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mercoledì 18 giugno 2025

Sarabanda / Ingmar Bergman; regia di Roberto Andò. Teatro Argentina, 28 maggio 2025

Ormai giunti quasi al termine della stagione teatrale, insieme al solito “gruppetto teatro”, andiamo a vedere l’ultima regia di Roberto Andò al Teatro Argentina, non senza qualche timore, considerati la location, la regia e soprattutto l’autore del testo, Ingmar Bergman.

Sarabanda – scopro solo più tardi – è una specie di testamento di Bergman (è stato realizzato nel 2003), un seguito ideale di Scene da un matrimonio, da cui riprende i personaggi a distanza di tempo. Questa opera era stata pensata da Bergman come un film per la televisione, informazione importante per comprendere la messa in scena teatrale scelta da Andò.

Al centro di Sarabanda, oltre alla musica – come è chiaro fin dal titolo -, c’è una famiglia: il capofamiglia Johan (interpretato da Renato Carpentieri), la sua ex moglie Marianne (Alvia Reale) che torna a trovarlo nella sua casa sul lago dopo molti anni di allontanamento, il figlio di Johan, Henrik (Elia Schilton), che da anni non ha rapporti con il padre, e infine Karin (Caterina Tieghi), la figlia diciannovenne di Henrik, violoncellista come il padre. L’altra protagonista di questo dramma familiare, sebbene assente,  è Anne, moglie di Henrik e madre di Karin, morta di cancro qualche anno prima, che per tutti è un po’ il termine di paragone di una relazione affettiva sana, ovviamente senza possibilità di appello o verifica.

Trattasi di un classico dramma da famiglia disfunzionale, in cui ciascuno dei protagonisti, soprattutto quelli uniti da legami di sangue, sono incastrati in dinamiche distruttive o autodistruttive: Johan è un finto mite, ma rivela di tanto in tanto la sua natura manipolatrice, Henrik è un possessivo, con un legame morboso, quasi incestuoso con la figlia, e fortemente conflittuale con il padre, Karin è ingenua e insicura, come è normale per la sua età, e fa fatica a districarsi all’interno di queste dinamiche. Marianne è un’osservatrice quasi neutrale, spesso interlocutrice e confidente dei protagonisti, in particolare Johan e Karin.

Molto d’impatto la scelta di allestimento: il palco è completamente immerso nel buio e luci molto puntuali producono un effetto fortemente fotografico e cinematografico; gli attori si muovono all’interno di una specie di scatola nera la cui faccia anteriore è formata di piani che si aprono, si chiudono e si spostano producendo vere e proprie inquadrature e un effetto di movimento da macchina da presa. Sicuramente bravissimo Gianni Carluccio a immaginare un sistema così semplice e sofisticato al contempo, che certamente è parecchio d’effetto e ben si sposa con l’approccio ormai consolidato delle regie teatrali di Roberto Andò, che tutte strizzano l’occhio al cinema.

Nonostante le interessanti soluzioni di allestimento e di regia e la bravura degli interpreti, personalmente sono comunque uscita dal teatro piuttosto delusa. Nel testo ho sentito fortissimo il sapore di un’opera senile che risente di tutti i limiti che secondo me le caratterizzano: la cupezza, la lentezza, il ripiegamento su sé stessa. Il modo di narrare di Bergman, che già non amo nelle opere più giovanili, qui mi pare che raggiunga vette di algidità e rigidità notevoli, che faccio fatica ad apprezzare, tanto più che ormai il tema della famiglia disfunzionale è onnipresente e non è facile raccontarlo in modi che non risultino già visti e sentiti.

Esco dunque dal teatro pensando che il prossimo anno la mia programmazione teatrale sarà ancora più restrittiva e meticolosa.

Voto: 3/5

mercoledì 6 marzo 2024

Storia di un oblio / regia di Roberto Andò; con Vincenzo Pirrotta. Teatro India, 22 febbraio 2024

Avevamo in calendario questo spettacolo, ma eravamo molto indecise se andare a vederlo. Poi una promozione del Teatro India ci ha convinte ad acquistare i biglietti, e alla fine ne siamo state contente.

Lo spettacolo teatrale è tratto dal romanzo omonimo di Laurent Mauvignier che prende spunto da un fatto di cronaca: la morte di un uomo per mano dei vigilantes di un supermercato a seguito del furto di una lattina di birra. 
Una morte insensata che diventa occasione di riflessione sulla posizione di debolezza di determinate categorie di persone, un po' marginali rispetto alla società, e sullo spropositato esercizio della forza da parte di chi detiene un potere, per quanto piccolo, giustificato dall'ossessione sociale per l'ordine.

Roberto Andò affida questo monologo alla fisicità di Vincenzo Pirrotta, che quando arriviamo a teatro è già sul palco, seduto su una sedia, con le mani sul volto, mentre al centro del palco campeggia un parallelepipedo sul quale c'è un sacco chiuso, come quelli che si vedono negli obitori. Tutto intorno sono disposte delle sedie, su cui prende posto una parte del pubblico, comprese noi, oltre al pubblico normalmente seduto in platea.

Il personaggio di Pirrotta è quello del fratello dell'uomo ammazzato di botte per aver rubato una lattina di birra, ed è dunque il veicolo sia della narrazione su come sono andati i fatti sia dell'impatto emotivo della vicenda, in un crescendo di disperazione che chiama in causa le persone sedute intorno al palco, esseri umani cui si chiede di essere non solo spettatori, ma partecipi.

In questa escalation il momento culminante si raggiunge quando il protagonista tira fuori da una tasca del sacco che copre il cadavere la sua foto, da mostrare a ciascuno degli astanti, e si tratta della famosa foto di Stefano Cucchi, morto a causa del pestaggio in caserma, vicenda che la storia raccontata da Mauvignier e avvenuta in Francia riporta alla mente per il pubblico italiano.

Ma ovviamente di casi simili se ne potrebbero ricordare molti altri, tutti sintomo di una totale sproporzione tra l'azione del presunto colpevole e la reazione dei "tutori dell'ordine", tale da giungere alle estreme conseguenze.

Lo spettacolo di Roberto Andò, nella sua semplicità e grazie all'interpretazione molto sentita di Vincenzo Pirrotta, funziona bene e arriva in tutta la sua portata emotiva.

Non so se aggiunge niente di nuovo a cose che conosciamo e abbiamo già visto, ma è bene non spegnere mai i riflettori su temi come questo che purtroppo continuano ad attraversare e ad inquinare le nostre società.

Voto: 3/5

venerdì 19 gennaio 2024

Clitennestra / regia di Roberto Andò; con Isabella Ragonese. Teatro Argentina, 12 gennaio 2024

Isabella Ragonese è attrice che apprezzo molto e di cui negli ultimi anni sto seguendo la bella carriera teatrale. È per questo che non ho avuto dubbi nell'acquistare il biglietto per Clitennestra all'Argentina, pur non sapendo molto dello spettacolo se non che la regia è di Roberto Andò e più o meno qual è la storia di Clitennestra.

Scopro dunque solo arrivando all'Argentina che lo spettacolo è il risultato dell'adattamento per il teatro di un romanzo dello scrittore irlandese Colm Tóibín, La casa dei nomi, in cui - ispirandosi alle tragedie greche di Eschilo, Sofocle ed Euripide - l'autore rilegge le storie di Clitennestra, Agamennone e dei loro figli Ifigenia, Elettra e Oreste, in una chiave squisitamente umana (in cui gli dei sono praticamente assenti) nell'intento di analizzare temi universali e senza tempo, come il male, la violenza, il dolore, la vendetta. Tóibín - come emerge dal libretto di presentazione dello spettacolo - cerca nel passato e nella tragedia greca risposte alla violenza che attraversa tutta la storia umana, e che si manifesta continuamente attraverso le numerose guerre che infuriano in varie parti del mondo.

Su questa materia già complessa ci mette le mani Andò (che avevo già visto a teatro alle prese con l'adattamento del romanzo Ferito a morte di Raffaele La Capria), e sceglie di collocare questa storia in un'ambientazione senza tempo, che ha tratti che mi sento di definire post-apocalittici (o forse da seconda guerra mondiale).

Come già in Ferito a morte, Andò sceglie di strutturare la scenografia in due piani sovrapposti, in cui ricostruire scene diverse dove a volte si svolgono azioni in contemporanea, ovvero in alcuni casi ad un piano qualcuno racconta qualcosa che vediamo avvenire sull'altro piano.

Visivamente - come già era stato per Ferito a morte - lo spettacolo è molto bello: scenografia, luci, coreografie, suoni. Lamento però una scelta di enfatizzazione che mi risulta alla fine faticosa e soprattutto che non agevola l'empatia con i personaggi.

Tutto negli spettacoli di Andò è un tantino carico, e alla lunga questa cosa risulta stancante.

La Ragonese è brava e, secondo me, sta a un livello decisamente superiore agli altri, numerosi attori che si muovono sulla scena.

Però alla fine, personalmente non sono riuscita a entrare nel mood e a sentire la storia come potenzialmente "mia"; mi è rimasta estranea e, nonostante le numerose scelte registiche a effetto, sono uscita dallo spettacolo senza portarmi dietro molto.

Se tutto questo dipenda dal testo di Tóibín, dalla regia di Andò o dalla recitazione degli attori, o semplicemente da me non saprei dirlo, ma è andata così.

Voto: 2,5/5

venerdì 27 gennaio 2023

Ferito a morte / Raffaele La Capria; regia di Roberto Andò. Teatro Argentina, 12 gennaio 2023

La morte di Raffaele La Capria risale al giugno 2022, quando lo scrittore aveva quasi cento anni e alle spalle una lunghissima carriera nell'ambito della letteratura e della sceneggiatura. Uno dei primi e più significativi momenti della sua carriera è stata la scrittura del romanzo Ferito a morte, per la cui pubblicazione La Capria si rivolse a più riprese all'editore Bompiani, fino a quando Valentino non solo accettò di pubblicare il testo entusiasta ma gli disse di accelerare i tempi per partecipare al Premio Strega di quell'anno, che poi effettivamente La Capria vinse.

È a questo primo grande successo che Roberto Andò ha deciso di tornare con questo lavoro teatrale, affidandosi a Emanuele Trevi per l'adattamento del testo, a una compagnia di attori di grande qualità e alle scene e luci di Gianni Carluccio.

L'allestimento è effettivamente di grande impatto visivo: palco "abitato" - in alcuni passaggi - sia al piano di sotto che al piano di sopra, rappresentanti ambientazioni differenti, stanze e ambienti che si aprono e avanzano dal retro del palco, specchi a terra e sul "soffitto" del palco su cui vengono proiettate delle immagini, in particolare quella dello sciabordio delle onde sulla spiaggia, creando un effetto molto suggestivo. Per non parlare della scena iniziale che crea l'impressione che tutto sia sotto l'acqua.

Sul palco il protagonista del romanzo, Massimo, ormai adulto (Andrea Renzi), che dalla stanza della città dove ora vive ricorda i tempi della giovinezza a Napoli con i suoi amici borghesi e sbruffoni.

Siamo nel dopoguerra, la città è ancora piena di macerie, ma questi giovani pensano a divertirsi e sembrano rifuggire all'idea di diventare adulti e di assumersi le loro responsabilità.

Dopo un mio iniziale tentativo di seguire la narrazione, dopo non molto mi perdo tra i personaggi e le chiacchiere tra di loro e faccio fatica a seguire. Di tanto in tanto vengo catturata da qualche personaggio (gli attori sono tutti bravissimi), o da qualche invenzione scenica, ma non riesco più a riacchiappare il filo del discorso se non nella parte finale. Non riesco nemmeno a capire bene le distanze temporali tra i vari momenti, che per me potrebbero essere abbastanza lontani nel tempo o ravvicinati.

Solo leggendo la trama del romanzo, riesco a posteriori a dare un senso a quello che ho visto.

Non ho letto Ferito a morte e posso dunque ipotizzare che neppure il libro abbia una struttura fortemente narrativa ma punti invece al ritratto sociale di tipo impressionistico. E da questo punto di vista l'impressione visiva che Andò suggerisce, quella di guardare dei pesci che si muovono più o meno disordinatamente in un acquario (ossia in un luogo autoreferenziale) è estremamente precisa ed evocativa. Posso però immaginare quanto difficile sia stato in generale tradurlo in un linguaggio diverso e sicuramente più rigido rispetto alla parola scritta come è il teatro.

Non sono del tutto in grado di dire se la scommessa sia stata vinta oppure no. Io ne sono uscita un pochettino frastornata.

Voto: 3/5

mercoledì 30 novembre 2022

La stranezza

L'ultimo film di Roberto Andò si situa al punto di confluenza tra una vicenda reale e un racconto di fantasia, e in questo punto di incontro riesce a dare vivacità ai dati reali e a rendere credibile la finzione.

La stranezza racconta del viaggio di Luigi Pirandello (interpretato da Toni Servillo) a Girgenti in occasione degli ottant'anni di Giovanni Verga, viaggio che avviene mentre lo scrittore attraversa un blocco creativo relativamente alla scrittura di Sei personaggi in cerca d'autore. E fin qui la storia vera.

Nella finzione del film di Andò, quando arriva nel suo paese natale Pirandello scopre che la sua balia è appena morta e dunque decide di occuparsi dei funerali: conosce così Sebastiano Vella (Valentino Picone) e Onofrio Principato (Salvatore Ficarra), titolari dell'agenzia di pompe funebri locale, ma anche appassionati di teatro, in procinto di mettere in scena il loro ultimo lavoro, con la partecipazione di molti abitanti del paese. È proprio osservando il rispecchiamento e gli intrecci multipli che si realizzano tra il microcosmo umano di Girgenti e la rappresentazione teatrale di Vella e Principato che Pirandello troverà una chiave di scrittura dell'opera che sta intessendo e che porterà in scena a Roma al Teatro Valle il 9 maggio del 1921.

Il film di Andò è una ricostruzione attenta e raffinata - a tratti persino calligrafica - della Girgenti dell'epoca. Gli attori sono tutti ben diretti, con un Servillo controllatissimo e Ficarra e Picone azzeccatissimi nel ruolo a loro assegnato, che oscilla tra il malinconico e il grottesco (e che a me personalmente ha ricordato alcune interpretazioni di Franco e Ciccio).

Il risultato è un film certamente ben fatto e gradevole alla visione, sebbene a me personalmente non abbia comunicato moltissimo, foss'anche solo a livello emotivo, se non vogliamo scomodare il piano intellettuale.

Alla maggior parte delle persone che conosco è piaciuto, quindi non so se a me è sfuggito qualcosa oppure semplicemente si tratta di un tipo di film che mi lascia tendenzialmente indifferente, perché alla fine dei conti lo percepisco talmente attento al piano formale da risultare artefatto e forse inutilmente concettuale.

Voto: 3/5



mercoledì 26 gennaio 2022

Piazza degli eroi. Teatro Argentina, 13 gennaio 2022

Piazza degli eroi è l’ultimo testo teatrale scritto da Thomas Bernhard nel 1988, non molto tempo prima della sua morte avvenuta nel febbraio 1989. È considerato il testamento politico dell’autore ed è caratterizzato da una feroce ed esplicita critica nei confronti della classe politica austriaca che, a distanza di 50 anni dal discorso di Hitler in piazza degli Eroi con l’annuncio dell’Anschluss, ossia l’annessione dell’Austria alla Germania nazista, non aveva saputo prendere le distanze secondo l’autore dal passato nazista.

Ma Piazza degli eroi non è soltanto una requisitoria politica, bensì anche una storia intima, quella del professor Schuster, un intellettuale ebreo, tornato a Vienna dopo aver vissuto e insegnato in Inghilterra. Il dramma inizia dopo che il professor Schuster è morto suicida, gettandosi dalla finestra, ed è interamente incentrato sui dialoghi e sulle riflessioni in merito alla sua morte di tutti coloro che ruotavano intorno alla sua vita: la governante, signora Zittel (Imma Villa), il fratello filosofo Robert (Renato Carpentieri), le figlie (Silvia Ajelli e Francesca Cutolo), la vedova (Betti Pedrazzi, da poco vista in È stata la mano di dio).

Ciascuno di loro si interroga sui motivi del gesto del professore, finendo inevitabilmente per fare riferimento alla situazione politica dell’Austria, al dilagare del revanscismo nazista e dell’antisemitismo. Però il suicidio del professore non è solo una risposta a una situazione esterna, bensì anche una scelta individuale legata a un’età in cui si tende ad avere nostalgia del passato e si fa sempre più fatica a proiettarsi nel futuro.

Quella di Bernhard è dunque certamente una requisitoria politica - che non a caso fece molto scandalo nella Vienna dell’epoca e che spinse il drammaturgo a lasciare scritto nel proprio testamento che le sue opere non sarebbero più state rappresentate in territorio austriaco – ma è anche una commossa riflessione sulla vecchiaia in quanto età della vita non sufficientemente approfondita e sulla morte come scelta consapevole.

L’opera, mai rappresentata in Italia, viene portata in scena da Roberto Andò, con l’intento di farla conoscere al pubblico italiano in un momento in cui le derive populiste e sovraniste (termini forse un po’ impropriamente utilizzati nella traduzione) sono sempre più presenti anche nel nostro paese, e non solo, e dunque è necessario tornare a fare i conti con il passato.

I riferimenti al presente certamente non passeranno inosservati e inascoltati, ma in realtà l’operazione compiuta da Roberto Andò (e favorita dalla traduzione e adattamento di Roberto Menin) va al di là di questa lettura contemporanea (che risulta tutto sommato un po’ riduttiva e didascalica) per offrirci invece un grande spettacolo teatrale, fatto di una messa in scena molto suggestiva (molto bella la scenografia sia degli interni che degli esterni, con gli alberi appesi e le foglie che cadono incessantemente) e di grandi attori (tra tutti Renato Carpentieri che riesce a rendere credibile un personaggio di un nichilismo e di un pessimismo estremi). Molto toccante la figura del pianista invisibile, che abita il palco insieme ai protagonisti e ne suona la colonna sonora senza essere visto, ma partecipando con il suo volto e senza dire una parola ai vari momenti del dramma.

Due ore e mezza di teatro senza intervallo, se non i brevi pezzi suonati dal pianista fantasma mentre ci sono i cambi di scena, non sono uno scherzo. Io ho sofferto la prima mezz’ora, poi dall’entrata sul palcoscenico di Renato Carpentieri, anche grazie alla sua bravura, sono entrata in sintonia con questo testo così cupo, eppure così sincero nel guardare in faccia il nulla oltre la morte, e ne sono stata definitivamente conquistata.

Voto: 3,5/5

venerdì 17 gennaio 2020

Ditegli sempre di sì / di Eduardo De Filippo. Teatro Ambra Jovinelli, 11 gennaio 2020

Non sono un’appassionata delle commedie di Eduardo e generalmente non le prendo in considerazione nella mia programmazione teatrale. In questo caso, approfittando di una promozione del Black Friday, accolgo l’invito di F. e decido di fare un tentativo, anche attirata dalla regia di Roberto Andò.

Lo spettacolo si articola in due tempi. Il primo si svolge a casa di Teresa (Carolina Rosi), la quale vive con la governante dopo essere rimasta vedova. In una stanza della casa vive anche il giovane Luigino, cui la donna ha affittato la stanza del fratello Michele (Gianfelice Imparato) che da un anno è in manicomio. La commedia prende le mosse dalla visita del dottore che annuncia che Michele è guarito e dunque sta per tornare a casa. Teresa, fiduciosa del fatto che suo fratello possa riprendere una vita normale, decide di non dire la verità a nessuno, ma ben presto risulta chiaro che la guarigione di Michele è solo apparente.

Michele infatti prende alla lettera tutto quello che gli viene detto e così crea una serie di equivoci, via via più imbarazzanti per le persone coinvolte ed esilaranti per il pubblico.

Il secondo tempo si svolge nella casa dell’amico Vincenzo Gallucci, dove si svolge un pranzo per il suo compleanno cui partecipano la moglie, don Giovanni (il padrone di casa di Teresa), la figlia di quest’ultimo, Olga, e Luigino, che è innamorato di Olga e vorrebbe dichiararsi.

Le situazioni paradossali si inanellano l’una all’altra, favorite dal fatto che anche i personaggi considerati sani sono in realtà portatori di “follie” forse meno eclatanti, ma certamente destabilizzanti per Michele. Il tutto fino al limitare della tragedia e all’arrivo di Teresa che svela la malattia di Michele e ricompone lo scenario.

Nel complesso lo spettacolo è decisamente gradevole, di quella gradevolezza che non è solo intrattenimento, ma anche – seppure in forma leggera – occasione di riflessione. La regia è asciutta e la scena iniziale con tutti i personaggi immobili, mentre Michele si vede camminare attraverso le porte aperte sulla scenografia di fondo con il sottofondo dell'ouverture della Forza del destino di Verdi e le luci che illuminano i volti di ognuno lasciando la scena al buio, vale l’intero spettacolo ed è la vera chicca della regia di Andò.

Non posso dire di essere stata conquistata dal teatro di Eduardo, ma sono contenta di essermene riavvicinata in maniera abbastanza positiva.

Voto: 3/5

lunedì 28 gennaio 2019

Bella figura. Teatro Ambra Jovinelli, 24 gennaio 2019

L'altro giorno con la mia amica F. si rifletteva sul fatto che questa stagione teatrale romana stenta ancora a decollare. Vero è che ancora siamo relativamente all'inizio, però ho come la sensazione che, a questa data, l'anno scorso avessimo già visto cose molto interessanti.

Dunque, piene di buone intenzioni e di aspettative, andiamo a vedere Bella figura, lo spettacolo tratto da un testo teatrale di Yasmina Reza, in scena al Teatro Ambra Jovinelli, che secondo noi quest'anno ha il cartellone più promettente.

A me la Reza piace: avevo visto a suo tempo sia a teatro e poi al cinema il suo maggiore successo, Carnage, e recentemente ho letto e apprezzato parecchio il suo ultimo libro, Babilonia.

In Bella figura al centro dell'intreccio - come in Carnage - ci sono due coppie: da un lato Andrea (Anna Foglietta) e Boris (David Sebasti), dall'altro Françoise (Lucia Mascino) ed Eric (Paolo Calabresi). C'è poi il personaggio di Yvonne (Simona Marchini), la madre di Eric, che è motore dell'incontro tra le due coppie e rappresenta il contrappunto svampito, ironico e a volte incredibilmente saggio dei discorsi degli altri protagonisti.

Andrea e Boris sono amanti: la prima è madre single di una bambina di nove anni, il secondo è sposato con Patricia ed è in gravi difficoltà economiche. Una sera sono nel parcheggio di un ristorante di lusso e litigano perché Boris ha fatto una gaffe dicendo che il ristorante è stato consigliato da sua moglie. Mentre vanno via investono, senza conseguenze, Yvonne, che figlio e nuora stanno portando al ristorante per il suo compleanno.

Qui iniziano gli imbarazzi perché Françoise è amica di Patricia e, considerato l'atteggiamento disinibito e seduttivo di Andrea, comprende immediatamente che tipo di rapporto c'è con Boris.

Inizialmente sembra che tutte le attenzioni siano focalizzate su Andrea, un personaggio doloroso e sopra le righe, ma a poco a poco - come spesso accade nei drammi della Reza - ognuno dei protagonisti porta alla luce i suoi lati oscuri e i nodi irrisolti, in un crescendo di tensione non solo drammatica, bensì anche comica, sebbene sempre all'interno di una cornice di amarezza.

La scenografia divide lo spazio del palco in verticale: al piano di sotto siamo, a seconda dei casi, nel parcheggio o nel bar del ristorante, al piano di sopra da un lato c'è la sala del ristorante e dall'altro il bagno, dove a turno tutti si rifugiano per rimanere soli con i propri pensieri e le proprie ossessioni, e sfuggire alla "persecuzione" altrui.

Alla fine, resta la sensazione di trovarsi di fronte a una situazione in cui tutti sono sull'orlo di una crisi di nervi, forse anche accentuata dalla recitazione degli attori che è tendenzialmente sopra le righe, nonché quella che la Reza scriva un po' sempre lo stesso testo, sebbene declinato in modi diversi e soffermandosi su tipi diversi di idiosincrasie umane.

Anche la regia dello spettacolo, di Roberto Andò, non ci risulta del tutto fluida, ma forse ormai la perplessità che è andata montando nel corso della visione ha finito per prendere il sopravvento.

Voto: 2,5/5

lunedì 11 marzo 2013

Viva la libertà


Non so se sarebbe cambiato qualcosa andando a vedere il film di Roberto Andò prima delle elezioni della fine di febbraio. Certamente avrei guardato con molta meno amarezza e disillusione quello che mi scorreva dinanzi agli occhi.

In Viva la libertà la cui sceneggiatura è tratta dal libro Il trono vuoto dello stesso Andò si racconta la vicenda di Enrico Olivieri (Toni Servillo), il segretario di un grande partito che di fronte alla crisi della propria leadership decide di fuggire in Francia, andando a casa di una sua ex innamorata (Valeria Bruni Tedeschi), ora sposata con un regista giapponese e madre di una bella bambina.

È così che il suo collaboratore Andrea Bottini (Valerio Mastandrea) ricorre all’ultima possibilità, ingaggiare il fratello gemello di Enrico, Giovanni, che è da poco uscito da un ospedale psichiatrico, affinché interpreti il ruolo del fuggitivo.

Giovanni però non si limiterà a imitare, bensì porterà nella politica quella ventata di libertà, di incoscienza e di passione che solo lui può permettersi, ma che in fondo tutti aspettano da tempo. E questo sarà la chiave del successo.

Parallelamente Enrico dovrà fare un viaggio dentro se stesso, quello che era e che non è più, quello che avrebbe voluto essere e che ha abbandonato per strada, prima di poter tornare ai suoi doveri politici e familiari.

In fondo Enrico e Giovanni sono due facce della stessa medaglia e sono la perfetta metafora della politica tout court (non di una parte politica), quella politica che ha smarrito le sue motivazioni originarie, che si è aggrovigliata nei gangli degli equilibri e delle strategie, che non è più capace di ironia su se stessa, né di quella piccola quota di incoscienza che la renda umana e vicina ai cittadini.

Il film – nonostante qualche errata apparenza che emerge dal trailer – si concentra molto sui personaggi di Enrico e di Giovanni, per mostrare che la loro diversità è solo lo smarrimento delle radici e che le loro due anime convivono da sempre e devono continuare a farlo.

Toni Servillo è bravissimo nel doppio ruolo; il film scalda il cuore nel suggerirci che la politica può essere capace di ritrovare il senso profondo di se stessa. Resta però agli occhi di noi cittadini disillusi e amareggiati la sensazione di aver visto quello che ci piace desiderare e credere, e che purtroppo è molto lontano dalla realtà. Perché forse non basta una politica che creda veramente in quello che dice ma anche una società civile che sappia ascoltare e comprendere e farsi partecipe di questi contenuti.

Mi sa che non siamo ancora pronti. E chissà se lo saremo mai.

Voto: 3/5

sabato 9 gennaio 2010

Il dio della carneficina

È in programmazione fino al 10 gennaio al Teatro Eliseo di Roma l'opera teatrale Il dio della carneficina, dell'autrice francese di origine iraniana Yasmine Reza.

La pièce ha avuto uno straordinario successo in Francia ed è stata rappresentata in numerosi altri paesi europei, coinvolgendo grandi attori, da Isabelle Huppert a Ralph Fiennes.
Anche a Roma, dove questa è la seconda stagione teatrale in cui l'opera viene portata in scena, il cast è di tutto rispetto: Silvio Orlando, Anna Bonaiuto, Alessio Boni e Michela Cescon, per la regia di Roberto Andò.

Siamo in un interno borghese dove due coppie si incontrano per discutere come gestire le conseguenze di un violento litigio tra il figlio dell'una e quello dell'altra. Tutto comincia su toni molto moderati e formali, ma - man mano che il confronto va avanti -, complice un malore e un po' di rum, il dialogo diventa acceso non solo mettendo in contrapposizione le due coppie, ma anche marito e moglie all'interno di ciascuna coppia. Le ipocrisie borghesi vengono messe a nudo e derise, la presunta civiltà occidentale ne esce a pezzettini, la famiglia rivela il suo vero volto... Ossessioni, paranoie e schizofrenie sembrano essere la cifra dominante delle persone in una società che evidentemente non ci dà la possibilità di entrare davvero in contatto con noi stessi.
Eppure, nonostante tutto questo, si ride, riconquistando quella leggerezza che i protagonisti ammettono di aver definitivamente perso.

Gli attori sono tutti bravissimi. Poco da dire su Silvio Orlando, che incarna alla perfezione il suo personaggio crudelmente dimesso, ed è in grado di conferirgli - non solo attraverso le parole - uno spessore e un colore straordinari.
Vorrei spendere qualche parola in particolare per Michela Cescon, già apprezzata attrice per Garrone in Primo amore e per Bellocchio in Vincere, che dimostra la sua versatilità nell'interpretare un ruolo tra il comico e il melodrammatico, facendoci alla fine risultare addirittura simpatico il suo personaggio.

Certo, mi colpisce sempre del teatro quel ritmo narrativo un po' sincopato, quell'unità di tempo e luogo cui il cinema e la televisione ci hanno disabituati. Ma forse il teatro, proprio per questo suo collocarsi volontariamente sopra le righe senza voler necessariamente scimmiottare la realtà, ci restituisce un'immagine più vera di quello che siamo nella nostra essenza.

Voto: 3,5/5