercoledì 3 settembre 2025

Mostre a Roma a Ferragosto: Tina Modotti e George Hoyningen-Huene

Approfitto di un raro - per me - ferragosto romano per andare a visitare due mostre di fotografia in corso a Roma, ossia Tina Modotti. Donna, fotografa, militante. Una vita fra due mondi, al Museo di Roma in Trastevere, e George Hoyningen-Huene. Art. Fashion. Cinema, a Palazzo Braschi.

La prima mostra, gratuita con la Mic card, occupa un’ala del secondo piano del Museo di Roma in Trastevere, dove sono in corso altre due mostre non fotografiche. Si tratta di una mostra piuttosto piccola – una sessantina di foto – provenienti dalla collezione della Fototeca dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) della Città di Pachuca Hidalgo, la più grande Fototeca Iberoamericana.

La mostra racconta da un lato il percorso fotografico della Modotti, dalle prime foto di still life – nate dalla frequentazione del grande fotografo Edward Weston - passando per il reportage sulle donne di Tehuantepec fino ad arrivare alle foto realizzate a Berlino e a Madrid negli ultimi anni della sua breve vita, dall’altro il percorso umano e politico di questa donna che è stata al centro del complesso momento storico che l’Europa e il mondo hanno vissuto nella prima metà del Novecento, abbracciando l’ideologia comunista ma dimostrando soprattutto una mente eclettica, poliedrica e aperta sul fronte sia artistico che umano.

Della mostra mi sono piaciute soprattutto le integrazioni di tipo documentario, ossia le lettere, le poesie, le testimonianze lasciate dalla Modotti, che per quanto mi riguarda mi hanno consentito di interpretare, spero più correttamente, il suo rapporto con la fotografia e con la vita.

La seconda mostra che sono andata a visitare è quella dedicata a un’altra figura di grande rilievo nella storia della fotografia, sebbene meno conosciuta per il grande pubblico, George Hoyningen-Huene.

La mostra, curata da Susanna Brown, espone oltre 100 fotografie organizzate in 10 sezioni, che raccontano il percorso umano e artistico di questo grande fotografo, nato a San Pietroburgo nel 1900 da una famiglia altolocata, e morto a Los Angeles nel 1968. Hoyningen-Huene fu soprattutto fotografo di moda, lavorando per molti anni per la rivista Vogue e successivamente per Harper’s Bazaar, e nell’ambito della moda fu un maestro indiscusso nella gestione della luce e nella composizione fotografica, traendo ispirazione dai balletti russi, dall’antichità classica, dal surrealismo, dalle atmosfere dei ruggenti anni Venti. Mi ha colpito sapere che la sua foto forse più iconica, Divers, che ritrae Lee Miller e Horst P. Horst, compagno del fotografo, di spalle con costumi da bagno, e fa pensare a un’ambientazione marina, è stata in realtà realizzata sul terrazzo della sua casa.

Hoyningen-Huene fu infatti uno sperimentatore e un precursore su molti fronti, ad esempio nel ritrarre i nudi maschili come statue antiche, o ancora nella scelta e nell’uso del colore dopo l’avvento della Kodachrome, o ancora nel lavoro di direttore dei costumi e dei colori negli anni di massimo splendore del cinema hollywoodiano.

Il fotografo in tutta la sua carriera fu al centro della vita culturale e intrattenne direttamente rapporti con moltissime figure rappresentative di diversi contesti, da Salvador Dalì a Jean Cocteau, da Coco Chanel alla già citata Lee Miller, da Joséphine Baker a Sophia Loren, e visse una vita personale e professionale libera e sfaccettata, che appare moderna persino a noi.

Voto: 3/5 (Modotti); 4/5 (Hoyningen-Huene)

venerdì 4 luglio 2025

Da Caravaggio a Mario Giacomelli: le mostre a Palazzo Barberini e al Palazzo delle Esposizioni

Approfitto di un weekend in compagnia per recuperare alcune mostre in programmazione in questa primavera-estate romana, già caldissima all’inizio di giugno.

La prima – prenotata già diversi mesi fa – è quella dedicata a Caravaggio, in corso a Palazzo Barberini che attinge in prima battuta alle collezioni permanenti del museo e le arricchisce con prestiti provenienti da molte altre istituzioni museali italiane e straniere.

La mostra, curata da Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon, fa parte delle iniziative inserite nel programma giubilare. In un periodo – che ormai dura da diversi anni – in cui le mostre sono in tono sempre minore, con poche opere davvero rilevanti, a causa dei proibitivi costi di assicurazione per lo spostamento dei lavori di artisti così rilevanti, Caravaggio 2025 è un’eccezione, confermata anche dalla risposta del pubblico, che ha esaurito i biglietti disponibili fino alla sua conclusione molte settimane prima.

Effettivamente, una mostra davvero monografica come questa era un pezzo che non la si vedeva: a Palazzo Barberini nel percorso espositivo di quattro sale, corrispondenti ad altrettante sezioni della mostra, si ha la possibilità di seguire tutta la carriera artistica di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, in parallelo con le sue vicende di vita, a partire dalle opere degli inizi, tra cui il Narciso e i Bari, fino ad arrivare all’ultima realizzata poco prima della morte, il Martirio di sant’Orsola, prestato da Intesa Sanpaolo.

Nel mentre opere importanti come i ritratti di Maffeo Barberini, l’Ecce Homo, Santa Caterina, Marta e Maddalena, Giuditta e Oloferne, San Francesco in estasi, e molti altri lavori che permettono di osservare da vicino l’eccezionalità delle doti pittoriche di Caravaggio.

Io sono rimasta particolarmente colpita dalla Cattura di Cristo, l’unico quadro in mostra non fotografabile, che offre a chi guarda una composizione che ho trovato di una modernità davvero sconcertante.

Nonostante i tanti visitatori all’orario in cui ci sono andata io (ossia alle 19,40 di un venerdì sera – ma mi dicono che la situazione non cambia in altri orari e giornate), è possibile godersi il percorso e le opere, magari anche tornando indietro nelle sale lì dove se ne senta il bisogno.

Il pomeriggio successivo (sabato) è stato invece dedicato alle mostre in corso al Palazzo delle Esposizioni, luogo espositivo a mio parere molto sottoutilizzato, e dove infatti mancavo da tempo.

Noi abbiamo visitato le tre mostre fotografiche, dedicate rispettivamente ad Albert Watson, in particolare al suo lavoro dedicato alla città di Roma, dal titolo Roma Codex, a Mario Giacomelli (Il fotografo e l’artista) e ai premiati del World Press Photo.

La mostra delle grandi foto di Albert Watson è ospitata al piano terra del museo, nelle sale a sinistra: si tratta di grandi stampe di foto che raccontano lo sguardo del fotografo scozzese sulla città di Roma e le persone che la rappresentano, tra cui molti attori, registi, artisti, uomini politici ecc. Uno sguardo che può apparire a tratti convenzionale e folckloristico, ma che riesce anche a offrire punti di vista originali su una città che è tra le più fotografate al mondo.

Ma il vero obiettivo della nostra gita al Palazzo delle Esposizioni è la mostra dedicata a Mario Giacomelli, il fotografo di Senigallia che molti conoscono per la serie di fotografie dei pretini sulla neve dal titolo Io non ho mani che mi accarezzino il volto, che furono scattate nel cortile del seminario arcivescovile di Senigallia. Anche queste foto sono presenti in questa mostra e lo sono a fianco dei provini su cui Giacomelli aveva scritto i suoi appunti relativi agli interventi da fare in camera oscura, il che dice tantissimo del modo di lavorare del fotografo marchigiano, un modo che confina più con una ricerca artistica che con una vera rappresentazione del reale. Giacomelli cerca forme e grafismi, trasfigurando la realtà, a volte rendendola quasi irriconoscibile, e per questo una parte importante del suo lavoro – oltre allo scatto – è l’attività in camera oscura. Per questo la mostra, che consente di vedere oltre 300 stampe originali del fotografo, prova a raccontarne la poetica non solo attraverso le sue foto, ma anche attraverso la relazione con le opere di artisti contemporanei come Afro (Afro Basaldella), Roger Ballen, Alberto Burri, Enzo Cucchi, Jannis Kounellis. Viene così magnificamente fuori che le foto di Giacomelli vanno molto al di là di quanto rappresentano, e sono dei paesaggi interiori ed emotivi, costruiti a partire da luoghi, persone, ambienti come fossero tele appena abbozzate da cui il fotografo fa emergere l’essenza.

Non esattamente un tipo di fotografia di facile fruizione (non a caso la serie dei pretini è la parte più conosciuta della sua produzione, in quanto forse la più largamente fruibile), ma un viaggio spaesante, a tratti disturbante, nella mente di una persona dalla creatività decisamente strabordante e in parte naif.

La nostra visita al palazzo delle esposizioni si concluda con la visita alla sezione dedicata alle foto vincitrici del World Press Photo, il famosissimo contest di fotogiornalismo che ogni anno premia foto singole, storie e reportage di fotografi professionisti provenienti da ogni parte del mondo, e che di questo mondo raccontano attraverso le immagini realtà, persone e situazioni più o meno note.

Alcune delle foto in mostra hanno avuto già una larga esposizione mediatica, tra cui ad esempio la foto vincitrice della fotografa palestinese, Samar Abu Elouf, scattata per il New York Times, che ritrae un ragazzo rimasto mutilato negli attacchi su Gaza. Si tratta di foto che sono l’esatto contrario di quelle di Giacomelli: tanto quelle provavano a trasfigurare o ad allontanarsi dalla realtà, quanto queste affondano le radici nel mondo reale e nella vita delle persone.

Il Palazzo delle Esposizioni offre dunque al visitatore l’occasione di fare un viaggio attraverso tempi e modi diversi di fare fotografia, consentendogli dunque di apprezzare la complessità e le molteplici sfaccettature di quella che non a caso è ormai considerata a tutti gli effetti l’ottava arte.

lunedì 27 maggio 2024

Napoli Ottocento. Scuderie del Quirinale, 5 maggio 2024

Da tempo ormai è finita l'epoca delle mostre-evento, quelle fatte quasi interamente di grandi opere di grandi autori, perché le assicurazioni hanno costi praticamente insostenibili per qualunque istituzione.

In questo contesto, le gallerie e i musei stanno provando a riconfigurarsi rispetto al nuovo scenario, cercando un proprio modo di rimanere nel mercato con un'identità riconoscibile.

Nel contesto romano, uno dei musei che secondo me meglio di tutti sta riuscendo a interpretare questo nuovo contesto è quello delle Scuderie del Quirinale, che infatti negli ultimi anni, anziché puntare sui nomi che attirano il grande pubblico, propone percorsi artistici più originali, con caratteristiche sempre più trasversali e interdisciplinari, e con queste mostre riesce comunque a raggiungere un numero elevato di visitatori.

Ne ho già viste e apprezzate diverse, cosicché quando ho notato in giro i manifesti della mostra Napoli Ottocento, avevo già deciso di organizzarmi per andare a visitarla, ancora prima che alcune amiche me ne parlassero molto bene.

E così, approfittando di una bella domenica di sole, io e S. andiamo all'ora di pranzo a visitare questa mostra il cui filo conduttore è la città di Napoli e l'insieme dei movimenti artistici e culturali che la animarono durante l'Ottocento, facendone un punto di riferimento non solo in Italia ma anche in Europa.

L'Ottocento raccontato dalla mostra inizia in realtà dalle fascinazioni dei Grand Tour settecenteschi e si chiude allo scoppio della prima guerra mondiale.

In questo secolo rigoglioso per la città, a Napoli arrivarono artisti e intellettuali da tutta Italia, Europa e persino dagli Stati Uniti, affascinati dalle mille prospettive di questa città: le bellezze archeologiche, il folklore, il mare, il golfo e le isole, la vegetazione, l'urbanistica. Degli artisti in mostra alcuni sono famosi anche per me - ad esempio De Nittis, Fortuny, Turner, Sargent, Degas - altri invece, per me ignorante, risultano praticamente sconosciuti - vedi Van Pitloo, Giacinto Gigante, i fratelli Filippo e Giuseppe Palizzi, Gemito.

Così, attraverso questo percorso scopro l'esistenza di affascinanti scuole artistiche come quella di Posillipo, e di istituzioni scientifiche di grandissimo rilievo come la stazione zoologica nata dall'iniziativa di Anton Dohrn, nonché alcune forme di artigianato artistico, le origini della fascinazione di Napoli per il mondo orientale, i non scontati collegamenti tra le vicende storico-sociali e quelle artistico-culturali.

La mostra mi consente anche di cogliere l'alternarsi e lo scontrarsi - nel medesimo periodo e nella stessa area geografica - di correnti artistiche differenti, che interpretano il significato dell'arte in maniere diverse e scelgono soggetti artistici differenti, come espressione non solo di preferenze e interessi individuali ma anche in conseguenza di una diversa lettura collettiva della società e del mondo, così come mi porta per mano verso un'arte che dopo aver cercato di riprodurre su tela la luce si fa via via sempre più materica.

Ma, sopra tutto, la mostra ci dà la possibilità di vedere da vicino dipinti e opere bellissime di cui non sospettavamo l'esistenza.

Voto: 4/5

lunedì 18 dicembre 2023

El Greco. Milano, Palazzo Reale, 24 novembre 2023

In una breve puntata lavorativa a Milano, decido di fare un salto al Palazzo reale per vedere la mostra in corso dedicata a El Greco, il pittore Domínikos Theotokópoulos, nato a Creta nel 1541, poi vissuto per un periodo in Italia e infine trasferitosi in Spagna, a Toledo, dove realizza il numero maggiore delle sue opere e muore nel 1614.

Personalmente, trovo i dipinti di El Greco - pur essendo i soggetti quasi interamente a carattere religioso (del resto è difficile nella sua epoca e nei contesti nei quali opera immaginare qualcosa di diverso) - estremamente originali e diversi da tutto quello che conosciamo per quel momento storico. Le figure dipinte da El Greco hanno espressioni del volto e movimenti del corpo (oltre che colori dell'incarnato) che fanno pensare a un tratto quasi espressionista, creando una specie di disorientamento in chi guarda.

La mostra di Milano è interessante perché ci permette di comprendere meglio questa e altre caratteristiche della sua pittura, risalendo alle origini della formazione del pittore, ai modelli del suo perfezionamento in Italia e alla sua "poetica" consolidatasi in Spagna, tra l'altro nel periodo centrale della Controriforma.

El Greco nasce come pittore di icone, ma durante la permanenza in Italia - dove si trasferisce per perfezionare la tecnica e alla ricerca di committenti che purtroppo non trova - conosce alcuni maestri dell'epoca, tra cui Tiziano, Tintoretto e Michelangelo, e a loro si ispira per affinare la sua capacità di rappresentazione dei corpi, e non solo. Con il trasferimento in Spagna, dove finalmente El Greco trova dei committenti, il pittore - pur cercando di muoversi all'interno dei rigidi dettami di rappresentazione delle figure religiose previsti dalla Controriforma - sviluppa un linguaggio visivo decisamente originale e certamente molto personale, che non sempre sarà compreso dai suoi contemporanei.

La mostra milanese segue tutto il percorso del maestro e si conclude con una sala dedicata al Laocoonte, opera nella quale El Greco stravolge completamente l'iconografia del mito rappresentato nel famoso gruppo scultoreo, poi reinterpretato in maniera varia ma coerente da molti altri artisti.

Personalmente, della mostra ho apprezzato l'allestimento (con luci appropriate e un percorso chiaro), la scelta dei pezzi (compresi i pochi non di El Greco, che sono strettamente funzionali a comprendere il percorso artistico di quest'ultimo), i pannelli esplicativi completi e ricchi di spunti senza essere prolissi. Sono uscita dalla mostra sapendone certamente di più e avendo potuto apprezzare a pieno l'opera di questo pittore.

Voto: 4/5

martedì 2 maggio 2023

Antonio Ligabue. Conversano, Castello Aragonese, 10 aprile 2023

Durante i giorni di una Pasqua pugliese che meteorologicamente fa pensare più all’inverno che alla primavera nella quale ci troviamo, io e mia sorella decidiamo di andare a vedere la mostra in corso al Castello Aragonese di Conversano (e che durerà fino all’inizio di ottobre di quest’anno) dedicata ad Antonio Ligabue.

Sul pittore e scultore di origine bellunese, ma nato in Svizzera e vissuto dalla tarda adolescenza in poi nella bassa reggiana, avevo visto qualche anno fa il film di Giorgio Diritti, Volevo solo nascondermi, magistralmente interpretato da Elio Germano.

Di Antonio Ligabue (che aveva cambiato il cognome del patrigno Laccabue per l'odio che nutriva verso di lui) sapevo dunque già parecchie cose, ma proprio per questo mi ha fatto particolarmente piacere vedere dal vivo una sessantina delle sue opere, tra cui anche qualche scultura.

La mostra allestita a Conversano permette di approfondire parallelamente - anche grazie all'audioguida - il percorso personale e artistico di Ligabue durante tutta la sua evoluzione. Seguiamo così la sua carriera artistica dagli esordi al riconoscimento pubblico e contemporaneamente ne approfondiamo i momenti della vita, i difficili rapporti con la famiglia e in generale con il mondo circostante, il disagio psichico, i ricoveri negli ospedali psichiatrici, la nostalgia per la Svizzera, la passione per le moto Guzzi, le stranezze e la genialità.

Attraverso le opere esposte abbiamo la possibilità di conoscere i filoni tematici che gli furono più cari, in particolare gli animali (sia quelli di fattoria che quelli esotici, spesso ritratti in scene di lotta, le cui espressioni Ligabue spesso riproduceva col suo volto per trarne ispirazione), la vita rurale, i paesaggi (soprattutto quelli dell'amata Svizzera), gli autoritratti (soprattutto a mezzo busto, ma anche a figura intera).

Col passare del tempo la sua pittura si fece non solo tecnicamente sempre più matura, ma soprattutto più dinamica ed espressionista, e i colori sempre più accesi e pastosi.

Nelle sale della mostra anche qualche scultura, che riflette lo stesso approccio carnale e quasi viscerale proprio della sua pittura (l'artista masticava la materia - la creta del Po - con cui realizzava le sculture) e ne ripete soggetti e pose.

L'arte come spazio di espressione dei propri turbamenti e momento di allentamento delle tensioni della propria psiche disturbata è un leitmotiv che - come si sa - accomuna diversi artisti. Personalmente aver visto una dopo l'altra, a distanza di poco tempo, la mostra di Van Gogh a Roma e quella di Ligabue mi ha fatto percepire alcuni elementi che accomunano trasversalmente i due artisti, sia sul piano della vicenda personale - i problemi psichici e la condizione di solitudine - sia sul piano tecnico - l'amore per i colori e la pastosità degli stessi.

Certamente i soggetti rappresentati sono molto diversi, così come la varietà e la complessità dei temi e delle forme espressive. Soprattutto, Ligabue - pur in una vita non certo fortunata - ebbe però la "fortuna" di ottenere un riconoscimento della sua arte e non ebbe mai dubbi sul valore della sua opera, mentre invece Van Gogh morì senza praticamente aver mai venduto i suoi quadri e ottenuto un riscontro esterno della sua grandezza, il che è ovviamente paradossale se si pensa a quanto le sue opere sono oggi onnipresenti nelle forme più diverse, in un revival che non è eccessivo definire pop.

Voto: 4/5

lunedì 11 luglio 2022

Gianni Berengo Gardin. L'occhio come mestiere. MAXXI, 19 giugno 2022

In un'assolata e calda domenica di tardissima primavera, prima di gustare un paradisiaco sushi dal mio ristorante giapponese preferito di Roma, Shiroya, io e S. decidiamo di andare a vedere la retrospettiva su Gianni Berengo Gardin in corso al MAXXI dal titolo "L'occhio come mestiere".

La mostra è allestita negli spazi dell'extra MAXXI, in pratica l'edificio di fronte a quello principale del museo, dove mi era capitato in passato di vedere una bella mostra su Zerocalcare.

All'ingresso della grande sala del primo piano un po' di notizie biografiche su Berengo Gardin e un'introduzione alla mostra; inoltre grandi foto del suo studio fotografico e la possibilità di scaricare un podcast in cui le foto vengono raccontate dalla voce dello stesso fotografo.

La sala è poi suddivisa con pannelli per costruire un percorso attraverso le fotografie esposte, percorso articolato in linea di massima in ordine cronologico, ma anche raggruppando le foto in parte per luoghi e in parte per progetti. L'insieme delle fotografie esposte è "incorniciato" da quelle dedicate alla città di Venezia, che per il fotografo è il luogo del cuore.

Sulla parete di fondo, su appositi espositori, sono sistemati tutti i libri fotografici di Berengo Gardin, e fa davvero impressione vederli tutti insieme, tantissimi, a testimonianza di una lunga vita interamente dedicata alla fotografia.

Il percorso espositivo riesce a raccontare - soprattutto a chi lo conosce poco - le tante anime del fotografo, i suoi lavori, i reportage, i luoghi - tutto rigorosamente in bianco e nero - mostrando al contempo la coerenza di fondo del suo sguardo fotografico che dà unitarietà a tutto il corpus. Com'è tipico delle retrospettive dedicate a fotografi che hanno privilegiato il reportage, di ognuno dei lavori di Berengo Gardin ci sono soltanto degli assaggi, estrapolati da una narrazione più ampia, ma già questi assaggi sono sufficienti a mettere in evidenza la qualità di osservazione del fotografo.

Man mano che guardavo le sue foto, riconoscendone tante, dalle più famose a quelle meno note, mi è tornata in mente l'intervista video pubblicata da Contrasto in una serie di DVD dal titolo La fotografia italiana, in cui Berengo Gardin racconta i retroscena e i contesti di molte foto, nonché le circostanze in cui sono nati alcuni dei suoi lavori più famosi. Ci parla del suo immenso archivio fotografico e dell'immane lavoro di manutenzione che comporta. E in questo chiacchierare mette a nudo il suo modo di essere, assertivo e umile al contempo. Una figura che non risulta in alcun modo respingente, e che anzi ancora di più ci fa apprezzare le sue fotografie.

Una mostra che è un piacere per gli occhi e per l'anima.

Voto: 4/5

venerdì 14 gennaio 2022

In giro per mostre. Roma, 26 dicembre 2021-6 gennaio 2022 (II parte)

Per la prima parte del post si veda qui.

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Inferno. Scuderie del Quirinale

La mostra Inferno alle Scuderie del Quirinale l'avevo un po' sottovalutata. In realtà me ne avevano parlato bene in molti ma io non ero particolarmente attirata. Ci vado perché S. vuole vederla e mi aggrego.

In realtà si tratta di una mostra estremamente originale, non incentrata su un artista, o un periodo, o uno stile, bensì su un tema che è appunto quello dell'inferno. Le origini del concetto, la sua concezione, la rappresentazione, la sua struttura, i suoi abitanti, il diavolo, i peccatori, la visione dantesca, e le molteplici letture che le varie arti ne hanno dato, dalla pittura alla scultura, dal cinema al teatro delle marionette, fino ad arrivare all'inferno in terra, la follia, le fabbriche e soprattutto la guerra con i suoi orrori. Questa discesa agli inferi termina come il viaggio di Dante, ossia con l'uscita "a riveder le stelle".

A settecento anni dalla morte di Dante, un viaggio emozionante meravigliosamente curato da Jean Clair e splendidamente ospitato dalle sale delle Scuderie del Quirinale. Consigliata.

Voto: 4/5

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Jacques Henri Lartigue. L'invenzione della felicità. Fotografie. WeGil

Delle mostre di fotografie attualmente in corso a Roma mi mancava solo questa dedicata a Jacques Henri Lartigue, un fotografo francese che non conoscevo. Per la mia esperienza, la WeGil non brilla per la qualità degli allestimenti, fors'anche per lo spazio a disposizione che non è particolarmente grande né flessibile, però gli si deve riconoscere il merito di portare a Roma mostre di grande interesse.

L'invenzione della felicità, mostra curata da Marion Perceval e Charles-Antoine Revol, rispettivamente direttrice e project manager della Donation Jacques Henri Lartigue, e da Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci, è una retrospettiva sul fotografo francese composta da 120 immagini, di cui una parte significativa inedite.

Si va dai primi scatti del giovanissimo Jacques, fatti intorno ai 10 anni quando il padre gli regalò la prima macchina fotografica, per arrivare al momento d'auge della sua carriera quando il fotografo fu tardivamente scoperto come narratore per immagini della Belle Epoque, fino agli ultimi decenni della sua carriera nei quali nuove strade fotografiche si affiancano allo stile e alle passioni fotografiche iniziali di Lartigue.

Personalmente ho trovato sorprendenti soprattutto le foto fatte nei primi decenni, quelle fatte per diletto e riscoperte solo molto più avanti, che mostrano un fotografo con il gusto dell'osservazione e il desiderio di cercare e fermare nel tempo e nella memoria bellezza e gioia. Caratteristica che poi resta nella sua attività fotografica successiva, persino nelle fotografie fatte su commissione.

Una mostra che sul piano dell'allestimento e dell'apparato paratestuale ho trovato non eccelsa, ma che mi ha fatto scoprire un fotografo molto interessante.

Voto: 3/5

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Klimt. La Secessione e l'Italia. Museo di Roma, Palazzo Braschi

Il giro delle mostre romane si completa con la visita a quella dedicata a Klimt e al rapporto degli artisti della Secessione viennese con l'Italia.

La mostra, a cura di Franz Smola, curatore del Belvedere, Maria Vittoria Marini Clarelli, Sovrintendente Capitolina ai Beni Culturali, e Sandra Tretter, vicedirettore della Klimt Foundation di Vienna, ospita oltre 200 opere, tra cui numerose di Gustav Klimt, ma anche molte degli altri artisti, pittori, scultori e designer, che parteciparono al movimento secessionista, nonché opere di artisti italiani influenzati da Klimt e dal suo movimento artistico.

Tra le chicche della mostra la possibilità di vedere a colori tre opere di Klimt andate perse e note solo attraverso foto in bianco e nero (quelle da lui realizzate per rappresentare la Filosofia, la Giurisprudenza e la Medicina), il tutto grazie a un lavoro di ricerca realizzato anche con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. Inoltre un'intera sala ricostruisce il fregio di 34 metri di lunghezza realizzato da Klimt come omaggio alla Nona sinfonia di Beethoven nell'ambito della XIV mostra dei Secessionisti.

Oltre a numerosissimi disegni preparatori, in mostra è anche possibile ammirare alcune tra le opere più importanti e interessanti di Klimt come Giuditta, Ritratto di signora e La Sposa.

E con questa mostra piena di colori e di informazioni si conclude questo mio tour natalizio nei musei della città. Nonostante tutto, a volte benedico di vivere a Roma, dove davvero c'è sempre qualcosa da fare.

Voto: 3,5/5

mercoledì 12 gennaio 2022

In giro per mostre. Roma, 26 dicembre 2021-6 gennaio 2022 (I parte)

Approfitto della mia inedita presenza a Roma nel periodo natalizio per recuperare un po' di mostre che erano da tempo nei miei programmi, ma non ero ancora riuscita ad andare a vedere.

Qui la seconda parte del racconto.  

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Prima, donna. Margaret Bourke-White. Museo di Roma in Trastevere

Inizio il mio tour dalla mostra che il Museo di Roma in Trastevere, con la cura di Alessandra Mauro, dedica a Margaret Bourke-White, fotografa americana nata a New York nel 1904 e morta nel 1971 dopo 20 anni di difficile convivenza con il morbo di Parkinson.

Il titolo della mostra mi è sembrato particolarmente significativo per il suo essere polisemico. La Bourke-White ha infatti, come fotografa donna, molti primati, e questi primati sono tutti (o comunque molti) ben illustrati dalle varie sezioni della mostra; però il titolo sembra anche suggerire il fatto che il suo essere donna preceda un po' tutto il resto. 

Ed effettivamente inoltrarsi nella mostra e seguire il suo pensiero e la sua attività sembrano confermare la grandezza umana di questa donna, su cui gettano luce alcuni citazioni tratte dai cartelli esplicativi delle varie sezioni. A me ha colpito questa: «I fotografi vivono tutto molto velocemente; l'esperienza ci insegna ad affinare la nostra abilità, ad afferrare al volo i tratti salienti, i punti forti di una situazione. Quel momento perfetto e denso di significato, così essenziale da catturare, spesso è il più effimero e le possibilità di approfondimento sono rare. Scrivere un libro è diventato il mio modo di digerire le esperienze che vivo. Questa casa, nascosta dal bosco che la circonda, è il posto migliore per scrivere e per rinfrancare lo spirito. La solitudine è un lusso prezioso quando si scrive un libro. [...] Nella mia vita non c'è mai stato molto spazio per il matrimonio. Se avessi avuto dei figli sarebbe stato diverso, avrei sicuramente preso da loro l'energia e l'ispirazione anche per il mio lavoro. Chissà, forse invece di andare in guerra avrei scritto libri per l'infanzia. Ma non credo esista una vita migliore delle altre, esistono solo vite diverse. Sono sempre stata contenta della scelta che ho fatto. Una donna che vive una vita vagabonda deve essere capace di affrontare la solitudine, deve avere una stabilità emotiva, una cosa molto più importante della stabilità economica. Se sai di poter contare su di te, la vita può essere molto ricca, anche se questo richiede una grande disciplina.»

Le undici sezioni della mostra, L’incanto delle acciaierie, Conca di polvere, LIFE, Sguardi sulla Russia, Sul fronte dimenticato: gli anni della guerra, Nei Campi (che racconta l’orrore al momento della liberazione del campo di concentramento di Buchenwald), L'India, Sud Africa, Voci del Sud bianco, In alto e a casa, La mia misteriosa malattia, sono altrettante occasioni per approfondire la conoscenza del suo lavoro e della sua vita.

Una chicca è il video dell'intervista originale che Edward R. Murrow le fece a distanza (lei stava nella sua casa) durante il suo programma See it now, passato alla storia per l'espressione Good night and good luck con cui salutava i telespettatori.

La cosa più sorprendente di questa intervista è che Margaret, che il giornalista chiama affettuosamente Maggie, sembra una qualunque casalinga americana degli anni Cinquanta, con il suo vestitino a fiori e la sua casetta ordinata. Però Maggie parla della sua incredibile vita di fotografa e delle situazioni straordinarie nelle quali si è trovata, tra cui precipitare in mare da un elicottero e andare alla deriva insieme all'equipaggio per poi essere salvati quasi per caso, ovvero partecipare ad azioni di guerra, o intervistare il Mahatma Gandhi la sera prima della sua morte.

E il modo in cui, durante la lunga malattia, si offre alla fotocamera di un suo amico e collega per raccontarsi anche in un momento di debolezza conferma la tenacia incredibile del suo carattere.

Voto: 4/5

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Calogero Cascio. Picture Stories, 1956-1971. Museo di Roma in Trastevere

Sempre al Museo di Roma in Trastevere, al secondo piano, visito un'altra bella mostra: un'antologica dell'opera fotografica di Calogero Cascio, fotografo nato a Sciacca nel 1927 e morto a Roma (la sua città di elezione) nel 2015.

Cascio si era trasferito a Roma per studiare medicina, ma già negli anni dell'Università si avvicinò al mondo dell'editoria e della fotografia e cominciò a collaborare con riviste quali "Il Mondo" e L'Espresso", fino a decidere di abbandonare completamente la strada della professione medica e abbracciare l'attività di fotografo.

In quest'attività pluridecennale Cascio ha documentato più e più volte l'Italia, e in particolare la sua nativa Sicilia, terra con la quale ha avuto un rapporto di amore-odio (che tra l'altro posso comprendere molto bene): «Sono qui a Palermo, in Sicilia, che non è Europa e non è Africa, è soltanto Sicilia [...] I siciliani, a dire il vero, sono un po' orgogliosi di questa lontananza e io, che sono siciliano, lo so bene. Ma lo so ora che sono qui, ora che sono ritornato in questa mia terra che vorrei solo amare un po' di meno e odiare molto di meno. Perché è strano, ma quando ne sono lontano ho un grande desiderio di rivederla, poi, quando l'ho rivista, vorrei scappare e non posso» (1963).

Ma Cascio ha anche raccontato per numerosi giornali e riviste italiane (e non solo) storie e realtà provenienti da tanti paesi del mondo, con uno sguardo profondamente umanista, attento dunque all'essere umano, sebbene non indifferente alle regole della composizione e alla bellezza formale e sostanziale, come tante sue foto dimostrano.

L'ho vista un po' di corsa, avendo dedicato molto tempo al piano terra, ma lo considero un primo contatto con questo artista.

Voto: 3,5/5

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Amazônia / Sebastião Salgado. MAXXI

A differenza della Bourke-White e di Cascio, Salgado lo conoscevo molto bene per aver visto il film di Wim Wenders su di lui e anche una precedente mostra romana risalente ormai al 2013. Quindi sapevo cosa aspettarmi.

L'allestimento del MAXXI è molto bello e scenografico: le foto si articolano in varie sezioni, che però si possono dire appartenenti a due grossi insiemi: le foto paesaggistiche che sono stampate in grande formato e sono prevalentemente appese al soffitto e le foto con soggetti umani (ritratti di uomini, donne e bambini dei vari gruppi e tribù che abitano la foresta dell'Amazzoni), queste ultime sistemate fuori e dentro delle strutture circolari ispirate ad alcune abitazioni tipiche del territorio.

Il tutto è immerso nel buio, cosicché le foto - che sono le uniche cose illuminate da appositi faretti - sembrano a prima vita quasi retroilluminate, mentre in sottofondo suonano musiche composte appositamente per la mostra.

L'effetto è piuttosto suggestivo e le foto di Salgado, sempre bellissime - forse quelle con soggetti umani persino più emozionanti di quelle con gli straordinari paesaggi naturali - sono come dei fari nel buio, con il loro bianco e nero molto contrastato ed estremamente luminoso.

Purtroppo c'è troppa gente (eppure ero prenotata per le 14 del 26 dicembre, non oso immaginare più tardi), e dunque non si riesce a godere adeguatamente e con serenità della mostra, e devo anche dire che l'effetto "wow" delle foto di Salgado alla fine tende a scemare, un po' per la ripetitività di alcuni contenuti, un po' perché è talmente tutto incredibile da non sorprenderci più.

Ovviamente sappiamo che l'obiettivo di Salgado - insieme alla moglie Lélia Wanick, con cui ha fondato l'Instituto Terra - è quello di contribuire al salvataggio di un ambiente naturale, quello della foresta amazzonica, fortemente minacciato dalla deforestazione e dal cambiamento climatico, che mettono a rischio non solo la sopravvivenza di quell'ambiente naturale, bensì anche quella dell'intero pianeta la cui salute dipende anche da quell'incredibile polmone che è l'Amazzonia, oltre a rendere sempre più difficile la vita delle popolazioni che qui vivono da millenni, alcune delle quali addirittura mai venute in contatto con altri esseri umani.

Quindi, già solo per questo, la mostra va vista.

Voto: 3,5/5

mercoledì 24 novembre 2021

Essere umane. Le grandi fotografe raccontano il mondo. Forlì, Musei San Domenico, 10 ottobre 2021

In occasione della nostra gita in Romagna, su suggerimento di un'amica, andiamo a visitare la mostra in corso ai Musei San Domenico a Forlì, Essere umane, dedicata alle fotografe.

Si tratta di una mostra ricchissima, che consente allo spettatore di fare una galoppata nei secoli adottando il punto di vista delle fotografe donna sul mondo, sulla società, sul privato.

Il percorso, concepito dal curatore Walter Guadagnini, è organizzato secondo un ordine cronologico, a sua volta suddiviso in tre sezioni. La prima è dedicata agli anni '30-'50 e si apre con l'iconica foto della madre migrante realizzata da Dorothea Lange durante la crisi americana degli anni '30. In questa sezione troviamo anche le foto di alcuni progetti fotografici di Lee Miller, Ruth Orkin, Tina Modotti, Berenice Abbott, Margaret Bourke-White, Eve Arnold, Gerda Taro. Alcune fotografie e alcune fotografe sono famosissime, altre sono per me meno note o - sicuramente per mia mancanza - quasi sconosciute, ma tutte aprono una finestra su un'epoca e su un mondo.

La seconda sezione è dedicata al periodo che va dagli anni '60 agli anni '80 e vede protagoniste fotografe come Inge Morath, Diane Arbus, Lisetta Carmi, Letizia Battaglia (per citare i nomi più noti), ma anche Susan Meiselas, Dayanita Singh, Paola Mattioli. Un'area specifica è occupata da una serie di ritratti di personaggi celebri realizzati dalla grande Annie Leibovitz.

La terza sezione apre lo sguardo sul presente e forse anche in parte sul futuro grazie alle fotografie di alcune autrici giovanissime, come ad esempio Silvia Camporesi. In questa parte della mostra i nomi delle fotografe sono sicuramente meno conosciuti, Zanele Muholi, Newsha Tavakolian, Jitka Hanzlova, Shadi Ghadirian, Shobha, Cristina De Middel, e anche la forma della fotografia tende a diventare meno prevedibile e standardizzata e si declina in forma di collage e in alcuni casi di vere e proprie installazioni. 

Il risultato è un percorso di scoperta dello sguardo femminile, che mostra le sue mille sfaccettature e la sua straordinaria varietà, ma anche un tratto trasversale che fa da fil rouge all'intera mostra, ossia l'empatia e la vicinanza all'umanità fotografata che è tipica del punto di vista delle donne, soprattutto nel momento in cui la scelta è quella di approcciare situazioni e contesti delicati.

Personalmente mi ha anche molto intrigato il lato curatoriale della mostra, lì dove ci si trova di fronte alla necessità di raccontare lo sguardo di queste fotografe attraverso poche fotografie (a volte addirittura solo due), dovendo dunque scegliere uno o  al massimo due progetti, ma all'interno di quei progetti che ovviamente hanno una loro articolazione e complessità interna, solo poche foto capaci comunque di evocare e narrare.

Alcune selezioni mi hanno particolarmente colpito, soprattutto perché si trattava di fotografe per me poco conosciute: tra queste Berenice Abbott, Eve Arnold, Susan Meiselas, Paola Mattioli, Graciela Iturbide, Dayanita Singh, Claudia Andujar, Shobha. La mostra dunque è stata anche l'occasione per partire alla scoperta di sguardi per me nuovi e intriganti.

Da vedere.

Voto: 4/5

lunedì 8 giugno 2020

Eros / Tina Modotti. Palazzo Merulana. Ara Güler. Museo di Roma in Trastevere, 23 febbraio 2020

Era una bella domenica di sole poco prima che iniziasse l'incubo Coronavirus e ancora si girava tranquilli per la città a godere delle sue bellezze e delle sue attività culturali. Poi con il lockdown questo post è rimasto in panchina e avevo pensato di non pubblicarlo più. Ora che almeno il Museo di Roma in Trastevere ha riaperto ho pensato che potesse essere utile offrire questi brevi appunti ai lettori.

La prima delle due mostre visitate in quel weekend era stata inaugurata da pochissimo a Palazzo Merulana nell'ambito di una serie di iniziative dedicate complessivamente alla fotografia. Si trattava della mostra intitolata Eros e dedicata a Tina Modotti, grande fotografa e non solo, la cui vita assomiglia davvero a un romanzo. La mostra occupava l'ultimo piano del palazzo, cosicché abbiamo approfittato del biglietto d'ingresso per dare anche un occhio alla collezione Cerasi, ossia la raccolta di quadri e sculture prevalentemente degli anni '20 e '30 appartenenti ai coniugi Cerasi ed esposto al secondo e terzo piano del palazzo.

La mostra fotografica - come spesso accade per le mostre di Palazzo Merulana - si presentava piuttosto risicata. Si componeva di quattro parti: una parete raccoglieva alcune fotografie iconiche della Modotti, un'altra era dedicata alle fotografie di mani e fiori che instaurano tra loro quasi un dialogo, un'altra parete ancora era dedicata alle donne messicane che camminano con i tipici contenitori in equilibrio sulla testa, infine il corridoio era dedicato alle foto dei murales messicani.

Si trattava nel complesso di foto belle e interessanti, ma che certamente non rendevano appieno la complessità della figura di Tina Modotti come fotografa e come attivista, e la visita nel complesso ci ha lasciato un po' di amaro in bocca perché ci saremmo aspettate molto di più.

Voto: 2,5/5

Per consolarci avevamo deciso di andare a fare un salto anche al Museo di Roma in Trastevere dove era corso - ed è ancora visitabile - la mostra dedicata al fotografo turco Ara Güler. Come spesso accade per le mostre in questo museo, il nome del fotografo non mi dice nulla, ma poi scopro che si tratta di una figura importantissima nel mondo della fotografia, vincitore di moltissimi premi e riconoscimenti in tutto il mondo.

La mostra romana dedica molto spazio in particolare alle sue foto della città di Istanbul, sua città di origine che Güler ha continuato a fotografare per tutta la vita, riuscendo a coglierne l'anima e a raccontarne i diversi quartieri con uno sguardo attento e amorevole. Le fotografie sono bellissime ed emozionanti, e fanno venire voglia di vederne ancora e ancora, e di mettersi immediatamente in viaggio verso Istanbul, anche se quella Istanbul che Güler fotografa forse non esiste quasi più.

L'ultima parte della mostra è dedicata ai ritratti che Güler ha fatto ai personaggi famosi, anche questi affascinanti e originali per la capacità - come mi fa notare S. - di ritrarre queste persone come fosse persone normali e nello stesso tempo di farne venir fuori l'anima.

Facciamo un giro esplorativo anche al piano superiore, ma le mostre lì in corso non ci catturano, così usciamo nella luce rosata di un bellissimo tramonto romano di fine febbraio.

Voto: 4/5

venerdì 22 febbraio 2019

On love and other matters / Richard Renaldi. Bologna, Spazio Labò, 16 febbraio 2019

Durante uno dei miei weekend bolognesi, mi propongo di andare a vedere la mostra fotografica dedicata al fotografo americano Richard Renaldi (classe 1968), di cui avevo letto bene in un articolo dell'Internazionale.

Non conosco l'artista, né ho la più pallida idea (pur avendo vissuto a Bologna) di dove sia lo Spazio Labò, il luogo che ospita la mostra. Scopro che si tratta di un piccolo atelier fotografico al piano terra di un edificio che si affaccia su una corte interna di un palazzo signorile di strada Maggiore. All'esterno per fortuna c'è un totem che pubblicizza la mostra, altrimenti non credo l'avremmo mai trovato!

Il posto è molto bello, c'è una piccola anticamera, poi una saletta con una libreria piena di libri di fotografia e un grosso tavolo dove poterli consultare, e sulla parete di fronte sono appese le prime foto della mostra On love and other matters di Richard Renaldi.

Quelle esposte sono alcune delle foto che fanno parte del progetto fotografico I want your love, un progetto autobiografico dell'artista che inizia con alcune foto familiari dei primi anni Settanta e i primissimi autoscatti in bagno all'età di circa 10-11 anni per arrivare fino ad oggi con ritratti e autoritratti dell'artista ormai cinquantenne.

L'autoscatto che fissa lo sguardo su sé stesso a età diverse è una delle componenti di questo progetto e registra il cambiamento fisico di Renaldi, che anche attraverso la sua fisicità cerca di definire e imporre la sua identità, mentre attraversa le varie fasi della vita, caratterizzate dall'irrompere della sua omosessualità e dalla partecipazione all'universo gay newyorkese, dai rapporti non sempre facili con i genitori, dalle feste e dai divertimenti, da nuovi amori più o meno duraturi e fortunati (l'ultimo ormai ventennale con Seth), dalla scoperta della malattia. E però più in generale da una sostanziale gioia di vivere e partecipare appieno dell'esistenza.

Nella sala principale della mostra è collocata anche una vetrina con oggetti e piccole stampe a corredo dell'universo visivo di Renaldi raccontato in I want your love

Alle foto stampate ed esposte si affiancano, sempre nella sala grande, due schermi : uno manda fotografie di night club e incontri di natura prevalentemente sessuale (2, Untitled work), l'altro riproduce in sequenza le centinaia di foto che compongono la serie Hotel room portraits, che ritrae Richard e Seth nelle numerosissime stanze d'albergo che hanno frequentato durante i loro viaggi in tutto il mondo.

Nella saletta in fondo alla mostra un piccolo televisore vintage riproduce le foto che fanno parte del progetto Pier 45, il luogo di New York dove un tempo si radunava la comunità LGBT di New York nonché altre minoranze della città, prima che la zona fosse oggetto di una totale riqualificazione. Sul video scorre la voce di persone che hanno vissuto il Pier 45 e che raccontano il significato e il valore che questo luogo ha avuto per loro.

Dopo aver visto la mostra ci fermiamo al tavolo di consultazione e sfogliamo il libro I want your love lì disponibile, nonché altri volumi in cui sono stati pubblicati i progetti di Renaldi. A me colpisce soprattutto quello che si intitola Touching strangers, in cui Renaldi fotografa due (o più) estranei che invita a un contatto fisico.

La mostra è molto interessante e non può non catturare l'attenzione del visitatore. Personalmente avrei gradito qualche didascalia e forse anche qualche aiuto visivo in più nello spazio espositivo per creare una più chiara corrispondenza tra le foto e i testi contenuti nell'opuscolo distribuito all'ingresso della mostra, testi che amplificano e conferiscono significati più ampi alle immagini che vediamo. Ma forse è solo perché io sono una persona che appartiene al mondo della parola prima che a quello delle immagini.

Voto: 4/5

venerdì 8 febbraio 2019

Lisetta Carmi. La bellezza della verità. Museo di Roma in Trastevere, 2 febbraio 2019

In una giornata che più piovosa non si può, approfittando della presenza a Roma dei miei amici A. e P., riesco finalmente ad andare a vedere la mostra di Lisetta Carmi al Museo di Roma in Trastevere, che avevo adocchiato da tempo e dove posso entrare gratis grazie alla mitica MIC (la carta dei musei di Roma che ho acquistato qualche mese fa a soli 5 euro).

Come spesso accade, devo confessare anche in questo caso la mia ignoranza: prima di leggere della mostra e della fotografa protagonista, non conoscevo Lisetta Carmi e il suo lavoro, né sapevo che la donna, ormai novantaquattrenne, vive da parecchio tempo nella mia terra d'origine e precisamente a Cisternino, pur essendo originaria di Genova, la città che ha immortalato in una parte significativa delle sue foto.

La mostra di Roma offre una retrospettiva molto ricca della sua produzione, oltre alla possibilità di vedere una lunga e illuminante intervista alla fotografa, nonché - protetti da alcune teche - i suoi strumenti di lavoro (la sua borsa e le sue macchine fotografiche) e le edizioni originali di alcune delle sue pubblicazioni più famose o più originali.

Al piano terra si possono visionare le fotografie sul porto di Genova e sugli operai dell'Italsider, poi nella lunga parete a sinistra dell'ingresso le foto di viaggio, provenienti da ogni parte del mondo dove Lisetta Carmi è arrivata con la sua macchina fotografica e anche da luoghi più vicini (ad esempio la Sicilia) ma che appaiono altrettanto lontani nella loro arretratezza e insieme poesia degli anni Sessanta. Un altro corridoio ospita invece i ritratti: la famosa serie dedicata a Ezra Pound che le valse il Premio Niépce per l'Italia, e poi i ritratti di molti intellettuali italiani e stranieri suoi contemporanei.

Le salette del piano terra sono invece interamente dedicate al progetto fotografico sui travestiti di Genova, progetto che fu fortemente avversato dalla società benpensante dell'epoca (come la stessa fotografa ci racconta in video) ma che probabilmente ha contribuito a consegnare la Carmi alla storia della fotografia per essere entrata - prima di chiunque altro - nelle case e nei cuori di queste persone con garbo e affetto.

La seconda parte della mostra si sviluppa al secondo piano del Museo, dove sono esposte le fotografie scattate dalla Carmi in occasione di spettacoli teatrali e musicali, ritratti e foto di scena dei protagonisti di quegli anni. Qui viene fuori l'anima musicale di Lisetta Carmi che infatti prima di diventare fotografa era destinata a essere pianista e che fa filtrare questa passione anche attraverso il suo mestiere di fotografa, come emerge in particolare dalla serie fotografica che illustra con le foto un brano musicale.

Un'ultima saletta è dedicata al parto, un progetto fotografico realizzato dalla Carmi su richiesta dell'Ospedale Galliera di Genova che racconta in maniera diretta e senza filtri la brutalità e la meraviglia del parto naturale trasmettendo quel senso di profondo mistero che sta dietro la nascita di una nuova vita. Foto sicuramente forti, ma indimenticabili per il loro straordinario impatto emotivo.

Usciamo dalla mostra che ancora piove, ma le foto di Lisetta Carmi hanno portato un raggio di luce e bellezza in questa giornata così grigia.

Voto: 4/5

mercoledì 30 gennaio 2019

Testimoni dei testimoni. Ricordare e raccontare Auschwitz. Palazzo delle esposizioni, 27 gennaio 2019

Nella giornata della memoria e quasi senza volerlo - visto che alla mostra ci voleva andare primariamente la mia amica F. che però non è arrivata in tempo - capito alla mostra appena inaugurata al Palazzo delle Esposizioni, che tra l'altro per l'occasione è anche gratuita.

Si tratta di un progetto in buona parte immaginato da un gruppo di ragazzi che hanno partecipato ai viaggi della memoria e che hanno avuto la possibilità di ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti dei campi di concentramento.

È dunque proprio una di queste ragazze che ci accoglie all'entrata e che, con grande partecipazione, ci spiega com'è nata e com'è organizzata questa mostra.

Il primo impatto è emotivamente forte: gli spettatori vengono fatti entrare in un vagone di legno, completamente buio, dove si sente il rumore del treno sulle rotaie interrotto a un certo punto dai discorsi di Hitler prima e di Mussolini dopo sulla questione ebraica.

Questa esperienza dura otto minuti e comunica immediatamente ai visitatori che questa mostra punta al loro coinvolgimento sensoriale e dunque anche emotivo.

All'uscita dal vagone ci accolgono dei video che spiegano com'era fatto un campo di concentramento e in un certo senso che cosa ci aspetta.

Nella sala principale, al centro, ci sono dei pannelli su cui vengono proiettate le immagini dei ragazzi che ci raccontano la loro esperienza di "testimoni dei testimoni" e, intorno a loro, delle pareti scure su cui sono scritti dei nomi e cognomi e degli estremi anagrafici. Avvicinando l'orecchio alle pareti è possibile ascoltare le testimonianze di queste persone che hanno vissuto sulla loro pelle l'esperienza del lager.

Nelle tre stanze in fondo il visitatore può accedere a tre diversi approfondimenti: una stanza è dedicata agli esperimenti medici e scientifici che venivano effettuati sui prigionieri e in particolare sui bambini, una è dedicata alla lingua parlata nei campi di concentramento dove persone di diversa provenienza avevano bisogno di comunicare tra di loro, e nella stanza al centro ci sono dei pannelli con le immagini sfocate, che quando lo spettatore si avvicina si fanno più nitide rivelando una persona la cui vita è stata cancellata dal lager.

All'uscita uno dei ragazzi che fa assistenza alla mostra mi dà una tessera e mi spiega che ormai anche io sono diventata una "testimone dei testimoni" e dunque sono chiamata a portare all'esterno della mostra questa testimonianza.

Un'esperienza molto didattica e di grande impatto emotivo che consiglio a tutti per riflettere sull'aberrazione che fu l'Olocausto e sulla necessità di interrogarsi sempre - anche oggi e nel futuro - su cosa significa restare umani.

Voto: 4/5

mercoledì 19 dicembre 2018

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998. Venezia, Tre Oci, 9 dicembre 2018

La mostra antologica su Willy Ronis al Palazzo dei Tre Oci, il palazzo novecentesco della Giudecca ormai deputato alla fotografia, è stata l'occasione di un bel weekend veneziano, in cui abbiamo potuto godere di molte altre meraviglie. Devo dire però che la mostra da sola vale il viaggio.

Willy Ronis è un fotografo francese, figlio di immigrati dall'Est Europa, che nella sua lunga vita (è morto nel 2009 a 99 anni) è stato attivo sul fronte fotografico per oltre 75 anni e lo ha fatto senza mai tradire la sua vocazione per il filone della "fotografia umanista".

Ronis - pur avendo viaggiato molto e a lungo e avendo fatto fotografie in tutto il mondo (come testimonia una sezione della mostra che ospita anche le foto fatte a Venezia) - ha sempre mantenuto un rapporto privilegiato con la Francia, in particolare con la città di Parigi, e nello specifico con il quartiere di Belleville e Ménilmontant. Nelle sue foto - realizzate tutte in uno splendido bianco e nero - prevalgono le situazioni catturate per strada, ma i protagonisti non sono solo sconosciuti e passanti, bensì spesso anche familiari e amici. Due delle foto più famose di Ronis sono infatti quella della moglie Marie-Anne che si lava nuda a un lavabo della casa di campagna e quella di suo figlio Vincent che fa volare un aeroplanino.

Il suo lavoro però comprende anche numerosi reportage e fotografie realizzate su commissione, che raccontano alcuni momenti e aspetti significativi della recente storia francese, come ad esempio gli scioperi e la vita nelle fabbriche.

La mostra veneziana consente al visitatore di effettuare un percorso attraverso le oltre 120 fotografie selezionate, che sono organizzate per filoni di interessi, tematiche e chiavi di lettura significative. Tali sezioni sono introdotte da pannelli illustrativi brevi ed efficaci che arricchiscono la visita senza rallentarla né appesantirla. Le foto sono tutte corredate di didascalie, e alcune di queste riportano il commento dello stesso Ronis che offre dei dettagli sulle circostanze e i modi dello scatto, nonché - cosa piuttosto rara - sul lavoro effettuato in fase di stampa.

Il percorso attraverso i tre piani della mostra è reso ancora più interessante dalla possibilità di fermarsi per un approfondimento nelle due salette allestite con due video dedicati al fotografo: in uno vediamo lo stesso Ronis ultranovantenne ma lucidissimo che racconta la sua storia fotografica e personale, nell'altro ascoltiamo il direttore dei Tre Oci che ci racconta come è nata la mostra e ci offre il suo punto di vista sul fotografo e la sua produzione. Entrambi i video risultano interessanti e della giusta durata nell'economia della visita alla mostra.

Una nota di merito infine al fatto che, all'interno degli spazi della mostra, è possibile scattare fotografie, cosa che non sempre viene consentito.

All'uscita ci regalano una cartolina con la riproduzione di una fotografia di Ronis, quella famosa dei due innamorati che amoreggiano a una terrazza che si affaccia sullo splendido panorama parigino, ma peccato che non sia possibile acquistare le locandine della mostra, che pure sono state realizzate in diverse versioni. Io mi consolo comprando il libro Le regole del caso, nella serie "Lezioni di fotografia" che l'editrice Contrasto ha dedicato appunto a Ronis e alle sue fotografie.

Una mostra molto bella e suggestiva, in un ambiente altrettanto bello e con una vista magnifica sulla Chiesa della Salute, dall'altra parte del Canale della Giudecca.

Voto: 4/5