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sabato 24 novembre 2018

Pollock e la scuola di New York. Complesso del Vittoriano, 18 novembre 2018

E si va pure a vedere questa mostra in programma al Vittoriano fino al 24 febbraio 2019. Prenotiamo la visita guidata con l'associazione Roma Illustrata che ci consente innanzitutto di saltare una fila bella lunga nonché di apprezzare un'esposizione non certo di facile visione e lettura.

Come spesso accade per le mostre del Vittoriano (e non solo), il titolo va guardato con attenzione perché Pollock c'è ma solo come esponente di spicco della scuola di New York, quel gruppo di artisti che verranno anche identificati come "Gli irascibili", appellativo che trova una spiegazione alla fine del percorso espositivo.

La nostra guida si sofferma a lungo sulla prima parte del percorso, quella dedicata appunto a Jackson Pollock, per farci comprendere le specificità di questo artista che sono anche l'esito di un percorso biografico e personale molto particolare. Ci racconta inoltre l'evoluzione della tecnica di Pollock e le caratteristiche dell'action painting, di cui potremo poi ammirare in mostra le opere di alcuni dei maggiori esponenti oltre a Pollock, tra cui Willem De Kooning, Mark Rothko, William Baziotes, Robert Motherwell, Adolph Gottlieb e molti altri.

La denominazione di "espressionismo astratto" che viene normalmente utilizzato per identificare questa corrente artistica sviluppatasi negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e animata in buona parte da americani di seconda generazione rende piuttosto bene l'idea delle caratteristiche delle opere che vedremo. Opere che sono molto diverse l'una dall'altra, ma che nello stesso tempo condividono la scelta di un allontanamento dal realismo, una tecnica pittorica nuova e la volontà di esprimere attraverso di essa il proprio inconscio.

Devo dire che se ci fossi andata senza guida - anche se magari con l'ausilio dell'audioguida - ne sarei uscita delusa o quantomeno avrei fatto fatica a comprendere il filo conduttore e il senso della mostra; con l'aiuto di una guida competente la logica sottostante alla selezione diventa più chiara, così come la possibilità di acquisire uno sguardo d'insieme, che consenta anche al profano (come sono io) di portarsi a casa una sensazione significativa e qualche conoscenza che non duri un battito di ciglia.

Voto: 3/5

giovedì 30 novembre 2017

I grandi maestri. 100 anni di fotografia Leica. Palazzo del Vittoriano, 17 novembre 2017

Da qualche giorno è stata inaugurata a Roma, nell’Ala Brasini nel Palazzo del Vittoriano, la mostra dal titolo I grandi maestri, dedicata sostanzialmente ai 100 anni della mitica azienda produttrice di macchine fotografiche Leica. Era infatti il era il 1914 quando Oskar Barnack costruì la prima Leica, la macchina compatta che montava pellicola da 35 millimetri e che cambiò il corso della storia della fotografia.

La macchina Leica fu infatti la prima macchina piccola e compatta, che poteva essere portata sempre con sé e che dunque consentiva al fotografo di essere al centro dell’azione. Questa possibilità – nonché gli sviluppi tecnologici che la caratterizzarono (i tempi di scatto, il mirino, le ottiche ecc.) – trasformarono presto le macchine fotografiche Leica nello strumento preferito da una intera generazione di fotografi e fotoreporter. Anche quando la comparsa delle prime reflex spinse alcuni fotografi ad adottare questa nuova tecnologia e dunque a comprare queste nuove macchine fotografiche, la Leica continuò a essere preferita da chi voleva scattare senza dare troppo nell’occhio e in modo il più possibile istintivo.

La mostra allestita al Vittoriano non solo ci permette di vedere i principali modelli di Leica che si sono susseguiti in questi 100 anni, ma anche di fare una lunga passeggiata attraverso centinaia di foto scattate con queste macchine fotografiche. Dalle prime – a loro modo banali, ma ovviamente innovative per l’epoca – scattate dallo stesso Barnack fino a foto che hanno fatto la storia della fotografia: da Morte di un miliziano spagnolo di Robert Capa agli Attacchi al napalm in Vietnam di Nick Út, da V-J Day di Alfred Eisenstaedt a England di Gianni Berengo Gardin, fino a Derriere la Gare Saint-Lazare di Henri Cartier-Bresson. Ma accanto a queste foto e a questi nomi famosissimi sfilano sotto i nostri occhi foto di moltissimi altri fotografi – più o meno noti – che della Leica hanno sfruttato le potenzialità per i generi fotografici più diversi: non solo reportage, street photography e fotogiornalismo (che sono i generi che a questa macchina fotografica più si addicono), ma anche ritratti, fotografie concettuali e molto altro.

La mostra è articolata in sezioni che seguono in parte un ordine cronologico, in parte un ordine tematico, a volte precedute da un cartello illustrativo, altre volte no, il che può essere un po’ disorientante per il visitatore. Le didascalie delle foto – come accade sempre più spesso ultimamente – sono stampate piccolissime, costringendo il visitatore ad avvicinarsi molto alle foto, cosa ottima e possibile quando non c’è molta gente, ma certamente no nei momenti di grande afflusso.

Tutto ciò detto, la mostra è un’occasione per vedere foto bellissime (come quelle che ho a mia volta fotografato e messo a corredo di questo post), per scoprire nuovi fotografi, per conoscere importanti lavori fotografici (diventati anche libri fotografici) che hanno fatto la storia della fotografia, per riflettere sulla natura della fotografia e sulle sue potenzialità.

Per me un vero e proprio godimento per gli occhi e per la mente.

Voto: 3,5/5

mercoledì 16 luglio 2014

Luce. L’immaginario italiano. Roma, Complesso del Vittoriano, 4 luglio-21 settembre 2014

In occasione del 90° anniversario dell’Istituto Luce (1924-2014), è stata inaugurata a Roma, al Complesso del Vittoriano, una mostra fotografica e audiovisiva dedicata alla storia di questo istituto, che risulta essere una storia per immagini (ferme e in movimento) del nostro paese.

Dalla nascita dell’Istituto negli anni Venti come strumento di propaganda del regime fascista sia in tempo di pace che durante la sanguinosa seconda guerra mondiale, agli anni del dopoguerra caratterizzati dalla perdita del monopolio nel settore audiovisivo dell’Italia repubblicana, che testimonia di un paese caratterizzato da una forte crescita e dall’aumento dei consumi e diversificazione degli stili di vita, fino a tempi ancora più recenti che documentano i grandi eventi che hanno segnato la storia non solo del nostro paese ma anche del mondo intero.

Dal punto di vista dell’allestimento, mentre la prima parte della mostra vede prevalere i filmati, alternati a fotografie, documentazione storica e pannelli illustrativi (assolutamente imperdibile la saletta dedicata alla costruzione del personaggio Mussolini attraverso le scelte di gestualità, espressioni e contenuti dei suoi discorsi alle folle), la seconda parte punta maggiormente sulle fotografie che danno un’idea della ricchezza storica del patrimonio posseduto dall’Istituto Luce, non a caso oggetto di un grande lavoro di conservazione e digitalizzazione per consentirne la più ampia fruizione possibile.

La mostra non è vasta, ma datevi tempo per guardare interamente alcuni dei filmati della prima parte che forniscono veramente la misura di un tempo che, pur non lontanissimo cronologicamente, sembra invece del tutto remoto per il tipo di società che racconta.

Non mi sono fatta mancare la foto nella sagoma di cartone vicina all’uscita, né l’acquisto di 4 dvd del Luce nel negozio allestito al termine del percorso.

Voto: 3,5/5

domenica 27 marzo 2011

Tamara de Lempicka. La regina del moderno. Mostra

Periodo intenso. Intensissimo. Anche positivamente. Ma il tempo per il cinema, il teatro, la musica, la lettura si è inevitabilmente e notevolmente assottigliato. Da qui il mio silenzio.

Ma finalmente... approfittando di un weekend in compagnia cerco di godermi un po' questa città bella, ma difficile, e tutto quello che offre. E così, dopo un venerdì sera al Pigneto, una puntatina a mangiare il tiramisu di Pompi e un sabato casalingo a cucinare indiano, la domenica si passeggia per il centro, direzione Vittoriano, e poi si va a prendere un the da Namastey.

Al complesso del Vittoriano dall'11 marzo (e fino al 10 luglio) c'è Tamara de Lempicka, artista dalle opere inconfondibili e dalla personalità affascinante. Vale proprio la pena farci un salto.

Il Vittoriano può essere un posto affascinante da un punto di vista architettonico, certo però non ci si può aspettare allestimenti originali e soluzioni espositive particolarmente innovative! E infatti, appena salite le scale, va a ciclo continuo un video con una buffa donna che legge e cerca di recitare un testo per introdurci alla mostra.

Seguono grandi pannelli che ci raccontano la vita di Tamara Rosalia Gurwik-Górska, nata in Polonia (o in Russia?) nel 1898, sposa a 18 anni di Tadeusz Łempicki, da cui ha la figlia più volte ritratta nei suoi quadri, Kizette.

Tra Parigi e gli Stati Uniti farà una vita da artista dissoluta e raffinata, sposandosi per una seconda volta, ma passando attraverso numerose storie d'amore.

Morta nel 1980, Tamara attraversa una fase storica intensa e la sua produzione artistica si sviluppa di pari passo con i grandi eventi del Novecento, dalla rivoluzione russa alla prima guerra mondiale, ai ruggenti anni Venti, alla crisi economica del '29, alla seconda guerra mondiale, al secondo dopoguerra.

Tamara è un personaggio profondamente storico, una diva, una Mata Hari, una sofisticata e decadente nobildonna, che ama farsi fotografare nelle pose tipiche dell'epoca, che adora indossare e ritrarre gli abiti di moda, che vediamo recitare in quelli che appaiono come veri e propri spot pubblicitari.

Bello anche vedere la sua corrispondenza con Gabriele D'Annunzio, segno del breve incontro tra due personalità entrambe sovrabbondanti e fortemente caratterizzate.

La mostra ci propone un percorso cronologico abbastanza convenzionale, ma ci permette di godere di un patrimonio artistico quasi interamente facente parte di collezioni private e dunque - in buona parte - sottratto alla fruizione pubblica.

Ci introduce così ai primi lavori della de Lempicka, ancora lontani da quello che sarà lo stile che la renderà famosa, più vicini alle tecniche e abitudini pittoriche sviluppate tra le fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Poi ci spiega l'unicità di questa artista, "regina del moderno" in quanto capace - attraverso la sua pittura - di fare proprio l'insegnamento della fotografia, dell'architettura, del cinema di quegli anni.

Il taglio fotografico dei suoi ritratti, i giochi di linee e rimandi tra i ritratti e gli sfondi, i contrasti tra i toni di grigio degli sfondi e i colori accesi delle labbra e dei vestiti, la nitidezza dei chiaroscuri, i blu profondissimi e lucidi, i verdi smeraldo, i grigi che sembrano acciaio e seta allo stesso tempo, le sproporzioni dei corpi nudi quasi ripresi da un obiettivo grandangolare, i chiaroscuri tagliati nettissimi rappresentano una firma praticamente inconfondibile dei suoi ritratti.

L'ultima parte della mostra ci fa vedere una de Lempicka affascinata dalle nature morte, dalle scene di interni, dai ritratti ispirati alla scuola fiamminga. Più convenzionale, meno ispirata ed esuberante, forse più ripiegata e conservatrice come spesso l'età che avanza porta ad essere.

Ci resta negli occhi la dirompente sensualità dei suoi ritratti. Non solo quella che esce dirompente dai famosissimi nudi (come quelli dedicati alla bella Rafaela), ma anche quella che si coglie nell'attenzione ai dettagli, quella delle sciarpe colorate e svolazzanti, delle vesti luminose (come nel Portrait de Madame M. o ne La tunica rosa), dei ritratti maschili, degli sguardi.

Tamara de Lempicka. Personaggio senza dubbio affascinante, controverso, quasi antipatico, ma dotato di una potenza espressiva magnetica. Da vedere.

Voto: 4/5