Visualizzazione post con etichetta Gianni Berengo Gardin. Mostra tutti i post
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venerdì 10 luglio 2026

In giro per mostre fotografiche a Roma: Morire di classe, Matilde Damele, Hervé Gloaguen, Francesco Conversano, Irving Penn, Silvia Camporesi

In questo inizio infuocato di estate 2026 decido di affrontare il caldo per vedere un po’ di mostre fotografiche in programma in diverse location della città.

La prima, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, è curata dall’Archivio Basaglia e ospitata dal Museo Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC), che occupa alcune sale del Palazzo del Rettorato di Sapienza Università di Roma.

Si tratta di una mostra piccola ma molto interessante, che coglie l’occasione della riedizione del volume omonimo per proporre al pubblico alcune delle fotografie scattate da Cerati e Gardin nei manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma, come parte di un lavoro a carattere sociologico che rientrava nel più ampio impegno di Franco Basaglia e di Franca Ongaro Basaglia volto a riformare gli istituti psichiatrici. In mostra anche alcuni libri di questi ultimi provenienti dalle biblioteche della Sapienza.

Peccato per una segnaletica decisamente molto artigianale e poco visibile che persino a me che conosco l’università ha reso non semplice trovare la sede della mostra.

Altro luogo tradizionalmente dedicato a Roma alle mostre fotografiche è il Museo di Roma in Trastevere, dove sono andata a vedere le tre mostre attualmente in corso: Lungo le strade blu (Along the Blue Highways) di Francesco Conversano, New York di Matilde Damele e À Rome la nuit di Hervé Gloaguen.

La prima mostra è la raccolta di novanta scatti realizzati nell’ambito della realizzazione di alcuni documentari dedicati appunto alle cosiddette “strade blu” americane, che Conversano – regista prima che fotografo – ha realizzato nel tempo insieme a Nene Grignaffini. Si tratta di un viaggio attraverso dei luoghi in cui molta importanza hanno anche le persone e gli elementi iconici. Interessante.

Al secondo piano del Museo ci sono le due mostre più piccole. Innanzitutto quella di Matilde Damele, dedicata a una delle città più iconiche e più fotografate del mondo, New York, che l’artista ha raccontato in pellicola con un focus particolare sulle persone. Pur essendo foto degli anni Novanta e Duemila, l’uso della pellicola e del bianco e nero conferisce a queste foto, soprattutto ad alcune, un’atmosfera quasi senza tempo. Una sezione della mostra è dedicata alle fotografie scattate a Coney Island, luogo per definizione fuori dal tempo.

Sono fotografie affascinanti e alcune di grande impatto visivo ed emotivo.

>Allo stesso piano c’è la mostra delle foto di Roma di notte del fotografo francese Hervé Gloaguen, foto scattate nell’arco di diversi anni e che puntano non a mostrare la città e i monumenti, bensì l’atmosfera umana che si respira a Roma durante la notte, in particolare vicino alle fontane più o meno monumentali della città.

Sempre nella stessa giornata sono finalmente riuscita ad andare a vedere il nuovo Centro della Fotografia aperto in uno dei padiglioni dell’ex Mattatoio dopo la ristrutturazione ad hoc realizzata. Qui sono attualmente in corso alcune mostre, tra cui la principale è la grande antologica dedicata a Irving Penn, che comprende foto provenienti dalla Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi che ha la più grande collezione di fotografie dell’artista. Penn è famoso soprattutto per le fotografie di moda, i ritratti (di persone famose, ma anche di gente comune), gli still life, tutto realizzato sempre con grande attenzione al dettaglio, ma soprattutto con l’obiettivo, di solito perfettamente centrato, di tirare fuori l’anima da cose e persone.

Al secondo piano del Centro c’è invece la mostra C’è un tempo e un luogo di Silvia Camporesi, foto che provengono da viaggi e progetti fotografici diversi, accomunati dal tentativo della fotografa di andare oltre uno sguardo descrittivo e far emergere dalle singole fotografie o da un insieme di foto letture e significati diversi, spesso concettuali, ma comunque accessibili.

In conclusione, in questo periodo Roma offre tantissimo per gli amanti delle mostre fotografiche (ce ne sono altre in corso che ancora non ho visto), quindi c’è proprio da sbizzarrirsi.

lunedì 11 luglio 2022

Gianni Berengo Gardin. L'occhio come mestiere. MAXXI, 19 giugno 2022

In un'assolata e calda domenica di tardissima primavera, prima di gustare un paradisiaco sushi dal mio ristorante giapponese preferito di Roma, Shiroya, io e S. decidiamo di andare a vedere la retrospettiva su Gianni Berengo Gardin in corso al MAXXI dal titolo "L'occhio come mestiere".

La mostra è allestita negli spazi dell'extra MAXXI, in pratica l'edificio di fronte a quello principale del museo, dove mi era capitato in passato di vedere una bella mostra su Zerocalcare.

All'ingresso della grande sala del primo piano un po' di notizie biografiche su Berengo Gardin e un'introduzione alla mostra; inoltre grandi foto del suo studio fotografico e la possibilità di scaricare un podcast in cui le foto vengono raccontate dalla voce dello stesso fotografo.

La sala è poi suddivisa con pannelli per costruire un percorso attraverso le fotografie esposte, percorso articolato in linea di massima in ordine cronologico, ma anche raggruppando le foto in parte per luoghi e in parte per progetti. L'insieme delle fotografie esposte è "incorniciato" da quelle dedicate alla città di Venezia, che per il fotografo è il luogo del cuore.

Sulla parete di fondo, su appositi espositori, sono sistemati tutti i libri fotografici di Berengo Gardin, e fa davvero impressione vederli tutti insieme, tantissimi, a testimonianza di una lunga vita interamente dedicata alla fotografia.

Il percorso espositivo riesce a raccontare - soprattutto a chi lo conosce poco - le tante anime del fotografo, i suoi lavori, i reportage, i luoghi - tutto rigorosamente in bianco e nero - mostrando al contempo la coerenza di fondo del suo sguardo fotografico che dà unitarietà a tutto il corpus. Com'è tipico delle retrospettive dedicate a fotografi che hanno privilegiato il reportage, di ognuno dei lavori di Berengo Gardin ci sono soltanto degli assaggi, estrapolati da una narrazione più ampia, ma già questi assaggi sono sufficienti a mettere in evidenza la qualità di osservazione del fotografo.

Man mano che guardavo le sue foto, riconoscendone tante, dalle più famose a quelle meno note, mi è tornata in mente l'intervista video pubblicata da Contrasto in una serie di DVD dal titolo La fotografia italiana, in cui Berengo Gardin racconta i retroscena e i contesti di molte foto, nonché le circostanze in cui sono nati alcuni dei suoi lavori più famosi. Ci parla del suo immenso archivio fotografico e dell'immane lavoro di manutenzione che comporta. E in questo chiacchierare mette a nudo il suo modo di essere, assertivo e umile al contempo. Una figura che non risulta in alcun modo respingente, e che anzi ancora di più ci fa apprezzare le sue fotografie.

Una mostra che è un piacere per gli occhi e per l'anima.

Voto: 4/5

giovedì 30 novembre 2017

I grandi maestri. 100 anni di fotografia Leica. Palazzo del Vittoriano, 17 novembre 2017

Da qualche giorno è stata inaugurata a Roma, nell’Ala Brasini nel Palazzo del Vittoriano, la mostra dal titolo I grandi maestri, dedicata sostanzialmente ai 100 anni della mitica azienda produttrice di macchine fotografiche Leica. Era infatti il era il 1914 quando Oskar Barnack costruì la prima Leica, la macchina compatta che montava pellicola da 35 millimetri e che cambiò il corso della storia della fotografia.

La macchina Leica fu infatti la prima macchina piccola e compatta, che poteva essere portata sempre con sé e che dunque consentiva al fotografo di essere al centro dell’azione. Questa possibilità – nonché gli sviluppi tecnologici che la caratterizzarono (i tempi di scatto, il mirino, le ottiche ecc.) – trasformarono presto le macchine fotografiche Leica nello strumento preferito da una intera generazione di fotografi e fotoreporter. Anche quando la comparsa delle prime reflex spinse alcuni fotografi ad adottare questa nuova tecnologia e dunque a comprare queste nuove macchine fotografiche, la Leica continuò a essere preferita da chi voleva scattare senza dare troppo nell’occhio e in modo il più possibile istintivo.

La mostra allestita al Vittoriano non solo ci permette di vedere i principali modelli di Leica che si sono susseguiti in questi 100 anni, ma anche di fare una lunga passeggiata attraverso centinaia di foto scattate con queste macchine fotografiche. Dalle prime – a loro modo banali, ma ovviamente innovative per l’epoca – scattate dallo stesso Barnack fino a foto che hanno fatto la storia della fotografia: da Morte di un miliziano spagnolo di Robert Capa agli Attacchi al napalm in Vietnam di Nick Út, da V-J Day di Alfred Eisenstaedt a England di Gianni Berengo Gardin, fino a Derriere la Gare Saint-Lazare di Henri Cartier-Bresson. Ma accanto a queste foto e a questi nomi famosissimi sfilano sotto i nostri occhi foto di moltissimi altri fotografi – più o meno noti – che della Leica hanno sfruttato le potenzialità per i generi fotografici più diversi: non solo reportage, street photography e fotogiornalismo (che sono i generi che a questa macchina fotografica più si addicono), ma anche ritratti, fotografie concettuali e molto altro.

La mostra è articolata in sezioni che seguono in parte un ordine cronologico, in parte un ordine tematico, a volte precedute da un cartello illustrativo, altre volte no, il che può essere un po’ disorientante per il visitatore. Le didascalie delle foto – come accade sempre più spesso ultimamente – sono stampate piccolissime, costringendo il visitatore ad avvicinarsi molto alle foto, cosa ottima e possibile quando non c’è molta gente, ma certamente no nei momenti di grande afflusso.

Tutto ciò detto, la mostra è un’occasione per vedere foto bellissime (come quelle che ho a mia volta fotografato e messo a corredo di questo post), per scoprire nuovi fotografi, per conoscere importanti lavori fotografici (diventati anche libri fotografici) che hanno fatto la storia della fotografia, per riflettere sulla natura della fotografia e sulle sue potenzialità.

Per me un vero e proprio godimento per gli occhi e per la mente.

Voto: 3,5/5

mercoledì 25 maggio 2016

Gianni Berengo Gardin. "Vera fotografia". Reportage, immagini, incontri. Palazzo delle Esposizioni, 21 maggio 2016

Dal 19 maggio al 28 agosto è in corso al Palazzo delle Esposizioni una mostra dedicata a uno dei più grandi fotografi italiani viventi, Gianni Berengo Gardin. E io non potevo assolutamente perderla (dopo aver già visto a suo tempo la mostra parallela dedicata a Berengo Gardin e Erwitt all'Auditorium).

La mostra, che ha come sottotitolo "Vera fotografia". Reportage, immagini, incontri, occupa la parte principale del primo piano del Palazzo. Per essere precisi si sviluppa nelle sei sale che si aprono intorno all'atrio centrale, dove sono posizionate delle bacheche che contengono alcuni dei numerosi libri fotografici realizzati da Berengo Gardin.

Le sei sale sono dedicate a temi e filoni dell'opera del fotografo, e nello specifico a Venezia, Milano, Il mondo del lavoro, Manicomi, Zingari, La protesta, Il racconto dell’Italia, Ritratti, Figure in primo piano, La casa e il mondo, Dai paesaggi alle Grandi Navi, in una costruzione circolare che inizia e finisce con la città di Venezia, luogo di elezione del fotografo. In alcuni di questi temi riecheggiano gli oggetti di indagine di famosi reportage realizzati nel tempo da Berengo Gardin, ad esempio quello sui manicomi italiani insieme a Basaglia, che diede poi vita al libro Morire di classe, fino ad arrivare al recente lavoro sulle grandi navi a Venezia.

Ogni sala è poi arricchita da alcune stampe di grande dimensione, scelte all'interno della produzione sterminata del fotografo, da amici, colleghi e intellettuali di varia provenienza e da questi commentate portando il proprio punto di vista all'opera già fortemente evocativa di Berengo Gardin.

Il risultato è davvero di grande rilievo, visto che il percorso della mostra consente sia di attraversare la storia dell'Italia dagli anni Cinquanta a oggi (che è il periodo coperto dalla produzione del fotografo) sia di entrare in contatto con la poetica di Berengo Gardin, dando un senso a quel timbro in verde "Vera fotografia", che è apposto sul retro di tutte le sue foto, e che è stato scelto come parola chiave per la lettura di questa mostra antologica.

Berengo Gardin, come afferma lui stesso, ha sempre guardato il mondo attraverso la macchina fotografica e lo ha sempre visto in bianco e nero, come la scrittura sopra la pagina. Questo per dire che per Berengo Gardin la fotografia è il principale strumento di conoscenza e comprensione del mondo e che questo strumento, nonostante i molti cambiamenti tecnologici e le possibilità sempre più ampie che si sono aperte nel tempo, è stato da lui utilizzato sempre nello stesso modo, ossia come occasione di osservazione. Berengo Gardin entra nei contesti e li documenta, poi sceglie e dunque propone una sua narrazione, come è normale che sia per il mezzo fotografico, ma non ama la post-produzione. Il lavoro del fotografo per lui avviene sul campo, applicando l'occhio fotografico individuale al mezzo fotografico. Il dopo è semmai dialogo tra le fotografie e chi le guarda: il fotografo stesso e il pubblico cui verranno date in pasto.

In quella "vera fotografia" non c'è né l'ingenuità né la presunzione di pensare che possa esistere una fotografia vera e una falsa, dacché fotografare significa leggere la realtà e la lettura fotografica è sempre una interpretazione della realtà. Però c'è il desiderio di esprimere la necessità e la scelta di un contatto forte tra fotografo e contesto, senza del quale il lavoro di Berengo Gardin non esisterebbe.

Passeggiando attraverso le fotografie di Berengo Gardin e in parte anche attraverso le sue parole, scritte in grandi caratteri su alcune pareti, è evidente che la cifra più significativa del suo lavoro si sostanzia dello sguardo affettuoso verso l'umanità tutta, sia quando essa è soggetto primario della sua fotografia, sia quando essa si fonde con l'ambiente circostante, sia quando protagonisti sono diseredati ed emarginati, sia quando si tratti di gente comune ovvero di personaggi famosi.

C'è una sorta di continuità e atemporalità nelle sue foto che talvolta ci costringe a guardare la didascalia per capire in che anno è stata scattata quella che stiamo guardando, e nello stesso tempo c'è - altrettanto forte - il racconto di un'epoca, di un momento storico, di una condizione sociale determinata e irripetibile. Forse perché Berengo Gardin ci ha raccontato l'umanità nell'immutabilità di alcuni suoi caratteri, ma anche un contesto sociale che a quella immutabilità conferisce sfumature e orizzonti che cambiano nel tempo.

Chiunque ami la fotografia non può non amare visceralmente le foto di Gianni Berengo Gardin, e desiderare con tutto se stesso di riuscire a dire con le proprie foto anche solo un centesimo di quello che Berengo Gardin ha raccontato con le sue.

Voto: 4/5

sabato 10 gennaio 2015

Gianni Berengo Gardin – Elliott Erwitt. Un’amicizia ai sali d’argento. Fotografie 1950-2014. Roma, Auditorium Parco della Musica ,14 ottobre 2014-15 febbraio 2015


Ci tenevo particolarmente a vedere questa mostra attualmente in corso presso lo spazio espositivo dell’Auditorium Parco della Musica dedicata a due grandissimi fotografi, quasi coetanei nonché amici, che hanno riempito con le loro fotografie l’immaginario collettivo dagli anni Cinquanta ad oggi.

In qualche modo già li conoscevo entrambi. Di Elliott Erwitt avevo visto qualche anno fa, sempre a Roma, la mostra Fifty kids, mentre di Gianni Berengo Gardin avevo una conoscenza ancora più approfondita anche grazie alla visione del DVD a lui dedicato della serie “Fotografia italiana” pubblicata con il patrocinio della Cineteca di Bologna.

Ebbene, la mostra dell’Auditorium è una straordinaria occasione per fare un viaggio parallelo nell’universo visuale dei due fotografi e metterne a confronto la cifra stilistica sia nei punti di contatto (per esempio, la decisa preferenza per il bianco e nero) sia nelle differenze.

La mostra inizia con delle immagini degli studi dei due fotografi e una breve introduzione biografica. Seguono poi 120 fotografie, 60 per ciascun autore, collocate a destra quelle di Erwitt, a sinistra quelle di Berengo Gardin. In entrambi i casi ci sono alcune delle fotografie più famose, quelle diventate quasi iconografiche (ad esempio il bacio a Venezia, ovvero l’automobile di spalle davanti al mare per Berengo Gardin, il cane al guinzaglio che salta accanto al suo padrone, ovvero il famoso ritratto di Che Guevara per Erwitt), ma anche scatti meno famosi; ci sono gli scatti con cui i due hanno esordito e si sono fatti conoscere per arrivare ai lavori più recenti e persino ad alcune fotografie di progetti attualmente in corso (un reportage sulla Scozia per Erwitt, uno di denuncia sulle grandi navi a Venezia per Berengo Gardin).

La mostra si chiude con due video in sequenza dedicati ai provini a contatto dei due fotografi, visione interessantissima per comprendere il modo di lavorare di Erwitt e Gardin, ed anche fare un salto concettuale tra la lettura della fotografia stampata ed esibita e il processo di mediazione che viene esercitato dal fotografo tra lo scatto e la stampa.

Le fotografie sono bellissime. Berengo Gardin raggiunge un equilibrio quasi stupefacente tra la ricerca della perfezione estetica della fotografia e il suo valore documentario di testimonianza. Elliott Erwitt – cui certo non fa difetto la tecnica né la cura della composizione – ricerca maggiormente, attraverso la fotografia, la comunicazione esplicita del dato emozionale (commozione, ironia, condivisione, straniamento).

In entrambi i casi l’occhio fotografico è sopraffino, la loro capacità di guardare, di cogliere le situazioni, ma anche di ricostruire in maniera originale la realtà attraverso il loro sguardo lascia senza fiato, immagine dopo immagine.

In un mondo in cui tutti sono fotografi o si sentono tali vale la pena ogni tanto poter osservare da vicino le fotografie di artisti di questo calibro.

Peccato per i riflessi delle luci sui vetri delle fotografie e per la temperatura nello spazio espositivo dell'Auditorium. Si esce congelati.

Voto: 4/5