lunedì 14 giugno 2021

Un posto tranquillo / Matsumoto Seichō

Un posto tranquillo / Matsumoto Seichō; trad. di Gala Maria Follaco. Milano: Adelphi, 2020.

Sono ormai diventata un'habitué dei libri di Matsumoto Seichō, man mano che Adelphi - e non solo - li propone ai lettori italiani. Dopo essere stata conquistata da Tokyo Express, e aver letto con altrettanto interesse e piacere La ragazza del Kyūshū, non potevo farmi mancare anche la lettura di Un posto tranquillo, romanzo che venne pubblicato la prima volta nel 1971 (in un passaggio c'è anche un riferimento all'eccidio di Cielo Drive da parte della cosiddetta "famiglia Manson", avvenuto nel 1969).

Protagonista di questo romanzo è Tsuneo Asai, un funzionario del Ministero dell'Agricoltura, molto dedito al lavoro e desideroso di fare carriera, il quale - durante un viaggio di lavoro a Kobe - riceve una telefonata da Tokyo in cui gli viene comunicato che sua moglie è morta probabilmente per un infarto.

Tornato a casa, Asai conosce i dettagli della morte di Eiko, e comincia ad avere numerosi dubbi sulle sue circostanze, al punto da cominciare una vera e propria indagine che si fa sempre più approfondita.

A metà del libro circa arriva la svolta "investigativa" e si innesca una catena di eventi che fa precipitare le cose verso l'inevitabile conclusione.

Ancora una volta Matsumoto Seichō inserisce sapientemente la vicenda di un singolo individuo all'interno delle strutture della società giapponese e della sua specifica cultura. In questo caso un'attenzione particolare viene posta al mondo del lavoro e all'insieme di obblighi, condizionamenti e rigidità ch'esso impone sugli individui, soprattutto nel caso in cui essi si facciano portatori di ambizioni.

Ma, come sempre, la riflessione dello scrittore giapponese non è solo sociale, bensì anche psicologica e individuale, nella misura in cui va a scavare nei meandri della mente umana. Se ne La ragazza del Kyūshū l'obiettivo perseguito pazientemente e rigorosamente dalla protagonista era la vendetta, in Un posto tranquillo viene indagato il dubbio che attanaglia Asai, un dubbio che va ben al di là del legame con la moglie, bensì sconfina quasi in un'ossessione.

La spirale ossessiva in cui Asai finisce ha al contempo qualcosa di lucido e di folle, e gli esiti della sua vicenda individuale lo confermano, suscitando nel lettore un moto di repulsione che bypassa la compassione umana.

Matsumoto Seichō dimostra ancora una volta di conoscere perfettamente non solo la società giapponese e tutte le sue talvolta incomprensibili idiosincrasie, ma anche le contraddizioni dell'animo umano, sia dal punto di vista dell'impatto esercitato dal condizionamento culturale, sia per le sue caratteristiche universali che consentono a qualunque essere umano di comprendere alcuni percorsi mentali.

Lettura forse per certi versi meno entusiasmante di quella dei primi due libri dell'autore da me letti, ma non meno interessante.

Voto: 3/5

lunedì 7 giugno 2021

Due vite / Emanuele Trevi

Due vite / Emanuele Trevi. Vicenza: Neri Pozza, 2021.

«Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l'ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.» (p. 83-84).

Tra la dozzina candidata al Premio Strega di quest'anno ero stata attirata fin da subito dal libro di Emanuele Trevi, anche perché già prima avevo sentito parlare di lui e della sua scrittura, e mi aveva incuriosita.

Ho letto soltanto dopo che il libro contiene i ritratti di due scrittori e intellettuali amici dello stesso Trevi, Pia Pera - che già in parte conoscevo avendo assistito a un reading di Maria Paiato tratto dal libro Al giardino ancora non l'ho detto - e Rocco Carbone, che invece mi era ignoto.

Ho iniziato a leggere il libro un po' titubante, ma dopo le prime pagine ne sono stata letteralmente conquistata.

Due vite è il ricordo commosso e al contempo un omaggio in scrittura che Emanuele Trevi fa a due amici, con cui ha avuto la fortuna di condividere pezzi importanti di vita e di pensiero, ma che ha avuto la sfortuna di perdere troppo presto: Rocco è morto per un incidente in motorino nel 2008 e Pia nel 2016 a causa della SLA.

Ma il libro di Trevi non è solo un ritratto di Pia e Rocco tracciato con pennellate ora leggere ora ricche di materia colorata, bensì anche una riflessione sull'essenza più profonda dell'amicizia, con tutte le mille sfumature che la caratterizzano, nonché uno svelamento del modo di essere dello stesso Trevi e del suo sguardo sulla vita e sul mondo.

La citazione in apertura è tra quelle - invero numerose - che mi hanno colpito di più: Trevi riesce a esprimere con parole luminose e risolte qualcosa di cui personalmente sono convinta, e con cui secondo me ognuno di noi - se non crede in una vita oltre la morte - è costretto prima o dopo a fare i conti.

Due vite è anche una bella occasione per immergersi nella città di Roma e riattraversarne le strade con gli occhi dell'autore e dei suoi amici nei numerosi episodi, scorribande, situazioni che li hanno visti protagonisti.

In conclusione, un libro che - pur raccontando di due persone che non ci sono più - pulsa di vita e di umanità dalla prima all'ultima pagina, non avendo mai paura di mostrare debolezze, rimpianti, sensi di colpa, ma anche l'affetto traboccante di una relazione (anzi di due relazioni) che è stata determinante nel percorso di vita di ciascuno dei protagonisti.

Voto: 4/5

venerdì 4 giugno 2021

I married a girl to shut my parents up / Naoko Kodama

I married a girl to shut my parents up / Naoko Kodama. Bosco (PG), Star Comics, 2021.

Pur essendo molto curiosa del mondo giapponese in tutte le sue declinazioni, non sono particolarmente appassionata di manga. Si tratta di un mondo che mi rimane parzialmente oscuro e di cui faccio fatica a individuare i diversi generi, oltre al fatto che ogni volta che ne prendo uno in mano ci metto un po' ad abituarmi alla modalità di lettura inversa rispetto a quella cui noi occidentali siamo abituati.

Ciò detto, siccome sono una persona curiosa e molto testarda, e penso anche che nel tempo i nostri gusti cambiano, ogni tanto ci riprovo e compro qualche manga, magari sulla scorta di letture di recensioni che hanno solleticato la mia curiosità.

Questa volta sono finita un po' a caso sul manga di Naoko Kodama che racconta la storia di Machi e Hana, rispettivamente senpai e kohai, sostanzialmente due compagne di college delle quali la senpai è la maggiore e l'altra è la più giovane. Machi lavora in azienda ed è una donna in carriera, mentre Hana è una designer e disegnatrice e cerca di sbarcare il lunario come può. Di fronte alle insistenze dei genitori di Machi, che vorrebbero vedere la figlia sistemata, Hana propone di sottoscrivere un contratto matrimoniale e di andare a vivere insieme. Per Machi sarebbe l'occasione di zittire i genitori, per Hana la possibilità di risparmiare per un po' sull'affitto in attesa di tempi migliori.

Si tratta di una convivenza di facciata che non ha alle spalle un vero rapporto di coppia, ma giorno dopo giorno la dedizione di Hana e soprattutto il confronto tra le due ragazze cambia la prospettiva di entrambe e il modo di vedere non solo sé stesse ma anche il mondo circostante.

Machi diventa più sicura di sé e comprende la necessità di liberarsi definitivamente del condizionamento dei suoi genitori e dei limiti imposti dalla società per perseguire i suoi obiettivi e i suoi veri desideri, Hana si scopre ancora innamorata della sua senpai a cui aveva dichiarato il suo amore - senza esserne ricambiata - diversi anni prima.

Quella di Machi e Hana è una storia delicata che dietro un tono molto leggero e divertito (in cui non manca l’elemento demenziale, com'è tipico di questo genere di manga) affronta temi importanti, tra tutti il ruolo della donna nella società giapponese e la strada ancora da percorrere per l'effettiva emancipazione, nonché il profondo conservatorismo delle famiglie e della società giapponesi.

Alla fine della lettura mi resta una distanza culturale forte rispetto al modo di raccontare del manga che faccio ancora fatica a colmare, però da alcuni punti di vista mi ci sento anche parzialmente riconciliata.

Voto: 3/5

martedì 1 giugno 2021

L'amante / Marguerite Duras

L'amante / Marguerite Duras; trad. di Leonella Prato Caruso. Milano: Feltrinelli, 1988.

L'amante è uno di quei libri che ho più volte preso in considerazione per la lettura, ma non ho mai letto fino a quando - dopo aver terminato Atti osceni in luogo privato - mi è venuta voglia di leggere alcuni dei romanzi che scandiscono il percorso di crescita e formazione del protagonista. E L'amante è uno di questi.

Non so cosa è stato: forse avevo aspettative troppo alte, o forse ero tesa e distratta, fatto sta che la storia della quindicenne francese che vive in Indocina in virtù del lavoro dei genitori e diventa l'amante di un ricco cinese, dei suoi rapporti complessi con la madre e i fratelli, della sua decisione di diventare una scrittrice, mi è rimasta quasi totalmente estranea.

Mi sono chiesta se un libro come questo poteva fare un effetto diverso quando è uscito, circa 30 anni fa, a una generazione che veniva da altre battaglie politiche e sociali, ma sinceramente non ho trovato la chiave giusta di lettura e certamente per mia incapacità. Ma, poiché - per quanto mi riguarda - ciò che leggo deve in qualche modo parlarmi (cioè risuonare con quello che sono io e con la mia sensibilità), alla fine sono rimasta delusa perché non mi sono emozionata.

Ovviamente ben vengano tutte le opinioni diverse e se qualcuno ha voglia di suggerirmi una chiave di lettura di quello che ho letto senza partecipazione gliene sarò eternamente grata ;-)

Voto: 2,5/5

venerdì 21 maggio 2021

Salvo imprevisti / Lorena Canottiere

Salvo imprevisti / Lorena Canottiere. Quartu Sant'Elena: Oblomov Edizioni, 2019.

Ogni volta che finisco la lettura di un romanzo, soprattutto quando si tratta di romanzi per me faticosi, a seguire mi rivolgo al mondo dei fumetti per alleggerire un po' la testa.

Ma ormai dovrei sapere che i graphic novel possono essere altrettanto se non più impegnativi dei romanzi; ne ho avuto la riconferma con la lettura di Salvo imprevisti di Lorena Canottiere.

Quella della Canottiere è una narrazione che si sviluppa su quattro diversi piani, corrispondenti ad altrettanti personaggi: si tratta di Katherine, Liam, Marzia e Rocìo.

Katherine è la scrittrice neozelandese Mansfield, la quale dopo la morte del fratello non si dà pace e continua a cercarlo, nonché a vederlo e a parlarci, non rassegnandosi alla sua assenza.

Liam - che partecipa a un progetto di ricerca finalizzato a captare i segnali provenienti dall’universo - vive un altro tipo di assenza, quello della sua ex fidanzata che è sparita dalla sua vita, cosa che lui non ha ancora veramente accettato.

Marzia è un’adolescente taciturna e completamente chiusa nel suo mondo, incapace di comunicare con il prossimo, ma molto attiva sulla rete dove ha praticamente una vita alternativa.

Infine, Rocìo è l’“intelligenza artificiale” che governa una videocamera puntata sul mondo circostante e che si interroga sulle vite degli altri e in sostanza su cosa potrebbe/vorrebbe significare il fatto di possedere un corpo.

Lorena Canottiere dimostra di essere sideralmente lontana da tutto quel filone dei graphic novel di tipo fortemente ombelicale e di avere invece ambizioni narrative alte, sostenute anche da soluzioni grafiche altrettanto importanti.

I temi della presenza/assenza, del rapporto con la fisicità del corpo, con l’incidenza che la fisicità ha sulle relazioni sono di sicuro interesse, in generale e tanto più rispetto al contesto nel quale viviamo.

E però nonostante questo – e pur avendo apprezzato le intenzioni dell’autrice – personalmente non sono riuscita a entrare in sintonia con lo stile della Canottiere, cosicché il graphic novel mi è risultato a tratti un po’ confuso e la narrazione troppo cerebrale o comunque costruita a tavolino.

In parte l’effetto è stato certamente determinato anche da un limite mio, ossia il fatto che sono poco visual literate, e in molti casi mi rendo conto di guardare le immagini sommariamente, come farei con le parole, e ovviamente non colgo tutti quei dettagli necessari a comprendere appieno il piano comunicativo esclusivamente visuale.

Voto: 2,5/5

martedì 18 maggio 2021

Rifkin's Festival

L'offerta cinematografica dopo la riapertura delle sale è ancora piuttosto limitata, dunque se si vuole andare al cinema bisogna accontentarsi un pochino. Questo solo per dire che in altri tempi probabilmente non avrei preso in considerazione la visione dell'ultimo film di Woody Allen, e anche per dire che Woody Allen è una certezza anche in periodo di pandemia con la sua capacità di continuare a sfornare titoli al ritmo di uno all'anno.

Fatta questa doverosa premessa, andiamo al film. Mort Rifkin (Wallace Shawn) è un ex professore di cinema, ora impegnato nella scrittura di quello che dovrebbe diventare il "romanzo della vita", ma in realtà vittima di frustrazione e forme di ipocondria. Sua moglie Sue (Gina Gershon, donna dal labbro generoso) si occupa di promozione cinematografica e in particolare rappresenta un giovane regista, Philippe (Louis Garrel), il cui ultimo film viene presentato al Festival di San Sebastian. 

Per questo Mort e Sue vanno insieme nella cittadina basca, dove mentre Sue fa il suo lavoro e nello stesso tempo flirta con Philippe, Mort fa i conti con preoccupanti fitte al cuore che lo portano dalla dottoressa Jo Rojas (la bella Elena Anaya). Quest'ultima soffre per il rapporto tormentato con suo marito Paco (Sergi Lopez) e così si lascia andare al conforto di Mort. Alla fine il Festival finisce, e alcune cose non saranno più come prima mentre altre torneranno a essere quelle che erano, come lo stesso Mort - la immancabile voce narrante di Allen, nonché il suo alter ego - racconta nella seduta psicanalitica che fa da cornice al racconto.

All'interno di questa narrazione tutto è esattamente come ce lo si aspetta, battute cinico-sarcastiche del protagonista comprese. L'aspetto forse più divertente e forse in parte (ma solo in parte) originale del film è rappresentato dagli inserti onirici in bianco e nero, che trasportano Mort in spezzoni di film del passato dei grandi maestri del cinema che l'evento cinematografico gli ispirano.

Io - da ignorante delle basi del cinema quale sono - ne ho riconosciuti pochissimi, e mi sono fatta aiutare da S. a identificare diversi degli altri. Cosicché alla fine dei conti non ho potuto nemmeno godere appieno di questa metacinematografia che il film propone, e dunque - come sempre mi accade - il film di Woody Allen mi è scivolato addosso.

Bello rivedere San Sebastian, città che mi è rimasta nel cuore dopo un breve soggiorno e dove ho fatto anche delle bellissime fotografie. Anche in questo caso però Allen si sofferma - forse inevitabilmente - sull'aspetto più glamour e turistico della città, senza veramente entrarci in contatto.

Voto: 3/5


martedì 11 maggio 2021

Esercizi di fiducia / Susan Choi

Esercizi di fiducia
/ Susan Choi; trad. di Isabella Zani. Roma: Edizioni SUR, 2021.

Siamo alla CAPA, una scuola di performing arts di una cittadina americana, dove un gruppo di allievi più o meno sedicenni trascorre le proprie giornate tra lezioni, colloqui con i professori, ma anche amicizie, amori e sogni.

La protagonista della narrazione è Sarah, la quale ha una storia con David, che - come tutte le storie adolescenziali - si consuma tra avvicinamenti e allontanamenti, dubbi e certezze, intromissioni e reinterpretazioni. Intorno a loro altri giovani come loro dapprincipio in parte anonimi, ma che poi vengono rivelati durante la narrazione grazie a specifici episodi. Su tutti aleggia la figura del professor Kingsley, un personaggio fortemente carismatico ma anche piuttosto ambiguo.

La già poco tranquilla routine della classe viene resa ulteriormente più complessa dall'arrivo di un gruppo di studenti inglesi e dei loro insegnanti che dovrà mettere in scena uno spettacolo teatrale, destinato a far molto discutere e a cambiare profondamente equilibri e rapporti.

Questa però è solo la prima parte del libro di Susan Choi. Seguono infatti due ulteriori segmenti narrativi: nel secondo la narratrice è Karen, una delle ragazze della CAPA nonché amica di Sarah, ora adulta che ci dà la sua lettura degli eventi narrati nella prima parte; nel terzo - il più breve - la protagonista è un'altra giovane donna la cui identità comprenderemo solo andando avanti nella lettura.

Non è possibile dire nulla di più della trama di Esercizi di fiducia senza rischiare di svelare il gioco narrativo della scrittrice rovinando in parte la sorpresa della lettura.

Quello che invece posso sicuramente dire è che ho arrancato nella lettura, soprattutto della prima parte. Un sentimento di estraneità e la cerebralità di alcune porzioni narrative mi hanno fatto pensare più volte di abbandonare.

Poi con l'inizio della seconda parte la lettura è diventata più fluida e io ho acquisito una maggiore fiducia nella narrazione, convincendomi ad andare fino in fondo. Non posso dire che la mia fiducia sia stata ben riposta, perché dopo aver voltato l'ultima pagina il senso di insoddisfazione non era stato superato e mi rimanevano molti interrogativi, di cui uno su tutti: cosa ci voleva dire la scrittrice?

E così ho cominciato a pensare che il titolo del libro Esercizi di fiducia non fa solo riferimento agli esercizi che il professor Kingsley fa fare ai suoi allievi di teatro, ma sono anche quelli che il lettore fa nei confronti di qualunque scrittore quando decide di leggere un testo. Il libro della Choi in fondo è una riflessione sul rapporto tra narrazione e realtà, e in particolare tra scrittore e lettore, ovvero tra narratore e ascoltatore, che è sempre un rapporto di fiducia, visto che la narrazione è sempre un'interpretazione della realtà e tutte le volte che non siamo testimoni oculari di una vicenda e dunque non abbiamo una nostra prospettiva narrativa dobbiamo decidere a chi e cosa credere di ciò che ci viene raccontato.

Alla fine - com'è tipico mio - ci ho trovato anche uno spunto di riflessione per me interessante, però personalmente non è una lettura che consiglierei con slancio.

Voto: 2,5/5

giovedì 6 maggio 2021

Shanghai baby / Zhou Weihui

Shanghai baby / Zhou Weihui. Milano: Rizzoli, 2001.

Quella di leggere il romanzo di una scrittrice cinese è certamente un’esperienza interessante.

Lo è per la lingua che – sebbene resa il più vicina possibile all’italiana grazie alla traduzione – rivela una struttura completamente diversa. Lo è per la costruzione del pensiero e per le modalità di espressione dei sentimenti che evidentemente rispecchiano le strutture linguistiche e le tradizioni culturali di un paese molto lontano dal nostro.

La storia narrata in Shanghai baby è molto semplice: una giovane donna che vive a Shanghai e che ha pubblicato un libro di racconti sta tentando di scrivere un romanzo che ne consacrerebbe lo status di scrittrice. La donna si innamora di un uomo conosciuto in un bar che si rivelerà impotente e successivamente eroinomane, ma a cui sarà legata da un amore tenero e profondo. Nella sua vita comparirà a un certo punto Mark, un tedesco sposato, con cui avrà una lunga relazione basata su una forte intesa di tipo sessuale.

Intorno si muove un mondo composto di numerosi personaggi più o meno indimenticabili.

La lettura è interessante e a tratti appassionante, ma resta la sensazione di una discontinuità, una specie di modalità sincopata di raccontare il mondo interiore, unita a una modalità sorprendentemente diretta di affrontare temi e sentimenti anche molto delicati.

In definitiva, l’inevitabile distanza culturale mi ha reso difficile un processo di pieno assorbimento che – indipendentemente dal grado di identificazione o meno con i personaggi – è quello che di solito ci consente di comprenderne i pensieri e l’evoluzione psicologica.

La lettura di questo romanzo resta però dal mio punto di vista un’esperienza interessante e che può valere la pena di fare.

Voto: 2,5/5

martedì 4 maggio 2021

Nomadland

Dopo circa 5 mesi di astinenza (per fortuna ero riuscita a fare scorpacciata al Festival del cinema di Roma) torno finalmente a vedere un film sul grande schermo, e questo film non poteva che essere il vincitore come miglior film (ma anche miglior regia e miglior attrice protagonista) agli Oscar 2021. A dire la verità, alla riapertura dei cinema non è che l'offerta fosse particolarmente ampia; del resto, arriviamo da un anno in cui non solo i cinema sono stati chiusi, ma anche molte produzioni si sono fermate.

E direi che per il momento intanto possiamo essere felici di tornare al cinema e godere di questa possibilità.

Nomadland è il film di Chloé Zhao (la regista cino-americana che aveva già attirato l'attenzione di pubblico e critica con il precedente film The rider - Il sogno di un cowboy), basato sul libro della giornalista Jessica Bruder, a suo volta nato da un articolo di inchiesta sulle tante persone che in America vivono in maniera non stanziale per necessità o per scelta.

La protagonista, Fern (Frances McDormand), è un personaggio di finzione (per quanto estremamente realistico) e fa da elemento di connessione tra le storie di tutti gli altri, Linda May, Swankie, Bob Wells, interpreti di sé stessi.

La donna, dopo che suo marito è morto e la città dove vivevano, Empire, è stata cancellata dalle mappe a causa della chiusura della miniera di gesso intorno alla quale era nata, posta di fronte alla necessità di spostarsi altrove e alla prospettiva di un sussidio, decide di allestire il suo van e di vivere nomade, facendo lavori stagionali in giro per l'America: ad Amazon durante il periodo natalizio, in un fast food, nella raccolta delle barbabietole e così via. Diventa presto amica di Linda May, una veterana della vita nomade, che la introduce anche agli appuntamenti annuali con Bob Wells, una specie di guru del nomadismo che si propone di creare una forma di comunità tra queste persone, nonostante i loro rapporti non siano continui e quotidiani.

Ne viene fuori il ritratto (anzi i tanti ritratti) di un'America alternativa, dentro la quale ci sono tante cose: le conseguenze della crisi economica e dell'aumento della disoccupazione, un sistema di welfare insufficiente, un meccanismo economico fortemente dipendente dai lavoratori stagionali in buona parte sottopagati, ma anche forme di solitudine più o meno desiderate e ricercate, l'esigenza di un contatto più stretto con la natura e di legami più laschi e meno vincolanti, le mille strade per affrontare i propri dolori.

Frances McDormand è superlativa: riesce a comunicarci cosa le passa per la testa anche senza parlare, con la distensione o il corrugarsi di una ruga sul viso, e su questo c'è poco da dire. È vero che in fondo fa un personaggio che le è familiare, la donna forte che si porta dentro un dolore grande e che fa fatica a esternare i suoi sentimenti, però non c'è dubbio che è in grado di declinarlo in maniere sempre più sfumate. Va però detto che non c'è soluzione di continuità con gli altri protagonisti, per gran parte attori non professionisti, nella capacità di rendere sinceri i sentimenti e le storie.

Indubbiamente la retorica è dietro l'angolo e tutte le volte che la telecamera si avvicina troppo ai volti oppure se ne allontana troppo per mostrare i grandi paesaggi americani e parte il commento musicale di Ludovico Einaudi il rischio diventa realtà e produce un effetto un po' stucchevole.

Ciò detto la fotografia è di grande livello - e la cosa non mi dispiace affatto -, e soprattutto dentro la confezione ci sono storie, condizioni e sentimenti importanti da raccontare, all'interno di una struttura narrativa circolare ben costruita.

Un'ultima considerazione: la cosa che mi ha colpito di più in questi giorni è che la mia bacheca Facebook - in cui da mesi nessuno parlava di film e sentiva il bisogno di fare esternazioni in merito - si è riempita di post di persone che sono andate a vedere Nomadland al cinema ed esprimevano il loro parere, suscitando ampio dibattito tra i loro amici nei commenti. Mi è sembrato un fatto molto interessante: tutti (io meno degli altri a dire la verità) durante la chiusura dei cinema abbiamo visto film e serie Tv a casa usando tutte le piattaforme possibili, probabilmente ne abbiamo visti molti di più della media, se si considera il fatto che siamo usciti molto meno la sera. Eppure di film se ne parlava poco, e nessuno sentiva il bisogno di condividere il proprio punto di vista. Perché? Sicuramente il fatto che andare al cinema non è un'azione puramente privata, ma sociale (che comporta una precisa ritualità) conta.

Poi sicuramente conta che la stagione cinematografica - a differenza delle piattaforme - non prevede un'offerta infinita, bensì la contemporaneità di un numero limitato di titoli, il che aumenta sensibilmente la probabilità che molte persone più o meno contemporaneamente vedano lo stesso film. Perché questo accada nel privato della visione sulle piattaforme è necessario che si superi una massa critica che renda l'esternazione del proprio punto di vista commentabile e sensata per un numero elevato di persone.

E dunque siamo tornati - almeno apparentemente - dove ci eravamo fermati un bel po' di tempo fa: bacheche in cui qualcuno dice che Nomadland è un film noioso e che gli Oscar sono sempre una fregatura e qualcuno che grida al capolavoro ad altissimo tasso emotivo. Sono polarizzazioni che normalmente mi produrrebbero l'orticaria (ma nel contesto social sono la normalità perché prevalgono le frasi ad effetto), però in questo caso - e solo in questo caso - ne sono persino contenta, perché vuol dire che nella nostra vita c'è ancora spazio per il cinema.

Il cinema è ancora vivo. Evviva il cinema.

(E scusate per la lunga recensione. Ma il ritorno al cinema mi ha preso un po' la mano)

Voto: 3,5/5


martedì 27 aprile 2021

L'infanzia giapponese di Miyo-Chan / Midori Yamane

L'infanzia giapponese di Miyo-Chan / Midori Yamane. Quartu Sant'Elena: Oblomov Edizioni, 2021.

Chi ama i racconti a fumetti e ha un interesse specifico nei confronti del Giappone troverà certamente nella casa editrice Oblomov, fondata da Igort, un punto di riferimento ineliminabile.

Nella produzione di questa casa editrice sono infatti numerose le opere dedicate al paese del Sol Levante, diverse delle quali realizzate dallo stesso Igort (penso ai Quaderni giapponesi e a Kokoro), ma - anche grazie alla conoscenza che il fumettista ha del mondo giapponese e ai suoi contatti - le uscite dedicate al Giappone e alla sua cultura sono in crescita.

L'ultimo nato è questo piccolo albo di Midori Yamane, L'infanzia giapponese di Miyo-Chan, che ci racconta alcune curiosità su usanze, tradizioni e doveri dei piccoli giapponesi, in relazione a specifiche ricorrenze o periodi dell'anno.

Il volumetto è diviso in 12 capitoli, uno per ogni mese dell'anno, e per ogni capitolo Miyo-Chan, una timida bambina di 7 anni, ci racconta un'usanza o un gioco, descrivendo in alcuni casi - anche grazie a disegni molto dettagliati nonché estremamente aggraziati - come realizzare ad esempio un elmo di guerriero, oppure la maschera del leone, o ancora le polpette di riso.

Grazie a Miyo-Chan scopriamo così che la vita dei bambini giapponesi per certi versi non è molto diversa da quella dei bambini occidentali (alcuni dei giochi mi hanno ricordato quelli che facevo io stessa da bambina), mentre per altri è lontana anni luce. Entriamo dunque in contatto con rituali e feste di cui noi conoscitori superficiali del Giappone non sospettiamo nemmeno l'esistenza.

L'albo di Midori Yamane è una lettura delicata, che da un lato accende curiosità e stimola ad approfondire, dall'altro fa venire il desiderio di seguire le istruzioni fornite per produrre gli oggetti e i giochi di cui Miyo-Chan ci parla.

Una lettura imprescindibile per amanti e curiosi del Giappone in tutte le sue forme.

E grazie ancora una volta a Igort per aiutarci a conoscere i tanti volti e le mille sfaccettature di questo affascinante paese.

Voto: 3,5/5

venerdì 23 aprile 2021

Vuoto centrale / Silvia Tebaldi

Vuoto centrale / Silvia Tebaldi. Ozzano dell’Emilia: Gruppo Perdisa Editore, 2009.

Era parecchio tempo che mi era stato regalato questo libro e giaceva sui miei scaffali senza che avessi mai la spinta interiore a metterlo in lettura. Per me con i libri (in generale, e di narrativa in particolare) funziona così: le spinte che mi fanno inserire un libro nella mia raccolta e quelle che me lo fanno leggere nascono in parti diverse del cervello, ed è per me del tutto imprevedibile il momento in cui un libro che possiedo susciterà in me l'interesse effettivo per leggerlo.

L'estate è ovviamente un momento particolarmente favorevole ai recuperi, grazie alla maggiore disponibilità di tempo e di spazio mentale.

Così un'estate è arrivato il momento di leggere questo libro scritto più di dieci anni fa da una bibliotecaria di Bologna e che infatti proprio a Bologna è in qualche modo dedicato.

Il romanzo si potrebbe definire come un giallo ambientato in un futuro vicino e un po' distopico, e forse non molto diverso da quello in cui già stiamo vivendo.

La protagonista è Mara, una donna separata che collabora con un'associazione che ha il compito di offrire assistenza ai moribondi. Il suo compagno è Elia, un fisico, ma anche un appassionato di scrittura e disegno. In una Bologna in cui sono state costruite enormi torri (veri e propri grattacieli) completamente dedicati all'intrattenimento e al gioco, dove giovani e meno giovani trascorrono le loro giornate nell'abbrutimento, si cominciano a verificare una serie di eventi strani: alcuni ingegneri vengono rapiti in prossimità delle porte della città, alcuni ragazzi si suicidano o tentano di suicidarsi lanciandosi dalle torri, alcuni moribondi assistiti da Mara hanno con sé delle stampe delle antiche porte di Bologna.

La scrittura di Silvia Tebaldi è sicuramente magnetica e accattivante e tiene il lettore incollato alle sue pagine, nel tentativo sia di seguire la topografia degli eventi (per la quale una piantina della città sarebbe stata decisamente utile) sia di comprendere il mistero che gli sottostà.

I personaggi che entrano ed escono dall'intreccio narrativo sono numerosi, al punto tale che personalmente ho avuto qualche difficoltà a mantenerli tutti vivi nel mio campo di attenzione.

Arrivata alle ultime pagine il giallo giunge a compimento; io però non ho capito l'incastro dei pezzi del puzzle e qualcosa mi è decisamente rimasta oscura. Un po' di delusione non posso nasconderla, sebbene sia rimasta decisamente affascinata dalla scrittura di questo romanzo e dalla sua visionarietà, combinata con un'affascinante percorso nella storia e nella topografia bolognese.

Voto: 3/5

mercoledì 21 aprile 2021

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti / Olga Tokarczuk

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti / Olga Tokarczuk; trad. di Silvano De Fanti. Milano: Bompiani, 2020.

Mi sono avvicinata a questo libro di Olga Tokarczuk in punta di piedi, intimorita dal suo Premio Nobel per la letteratura (vinto nel 2018) e dal rischio altissimo - secondo i miei pregiudizi - di trovarmi di fronte a un mattone indigeribile.

Il titolo, Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, non aiutava di certo a dipanare i miei dubbi e a rassicurarmi; non sono colta abbastanza per capire che si tratta del verso di una poesia di William Blake, ma forse se lo avessi saputo la cosa mi avrebbe preoccupata ancora di più.

E invece, quando ho iniziato a leggere, mi sono trovata di fronte a un giallo che io personalmente ho sentito molto vicino - per toni e scrittura - a quelli di una delle mie autrici preferite, Fred Vargas.

La protagonista è una insegnante d’inglese non più giovane, Janina (anche se lei odia il nome che le è stato assegnato) che abita da sola in una casa sull’altopiano, vicina ai boschi. La donna è decisamente originale: da un lato è assolutamente atea e materialista nella sua visione del mondo (e a tratti profondamente anticlericale), dall’altro fa studi di astrologia ed è convinta che nelle stelle ci sia scritto praticamente tutto; è una convinta animalista e piange da mesi la morte delle sue Bambine, ossia le due cagne che vivevano con lei; ha pochissimi contatti umani, Dyzio, un suo ex allievo con cui traduce le poesie di Blake, e il suo vicino di casa che lei chiama Bietolone.

La storia ci è narrata in prima persona e inizia nel momento in cui l’attenzione di Janina viene richiamata dal vicino Bietolone sulla casa del terzo vicino, che lei chiama Piede Grande, dove c’è qualcosa che non va. In effetti, Piede Grande è morto, probabilmente soffocato. I due prima si occupano di ricomporre e rivestire il corpo del morto, poi chiamano la polizia.

Da qui si innesca una catena di eventi, che vede il susseguirsi di diverse morti violente, che mandano nel panico la piccola comunità locale perché riguardano anche alcuni personaggi in vista, tra cui il Comandante della locale Polizia e il Presidente dell’Associazione dei Cacciatori.

Tutto viene filtrato dal racconto della stessa Janina, che in un modo o nell'altro diventa protagonista di questi casi e a un certo punto sembra improvvisarsi investigatrice degli stessi.

Ne viene fuori un giallo animalista, femminista, materialista e naïf, che ci trascina non solo nelle atmosfere di questo piccolo paesino polacco ai confini con la Repubblica Ceca, ma anche nei pensieri talvolta ai limiti dell’ossessivo della protagonista, rispetto alla quale ciclicamente si prendono le distanze ovvero si empatizza appassionatamente.

Janina fa di noi tutto quel che vuole. La classica signora âgée un po’ mattoide, dotata di uno straordinario umorismo ma anche di un insostenibile cinismo.

La Tokarczuk scrive con uno stile mirabile e con un linguaggio sopraffino, cosicché è un piacere proseguire nella lettura.

Nella narrazione di Janina si sommano la cultura che le attribuiamo e quella che viene dalla sua creatrice.

La Tokarczuk si è rivelata per me una bellissima scoperta e mi ha fatto nascere uno straordinario desiderio di conoscerla meglio e di leggere altro. Cosa che non mancherò a breve di fare.

Voto: 4/5

mercoledì 14 aprile 2021

Bad luck banging or loony porn

Con questo film il regista rumeno Radu Jude ha vinto l'Orso d'oro per il miglior film al Festival di Berlino del 2021. Si tratta probabilmente del primo film di epoca pienamente "pandemica" (o almeno il primo che mi capita di vedere). Non a caso le mascherine sono protagoniste: innanzitutto si fanno notare per la loro presenza, ma anche per la loro assenza (in alcuni casi indossate correttamente, in altri casi tirate giù, infilate al braccio o vistosamente assenti), in secondo luogo diventano veicoli di messaggi o esibiscono caratteristiche dei personaggi, in quanto oltre alle classiche mascherine chirurgiche celesti nel film si vedono molte mascherine stampate, marchiate oppure con frasi più o meno a effetto.

Nel film di Jude le mascherine sono anche un elemento fortemente simbolico, visto che il tema principale del racconto è quello della censura morale espressa nei confronti di una professoressa, Emi Cilibiu (Katia Pescariu), a causa di un video porno amatoriale di cui lei è protagonista insieme a suo marito, ma che finisce in rete.

Il caso di Emi viene sviluppato in tre momenti, corrispondenti alle tre parti in cui si articola il film, cui segue un epilogo con tre possibili finali, l'ultimo dei quali è il colpo di coda ipergrottesco del regista.

Dopo l'inizio shock del film che ci mostra il filmino porno incriminato, nella prima parte la telecamera segue Emi che cammina per le strade di Bucarest, prima per andare a casa della preside della sua scuola , poi per tornare verso casa. La telecamera - pur non perdendo quasi mai di vista la donna - si sofferma di volta in volta su dettagli del contesto circostante: casermoni, vestigia del passato, cartelloni pubblicitari, comportamenti più o meno assurdi delle persone per strada, grandi SUV parcheggiati in modo creativo. In questo modo Jude costruisce una specie di reportage antropologico e sociale da cui sono evidenti i tratti di decadenza diffusa.

La seconda parte del film è una specie di carosello: sullo schermo si susseguono immagini di persone, situazioni, luoghi, oggetti, dal passato e dal presente, corredate da un breve titolo, a volte descrittivo, altre volte suggestivo, e da un eventuale breve commento. Questa scelta decisamente originale va a completare o comunque ad arricchire l'idea che gli spettatori si sono già cominciati a fare durante la prima parte del film.

Infine, nella terza parte torna protagonista Emi, la quale deve presentarsi nel cortile della scuola di fronte ai genitori dei suoi alunni per essere praticamente sottoposta a un pubblico processo. Nel pubblico rappresentanti dell'esercito, donne presuntamente sofisticate, preti, piloti di aerei, una coppia di uomini gay, una donna ceca, intellettuali, i quali ingaggiano una vera e propria gara di trivialità, supponenza, ipocrisia e aggressività, di fronte alla quale Emi cerca di rispondere con le armi - invero spuntate - del ragionamento logico, delle fonti e della verità storica.

A dire il vero, Jude non salva nessuno dal suo sarcasmo e dalla sua critica feroce, colpendo non solo complottisti, fascisti e conservatori della peggior specie, bensì anche i presunti progressisti nonché la stessa Emi che - al colmo del paradosso - viene accusata di essersi espressa contro i matrimoni omosessuali sul suo profilo social. In questo crescendo si arriva ai tre finali, che - comunque li si guardi - sono l'espressione di un inevitabile gioco al massacro.

Il film di Radu Jude appartiene a un genere - quello grottesco con venature tragicomiche e quasi nonsense - che normalmente non amo molto. Devo dire però che il suo gusto per l'analisi sociale e il ritratto impietoso ma ricco di suggestioni e di spunti di riflessione ch'egli propone sono riusciti a solleticare la mia curiosità e il mio interesse. Cosicché - pur consapevoli che il suo è un punto di vista e come tutti i punti di vista è inevitabilmente parziale - si fa fatica a non condividere il pessimismo cinico e sarcastico con cui sembra auspicare che questa fase di decadenza sia il passo immediatamente precedente all'estinzione dell'essere umano.

Voto: 3,5/5


lunedì 12 aprile 2021

Nonostante tutto / testi e disegni di Jordi Lafebre

Nonostante tutto / testi e disegni di Jordi Lafebre; colori Clémence Sapin e Jordi Lafebre. Milano: Bao Publishing, 2021.

Che dire? Non sono particolarmente romantica o almeno non lo sono in senso tradizionale, ma ogni tanto leggere un graphic novel ben scritto, ben disegnato e pieno di romanticismo fa molto bene al cuore.

Jordi Lafebre ci racconta una storia d’amore, quella tra Ana e Zeno. E fin qui niente di strano.

Il fatto è che il racconto procede al contrario; inizia dalla fine, quando i due si incontrano dopo molto tempo e ormai avanti con gli anni, e procede a ritroso a rivelarci le tappe salienti di questo rapporto. Del resto, Zeno studia fisica e apprendiamo fin da subito che ha da poco terminato un dottorato, che lo ha impegnato tutta la vita, volto a dimostrare che il tempo che noi siamo abituati a vivere in avanti, può teoricamente tornare anche indietro, perché la materia e l’energia liberate tendono al caos e alla dispersione, ma a fronte di determinati eventi possono ricomporsi all’ordine iniziale.

E questa è probabilmente la metafora più potente dell’amore tra Ana e Zeno, uniti dal caso, poi separati dalle scelte e dai caratteri di ciascuno, tenuti legati nel tempo e attraverso vite molto diverse da una indissolubile connessione, e poi ritrovatisi al punto di partenza.

La storia d’amore di Nonostante tutto è per certi versi una storia d’amore classica, una tipica storia impossibile che vince il tempo e le distanze, e però a guardarla da vicino è una storia moderna e originale: c’è una donna che fa le sue scelte, che ha una famiglia ma non rinuncia alla carriera, che è forte e fragile al contempo, ma si fa rispettare e sa amare di un amore diverso due uomini; c’è un uomo che non sa stare fermo in un posto, né in una relazione, che ha bisogno di andare lontano, di esplorare, di rischiare, di girare il mondo, eppure è “fedele” per tutta la vita all’amore per una donna. Questa coppia è fatta di due persone che rispettano quello che sono, che si lasciano andare, che sono in grado di superare la gelosia, che non si ostacolano vicendevolmente, il cui amore forse proprio per questo dura tutta la vita. Però intorno a loro ci sono altre persone, altri rapporti, altri amori, non meno importanti, che fanno l’interezza di vita di ciascuno di loro.

Nonostante tutto è una riflessione su un’umanità in cui convivono caos e ordine, libertà e stabilità, avventura e quotidianità, sogni e realtà, coppie di opposti destinati per sempre alla ricerca di un equilibrio mai definitivo, bensì sempre precario, nella cui precarietà risiede però la straordinaria bellezza di questa vita. Tutti gli stati che attraversiamo sono tappe del nostro percorso, momenti di fugace perfezione all’interno dei continui rimescolamenti della nostra esistenza, nella continua ricerca più o meno conscia di punti fermi.

I disegni di Jordi Lafebre sono molto belli, così come i colori realizzati insieme a Clémence Sapin; i personaggi mi sono sembrati tutti in qualche modo ispirati a personaggi famosi, quasi iconici, e per quello ci risultano familiari, ma ricchi di mille espressioni. Il tono è a suo modo favolistico, non a caso tutti i protagonisti, quelli principali, così come i comprimari, sono adorabili e animati da sentimenti positivi.

In questo senso è una lettura corroborante; non stupida, ma riconciliante. E ogni tanto c’è bisogno di riconciliarsi con la complessità delle nostre esistenze, sognando che una qualche forma di ricomposizione sia possibile.

Voto: 4/5

giovedì 8 aprile 2021

Seni e uova / Mieko Kawakami

Seni e uova / Mieko Kawakami; trad. dal giapponese di Gianluca Coci. Roma: edizioni e/o, 2020.

Un libro di oltre 600 pagine deve conquistarti davvero per spingerti a proseguire nella lettura e ad arrivare in fondo, ovvero deve fornirti delle motivazioni forti e tenere alta l'aspettativa fino alla fine per non rischiare di essere abbandonato.

Ma questo è il nostro punto di vista occidentale che niente ha a che vedere con l'approccio narrativo dei giapponesi, cosicché se decidete di affrontare la lettura di Seni e uova, acclamato romanzo di Mieko Kawakami, siate consapevoli di entrare in un modo di raccontare e vivere i sentimenti strutturalmente diverso dal nostro.

Il libro della Kawakami si articola in due parti, quasi due racconti: uno relativamente breve, il primo, uno molto lungo, il secondo. Protagonista, nonché voce narratrice e trait d'union tra queste due narrazioni è Natsuko, una giovane donna che vive a Tokyo, pur essendo originaria di Osaka dove vivono ancora sua sorella Makiko e la nipote Midoriko.

Il primo racconto si riferisce all'estate del 2008, durante la quale Makiko e Midoriko (che allora aveva 12 anni) vanno in visita di Natsuko a Tokyo. Makiko è mossa dal desiderio di rifarsi il seno in una clinica di Tokyo, mentre Midoriko, che sta per fare il salto nell'adolescenza, rifiuta di crescere e guarda con orrore al desiderio della madre, al punto che si è chiusa in un incomprensibile mutismo. Natsuko dovrà fare i conti con entrambe, fino alla straordinaria scena di scioglimento della tensione prima della loro ripartenza.

La seconda parte del libro è ambientata circa dieci anni dopo, nel periodo tra l'estate del 2016 e quella del 2019: Natsuko è diventata effettivamente una scrittrice (ha un libro all'attivo e ne sta faticosamente scrivendo un altro), ha un'agente di cui è diventata anche amica, e vive ancora a Tokyo. Natsuko non ha una relazione ma a un certo punto sviluppa il desiderio di avere un figlio e comincia a informarsi sul tema della fecondazione artificiale, anche entrando in contatto con un'associazione di persone che sono nate in questo modo e non conoscono il proprio padre biologico.

Attraversiamo così i pensieri di Natsuko, le altalene emotive, le sue contraddizioni, i ricordi del passato, in particolare quelli relativi alla madre e alla nonna, e la accompagniamo nelle sue passeggiate attraverso le strade e i quartieri di Tokyo, nei suoi incontri con amiche e colleghe, nella sua conoscenza con Aizawa, che diventerà più che un amico, non un partner, ma certamente un alleato nel progetto che Natsuko porta avanti con convinzione e testardaggine.

Nel libro della Kawakami il tema predominante - come del resto preannuncia il titolo - è certamente quello del corpo femminile, della possibilità per la donna - soprattutto per quella giapponese, ingabbiata dai pregiudizi e dalle rigidità della società di appartenenza - di autodeterminarsi in alcune importanti decisioni che hanno a che fare con il proprio aspetto esteriore, con il sesso, con la possibilità di procreare.

La cosa incredibile di questo libro - che poi è forse una caratteristica tipica della cultura giapponese - è che se da un lato affronta e parla (attraverso il flusso di pensieri di Natsuko) di temi piuttosto delicati in maniera estremamente schietta e fisica, praticamente senza alcun imbarazzo, dall'altro i sentimenti e le relazioni tra le persone risultano quasi ovattati, in sordina, compressi dentro i corpi e le menti dei protagonisti. Accade così che pensieri e azioni appaiano scollate e quasi mai riescano ad allinearsi. Il pudore e la ritrosia giapponese nelle relazioni sociali è un condizionamento potente dietro i quali monta il mare in tempesta dei pensieri e dei desideri profondi che agitano le menti di qualunque essere umano.

Anche la scrittura della Kawakami rispecchia questa tensione compressa e in parte irrisolta: l'andamento non è infatti sinusoidale, tra fasi ascendenti, picchi e discese, ma si muove su una linea più tendente all'orizzontalità, e se mai si dirama per vie secondarie, parentesi e digressioni, che aggiungono elementi senza alzare i toni.

Se amate il modo di essere e la cultura giapponesi, ovvero volete fare una lunga immersione al loro interno senza la pretesa di poter fare necessariamente proprio il loro punto di vista, Seni e uova potrebbe essere il libro per voi. Altrimenti direi che potete anche lasciar perdere.

Considerata la mia curiosità sul Giappone, per me si è trattato di una lettura interessante, ma se fosse terminata 200 pagine prima non ne avrei sofferto.

Voto: 3/5

lunedì 29 marzo 2021

La meccanica del cuore / Mathias Malzieu

La meccanica del cuore / Mathias Malzieu; trad. di Cinzia Poli. Milano: Feltrinelli, 2012.

Era un pezzo che il libro di Mathias Malzieu soggiornava sugli scaffali della mia libreria dopo essere stato comprato in libreria attirata principalmente dalla copertina ;-)

In una estate di letture matte e disordinate, l'occhio mi cade su questo libro e finalmente è il momento giusto per leggerlo!

Quella di Mathias Malzieu è una favola che ricorda un po' le atmosfere dei film di Tim Burton (e anche la copertina ci rimanda a quel mondo), con il suo protagonista Jack che fin dalla nascita vive con un orologio a cucù impiantato nel petto per consentire al suo cuore di funzionare.

A fare questo intervento è stata Madeleine, una donna che oltre ad aiutare altre donne a partorire figli non voluti, ripara i corpi con strane protesi che li trasformano in buffi androidi. Jack, abbandonato da sua madre e non voluto da altre famiglie in adozione, viene preso sotto l'ala protettrice di Madeleine che sul letto gli appende una lavagnetta con le regole che deve seguire per garantirsi la sopravvivenza: "Uno, non toccare le lancette. Due, domina la rabbia. Tre, non innamorarti, mai e poi mai".

Ma - come si sa - al cuor non si comanda. E così un giorno Jack si innamora di una piccola cantante spagnola che rifiutandosi di portare gli occhiali sbatte spesso qui e là. Per questa ragazza Jack sarà disposto a fare qualunque cosa, inseguendola fino in Spagna a bordo di un monopattino, insieme all'amico George Méliès, l'illusionista e inventore della fotografia in movimento.

Alla fine l'amore sboccerà, ma Jack non sa che esso porta con sé non solo grandi emozioni e una straordinaria vitalità, bensì anche sentimenti di gelosia e paura dell'abbandono, fino a condurre il nostro protagonista a mettere a rischio la sua stessa vita pur di salvare la sua storia d'amore.

Il romanzo di Mathias Malzieu è un'affascinante per quanto semplice storia di formazione che racconta il passaggio dai sogni dell'infanzia e adolescenza alla inevitabile necessità di confrontarsi con la realtà che è propria dell'età adulta. Ma è anche una efficace metafora del modo in cui funzionano i sentimenti, in particolare l'amore, e dell'impossibilità di sfuggire alle sue ineluttabili, inebrianti e dolorose leggi.

Una scrittura molto visiva che attinge creativamente a generi diversi e si puntella su personaggi e luoghi in parte reali, all'interno di una costruzione che più fantastica non si può.

Una lettura gradevole che a me però è rimasta un po' in superficie.

Voto: 3/5

giovedì 25 marzo 2021

Mia madre / Li Kunwu

Mia madre / Li Kunwu; trad. dal francese di Giovanni Zucca. Torino: add editore, 2020.

Per chi come me ha letto e apprezzato i tre volumi di Una vita cinese, il graphic novel autobiografico di Li Kunwu che prende l’avvio dagli anni Cinquanta quando sua madre e suo padre si incontrano e iniziano la loro vita insieme, questo nuovo albo è una lettura praticamente obbligatoria, in quanto costituisce una specie di prequel dell’altro lavoro di Kunwu.

Qui l’attenzione del fumettista si concentra sulla figura della madre, Tao Fengyun, chiamata affettuosamente Xinzhen, figura che era stata in buona parte trascurata negli altri volumi. Nella dedica che precede il libro, Kunwu racconta di come la sua conoscenza della vita di sua madre è stata approfondita tardi, quando lui aveva già oltre i quarant’anni e aveva cominciato ad accompagnare Xinzhen in lunghe passeggiate durante le quali ascoltava i racconti della sua infanzia.

È stato così che, dopo la sua morte, Kunwu ha deciso di tradurre questi racconti in un romanzo a fumetti che inizia quando Xinzhen è ancora nella pancia di sua madre e finisce con l’incontro con il suo futuro marito e il trasferimento in città.

Xinzhen viene da un paesino dello Yunnan, Kunming: suo padre è l’aiutante del generale Gu e i suoi rapporti con la madre sono decisamente conflittuali. Mentre la Cina vive un periodo di grandi tensioni, a causa delle guerre interne e dell’invasione giapponese, Xinzhen alterna periodi in cui vive con sua madre e gli zii, aiutando nel lavoro dei campi e occupandosi dei numerosi fratelli e cugini, e periodi che trascorre col padre presso i Gu, dove ha la possibilità di studiare e di immaginare un futuro diverso e migliore.

Xinzhen dimostra di essere portata per lo studio e le arti, soprattutto il canto, e il suo buon carattere fa sì ch’ella sia amata e apprezzata diffusamente.

Intanto però in Cina si avviano rivolgimenti epocali. Dopo che il Giappone è stato sconfitto e cacciato dal territorio cinese grazie all’alleanza temporanea tra i nazionalisti e i comunisti, inizia la guerra civile che contrappone Chiang Kai-shek a Mao Zedong e che porterà quest’ultimo al potere. È proprio dopo la vittoria di Mao - e la rivoluzione socialista che cambierà il volto della società cinese - che Xinshen incontra il funzionario di partito Li, il quale diventerà suo marito nonché padre del piccolo Li. Ma questa è un’altra storia.

Come sa chi ha letto Una vita cinese, il racconto di Kunwu è prima di tutto il racconto di storie individuali, della vita di singole persone che hanno provato a trovare la loro strada e ad affermare le proprie idee nel contesto nel quale sono nati e vissuti e con cui hanno dovuto fare i conti; ma – attraverso la storia di questi individui – è anche la storia di un intero paese che ha vissuto grandi traumi, profondi conflitti, incolmabili disuguaglianze, grandi speranze e altrettanto grandi delusioni.

A fronte della difficoltà occidentale di comprendere la Cina e il suo popolo, Li Kunwu con i suoi libri e il suo disegno sporco e nervoso, ma profondamente emotivo, ci offre la possibilità di fare un passo avanti nel superamento dei nostri pregiudizi e di andare oltre le semplificazioni che spesso la vulgata occidentale ci ha consegnato rispetto a un mondo come quello cinese che ha invece livelli di stratificazione molteplici e complessi. Si scoprirà così che la Cina – pur così diversa e lontana – partecipa di quegli stessi sentimenti che appartengono all’umanità intera e attraverso i quali possiamo riconoscerci parte di un’unica specie.

Voto: 3,5/5

martedì 23 marzo 2021

Il bambino pesce / Lucía Puenzo

Il bambino pesce / Lucía Puenzo; trad. dallo spagnolo (Argentina) di Elisa Tramontin. Roma: La Nuova Frontiera, 2009.

Prima avevo sentito parlare del lungometraggio, poi - dopo qualche mese - scopro che il film è tratto dal libro omonimo di Lucía Puenzo, scrittrice e regista non solo di questo film (che non ho ancora visto), ma del bellissimo XXY.

Il bambino pesce parla di una giovane ragazza argentina di Buenos Aires, Lala, che vive in una famiglia totalmente disfunzionale: suo padre è uno scrittore di successo ma sempre sull'orlo della depressione e del suicidio, sua madre si è convertita alle discipline new age e un giorno scappa in India con un amante, suo fratello spaccia e consuma droga. Con loro vive una giovane e bella governante paraguayana, Guayi, il cui ingresso nella famiglia sconvolge i già fragili equilibri esistenti. Lala se ne innamora ricambiata, il padre ne è sedotto e la insidia, persino il cane Serafino (che è - sorprendentemente - la voce narrante del romanzo) ne è conquistato.

Lala e Guayi progettano di scappare insieme in Paraguay e di costruire una casa sulla riva del fiume Ypacaraì. Le cose saranno però molto più complicate del previsto e le due ragazze saranno divise dagli eventi, mentre man mano i segreti e i lati oscuri nascosti nella vita di ciascuna emergeranno con una forza distruttiva.

Devo ammettere di avere qualche resistenza nei confronti della letteratura sudamericana, che sento culturalmente molto lontana, soprattutto per quella componente magica o più genericamente irrazionale che la caratterizza e che fa a pugni con il mio modo di essere.

Anche in questo caso tale componente non manca: il titolo del libro si riferisce infatti a una leggenda, quella dei bambini che nascono con le branchie e le dita palmate e dunque destinati a sopravvivere solo in acqua, che il padre di Guayi, Charo, racconta a Lala in riferimento al figlio nato a Guayi da una relazione precedente, prima che la verità venga effettivamente a galla.

Il tono e l'impianto del libro mi hanno ricordato un po' Benzina di Elena Stancanelli, forse soprattutto per il ritratto delle protagoniste, angeli caduti nel fango troppo presto all'inseguimento di un amore totalizzante e in qualche misura impossibile. Le due ragazze sono infatti giovani, ingenue e innocenti (Lala più che Guayi, già messa alla prova dalla vita), ma sono inesorabilmente spinte dagli eventi e dal loro amore a una ribellione alla famiglia e all'azione criminale in una escalation che le costringerà ad andare fino in fondo.

Un libro interessante, che però mi è restato un po' in superficie.

Voto: 3/5

domenica 21 marzo 2021

Apples = Mila

Sono oltre quattro mesi che non pubblico una recensione di film su questo blog. Dopo il felice rientro al cinema a settembre e l’abbuffata di film per la Festa del cinema di Roma, ho avuto il brutto contraccolpo della chiusura delle sale e della necessità di tornare a vedere i film in quel modo limitato e limitante che è il piccolo schermo (che per quanto grande sarà per me sempre piccolo e soprattutto non mi consentirà di fruire di quell’esperienza pubblica e collettiva che è il cinema).

L’ultimo film recensito era stato Molecole, poi il nulla. Un po’ non mi sembrava che ci fossero in giro in rete cose che valessero la pena (tra l'altro i vari festival cominciano a innervosirmi con le loro mille piattaforme!), un po’ non ne avevo proprio voglia.

Quando MioCinema ha proposto l’anteprima del film Apples (Mila) del regista greco Christos Nikou ho sentito di nuovo la felice spinta verso la visione, e così mi sono prenotata.

Il cinema greco negli ultimi anni ha assunto una identità molto forte e ha sfornato registi e film che sono riusciti a varcare i confini nazionali e a imporsi all’attenzione mondiale. Non parlo solo di Yorgos Lanthimos, ormai regista affermato, ma anche di Makridis e altri, quelli che alcuni considerano i rappresentanti della cosiddetta weird wave greca.

Si tratta di un cinema che ha forti venature distopiche e/o grottesche a seconda dei casi, e che si concentra sui sentimenti e sulle relazioni in maniera non realistica, ma comunque di grande impatto emotivo.

È in questa corrente che si inserisce il film Apples di Christos Nikou.

Siamo in una città greca tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Aris (Aris Servetalis) è un uomo di mezza età che un giorno, dopo essere uscito di casa ed essersi addormentato su un autobus, viene colpito da una amnesia che cancella completamente la sua identità e il suo passato. In realtà, questa situazione non è singolare, visto che gli ospedali sono pieni di persone a cui è successa la medesima cosa.

Coloro i quali non vengono reclamati da nessuno, come nel caso di Aris, vengono inseriti in un programma di ricostruzione dell'identità: gli viene assegnato un appartamento, dati dei vestiti, affidata una Polaroid, e a intervalli regolari ricevono delle cassette con delle istruzioni su attività da fare e compiti da svolgere, che spesso si concludono con una fotografia di documentazione che finirà in un album.

Aris inizia di buona lena questo programma fino a quando l'incontro con una donna nella sua stessa condizione e lo svolgimento di un compito particolarmente impegnativo sul piano emotivo determinano un cortocircuito che lo riporta a fare i conti con quello che ha dimenticato.

Si resta con la domanda se Aris sia stato effettivamente colpito da amnesia ovvero abbia voluto deliberatamente dimenticare qualcosa che non riusciva ad affrontare.

Nel film di Nikou si sommano - e per certi versi si affastellano - molti temi: la solitudine e l'isolamento sociale, l'identità come costruzione posticcia, l'immagine che sostituisce e in un certo senso contraddice l'esperienza, la perdita della memoria come scorciatoia per superare il passato e bypassare il dolore. All’interno del film risuonano echi di una società molto vicina a quella che conosciamo e di fenomeni che sono stati amplificati negli ultimi anni dai social networks.

Ma non ci sono solo sentimenti tristi e negativi nel film di Christou. Anzi, su tutto mi pare che trionfi il potere dell’empatia, o forse più banalmente il potere di quei neuroni specchio che ci fanno riconoscere in quello che vediamo e provare qualcosa che non stiamo vivendo in prima persona, condanna e straordinaria forza dell’umanità, vero motore della sua sopravvivenza.

Un film probabilmente non perfetto, e che soffre di una certa meccanicità e forse anche didascalicità, ma che conferma la visionarietà e le potenzialità narrative dei registi greci, e probabilmente ci parla anche di un paese, la Grecia appunto, che sta vivendo una lunga fase di transizione e di crisi di identità, e guarda con fatica al futuro mentre fa i conti con un passato ingombrante.

Voto: 3,5/5

mercoledì 17 marzo 2021

Stupore e tremori / Amélie Nothomb

Stupore e tremori
/ Amélie Nothomb; trad. di Biancamaria Bruno. Parma: Guanda, 2006 (edizione ormai introvabile: ora si trova quella di Voland)

Non avevo mai letto quello che è considerato uno dei romanzi più famosi di Amélie Nothomb e cominciavo a considerarlo come una mancanza nella mia conoscenza di questa scrittrice. Così, approfittando di un viaggio in treno, l'ho letto tutto d'un fiato, come spesso mi accade con i libri della Nothomb.

Non posso dire che sia balzato in cima alla classifica dei miei libri preferiti della scrittrice belga (dove continuano a posizionarsi saldamente Metafisica dei tubi e Sabotaggio d'amore), però certamente si tratta di uno dei suoi romanzi più compatti e più convincenti. Uno di quelli in cui la sua ironia tagliente, il suo sguardo cinico sul mondo, il suo essere sopra le righe risultano più efficaci.

Il quadro del mondo del lavoro giapponese che viene fuori da questo romanzo è agghiacciante ma al contempo esilarante. Del resto, è vero che la Nothomb attribuisce all'attitudine giapponese verso il lavoro e alle sue regole sociali la responsabilità di produrre ambienti di questo tipo, ma è anche vero che chiunque lavori in contesti più o meno gerarchizzati non potrà non riconoscere alcune similitudini.

L'esperienza di Amélie presso l'azienda Yumimoto, dopo essere stata assunta come traduttrice ed essere finita a sostituire la carta igienica nei bagni, è tratteggiata con una forza narrativa e al contempo una qualche forma di misura che è sorprendente rispetto ad altri suoi scritti.

Per quanto mi riguarda continua a mancarvi quella vena di autoanalisi che invece raggiunge i suoi vertici nei miei due libri preferiti. Consiglierei però questo volume come punto di partenza per chi non ha ancora osato accostarsi alla genialità un po' folle e discontinua di questa scrittrice che altrove può entusiasmare o deludere profondamente, ma con questo libro riesce a mettere un po' tutti d'accordo.

Voto: 3,5/5

lunedì 8 marzo 2021

Per sempre / Assia Petricelli e Sergio Riccardi

Per sempre
/ Assia Petricelli e Sergio Riccardi. Latina: Tunué, 2020.

Questo graphic novel realizzato dagli autori che con Cattive ragazze hanno vinto il Premio Andersen è dedicato a quel momento dell’adolescenza - complicato e magico allo stesso tempo – in cui si comincia a fare i conti con l’amore e a interrogarsi su di esso e sul proprio corpo.

Siamo in pieni anni Novanta, come si capisce dalla colonna sonora che attraversa questa storia. Viola ha 17 anni e, come ogni estate, insieme ai suoi genitori e a suo fratello più piccolo, va nel villaggio estivo del sud per trascorrere le vacanze. Qui Viola ha il suo gruppo di amiche con cui trascorre le giornate in spiaggia e le serate fuori. Tutte sono alle prese con i primi amori: Valeria è già fidanzata ufficialmente, Renata, che ha qualche chilo di troppo, fa i conti con il proprio corpo e con l’accettazione altrui, Viola – che come tutti noi a quell’età non si piace granché – ha una cotta per Fabrizio, il ragazzo dagli occhi verdi che frequenta il suo gruppo, ma pensa di non avere speranze.

Mentre le giornate procedono tra litigi familiari e parziali incomprensioni, in particolare con la madre, Viola conosce un misterioso ragazzo del posto, Ireneo, che sta riparando la barca del nonno per rimetterla in mare. I loro incontri avvengono alla “controra”, quel momento della giornata in cui i turisti si rinchiudono nelle loro case e bungalow a riposare perché fa troppo caldo per uscire, ma che offre a Viola l’occasione di scoprire un mondo e persone diverse da quelli che è abituata a frequentare. In una di queste sue escursioni la ragazza conosce e fa amicizia con una matura coppia di lesbiche, Lili e Paola, che si divide tra il proprio camper e la spiaggia. La conoscenza con Ireneo e con le due donne aiuterà Viola a vedere le cose che aveva sempre date per scontate in maniera diversa e a poco a poco a cercare un punto di vista autonomo rispetto alle persone e soprattutto rispetto all’amore.

Alla fine di questa estate che metterà Viola di fronte ai temi importanti della vita, come l’amore, l’amicizia, la morte, la ragazza avrà fatto un passo in più verso l’età adulta e sarà pronta ad affrontare i rapporti familiari e affettivi, e più in generale il suo futuro, in maniera più consapevole e libera.

E imparerà che in amore il “per sempre” non riguarda necessariamente il tempo, bensì il segno che un rapporto lascia nella nostra storia personale e il significato che assume per la nostra vita futura.

Il graphic novel di Assia Petricelli e Sergio Riccardi – pur nella sua semplicità – mi ha commossa, forse perché mi sono riconosciuta molto nel modo di essere di Viola, nel suo imbarazzo, nella sua curiosità, nella sua ricerca di un punto di vista autonomo e nel suo senso di distanza dagli altri. E poi perché, nonostante qualche personaggio un po’ stereotipato, in generale i protagonisti di questo romanzo a fumetti sono tridimensionali e veri, e si finisce per appassionarsi alle loro storie.

Contribuiscono a questa identificazione i disegni colorati e vivaci di Riccardi che si soffermano in maniera accurata sui dettagli, sia quelli fisici e delle espressioni del volto, sia quelli dei luoghi.

In definitiva, una bella lettura che consiglio agli adolescenti di oggi per capire che, nonostante tutto, non sono molto diversi da quelli di ieri, nonché agli adulti come me che nella storia di Viola ricorderanno un passato ormai abbastanza lontano e potranno valutare la strada fatta, magari anche aggiustando il tiro nei confronti dei propri figli adolescenti, qualora li abbiano.

Voto: 3,5/5

venerdì 5 marzo 2021

Tempi eccitanti / Naoise Dolan

Tempi eccitanti / Naoise Dolan; trad. di Claudia Durastanti. Roma: Edizioni di Atlantide, 2020.

Partiamo da una considerazione: una persona che ha un nome scritto Naoise e che si pronuncia Nisha non può lamentarsi di come gli altri sbaglino a pronunciare il suo nome. E forse questa cosa da sola potrebbe spiegare buona parte dei suoi problemi! :-D

A parte gli scherzi, eccoci di fronte a una nuova, giovane promessa della letteratura contemporanea: la Dolan ha 28 anni e appartiene a quella nuova generazione di scrittori a cavallo dei trenta che negli ultimi tempi sta facendo molto parlare di sé, sia per la qualità delle cose che scrive sia per il modo in cui rappresenta la propria generazione.

Qualcuno preferisce l’autobiografia romanzata (Marieke Lucas Rijneveld) o il memoir poetico (Ocean Vuong), qualcun altro si ispira ai classici del passato e li rinnova (Tiffany McDaniel), qualcun altro ancora racconta storie di fiction ambientate nel presente e che raccontano il mondo dei propri coetanei (Sally Rooney).

Con Tempi eccitanti di Naoise Dolan siamo certamente dalle parti di Sally Rooney (tra l’altro sua conterranea e amica), ma sarebbe riduttivo – come è stato fatto ad ogni piè sospinto – parlare della Dolan come della nuova Sally Rooney. Prima di tutto perché la Rooney ha ancora tutta una carriera davanti, e in secondo luogo perché la Dolan ha una sua specifica personalità letteraria e umana.

Quello che è decisamente vero è che i protagonisti del libro della Dolan condividono la temperie emotiva che caratterizza i personaggi della Rooney e dei romanzi di altri scrittori che raccontano la generazione dei venti-trentenni.

In questo caso i protagonisti sono tre: Ava, la ventiduenne che è anche la voce narrante della storia, una ragazza di Dublino che si è trasferita a Hong Kong dove vive insegnando inglese ai bambini, Julian, che fa il banchiere ed è pieno di soldi, Edith, una ragazza di Hong Kong che fa l’avvocatessa e viene da una famiglia benestante.

Il romanzo si articola in tre capitoli. Il primo, intitolato Julian, racconta l’incontro di Ava con il ragazzo, l’inizio della loro storia, che sfugge però a qualunque tipo di classificazione, e il trasferimento di lei nell’asettico appartamento di lui, dove i due occupano stanze separate, tranne quando fanno sesso.

Julian è un giovane blasé, intelligente ma emotivamente molto distaccato, concentrato sul lavoro e sui soldi, e forse proprio per questo poco interessato a rapporti impegnativi e in cui si creino delle aspettative reciproche. Per Ava, che è andata via dall’Irlanda perché non si sentiva a suo agio ma anche a Hong Kong non si è pienamente integrata, Julian è l’occasione di un legame lasco, di quelli che non danno grandi ritorni ma nemmeno grandi delusioni. Ava non vuole soffrire ancora e vede in questo rapporto/non rapporto la situazione giusta per evitare un eccesso di implicazioni sentimentali; d’altra parte, l’atteggiamento di Julian aumenta le sue insicurezza e le crea inevitabilmente un senso di incompiutezza.

Quando Julian va a Londra per lavoro e ci rimane qualche mese, Ava conosce Edith (che dà il titolo al secondo capitolo), una giovane brillante e di classe sociale elevata, con cui comincia a uscire regolarmente. Ben presto l’amicizia si trasforma in qualcos’altro e Ava trova in Edith quella pienezza e al contempo quella complessità di sentimenti che un rapporto d’amore vero implica.

Né a Julian né a Edith la protagonista riesce a dire la verità che diventerà palese al rientro di Julian a Hong Kong. Si arriva così al terzo capitolo (intitolato appunto Julian e Edith), in cui Ava si trova ben presto di fronte alla necessità di una scelta.

Il romanzo è tutto virato sul registro cinico-ironico, a tratti per me non solo poco comprensibile, ma per niente divertente, come invece alcuni recensori hanno affermato. Personalmente di fronte a queste persone che hanno per la propria vita possibilità emotive ed esperienziali molto più ampie di quelle che caratterizzavano la mia generazione sono quasi infastidita per la loro intrinseca tendenza a sabotare sé stessi e la possibilità di una forma di felicità.

Come ho già avuto modo di dire in altre recensioni di libri che rappresentano questa generazione, sembra che i venti-trentenni da un lato subiscano sulla propria pelle gli effetti delle profonde disuguaglianze sociali ed economiche e di un mondo nel quale la ricerca di una qualche forma di sicurezza non va spesso di pari passo con la soddisfazione individuale, dall’altro si trovino ad avere a che fare con un mondo di possibilità emotive molto più ampie ma di fronte al quale sono spesso paralizzati o inabili. Alla fine la cifra dominante che li caratterizza - e che trasversalmente va a comporre le distanze e le differenze - è il cinismo, ironico sì, ma pur sempre cinismo. Un cinismo dietro il quale secondo me si celano fortissime fragilità e profondissime paure, e che quasi sempre si accompagna a forme di frustrazione più o meno irrisolte.

E tutto questo inevitabilmente mi produce una sensazione di disagio, una forma quasi di rabbia perché non rischiare di soffrire vuol dire non vivere.

Voto: 3,5/5

giovedì 25 febbraio 2021

L’estate che sciolse ogni cosa / Tiffany McDaniel

L’estate che sciolse ogni cosa / Tiffany McDaniel; trad. di Lucia Olivieri. Roma: Edizioni di Atlantide, 2017.

Quello dell'estate in cui un ragazzino - spesso con un fratello più grande - si trova per la prima volta ad affrontare situazioni e vicende che lo traghettano più o meno dolorosamente alla vita adulta è uno dei topoi più presenti nella letteratura. E Tiffany McDaniel lo sa bene, tanto che mette in mano a una delle protagoniste del libro uno dei libri più rappresentativi del genere, Il buio oltre la siepe, quasi a creare una continuità ideale e a farsene erede.

Non so se si tratti di una mancanza di umiltà da parte della scrittrice, ma - dopo aver letto il libro - per quanto mi riguarda non ho dubbi ad affermare che L'estate che sciolse ogni cosa si candida a essere l'erede non solo del libro di Harper Lee ma anche di altri baluardi del genere, come il racconto Il corpo (stand by me) di Stephen King e La sottile linea scura di Joe Lansdale. Ho letto altri libri appartenenti a questo filone - penso a In fondo alla palude dello stesso Lansdale o a La natura della grazia di Krueger - ma devo dire che è la prima volta dopo molto tempo che colloco un nuovo libro nell'Olimpo del genere.

Il libro della McDaniel è ipnotizzante. Io l'ho letto praticamente tutto d'un fiato in due giorni e gran parte del merito credo vada alla scrittura accattivante della scrittrice e ad una narrazione incalzante in cui si sta sempre col fiato sospeso. Che poi forse è anche il maggior difetto del romanzo, una storia che non si fa mancare praticamente nulla, un concentrato di eventi per certi versi un filino eccessivo.

Siamo a Breathed (da qualche parte negli Stati Uniti) nel 1984 (un anno prima della nascita della McDaniel) e Fielding ha tredici anni, un padre avvocato, Autopsy Bliss, una madre che non esce di casa da 13 anni perché ha paura della pioggia, un fratello maggiore, Grand, che è una promessa del baseball e per il quale Fielding ha una vera e propria adorazione.

Pochi giorni dopo che Autopsy ha fatto pubblicare sul giornale locale un invito al diavolo affinché venga a rendersi conto di persona della situazione di Breathed, compare in paese un ragazzino nero dagli occhi verdissimi, sbucato apparentemente dal nulla, che dice di essere il diavolo in persona e si fa chiamare Sal; e insieme a lui arriva un caldo infernale che tiene sotto scacco la popolazione per tutta l'estate.

L'arrivo di questo ragazzino fa da catalizzatore di tutte le paure, i pregiudizi, il dolore, le incertezze, ma in fondo anche le speranze che attraversano gli abitanti del paese. Sal, dal canto suo, non fa nulla per smentire le credenze che cominciano a circolare e anzi in un certo senso contribuisce ad alimentare quell'atmosfera magica e un po' soprannaturale che aleggia intorno a lui.

La possibilità di una deresponsabilizzazione o comunque di uno spostamento su una figura esterna delle proprie responsabilità è la precondizione che ad alcuni consente di superare alcuni blocchi emotivi ormai cronicizzati, ad altri permette di sfogare frustrazioni e rabbia irrisolte. Si innesca così una reazione a catena destinata a cambiare il destino dei singoli ma anche quello di un'intera comunità.

Quella che va definitivamente in frantumi è l'infanzia di Fielding, protagonista di un coming of age che è una vera e propria discesa agli inferi senza possibilità di riscatto. È infatti lui stesso ormai anziano, emarginato e solo, a raccontare la storia di quella estate di oltre settant'anni prima in cui affondano le radici gli errori la cui punizione Fielding si è inflitto per tutta la vita.

La McDaniel, tirando in ballo il diavolo, avvolge la narrazione in un'atmosfera magica, a tratti surreale o gotica come ha detto qualcuno, ma di fatto parla di cose molto umane, ossia il complesso e mai risolto rapporto dell'uomo con il confine tra bene e male, la cui radice è nel vissuto individuale ma che da sempre l'umanità preferisce reificare ed esternalizzare nelle figure cardine che caratterizzano le varie forme di spiritualità e religiosità. La conclusione molto "umanistica" di questo racconto è che bene e male sono inestricabilmente avviluppati in ognuno di noi e che la giustizia umana è sempre fallibile (ma ne esiste forse un'altra?), però dalla nostra abbiamo l'empatia e la capacità di comprendere senza giudicare, che è l'unica vera capacità che dovremmo coltivare e che Fielding rimpiangerà tutta la vita.

Voto: 4/5