Paolo Sorrentino torna al cinema con un film che già ha fatto parlare di sé a Venezia, dove è stato presentato, e poi grazie alle anteprime mattutine che ne hanno anticipato l’uscita ufficiale in sala.
La grazia racconta gli ultimi mesi – il cosiddetto semestre bianco - da Presidente della Repubblica di Mariano De Santis (un eccellente e finalmente misurato Toni Servillo), il quale si trova a dover fare i conti con alcune decisioni molto delicate: la firma o meno di una legge sul fine vita e la concessione della grazia a due persone, un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e una donna che ha ucciso il marito che la maltrattava.
De Santis, cattolico e naturalmente propenso all’attendismo e al compromesso, è incalzato dalla figlia Dorotea (una bravissima Anna Ferzetti), che è anche sua assistente personale al Quirinale e che, oltre a tenere sotto controllo la sua salute, è sempre più insofferente rispetto all’approccio del padre.
In questa temperie personalmente e professionalmente delicata, Mariano è anche ossessionato dal pensiero della moglie defunta, cui era profondamente legato, ma che lo ha anche lasciato col mistero dell’uomo con cui, in una fase della loro lunga storia d’amore, lo ha tradito.
Dopo il tuffo nel passato e nelle gioie e dolori della giovinezza fatto con Parthenope (che io avevo amato ben poco), Sorrentino torna a parlare del presente, che è quello suo come uomo che si avvia verso la vecchiaia, ma è anche quello nostro come società che soffre la condizione di incertezza.
Così, attraverso Mariano De Santis, Sorrentino sembra fare in qualche modo pace con il fatto che il dubbio fa parte del nostro essere umani e che la verità non sempre è conoscibile con certezza, perché alberga nei cuori e nelle menti delle persone, che sono per loro natura imperscrutabili; così come il dolore e la malinconia non sono il contrario della leggerezza ma l’inevitabile mix della nostra esistenza. Dunque, accettare il dubbio e ciò nonostante decidere significa anche concedersi una forma di leggerezza altrimenti impossibile, che è poi forse la grazia richiamata nel titolo.
È un Sorrentino decisamente più composto e minimalista del solito quello de La grazia, che, nonostante non rinunci ad alcuni dei suoi segni autoriali e ad alcuni passaggi di sceneggiatura che mi fanno sempre l’effetto di voler sembrare più profondi e intelligenti di quello che sono, riesce ad essere molto più diretto, profondamente empatico e appunto “leggero” rispetto al solito. Ed è proprio grazie a questo che il film si fa anche a più riprese commedia sincera e perfettamente riuscita, pur non abbandonando il suo senso più profondo.
Non mancano le scelte musicali sempre originali e spesso distoniche di Sorrentino (grande amante e conoscitore della musica) che qui regala un cameo a Guè e addirittura mette in bocca al Presidente della Repubblica una strofa rap.
Per me è un 4/5 perché forse non mi aspettavo più niente da Sorrentino e invece è riuscito a sorprendermi. E anche a commuovermi.
Voto: 4/5
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sabato 24 gennaio 2026
lunedì 21 ottobre 2024
Iddu - L'ultimo padrino
Al Greenwich c’è l’anteprima del nuovo film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, registi siciliani al loro terzo lungometraggio dopo Salvo e Sicilian ghost story. La loro cinematografia si conferma fortemente radicata nella loro terra di origine, e infatti anche in questo film i due portano sullo schermo una storia fortemente siciliana, che però ha avuto un’eco nazionale importante, ossia la storia di Matteo Messina Denaro.
Al termine del film, durante il Q&A a cui partecipano oltre ai due registi anche gli attori Toni Servillo, Barbora Bobulova, Daniela Marra, Betty Pedrazzi e Pino Tumino, nonché Colapesce che è autore della colonna sonora, Grassadonia e Piazza raccontano di aver iniziato a lavorare a questo film prima che Messina Denaro venisse arrestato, studiando la documentazione esistente e in particolare alcuni pizzini di cui si conosceva il contenuto, e cercando di ricostruire la personalità del boss. Fin da allora avevano deciso di calcare la mano sul ridicolo per evitare qualunque mitizzazione del protagonista e anche per mettere meglio in evidenza una serie di dinamiche che ruotavano intorno al boss e che più in generale sono tipiche della realtà siciliana e dell’Italia tutta. Quando poi Denaro è stato arrestato, dopo trent'anni di latitanza, e si è scoperto che per tutto il tempo o quasi il boss aveva vissuto a pochi metri da una caserma dei carabinieri, la storia ha in un certo senso dato ragione e confermato – qualora ce ne fosse stato bisogno – l’approccio scelto dai registi.
Iddu racconta la storia dell’ultimo padrino (interpretato da Elio Germano) in maniera parzialmente indiretta, ossia attraverso la figura di Catello Palumbo (Toni Servillo), ex preside, ma anche ex sindaco del paese, che è un maneggione locale, molto legato al sistema mafioso e in particolare al padre di Matteo e che si è fatto sei anni di carcere proprio per questo.
Dopo essere tornato a casa e aver preso consapevolezza che tutte le sue fortune sono sfumate, Catello accetta di collaborare con i servizi segreti e la polizia per arrivare al boss.
Ma in questo mondo nessuno è esattamente quello che sembra, e tutti in qualche modo giocano su più tavoli, tentando di ottenere un proprio tornaconto personale. Chi è troppo onesto, o troppo ingenuo, finisce per soccombere e avere la peggio.
Iddu è un film ben sceneggiato e ben fatto: si lascia seguire con interesse e attenzione e riesce ad alternare con grande naturalezza momenti di grande tensione e momenti di leggerezza, così come malvagità e umanità. La colonna sonora di Colapesce fa bene il suo dovere a supporto di questo impianto.
Gli attori si calano adeguatamente nei loro ruoli e tutti riescono a risultare credibili anche come siciliani trapanesi, aspetto al quale i registi tenevano moltissimo. Devo però dire che i singoli personaggi li ho trovati tutti un po’ monocordi, abbastanza riconoscibili nella loro macchietta, fors'anche perché - in quello che è rappresentato volutamente come un teatrino - inevitabilmente ci sono delle maschere, ma anche perché alcuni di loro (vedi Servillo, ma ormai sempre di più anche Germano) tendono a fare sempre lo stesso personaggio, e paiono portarselo dietro di film in film al punto che, persino quando sono sé stessi (vedi Servillo nel dibattito finale), sembrano i loro personaggi.
Comunque un film di tutto rispetto, e non si può che concludere dicendo "Ce ne fossero di film italiani così!".
Voto: 3/5
Al termine del film, durante il Q&A a cui partecipano oltre ai due registi anche gli attori Toni Servillo, Barbora Bobulova, Daniela Marra, Betty Pedrazzi e Pino Tumino, nonché Colapesce che è autore della colonna sonora, Grassadonia e Piazza raccontano di aver iniziato a lavorare a questo film prima che Messina Denaro venisse arrestato, studiando la documentazione esistente e in particolare alcuni pizzini di cui si conosceva il contenuto, e cercando di ricostruire la personalità del boss. Fin da allora avevano deciso di calcare la mano sul ridicolo per evitare qualunque mitizzazione del protagonista e anche per mettere meglio in evidenza una serie di dinamiche che ruotavano intorno al boss e che più in generale sono tipiche della realtà siciliana e dell’Italia tutta. Quando poi Denaro è stato arrestato, dopo trent'anni di latitanza, e si è scoperto che per tutto il tempo o quasi il boss aveva vissuto a pochi metri da una caserma dei carabinieri, la storia ha in un certo senso dato ragione e confermato – qualora ce ne fosse stato bisogno – l’approccio scelto dai registi.
Iddu racconta la storia dell’ultimo padrino (interpretato da Elio Germano) in maniera parzialmente indiretta, ossia attraverso la figura di Catello Palumbo (Toni Servillo), ex preside, ma anche ex sindaco del paese, che è un maneggione locale, molto legato al sistema mafioso e in particolare al padre di Matteo e che si è fatto sei anni di carcere proprio per questo.
Dopo essere tornato a casa e aver preso consapevolezza che tutte le sue fortune sono sfumate, Catello accetta di collaborare con i servizi segreti e la polizia per arrivare al boss.
Ma in questo mondo nessuno è esattamente quello che sembra, e tutti in qualche modo giocano su più tavoli, tentando di ottenere un proprio tornaconto personale. Chi è troppo onesto, o troppo ingenuo, finisce per soccombere e avere la peggio.
Iddu è un film ben sceneggiato e ben fatto: si lascia seguire con interesse e attenzione e riesce ad alternare con grande naturalezza momenti di grande tensione e momenti di leggerezza, così come malvagità e umanità. La colonna sonora di Colapesce fa bene il suo dovere a supporto di questo impianto.
Gli attori si calano adeguatamente nei loro ruoli e tutti riescono a risultare credibili anche come siciliani trapanesi, aspetto al quale i registi tenevano moltissimo. Devo però dire che i singoli personaggi li ho trovati tutti un po’ monocordi, abbastanza riconoscibili nella loro macchietta, fors'anche perché - in quello che è rappresentato volutamente come un teatrino - inevitabilmente ci sono delle maschere, ma anche perché alcuni di loro (vedi Servillo, ma ormai sempre di più anche Germano) tendono a fare sempre lo stesso personaggio, e paiono portarselo dietro di film in film al punto che, persino quando sono sé stessi (vedi Servillo nel dibattito finale), sembrano i loro personaggi.
Comunque un film di tutto rispetto, e non si può che concludere dicendo "Ce ne fossero di film italiani così!".
Voto: 3/5
mercoledì 30 novembre 2022
La stranezza
L'ultimo film di Roberto Andò si situa al punto di confluenza tra una vicenda reale e un racconto di fantasia, e in questo punto di incontro riesce a dare vivacità ai dati reali e a rendere credibile la finzione.
La stranezza racconta del viaggio di Luigi Pirandello (interpretato da Toni Servillo) a Girgenti in occasione degli ottant'anni di Giovanni Verga, viaggio che avviene mentre lo scrittore attraversa un blocco creativo relativamente alla scrittura di Sei personaggi in cerca d'autore. E fin qui la storia vera.
Nella finzione del film di Andò, quando arriva nel suo paese natale Pirandello scopre che la sua balia è appena morta e dunque decide di occuparsi dei funerali: conosce così Sebastiano Vella (Valentino Picone) e Onofrio Principato (Salvatore Ficarra), titolari dell'agenzia di pompe funebri locale, ma anche appassionati di teatro, in procinto di mettere in scena il loro ultimo lavoro, con la partecipazione di molti abitanti del paese. È proprio osservando il rispecchiamento e gli intrecci multipli che si realizzano tra il microcosmo umano di Girgenti e la rappresentazione teatrale di Vella e Principato che Pirandello troverà una chiave di scrittura dell'opera che sta intessendo e che porterà in scena a Roma al Teatro Valle il 9 maggio del 1921.
Il film di Andò è una ricostruzione attenta e raffinata - a tratti persino calligrafica - della Girgenti dell'epoca. Gli attori sono tutti ben diretti, con un Servillo controllatissimo e Ficarra e Picone azzeccatissimi nel ruolo a loro assegnato, che oscilla tra il malinconico e il grottesco (e che a me personalmente ha ricordato alcune interpretazioni di Franco e Ciccio).
Il risultato è un film certamente ben fatto e gradevole alla visione, sebbene a me personalmente non abbia comunicato moltissimo, foss'anche solo a livello emotivo, se non vogliamo scomodare il piano intellettuale.
Alla maggior parte delle persone che conosco è piaciuto, quindi non so se a me è sfuggito qualcosa oppure semplicemente si tratta di un tipo di film che mi lascia tendenzialmente indifferente, perché alla fine dei conti lo percepisco talmente attento al piano formale da risultare artefatto e forse inutilmente concettuale.
Voto: 3/5
La stranezza racconta del viaggio di Luigi Pirandello (interpretato da Toni Servillo) a Girgenti in occasione degli ottant'anni di Giovanni Verga, viaggio che avviene mentre lo scrittore attraversa un blocco creativo relativamente alla scrittura di Sei personaggi in cerca d'autore. E fin qui la storia vera.
Nella finzione del film di Andò, quando arriva nel suo paese natale Pirandello scopre che la sua balia è appena morta e dunque decide di occuparsi dei funerali: conosce così Sebastiano Vella (Valentino Picone) e Onofrio Principato (Salvatore Ficarra), titolari dell'agenzia di pompe funebri locale, ma anche appassionati di teatro, in procinto di mettere in scena il loro ultimo lavoro, con la partecipazione di molti abitanti del paese. È proprio osservando il rispecchiamento e gli intrecci multipli che si realizzano tra il microcosmo umano di Girgenti e la rappresentazione teatrale di Vella e Principato che Pirandello troverà una chiave di scrittura dell'opera che sta intessendo e che porterà in scena a Roma al Teatro Valle il 9 maggio del 1921.
Il film di Andò è una ricostruzione attenta e raffinata - a tratti persino calligrafica - della Girgenti dell'epoca. Gli attori sono tutti ben diretti, con un Servillo controllatissimo e Ficarra e Picone azzeccatissimi nel ruolo a loro assegnato, che oscilla tra il malinconico e il grottesco (e che a me personalmente ha ricordato alcune interpretazioni di Franco e Ciccio).
Il risultato è un film certamente ben fatto e gradevole alla visione, sebbene a me personalmente non abbia comunicato moltissimo, foss'anche solo a livello emotivo, se non vogliamo scomodare il piano intellettuale.
Alla maggior parte delle persone che conosco è piaciuto, quindi non so se a me è sfuggito qualcosa oppure semplicemente si tratta di un tipo di film che mi lascia tendenzialmente indifferente, perché alla fine dei conti lo percepisco talmente attento al piano formale da risultare artefatto e forse inutilmente concettuale.
Voto: 3/5
mercoledì 13 luglio 2022
Ariaferma
Avevo tanto sentito parlare di questo film e molte persone me ne avevo consigliato la visione. Finalmente grazie alla rassegna estiva "Isola del cinema" riesco a recuperarlo in una calda e umida sera d'estate, che vede anche la partecipazione dei responsabili e dei volontari della Comunità di Sant'Egidio, da sempre impegnata sul fronte carcerario, oltre che in molti altri settori.
Siamo in un carcere fatiscente, isolato tra le montagne. Il carcere sta per chiudere e tutti i detenuti saranno trasferiti in altre strutture. Anche gli agenti della polizia penitenziaria assaporano la loro ultima sera in questo luogo. Il giorno dopo arriva però la brutta notizia: 12 dei detenuti del carcere, tra cui il boss Carmine Lagioia (Silvio Orlando), dovranno rimanere ancora perché il carcere che doveva accoglierli non è ancora pronto a farlo, e dunque un piccolo gruppo di agenti, capeggiati da Gaetano Gargiulo (Toni Servillo) deve restare a presidiarli.
I detenuti vengono spostati nelle celle della "rotonda", lo spazio centrale del carcere, per consentirne una più agile vigilanza, e da qui inizia una convivenza fin troppo stretta e in fondo una doppia reclusione, detenuti e agenti entrambi in attesa di ricevere notizie su quando potranno andar via da questa struttura in abbandono.
Da un'iniziale condizione di distanza e di muso duro tra agenti e detenuti, a poco a poco, anche grazie all'arrivo in carcere del giovane e tormentato Fantaccini, le distanze si accorciano: Gargiulo consente a Lagioia di utilizzare le cucine per preparare pranzi e cene per i detenuti, sorvegliandolo personalmente.
Così, nel buio di un blackout causato da un temporale, la diffidenza reciproca, i pregiudizi bidirezionali, le ostilità sotterranee e palesi cadono per lasciare il posto alla convivialità e allo scambio, di fronte ai quali ci si riconosce come esseri umani prima che come detenuti e guardie.
Sostenuto da immagini di grande impatto visivo e da una colonna sonora non scontata di Pasquale Scialò, il film è un invito a superare le barriere e a vincere le paure per incontrare l'altro, anche quello più distante da noi, perché spesso si finisce per riconoscersi molto più di quanto si immaginerebbe.
Di Leonardo Di Costanzo avevo visto L'intervallo, che sostanzialmente tratta lo stesso tema, solo che in quel caso i ruoli della guardia e della prigioniera erano svolti rispettivamente da un ragazzo e una ragazza, unici protagonisti del film, mentre qui il discorso diventa corale e sale di livello, spostandosi - se vogliamo - dal piano personale a quello sociale. In un certo senso anche L'intrusa, altro bel film di Di Costanzo, ruotava intorno al tema dell'incontro e della capacità non scontata di superare le barriere - psicologiche e sociali - per accogliere l'altro nella sua individualità e non per quello che rappresenta.
Voto: 3,5/5
Siamo in un carcere fatiscente, isolato tra le montagne. Il carcere sta per chiudere e tutti i detenuti saranno trasferiti in altre strutture. Anche gli agenti della polizia penitenziaria assaporano la loro ultima sera in questo luogo. Il giorno dopo arriva però la brutta notizia: 12 dei detenuti del carcere, tra cui il boss Carmine Lagioia (Silvio Orlando), dovranno rimanere ancora perché il carcere che doveva accoglierli non è ancora pronto a farlo, e dunque un piccolo gruppo di agenti, capeggiati da Gaetano Gargiulo (Toni Servillo) deve restare a presidiarli.
I detenuti vengono spostati nelle celle della "rotonda", lo spazio centrale del carcere, per consentirne una più agile vigilanza, e da qui inizia una convivenza fin troppo stretta e in fondo una doppia reclusione, detenuti e agenti entrambi in attesa di ricevere notizie su quando potranno andar via da questa struttura in abbandono.
Da un'iniziale condizione di distanza e di muso duro tra agenti e detenuti, a poco a poco, anche grazie all'arrivo in carcere del giovane e tormentato Fantaccini, le distanze si accorciano: Gargiulo consente a Lagioia di utilizzare le cucine per preparare pranzi e cene per i detenuti, sorvegliandolo personalmente.
Così, nel buio di un blackout causato da un temporale, la diffidenza reciproca, i pregiudizi bidirezionali, le ostilità sotterranee e palesi cadono per lasciare il posto alla convivialità e allo scambio, di fronte ai quali ci si riconosce come esseri umani prima che come detenuti e guardie.
Sostenuto da immagini di grande impatto visivo e da una colonna sonora non scontata di Pasquale Scialò, il film è un invito a superare le barriere e a vincere le paure per incontrare l'altro, anche quello più distante da noi, perché spesso si finisce per riconoscersi molto più di quanto si immaginerebbe.
Di Leonardo Di Costanzo avevo visto L'intervallo, che sostanzialmente tratta lo stesso tema, solo che in quel caso i ruoli della guardia e della prigioniera erano svolti rispettivamente da un ragazzo e una ragazza, unici protagonisti del film, mentre qui il discorso diventa corale e sale di livello, spostandosi - se vogliamo - dal piano personale a quello sociale. In un certo senso anche L'intrusa, altro bel film di Di Costanzo, ruotava intorno al tema dell'incontro e della capacità non scontata di superare le barriere - psicologiche e sociali - per accogliere l'altro nella sua individualità e non per quello che rappresenta.
Voto: 3,5/5
giovedì 23 dicembre 2021
È stata la mano di dio
Paolo Sorrentino torna al cinema con un film, che – come è stato osservato da molti commentatori e confermato da lui stesso – è il suo più personale. Il protagonista, Fabio Schisa (Filippo Scotti), è il Sorrentino adolescente, che vive con la sua famiglia (i genitori, il fratello maggiore e la sorella) in quella Napoli dei primi anni Ottanta in trepidante e incerta attesa dell’arrivo di Maradona.
Nel film non mancano i marchi di fabbrica che ormai rendono i film di Sorrentino riconoscibili anche a livello internazionale: da un lato un gusto estetico e una ricerca dell’inquadratura che a me che ho la passione della fotografia affascinano moltissimo, ma che capisco possano risultare stucchevoli quando troppo insistiti, dall’altro la passione profonda per i personaggi estremi e le situazioni iperboliche, spesso ai confini del fantastico (con una strizzatina d'occhio, anzi qualcosa di più a Fellini).
Nelle prime scene del film le riprese di una Napoli notturna e misteriosa e la comparsa del “monaciello” fanno pensare che ci si trovi di fronte al solito Sorrentino. E però non è esattamente così. Perché subito dopo si entra prepotentemente nella vita di questo ragazzo introverso e solitario, Fabietto, che osserva la sua famiglia e il mondo circostante con occhi curiosi e indagatori, cogliendone le profonde contraddizioni, la straordinaria ricchezza nonché il lato oscuro.
Suo padre e sua madre (Toni Servillo e Teresa Saponangelo) sono due personaggi complessi e stratificati: buontemponi, sognatori, innamorati e romantici, nascondono però dolori profondi, segreti di coppia (che tanto segreti non sono), paure e frustrazioni. Intorno a loro famiglie che agli occhi di Fabietto sembrano vere e proprie corti dei miracoli: la zia grassa con il fidanzato vecchio che parla grazie a un sintetizzatore, uno zio che prende mazzette e finisce in galera, una zia bellissima ma considerata pazza che viene malmenata dal marito ecc.
Fabio si guarda intorno con curiosità e attenzione, agitato dai primi turbamenti sessuali e dall’ansia del futuro che si sta affacciando alle porte della sua vita. È stata la mano di dio è un vero e proprio romanzo di formazione, che come tutti i coming of age prevede che il protagonista attraversi una grande prova dalla quale uscirà trasformato e pronto a fare il passo decisivo verso l’età adulta.
Nell’estate in cui Maradona arriva al Napoli contro ogni pronostico, riempiendo di una gioia incontenibile l’animo dei tifosi napoletani, Fabio deve fare i conti con una serie di verità che non conosceva e di novità inattese: suo padre – nonostante l’amore che lo lega a sua madre e l’atmosfera scanzonata delle loro dinamiche di coppia - ha da anni un’altra donna e anche un altro figlio, suo fratello non riesce a intraprendere come vorrebbe la carriera di attore e intanto incontra una ragazza di cui si innamora, nelle famiglie di origine dei suoi genitori vari eventi infrangono i fragili equilibri esistenti. Tutto questo culmina con l’incidente domestico che uccide i suoi genitori e che lascia Fabio solo di fronte al mondo e al futuro.
È con questo dolore irrimediabile che il ragazzo dovrà fare i conti e gli incontri più o meno assurdi che ne seguiranno saranno il motore della scelta che lo traghetterà verso il futuro.
Nel film di Sorrentino si ride molto: la famiglia allargata da cui proviene Fabietto incarna la napoletanità all’ennesima potenza e offre in continuazione situazioni esilaranti, sebbene venate di quella malinconia che è in fondo tipica dell’ironia napoletana. Però la storia di Fabio è capace anche di commuovere attraverso l’identificazione empatica con questo ragazzo spaurito e ingenuo, la cui risposta a quasi tutto è mettere le cuffie sulle orecchie e perdersi nel proprio mondo, da cui noi spettatori siamo completamente esclusi, visto che mai sentiamo quello che lui ascolta, tranne nella scena finale in treno in cui la bellissima Napul’è di Pino Daniele da canzone riprodotta sul walkman diventa colonna sonora dei titoli di coda.
Resta nel film di Sorrentino una componente di artificiosità e una ricerca della soluzione a effetto studiata quasi sempre a tavolino che risultano a tratti un po’ indigesti, però fare la conoscenza con la storia di Fabio e il suo modo di guardare il mondo aiuta a capire meglio il cinema di Sorrentino e a dare un senso a delle scelte che decontestualizzate potrebbero apparire solo un vezzo da regista, e invece molto probabilmente sono la naturale evoluzione di uno sguardo.
Voto: 3,5/5
Nel film non mancano i marchi di fabbrica che ormai rendono i film di Sorrentino riconoscibili anche a livello internazionale: da un lato un gusto estetico e una ricerca dell’inquadratura che a me che ho la passione della fotografia affascinano moltissimo, ma che capisco possano risultare stucchevoli quando troppo insistiti, dall’altro la passione profonda per i personaggi estremi e le situazioni iperboliche, spesso ai confini del fantastico (con una strizzatina d'occhio, anzi qualcosa di più a Fellini).
Nelle prime scene del film le riprese di una Napoli notturna e misteriosa e la comparsa del “monaciello” fanno pensare che ci si trovi di fronte al solito Sorrentino. E però non è esattamente così. Perché subito dopo si entra prepotentemente nella vita di questo ragazzo introverso e solitario, Fabietto, che osserva la sua famiglia e il mondo circostante con occhi curiosi e indagatori, cogliendone le profonde contraddizioni, la straordinaria ricchezza nonché il lato oscuro.
Suo padre e sua madre (Toni Servillo e Teresa Saponangelo) sono due personaggi complessi e stratificati: buontemponi, sognatori, innamorati e romantici, nascondono però dolori profondi, segreti di coppia (che tanto segreti non sono), paure e frustrazioni. Intorno a loro famiglie che agli occhi di Fabietto sembrano vere e proprie corti dei miracoli: la zia grassa con il fidanzato vecchio che parla grazie a un sintetizzatore, uno zio che prende mazzette e finisce in galera, una zia bellissima ma considerata pazza che viene malmenata dal marito ecc.
Fabio si guarda intorno con curiosità e attenzione, agitato dai primi turbamenti sessuali e dall’ansia del futuro che si sta affacciando alle porte della sua vita. È stata la mano di dio è un vero e proprio romanzo di formazione, che come tutti i coming of age prevede che il protagonista attraversi una grande prova dalla quale uscirà trasformato e pronto a fare il passo decisivo verso l’età adulta.
Nell’estate in cui Maradona arriva al Napoli contro ogni pronostico, riempiendo di una gioia incontenibile l’animo dei tifosi napoletani, Fabio deve fare i conti con una serie di verità che non conosceva e di novità inattese: suo padre – nonostante l’amore che lo lega a sua madre e l’atmosfera scanzonata delle loro dinamiche di coppia - ha da anni un’altra donna e anche un altro figlio, suo fratello non riesce a intraprendere come vorrebbe la carriera di attore e intanto incontra una ragazza di cui si innamora, nelle famiglie di origine dei suoi genitori vari eventi infrangono i fragili equilibri esistenti. Tutto questo culmina con l’incidente domestico che uccide i suoi genitori e che lascia Fabio solo di fronte al mondo e al futuro.
È con questo dolore irrimediabile che il ragazzo dovrà fare i conti e gli incontri più o meno assurdi che ne seguiranno saranno il motore della scelta che lo traghetterà verso il futuro.
Nel film di Sorrentino si ride molto: la famiglia allargata da cui proviene Fabietto incarna la napoletanità all’ennesima potenza e offre in continuazione situazioni esilaranti, sebbene venate di quella malinconia che è in fondo tipica dell’ironia napoletana. Però la storia di Fabio è capace anche di commuovere attraverso l’identificazione empatica con questo ragazzo spaurito e ingenuo, la cui risposta a quasi tutto è mettere le cuffie sulle orecchie e perdersi nel proprio mondo, da cui noi spettatori siamo completamente esclusi, visto che mai sentiamo quello che lui ascolta, tranne nella scena finale in treno in cui la bellissima Napul’è di Pino Daniele da canzone riprodotta sul walkman diventa colonna sonora dei titoli di coda.
Resta nel film di Sorrentino una componente di artificiosità e una ricerca della soluzione a effetto studiata quasi sempre a tavolino che risultano a tratti un po’ indigesti, però fare la conoscenza con la storia di Fabio e il suo modo di guardare il mondo aiuta a capire meglio il cinema di Sorrentino e a dare un senso a delle scelte che decontestualizzate potrebbero apparire solo un vezzo da regista, e invece molto probabilmente sono la naturale evoluzione di uno sguardo.
Voto: 3,5/5
giovedì 6 giugno 2019
Elvira / con Toni Servillo. Teatro Argentina, 21 maggio 2019
Tra il 14 febbraio e il 21 settembre 1940, proprio negli stessi mesi in cui la Germania invadeva la Francia, Louis Jouvet, celebre attore francese di quegli anni, tenne sette lezioni al Conservatoire di Parigi per la sua allieva Claudia, in merito al monologo di Elvira nel quarto atto del Don Giovanni di Molière. Le lezioni furono trascritte, e nel 1986 Brigitte Jaques le trasformò in un testo teatrale, Elvire Jouvet 40, che è il testo da cui Toni Servillo ha tratto lo spettacolo teatrale Elvira, di cui è regista e interprete, insieme alla brava Petra Valentini.
L'allestimento è molto semplice: una pedana rialzata al centro del palco (un palco nel palco), una radio, una sedia, dei copioni aperti qua e là; giù dal palco una prima fila di sedie dove gli attori appoggiano i loro soprabiti e a volte si siede Servillo/Jouvet mentre dirige i suoi attori. Poi un'altra fila di poltrone coperta da un telo bianco che segna il confine tra il teatro rappresentato e la platea vera, confine che viene talvolta valicato dagli attori che sembrano quasi offrirsi al pubblico.
Le sette lezioni sono intervallate da momenti di buio, fino all'epilogo che - sulla voce di Hitler che parla alla radio - ci fa sapere che Claudia vinse il premio come miglior attrice, ma venne poi allontanata dalle scene perché ebrea, mentre Jouvet partì come volontario per tutta la durata della guerra.
Prima, una articolata riflessione sul mestiere di attore, e non solo; centrale è anche il rapporto tra il maestro e l'allieva, un rapporto non certo rassicurante né in un verso né nell'altro, un rapporto che può arricchire entrambi se l'uno e l'altra si aprono a questa possibilità.
Da un lato Jouvet sprona, incoraggia, sferza, ironizza, fa opera maiuetica, dall'altro Claudia vede sgretolarsi tutte le certezze dei primi tentativi, sente crescere l'insicurezza, ha dei momenti di scoraggiamento e altri di esaltazione, compie un vero e proprio percorso dentro sé stessa, per trovare la parte di sé che risuona - in sintonia o per contrasto - con il personaggio di Elvira e che le consente di scoprirne l'anima e i sentimenti.
Sul palco insieme a Jouvet ed Elvira, gli attori che interpretano Don Giovanni e Sganarello, che fanno da amplificatori e/o contenitori dei pieni e vuoti del rapporto tra Jouvet e Claudia.
Solo a posteriori - come spesso mi accade quando vado a vedere degli spettacoli - leggo recensioni entusiastiche di quest'ultimo lavoro di Servillo, e mi sento un po' ignorante perché io invece ho fatto fatica ad appassionarmi allo spettacolo e sono uscita dal teatro senza entusiasmo, anzi per certi versi quasi infastidita.
Da un lato ho trovato il testo impegnativo, a tratti noioso, a tratti ripetitivo (ma forse è solo che io ero piuttosto stanca), dall'altra quella che tutti osannano come la straordinaria interpretazione di Servillo a me non solo non ha colpito, ma in alcuni momenti è risultata persino fastidiosa nel tono oscillante tra il sarcasmo e la superiorità. In realtà, può essere che questo tema del rapporto tra maestro e allieva con tutte le complessità che si porta dietro mi abbia toccato qualche corda personale parzialmente irrisolta o in questo momento particolarmente sensibile, e dunque il mio giudizio non sia stato effettivamente distaccato e oggettivo.
Resta però che lo spettacolo non è stato un godimento pieno dal mio punto di vista, lasciandomi in conclusione di stagione teatrale con un po' di amaro in bocca.
Voto: 3/5
L'allestimento è molto semplice: una pedana rialzata al centro del palco (un palco nel palco), una radio, una sedia, dei copioni aperti qua e là; giù dal palco una prima fila di sedie dove gli attori appoggiano i loro soprabiti e a volte si siede Servillo/Jouvet mentre dirige i suoi attori. Poi un'altra fila di poltrone coperta da un telo bianco che segna il confine tra il teatro rappresentato e la platea vera, confine che viene talvolta valicato dagli attori che sembrano quasi offrirsi al pubblico.
Le sette lezioni sono intervallate da momenti di buio, fino all'epilogo che - sulla voce di Hitler che parla alla radio - ci fa sapere che Claudia vinse il premio come miglior attrice, ma venne poi allontanata dalle scene perché ebrea, mentre Jouvet partì come volontario per tutta la durata della guerra.
Prima, una articolata riflessione sul mestiere di attore, e non solo; centrale è anche il rapporto tra il maestro e l'allieva, un rapporto non certo rassicurante né in un verso né nell'altro, un rapporto che può arricchire entrambi se l'uno e l'altra si aprono a questa possibilità.
Da un lato Jouvet sprona, incoraggia, sferza, ironizza, fa opera maiuetica, dall'altro Claudia vede sgretolarsi tutte le certezze dei primi tentativi, sente crescere l'insicurezza, ha dei momenti di scoraggiamento e altri di esaltazione, compie un vero e proprio percorso dentro sé stessa, per trovare la parte di sé che risuona - in sintonia o per contrasto - con il personaggio di Elvira e che le consente di scoprirne l'anima e i sentimenti.
Sul palco insieme a Jouvet ed Elvira, gli attori che interpretano Don Giovanni e Sganarello, che fanno da amplificatori e/o contenitori dei pieni e vuoti del rapporto tra Jouvet e Claudia.
Solo a posteriori - come spesso mi accade quando vado a vedere degli spettacoli - leggo recensioni entusiastiche di quest'ultimo lavoro di Servillo, e mi sento un po' ignorante perché io invece ho fatto fatica ad appassionarmi allo spettacolo e sono uscita dal teatro senza entusiasmo, anzi per certi versi quasi infastidita.
Da un lato ho trovato il testo impegnativo, a tratti noioso, a tratti ripetitivo (ma forse è solo che io ero piuttosto stanca), dall'altra quella che tutti osannano come la straordinaria interpretazione di Servillo a me non solo non ha colpito, ma in alcuni momenti è risultata persino fastidiosa nel tono oscillante tra il sarcasmo e la superiorità. In realtà, può essere che questo tema del rapporto tra maestro e allieva con tutte le complessità che si porta dietro mi abbia toccato qualche corda personale parzialmente irrisolta o in questo momento particolarmente sensibile, e dunque il mio giudizio non sia stato effettivamente distaccato e oggettivo.
Resta però che lo spettacolo non è stato un godimento pieno dal mio punto di vista, lasciandomi in conclusione di stagione teatrale con un po' di amaro in bocca.
Voto: 3/5
venerdì 13 febbraio 2015
Le voci di dentro / Eduardo De Filippo. Teatro Argentina, 10 febbraio 2015
Nonostante la giornata campale, arrivo al Teatro Argentina intenzionata a godermi appieno questa commedia di Eduardo De Filippo portata in scena dai fratelli Peppe e Toni Servillo. Il teatro è pieno. Noi siamo in balconata e dominiamo dall'alto la scena. La scenografia è essenziale e dominata dai toni del bianco. Nella prima metà siamo a casa Cimmaruta: un tavolo con delle sedie al centro della scena e una credenza poggiata al muro. Nella seconda parte siamo a casa Saporito: sempre un tavolo con delle sedie al centro della scena e una porta alle spalle che conduce contemporaneamente alla stanza dove vive zi' Nicola e all'esterno.
Protagonisti appunto i Cimmaruta (e la loro cameriera) e i Saporito, apparecchiatori di feste popolari (i fratelli Alberto e Carlo e zi' Nicola, che da anni ormai ha smesso di parlare e si esprime facendo esplodere mortaretti).
Le voci di dentro è una vera e propria commedia degli equivoci, che alla fine si può definire commedia solo perché non ci sono morti. Certo, si ride e si sorride, ma quasi sempre a denti stretti, dentro un racconto che definire amaro è un eufemismo.
Tutto nasce dall'accusa che Alberto (Toni Servillo) muove alla famiglia Cimmaruta di aver ucciso l'amico Aniello Amitrano e di aver occultato il cadavere, supportata dalle prove che Alberto dice di sapere dove sono nascoste. In realtà, solo dopo aver fatto intervenire le forze dell'ordine, Alberto si rende conto di aver sognato tutto e che non esiste alcun documento comprovante l'assassinio. A quel punto, però, la macchina si è messa in moto: i Cimmaruta - anziché respingere compatti l'accusa - si scompaginano e separatamente vanno da Alberto, accusandosi l'uno con l'altro, incapaci di escludere che qualcuno di loro abbia effettivamente commesso l'assassinio. Carlo (Peppe Servillo), intanto, intravede la possibilità - qualora Alberto venisse arrestato per calunnia - di vendere tutti i materiali dell'impresa di famiglia per ricavare qualche soldo. Intorno a loro si agitano anche la cameriera di casa Cimmaruta e il portiere dello stabile dove abitano le due famiglie. Spettatore muto di questa dilagante meschinità umana è il personaggio misterioso di zi' Nicola, che interverrà con un'unica, significativa frase poco prima di morire: "Per favore, un poco di pace".
Siamo nella Napoli del dopoguerra, in un contesto nel quale anni di abbrutimento e di lotta per la sopravvivenza hanno messo a nudo i tratti deteriori dell'umanità e dato spazio agli istinti più animaleschi e viscerali. Uccidere un'altra persona è considerato parte dell'esperienza quotidiana, non un crimine orribile e fuori dagli orizzonti della normalità, così come il senso di solidarietà, anche all'interno della famiglia, ha lasciato il posto all'individualismo e alla volontà di sopraffazione. Ma Eduardo non parla solo ai suoi contemporanei, bensì all'umanità tutta, ogni qualvolta i suoi migliori valori vengono messi alla prova dagli squilibri economici e dai dissesti politici e sociali, di fronte ai quali con amarezza si deve constatare che non prevalgono la logica della cooperazione e i buoni sentimenti, bensì l'istinto competitivo e le reazioni di pancia.
E insieme ad Alberto, osservatore e al contempo motore e causa iniziale di questo disvelamento, ci viene da dire: "E che parlamm' 'a 'ffa'".
Toni Servillo - anche autore della regia - dimostra ancora una volta tutta la sua classe, a confronto con la maestria del grande Eduardo, scomparendo dentro il suo personaggio, che - come spesso gli accade - lo fagocita e lo trasforma, supportato in questo da un cast straordinario, a cominciare dal fratello Peppe.
Voto: 3,5/5
domenica 16 giugno 2013
La grande bellezza
Ok, non è un capolavoro. E tutto sommato sono d’accordo con quasi tutte le critiche che ho letto e sentito: è estetizzante e in buona parte freddo, è troppo lungo e dopo l’episodio della giraffa gira un pochino a vuoto e si perde, i movimenti di macchina da presa e le scelte di montaggio che giocano con la sequenza temporale finiscono per essere un po' stucchevoli, lo sguardo nei confronti del protagonista, Jep Gambardella (Toni Servillo), è fin troppo compassionevole. Ok, tutto vero.
Però il film mi è piaciuto. E non è detto che possa piacere a chi a Roma non ci ha vissuto per un tempo sufficiente da coglierne le idiosincrasie e da andare al di là della superficie, senza però esserne consustanziale come chi ci è nato.
Del film mi è piaciuto lo sguardo su una città la cui bellezza non è solo grande, ma addirittura soverchiante, eccessiva, senza competizione, soprattutto per coloro che hanno le chiavi giuste per accedervi. Quella di Sorrentino è la Roma di chi ha la fortuna e il privilegio di poterla vivere epurata di tutte le sue brutture (le periferie squallide, i trasporti pubblici come carri bestiame, il traffico soffocante, la sporcizia, la povertà diffusa). Una Roma che forse non esiste davvero neppure per i ricchissimi che Sorrentino ci racconta, ma che rappresenta però – soprattutto per chi romano non è, come Sorrentino e come Gambardella (e come me) – l’anima di una città fatta di una incredibile e potentissima contraddizione: quella tra la sua bellezza insostenibile (vedi la prima scena del giapponese che sviene mentre fotografa il panorama mozzafiato della città dal Gianicolo) e la dimensione umana che gli è propria, la cui volgarità e/o squallore è tracotante e in buona parte inconsapevole.
Forse, allargando lo sguardo, è l’immagine concentrata ed elevata all’ennesima potenza dell’Italia tutta, cui troppa bellezza è stata regalata dal passato perché sia stimolato lo sforzo di cercare la bellezza nella quotidianità e nelle piccole cose, di costruirla, di valorizzarla e non solamente di consumarla passivamente. La bellezza diventa tappezzeria quando è talmente scontata da passare inosservata, quando è talmente inevitabile da non essere neppure riconosciuta. La bruttezza è la forma di espiazione cui troppa bellezza esterna ci condanna.
L’esplosione sonora e visiva dei primi minuti del film spiazza e inquieta, ma dà già la cifra di quella necessità di riempire l’assenza di qualunque risposta e forse perfino delle possibili domande.
Sorrentino non giudica e Jep – che pure incarna l’anima cinico-critica di questo mondo – ne è parte integrante, non si sottrae ai suoi riti e alle sue meschinità. Anzi, in qualche modo ne è la massima espressione, in quanto non c’è niente di ingenuo nelle sue scelte e nel suo modo di essere e di comportarsi (come invece è ad esempio nel caso di Ramona, una brava Sabrina Ferilli), bensì c’è lo snobismo cinico dell’intellettuale mancato che ha abbracciato la mondanità fino a farne una specie di ragione di vita.
Nel film si affastellano personaggi, situazioni, episodi marginali, elementi di nonsenso, apparenti spunti di riflessione, che ne fanno un vaso di Pandora che forse lo stesso regista ha fatto fatica a dominare e che, alla fine, gli ha preso un po’ la mano facendogli – di tanto in tanto – smarrire il percorso. Sorrentino è vittima dello stesso intellettualismo di Jep, ma come quest’ultimo sembra alla fine non sapere esattamente cosa farsene. E forse ne è anche consapevole.
Voto: 3,5/5
lunedì 11 marzo 2013
Viva la libertà
Non so se sarebbe cambiato qualcosa andando a vedere il film di Roberto Andò prima delle elezioni della fine di febbraio. Certamente avrei guardato con molta meno amarezza e disillusione quello che mi scorreva dinanzi agli occhi. In Viva la libertà la cui sceneggiatura è tratta dal libro Il trono vuoto dello stesso Andò si racconta la vicenda di Enrico Olivieri (Toni Servillo), il segretario di un grande partito che di fronte alla crisi della propria leadership decide di fuggire in Francia, andando a casa di una sua ex innamorata (Valeria Bruni Tedeschi), ora sposata con un regista giapponese e madre di una bella bambina.
È così che il suo collaboratore Andrea Bottini (Valerio Mastandrea) ricorre all’ultima possibilità, ingaggiare il fratello gemello di Enrico, Giovanni, che è da poco uscito da un ospedale psichiatrico, affinché interpreti il ruolo del fuggitivo.
Giovanni però non si limiterà a imitare, bensì porterà nella politica quella ventata di libertà, di incoscienza e di passione che solo lui può permettersi, ma che in fondo tutti aspettano da tempo. E questo sarà la chiave del successo.
Parallelamente Enrico dovrà fare un viaggio dentro se stesso, quello che era e che non è più, quello che avrebbe voluto essere e che ha abbandonato per strada, prima di poter tornare ai suoi doveri politici e familiari.
In fondo Enrico e Giovanni sono due facce della stessa medaglia e sono la perfetta metafora della politica tout court (non di una parte politica), quella politica che ha smarrito le sue motivazioni originarie, che si è aggrovigliata nei gangli degli equilibri e delle strategie, che non è più capace di ironia su se stessa, né di quella piccola quota di incoscienza che la renda umana e vicina ai cittadini.
Il film – nonostante qualche errata apparenza che emerge dal trailer – si concentra molto sui personaggi di Enrico e di Giovanni, per mostrare che la loro diversità è solo lo smarrimento delle radici e che le loro due anime convivono da sempre e devono continuare a farlo.
Toni Servillo è bravissimo nel doppio ruolo; il film scalda il cuore nel suggerirci che la politica può essere capace di ritrovare il senso profondo di se stessa. Resta però agli occhi di noi cittadini disillusi e amareggiati la sensazione di aver visto quello che ci piace desiderare e credere, e che purtroppo è molto lontano dalla realtà. Perché forse non basta una politica che creda veramente in quello che dice ma anche una società civile che sappia ascoltare e comprendere e farsi partecipe di questi contenuti.
Mi sa che non siamo ancora pronti. E chissà se lo saremo mai.
Voto: 3/5
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