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venerdì 10 luglio 2026

In giro per mostre fotografiche a Roma: Morire di classe, Matilde Damele, Hervé Gloaguen, Francesco Conversano, Irving Penn, Silvia Camporesi

In questo inizio infuocato di estate 2026 decido di affrontare il caldo per vedere un po’ di mostre fotografiche in programma in diverse location della città.

La prima, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, è curata dall’Archivio Basaglia e ospitata dal Museo Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC), che occupa alcune sale del Palazzo del Rettorato di Sapienza Università di Roma.

Si tratta di una mostra piccola ma molto interessante, che coglie l’occasione della riedizione del volume omonimo per proporre al pubblico alcune delle fotografie scattate da Cerati e Gardin nei manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma, come parte di un lavoro a carattere sociologico che rientrava nel più ampio impegno di Franco Basaglia e di Franca Ongaro Basaglia volto a riformare gli istituti psichiatrici. In mostra anche alcuni libri di questi ultimi provenienti dalle biblioteche della Sapienza.

Peccato per una segnaletica decisamente molto artigianale e poco visibile che persino a me che conosco l’università ha reso non semplice trovare la sede della mostra.

Altro luogo tradizionalmente dedicato a Roma alle mostre fotografiche è il Museo di Roma in Trastevere, dove sono andata a vedere le tre mostre attualmente in corso: Lungo le strade blu (Along the Blue Highways) di Francesco Conversano, New York di Matilde Damele e À Rome la nuit di Hervé Gloaguen.

La prima mostra è la raccolta di novanta scatti realizzati nell’ambito della realizzazione di alcuni documentari dedicati appunto alle cosiddette “strade blu” americane, che Conversano – regista prima che fotografo – ha realizzato nel tempo insieme a Nene Grignaffini. Si tratta di un viaggio attraverso dei luoghi in cui molta importanza hanno anche le persone e gli elementi iconici. Interessante.

Al secondo piano del Museo ci sono le due mostre più piccole. Innanzitutto quella di Matilde Damele, dedicata a una delle città più iconiche e più fotografate del mondo, New York, che l’artista ha raccontato in pellicola con un focus particolare sulle persone. Pur essendo foto degli anni Novanta e Duemila, l’uso della pellicola e del bianco e nero conferisce a queste foto, soprattutto ad alcune, un’atmosfera quasi senza tempo. Una sezione della mostra è dedicata alle fotografie scattate a Coney Island, luogo per definizione fuori dal tempo.

Sono fotografie affascinanti e alcune di grande impatto visivo ed emotivo.

>Allo stesso piano c’è la mostra delle foto di Roma di notte del fotografo francese Hervé Gloaguen, foto scattate nell’arco di diversi anni e che puntano non a mostrare la città e i monumenti, bensì l’atmosfera umana che si respira a Roma durante la notte, in particolare vicino alle fontane più o meno monumentali della città.

Sempre nella stessa giornata sono finalmente riuscita ad andare a vedere il nuovo Centro della Fotografia aperto in uno dei padiglioni dell’ex Mattatoio dopo la ristrutturazione ad hoc realizzata. Qui sono attualmente in corso alcune mostre, tra cui la principale è la grande antologica dedicata a Irving Penn, che comprende foto provenienti dalla Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi che ha la più grande collezione di fotografie dell’artista. Penn è famoso soprattutto per le fotografie di moda, i ritratti (di persone famose, ma anche di gente comune), gli still life, tutto realizzato sempre con grande attenzione al dettaglio, ma soprattutto con l’obiettivo, di solito perfettamente centrato, di tirare fuori l’anima da cose e persone.

Al secondo piano del Centro c’è invece la mostra C’è un tempo e un luogo di Silvia Camporesi, foto che provengono da viaggi e progetti fotografici diversi, accomunati dal tentativo della fotografa di andare oltre uno sguardo descrittivo e far emergere dalle singole fotografie o da un insieme di foto letture e significati diversi, spesso concettuali, ma comunque accessibili.

In conclusione, in questo periodo Roma offre tantissimo per gli amanti delle mostre fotografiche (ce ne sono altre in corso che ancora non ho visto), quindi c’è proprio da sbizzarrirsi.

venerdì 19 giugno 2026

In giro per mostre di fotografia: Fotografia europea a Reggio Emilia e Ruth Orkin a Bologna

Approfittando di un weekend bolognese di ponte, decido di recuperare un po’ di mostre fotografiche in zona.

Dedico la giornata di sabato insieme al mio amico M. a visitare le mostre in programma di Fotografia europea, uno degli appuntamenti annuali del settore ospitato dalla città di Reggio Emilia. Poiché si tratta di un evento diffuso con numerose mostre nel centro della città, è anche l’occasione per fare una passeggiata nel bel centro storico del capoluogo emiliano.

Il punto di partenza sono i Chiostri di San Pietro dove acquistiamo il biglietto che ci consentirà di visitare nel tempo che abbiamo a disposizione la gran parte delle mostre in programma.

Le sedi della mostra che tocchiamo nel nostro giro sono, oltre ai Chiostri dove c’è il maggior numero di esposizioni, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi e la Chiesa SS. Carlo e Agata.

Una menzione a parte va fatta per l’esposizione dedicata a Luigi Ghirri, in occasione del centenario della sua nascita, che in questo caso si concentra sul suo rapporto con la musica, sia rispetto ai contenuti delle sue fotografie, sia rispetto alle sue collaborazioni con molti musicisti di rilievo, come Lucio Dalla, Gianni Morandi e i CCCP. Due sale del Palazzo dei musei che – come sempre accade con l’opera fotografica di Ghirri – attraggono l’attenzione dello spettatore e lo catturano nel suo mondo in cui la distanza tra realtà e finzione, e tra realismo e interpolazione, è sempre molto sottile.

Tolta questa esposizione, il resto delle mostre è in qualche modo uno sguardo d’insieme sullo stato dell’arte della fotografia europea, il cui tema conduttore per quest’anno è Fantasmi del quotidiano.

Non so se per il tema, oppure più semplicemente come riflesso delle tendenze dominanti, la maggior parte delle mostre si può far rientrare sotto l’etichetta, forse un po’ generica, di fotografia sperimentale: in alcuni casi per il mix di strumenti espressivi (non solo fotografia, ma anche video, oggetti, installazioni), in altri casi per l’uso di tecniche e materiali non tradizionali, in altri ancora per le scelte fatte in tema di dimensioni, colori, tipo di sviluppo o di stampa.

In quasi tutti i progetti presentati c’è una dimensione narrativa e concettuale che va molto al di là della singola foto e che sottende una lettura articolata e complessa.

In alcuni casi la fruizione delle foto non è affatto immediata e richiede – almeno per quanto mi riguarda – uno sforzo di razionalizzazione che mi toglie un po’ il piacere emotivo che per me è legato alla fotografia.

In alcuni casi le soluzioni sono invece altamente suggestive; in particolare, alcune delle esposizioni a Palazzo da Mosto, accomunate sotto l'etichetta Ghostland, mi hanno molto colpito, ad esempio il lavoro di Alisa Martynova e quello di Carolyn Drake.

Invece delle mostre ai Chiostri di San Pietro sono particolarmente colpita dal lavoro The season di Giulia Vanelli, che è quello che per caratteristiche tecniche e per impatto emotivo mi risuona maggiormente.

Nel complesso un’esperienza molto interessante che dà molto da pensare come in un’epoca in cui siamo sommersi da immagini fotografiche e l’intelligenza artificiale sta contribuendo ulteriormente all’inflazione delle immagini, molti fotografi non ritengono più sufficiente la fotografia tradizionale come mezzo distintivo ed espressivo, e scelgono di spostarsi sul fronte dell’arte visuale a tutto tondo per trovare uno spazio effettivamente riconoscibile.

Proprio questa connessione tra linguaggi visivi differenti è anche uno degli elementi caratterizzanti di una fotografa che invece si colloca in un’epoca molto diversa, Ruth Orkin (1921-1985), cui è dedicata la mostra antologica, The illusion of time, ospitata a Bologna, a Palazzo Pallavicini.

Nel presentare un’ampia selezione delle fotografie della Orkin, dai ritratti alle foto di strada, dalle foto dei bambini ai reportage, dal racconto per immagini dei suoi viaggi per il mondo all’uso della fotografia per affrontare tematiche sensibili per l’epoca (e non solo).

L’elemento che la mostra sottolinea fin dal principio e riporta all’attenzione dello spettatore a più riprese è l’interesse della Orkin per il linguaggio cinematografico e dunque per un racconto per immagini che incorpori il tempo e il movimento.

Cresciuta in una famiglia che aveva avuto molte relazioni con la Hollywood del tempo, la Orkin tentò di fare la regista – che era quello che davvero avrebbe voluto fare – ma si vide negare ogni possibilità in un’epoca in cui una donna regista era quasi impensabile. Per questo si spostò sulla fotografia, usando la macchina fotografica in un modo che fosse il più possibile cinematografico, ossia che fosse finalizzato a un racconto nel tempo, più che alla costruzione della singola fotografia.

Del resto, fin dai 17 anni mostrò una straordinaria autonomia e intraprendenza, com’è testimoniato dalle foto che fece durante il viaggio in bicicletta che la portò da Los Angeles a Boston attraverso tutto l’America, fotografie che già mostrano un livello di modernità e di originalità davvero sorprendenti.

Una fotografa che merita di essere riscoperta e approfondita, come altre pioniere della fotografia sue contemporanee.

Voto: 3,5/5

giovedì 28 maggio 2026

Il granchio nudo

Per una volta riesco a far convergere due delle mie grandi passioni, ossia il cinema e la fotografia. Non mi lascio così sfuggire l’occasione di partecipare alla visione sul grande schermo del documentario Il granchio nudo, che le registe Marta Erika Antonioli, Elena Padovan, coadiuvate nella sceneggiatura da Michela Fragomeni e Riccardo Caccia, hanno dedicato alla vita e all’arte di Marco Pesaresi.

Di Pesaresi avevo sentito parlare la prima volta da Stefano Mirabella, che non a caso è invitato insieme ad Angelo Raffaele Turetta a parlare del fotografo insieme ai registi al termine della proiezione.

Il film è stato realizzato con il supporto del comune di Savignano sul Rubicone che conserva l’archivio di Pesaresi, e si svolge nei luoghi e tra le persone in mezzo alle quali il fotografo è vissuto. Siamo dunque a Rimini e dintorni, e tra gli intervistati ci sono amici di infanzia, amici fotografi, e persone della sua famiglia, in particolare la madre e le sorelle.

Ne viene fuori il ritratto di un talento cristallino, capace - con tratti fortemente empatici - di raccontare la gente con cui non solo entrava in contatto ma spesso viveva forme di condivisione emotiva; spesso si trattava di persone marginali, oppure di quella varia umanità che negli anni Ottanta e Novanta popolava le discoteche e i locali riminesi. Ma il medesimo approccio Pesaresi lo tenne anche quando andò a fotografare fuori dai confini dell’Italia, ad esempio per il progetto Underground, entrando in particolare sintonia con la realtà londinese.

Il titolo del film nasce da una citazione che viene riprodotta all’inizio dello stesso, ed è chiaro che il granchio nudo, ossia il granchio che si libera del carapace nei momenti di transizione e crescita, è lo stesso Pesaresi, sicuramente personalità tormentata, senza pelle, in crescita, ma indifesa.

Il documentario aiuta a comprenderne i tormenti che non solo lo portarono alla dipendenza dalla droga e poi dall’alcol, ma alimentavano un male di vivere che lo spinse a cercare più volte il suicidio, fino a quando ci riuscì lanciandosi nel canale con la sua macchina.

Le sue fotografie restano il suo segno nel mondo, la sua eredità, e il loro valore è certamente indipendente dalle vicende che ne hanno caratterizzato la vita. Certamente, però, quando ci si addentra nei meandri oscuri della sua personalità il suo mondo fotografico acquista un significato ancora più forte, perché ne rispecchia l’irrequietudine, la ricerca di amore, il bisogno di tenerezza e la durezza al contempo.

A conferma che quello che fotografiamo va ben al di là di quello che vediamo nel mondo esterno, perché spesso è il riflesso del nostro mondo interiore che cerchiamo guardando fuori di noi attraverso l’obiettivo.

Molto bello e toccante. E Pesaresi una figura che merita di essere ricordata, studiata e approfondita.

Voto: 3,5/5


giovedì 22 gennaio 2026

In giro per mostre di fotografia a gennaio: Margaret Bourke-White a Reggio Emilia e Jeff Wall a Bologna

In una seconda metà di festività natalizie trascorsa a Bologna, approfitto per visitare un paio di mostre fotografiche in zona.

La prima, organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani, si tiene ai Chiostri di San Pietro, a Reggio Emilia, ed è dedicata alla fotografa americana Margaret Bourke-White (L'opera 1930-1960).

Della fotografa avevo visto una bellissima mostra monografica al museo di Roma in Trastevere, e altre foto in un’altra mostra sulle fotografe donne tenutasi a Forlì nel 2021.

Questa nuova mostra mi offre però l'occasione di approfondire un personaggio che già avevo riconosciuto come oltremodo affascinante: una donna nata nel 1904 che ha fatto dell’indipendenza e della fiducia nel progresso le sue bandiere.

La Bourke-White è stata la fotografa delle grandi fabbriche e dei grattacieli che nella sua epoca storica rappresentavano delle straordinarie conquiste per l’umanità e un segno del progresso.

La mostra emiliana, pur partendo da questa premessa, esplora però il lavoro della Bourke-White in molte diverse sfaccettature, mettendo in evidenza l’instancabilità da un lato e il valore etico e politico dei suoi reportage dall’altro.

La Bourke-White visse la seconda guerra mondiale da fotografa di guerra al seguito delle truppe alleate, fu tra le prime ad entrare nei campi di concentramento dopo la liberazione, si inoltrò nell’Appennino emiliano per documentare la resistenza partigiana, ma fu anche la fotografa che fu ammessa in Unione Sovietica per fare le foto a Stalin (che in una accenna addirittura un sorriso), e poi continuò a girare il mondo per documentare guerre e ingiustizie e far crescere la consapevolezza e la necessità di un’azione. Tutto questo fino a quando il Parkinson, che la colpì in giovane età, le impedì di fotografare e spostò la sua attenzione sulla scrittura. Una vita epica e straordinaria, e foto di grande impatto.

La seconda mostra che vado a visitare si svolge al MAST, uno dei musei di Bologna che amo di più e che tra l’altro è completamente gratuito (basta registrarsi all’ingresso la prima volta). Si tratta della mostra di Jeff Wall, che occupa due spazi espositivi del complesso architettonico contemporaneo che costituisce il museo.

Non conoscevo Jeff Wall: scopro che è un importante fotografo contemporaneo canadese vivente che ha un approccio che definirei sperimentale e concettuale alla fotografia. Apparentemente le sue fotografie – di solito di grande formato – non hanno “nulla di particolare”. La specificità sta però innanzitutto nelle soluzioni espositive che Wall utilizza: le foto a colori sono quasi sempre montate in lightbox, ossia sono stampe fotografiche fine art retroilluminate, e talvolta più foto sono combinate in sequenza in un unico lightbox, producendo un effetto fortemente cinematografico sia per luce e colori brillanti, sia per potenzialità narrative; a volte invece le foto a colori sono stampe inkjet, che è invece una modalità di solito considerata lontana dal fine art e di più bassa qualità; le foto in bianco e nero sono infine spesso stampe ai sali d’argento, una modalità antica molto tradizionale, che toglie contrasto e crea un effetto parzialmente vintage.

In secondo luogo, Wall, come reso chiaro dalle citazioni presenti nel percorso espositivo e nei pannelli esplicativi, rifiuta la funzione cronachistica e/o documentaristica della fotografia, e per questo motivo le sue foto sono quasi sempre delle messe in scena, che però non vengono pensate dal fotografo in dettaglio, ma che sono il frutto dell’interazione tra un ambiente che il fotografo individua e le azioni più o meno spontanee e libere che attori o persone qualunque svolgono in quel contesto su richiesta del fotografo. La foto che poi il fotografo sceglie è una delle centinaia di foto che scatta di quella situazione e che solo apparentemente è un momento casuale della realtà, ed è proprio attraverso questo metodo che Wall in qualche modo ci spinge a riflettere su cosa è reale.

Non esattamente il mio tipo di fotografia preferito – troppo concettuale per i miei gusti – ma devo dire molto interessante.

venerdì 24 ottobre 2025

Il fotografo / Emmanuel Guibert, Didier Lefèvre, Frédéric Lemercier

Il fotografo / Emmanuel Guibert, Didier Lefèvre, Frédéric Lemercier; trad. di Donatella Pennisi Guibert. Roma: Coconino Press-Fandango, 2022.

Grazie al suggerimento di non ricordo più chi al termine di una puntata di Globo, il podcast del Post, compro questo particolarissimo albo, che mette insieme le fotografie di Didier Lefèvre e i disegni di Emmanuel Guibert, amico d’infanzia di Didier (Frédéric Lemercier si è occupato dell’impaginazione), per farci rivivere la spedizione in Afghanistan con Medici senza frontiere a cui Lefèvre partecipò nel 1986.

Giovanissimo, Didier si unì a un gruppo di operatori esperti di MSF che partiva dal Pakistan per raggiungere via terra l’Afghanistan, in quel momento sotto l’attacco dell’URSS. Lo scopo della missione era per MSF l’individuazione di un sito dove allestire un ospedale per curare la popolazione locale. Per Didier fu l’occasione per realizzare uno straordinario reportage (oltre 4.000 foto), che dopo il suo fortunoso ritorno in patria rischiò di essere abbandonato e dimenticato. Solo sei foto di quelle da lui scattate furono pubblicate su Libération a dicembre del 1986, fino a quando l’amico fumettista Emmanuel Guibert non ebbe l’idea di utilizzare le fotografie mescolandole con parti disegnate per raccontare quel viaggio.

Ne è venuto fuori uno straordinario esempio di graphic journalism, che ci permette di partecipare empaticamente a tutte le fasi di questo viaggio, dal durissimo cammino attraverso le montagne del Nuristan, all’arrivo e al soggiorno nel villaggio afghano di Zaragandara, luogo in cui fu realizzato l’ospedale, fino ad arrivare al drammatico viaggio di ritorno in solitaria, durante il quale Lefevre rischiò di morire. Queste tre parti costituivano inizialmente tre volumi del graphic novel, che sono poi state ripubblicate tutte insieme nell’albo di grande formato pubblicato nel 2022 da Coconino Press.

Il racconto per immagini disegnate e fotografate non solo ci permette di comprendere meglio il senso della missione di MSF e le motivazioni dei suoi protagonisti, ma anche di farci un’idea del contesto e delle sue contraddizioni, degli orrori diretti e indiretti della guerra, e soprattutto dell’umanità che vive e attraversa questo territorio.

Didier fece esperienza di grande generosità e solidarietà, ma anche di grande avidità e assenza di scrupoli, perché di fronte ai conflitti si innescano le dinamiche più varie. Attraverso gli occhi di Didier vediamo un paese e un popolo in cui una grande bellezza e forza si mescolano ad altrettante brutture e meschinità.

Il valore aggiunto di questa affascinante opera di graphic journalism è stato per me il punto di vista del protagonista che, come dice il titolo dell’albo, è un fotografo e con questo ruolo partecipa alla spedizione. Pur non avendo mai fotografato in situazioni estreme come quelle in cui si è ritrovato Didier, ho riconosciuto alcuni dei suoi pensieri e sentimenti: il potere calmante della fotografia, i momenti di stanchezza fotografica, i dubbi sull’opportunità o meno di scattare in certe situazioni, il rapporto simbiotico con la macchina fotografica e il senso di tragedia quando l'attrezzatura subisce qualche danno o si è impossibilitati a fotografare.

Didier portava con sé oltre 130 rullini e non poteva vedere immediatamente come noi il risultato dei suoi scatti, cosa che rende la sua avventura ancora più epica e le sue emozioni ancora più intense e straordinarie.

Un libro che mi è piaciuto moltissimo, che accorcia le distanze da molteplici punti di vista, che ci fa toccare l’umanità nella sua essenza più universale, e che merita dunque di essere letto dal maggior numero possibile di persone, soprattutto giovani.

Tra l'altro, leggendo i ritratti dei protagonisti alla fine dell’albo (ironici, ma anche pieni di sentimenti), ho scoperto con grandissimo dispiacere che il povero Didier Lefèvre è morto prima dei cinquant’anni a causa di un infarto. Tanto più sono contenta che questo suo lavoro non sia rimasto dentro un cassetto, ma abbia trovato uno sbocco editoriale di grande bellezza come questo.

Voto: 4/5

mercoledì 3 settembre 2025

Mostre a Roma a Ferragosto: Tina Modotti e George Hoyningen-Huene

Approfitto di un raro - per me - ferragosto romano per andare a visitare due mostre di fotografia in corso a Roma, ossia Tina Modotti. Donna, fotografa, militante. Una vita fra due mondi, al Museo di Roma in Trastevere, e George Hoyningen-Huene. Art. Fashion. Cinema, a Palazzo Braschi.

La prima mostra, gratuita con la Mic card, occupa un’ala del secondo piano del Museo di Roma in Trastevere, dove sono in corso altre due mostre non fotografiche. Si tratta di una mostra piuttosto piccola – una sessantina di foto – provenienti dalla collezione della Fototeca dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) della Città di Pachuca Hidalgo, la più grande Fototeca Iberoamericana.

La mostra racconta da un lato il percorso fotografico della Modotti, dalle prime foto di still life – nate dalla frequentazione del grande fotografo Edward Weston - passando per il reportage sulle donne di Tehuantepec fino ad arrivare alle foto realizzate a Berlino e a Madrid negli ultimi anni della sua breve vita, dall’altro il percorso umano e politico di questa donna che è stata al centro del complesso momento storico che l’Europa e il mondo hanno vissuto nella prima metà del Novecento, abbracciando l’ideologia comunista ma dimostrando soprattutto una mente eclettica, poliedrica e aperta sul fronte sia artistico che umano.

Della mostra mi sono piaciute soprattutto le integrazioni di tipo documentario, ossia le lettere, le poesie, le testimonianze lasciate dalla Modotti, che per quanto mi riguarda mi hanno consentito di interpretare, spero più correttamente, il suo rapporto con la fotografia e con la vita.

La seconda mostra che sono andata a visitare è quella dedicata a un’altra figura di grande rilievo nella storia della fotografia, sebbene meno conosciuta per il grande pubblico, George Hoyningen-Huene.

La mostra, curata da Susanna Brown, espone oltre 100 fotografie organizzate in 10 sezioni, che raccontano il percorso umano e artistico di questo grande fotografo, nato a San Pietroburgo nel 1900 da una famiglia altolocata, e morto a Los Angeles nel 1968. Hoyningen-Huene fu soprattutto fotografo di moda, lavorando per molti anni per la rivista Vogue e successivamente per Harper’s Bazaar, e nell’ambito della moda fu un maestro indiscusso nella gestione della luce e nella composizione fotografica, traendo ispirazione dai balletti russi, dall’antichità classica, dal surrealismo, dalle atmosfere dei ruggenti anni Venti. Mi ha colpito sapere che la sua foto forse più iconica, Divers, che ritrae Lee Miller e Horst P. Horst, compagno del fotografo, di spalle con costumi da bagno, e fa pensare a un’ambientazione marina, è stata in realtà realizzata sul terrazzo della sua casa.

Hoyningen-Huene fu infatti uno sperimentatore e un precursore su molti fronti, ad esempio nel ritrarre i nudi maschili come statue antiche, o ancora nella scelta e nell’uso del colore dopo l’avvento della Kodachrome, o ancora nel lavoro di direttore dei costumi e dei colori negli anni di massimo splendore del cinema hollywoodiano.

Il fotografo in tutta la sua carriera fu al centro della vita culturale e intrattenne direttamente rapporti con moltissime figure rappresentative di diversi contesti, da Salvador Dalì a Jean Cocteau, da Coco Chanel alla già citata Lee Miller, da Joséphine Baker a Sophia Loren, e visse una vita personale e professionale libera e sfaccettata, che appare moderna persino a noi.

Voto: 3/5 (Modotti); 4/5 (Hoyningen-Huene)

venerdì 4 luglio 2025

Da Caravaggio a Mario Giacomelli: le mostre a Palazzo Barberini e al Palazzo delle Esposizioni

Approfitto di un weekend in compagnia per recuperare alcune mostre in programmazione in questa primavera-estate romana, già caldissima all’inizio di giugno.

La prima – prenotata già diversi mesi fa – è quella dedicata a Caravaggio, in corso a Palazzo Barberini che attinge in prima battuta alle collezioni permanenti del museo e le arricchisce con prestiti provenienti da molte altre istituzioni museali italiane e straniere.

La mostra, curata da Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon, fa parte delle iniziative inserite nel programma giubilare. In un periodo – che ormai dura da diversi anni – in cui le mostre sono in tono sempre minore, con poche opere davvero rilevanti, a causa dei proibitivi costi di assicurazione per lo spostamento dei lavori di artisti così rilevanti, Caravaggio 2025 è un’eccezione, confermata anche dalla risposta del pubblico, che ha esaurito i biglietti disponibili fino alla sua conclusione molte settimane prima.

Effettivamente, una mostra davvero monografica come questa era un pezzo che non la si vedeva: a Palazzo Barberini nel percorso espositivo di quattro sale, corrispondenti ad altrettante sezioni della mostra, si ha la possibilità di seguire tutta la carriera artistica di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, in parallelo con le sue vicende di vita, a partire dalle opere degli inizi, tra cui il Narciso e i Bari, fino ad arrivare all’ultima realizzata poco prima della morte, il Martirio di sant’Orsola, prestato da Intesa Sanpaolo.

Nel mentre opere importanti come i ritratti di Maffeo Barberini, l’Ecce Homo, Santa Caterina, Marta e Maddalena, Giuditta e Oloferne, San Francesco in estasi, e molti altri lavori che permettono di osservare da vicino l’eccezionalità delle doti pittoriche di Caravaggio.

Io sono rimasta particolarmente colpita dalla Cattura di Cristo, l’unico quadro in mostra non fotografabile, che offre a chi guarda una composizione che ho trovato di una modernità davvero sconcertante.

Nonostante i tanti visitatori all’orario in cui ci sono andata io (ossia alle 19,40 di un venerdì sera – ma mi dicono che la situazione non cambia in altri orari e giornate), è possibile godersi il percorso e le opere, magari anche tornando indietro nelle sale lì dove se ne senta il bisogno.

Il pomeriggio successivo (sabato) è stato invece dedicato alle mostre in corso al Palazzo delle Esposizioni, luogo espositivo a mio parere molto sottoutilizzato, e dove infatti mancavo da tempo.

Noi abbiamo visitato le tre mostre fotografiche, dedicate rispettivamente ad Albert Watson, in particolare al suo lavoro dedicato alla città di Roma, dal titolo Roma Codex, a Mario Giacomelli (Il fotografo e l’artista) e ai premiati del World Press Photo.

La mostra delle grandi foto di Albert Watson è ospitata al piano terra del museo, nelle sale a sinistra: si tratta di grandi stampe di foto che raccontano lo sguardo del fotografo scozzese sulla città di Roma e le persone che la rappresentano, tra cui molti attori, registi, artisti, uomini politici ecc. Uno sguardo che può apparire a tratti convenzionale e folckloristico, ma che riesce anche a offrire punti di vista originali su una città che è tra le più fotografate al mondo.

Ma il vero obiettivo della nostra gita al Palazzo delle Esposizioni è la mostra dedicata a Mario Giacomelli, il fotografo di Senigallia che molti conoscono per la serie di fotografie dei pretini sulla neve dal titolo Io non ho mani che mi accarezzino il volto, che furono scattate nel cortile del seminario arcivescovile di Senigallia. Anche queste foto sono presenti in questa mostra e lo sono a fianco dei provini su cui Giacomelli aveva scritto i suoi appunti relativi agli interventi da fare in camera oscura, il che dice tantissimo del modo di lavorare del fotografo marchigiano, un modo che confina più con una ricerca artistica che con una vera rappresentazione del reale. Giacomelli cerca forme e grafismi, trasfigurando la realtà, a volte rendendola quasi irriconoscibile, e per questo una parte importante del suo lavoro – oltre allo scatto – è l’attività in camera oscura. Per questo la mostra, che consente di vedere oltre 300 stampe originali del fotografo, prova a raccontarne la poetica non solo attraverso le sue foto, ma anche attraverso la relazione con le opere di artisti contemporanei come Afro (Afro Basaldella), Roger Ballen, Alberto Burri, Enzo Cucchi, Jannis Kounellis. Viene così magnificamente fuori che le foto di Giacomelli vanno molto al di là di quanto rappresentano, e sono dei paesaggi interiori ed emotivi, costruiti a partire da luoghi, persone, ambienti come fossero tele appena abbozzate da cui il fotografo fa emergere l’essenza.

Non esattamente un tipo di fotografia di facile fruizione (non a caso la serie dei pretini è la parte più conosciuta della sua produzione, in quanto forse la più largamente fruibile), ma un viaggio spaesante, a tratti disturbante, nella mente di una persona dalla creatività decisamente strabordante e in parte naif.

La nostra visita al palazzo delle esposizioni si concluda con la visita alla sezione dedicata alle foto vincitrici del World Press Photo, il famosissimo contest di fotogiornalismo che ogni anno premia foto singole, storie e reportage di fotografi professionisti provenienti da ogni parte del mondo, e che di questo mondo raccontano attraverso le immagini realtà, persone e situazioni più o meno note.

Alcune delle foto in mostra hanno avuto già una larga esposizione mediatica, tra cui ad esempio la foto vincitrice della fotografa palestinese, Samar Abu Elouf, scattata per il New York Times, che ritrae un ragazzo rimasto mutilato negli attacchi su Gaza. Si tratta di foto che sono l’esatto contrario di quelle di Giacomelli: tanto quelle provavano a trasfigurare o ad allontanarsi dalla realtà, quanto queste affondano le radici nel mondo reale e nella vita delle persone.

Il Palazzo delle Esposizioni offre dunque al visitatore l’occasione di fare un viaggio attraverso tempi e modi diversi di fare fotografia, consentendogli dunque di apprezzare la complessità e le molteplici sfaccettature di quella che non a caso è ormai considerata a tutti gli effetti l’ottava arte.

lunedì 16 giugno 2025

Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia. Monza, Villa Reale, 20 maggio 2025

Approfittando di una tre giorni milanese - sempre con finalità fotografiche – decido di fare un salto a Monza (un quarto d’ora di treno da Milano) per vedere la mostra dedicata al fotografo americano Saul Leiter, Una finestra punteggiata di gocce di pioggia.

Si tratta di una importante retrospettiva che permette di scoprire o riscoprire un fotografo non così conosciuto nel contesto italiano e di cui– nei miei ormai vent’anni di interesse verso la fotografia – non ricordo mostre monografiche a lui dedicate.

Alla Villa Reale – dove la mostra è stata allestita - si arriva con un comodo autobus la cui fermata è praticamente davanti alla stazione, e devo dire che il viaggio vale la pena anche solo per scoprire questo posto di cui personalmente nemmeno sospettavo l’esistenza.

La mostra occupa in particolare il piano alto, il cosiddetto Belvedere e si articola in numerose sale e salette.

All’ingresso una prima saletta permette di vedere un video in cui la curatrice Anne Morin introduce il fotografo, la sua poetica e le scelte di allestimento che sono state fatte, sottolineando in particolare come nella vita di Saul Leiter (come in quella di altri fotografi) pittura e fotografia sono andate praticamente di pari passo, con rimandi e connessioni che la mostra si propone di portare all’evidenza, esponendo sia opere pittoriche che fotografiche.

Dopo il video introduttivo, il percorso inizia con una piccola installazione di quelle che ormai vanno molto di moda nelle mostre, in quanto producono tag e storie sui social. In questo caso si tratta di una specie di finestra sul cui vetro scorre continuamente dell’acqua, dove il visitatore viene invitato a fare delle foto alla maniera di Saul Leiter. Nel percorso della mostra ci sono altre 2-3 installazioni con la stessa finalità, ma devo dire meno riuscite di questa prima che ho trovato piuttosto affascinante.

Questi elementi accessori non servono però – come accade per altre mostre – a riempire un vuoto o ad arricchire una mostra povera, perché in questo caso il numero di lavori esposti è davvero molto elevato: si va dalle fotografie urbane e di strade in bianco e nero a quelle a colori, dai ritratti e nudi ai piccoli reportage, fino ad arrivare alle fotografie di moda e a quelle di interni. In molte sale le fotografie dialogano con gli acquerelli e i dipinti di Saul Leiter, che sono stati – come si diceva – una parte importante della sua produzione.

Aiuta a entrare nel punto di vista dell’artista la visione e l’ascolto della videointervista proposta in una delle salette, che consente di farsi un’idea della personalità di Saul Leiter, un uomo schivo, ironico, disallineato. Non si dimentichi che Saul era il figlio di un importante rabbino e, nonostante la volontà del padre di indirizzarlo verso un percorso teologico, decise di seguire la sua ispirazione artistica e andò a New York per seguirla, arrangiandosi e sopravvivendo come poteva. Proprio a New York Saul Leiter iniziò a fotografare le strade, la gente e la città in un modo che era totalmente originale e anomalo rispetto ad altri fotografi dell’epoca.

Le sue sono fotografie in sordina, frammenti di un quadro più ampio ma invisibile agli occhi, pezzetti di un discorso poetico più che di un racconto descrittivo, e sono il risultato di una ricerca molto personale che – come sempre accade ai fotografi – a lungo non è stata compresa. Ma del resto Leiter non cercava la ribalta o la fama (semmai si preoccupava di sopravvivere con il suo lavoro, cosa per niente scontata), e poi nel suo privato inseguiva un filo nascosto nel mondo attraverso piccoli oggetti, dettagli, gesti e, a un certo punto, anche attraverso il colore, fronte sul quale fu un vero pioniere.

Un fotografo da studiare e riscoprire.

Voto: 3,5/5

giovedì 16 gennaio 2025

Gabriele Basilico. Roma. Museo nazionale romano, Palazzo Altemps, 21 dicembre 2024

Approfitto della mostra Gabriele Basilico. Roma organizzata dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps, il MUFOCO – Museo di Fotografia Contemporanea e l’Archivio Basilico, e curata da Matteo Balduzzi e Giovanna Calvenzi, per andare a visitare questa dimora aristocratica nel pieno centro di Roma (a due passi da piazza Navona) che ospita il Museo nazionale romano.

Pensavo di trovare la fila all’ingresso in questo sabato natalizio post-prandiale e invece alla mostra c’è pochissima gente: buon per noi, ma non tanto per la mostra. Poi è vero che la mostra ha appena aperto e forse deve ancora beneficiare del passaparola.

Superato l’ingresso sono subito conquistata dalla bellezza di Palazzo Altemps, sia dal punto di vista architettonico sia per l’esposizione delle collezioni all’interno delle sale di cui si compone.

Mi piace molto questo allestimento che vede sale abbastanza vuote con statue collocate in posizioni strategiche che le valorizzano e permettono di apprezzarle in tutta la loro bellezza.

Camminando per il palazzo ci si perde dunque piacevolmente mentre si ammirano le collezioni Altemps, Boncompagni Ludovisi, Mattei, Del Drago, le sculture Jandolo, Veneziani, Brancaccio, la raccolta egizia, i celebri affreschi Pallavicini Rospigliosi, le opere provenienti da rinvenimenti eccezionali e recuperate dal mercato antiquario, nonché la raccolta archeologica di Evan Gorga, eccentrico collezionista d’inizio Novecento.

Un’esperienza davvero unica nel suo genere.

In queste sale è possibile contestualmente ammirare le opere di Hannu Palosuo che fanno parte della mostra temporanea What If e soprattutto le fotografie di Gabriele Basilico dedicate alla città di Roma e frutto di oltre venti incarichi ricevuti tra il 1985 e il 2011. Sono oltre cinquanta le fotografie esposte, molte di grandi dimensioni, altre in formati più piccoli, esposte queste ultime in una teca centrale della sala principale della mostra. Una parete è occupata dai provini a contatto da cui provengono le foto le cui stampe sono esposte nel percorso espositivo.

Conoscevo e apprezzavo già Basilico: forse proprio per questo non sono rimasta stupita dalle foto in mostra. Mi ha invece colpito il corridoio con le grandi fotografie a colori dedicate al corso del fiume Tevere all’interno della città, decisamente diverse dal resto della produzione del fotografo e dunque sorprendenti, oltre che molto belle.

In conclusione, suggerisco la visita alla mostra come esperienza complessiva, per chi non conosce Palazzo Altemps e/o per chi non conosce Gabriele Basilico: in entrambi i casi se ne uscirà arricchiti.

Potrebbe essere un bel modo per trascorrere un pomeriggio festivo.

Voto: 3/5

mercoledì 8 gennaio 2025

Franco Fontana. Retrospective. Museo dell’Ara Pacis, 16 dicembre 2024

Un giro in centro in una fredda, ma soleggiata, domenica pomeriggio mi offre l’occasione di andare a visitare – a pochi giorni dall’apertura – la retrospettiva dedicata dal Museo dell’Ara Pacis alla produzione fotografica di Franco Fontana.

Ormai dieci anni fa avevo avuto la possibilità di visitare una mostra di Fontana a Venezia, e qualche tempo dopo avevo anche partecipato a una lezione del grande fotografo modenese a Palazzo Merulana a Roma.

In quel periodo ero talmente affascinata dalla sua fotografia che avevo comprato alcuni suoi libri fotografici, in particolare quelli dei paesaggi (colorati e astratti) che lo hanno reso famoso presso il grande pubblico.

Nel frattempo la mia fotografia si è evoluta e i miei interessi si sono ampliati e in parte spostati, cosicché mi ha fatto particolarmente piacere poter ripercorrere la carriera fotografica di questo maestro e verificare – se ancora ne avessi avuto bisogno – che tutti i fotografi, anche e soprattutto quelli veri, pur continuando a raccontare fondamentalmente sé stessi attraverso la fotografia, evolvono e cambiano, foss’anche solo perché ciascuno di noi cambia nel tempo.

Nella mostra dell’Ara Pacis, che - come tutte le mostre allestite in questo spazio museale - ha l’unico difetto, a causa del tipo di spazi a disposizione, di non rendere del tutto intellegibile il percorso (lasciando dei dubbi al visitatore sulla sequenza della visita), si ha la possibilità di ripercorrere tutta la carriera del fotografo, ammirando non solo le parti più famose della sua produzione (i paesaggi naturali e urbani, i frammenti, gli asfalti, i nudi ecc.), ma anche serie meno conosciute (per esempio quelle di street photography e di fashion photography) e più recenti (per esempio le foto nonché il video realizzato durante un viaggio a Cuba, i reportage sulle grandi strade, la Route 66, l’Appia, il Cammino di Compostela).

In una piccola saletta c’è anche la possibilità di ascoltare e vedere un’intervista al fotografo, che appare ancora lucidissimo nonostante l’età e ci aiuta a comprendere ancora meglio il suo approccio alla fotografia, che ha visto il colore come scelta identitaria, tanto più perché utilizzato in un’epoca in cui la fotografia artistica era interamente in bianco e nero.

Il percorso della mostra è affascinante e suggestivo, e va riconosciuto lo sforzo di garantire la massima accessibilità per persone con disabilità. In particolare, sono disponibili lungo il percorso alcune versioni delle fotografie più famose di Fontana accessibili per persone non vedenti (la Biblioteca astratta a cura di Fabio Fornasari, una specie di traduzione delle foto in forma materica), realizzate in collaborazione con l’Istituto dei ciechi Cavazza di Bologna.

Devo dire però che per me la parte più sorprendente della mostra è risultata quella che espone le stampe originali su pellicola Kodak Ektachrome: foto di formato piccolo e piccolissimo, con i colori un po’ sbiaditi, che quasi non sembrano arrivare dallo stesso fotografo di cui ammiriamo le foto nelle altre sale, ma che hanno un fascino davvero speciale. D’altro canto, sono invece rimasta un po’ perplessa di fronte ad alcune stampe in grande formato che guardate da lontano sono di impatto, ma già a una media distanza risultano poco leggibili.

Comunque una mostra imperdibile per gli appassionati di fotografia.

Voto: 3,5/5

domenica 13 ottobre 2024

Martin Parr. Short & Sweet. Bologna, Museo Civico Archeologico, 29 settembre 2024

Il nome di Martin Parr è comparso nel mio percorso fotografico più e più volte, ma è solo di recente - grazie al mio avvicinamento alla street photography - che ho cominciato a guardare al suo lavoro con maggiore attenzione.

Volevo già andare a Milano dove la mostra ha iniziato il suo tour italiano, ma non ce l'ho fatta, e dunque quando ho saputo che la mostra sarebbe stata visitabile a Bologna fino a gennaio non mi sono fatta sfuggire l'occasione in una delle mie puntate bolognesi.

Short & sweet è una mostra curata dallo stesso Parr - che tra l'altro ha anche girato un po' per la penisola per questa occasione - in cui lo spettatore ha la possibilità di percorrere la sua intera carriera, a partire dai primi progetti in bianco e nero degli anni Settanta fino ad arrivare ai lavori più recenti, come quelli nel settore del fashion.

La mostra si compone di 60 fotografie a cui si aggiungono le 250 che vanno a formare l'installazione Common sense, in cui le foto sono stampate su carta formato A3 con stampante a getto di inchiostro (cosa che produce colori ancora più saturi di quanto non siano normalmente le foto di Parr) e sono combinate a formare quattro pareti fotografiche. L'effetto è potente e permette di venire a contatto con alcune delle tematiche più tipiche della poetica di Parr: il kitsch, il consumismo, il capitalismo, l'ironia e molto altro.

Io però devo dire che ho apprezzato particolarmente la prima parte della mostra, quella delle foto degli anni Settanta in bianco e nero - che sono quelle che meno conoscevo - e poi l'intervista che viene proposta al visitatore a metà percorso, in cui - attraverso le domande dell'intervistatrice, la storica e critica della fotografia Roberta Valtorta - viene fuori la personalità semplice, ironica e autoironica di Martin Parr, e si ha inoltre la possibilità di capire meglio il suo approccio documentaristico e antropologico alla fotografia e al mondo. Parr dice che il suo interesse è sempre stato focalizzato sul modo in cui le persone trascorrono e occupano il tempo libero, perché secondo lui tanto dice della società quello che la gente sceglie o pensa di scegliere al di fuori dei doveri familiari e lavorativi.

È in questa ottica che va guardata e interpretata l'intera mostra che comprende anche una sezione dedicata agli aspetti più grotteschi del turismo di massa, un'altra alle foto scattate nelle spiagge inglesi ma anche nel resto del mondo durante l'intera carriera di Parr, un'altra dedicata al ballo, nonché le sue più recenti foto di moda (che Parr tratta sempre in modo originale e divertente). Da molti dei lavori esposti emerge il suo rapporto ambivalente con gli inglesi, il popolo a cui appartiene e di cui conosce le grandi virtù ma anche le tante caratteristiche oggetto della sua bonaria ironia.

Proprio sulle opere fotografiche focalizzate su Gran Bretagna e Irlanda si concentra anche il lavoro della Martin Parr Foundation di Bristol, che - come lui stesso ci dice nell'intervista - non ha solo lo scopo di preservare la sua collezione e la sua eredità fotografica, bensì anche di dare spazio al lavoro di altri fotografi più o meno conosciuti che, con i loro lavori, permettono di costruire un grande affresco per immagini della società inglese nel corso del tempo.

Vi consiglio di non perdere questa occasione.

Voto: 3,5/5

lunedì 24 giugno 2024

Narciso. La fotografia allo specchio. Terme di Caracalla, 1 giugno 2024

Nella stessa location dove avevo visitato qualche tempo fa la mostra dedicata a Letizia Battaglia (di cui mi accorgo solo ora di non aver fatto alcun post), è attualmente in corso la mostra Narciso. La fotografia allo specchio, promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma, diretta da Daniela Porro, e organizzata da Electa con la cura di Nunzio Giustozzi.

Si tratta di una mostra che si sviluppa attraverso 78 fotografie di una quarantina di autori, da quelli notissimi come Robert Capa, Lisetta Carmi, Robert Doisneau, Frank Horvat, Inge Morath, Helmut Newton, Ferdinando Scianna, a quelli - almeno per me - un po' meno noti, come Simon Annand, Ilse Bing, Claude Cahun, Burt Glinn, Guido Harari, Richard Kalvar, Astrid Kirchner, Hiroji Kubota, Simone Martinetto, Duane Michals, Jeanloup Sieff e Wanda Wulz.

Il tema dello specchio è stato ispirato dalla realizzazione ad aprile, nello spazio delle terme, dello specchio d'acqua con i giochi e i riflessi (installazione che tornerà a settembre), e attraverso il percorso - articolato in tre sezioni - è esplorato in tutte le sue sfaccettature, secondo le linee di creatività dei fotografi in mostra. Dai doppi alle autorappresentazioni, dalle maschere alle deformazioni, dai molteplici io alle introspezioni.

Lo scenario nel quale la mostra è collocata è parte dello spettacolo, e chi non è mai stato alle terme di Caracalla può cogliere l'occasione della esposizione per conoscere meglio questo straordinario monumento e i bellissimi mosaici che ancora si possono ammirare nei suoi ambienti.

Il terzo e ultimo spazio in cui si sviluppa la mostra, la cosiddetta natatio, è sicuramente quello più suggestiva con gli espositori che offrono in visione fotografie su entrambi i lati e vanno a costituire un quasi labirinto all'interno del quale i visitatori si perdono e si inseguono. In questo caso tra gli espositori delle foto sono collocati anche alcuni specchi fronte-retro che permettono anche ai visitatori-fotografi di fare i loro esperimenti di doppi e rappresentazioni.

Chi non ha mai visitato le terme di Caracalla ha una "scusa" in più per andarci, combinando la visita alla mostra a quella del sito archeologico. Devo dire però che, per quanto mi riguarda, dopo aver visitato la mostra della Battaglia, con un allestimento simile e foto di grandissimo impatto, questa seconda esposizione mi è parsa più debole e ripetitiva. Non che non ci siano grandi fotografie, ma l'insieme risulta meno potente, e l'effetto "wow" dell'allestimento funziona meno nel momento in cui lo si è già sperimentato una volta.

Sono uscita dunque un po' delusa, ma pensando - anche grazie alla bellissima luce del tramonto - che la location è perfetta per sperimentare con le fotografie e può essere che io ci torni anche solo per questo.

Voto: 2,5/5

lunedì 19 febbraio 2024

Hilde in Italia. Arte e vita nelle fotografie di Hilde Lotz-Bauer. Museo di Roma in Trastevere, 10 febbraio 2024

Il Museo di Roma in Trastevere è una delle mete più frequentate dagli appassionati di fotografia di Roma, data la sua ormai consolidata vocazione alle mostre di fotografia.

Al momento attuale, mentre si disallestisce Philippe Halsman, sono in corso al piano superiore due piccole mostre, una dedicata a Lou De Matteis e l'altra a Hilde Lotz-Bauer. In condizioni normali le avrei visitate entrambe in un'oretta di tempo libero, ma in questo caso - per comprendere meglio quello che vedo - mi affido alla guida esperta di Itinerari di luce che propone la visita della sola mostra della Lotz-Bauer e trascino anche un paio di amiche.

La scelta si rivela felice (a parte la pioggia presa in motorino per arrivare al museo!), perché Hilde Lotz-Bauer non è fotografa da "effetto wow" e, se già normalmente vale il principio che una mostra si capisce e si apprezza molto di più se qualcuno te la contestualizza e te la spiega, nel caso della mostra su Hilde in Italia è ancora più vero.

La mostra, a cura di Federica Kappler e Corinna Lotz, figlia di Hilde Lotz-Bauer, si sviluppa su due sale e una piccola saletta dove è anche possibile vedere un piccolo filmato sulla fotografa.

Le fotografie si riferiscono fondamentalmente al primo soggiorno in Italia di Hilde, ossia agli anni dal 1934 al 1943, anni durante i quali, oltre a svolgere il suo lavoro a supporto delle ricerche storico-artistiche del marito e di altri studiosi, la donna attraversò la penisola in lungo e in largo, documentando - con la sua Leica, la macchina fotografica che usava per gli scatti privati - la vita quotidiana delle persone incontrate.

La prima saletta della mostra è dedicata a raccontare il percorso di avvicinamento di Hilde alla fotografia (era laureata in storia dell'arte e, dopo la laurea, prese un dottorato in fotografia), e a documentare i suoi primi lavori fotografici, nonché le fotografie professionali relative ad architettura e sculture. Tra queste spiccano le immagini fiorentine, tra cui quelle del Ponte di Santa Trinita, tra l'altro bombardato e distrutto non molto tempo dopo gli scatti di Hilde.

Nella seconda sala l'attenzione si sposta sulle persone fotografate in giro per l'Italia, e tra queste fotografie sono degne di nota in particolare le numerose foto da lei scattate in vari luoghi dell'Abruzzo (ad esempio la piana del Fucino e Scanno). In questa seconda sala emerge la capacità empatica della fotografa tedesca, che nel suo modo di fotografare le persone si dimostra una straordinaria anticipatrice di quella street photography che negli anni Trenta era ancora di là da venire. Nelle foto di Hilde si riconosce la matrice degli scatti di fotografi ben più famosi, tra cui Henri Cartier-Bresson e Mario Giacomelli, e di un tipo di fotografia che sarebbe diventata un vero e proprio genere solo vent'anni dopo.

Nelle foto di Hilde non solo c'è una grande attenzione alla composizione e all'estetica che probabilmente le derivava dai suoi studi, ma anche un uso della tecnica originale e molto in anticipo sui tempi, che ci fa percepire alcune sue fotografie come modernissime nell'impianto, pur essendo collocabili cronologicamente nel passato per via dei contenuti.

Insomma una bella esperienza, certamente da ripetere. Tra l'altro non escludo di tornare a vedere la mostra in autonomia (grazie alla fantastica MIC card) per rivedere con calma le foto, forte del bagaglio di conoscenze acquisito con la visita guidata.

Voto: 3,5/5

mercoledì 17 gennaio 2024

Andreas Gursky. Visual spaces of today. Bologna, Fondazione MAST, 31 dicembre 2023

In questo ultimo giorno del 2023 approfittiamo dell'apertura del MAST fino alle 17 per vedere in corner la mostra di Andreas Gursky.

Personalmente non conoscevo Gursky, e solo dopo aver deciso di andare a vedere questa mostra ho raccolto qualche informazione su di lui.

Artista tedesco, nato a Lipsia nel 1955, allievo di Bernd e Hilla Becker, Gursky è noto soprattutto per le sue fotografie di grande formato, che spesso - anche grazie agli interventi in postproduzione - indagano sulla contemporaneità, e in particolare sul turbocapitalismo, sul paesaggio nell'antropocene, sulle moltitudini, sulla globalizzazione, e lo fa spesso ingaggiando una specie di sfida visuale con lo spettatore.

Nella mostra del MAST, organizzata in occasione dei 10 anni della Fondazione, il curatore Urs Stahel ha scelto insieme allo stesso Gursky 40 fotografie in tutta la produzione dell'artista, dai primi lavori a quelli più recenti, con una prevalenza delle immagini di grande formato cui si alternano fotografie di minori dimensioni, ma sempre coerenti sul piano dei contenuti.

Noi nella foto dei tulipani
Si va così dalla fotografia delle saline di Ibiza a quella delle colline delle Alpi della Alta Provenza ricoperte di pannelli solari, dalla straordinaria immagine del pit stop a quella delle corsie di un negozio 99 cent, dalla fotografia di un deposito Amazon a quella del paesaggio di serre per orticoltura in Spagna, dalla scena ipnotica nella discoteca di Francoforte a quella optical dei tulipani ripresi col drone.

Quasi tutte le fotografie di Gursky sono il risultato di forme di interpolazione, sovrapposizione tra più immagini, interventi in postproduzione, che però non sono mai fini a sé stessi, in quanto producono un impatto rilevante e uno specifico significato sullo spettatore, indotto così a riflettere su concetti e temi che la fotografia semplice non riuscirebbe a produrre.

Una bellissima scoperta e una interessantissima mostra.

Voto: 3,5/5

lunedì 11 dicembre 2023

Don McCullin a Roma; Boris Mikhailov: Ukrainian Diary. Palazzo delle esposizioni, 18 novembre 2023

Approfitto di una domenica pomeriggio in cui sono già in giro per altri motivi per andare a vedere la mostra di Don McCullin al Palazzo delle esposizioni, e con l'occasione vedo anche l'altra mostra in corso, quella dedicata al fotografo ucraino Boris Mikhailov.

Personalmente non conoscevo McCullin: scopro solo grazie alla mostra che il fotografo ha ottantotto anni e vive con la moglie nella campagna del Sormerset, e che nella sua lunga carriera è stato uno dei grandi fotografi documentaristi e di guerra. Dagli esordi e nel corso degli anni ha raccontato - con sguardo attento e soprattutto empatico - sia la realtà a lui più vicina (il quartiere nel quale viveva quando era ragazzo e altri luoghi della Gran Bretagna che hanno attraversato fasi di impoverimento, come ad esempio l'East End di Londra), sia mondi lontani e meno lontani, soprattutto in occasione di guerre (il Vietnam, la Cambogia, il Biafra, l'Irlanda del Nord e molti altri). Negli ultimi anni Mc Cullin ha deciso di ritirarsi nel Somerset dedicandosi a progetti più elegiaci, come ad esempio le foto della campagna inglese e quelle dei resti archeologici sul confine meridionale dell'ex impero romano, nelle quali però il fotografo non riesce a voltare completamente pagina rispetto alle brutture della guerra e mantiene uno sguardo in qualche modo tragico e critico.

Le oltre 250 fotografie in mostra (tutte in bianco e nero e quasi tutte stampate con le gelatine ai sali d'argento) rappresentano una straordinaria retrospettiva della sua carriera e, oltre a farci apprezzare le sue notevoli qualità tecniche, ci aiutano a entrare nella mente di un fotografo di guerra, con tutti i traumi e gli interrogativi etici che caratterizzano questo ruolo.

Attraverso le parole dello stesso McCullin - che a più riprese arricchiscono la visione delle foto - seguiamo i sentimenti contrastanti dello stesso fotografo, il quale ci dice di aver sempre ricercato l'empatia con i soggetti delle sue foto e di aver sempre scattato le foto per restituire dignità e voce a persone che spesso non ne hanno. È però evidente che, nonostante le buone intenzioni, McCullin non è uscito indenne da una carriera di fotografo di guerra, e credo non a caso abbia cercato evasione nella fotografia di paesaggio, senza però riuscire davvero a superare i traumi interiori.

Mostra bellissima, in parte rovinata - se posso dire la mia opinione - da luci non perfette che non consentono di guardare le foto nel migliore dei modi possibili.

Per quanto riguarda la mostra su Boris Mikhailov, si tratta di una sorpresa totale. Mikhailov - che ovviamente non conoscevo minimamente - è un fotografo autodidatta, ma anche un artista ucraino, che ha documentato, in modo del tutto personale e originale, i cambiamenti intervenuti nel suo paese con la fine dell'Unione Sovietica. Nel caso di Mikhailov non siamo di fronte a fotografie che puntano alla qualità tecnica ed estetica, bensì il mezzo fotografico è utilizzato in modo ironico o critico, o entrambi, a seconda dei casi. Ne vengono fuori progetti fotografici certamente anomali, in cui le foto sono spesso modificate mediante filtri, ovvero colorate a posteriori, anche a mano, e talvolta si tratta di progetti realizzati in modi forse eticamente discutibili. Del resto, Mikhailov - cresciuto in un paese nel quale la propaganda era onnipresente e la libertà di espressione praticamente inesistente - ha escogitato nel tempo modi originali per veicolare, attraverso i suoi progetti, messaggi che probabilmente sarebbero stati censurati, e più avanti ha continuato ad affinare questo suo linguaggio fino a farne una propria cifra distintiva.

Interessante scoperta, anche se sul piano fotografico non è esattamente quello che mi appassiona.

Voto: 3,5/5

giovedì 23 novembre 2023

Foto/Industria. VI biennale di fotografia dell’industria e del lavoro. Bologna, Fondazione MAST, 4 novembre 2023

La rassegna di Foto/Industria, la biennale di fotografia dell'industria e del lavoro che la Fondazione MAST organizza a novembre nella città di Bologna, è dedicata quest'anno al tema del Game, ossia all'industria del gioco in fotografia.

Come due anni fa, approfitto di un weekend bolognese per visitare alcune delle mostre, dopo essermi studiata il programma. Quest'anno la mia selezione ha seguito due criteri primari, vedere mostre classiche di fotografia saltando la videoarte e le installazioni, e scegliere mostre in luoghi che non conosco in modo da scoprire anche qualcosa di nuovo.

Alla fine vedo al Museo Archeologico le mostre Las Vegas di Daniel Faust e Flippers di Olivo Barbieri, a Palazzo Boncompagni la mostra Playgrounds di Linda Fregni Nagler, a Casa Saraceni la mostra Berlin Funfair di Heinrich Zille e infine a San Giorgio in Poggiale alla biblioteca d'arte e di storia la mostra La salle de classe di Hicham Benohoud.

Las Vegas è un assemblaggio di foto che documentano gli elementi più bizzarri e incredibili della città, producendo un caleidoscopio che rappresenta una realtà che sembra artefatta ma non lo è, mentre in Flippers Barbieri racconta in immagini - d'insieme e di dettaglio - un deposito abbandonato di flippers da lui trovato nel 1977 non lontano da casa sua. Un po' come in Las Vegas, con cui questa mostra condivide la sede (e le due mostre sono tenute insieme da un documentario video realizzato da Barbieri a Las Vegas con un elicottero), anche in Flippers realtà e "finzione" si mescolano inestricabilmente (non a caso il progetto di Barbieri era piaciuto molto a Luigi Ghirri).

Playgrounds mette insieme fotografie in grande formato di parchi giochi ripresi in notturna e in bianco e nero: l'effetto è spiazzante e straniante, in quanto questi luoghi normalmente pieni di vita, di suoni e di colori, si trasformano in ambienti sospesi nel tempo e nello spazio, a tratti quasi inquietanti.

Berlin Funfair raccoglie le fotografie che Heinrich Zille scattò alle fiere berlinesi tenutesi a cavallo dell'Ottocento. Si tratta di fotografie che sono innanzitutto una testimonianza storica sia per quanto riguarda la tecnica fotografica che per quanto riguarda i soggetti; in alcuni casi anche le inquadrature, i soggetti e le scelte di questo fotografo riscoperto risultano interessanti e originali.

Infine, La salle de classe è forse la mostra - tra quelle viste - più sorprendente. Si tratta delle foto in bianco e nero che Hicham Benohoud ha scattato ai suoi studenti in classe, elaborando di volta in volta delle "scenografie" con semplici oggetti e delle pose dei ragazzi, che insieme creano situazioni surreali o che suggeriscono letture e interpretazioni del tutto personali. Molto bella anche grazie alla bellezza del contesto della sala della Biblioteca d'arte e di storia che la ospita.

Insomma, la biennale Foto/Industria si conferma una bellissima opportunità e un'occasione da non perdere per bolognesi e turisti di passaggio nella città.

Voto: 3,5/5

mercoledì 1 novembre 2023

Vivian Maier Anthology. Bologna, Palazzo Pallavicini, 7 ottobre 2023

Colgo l'occasione di un weekend bolognese per andare a vedere la mostra Vivian Maier Anthology, in programma a Palazzo Pallavicini.

Prima di scrivere queste brevi note, sono andata a rivedere quello che avevo scritto sei anni fa quando ero andata a visitare una delle prime grandi mostre romane dedicata alla fotografa misteriosa, dopo che John Maloof aveva portato all'attenzione del mondo il suo lavoro ignoto, facendo sviluppare i rullini trovati in una valigia comprata all'asta.

Rileggendo quel post, mi rendo conto che la mostra bolognese non è molto diversa da quella che avevo visitato a suo tempo: anche in questo caso in mostra circa 150 fotografie della Maier (la maggior parte in bianco e nero e scattate con la sua Rolleiflex - identificabili dal formato quadrato - e una parte scattate con la Leica, parte delle quali a colori) e alcuni filmini in Super8, oltre ad alcuni provini a contatto che - come dicevo nell'altro post - sono molto utili per capire il modo di scattare della Maier, che talvolta fa un'unica o poche foto della situazione che attira il suo occhio fotografico, forse perché non ha la possibilità di scattare più volte ovvero perché è molto decisa sul soggetto e sul tipo di inquadratura.

In generale passeggiando per le sale di Palazzo Pallavicini ho la sensazione di aver già visto molte delle foto in mostra - del resto la Maier è una delle fotografe più presenti nell'immaginario collettivo degli ultimi anni - però sicuramente ci sono anche fotografie che non ho mai visto e che aggiungono ulteriori elementi alla conoscenza di questa fotografa sconosciuta fino a non moltissimo tempo fa.

La mostra dunque per me non è stata una novità assoluta e non ha suscitato, per quanto mi riguarda, sorprese particolari; ciò detto, resta un percorso di scoperta e di approfondimento assolutamente gradevole e interessante.

Se posso fare un appunto, devo dire che il prezzo di ingresso è un pochino alto (probabilmente perché si tratta di una struttura privata) e che per un biglietto di ingresso così ci si aspetterebbe probabilmente un allestimento più originale e curato. Non che la mostra non sia ben organizzata, ma mi è sembrato un allestimento fin troppo semplice e senza aspetti memorabili.

Ciò detto, se non avete mai visto una mostra delle foto di Vivian Maier vi consiglio caldamente di andare a vederla.

Voto: 3/5