giovedì 22 gennaio 2026

In giro per mostre di fotografia a gennaio: Margaret Bourke-White a Reggio Emilia e Jeff Wall a Bologna

In una seconda metà di festività natalizie trascorsa a Bologna, approfitto per visitare un paio di mostre fotografiche in zona.

La prima, organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani, si tiene ai Chiostri di San Pietro, a Reggio Emilia, ed è dedicata alla fotografa americana Margaret Bourke-White (L'opera 1930-1960).

Della fotografa avevo visto una bellissima mostra monografica al museo di Roma in Trastevere, e altre foto in un’altra mostra sulle fotografe donne tenutasi a Forlì nel 2021.

Questa nuova mostra mi offre però l'occasione di approfondire un personaggio che già avevo riconosciuto come oltremodo affascinante: una donna nata nel 1904 che ha fatto dell’indipendenza e della fiducia nel progresso le sue bandiere.

La Bourke-White è stata la fotografa delle grandi fabbriche e dei grattacieli che nella sua epoca storica rappresentavano delle straordinarie conquiste per l’umanità e un segno del progresso.

La mostra emiliana, pur partendo da questa premessa, esplora però il lavoro della Bourke-White in molte diverse sfaccettature, mettendo in evidenza l’instancabilità da un lato e il valore etico e politico dei suoi reportage dall’altro.

La Bourke-White visse la seconda guerra mondiale da fotografa di guerra al seguito delle truppe alleate, fu tra le prime ad entrare nei campi di concentramento dopo la liberazione, si inoltrò nell’Appennino emiliano per documentare la resistenza partigiana, ma fu anche la fotografa che fu ammessa in Unione Sovietica per fare le foto a Stalin (che in una accenna addirittura un sorriso), e poi continuò a girare il mondo per documentare guerre e ingiustizie e far crescere la consapevolezza e la necessità di un’azione. Tutto questo fino a quando il Parkinson, che la colpì in giovane età, le impedì di fotografare e spostò la sua attenzione sulla scrittura. Una vita epica e straordinaria, e foto di grande impatto.

La seconda mostra che vado a visitare si svolge al MAST, uno dei musei di Bologna che amo di più e che tra l’altro è completamente gratuito (basta registrarsi all’ingresso la prima volta). Si tratta della mostra di Jeff Wall, che occupa due spazi espositivi del complesso architettonico contemporaneo che costituisce il museo.

Non conoscevo Jeff Wall: scopro che è un importante fotografo contemporaneo canadese vivente che ha un approccio che definirei sperimentale e concettuale alla fotografia. Apparentemente le sue fotografie – di solito di grande formato – non hanno “nulla di particolare”. La specificità sta però innanzitutto nelle soluzioni espositive che Wall utilizza: le foto a colori sono quasi sempre montate in lightbox, ossia sono stampe fotografiche fine art retroilluminate, e talvolta più foto sono combinate in sequenza in un unico lightbox, producendo un effetto fortemente cinematografico sia per luce e colori brillanti, sia per potenzialità narrative; a volte invece le foto a colori sono stampe inkjet, che è invece una modalità di solito considerata lontana dal fine art e di più bassa qualità; le foto in bianco e nero sono infine spesso stampe ai sali d’argento, una modalità antica molto tradizionale, che toglie contrasto e crea un effetto parzialmente vintage.

In secondo luogo, Wall, come reso chiaro dalle citazioni presenti nel percorso espositivo e nei pannelli esplicativi, rifiuta la funzione cronachistica e/o documentaristica della fotografia, e per questo motivo le sue foto sono quasi sempre delle messe in scena, che però non vengono pensate dal fotografo in dettaglio, ma che sono il frutto dell’interazione tra un ambiente che il fotografo individua e le azioni più o meno spontanee e libere che attori o persone qualunque svolgono in quel contesto su richiesta del fotografo. La foto che poi il fotografo sceglie è una delle centinaia di foto che scatta di quella situazione e che solo apparentemente è un momento casuale della realtà, ed è proprio attraverso questo metodo che Wall in qualche modo ci spinge a riflettere su cosa è reale.

Non esattamente il mio tipo di fotografia preferito – troppo concettuale per i miei gusti – ma devo dire molto interessante.

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