venerdì 3 dicembre 2021

La persona peggiore del mondo

Il film di Joachim Trier, un regista danese naturalizzato norvegese (che è al terzo film ambientato a Oslo), è una delle cose migliori che vi possa capitare di vedere al cinema negli ultimi tempi. E non solo per la bravura della protagonista (Renate Reinsve, non a caso vincitrice a Cannes per la miglior interpretazione femminile), bensì anche e soprattutto per la sincerità e la varietà densa di contenuti.

La persona peggiore del mondo parla della vita di Julie e lo fa in 12 capitoli più un prologo e un epilogo, con il supporto di una voce femminile narrante che nel prologo riassume le puntate precedenti e poi ricompare nei momenti topici, senza però risultare eccessivamente invadente.

Julie è una quasi trentenne e vive una condizione che possiamo considerare tipica di questa generazione: ha tutta la vita e tutte le possibilità davanti a sé, partecipa di una libertà di scelta e di un’ampiezza di vedute individuale e sociale che sulla carta potrebbero garantirle un percorso verso una vita soddisfacente. E invece Julie sembra non sapere cosa vuole. O forse, sarebbe meglio dire che non si accontenta mai, o meglio ancora che si scontenta facilmente. Fondamentalmente vive con irrequietezza la necessità di scegliere in via più o meno definitiva qualcosa, che porta con sé l'inevitabile corollario di dover rinunciare a qualcos'altro.

Bombardata da mille stimoli e informazioni, consapevole in maniera anche eccessiva di tutto quello che le accade intorno, Julie oscilla tra confusione e decisionismo, tra cinismo e leggerezza, tra indipendenza e narcisismo. Il condizionamento sociale che un tempo segnava la vita degli individui, in modo particolare delle donne, lascia il posto a un non meno faticoso riconoscimento della propria identità, indipendentemente dallo sguardo altrui, e a un frequente autosabotaggio di fronte alla complessità e alla banalità del reale.

Nel mondo della letteratura, questo sguardo generazionale nei confronti della vita è ampiamente rappresentato da un sempre più folto gruppo di scrittori: penso per esempio a Sally Rooney o a Naoise Dolan. Come sa chi legge questo mio blog, è un tipo di approccio che a me quarantottenne un po’ irrita e un po’ suscita compassione.

In questo caso, invece, il film mi conquista favorendo un senso di empatia che funziona sia nei momenti di leggerezza che in quelli drammatici. Questo perché Julie è sì una donna del suo tempo (quello del post-femminismo e del #metoo), ma prima ancora è una persona nel suo farsi e in quel processo di crescita personale e sentimentale che tutt* abbiamo attraversato o attraversiamo più o meno faticosamente, indipendentemente dalla generazione a cui apparteniamo.

Non a caso il film di Trier oscilla tra ispirazioni molto lontane cronologicamente, da Woody Allen alla Greta Gerwig di Frances Ha. In più Trier ha il merito – pur mettendo al centro della narrazione Julie – di non trascurare i comprimari, che si svelano sullo schermo altrettanto vividi e umanamente intensi (penso ad Aksel, il personaggio in cui forse mi sono riconosciuta di più, e anche a Eivind).

A parte il titolo secondo me poco appropriato (ma per il quale non possiamo nemmeno dare la colpa alla distribuzione italiana visto che è la traduzione esatta di quello originale), che - combinato alla locandina - fa pensare a una commedia leggera e divertita, e a parte qualche scelta musicale un po’ troppo banale, il film di Trier non sbaglia quasi un colpo, riuscendo anche nella difficilissima impresa di dribblare tutti i tentativi di incasellamento in un genere: non è propriamente una commedia, né un film drammatico, bensì mescola insieme ironia, leggerezza, commozione, sentimenti, dramma, questioni sociali, realismo e surrealismo onirico o fantastico, riuscendo a risultare sempre credibile.

Un’occasione preziosa per innamorarsi del cinema ancora una volta.

Voto: 4/5


mercoledì 1 dicembre 2021

Chi ha ucciso mio padre. Teatro India, 6 novembre 2021

In scena al Teatro India l'adattamento italiano del pamphlet autobiografico dell'autore francese Édouard Louis, realizzato da Daria Deflorian e Antonio Tagliarini e interpretato da Francesco Alberici.

Siamo in un garage o uno scantinato: in un angolo c'è un cumulo di sacchi neri della spazzatura. Un ragazzo li calcia rabbiosamente. Così comincia questo dialogo (che in realtà è un monologo) tra un figlio e un padre, in cui viene ripercorsa tutta la storia o quanto meno la memoria soggettiva di una relazione, fatta di molti momenti di conflitto esplicito o sotterraneo, ma anche di tenerezza e di affetto.

All'interno di una famiglia di ceto sociale basso e governata dai principi del patriarcato e da un'idea molto conservatrice della mascolinità, questo figlio un po' femmineo e certamente lontano dallo stereotipo maschile suscita imbarazzo se non vera e proprio vergogna. I condizionamenti sociali e le dinamiche familiari disfunzionali alimentano nel tempo l'incomprensione tra padre e figlio e l'impossibilità di una vera comunicazione, trascinando con sé anche gli altri rapporti familiari.

I sacchi neri aperti e tagliati in modi più o meno violenti porteranno alla luce tutte le tracce di questo passato, gli oggetti di una memoria a volte commovente, a volte dolorosa.

Ora che il figlio, andato da tempo a vivere a Parigi - dove non solo ha potuto esprimere sé stesso ma ha anche avuto successo come scrittore -, rincontra suo padre ormai anziano e quasi impossibilitato a camminare, i sentimenti che gli si animano dentro sono molteplici e contraddittori. Se da un lato la compassione verso di lui è macchiata dall'ombra dei ricordi e non riesce dunque a esplicarsi in pieno, dall'altro la constatazione dello stato di minorità del padre diventa motivo di invettiva violenta nei confronti dei governi francesi che si sono succeduti nel tempo, con tanto di nomi e cognomi, considerati - con le loro leggi ingiuste che hanno colpito soprattutto le persone socialmente più in difficoltà - la causa di questa sua condizione.

Francesco Alberici è molto bravo: intenso e commovente, credibile sia nella rabbia che nella tenerezza, capace di tenere da solo il palco e di comunicare non solo con le parole ma anche con i gesti e le azioni.

Il testo, sicuramente molto forte, sebbene non del tutto originale per i temi trattati, dal mio punto di vista ha un unico, grosso neo, ossia la convivenza tra il tema intimistico e sentimentale della relazione padre/figlio e quello dell'invettiva socio-politica. Comprendo come le due cose si parlino, ma io personalmente ho sentito un salto molto forte, al punto da pensare di stare assistendo a un altro spettacolo. È vero che i francesi sono molto attenti alle ricadute sociali anche delle questioni private e viceversa e da questo punto di vista non è sorprendente che un dramma privato venga ricondotto a un problema politico e sociale almeno di portata nazionale (e questa è anche una cosa molto positiva e interessante), però - per quello che ho visto - mi è sembrato che le due cose restassero un po' più separate del dovuto.

Voto: 3,5/5

lunedì 29 novembre 2021

Madres paralelas

Dopo Dolor y gloria, film che avevo amato moltissimo e che mi aveva profondamente riconciliato con Almodovar, ero un po' preoccupata nell'andare a vedere il suo ultimo film, Madres paralelas. Avevo letto di un ritorno di Almodovar a certi stilemi del suo cinema del passato, e dunque temevo un nuovo disamoramento, ma tutto sommato l'esito della visione è stato meno tragico del previsto.

Al centro della narrazione due donne, una più matura, Janis (Penélope Cruz), e una più giovane, Ana (Milena Smit). Le due si incontrano in un ospedale di Madrid dove entrambe sono in procinto di partorire, senza avere accanto alcun uomo. La prima, che fa la fotografa, è incinta di Arturo, un amico antropologo a cui si è rivolta per affidargli il compito di aprire uno scavo presso la fossa comune dove, secondo le voci del paese, sono stati buttati i corpi dei dissidenti durante la guerra civile spagnola; la seconda è stata oggetto di uno stupro di gruppo che insieme alla madre ha deciso di denunciare.

Dopo la nascita delle due bambine, le strade di queste due donne si separano, ma in realtà saranno destinate fatalmente a incontrarsi nuovamente, in maniere imprevedibili e anche sconcertanti rispetto al percorso di vita di ciascuna di loro. Parallelamente, l'iniziativa di Janis e delle persone del suo paese di restituire identità e una degna sepoltura ai corpi gettati nella fossa comune va avanti proprio grazie ad Arturo, e sarà proprio di fronte agli scheletri di questi uomini che si ricomporranno i vari fili della trama almodovariana e i destini individuali dei suoi protagonisti.

Che dire? Penélope Cruz è bravissima e il suo carisma è uno degli elementi di maggior forza del film.

Sul piano estetico e stilistico i film di Almodovar sono sempre impeccabili, una gioia per gli occhi e un tripudio di bellezza.

Per quanto riguarda la narrazione, ritrovo in questo film alcune rigidità negli sviluppi narrativi e nell'evoluzione dei personaggi e delle relazioni, che finiscono per risultati spiazzanti e innaturali, così come faccio un po' fatica a comporre in maniera sensata il piano della storia individuale di Janis e Ana (e delle loro maternità) con quello della storia nazionale (ossia la necessità di ricucire le ferite della guerra restituendo alle persone i tanti morti dimenticati).

C'è sicuramente una questione di rapporto tra le generazioni, e dunque il tema della memoria (Janis deve spiegare alla più giovane Ana il perché di questa necessità di riportare alla luce questi corpi), così come c'è - onnipresente nel cinema di Almodovar - il tema della maternità, desiderata, scomoda, respinta, faticosa, scoperta e riscoperta, che si applica alle donne ma probabilmente anche a una nazione che ancora deve completamente fare pace con i propri figli.

Voto: 3/5

venerdì 26 novembre 2021

Museo Pasolini / Ascanio Celestini. Auditorium Parco della Musica, 2 novembre 2021

La Sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica è gremita di pubblico per la due giorni (1 e 2 novembre) di anteprima nazionale del nuovo spettacolo di Ascanio Celestini, Museo Pasolini, nell'ambito del RomaEuropa Festival.

Dopo questa anteprima Celestini porterà il suo testo in giro per l'Italia, e tornerà a Roma in primavera al teatro Vittoria.

Museo Pasolini si presenta come una specie di visita guidata in un immaginario museo dedicato al poeta, visita durante la quale la guida, che è ovviamente lo stesso Celestini, non solo si sofferma sui momenti più significativi della vita di Pasolini, ma utilizza la vicenda dell'intellettuale come una traccia per raccontare una storia più ampia, quella dei molteplici se non innumerevoli modi in cui l'anticomunismo si è incarnato e manifestato nella storia italiana.

Tutto questo raccontato alla maniera di Celestini, in una cavalcata narrativa senza interruzione durante la quale lo spettatore è sommerso da un profluvio di parole, di immagini, di aneddoti che si intrecciano inestricabilmente, e che non sempre si comprendono immediatamente, ma che a poco a poco trovano una composizione e un ordine.

Dietro il teatro di parola di Celestini c'è con ogni evidenza uno straordinario e immane lavoro di ricerca, perché quello che l'attore ci racconta è frutto dello studio di un'ampia documentazione, nonché della raccolta di testimonianze di varia provenienza. Tutto questo materiale viene però trasformato da Celestini in storytelling della miglior specie, racconto mirabolante il cui obiettivo non è però quello di colpire lo spettatore per manipolarlo, bensì quello di agganciarlo a sé e tenere desta l'attenzione su contenuti importanti e che diversamente potrebbero risultare indigesti per una parte considerevole del pubblico.

Dentro i racconti di Celestini ci sono i fatti della Storia con la S maiuscola raccontati dal punto di vista dei suoi protagonisti o dei suoi comprimari, ma anche dal punto di vista della gente comune e degli emarginati; in generale c'è tutta un'umanità varia e disordinata che, attraverso la sua voce, si rincorre e si sovrappone, cercando il proprio posto nel mondo.

A volte da spettatori ci si perde nelle maglie della narrazione, ma Celestini riesce sempre a riacchiapparti per portarti dove vuole lui.

Alla fine sappiamo molte cose in più, ma ci siamo anche emozionati. E chissà, forse è questo il modo, per arrivare davvero al cuore delle cose.

Voto: 3,5/5

mercoledì 24 novembre 2021

Essere umane. Le grandi fotografe raccontano il mondo. Forlì, Musei San Domenico, 10 ottobre 2021

In occasione della nostra gita in Romagna, su suggerimento di un'amica, andiamo a visitare la mostra in corso ai Musei San Domenico a Forlì, Essere umane, dedicata alle fotografe.

Si tratta di una mostra ricchissima, che consente allo spettatore di fare una galoppata nei secoli adottando il punto di vista delle fotografe donna sul mondo, sulla società, sul privato.

Il percorso, concepito dal curatore Walter Guadagnini, è organizzato secondo un ordine cronologico, a sua volta suddiviso in tre sezioni. La prima è dedicata agli anni '30-'50 e si apre con l'iconica foto della madre migrante realizzata da Dorothea Lange durante la crisi americana degli anni '30. In questa sezione troviamo anche le foto di alcuni progetti fotografici di Lee Miller, Ruth Orkin, Tina Modotti, Berenice Abbott, Margaret Bourke-White, Eve Arnold, Gerda Taro. Alcune fotografie e alcune fotografe sono famosissime, altre sono per me meno note o - sicuramente per mia mancanza - quasi sconosciute, ma tutte aprono una finestra su un'epoca e su un mondo.

La seconda sezione è dedicata al periodo che va dagli anni '60 agli anni '80 e vede protagoniste fotografe come Inge Morath, Diane Arbus, Lisetta Carmi, Letizia Battaglia (per citare i nomi più noti), ma anche Susan Meiselas, Dayanita Singh, Paola Mattioli. Un'area specifica è occupata da una serie di ritratti di personaggi celebri realizzati dalla grande Annie Leibovitz.

La terza sezione apre lo sguardo sul presente e forse anche in parte sul futuro grazie alle fotografie di alcune autrici giovanissime, come ad esempio Silvia Camporesi. In questa parte della mostra i nomi delle fotografe sono sicuramente meno conosciuti, Zanele Muholi, Newsha Tavakolian, Jitka Hanzlova, Shadi Ghadirian, Shobha, Cristina De Middel, e anche la forma della fotografia tende a diventare meno prevedibile e standardizzata e si declina in forma di collage e in alcuni casi di vere e proprie installazioni. 

Il risultato è un percorso di scoperta dello sguardo femminile, che mostra le sue mille sfaccettature e la sua straordinaria varietà, ma anche un tratto trasversale che fa da fil rouge all'intera mostra, ossia l'empatia e la vicinanza all'umanità fotografata che è tipica del punto di vista delle donne, soprattutto nel momento in cui la scelta è quella di approcciare situazioni e contesti delicati.

Personalmente mi ha anche molto intrigato il lato curatoriale della mostra, lì dove ci si trova di fronte alla necessità di raccontare lo sguardo di queste fotografe attraverso poche fotografie (a volte addirittura solo due), dovendo dunque scegliere uno o  al massimo due progetti, ma all'interno di quei progetti che ovviamente hanno una loro articolazione e complessità interna, solo poche foto capaci comunque di evocare e narrare.

Alcune selezioni mi hanno particolarmente colpito, soprattutto perché si trattava di fotografe per me poco conosciute: tra queste Berenice Abbott, Eve Arnold, Susan Meiselas, Paola Mattioli, Graciela Iturbide, Dayanita Singh, Claudia Andujar, Shobha. La mostra dunque è stata anche l'occasione per partire alla scoperta di sguardi per me nuovi e intriganti.

Da vedere.

Voto: 4/5

lunedì 22 novembre 2021

Petite maman

Nel weekend del G20 a Roma, con mezza città bloccata e uno spettacolo teatrale annullato praticamente senza preavviso, io, S. e F. arrivate in centro dopo un po' di traversie decidiamo che questo pomeriggio va comunque messo a frutto. Così, dopo una rapida scorsa alla programmazione cinematografica, decidiamo di andare a vedere un film che avevo adocchiato già alla festa del cinema (dove ha vinto la rassegna Alice nella città) e che nel frattempo è uscito in sala.

Si tratta di Petite maman, il ritorno in sala di Céline Sciamma dopo il successo de Il ritratto della giovane in fiamme. Si tratta di un film piccolo da tanti punti di vista: dura poco più di 70 minuti, è un film girato quasi interamente in una casa e nel bosco circostante, è realizzato con pochi mezzi e pochissimi attori. Eppure, molti - forse anche a dispetto della sua 'piccolezza' - ne hanno riconosciuto le grandi qualità.

Preliminarmente credo sia utile suggerire di vederlo in lingua originale: se già in generale vedere film doppiati a me risulta sempre più innaturale, nel caso di film recitati primariamente da bambini il doppiaggio risulta ancora meno accettabile. Io purtroppo l'ho visto in italiano, e credo che il doppiaggio abbia contribuito inevitabilmente a creare un po' di distanza rispetto al film, rendendo la conversazione molto più legnosa di quanto non sarebbe stata in lingua originale.

La storia è quella di Nelly (Joséphine Sanz), una bimba di nove anni che dopo la morte della nonna va, insieme ai genitori, nella casa nel bosco dove sua madre era cresciuta e dove era vissuta la nonna prima di andare nella casa di riposo. La permanenza in questa casa è finalizzata a svuotarla al fine probabilmente di venderla.

Durante questi giorni Nelly prende contatto con il mondo infantile di sua madre e, dopo che quest'ultima parte all'improvviso, la bambina incontra nel bosco un'altra bimba, Marion (Gabrielle Sanz), che presto scopre essere proprio sua madre da piccola.

In questo cortocircuito temporale - che però viene presentato come quasi del tutto naturale anche perché inserito nel mondo pieno di fantasie tipico dei bambini - le due bambine (quasi indistinguibili) condividono giochi, pensieri, attività, paure, spensieratezza e preoccupazioni, fino a quando ognuna ritorna "al proprio mondo" con una ricchezza in più.

La Sciamma non punta a rivelare grandi verità o particolari significati nascosti: si "limita" invece a mettersi ad altezza di bambino (cosa che le riesce benissimo) e a provare a guardare il mondo degli adulti dal loro peculiare punto di vista. Ne viene fuori un'atmosfera un po' misteriosa e un po' buffa che è quella nella quale i bambini sembrano immersi per il fatto di non avere tutti gli elementi di comprensione della realtà circostante, ma anche quel modo incredibilmente creativo con cui essi interpretano la complessità e si danno delle spiegazioni. Incontrare la propria madre bambina e riconoscere in essa una vicinanza inattesa diventa un modo non previsto, ma necessario - soprattutto in un momento di passaggio com'è quello della morte della nonna - per comprenderla ed esserle più vicina quando la distanza di età verrà ripristinata.

Voto: 3,5/5



mercoledì 17 novembre 2021

Il gioco del panino = Playing sandwiches / con Arturo Cirillo. Teatro Belli, 30 ottobre 2021

Scopro quasi per caso, grazie a un post su Facebook (unico motivo per cui vale ancora la pena stare sui social), che al Teatro Belli (dove non sono mai stata) è in corso una rassegna teatrale, Trend, dedicata al teatro britannico contemporaneo, e nell'ambito di questa rassegna è prevista la rappresentazione di Playing sandwiches (tradotto in italiano con Il gioco del panino), un monologo della serie Talking heads di Alan Bennett e qui recitato e diretto da Arturo Cirillo.

Si sa che sono una fan di Cirillo, e dunque non mi lascio sfuggire l'occasione di vederlo ancora una volta a teatro.

La storia è quella di Wilfred Paterson, un uomo che lavora come pulitore e manutentore in un parco della città. All'apparenza un uomo comune che si divide tra la vita familiare (ha una moglie, ma non figli, e parenti di vario genere) e la vita lavorativa (ha un supervisore da cui viene spesso ripreso, un capo che gli solleva problemi burocratici, dei colleghi con cui va più o meno d'accordo).

Nella prima scena lo vediamo vestito in abiti da lavoro, poi il monologo viene scandito dai cambi di abito, accompagnati dalla musica e dai cori musicali di Benjamin Britten. Wilfred ci racconta aneddoti ed episodi della sua vita, a prima vista ordinari, talvolta divertenti, altre volte più drammatici. Sebbene la parola infamante non venga mai pronunciata, a poco a poco la scomoda verità dell'esistenza dell'uomo trapela: Wilfred è irrimediabilmente attratto dai bambini, e proprio per questo motivo è già stato in carcere.

Pur essendo tornato a una vita normale ed essendo impegnato a tenersi lontano dalle situazioni a rischio, la possibilità di cadere in tentazione è sempre dietro l'angolo e fatalmente Wilfred ne è ancora vittima.

Il monologo di Bennett prende il titolo dal considdetto "gioco del panino" (in inglese "playing sandwiches") che è quello che si fa in due o più persone, poggiando le mani le une sulle altre, sfilandole alternativamente e riportandole sopra, gioco che Wilfred fa con la bambina che innescherà la sua nuova caduta.

Nel testo di Bennett - come è stato fatto notare - non c'è né giudizio né assoluzione, bensì il racconto fortemente umanistico della vita di una persona. L'interpretazione di Arturo Cirillo è perfettamente in linea con questa interpretazione: Cirillo ci propone un Wilfred un po' dimesso, e al contempo in lotta con sé stesso e con il mondo, un uomo dalle mille sfumature che però sembra non avere scampo rispetto alla propria natura e al proprio destino.

Voto: 3,5/5

lunedì 15 novembre 2021

Festa del cinema di Roma, 14-24 ottobre 2021 - Terza parte

(Per la prima e la seconda parte delle recensioni si veda qui e qui)

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Red Rocket

Vado a vedere il film di Sean Baker senza sapere che lui è un regista di culto (ma anche sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia): lo capisco dall'applauso affettuoso del pubblico quando arriva in sala. Io non ho visto i suoi film precedenti, e dunque non so davvero cosa aspettarmi, così mi lascio andare alle immagini che scorrono sullo schermo.

Red Rocket è la storia di Mickey (Simon Rex), un ex attore pornografico che, rimasto senza lavoro, senza casa e senza soldi, decide di tornare a vivere da sua moglie, con cui ha un passato piuttosto burrascoso. Quest'ultima vive in una casetta di legno alla periferia di Texas City, in un'area quasi a ridosso delle grandi strutture industriali per la raffinazione del petrolio con tanto di ciminiere che sbuffano veleni.

Mickey è quello che io definerei un ca**one: un uomo che si avvia alla mezza età, ma si comporta ancora come un adolescente in piena crisi ormonale, che non ha alcun rispetto per i sentimenti degli altri, che pensa solo ai propri interessi e al proprio tornaconto personale. Insomma, decisamente insopportabile. Eppure l'interpretazione di Simon Rex e le modalità di costruzione della storia fanno sì che lo spettatore riesca persino ad affezionarsi a questo ragazzone parecchio infantile, fors'anche perché un po' tutto il mondo che lo circonda è a suo modo anomalo ed estremo, criticabile e commovente al contempo. Penso alla moglie, al vicino di casa, alla giovanissima commessa con cui Mickey finisce a letto.

Il film di Baker - dentro una confezione che certamente richiama certo cinema di genere degli anni Settanta, soprattutto italiano, e sullo sfondo di una realtà sociale di profondissima e drammatica emarginazione - riesce a mettere in scena gag estremamente divertenti e a trascinare lo spettatore nella rocambolesca vita di Mickey, sempre in bilico tra dramma e commedia, alla stesso modo in cui il contesto, pur degradato, a tratti vira verso il kitsch o addirittura il fiabesco (ovviamente ironico).

Nel complesso un film molto originale, con una cifra stilistica molto particolare e in cui si trattano temi anche importanti con un approccio apparentemente ca**one come quello del protagonista.

Voto: 3,5/5



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La croisade = La crociata

In un Auditorium della Conciliazione gremito di gente arriva Louis Garrel in persona a parlarci del suo ultimo film, La croisade. Garrel, che ha avuto una relazione con Valeria Bruni Tedeschi e ora è sposato con Laetitia Casta, parla benissimo l'italiano, e dice di essere particolarmente interessato al modo in cui i suoi film vengono accolti in Italia. Nello specifico del film in programmazione, il regista (nonché attore) ci dice che la sceneggiatura era stata scritta diversi anni fa da Jean-Claude Carrière, ma a quel tempo lui l'aveva considerata poco credibile. Nel tempo però il tema dell'emergenza climatica è diventato sempre più attuale e Carrière - che nel frattempo è morto - ha dimostrato di avere ragione a voler raccontare questa storia. A questo punto Garrel ha deciso di girare questo film dedicandolo appunto al suo profetico co-sceneggiatore.

Si tratta di un film che dura poco più di un'ora e che parla di un gruppo di bambini e ragazzini che si sono organizzati per avviare un'azione a livello globale finalizzata a salvare il pianeta dalla sua fine annunciata. Uno di questi bambini è Joseph (Joseph Engel), il figlio di Abel (Louis Garrel) e Marianne (Laetitia Casta), il quale - come i suoi coetanei - ha venduto degli oggetti della casa e di proprietà dei suoi genitori per raccogliere i fondi per questa impresa.

Inizialmente i suoi genitori sono arrabbiati e increduli, ma a poco a poco capiscono che Joseph e i suoi amici fanno sul serio, e decidono dunque di supportarli e di fare la loro parte.

La croisade
è costruito come una favola ecologista, che mette al centro della riflessione i bambini e il loro complesso mondo interiore, che spesso gli adulti non comprendono o rispetto al quale sono in profondo ritardo.

Un film che conferma ancora una volta la sensibilità e l'attenzione particolari che la società francese sta dedicando negli ultimi anni al tema della sostenibilità ambientale del nostro modello di vita. Un modo sicuramente meno drammatico per parlarne, ma - chissà - magari ancora più efficace.

Voto: 3/5



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Futura 

Futura - che, come viene confermato durante la presentazione del film dagli stessi registi, è il neutro plurale latino e sta dunque per "le cose che verranno" - è un film collettivo realizzato da tre registi italiani già molto conosciuti, Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher, coadiuvati sul piano scientifico da Stefano Laffi, economista e sociologo.

Si tratta sostanzialmente di un film documentario, la cui idea iniziale era nata nel 2019 e le cui riprese erano cominciate all'inizio del 2020, per poi dover fare i conti con la pandemia e i vari lockdown. Il progetto era quello di intervistare giovani italiani, presi non singolarmente ma all'interno di gruppi di appartenenza o per loro identitari, per conoscere il loro punto di vista in particolare sul futuro, sia quello individuale sia quello della società (in questo è abbastanza sorprendente il richiamo con un altro film del festival, ossia C 'mon C'mon).

I registi effettuano queste interviste in diverse parti dell'Italia, cercando di coprire Nord, Centro e Sud e diverse provenienze sociali, nonché diversi contesti sia urbani che rurali.

Ne viene fuori un quadro al contempo omogeneo e diversificato. Si notano le differenze nell'articolazione e nella complessità dei punti di vista secondo la provenienza dei ragazzi e il contesto nel quale si muovono, ma nello stesso tempo tutti sono accomunati da una disillusione forte e da una ridotta speranza rispetto al futuro.

Alcune cose sorprendono (oltre a essere un pochino deprimenti): il permanere di una visione di futuro molto diversificata tra uomini e donne (i primi in molti casi vogliono fare i calciatori, e le seconde vogliono mettere su famiglia), lo scarso riconoscimento dell'importanza dello studio e dell'istruzione, l'assenza di qualunque dimensione collettiva che vada al di là della propria famiglia e del proprio gruppo di amici, la mancanza di memoria storica (i ragazzi che studiano alle scuole Diaz restano muti quando gli viene chiesto cosa sia successo a Genova nel 2001), cose che si accompagnano a paure più tipicamente adolescenziali e giovanili, come quella di essere giudicati o non essere accettati.

Dall'altro lato, i giovani - almeno a parole - sembrano aver completamente sdoganato temi legati alla moralità e ai diritti delle minoranze (che considerano cose da vecchi) e mostrano per certi versi una consapevolezza rispetto al contesto che forse la mia generazione non aveva (cosa che ha due facce della medaglia: il cadere di certe forme di ingenuità, e insieme un cinismo eccessivo per l'età).

La scelta del film di considerare sempre le interviste come qualcosa da svolgersi in gruppo può aver condizionato le risposte o le non risposte dei singoli, e indubbiamente il quadro che emerge dal film, come quello che emerge da tutte le ricerche sociali, è parziale e non rappresentativo in termini statistici, però ci dice molto degli umori e delle sensazioni di questa generazione.

Io devo dire che in questa fase della mia vita ci ho visto più elementi per deprimersi che elementi di speranza, sebbene la conoscenza diretta di alcuni giovani che conosco certamente meglio mi dice in parte il contrario. Ma non v'è dubbio che il cinismo che questa generazione ha sviluppato per eccesso di esposizione alla realtà dovrebbe far pensare e per quanto mi riguarda non mi mette affatto tranquilla.

Voto: 3/5


mercoledì 10 novembre 2021

Un giretto in Romagna: Santa Sofia e dintorni

Santa Sofia e il fiume Bidente
Per non dimenticare troppo presto lo spirito vacanziero, io e S. già a settembre prenotiamo un weekend in Romagna. Più precisamente la nostra destinazione è il paesino di Santa Sofia, dove abbiamo una serie di contatti, perché un'amica di S. ci è nata e buona parte della sua famiglia ci vive e ha attività lì.

Santa Sofia appartiene a quella parte della Romagna che si inerpica sull'Appennino verso il confine con la Toscana, nella zona del parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.

La sera in cui arriviamo diciamo che di atmosfera estiva ce n'è ben poca. I nuvoloni grigi avvolgono la zona e minacciano pioggia, e c'è un gran freddo, tanto che siamo ben contente di aver portato diversi strati di vestiti da impilare.

Il giardino del b&b
Il nostro b&b, Il vecchio Comune, è gestito dalla sorella dell'amica di S. e si trova appunto in una parte dell'edificio che un tempo ospitava il Comune. La nostra è una vera e propria suite al piano terra, con camera da letto che dà sul giardino, e una zona giorno con tanto di divano.

Quando arriviamo, la nostra prima preoccupazione è come rifocillarci, visto che la nostra idea di mangiare una piadina in un posto di cui abbiamo letto molto bene online è sfumata a causa di orari di apertura non compatibili con il nostro arrivo.

Per fortuna la nostra ospite ci offre un'alternativa molto interessante, ossia l'Osteria in salita, una piccolissima osteria che all'interno sembra un  appartamento un po' retro, e dove in cucina c'è la mamma e ai tavoli serve il figlio. Mangiamo piadina fritta, crostini, tagliatelle con galletti e guanciale, baccalà fritto con contorno di porri, tiramisu e salame di cioccolato. E andiamo a dormire felici.

Nel Parco delle foreste casentinesi
La nostra ospite ha anche pensato alle nostre colazioni, offrendoci due buoni per andare le due mattine che saremo a Santa Sofia alla pasticceria Santa Dolce Vita, gestito da un gruppo di ragazze molto intraprendenti, dove le brioche e i dolci sono molto buoni e freschi, e anche il cappuccino è ottimo.

Il sabato è la nostra giornata di vera gita. Prima di tutto facciamo un giro per Santa Sofia, un paese piccolo ma tenuto molto bene e dove non manca niente. C'è persino un parco con delle sculture sul fiume Bidente, dove andiamo nel tardo pomeriggio prima della cena ma non riusciamo a vedere tutto perché comincia a piovere.

Lago di Ridracoli
Una delle nostre prime tappe in paese è il Centro visite del Parco delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, dove, oltre a incuriosirci delle meraviglie del parco, conosciamo un personaggio incredibile, Pietro Zangheri, un naturalista autodidatta che è stato fondamentale per gli studi sul parco stesso a cui è dedicato il primo piano del palazzo del Centro visite.

Decidiamo poi di dedicare la nostra giornata alla diga di Ridracoli. Arriviamo in macchina al parcheggio del Museo Idro e da lì attraverso un sentiero nei boschi a un certo punto incrociamo la strada asfaltata che porta alla diga. Ci hanno detto che questo è uno dei posti più turistici della zona, ma col clima che c'è quando arriviamo su ad ammirare questa incredibile opera di ingegneria ci siamo solo noi e per fortuna la ragazza del chiosco delle piadine, dove ci rifocilliamo.

La diga di Ridracoli
Torniamo poi indietro per la medesima strada, e quando siamo alla macchina ci scappa una visita al Museo Idro, un museo tutto incentrato - come dice il nome - sull'acqua e la sua importanza per la vita umana, così come sulla necessità di preservarla. È un museo pensato in maniera molto interattiva, come è giusto che sia un museo di natura tecnico-scientifica; peccato che molti degli oggetti da manipolare e con cui interagire sono rotti o non funzionano del tutto. Comunque ci divertiamo lo stesso e usciamo soddisfatte.

Al rientro a Santa Sofia facciamo visita a un negozio, che fin dal principio era una delle destinazioni del nostro viaggio: si tratta di Peromatto, una stamperia artigianale dove si fanno le stampe romagnole rivisitate in chiave moderna ma con tecniche e materiali antichi. Il progetto è del fratello dell'amica di S. e della sua compagna, e gli oggetti che vengono prodotti sono tutti bellissimi. 

Peromatto - stamperia d'arte tessile
Compriamo portapane, runner, cestini e altro. Ma ci saremmo portate via molto altro. Tra l'altro mentre siamo qui arriva un amico del proprietario con una bottiglia di sangiovese e ci scappa pure un bellissimo aperitivo.

La cena l'abbiamo prenotata invece alla Fiaschetteria, un altro posto molto carino gestito da giovani che si trova ai confini del paese, dove mangiamo giardiniera di antipasto e poi come piatti principali una spalla di maiale sfilacciata e una tartare con maionese fatta in casa. Non ci facciamo mancare nemmeno il dolce, e infine un assaggio del gin del Monte Falterona, che inevitabilmente finisco per comprare.

Nel Parco delle foreste casentinesi
La domenica facciamo il pieno di prodotti locali (porcini, formaggi, giardiniera) dalla bottega L'angolo dei sapori, poi decidiamo di andare verso Forlì, dove abbiamo adocchiato la mostra fotografica Essere umane, dedicata alle donne fotografe, in corso ai Musei di San Domenico.

Qui a Forlì, dopo la mostra (di cui vi parlo in altro post), mangiamo da Fuori misura, una specie di ristorante sociale che ci offre un ottimo poke e un polipo croccante con patate.

Direi che la nostra piccola gita fuori porta non poteva essere più soddisfacente. Peccato per il tempo e il freddo, ma in fondo anche così ce la siamo goduta non poco.

lunedì 8 novembre 2021

Festa del cinema di Roma, 14-24 ottobre 2021 - Seconda parte

 (Per la prima e la terza parte delle recensioni si veda qui e qui

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C’mon C’mon

Joaquin Phoenix non sbaglia un colpo. Così, dopo aver interpretato Joker nel film omonimo (che a lui deve gran parte del suo successo), torna sul grande schermo in un film dal taglio molto più intimista, ma non per questo meno interessato ai grandi temi e alla dimensione ideale.

In C'mon C'mon di Mike Mills un Phoenix decisamente più in carne interpreta Johnny, un giornalista radiofonico che sta realizzando in giro per l'America delle interviste con bambini e giovani per raccontare la loro idea di futuro.

Dopo una telefonata con la sorella Viv (Gaby Hoffmann), con cui Johnny parla poco dopo alcune divergenze emerse durante la malattia della madre e in seguito alla morte di quest'ultima, Johnny decide di prendersi cura di suo nipote di nove anni, Jesse (Woody Norman) per aiutare sua sorella che invece deve occuparsi dei problemi mentali di suo marito.

Così, Johnny, che non solo non ha figli ma nemmeno una compagna, si trova a sperimentare le gioie e i dolori della genitorialità, e la complessità di un rapporto intimo con un bambino tra l'altro particolarmente consapevole e precoce (e forse è questo uno degli aspetti più deboli e meno credibili del film).

Poiché Viv è costretta a rimanere lontana da casa più a lungo del previsto, Johnny decide di portare Jesse con sé in giro per l'America per continuare le sue interviste: da Los Angeles si sposteranno dunque a New York e infine a New Orleans. Ai dialoghi e alle scene private che vedono protagonisti Johnny e Jesse si alternano i viaggi con la troupe e i momenti delle interviste con bambini e ragazzi di varia provenienza. Questi due filoni narrativi si richiamano vicendevolmente e si integrano: da un lato viene mostrato il volto privato della relazione tra adulti e bambini in una contemporaneità in cui mentre i genitori puntano sempre più sul dialogo e sulla comprensione, i bambini oscillano invece tra una consapevolezza financo eccessiva e la necessità di essere infantili e forse inevitabilmente viziati. Dall'altro lato si dà voce al punto di vista "in pubblico" di bambini e ragazzi, che pure mette in evidenza una inedita lucidità sui problemi della contemporaneità (tra cui centrale il tema del cambiamento climatico) e l'inevitabile disillusione che porta con sé, e insieme la spontaneità e le preoccupazioni più tipiche dell'età.

A fare da trait d'union tra questi due mondi narrativi, il personaggio magistralmente interpretato da Phoenix, che alla fine emerge come quello più vero, con la sua difficoltà a verbalizzare i sentimenti, le sue confessioni private al proprio microfono, le sue tenerezze, le sue arrabbiature, i suoi pentimenti, le sue incertezze e la sensazione di non essere all'altezza delle aspettative della vita.

Dentro un bianco e nero pulito e luminoso (davvero godibile alla vista), viaggiamo insieme a Johnny e Jesse, e un po' tifiamo per loro, un po' ci commuoviamo, un po' ci arrabbiamo, ma soprattutto speriamo - noi vecchi - di poter lasciare questo mondo in buone mani, e se così non sarà di potercene andare in pace con la nostra coscienza.

Un film certamente da vedere, sebbene non privo di difetti: oltre a quelli già citati, sicuramente l'essere a tratti troppo didascalico (si vedano le letture di citazioni tratti da saggi e romanzi sul tema della genitorialità) e una colonna sonora decisamente un po' troppo scontata, su cui si poteva fare molto di più.

Voto: 4/5 



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Belfast

La rassegna Alice nella città quest'anno è impreziosita dalla proiezione dell'ultimo film di Kenneth Branagh, con il quale il regista fa letteralmente un'operazione di ricostruzione della memoria, con una forte componente nostalgica.

Siamo infatti nella sua città natale, Belfast, e questa è sostanzialmente la storia di come e perché lui e la sua famiglia si sono trasferiti in Inghilterra alla fine degli anni Sessanta.

Dalla visione panoramica e a colori della città di Belfast com'è oggi - e con cui si apre il film - ci si immerge a poco a poco nelle sue strade e dietro un muro si scopre un mondo in bianco e nero e un quartiere che non c'è più. Si tratta del quartiere dove vive Buddy (Jude Hill), un ragazzino di nove anni che passa le sue giornate tra la scuola (innamorato della bionda seduta al primo banco), i giochi per strada con i vicini, le chiacchierate con i nonni (Judi Dench e Ciarán Hinds), le funzioni religiose (con le omelie terrificanti del pastore), la televisione dove guarda soprattutto film western, la vita in famiglia (in particolare con la madre e il fratello, visto che il padre lavora come carpentiere in Inghilterra).

In questa vita tutto sommato ordinaria irrompe il conflitto religioso e il quartiere dove abita Buddy e dove convivono pacificamente da generazioni cattolici e protestanti viene preso di mira da chi non vede di buon occhio questa convivenza e decide di scegliere la strada della violenza.

Mentre per le strade divampa il conflitto, anche all'interno del nucleo familiare di Buddy si innesca una serie di eventi destinata a portare grandi cambiamenti: il nonno si ammala, mentre la madre e il padre discutono se lasciare o meno il quartiere e la città dove hanno sempre vissuto.

Sarà proprio questo cambiamento a segnare per Buddy la fine della spensieratezza dell'infanzia e il passaggio a una nuova fase della vita, che passerà attraverso addii dolorosi e a volte inevitabili per aprirsi al nuovo.

Un film quello di Branagh intriso di amarcord, che sa essere tenero, divertente e drammatico allo stesso tempo, e in cui emerge la capacità del regista di conquistare il pubblico con trovate interessanti (per esempio le scene al cinema, in cui tutto è in bianco e nero, come il resto del film, tranne quello che viene proiettato sul grande schermo).

C'è sicuramente del mestiere in questa operazione, e qualche elemento di piacioneria (a tratti si ha la sensazione di un ricordo non solo nostalgico ma anche edulcorato), però alla fine il risultato è gradevole e secondo me destinato al successo.

Voto: 3,5/5



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Mi novia es la revolución


Siamo in Messico negli anni Novanta. Sofia (Sofia Islas Herrerias) ha 15 anni e si è da poco trasferita insieme alla madre e alla sorella più piccola in una nuova città, dove non conosce nessuno e fa fatica a integrarsi. Davanti a sé ha la prospettiva della quinceañera, la festa del passaggio all'età adulta tipica del mondo sudamericano, e che la madre vuole organizzare in maniera molto tradizionale.

Sofia è una ragazza introversa e apparentemente conformista, come emerge da una delle prime sequenze del film in cui si dà lo smalto sulle unghie e balla guardando un video di musica pop.

Mentre la madre litiga al telefono con il padre per motivi economici e intanto frequenta un giro di amiche che fanno commerci spregiudicati con prodotti statunitensi, Sofia guarda al mondo con distacco e quasi repulsione, fino a quando non incontra Eva (Ana Valeria Becerril), una giovane ribelle e anticonformista, che non solo ascolta musica rock e diserta la scuola, ma si intrufola nelle case altrui per rubare.

Sofia si trova così catapultata in una dimensione completamente nuova di fronte alla quale prima si muove con timidezza e paura, e poi con sempre maggiore spregiudicatezza e al contempo consapevolezza crescente della propria identità e dei propri desideri. La ragazza dovrà fare i conti con le gioie e i dolori dell'innamoramento, e anche con la necessità di far fronte alle conseguenze delle proprie azioni. Apparentemente il suo percorso di ribellione, che passerà anche attraverso l'allontanamento da Eva, si concluderà con un ritorno alla "normalità", ma in realtà è evidente dalla conclusione del film che Sofia va incontro al futuro con uno spirito indipendente e intraprendente, ben diverso e lontano dai modelli familiari in cui è cresciuta.

Ancora un film di coming of age, con un impianto piuttosto classico, ma impreziosito da un'ambientazione interessante (a livello sia spaziale che temporale), che si lascia guardare con affetto.

Voto: 3/5


giovedì 4 novembre 2021

L'amore non basta! / Sophie Lambda

L'amore non basta! Come sono sopravvissuta a un manipolatore
/ Sophie Lambda. Roma-Bari: Laterza, 2021.

Il graphic novel di Sophie Lambda è un fumetto di quelli che io definisco necessari, di quelli che bisognerebbe far leggere a tutt* a scuola, perché nessuno è al riparo da una relazione manipolatoria e tossica.

Sophie è una giovane illustratrice che sta cercando la sua strada nella vita. Un giorno conosce Marcus, un attore brillante, con cui si crea immediatamente un feeling. Al successivo incontro tra i due scocca la scintilla e inizia una storia d'amore che inizialmente sembra basata su un'intesa perfetta.

A poco a poco però Marcus comincia a mostrare altri lati del suo carattere: dice bugie, accusa Sophie di cose inesistenti, dà in escandescenza e diventa sempre più aggressivo. Tutto questo però non avviene attraverso un processo lineare, bensì si alterna a momenti di riappacificazione e di tenerezza, di pentimento e di sintonia.

L'andamento di questo rapporto comincia però a poco a poco a scalfire la serenità di Sophie e a farla sprofondare in un malessere che si fa sempre più pervasivo e nocivo. Sophie non riesce più a comprendere come interpretare i comportamenti di Marcus, e si sente sempre più inadeguata e in difetto. In una situazione di progressivo isolamento, perderà il contatto con il resto del mondo e di conseguenza con la realtà, finendo in balia di un narcisista patologico dal quale non sembrano esserci vie di scampo.

Grazie all'affetto degli amici e soprattutto all'incontro con la ex ragazza di Marcus, Sophie comincerà a comprendere in quale incubo è finita: inizierà a voler capire, si farà aiutare da una psicologa, riprenderà a poco a poco il contatto con la realtà, comprendendo che solo una rottura definitiva e senza appello con Marcus è la strada per ritrovare serenità e sanità mentale.

Nell'ultima parte dell'albo, Sophie offre anche un po' di suggerimenti e indicazioni per chi dovesse trovarsi nella sua stessa situazione, mettendo a disposizione di chi legge il bagaglio di conoscenze e di esperienza che ha accumulato e che ha messo in ordine durante il periodo della sua "convalescenza". Perché il rapporto con Marcus, così come quello con qualunque narcisista manipolatore, è una vera e propria malattia dalla quale si può rimanere schiacciati.

Chiunque abbia incontrato nella sua vita una persona con queste caratteristiche non potrà che riconoscersi in Sophie ed empatizzare con la sua sofferenza, nonché condividere il senso di liberazione per esserne uscita. Non sono sicura che si possa comprendere fino in fondo se non ci si trova in una situazione del genere, ma certamente questo libro potrebbe "salvare" molte persone che da questo buco nero non riescono a tirarsi fuori o che sono ancora in una fase di colpevolizzazione di sé stesse e di giustificazione dei comportamenti dell'altro all'interno di una relazione di questo tipo.

Come dice Sophie Lambda, un narcisista manipolatore (che può essere anche una donna) non ha speranza di cambiare, questa è la prima certezza cui bisogna giungere e che non dovrà mai più essere messa in dubbio. Partendo da questo assunto, l'unica cosa che è possibile fare è fuggire il più lontano possibile e rompere qualunque tipo di rapporto con loro.

La lettura di questo albo mi ha riportato alla mente un altro graphic novel, Io sono Una, anch'esso un albo potente e necessario per scoperchiare tematiche a volte scomode, e che spesso riguardano in modo particolare le donne. Rispetto a Una, Sophie Lambda, pur raccontando una storia drammatica, seppure a lieto fine, riesce a mantenere un tono leggero, ironico e autoironico, senza sminuire nulla e senza tacere nulla, ma proprio grazie a questa scelta di linguaggio riesce ad arrivare in maniera ancora più diretta e immediata alla mente e al cuore dei lettori.

Voto: 4/5

martedì 2 novembre 2021

Festa del cinema di Roma, 14-24 ottobre 2021 - Prima parte

L'anno scorso lo svolgimento della festa del cinema di Roma era coinciso con un periodo di relativa calma nell'andamento della pandemia, ma con il passare dei giorni la situazione dei contagi era andata peggiorando al punto che la conclusione della kermesse era stata quasi contemporanea all'inizio di un nuovo lockdown.

Quest'anno per fortuna la situazione appare complessivamente più tranquilla e, sebbene sulla carta il programma sembra meno interessante che in passato, alla fine il festival convince e conquista un po' tutti sia sul piano dei contenuti che su quello dell'atmosfera di "rinascita" che si respira.

Io perdo purtroppo il primo weekend di programmazione, cosicché i nove film che alla fine riesco a vedere sono tutti concentrati tra il lunedì e il sabato, in un'abbuffata da cui esco esausta ma felice.

Nei film che riesco a vedere è molto presente il tema dei bambini e dei ragazzi nelle sue diverse accezioni e sfumature: il coming of age, il rapporto con il mondo adulto, le paure e l'idea di futuro. Non dimentichiamo del resto che ormai da tanti anni il festival del cinema di Roma va a braccetto con la rassegna Alice nella città, che proprio sui giovani ha la sua focalizzazione e che negli anni ha saputo scovare e valorizzare moltissimi film a essi dedicati. 

(Per la seconda e la terza parte delle recensioni si veda qui e qui)

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One second

Zhang Yimou è un regista cinese che in Italia ricordiamo soprattutto per film come Lanterne rosse (1991) e Hero (2002). Con questo suo ultimo film, One second, il regista torna a farsi notare a livello internazionale, anche per la polemica che lo ha riguardato in patria a seguito delle critiche del governo cinese.

Il perché di queste critiche è presto detto: One second è ambientato nel periodo della rivoluzione culturale cinese e all'interno di un contesto in cui la propaganda la fa da padrona, le delazioni ai "poliziotti" di regime sono all'ordine del giorno e i lavori forzati sono una pratica comune.

Però il cuore del film non è questo, e - come è stato già detto da altri - One second è una specie di Nuovo cinema paradiso cinese, un omaggio commosso alla forza evocativa del cinema e alla sua capacità di creare comunità.

Siamo nel deserto del Gansu, tra dune dorate a perdita d'occhio. Qui si aggira il protagonista del film, Zhang (Zhang Yi), il quale è fuggito a un campo di lavori forzati all'inseguimento di una pizza, ovvero una pellicola cinematografica che contiene il film Heroic sons and daughters, ma soprattutto un cinegiornale nel quale per "un secondo" compare la figlia che non vede ormai da moltissimi anni.

Nell'avvicinarsi al villaggio dove Mr Movie (Fan Wei), organizzerà la proiezione, Zhang assiste al furto della pellicola da parte della piccola Liu (Liu Haocun), un'orfana che si prende cura del fratello più piccolo e che con la pellicola vuole realizzare una copia della lampada che il fratello ha involontariamente rotto.

Inizia qui una serie di scene rocambolesche e di gag che a tratti fanno pensare al cinema muto di inizio novecento e ad alcune interpretazioni di Buster Keaton e Charlie Chaplin. Alla fine la pellicola arriverà nelle mani di Mr Movie, che dovrà coinvolgere però l'intera comunità in una delicata operazione di lavaggio e ripulitura del nastro per consentirne la proiezione, attesa da tutti con trepidazione e partecipazione. Sarà sempre lo stesso Mr Movie a offrire infine a Zhang la possibilità di rivedere in loop sempre lo stesso spezzone riempiendo gli occhi dell'uomo dell'immagine di questa figlia che non vede da anni, anche a rischio di essere catturato.

Zhang e Liu troveranno entrambi quello che cercano, e forse anche qualcosa di più, ossia la comprensione reciproca dei sentimenti, nonché la solidarietà sull'importanza della memoria che anche un frammento di pellicola che dura solo un secondo può portare con sé.

Un film delicato, divertente e commovente al tempo stesso, con un sapore di cinema del passato che fa bene al cuore, soprattutto in un momento come questo in cui lo spostamento verso la dimensione privata della visione dei film sembra mettere in discussione e in minoranza l'importanza e la straordinarietà del rito collettivo.

Voto: 3,5/5

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Libertad

Libertad è il film di Clara Roquet che racconta l'estate della quindicenne Nora, magnificamente interpretata dalla bravissima Maria Morera Colomer. Siamo pienamente nel topos (letterario e non solo) dell'estate del coming of age, quella in cui gli eventi fanno sì che un/una protagonista ancora legato/a al mondo dell'infanzia faccia il salto verso il mondo degli adulti.

Come all'inizio di tutte le estati, Nora si trasferisce insieme alla madre e alla sorella nella casa del mare, dove vive la nonna, malata di Alzheimer, insieme alla badante Rosalia. Per Nora si tratta dell'ennesima estate con giornate tutte uguali a loro stesse, tra piscina e gite in barca, estati in cui non succede nulla di memorabile, fino a quando un evento non modifica l'andamento delle cose. L'evento è l'arrivo di Libertad (Nicolle García), la figlia di Rosalia che viveva in Colombia. Libertad, pur essendo sostanzialmente coetanea di Nora, è molto più disinibita e ribelle. La ragazza si oppone alle imposizioni della madre e in generale alle regole, e nonostante la diffidenza inizia nei confronti di Nora, le due diventano presto amiche e complici in alcune scorribande in paese: Nora fa alcune delle sue prime esperienze di autonomia, e a poco a poco anche il suo sguardo sulla sua famiglia e sul contesto circostante cambia.

Ben presto Nora scopre che il rapporto tra i suoi genitori è in crisi, e che la madre vive con difficoltà il degrado cognitivo della nonna, da cui non si è mai pienamente sentita amata e accolta. Improvvisamente il mondo degli adulti, fin lì confuso e indistinto, si mostra in tutta la sua complessità agli occhi di Nora, e anche l'amicizia estiva con Libertad dovrà fare i conti con tutte le sovrastrutture che lo sguardo degli adulti porta con sé, ad esempio la differenza di classe. La stessa Libertad ne è molto più consapevole di Nora, e pur volendole sinceramente bene sa che la loro amicizia è destinata a durare il tempo di un'estate.

Quella del film di Clara Roquet non è una storia del tutto originale, ma certamente la giovane interprete aggiunge spessore alla sceneggiatura, così come è apprezzabile il registro che oscilla continuamente tra il leggero e il drammatico. Un film che fa riflettere, senza dover necessariamente pigiare sul tasto del melodramma a tutti i costi.

Voto: 3,5/5



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Lamb (ATTENZIONE: SPOILER!)


Quando ho guardato il programma di Alice nella città, ho scelto Lamb quasi senza nemmeno leggere la trama. L'idea di un film ambientato in terra islandese ha infatti rappresentato per me un'attrattiva capace di andare anche al di là dei contenuti. Poi leggendo la trama e qualche commento qua e là mi sono resa conto di aver selezionato un film quanto meno originale.

In sala c'è il regista, Valdimar Jóhannsson, il quale sostanzialmente ci dice che l'obiettivo era quello di realizzare qualcosa di completamente diverso da quanto già visto fin qui al cinema, nonché quello di affidare allo spettatore il compito di dare un significato, essendo il film aperto a molte interpretazioni.

La storia raccontata è quella di Ingvar (Hilmir Snær Guðnason) e Maria (Noomi Rapace), una coppia di agricoltori e allevatori che vivono in una fattoria isolata tra le montagne islandesi, dove il clima è estremo e la nebbia spesso inghiotte tutto il paesaggio circostante. La vita della coppia procede apparentemente tranquilla, sebbene tra i due si percepisce una freddezza e distanza, risultato del dolore ancora non elaborato per la morte della loro bambina.

Un giorno, una delle loro pecore partorisce un essere molto particolare, metà agnello e metà bambina. I due decidono di tenerla e crescerla come fosse la loro figlia, e vivono questa situazione come un dono e l'inizio di una nuova felicità, che nel tempo però dimostrerà di avere un prezzo particolarmente salato.

In Lamb ci sono tanti temi che si intrecciano: una natura sovrabbondante e incombente, rispetto alla quale l'essere umano appare minuscolo e impotente; la condizione di isolamento e solitudine di questa coppia che da un lato ne amplifica il dolore e dall'altro consente loro di percorrere strade originali al di fuori del giudizio sociale; la hybris umana nello sfidare la natura appropriandosi di ciò che non gli appartiene e le conseguenze che ne derivano. Certamente riecheggiano in questa storia anche le narrazioni della mitologia del Nord Europa che è popolata di esseri ibridi e più in generale da un'atmosfera misteriosa e un po' inquietante.

Un film che forse nella normale programmazione annuale non avrei scelto di vedere, ma che nel contesto della festa del cinema sono contenta di aver visto.

Voto: 3/5


mercoledì 27 ottobre 2021

Il buco

Io e F. arriviamo al cinema Greenwich dopo aver festeggiato, insieme a delle amiche, il suo compleanno e troviamo davanti al cinema Nanni Moretti, Silvio Orlando e un ragazzo (il figlio di Moretti?) che chiacchierano amabilmente... 

Dopo esserci scambiate un'occhiata di intesa, io e F. entriamo nella nostra saletta dove ci aspetta questo film di Michelangelo Frammartino di cui tutti parlano bene, ma da cui non sappiamo cosa aspettarci.

Intanto Silvio Orlando saluta gli altri due, che si incamminano proprio verso la nostra saletta, e si siedono esattamente dietro di noi.

Inizia così questo viaggio in cui Frammartino ci conduce alla scoperta dell'Abisso del Bifurto, una grotta collocata nel Parco del Pollino che si inoltra per 683 m nelle viscere della terra e che fu un gruppo di giovani speleologi proveniente dal Nord a esplorare nel 1961. È appunto quell'impresa che il regista intende ricostruire e omaggiare, chiedendo a un altro gruppo di giovani speleologi di ripetere quel percorso, mentre fuori dal "buco" la vita dei pastori e delle mucche continua secondo i suoi ritmi e le sue tradizioni ancestrali. Anche nel vicino paese di San Lorenzo Bellizzi si respira un'aria antica e si conduce uno stile di vita sostanzialmente rurale, anche se gli abitanti del posto si incontrano la sera nella piazzetta per guardare la televisione, dove assistono all'inaugurazione del grattacielo Pirelli, segno di un'Italia in pieno boom economico.

Il film di Frammartino, tutto orientato verso l'enfatizzazione dell'immagine e del suono (per esempio i rumori della natura, ovvero i versi dei pastori, o ancora i respiri affannati degli speleologi), è invece avaro di parole, tanto che non assistiamo praticamente ad alcun dialogo vero e proprio.

Tutto si gioca sulla contrapposizione tra questa modernità che avanza - e che presto travolgerà tutto - e l'arcaicità del contesto nel quale si realizza un'impresa per certi versi altrettanto arcaica, sebbene epica, in quanto basata sul desiderio dell'uomo di immergersi nella natura e conoscerla sempre più in profondità, nella consapevolezza che la sua riuscita dipende primariamente dall'umiltà con cui l'uomo le si accosta.

Un film diverso da qualunque altro io abbia visto nella mia vita, in cui l'assenza di dialoghi lascia quasi interamente allo spettatore, attraverso una maggiore attenzione alla propria percezione sensoriale, l'onere e il piacere di trovare un senso e delle risposte.

Voto: 3,5/5 



lunedì 25 ottobre 2021

La vergine nel giardino / Antonia S. Byatt

La vergine nel giardino / Antonia S. Byatt; trad. di Anna Nadotti e Giovanna Iorio Bates. Torino: Einaudi, 1978.

Questo primo libro della tetralogia dedicata da Antonia S. Byatt a Frederica Potter mi era stato prestato qualche anno fa da S., insieme al secondo, immagino nella convinzione che potesse piacermi o comunque nell'idea che letto il primo potessi valutare se continuare con i successivi.

All'approssimarsi di questa estate ho pensato fosse arrivato il momento opportuno per dedicarmi a questa lettura.

In realtà per le prime duecento pagine ho fatto una fatica immane e più volte ho accarezzato l'idea di abbandonare. In un momento di particolare frustrazione ho persino interrotto e letto Agenzia A di Matsumoto Seichō.

Fino a un certo punto della lettura non sono riuscita a superare la sensazione che non succedesse assolutamente nulla e che il susseguirsi dei capitoli dedicati di volta in volta a uno dei fratelli Potter, Stephanie, Frederica e Marcus, fosse semplicemente l'occasione per la Byatt di fare sfoggio delle sue conoscenze e creare un universo sovrabbondante di citazioni e di riferimenti, per lo più a me sconosciuti. Insomma non sono riuscita a farmi conquistare dal mondo costruito dalla scrittrice, che tra l'altro mi procurava una sensazione di spaesamento temporale. Mentre lo leggevo continuavo infatti a pensare che si trattasse di una storia ambientata a cavallo tra Ottocento e Novecento e invece di tanto in tanto alcuni dettagli e riferimenti mi riportavano bruscamente all'ambientazione effettiva degli anni Cinquanta.

La lettura per me ha cominciato a decollare quando la primogenita Stephanie si innamora del reverendo Orton e decide di sposarlo, e questa scelta mette in subbuglio l'intera famiglia Potter e in particolare il padre Bill, ateo e anticlericale. Parallelamente Marcus, fragile e tormentato, comincia a frequentare il suo professore Lucas Simmonds, che ha un interesse particolare per l'ignoto e i fenomeni paranormali, mentre Frederica dopo aver ottenuto la parte di Elisabetta I nel dramma di Alexander Wedderburn si lancia nelle sue prime esperienze erotiche nel tentativo di perdere la verginità.

Diciamo che un po' di verve narrativa ha dato linfa alla mia voglia di andare avanti e ha definitivamente superato le mie resistenze. Cosicché - pur restando il libro decisamente sovrabbondante per il mio gusto - man mano che andavo avanti ho cominciato ad apprezzarne la sua natura originale, il suo collocarsi in un punto da qualche parte in mezzo tra una commedia shakespeariana alla maniera - per fare un esempio - di Molto rumore per nulla, un'opera buffa e una commedia dell'arte, per quel mix tutto suo di intellettualismo, licenziosità, sentimenti, invenzioni, reale e fantastico.

All'ultima pagina sono stata dunque contenta di non aver mollato, però certo la lettura del secondo volume non arriverà nell'immediato ;-)

Voto: 3/5

mercoledì 20 ottobre 2021

Festival del cinema spagnolo. Cinema Farnese, 1-7 ottobre 2021

Anche quest'anno il cinema Farnese ospita il Festival del cinema spagnolo (e latinoamericano), un'occasione imperdibile per conoscere il meglio di questa produzione cinematografica, tra cui film che fanno fatica a trovare una distribuzione in Italia e che dunque si rischia di perdere completamente. Oltre al fatto che il piacere di vedere i film in lingua originale è sempre impagabile.

Quest'anno riesco ad andare a vedere tre film, tutti e tre spagnoli, tutti e tre in qualche modo incentrati sul tema del rapporto tra genitori e figli (anche se in Intemperie non si tratta di un legame di sangue), sebbene ambientati in luoghi e tempi completamente diversi. Per i primi due film - entrambi opere prime - abbiamo anche la possibilità, sempre speciale, di dialogare con i due giovani registi e di ascoltare il loro percorso e le loro motivazioni.

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La inocencia

Il film di Lucía Alemany - come ci dice lei stessa nel dibattito che segue la visione - ha una base fortemente autobiografica. La protagonista quindicenne, Lis (la bravissima Carmen Arrufat), vive nel piccolo paese della regione di Valencia dove la regista è nata e ha vissuto la sua adolescenza (e nel film alcuni dei personaggi e delle comparse sono i veri abitanti del posto). Inoltre, la protagonista de La inocencia condivide con la Alemany altre due cose molto importanti: una passione per l'attività circense e un aborto in età precoce dovuto a una gravidanza indesiderata.

Il film in un certo senso rappresenta per la regista un modo per far pace con la sé stessa adolescente e con le dinamiche del piccolo paese in cui è cresciuta (dinamiche del resto tipiche di tutti i paesi rurali e di provincia).

Lis è in quell'età di confine tra l'adolescenza e l'età adulta, un mix di curiosità verso la sessualità e desiderio di indipendenza, ma anche di fragilità e ingenuità. Un'età nella quale la comunicazione con i propri genitori (interpretati da Sergi Lopez e Laia Marull) è difficile, soprattutto se si vive in un contesto tradizionalista e patriarcale. Lis frequenta la scuola e sogna un'accademia circense a Barcellona, ha amiche più o meno disinibite e pettegole, va in discoteca anche se non ha l'età per entrare, frequenta un ragazzo più grande di lei, Nestor (Joel Bosqued), che spaccia e fa il bulletto, ma che pure lui si dimostra alfine insicuro e fragile. A seguito della gravidanza non voluta, la ragazza dovrà affrontare i suoi genitori (e anche la comunità cui appartiene) e fare i conti con le proprie responsabilità, amorevolmente consigliata da Remedios, la madre un po' alternativa di una delle sue amiche.

La regia di Lucía Alemany è fatta di numerosi piani sequenza e di una camera che sta molto addosso alla protagonista, ricordando a tratti - come lei stessa ammette - la scelta di Abdellatif Kechiche in La vita di Adèle, tanto più che Carmen Arrufat richiama alla memoria alcune espressioni della protagonista di quel film, Adèle Exarchopoulos.

Un bell'esordio cinematografico che si muove agevolmente tra commedia e dramma, e che si conclude su una nota di speranza e ottimismo verso il futuro, attraverso la riconciliazione tra madre e figlia sancito dall'aprirsi dei due volti in un luminoso sorriso.

Voto: 3,5/5 

 

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Ane

Anche con Ane ci troviamo di fronte a un'opera prima, quella di David Gómez Sañudo, regista di Bilbao, già prolifico e premiato autore di cortometraggi.

Siamo nei Paesi Baschi nel 2009. Lide (Patricia López Arnaiz) fa la guardia giurata nel cantiere dove si sta realizzando un tratto spagnolo della TAV, opera poco gradita agli abitanti del territorio e contro cui un gruppo di giovani organizza azioni dimostrative e di contrasto. Un giorno, tornata a casa, Lide scopre che sua figlia Ane, diciassettenne, non ha dormito nel suo letto. Ben presto la donna deve prendere atto della scomparsa della figlia, e per cercarla chiede aiuto al suo ex marito, Fernando.

La ragazza che dà il titolo al film per circa la metà di esso è un fantasma, un'assenza; sentiamo parlare di lei in maniere varie e contraddittorie che rendono la situazione sempre più misteriosa. Il film di Gómez Sañudo inizia dunque come un thriller per poi virare verso il dramma socio-politico; in realtà, però, l'uso dei generi è strumentale all'approfondimento di tematiche molto più intime e personali riferite primariamente al rapporto madre-figlia: la difficoltà di comprendersi nonostante l'affetto, il bisogno di proteggere della madre e quello di essere indipendente della figlia, il gap generazionale, il doloroso divaricarsi di un percorso.

Sullo sfondo un contesto non certo semplice come quello dei paesi baschi, sul quale pesa l'ombra pesante del terrorismo dell'ETA e della "quasi guerra civile" che li ha attraversati per anni, un luogo nel quale la spinta autonomista e il rifiuto delle imposizioni dall'alto sono particolarmente forti e sentite. Tutto questo però confluisce nel rapporto tra una madre che oscilla tra concretezza e disillusione e una figlia che è mossa dal sacro fuoco degli ideali della lotta.

Non è detto che questi due mondi riescano a incontrarsi da qualche parte.

Voto: 3/5



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Intemperie


Andalucia, 1946. La guerra è finita e il dittatore Francisco Franco è salito al potere, mentre tanti piccoli dittatori spadroneggiano nei latifondi della Spagna meridionale.

Un ragazzino (Jaime Lòpez) scappa dalla fattoria in cui uno di questi latifondisti senza scrupoli (Luis Callejo) vessa i suoi lavoranti trattandoli come schiavi e mantenendoli in una condizione di miseria estrema.

Il ragazzino è diretto in città, alla ricerca della propria libertà e con il sogno di riscattare la sua famiglia.

Ben presto però sulle sue tracce si mettono gli scagnozzi del padrone, cosicché egli è costretto ad attraversare a piedi un deserto riarso e ostile. Sul suo cammino incontrerà un pastore (Luis Tosar), ex soldato nella guerra in Marocco, diretto con le sue pecore e il suo asino a casa della sorella, che diventerà il suo "angelo custode" e una sorta di padre putativo.

Benito Zambrano adatta per il cinema il romanzo omonimo di Jesús Carrasco, costruendo un western anomalo di grande impatto visivo ed emotivo, incentrato sulla classica - e forse fin troppo semplicistica - contrapposizione tra bene e male, ma dentro una più complessa e articolata contestualizzazione storico-politica.

In essenza si tratta di un racconto di coming of age, una dolorosa e definitiva perdita dell'innocenza, un viaggio esperienziale al termine del quale il ragazzino che uscirà dal deserto non sarà lo stesso che vi è entrato, dopo aver conosciuto e affrontato la paura, la morte, la pietà, e aver fatto i conti con la malvagità e le bassezze umane proprie e altrui.

Sullo sfondo, una Spagna bellissima e ostile (fotografata o in pieno sole oppure con la luce magica del tramonto o dell'ora blu), in cui si respirano povertà e disuguaglianza, ma anche - grazie all'umanità e alla dignità che il pastore è riuscito a conservare nonostante e forse anche grazie alla guerra e che trasmette al ragazzino - la speranza di un futuro più giusto.

Registicamente il film di Zambrano è costruito su un ritmo sostenuto e incalzante, in cui la tensione cresce progressivamente, interrotta da brevi momenti di distensione.

A fare da cornice alla storia le canzoni eseguite dalla voce delicata di Silvia Pérez Cruz, una delle quali è stata premiata come miglior canzone originale ai Goya. 

Il film ha vinto il premio del pubblico al festival romano.

Voto: 4/5