Visualizzazione post con etichetta Henri Cartier Bresson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Henri Cartier Bresson. Mostra tutti i post

giovedì 1 marzo 2018

Magnum Manifesto. Guardare il mondo e raccontarlo in fotografia. Museo dell’Ara Pacis, 24 febbraio 2018

Nel 1947, all’indomani della seconda guerra mondiale, nasceva la Magnum, una cooperativa fondata da celebri fotografi, tra cui Henri Cartier Bresson e Robert Capa, destinata ad avere una lunga e gloriosa storia.
L’agenzia fotogiornalistica nasceva inizialmente per raccontare in immagini il mondo post-bellico, ma ben presto – includendo via via altri fotografi – allargò i propri orizzonti ai grandi temi del mondo contemporaneo.

La mostra si propone di raccontarne la storia e si articola in tre parti corrispondenti ad altrettanti periodi: la prima parte è dedicata al periodo 1947-1968: Diritti e rovesci umani, la seconda al periodo 1969-1989: Un inventario di differenze, e la terza infine al periodo 1970-2017: Storie della fine.

Ciascuna sezione è introdotta da una grande parete che raccoglie numerose fotografie di vari autori che in qualche modo sono considerate rappresentative dei temi di quel periodo.

Poi, per ciascuno di questi periodi, si alternano piccole serie fotografiche di autori diversi, noti e meno noti al grande pubblico, accompagnate spesso dalle riproduzione delle pagine delle riviste in cui questi reportage sono stati pubblicati.

E così, man mano che si procede lungo il percorso della mostra, ci si rende conto che i fotografi della Magnum da ormai 70 anni raccontano il mondo nel quale viviamo con le loro diverse sensibilità e con i loro progetti fotografici che non sempre puntano all’estetica ma certamente non mancano mai di senso.

Ai grandi nomi come quelli di Cartier Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Antoine D’Agata, Joseph Koudelka e Martin Parr si alternano fotografi e fotografe meno noti ma non per questo meno incisivi. Certo, resta la sensazione che il mondo della fotografia sia dominato da uomini bianchi di cultura occidentale, ma questo credo abbia poco a che fare con Magnum bensì con questioni molto più ampie.

L’ultima parte della mostra riproduce alcuni documenti archivistici relativi alla storia della Magnum, in particolare corrispondenze tra i fotografi che attraverso le loro lettere mettono in evidenza gli orientamenti interni all’agenzia e anche i conflitti tra visioni diverse.

Nel complesso una mostra di grande interesse (e con un grande catalogo a supporto), anche se l’organizzazione della mostra – come purtroppo spesso accade al Museo dell’Ara Pacis – lascia un po’ a desiderare.

Lo spazio espositivo al piano seminterrato dell’Ara Pacis sta diventando uno dei più importanti poli romani per le mostre fotografiche. E questo non può che farmi piacere. Però certamente bisognerebbe fare qualcosa di più per migliorare la gestione di questo spazio.

In questo caso non posso non notare un’organizzazione dei contenuti non sempre intuitiva e nemmeno tanto ben segnalata, alcune scelte nella disposizione delle fotografie quanto meno discutibili (sequenze di foto sistemate da destra verso sinistra e altre da sinistra verso destra senza una spiegazione razionale), nonché la limitata disponibilità dei fogli plastificati indispensabili a interpretare correttamente le grandi pareti con le foto mute che introducono ogni sezione (capisco che la gente non è sempre corretta ed educata e i fogli non bastano mai, ma magari anche delle fotocopie in bianco e nero sarebbero state apprezzate).

Insomma, in conclusione ho trovato la mostra soddisfacente nei contenuti, ma un po’ deludente sul piano organizzativo.

Chiudo con una bellissima frase di Erwitt a corredo del suo famosissimo lavoro Mother and child in cui credo ogni fotografo - o aspirante tale - si possa riconoscere: “For me, making pictures is a fine pastime. And making pictures I like, a wonderful pastime, And making pictures I like and other people like, a sensational pastime. And making pictures I like and others like and editors use, even better than that”.

Voto: 3/5

giovedì 30 novembre 2017

I grandi maestri. 100 anni di fotografia Leica. Palazzo del Vittoriano, 17 novembre 2017

Da qualche giorno è stata inaugurata a Roma, nell’Ala Brasini nel Palazzo del Vittoriano, la mostra dal titolo I grandi maestri, dedicata sostanzialmente ai 100 anni della mitica azienda produttrice di macchine fotografiche Leica. Era infatti il era il 1914 quando Oskar Barnack costruì la prima Leica, la macchina compatta che montava pellicola da 35 millimetri e che cambiò il corso della storia della fotografia.

La macchina Leica fu infatti la prima macchina piccola e compatta, che poteva essere portata sempre con sé e che dunque consentiva al fotografo di essere al centro dell’azione. Questa possibilità – nonché gli sviluppi tecnologici che la caratterizzarono (i tempi di scatto, il mirino, le ottiche ecc.) – trasformarono presto le macchine fotografiche Leica nello strumento preferito da una intera generazione di fotografi e fotoreporter. Anche quando la comparsa delle prime reflex spinse alcuni fotografi ad adottare questa nuova tecnologia e dunque a comprare queste nuove macchine fotografiche, la Leica continuò a essere preferita da chi voleva scattare senza dare troppo nell’occhio e in modo il più possibile istintivo.

La mostra allestita al Vittoriano non solo ci permette di vedere i principali modelli di Leica che si sono susseguiti in questi 100 anni, ma anche di fare una lunga passeggiata attraverso centinaia di foto scattate con queste macchine fotografiche. Dalle prime – a loro modo banali, ma ovviamente innovative per l’epoca – scattate dallo stesso Barnack fino a foto che hanno fatto la storia della fotografia: da Morte di un miliziano spagnolo di Robert Capa agli Attacchi al napalm in Vietnam di Nick Út, da V-J Day di Alfred Eisenstaedt a England di Gianni Berengo Gardin, fino a Derriere la Gare Saint-Lazare di Henri Cartier-Bresson. Ma accanto a queste foto e a questi nomi famosissimi sfilano sotto i nostri occhi foto di moltissimi altri fotografi – più o meno noti – che della Leica hanno sfruttato le potenzialità per i generi fotografici più diversi: non solo reportage, street photography e fotogiornalismo (che sono i generi che a questa macchina fotografica più si addicono), ma anche ritratti, fotografie concettuali e molto altro.

La mostra è articolata in sezioni che seguono in parte un ordine cronologico, in parte un ordine tematico, a volte precedute da un cartello illustrativo, altre volte no, il che può essere un po’ disorientante per il visitatore. Le didascalie delle foto – come accade sempre più spesso ultimamente – sono stampate piccolissime, costringendo il visitatore ad avvicinarsi molto alle foto, cosa ottima e possibile quando non c’è molta gente, ma certamente no nei momenti di grande afflusso.

Tutto ciò detto, la mostra è un’occasione per vedere foto bellissime (come quelle che ho a mia volta fotografato e messo a corredo di questo post), per scoprire nuovi fotografi, per conoscere importanti lavori fotografici (diventati anche libri fotografici) che hanno fatto la storia della fotografia, per riflettere sulla natura della fotografia e sulle sue potenzialità.

Per me un vero e proprio godimento per gli occhi e per la mente.

Voto: 3,5/5

giovedì 23 ottobre 2014

Henri Cartier Bresson, Roma, Museo dell'Ara Pacis, 26 settembre 2014 - 25 gennaio 2015

Devo confessarlo: non avevo mai visto una mostra dedicata interamente ad Henri Cartier Bresson. Ovviamente, conoscevo il grande fotografo francese, ma la mia conoscenza della sua fotografia era sostanzialmente riferita all'aspetto più noto, quello che l'ha reso un fotografo famoso in tutto il mondo, ossia la capacità di cogliere l'attimo, quello che lui chiamava "il momento decisivo".

Ma - mea culpa - non avevo idea della vastità, varietà e complessità della sua produzione fotografica, e non solo fotografica, visto che la mostra fa emergere anche la sua vena di pittore e disegnatore e le sue esperienze nel mondo del cinema, in particolare accanto a Jean Renoir.

Del resto, un fotografo che con le sue fotografie ha attraversato quasi sessant'anni della storia culturale, politica e sociale del mondo sarebbe del tutto riduttivo associarlo a quelle dieci foto che tutti conosciamo, e che - tra l'altro - si illuminano, grazie a questa grande retrospettiva (oltre 400 foto), di nuovi significati e valori.

Così veniamo a sapere che il primo Cartier Bresson è molto influenzato dalla corrente del surrealismo e dai lavori di Atget, e lavora moltissimo sulla composizione e sulla modalità di ripresa fotografica. Solo successivamente sviluppa la sua poetica relativa alla dinamicità dell'immagine fotografica e alla ricerca da parte del fotografo della casualità come risultato della perseveranza e dell'accumulo di esperienze. Verranno poi l'impegno politico e sociale, il lavoro di reportage per le grandi riviste, la partecipazione alla nascita della Magnum, gli studi antropologici e l'intimismo dell'ultimo periodo.

La cosa straordinaria che una retrospettiva di queste dimensioni consente è quella di seguire il processo di arricchimento dell'universo artistico e visivo del fotografo, che evolve e in parte rinnega il passato, ma si porta dietro la vastità e la complessità del bagaglio costruito.

È dunque sorprendente riconoscere, nella sua vastissima produzione, la ricorrenza di alcuni elementi, sia dal punto di vista dei soggetti, sia dal punto di vista della composizione e delle inquadrature. L'occhio di un fotografo di questa qualità si arricchisce nel tempo diventando sempre più denso e moltiplicando le possibilità.

Persino le sue fotografie a colori (presentate come slide show su uno schermo), che Bresson dice di aver fatto solo per motivi commerciali e contrattuali in quanto non amava il colore, acquistano significato e valore all'interno di una mostra così ampia.

Il dato negativo della mostra è la location e la sua gestione. Gli spazi espositivi dell'Ara Pacis sono infatti piuttosto labirintici e in alcuni passaggi stretti e inadatti soprattutto ai flussi di gente che una mostra del genere richiama. A questo proposito, personalmente credo non sia pensabile che si possa fare entrare contemporaneamente tutta la gente che acquista il biglietto. Forse una scansione degli ingressi consentirebbe allo spettatore una visione più rilassata e in alcuni casi semplicemente possibile.

Voto: 4/5