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martedì 2 giugno 2026

Los de ahí / Claudio Tolcachir. Teatro India, 24 maggio 2026

In chiusura della stagione teatrale 2025-2026 vado a vedere per la prima volta a teatro (in realtà lo avevo già incrociato in una regia di Anna Cappelli) un lavoro di Claudio Tolcachir, il regista e drammaturgo argentino trapiantato a Madrid che ha strette relazioni anche con il teatro italiano.

All’India sono infatti in programmazione due suoi lavori; io per questioni di incastri vari riesco a vedere solo questo, Los de ahí (Quelli di qui), che racconta di quell’umanità ai margini che spesso risulta per noi quasi invisibile.

Lo spettacolo è recitato in spagnolo, con diversi accenti, e sovratitolato in italiano e, come ormai mi accade normalmente al cinema, nonostante la piccola fatica di dover leggere i sovratitoli, considero la recitazione in lingua originale un valore aggiunto imprescindibile.

I protagonisti sono inizialmente tre: Nuno, Munir e Dani, tre immigrati – provenienti da chissà dove – che vivono in un paese probabilmente del nord Europa, dove sbarcano il lunario stando appostati vicino a una macchinetta che di tanto in tanto segnala delle consegne da fare, recapita il pacco e fornisce, tramite cellulare, le istruzioni per la consegna che loro effettueranno in bicicletta sfidando i pericoli della strada.

Nuno ha una compagna e una figlia piccola, Lumi, e per questo ha bisogno di soldi: la sua compagna, Mirja, una donna del posto che ha conosciuto durante un viaggio e che poi è rimasta incinta, parla una lingua che lui fa fatica a capire, e quando a un certo punto compare nel luogo dove si riuniscono – e si nascondono – Nuno, Munir e Dani, con la sua lingua sconosciuta e i suoi comportamenti incomprensibili porta ulteriori elementi di angoscia.

Un altro personaggio femminile che si inserisce presto nella narrazione è quello di Susan, la compagna di Dani, che ha lasciato marito e figli per stare con lui, e che ora insieme a lui vive alla giornata, ed è sempre più preoccupata delle condizioni di salute di Dani, che sembrano peggiorare rapidamente.

Infine, c’è Eduardo, o meglio il suo fantasma, visto che di lui è rimasta solo la bicicletta, ma se ne sono perse le tracce da tempo, finito chissà dove o forse morto.

È un’umanità piena di vita quella che si muove dove nessuno la vede e che cerca di sopravvivere nonostante tutto, e che riesce a sperimentare forme di solidarietà e momenti di gioia e scherzo anche se tutto intorno è squallore e le prospettive future sono molto fosche, soprattutto quando la macchinetta dei pacchi comincia a non funzionare e nella notte viene portata via.

Che fine faranno queste persone invisibili? Come riusciranno a sopravvivere senza nemmeno questa attività?

Nonostante il clima quasi scanzonato che caratterizza le relazioni tra questi personaggi, una sotterranea angoscia attraversa tutta la narrazione, fin dai primi istanti, e aumenta man mano che si va avanti, in un crescendo che attanaglia lo spettatore fino allo spegnimento delle luci.

Bravi gli attori Nourdin Batán (Munir), Fer Fraga (Nuno), Malena Gutiérrez (Susan) – che ricordavo da Dieci capodanni di Sorogoyen -, Nuria Herrero (Mirja) e Gerardo Otero (Dani).

Voto: 3,5/5

lunedì 31 marzo 2025

Le cinque rose di Jennifer / di Annibale Ruccello; regia di Geppy Gleijeses. Teatro India, 5 marzo 2025

A distanza di poco meno di due anni da quando avevo potuto vedere per la prima volta a teatro Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello, messo in scena al Teatro Vascello da Gabriele Russo e interpretato da Daniele Russo, ho la possibilità di assistere a una seconda messa in scena al Teatro India.

In questo caso la regia è di Geppy Gleijeses, che ne è anche interprete insieme al figlio Lorenzo Gleijeses che interpreta il ruolo minore ma cruciale della vicina di casa Anna.

In generale, pur nella fedeltà di entrambi gli spettacoli al potentissimo testo di Ruccello, mi sembra che la messa in scena di Gleijeses sia più tradizionale, sia sul piano della scenografia che su quello drammaturgico.

Se lo spettacolo di Russo giocava sullo sdoppiamento della protagonista con la figura “esplicita” in primo piano e quella fatta di pensieri consci e inconsci in secondo piano, e utilizzava anche la colonna sonora sia sul piano diegetico che extradiegetico, nello spettacolo di Gleijeses tutto è più lineare, ma non per questo meno efficace.

La Jennifer di Geppy Gleijeses viene in un certo senso normalizzata: una donna che cucina, si trucca, ascolta la radio, risponde al telefono e attende prima la telefonata e poi l’arrivo del suo uomo, Franco, e che oltre a questo presente ha anche un passato di matrimonio e figli da raccontare.

Dietro questa presunta normalità niente è però quello che sembra: Jennifer è un travestito e vive in un quartiere di Napoli abitato da travestiti, dove le linee telefoniche funzionano male e la radio continua a dare notizia di omicidi degli abitanti ad opera di un fantomatico serial killer; Franco è un uomo conosciuto una sera in discoteca, diversi mesi prima, che aveva detto che si sarebbe fatto risentire ma non ha mai chiamato; il passato raccontato da Jennifer evidentemente è un’invenzione e chissà da quale storia personale la protagonista arriva realmente.

Quella che comincia come una commedia leggera e grottesca, a tratti esilarante, si fa sempre più malinconica, dolente e infine tragica, man mano che la verità si rivela e la solitudine della protagonista esplode in direzioni inattese.

La Jennifer di Geppy Gleijeses è a sua volta estremamente naturalistica nel rappresentare una veracità da basso napoletano, ma risulta altrettanto efficace nella virata dolente e tragica, comunicando attraverso viso e corpo quel senso di frustrazione, sconfitta, assenza di prospettive che il suo personaggio – come molti altri personaggi di Ruccello – riassume in sé.

Il lungo applauso finale di un pubblico davvero numeroso conferma il successo di questa messa in scena nonché ancora una volta – se ce ne fosse stato bisogno – la grandezza intramontabile dei testi di Ruccello.

Ed è a lui “che ci guarda da lassù” che – a mio modo di vedere – Gleijeses rivolge lo sguardo e il gesto delle mani al termine dello spettacolo mentre si prende i meritati applausi, perché il teatro napoletano di oggi, che affonda le radici proprio in quegli anni, ha un grosso debito nei confronti di questo ragazzo dal grande talento, ma dal destino tragico come i suoi personaggi.

Voto: 3,5/5

mercoledì 5 marzo 2025

La morte a Venezia / di Liv Ferracchiati. Teatro India, 8 febbraio 2025

Seguo Liv Ferracchiati ormai da diversi anni, da quando ho scoperto il suo teatro con la Trilogia sull’identità.

Ogni volta che decido di andare a vedere un suo spettacolo, so dunque cosa mi aspetta: una scenografia minimale, pochi personaggi in scena, un flusso di coscienza destrutturato, una parte di nonsense, e tutto questo va accolto esattamente così com’è per poter essere apprezzato.

Con La morte a Venezia Liv Ferracchiati si confronta con il capolavoro di Thomas Mann, ma lo fa alla sua maniera, in assoluta libertà, come se il testo di partenza fosse un pretesto o – forse meglio – uno spunto per trattare tematiche care, tra cui la bellezza, l’ispirazione artistica, l’invecchiamento.

L’aspetto però più interessante di questo nuovo spettacolo è la sua forma. Sul palco ci sono dei teli sospesi, uno dietro l’altro, leggermente sfalsati. Davanti una telecamera che inquadra un cesto pieno di fragole. Dopo la proiezione di una frase di Iosif Brodskij tratta da Fondamenta degli incurabili che ha la città di Venezia e la sua bellezza come protagoniste (e un’altra frase dallo stesso libro chiuderà lo spettacolo), sul telo vediamo proiettato il cesto di fragole e una voce fuori campo (quella di Liv) comincia a parlare, mentre Liv a un certo punto compare sul palco, ma non parla direttamente, mentre sentiamo la sua voce come fossero i suoi pensieri.

Intanto Liv prende il controllo della videocamera e comincia a inquadrare il mondo intorno a sé, che è poi il teatro e il pubblico, e vediamo tutto questo sul telo sospeso. A un certo punto, nella carrellata sul pubblico, una persona diventa oggetto di attenzione specifica, e questa giovane donna (Alice Raffaelli) scende verso il palco e comincia a interagire con Liv, a danzare, a usare lei stessa la telecamera, a parlare.

Liv Ferracchiati ha sempre amato un teatro che si fa contaminazione di linguaggi (video, danza, parola), ma in questo caso mi pare che tale scelta performativa raggiunga il suo apice, con risultati davvero molto interessanti.

Lo sguardo dello spettatore si sposta continuamente tra quello che vede accadere sul palco e quello che vede sullo schermo, che non è mai esattamente la stessa cosa e in alcuni casi è addirittura una completa reinterpretazione della “realtà”. La messa in scena costringe dunque a cambiare continuamente punto di vista, e a interrogarsi su quanto le percezioni alterino i significati nel momento in cui si frappone una macchina fotografica o una videocamera tra noi e la realtà.

Il risultato visivo sia sul piano emotivo che intellettuale è molto interessante. E di per sé basterebbe, anzi forse sarebbe bastato.

Personalmente sono le parole la parte che ho trovato meno riuscita e più forzata di questo spettacolo, e sinceramente se devo pensare a cosa mi rimarrà di esso non saranno sicuramente le parole (se non pochissime suggestioni), bensì l’impressione visiva e la bellezza di alcuni mix tra coreografie e immagine proiettata.

Voto: 3/5

mercoledì 12 febbraio 2025

Anna Cappelli / di Annibale Ruccello; con Valentina Picello. Teatro India, 26 gennaio 2025

Dopo aver inseguito a lungo la possibilità di vedere quest’opera (l’ultima) di Ruccello a teatro, mi capita addirittura di vederla due volte in meno di un anno.

Dopo aver assistito alla messa in scena diretta da Renato Chiocca al Cometa Off e interpretata da Giada Prandi, eccomi stavolta al Teatro India dove Anna Cappelli è interpretata da Valentina Picello con la regia di Claudio Tolcachir.

Su questo ultimo testo depositato in SIAE da Annibale Ruccello prima della sua prematura scomparsa non dirò quasi nulla: per la storia, il modo in cui è organizzata e i temi trattati rimando alla mia precedente riflessione.

Mi soffermerò invece sulle differenze della messa in scena e della recitazione.

In questo caso il palcoscenico è completamente ricoperto da una specie di strato di terra in cui affondano alcuni oggetti d’arredo ed elettrodomestici: una lavatrice, un frigorifero coricato, uno specchio, una poltrona, una cyclette, un lampadario. Tutto ha un aspetto consunto e deteriorato.

In questo ambiente troviamo – fin dal momento dell’ingresso in sala – Anna (l’attrice Valentina Picello), che a sua volta ha un aspetto fortemente trasandato, vestiti malmessi e capelli arruffati. Altri abiti sono disseminati qua e là sulla scena, e saranno utilizzati dall’attrice nel corso della rappresentazione.

Nelle diverse scene che compongono lo spettacolo l’attrice si muove in questo spazio gravitando ora sull’uno ora sull’altro degli oggetti in scena, e si spoglia e si riveste utilizzando gli abiti presenti sul palcoscenico. Un parziale abbassamento delle luci segna la fine di una scena e l’inizio di un’altra.

Di tanto in tanto una canzone irrompe nel monologo, e la protagonista balla o canta su questa musica, ai cui estremi si collocano Raffaella Carrà e il canto religioso Tu sei la mia vita.

Come già avevo avuto modo di far notare dopo lo spettacolo al Cometa OFF, Anna Cappelli è un testo che si presta a molte diverse interpretazioni e coloriture, a seconda delle scelte del regista e dell’interprete, e grazie anche alla stratificazione dei suoi contenuti.

Se Giada Prandi aveva scelto di rendere il personaggio di Anna un po’ naif, Valentina Picello sceglie una versione di Anna più sanguigna ai limiti dell’isterico, e tutta la rappresentazione acquista una venatura grottesca che pure è presente nel testo di Ruccello e che qui viene scelta come principale linea interpretativa.

Non ho mai letto l’originale dell’opera, ma da un confronto a distanza temporale così ravvicinata tra le due rappresentazioni ho anche avuto la sensazione che questa versione sia più libera – forse anche un pochino più moderna - nel testo recitato rispetto a quella, probabilmente più fedele, della Prandi.

Resta l’occasione per ogni attrice che interpreta Anna Cappelli di calarsi in modo se vogliamo personale dentro gli stati d’animo di questa donna, per farne un personaggio più sfortunato o più tragico, più ingenuo o più folle, più grottesco o più inquietante, o forse tutte queste cose insieme. E questo grazie al genio di Ruccello.

Voto: 4/5

mercoledì 6 marzo 2024

Storia di un oblio / regia di Roberto Andò; con Vincenzo Pirrotta. Teatro India, 22 febbraio 2024

Avevamo in calendario questo spettacolo, ma eravamo molto indecise se andare a vederlo. Poi una promozione del Teatro India ci ha convinte ad acquistare i biglietti, e alla fine ne siamo state contente.

Lo spettacolo teatrale è tratto dal romanzo omonimo di Laurent Mauvignier che prende spunto da un fatto di cronaca: la morte di un uomo per mano dei vigilantes di un supermercato a seguito del furto di una lattina di birra. 
Una morte insensata che diventa occasione di riflessione sulla posizione di debolezza di determinate categorie di persone, un po' marginali rispetto alla società, e sullo spropositato esercizio della forza da parte di chi detiene un potere, per quanto piccolo, giustificato dall'ossessione sociale per l'ordine.

Roberto Andò affida questo monologo alla fisicità di Vincenzo Pirrotta, che quando arriviamo a teatro è già sul palco, seduto su una sedia, con le mani sul volto, mentre al centro del palco campeggia un parallelepipedo sul quale c'è un sacco chiuso, come quelli che si vedono negli obitori. Tutto intorno sono disposte delle sedie, su cui prende posto una parte del pubblico, comprese noi, oltre al pubblico normalmente seduto in platea.

Il personaggio di Pirrotta è quello del fratello dell'uomo ammazzato di botte per aver rubato una lattina di birra, ed è dunque il veicolo sia della narrazione su come sono andati i fatti sia dell'impatto emotivo della vicenda, in un crescendo di disperazione che chiama in causa le persone sedute intorno al palco, esseri umani cui si chiede di essere non solo spettatori, ma partecipi.

In questa escalation il momento culminante si raggiunge quando il protagonista tira fuori da una tasca del sacco che copre il cadavere la sua foto, da mostrare a ciascuno degli astanti, e si tratta della famosa foto di Stefano Cucchi, morto a causa del pestaggio in caserma, vicenda che la storia raccontata da Mauvignier e avvenuta in Francia riporta alla mente per il pubblico italiano.

Ma ovviamente di casi simili se ne potrebbero ricordare molti altri, tutti sintomo di una totale sproporzione tra l'azione del presunto colpevole e la reazione dei "tutori dell'ordine", tale da giungere alle estreme conseguenze.

Lo spettacolo di Roberto Andò, nella sua semplicità e grazie all'interpretazione molto sentita di Vincenzo Pirrotta, funziona bene e arriva in tutta la sua portata emotiva.

Non so se aggiunge niente di nuovo a cose che conosciamo e abbiamo già visto, ma è bene non spegnere mai i riflettori su temi come questo che purtroppo continuano ad attraversare e ad inquinare le nostre società.

Voto: 3/5

lunedì 8 gennaio 2024

Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta / con Valerio Aprea. Teatro India, 15 dicembre 2023

Valerio Aprea, più volte attore per Mattia Torre e da me attenzionato proprio per questo, mi piace molto e ormai da parecchio tempo.

Di Sandro Bonvissuto, invece, non ne conoscevo l'esistenza fino a un po' di mesi fa, quando la mia amica e collega L. mi ha regalato il libro La gioia fa parecchio rumore. E lì ho scoperto questo cameriere/scrittore che incarna in qualche modo la parte migliore della romanità. Il romanzo, che racconta il coming of age di un ragazzino che cresce in una famiglia di romanisti sfegatati, è un condensato di romanità, ma - come dicevo - quella buona, che fa sorridere ma anche riflettere.

Quando ho visto che nell'ambito del festival Flautissimo era previsto lo spettacolo Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, tratto appunto da un racconto di Sandro Bonvissuto e interpretato da Valerio Aprea non me lo sono fatto sfuggire.

Si tratta sostanzialmente di un reading in cui tutto è affidato alla bontà del testo di Bonvissuto e alla qualità della recitazione di Aprea.

È il racconto di alcuni giorni di un'estate di molti anni prima, quella in cui il narratore era ancora bambino ed era uno dei pochi del gruppetto di ragazzini con cui giocava a non saper ancora andare in bicicletta. Nelle parole di Bonvissuto si respira l'aria di quei giorni, si visualizzano le situazioni come guardando un film, e si percepiscono chiaramente sentimenti, pensieri e sensazioni che attraversano il protagonista.

Questa seconda esperienza con un testo di Bonvissuto mi conferma la capacità dello scrittore di restituire in particolare il vissuto dell'infanzia, rendendo vividi stati d'animo che per tutti noi sono ormai lontani nel tempo.

A questa dote specifica dell'autore si unisce, amplificando il risultato, la recitazione di Valerio Aprea, che con la voce e i gesti conferisce alle parole una tridimensionalità tale da rendere ancora più forte la sensazione di stare osservando la scena, e non solo di ascoltarla.

L'esperienza è nel complesso molto interessante e apprezzabile, in un panorama in cui per gente come me che vede tantissimo a teatro è sempre più difficile uscire dalla sala davvero soddisfatti.

Voto: 3,5/5

venerdì 16 giugno 2023

Darwin inconsolabile (un pezzo per anime in pena) / di Lucia Calamaro. Teatro India, 25 maggio 2023

Avevo adocchiato questo spettacolo già lo scorso anno, ma io e F. non eravamo riuscite a incastrarlo nella precedente stagione teatrale, cosicché quest'anno non ce lo siamo lasciate sfuggire.

Abbiamo imparato negli ultimi anni ad apprezzare il teatro di Lucia Calamaro, e Darwin inconsolabile rappresenta un tassello imperdibile della sua produzione.

Dopo lo spettacolo Da lontano, che racconta il rapporto di una figlia con una madre che non c'è più, con questo spettacolo torniamo in un certo senso indietro nel tempo, a osservare "da vicino" i rapporti all'interno di una famiglia composta da una madre anziana e da tre figli adulti, due donne (Simona Senzacqua e Gioia Salvatori) e un uomo (Riccardo Goretti).

La madre (una eccezionale e adorabile Maria Grazia Sughi, la cui svagatezza non si sa quanto attribuire al suo essere artista e quanto all'età avanzata) è una performer in là con gli anni che annuncia ai figli l'imminenza della sua morte per osservarne la reazione.

Questo innesca una serie di dinamiche più o meno scomposte, che esaltano, nel bene e nel male, le caratteristiche di ciascuno: Simona, la più grande, madre di famiglia e ostetrica, è quella che cerca di mantenere la maggiore distanza emotiva dalle provocazioni della madre, ma il suo rapporto irrisolto con l'ambientalismo e il suo suonare malamente la tromba ne dimostrano l'ingenuità da un lato e la difficoltà di accettare un ruolo; Riccardo è un maestro frustrato che avrebbe voluto essere un vero intellettuale e si barcamena con fatica tra le emotività difformi delle sue sorelle, risultandone in parte schiacciato; nel caso di Gioia l'annuncio da parte della madre della sua morte la manda in frantumi, dimostrandone la fragilità emotiva, e al contempo la costringe al passaggio definitivo all'età adulta.

Come sempre accade nel teatro di Lucia Calamaro, la drammaturgia è ricca di riferimenti filosofici, sociologici e di altro genere, introdotti nel discorso con grande nonchalance e mescolati a un registro brillante e a tratti comico, con cui riescono a integrarsi perfettamente.

Ed effettivamente il maggiore o minore successo dei testi della Calamaro dipende secondo me proprio dall'equilibrio che, in scrittura, la drammaturga riesce a realizzare tra la componente brillante e divertente e quella colta e ricca di spunti di riflessione. In questo caso l'equilibrio funziona abbastanza bene per tutto lo spettacolo, con qualche pesantezza di troppo forse in fase centrale e nelle conclusioni, ed è ulteriormente valorizzato dalla capacità degli attori (tutti molto bravi) nel mantenersi a loro volta perennemente in equilibrio tra gravitas e leggerezza, fino a sfiorare in alcuni momenti il sopra le righe.

Ne viene fuori il ritratto di una famiglia con dinamiche - al di là delle specificità - in cui tutti possiamo riconoscerci, ma anche quello di una società e di un'epoca in cui la dimensione individuale e quella collettiva fanno fatica a trovare una sintesi. Se un difetto personalmente devo trovare nello spettacolo è il proliferare di temi e contenuti messi sul piatto, che a tratti risulta soverchiante e forse un po' eccessivo.

Nel complesso lo spettacolo risulta però gradevole e stimolante al contempo, cosa che di per sé non è affatto scontata e ne dimostra le qualità.

Voto: 3,5/5

martedì 23 maggio 2023

Uno spettacolo di fantascienza. Quante ne sanno i trichechi / Liv Ferracchiati. Teatro India, 19 aprile 2023

Era un po' che non vedevo in cartellone uno spettacolo di Liv Ferracchiati (complice sicuramente la pandemia) così sono stata molto contenta di ritrovarlo nella programmazione del Teatro India di quest'anno.

Avevo conosciuto Liv Ferracchiati nel 2019 con la Trilogia dell'identità e ne ero stata conquistata, per questo ho continuato a seguirlo nel suo percorso teatrale fino ad arrivare a quest'ultimo lavoro Uno spettacolo di fantascienza. Quante ne sanno i trichechi, che porta in scena insieme ad Andrea Cosentino e Petra Valentini.

In questo spettacolo ritornano più o meno prepotentemente o sotto traccia i temi cari alla poetica di Ferracchiati: l'identità e le categorie in cui siamo costretti, il discorso generazionale, l'autoironia (il refrain sull'assenza di una voce Wikipedia su sé stesso è davvero esilarante), la crisi del teatro e delle sue forme, ma in questo spettacolo si affaccia anche il tema della crisi climatica e del rischio di estinzione dell'umanità.

I trichechi del titolo sono infatti quelli che rotolano giù da una banchisa di ghiaccio del Polo Nord e che devono essere portati in salvo da una rompighiaccio. Ma questo è solo uno dei filoni "narrativi" (se di narrazione si può parlare negli spettacoli di Ferracchiati), perché l'autore non rinuncia e anzi in un certo senso sviluppa all'ennesima potenza la sua tendenza al metateatrale, il suo racconto-non racconto, la ricerca del nonsense.

Il protagonista di questo spettacolo è lo stesso dell'ultimo lavoro, Commedia con schianto, che non solo non ha trovato una risposta alle sue domande esistenziali e nemmeno alla propria particolare visione del futuro del teatro, ma che probabilmente deve fare i conti con un'incertezza persino maggiore, quella che ha a che fare con la stessa sopravvivenza dell'umanità.

Liv naviga nell'agitato mare di queste incertezze cercando di sopravvivere grazie all'ironia e all'autoironia, combattuto tra il desiderio di fare qualcosa e di combattere le proprie battaglie e quello altrettanto potente di arrendersi alle cose come sono con un certo fatalismo.

Personalmente la interpreto come la battaglia di un passaggio cruciale dell'età, quello tra la giovinezza e l'età adulta, che può durare anche tantissimi anni e può spingersi molto avanti nell'età anagrafica. Anzi dirò di più, forse questo muoversi sul crinale tra idealismo e cinismo è in qualche modo la vera battaglia della vita, quella che ci fa oscillare tra la ricerca di senso e la constatazione che un senso non esiste, se non quello che gli diamo giorno per giorno e che forse vale solo per noi.

Esco divertita e malinconica, come spesso accade dopo gli spettacoli di Liv Ferracchiati, ma anche contenta di aver visto un teatro pieno di gente di tutte le età, e soprattutto tanti giovani, a riconferma del fatto che non è del tutto vero che il teatro non è più cosa per giovani, ma che certo teatro e certa programmazione non attira persone al di sotto di una certa età.

Voto: 3/5

venerdì 31 marzo 2023

Da lontano. Chiusa nel rimpianto / di Lucia Calamaro; con Isabella Ragonese. Teatro India, 12 marzo 2023

Da lontano è il terzo lavoro di Lucia Calamaro che vedo a teatro, e il secondo monologo (in questo caso "quasi" monologo) che sembra pensato per l'attrice che l'interpreta. L'anno scorso si trattava di Smarrimento interpretato da Lucia Mascino, quest'anno invece è la volta di Isabella Ragonese (ormai sempre più spostata sul teatro, anche se restano memorabili alcune sue interpretazioni al cinema).

Da lontano è il dialogo impossibile tra una figlia ormai adulta - diventata nel frattempo psicoterapeuta - e una madre che non c'è più, rievocata com'era al tempo in cui la figlia era ancora bambina o adolescente. Il testo della Calamaro vuole essere l'occasione di comprendere a posteriori, con l'esperienza e la maturità che solo il tempo può regalarci, i turbamenti, i silenzi, le reticenze, il malessere di una figura così centrale per la nostra vita, con cui spesso non si ha la possibilità di "fare i conti" perché prima si è troppo piccoli e poi, quando si è adulti, lei è troppo vecchia o non c'è più.

La Calamaro ambienta questo dialogo impossibile in una stanza bianca, praticamente vuota, con una parete su cui c'è una porta chiusa. È da dietro questa porta che proviene la voce della madre, sbuca una mano, e a un certo punto compare lei "in persona"; e sarà questa stessa porta che la protagonista dovrà attraversare per comprendere - o quanto meno accettare - il mistero di un rapporto che non può che rimanere in parte irrisolto e vivere di ricordi e suggestioni.

Il testo della Calamaro, pur affrontando un tema emotivamente non certo leggero, sceglie di non calcare la mano sull'aspetto melodrammatico del racconto, bensì adotta un registro a tratti ironico, anche grazie all'interpretazione delle due protagoniste. Nel complesso, l'andamento del racconto è un po' altalenante e personalmente l'ho trovato non del tutto risolto, soprattutto in alcuni passaggi a mio avviso un po' forzati (ad esempio quello della videocall). Originalità e profondità si alternano a passaggi che risultano più banali e scontati: nel complesso mi pare che sia più riuscita la dimensione ironica che quella drammatica, almeno se devo giudicare dal livello di immedesimazione ed empatia che ho provato in prima persona.

Isabella Ragonese conferma la sua bravura, trasmettendo di volta in volta attraverso i gesti e il volto l'insicurezza, l'imbranataggine, il dolore, il disappunto, la frustrazione del suo personaggio, e quindi conferendo allo stesso molte sfumature diverse. Sicuramente la sua interpretazione è parte significativa della buona riuscita dello spettacolo, che ho apprezzato sicuramente più di altri visti recentemente, pur non avendo sperimentato una piena soddisfazione.

Voto: 3,5/5

martedì 20 dicembre 2022

Dentro. Una storia vera, se volete / di Giuliana Musso. Teatro India, 4 dicembre 2022

Ho preso il biglietto di questo spettacolo attirata dalla scelta di affrontare un tema non semplice: gli abusi intrafamiliari. Non conoscevo la drammaturga nonché interprete Giuliana Musso che qui è in scena con Maria Ariis.

La Musso racconta la storia di una madre che scopre gli abusi del marito sulla figlia quando ormai è troppo tardi, parecchio tempo dopo che il marito è andato via di casa. E lo racconta mettendo in scena sé stessa e l’incontro con la donna che le chiede di costruire uno spettacolo a partire da questa storia.

Sulla scena un grande tappeto quadrato rosso - una specie di ring – i cui confini sono segnati da due file di sedie a destra e sinistra, sedie che durante le varie fasi dello spettacolo diventano sedute, intralci, simboli e vengono spostate in varie posizioni.

Insieme dunque alla Musso scopriamo a poco a poco la vicenda di questa famiglia, che ha già avuto un epilogo giudiziario (con l’archiviazione del caso) ma che nella vita di questa madre resta una ferita aperta e forse non rimarginabile. Attraverso i dialoghi tra queste due donne a poco a poco ci facciamo un’idea di quello che è accaduto: a tratti siamo Giuliana che interroga la madre per conoscere questa storia, che non capisce il perché di alcuni suoi comportamenti, che in parte la giudica e la rimprovera, e in parte empatizza e interiorizza il suo dolore; in altri momenti siamo questa madre – forse ingenua, o forse sopraffatta da una verità più grande di lei e che non può accettare – che combatte con sé stessa e con il proprio senso di colpa, che viene respinta con violenza dalla figlia che si è sentita abbandonata, che viene giudicata dagli altri e soprattutto da sé stessa per non essere stata in grado di comprendere, di impedire, di aiutare, di risolvere. È un dramma senza soluzione quello di questa madre e forse di tutte le madri che attraversano esperienze così terribili, qualcosa che forse solo il tempo, tanto tempo, è in grado di ricomporre molto parzialmente, restituendo alle protagoniste – madre e figlia – la possibilità di metabolizzare il dolore e la rabbia e di ricominciare a vivere.

Attraverso il dialogo tra la Musso e la madre emerge però anche tutto il contesto nel quale si muovono le vittime di tali abusi (e considero vittima la figlia, ma anche in qualche modo la madre): psicologi, educatori, avvocati, giudici, e mille altre figure talvolta in malafede, altre volte ciniche, spesso pavide o incapaci, in alcuni casi consapevoli ma impotenti di fronte a una giustizia che in questi casi è ancora più imperfetta del solito e che comunque non solo non attenua il dolore delle persone abusate, ma talvolta lo amplifica perché le costringe a rivivere l’abuso.

Lo spettacolo è tutto fuorché banale e prevedibile: un lavoro di cesello, di pulizia formale e sostanziale, un’operazione di ricerca della verità ma anche ricco di compassione non superficiale.

Dallo spettacolo della Musso si esce scossi, senza una seppur imperfetta via d’uscita o soluzione, ma certamente più consapevoli, meno giudicanti, più capaci di empatia, e quindi forse esseri umani migliori di quando siamo entrati. E se questo è vero non ci può essere risultato più alto a cui il teatro può tendere.

Voto: 4/5


lunedì 7 novembre 2022

Tutto brucia. Teatro India, 20 ottobre 2022

Sono andata a vedere questo spettacolo all’India perché la mia amica V. mi aveva parlato molto bene di RYF, la musicista Francesca Morello, che è una delle protagoniste di Tutto brucia, in quanto compositrice delle musiche ed esecutrice delle stesse dal vivo sul palco.

Lo spettacolo è liberamente ispirato alla tragedia greca di Euripide, le Troiane, che non molto tempo fa avevo visto in un allestimento abbastanza classico con l’interpretazione di Elisabetta Pozzi. Avevo dunque abbastanza presente la storia narrata da Euripide, ossia la caduta di Troia dopo una lunga guerra e la disperazione delle donne della città che sono circondate da distruzione e morte e saranno date come schiave ai vincitori.

In questo caso, la scelta della compagnia Motus (di cui non sapevo la lunga e affascinante storia, che vi invito a recuperare) è quella di affidare la narrazione a musica, scenografia e coreografie, riducendo al minimo le parole pronunciate dalle interpreti Silvia Calderoni e Stefania Tansini.

L’intento è quello di rappresentare una situazione quasi post apocalittica (una delle prime scene fa pensare alla sequenza delle scimmie in 2001 Odissea nello spazio). In questo palco buio, disseminato di carcasse e macerie, si aggirano come spettri due personaggi abbrutiti, impegnati in una specie di lotta per la sopravvivenza, attraversati da ondate di dolore incontenibile che si esprime primariamente in suoni e movimenti del corpo e che sono sottolineate e rafforzate dalle musiche e dalle parole quasi ipnotiche delle canzoni di RYF.

Ne viene fuori uno spettacolo che gioca soprattutto sull’impatto emotivo, facendo appello non tanto alla comprensione razionale, bensì alla visceralità delle sensazioni.

Il fatto è che io – pur apprezzando moltissimo le invenzioni scenografiche e coreografiche dello spettacolo e le musiche di RYF – sono un po’ resistente al lasciarmi andare senza razionalizzare, e dunque paradossalmente questo tipo di spettacolo mi suscita in parte l’effetto opposto a quello che vorrebbe, ossia mi crea una distanza e un senso di straniamento che accentuano la sensazione della finzione scenica.

Ma questo è un problema certamente mio, che nulla toglie alle scelte della compagnia e all’originalità dello spettacolo.

Voto: 3/5

mercoledì 15 giugno 2022

Nella solitudine dei campi di cotone / Bernard-Marie Koltès. Teatro India, 24 maggio 2022

Di Bernard-Marie Koltès io e F. avevamo visto a suo tempo la messa in scena de La notte prima delle foreste, magnificamente interpretato da Pierfrancesco Favino. Già allora, su un testo che avevo apprezzato e che mi aveva preso abbastanza, avevo notato quanto la scrittura di Koltès sia fiorita e sovrabbondante, non necessariamente in senso negativo.

Non a caso i testi di Koltès sono occasioni per importanti prove attoriali, e dunque non mi meraviglia che il bravissimo Lino Musella abbia deciso di accettare questa sfida.

Sul palco insieme a lui Federica Rosellini; il regista Andrea De Rosa ha scelto infatti - in maniera inconsueta - di far interpretare il ruolo del venditore (protagonista, insieme al compratore, del testo di Koltès) a una donna.

Questa è vestita con un abito di scena (tipo da spettacolo in costume), mentre il compratore è vestito in abiti contemporanei, e il dialogo tra i due comincia quando il compratore è fuori dal palco. Nelle interviste, Andrea De Rosa spiega che ha scelto di reinterpretare la merce misteriosa di cui venditore e compratore parlano tra di loro come il teatro stesso, "merce" negata durante il lungo periodo della pandemia e certamente ora oggetto di una nuova contrattazione tra attori/registi e spettatori.

Non so dire se, senza la spiegazione di De Rosa, avrei compreso la lettura data dal regista al testo. Non c'è dubbio però che il testo di Koltès si presti a molte interpretazioni. Di fondo si tratta di una schermaglia verbale tra due persone più che intorno a un oggetto specifico intorno al concetto stesso di desiderio. Venditrice e compratore si cercano, si inseguono, si scambiano i ruoli, si seducono, si manipolano reciprocamente, quasi come fossero su un campo di battaglia in cui nessuno dei due vuole risultare perdente.

Nell'interpretazione di De Rosa alla fine un qualche scambio avviene, e i due protagonisti - contrapposti per tutto lo spettacolo - alla fine sono dallo stesso lato del palco. Che il teatro abbia conquistato ancora una volta il suo pubblico? È ovviamente un auspicio che personalmente condivido.

Nella solitudine dei campi di cotone è un testo complesso - come spesso quelli di Koltès - e non è facile seguirlo con attenzione per l'intera durata dello spettacolo, travolti dal profluvio di parole e dal botta e risposta fulmineo. Resta comunque un'esperienza interessante e consigliabile.

Voto: 3/5

venerdì 18 febbraio 2022

Brevi interviste con uomini schifosi. Teatro India, 8 febbraio 2022

David Foster Wallace è un autore di culto nella letteratura contemporanea del quale un folto gruppo di appassionati e fan (in particolare nella fascia d'età tra 30 e i 45 anni) conosce ogni scritto e atto. Non a caso allo spettacolo in programma al Teatro India il pubblico è tendenzialmente diverso da quello solito, e vede presente un numero di giovani (intorno e sotto i trent'anni) parecchio significativo.

Per quanto mi riguarda devo ammettere - ancora una volta - la mia ignoranza. Conosco lo scrittore solo di nome, e così alcune delle sue opere più famose. Ho da qualche parte Infinite jest che mi aspetta per la lettura ma non l'ho ancora affrontato. Dunque, arrivo allo spettacolo completamente impreparata, e attirata fondamentalmente dalla presenza di Lino Musella, che ormai seguo con una certa costanza.

Lo spettacolo, per la regia e la drammaturgia di Daniel Veronese, è interpretato da due uomini: uno è appunto Lino Musella e l'altro è Paolo Mazzarelli, già visto calcare la scena insieme a Musella in Orphans qualche anno fa.

I due si muovono su un palco che sembra una specie di ring e dove pochissimi elementi di scenografia, tra cui un tavolo e una sedia, creano il contesto del racconto. Uno grande schermo sullo sfondo ci ricorda man mano i titoli dei singoli racconti.

Il termine "racconto" probabilmente non è del tutto corretto. Nell'opera di Wallace si tratta in realtà di un certo numero di monologhi, in cui uomini diversi esprimono - in forme più o meno deliranti - il loro punto di vista sulle relazioni, le donne, i sentimenti, e in generale mettono a nudo un certo tipo di universo maschile. Questi monologhi in realtà sono pensati come una specie di risposta a una domanda (non a caso il titolo fa riferimento a delle interviste), la quale domanda rimane però non formulata e implicita. 

Nel caso della trasposizione cinematografica di John Krasinski il regista decide di materializzare l'intervistatore, mentre invece nello spettacolo di Veronese viene messo in scena il destinatario di queste esternazioni, o meglio la destinataria, visto che fondamentalmente si tratta di punti di vista maschili che hanno a che fare con il rapporto uomo-donna.

Dunque Musella e Mazzarelli interpretano alternativamente la parte dell'uomo che esterna e quello della donna che ascolta e dà qualche piccolo, ma importante feedback, anche solo nell'espressione o nei gesti.

I due attori sono molto bravi e convincenti nel rappresentare questi strani "dialoghi", e alcuni di quelli portati in scena sono cinicamente e a volte inquietantemente divertenti nel portare alla luce punti di vista retrogradi e bizzarri, e vizi maschili più o meno consolidati. Devo però dire che personalmente non li ho trovati particolarmente dirompenti. Probabilmente a distanza di oltre 20 anni dalla pubblicazione del libro - e forse anche grazie all'influenza esercitata da Wallace sulla letteratura successiva - siamo molto più abituati a questo tipo di scrittura e di racconto, sebbene non ci sia nulla da essere contenti sul fatto che i tipi umani rappresentati ci risultino ancora familiari.

Diciamo che esco dal teatro ben impressionata dalla recitazione di Musella e Mazzarelli (ma questa non è una sorpresa) e decisa a recuperare Wallace con qualche lettura (speriamo presto!), ma non ancora conquistata dalla passione con cui tanti guardano a questo autore.

Voto: 3,5/5

lunedì 14 febbraio 2022

Smarrimento / di Lucia Calamaro. Teatro India, 1 febbraio 2022

Di Lucia Calamaro avevamo visto a gennaio del 2020, prima che le nostre vite venissero sconvolte dal Covid, lo spettacolo Si nota all'imbrunire, attirata in quel caso dall'interpretazione di Silvio Orlando oltre che dal tema trattato.

Lo spettacolo mi era piaciuto, e così - come mi è successo molte altre volte al teatro - ho cominciato a seguire un po' questa drammaturga. Così quando ho visto che quest'anno all'India era in programmazione un suo spettacolo interpretato da Lucia Mascino ho proposto a F. di andare a vederlo.

È la sera della prima, e nonostante sia anche la prima serata di Sanremo, il teatro è pieno, e ci sono anche alcuni volti noti nel pubblico. Mentre entriamo in sala sul palco c'è già l'attrice che "recita". E quando tutti sono al loro posto, la protagonista si rivolge direttamente al pubblico: si tratta di una scrittrice in crisi, perseguitata dai suoi agenti ed editori perché è molto tempo che non termina una storia, pur avendo moltissimi inizi di storie. Noi siamo il pubblico di un suo reading, organizzato per riavvicinarla al pubblico e rilanciare le vendite.

Ma in realtà il reading diventa una specie di flusso di coscienza, in cui la nostra autrice rivela il suo senso di "smarrimento", le sue fragilità, le sue insicurezze, le idiosincrasie (spesso comuni a tutti coloro che lavorano con le storie e con le parole), ma anche la sua simpatia. L'effetto è fortemente empatico, anche grazie alle forme di "quasi interazione" che lo spettacolo offre a più riprese.

Ho letto che questo testo è stato scritto appositamente per Lucia Mascino, e infatti le calza addosso come un vestito fatto su misura. Lei l'avevo vista altre volte a teatro e in televisione e non ne ero mai stata particolarmente colpita; qui, invece, la apprezzo molto, sembra tirare fuori la parte migliore della sua capacità recitativa, risultando emotivamente intensa e al contempo leggera.

Un'ora di monologo fortemente partecipato che, se vi capita, vi consiglio senza ombra di dubbio di vedere.

Voto: 3,5/5

mercoledì 1 dicembre 2021

Chi ha ucciso mio padre. Teatro India, 6 novembre 2021

In scena al Teatro India l'adattamento italiano del pamphlet autobiografico dell'autore francese Édouard Louis, realizzato da Daria Deflorian e Antonio Tagliarini e interpretato da Francesco Alberici.

Siamo in un garage o uno scantinato: in un angolo c'è un cumulo di sacchi neri della spazzatura. Un ragazzo li calcia rabbiosamente. Così comincia questo dialogo (che in realtà è un monologo) tra un figlio e un padre, in cui viene ripercorsa tutta la storia o quanto meno la memoria soggettiva di una relazione, fatta di molti momenti di conflitto esplicito o sotterraneo, ma anche di tenerezza e di affetto.

All'interno di una famiglia di ceto sociale basso e governata dai principi del patriarcato e da un'idea molto conservatrice della mascolinità, questo figlio un po' femmineo e certamente lontano dallo stereotipo maschile suscita imbarazzo se non vera e proprio vergogna. I condizionamenti sociali e le dinamiche familiari disfunzionali alimentano nel tempo l'incomprensione tra padre e figlio e l'impossibilità di una vera comunicazione, trascinando con sé anche gli altri rapporti familiari.

I sacchi neri aperti e tagliati in modi più o meno violenti porteranno alla luce tutte le tracce di questo passato, gli oggetti di una memoria a volte commovente, a volte dolorosa.

Ora che il figlio, andato da tempo a vivere a Parigi - dove non solo ha potuto esprimere sé stesso ma ha anche avuto successo come scrittore -, rincontra suo padre ormai anziano e quasi impossibilitato a camminare, i sentimenti che gli si animano dentro sono molteplici e contraddittori. Se da un lato la compassione verso di lui è macchiata dall'ombra dei ricordi e non riesce dunque a esplicarsi in pieno, dall'altro la constatazione dello stato di minorità del padre diventa motivo di invettiva violenta nei confronti dei governi francesi che si sono succeduti nel tempo, con tanto di nomi e cognomi, considerati - con le loro leggi ingiuste che hanno colpito soprattutto le persone socialmente più in difficoltà - la causa di questa sua condizione.

Francesco Alberici è molto bravo: intenso e commovente, credibile sia nella rabbia che nella tenerezza, capace di tenere da solo il palco e di comunicare non solo con le parole ma anche con i gesti e le azioni.

Il testo, sicuramente molto forte, sebbene non del tutto originale per i temi trattati, dal mio punto di vista ha un unico, grosso neo, ossia la convivenza tra il tema intimistico e sentimentale della relazione padre/figlio e quello dell'invettiva socio-politica. Comprendo come le due cose si parlino, ma io personalmente ho sentito un salto molto forte, al punto da pensare di stare assistendo a un altro spettacolo. È vero che i francesi sono molto attenti alle ricadute sociali anche delle questioni private e viceversa e da questo punto di vista non è sorprendente che un dramma privato venga ricondotto a un problema politico e sociale almeno di portata nazionale (e questa è anche una cosa molto positiva e interessante), però - per quello che ho visto - mi è sembrato che le due cose restassero un po' più separate del dovuto.

Voto: 3,5/5

lunedì 18 ottobre 2021

Compleanno / di e con Enzo Moscato. Teatro India, 30 settembre 2021

Da quando anni fa io e F. abbiamo scoperto Annibale Ruccello e la nuova drammaturgia napoletana, abbiamo cercato di recuperare quanto più ci è stato possibile, compatibilmente con l'offerta teatrale romana.

La conoscenza di Ruccello e delle sue opere ci ha portate dritte dritte a un altro grande autore, anzi il capofila del nuovo teatro napoletano, Enzo Moscato.

Grazie a questi due mostri sacri, il primo morto troppo giovane, in un incidente stradale a 30 anni, il secondo ancora in attività, abbiamo imparato a esplorare e apprezzare il teatro napoletano contemporaneo nelle sue diverse declinazioni, passando per alcune opere di Giuseppe Patroni Griffi fino ad arrivare a Manlio Santanelli.

E così ora come ora non appena leggiamo uno di questi nomi nei cartelloni dei teatri romani cerchiamo di non mancare all'appuntamento. Come potevamo dunque perdere Compleanno, il testo scritto da Enzo Moscato pochi mesi dopo la morte di Ruccello, e messo in scena la prima volta nel 1992?

La presenza nel pubblico di Giorgio Barberio Corsetti, già direttore del Teatro di Roma, è un'ulteriore conferma del fatto che Compleanno è uno spettacolo da non perdere.

Si tratta sostanzialmente di un monologo, preceduto però da una breve introduzione recitata da un giovane - forse il fantasma di Ruccello? - che riflette sulla morte e su cosa significa morire giovani.

La scenografia è fatta di una sedia vuota ricoperta di veli rossi e di un banchetto decorato in maniera kitsch. Il giovane che introduce la pièce lascia sparse sul palco cinque rose, che richiamano immediatamente una delle opere più famose di Ruccello (Le cinque rose di Jennifer). Da dietro le quinte arriva Moscato, con una maglietta con la scritta "Life's a bitch and then you die" e una torta con le candeline in mano.

Siamo - come spesso nella nuova drammaturgia partenopea - in un qualche basso napoletano, tra trans e femminielli, quel mondo dolente ed emarginato, ma anche ricco di umanità e ironia, tanto amato da Ruccello e Moscato. Si prepara una festa di compleanno in absentia e questi preparativi sono accompagnati da un flusso di parole, in lingue diverse, inframmezzate da spezzoni di canzoni (Suzanne Vega, i Gipsy King, Donatella Rettore), e tutto questo si trasforma a tratti in cantilena o in filastrocca, attraverso la ripetizione quasi ossessiva.

Dietro queste parole e la loro solo apparente leggerezza in alcuni passaggi si percepisce dal principio alla fine un dolore con cui non si riesce a fare i conti e che solo per poco non si trasforma in dramma autoinflitto. Un dolore che alla fine si trasforma in commozione, non solo per l'artista sul palco ma anche per un pubblico che sente una presenza forte anche lì dove la persona non c'è fisicamente.

Il lungo applauso finale è liberatorio, e non è solo un riconoscimento della bravura di Moscato, ma anche un rito collettivo di elaborazione di un lutto che si fa fatica ad accettare e anche di una vita che - come dice il giovane nel prologo - più è lunga e più ti mette di fronte alla perdita e all'inevitabile declino, in un paradosso insolubile proprio dell'essere umano in quanto essere cosciente di sé stesso.

Voto: 4/5

venerdì 20 dicembre 2019

L'abisso / Davide Enia. Teatro India, 12 dicembre 2019

Lo spettacolo L'abisso è la trasposizione teatrale del testo che Davide Enia ha pubblicato per Sellerio con il titolo Appunti per un naufragio. Sul palco lo stesso Enia, palermitano, classe 1974, considerato uno degli esponenti italiani del cosiddetto 'teatro di narrazione', alla maniera di Marco Paolini e Ascanio Celestini, affiancato dal chitarrista Giulio Barocchieri, anch'egli palermitano, compositore nonché esecutore - con la chitarra classica ed elettrica - delle musiche, splendide e affascinanti, oltre che perfettamente eseguite, che accompagnano lo spettacolo.

Le luci si accendono sulle due sedie dove sono seduti il musicista e il narratore, e dopo qualche secondo di silenzio, Enia guarda il pubblico negli occhi e comincia il suo racconto, come se riprendesse il filo di un discorso iniziato ben prima. E così, iniziando dal dialogo con il sommozzatore (il rescue swimmer) che "non è di sinistra, anzi sta proprio dall'altra parte", ma arriva dal nord per salvare vite umane nel Mediterraneo perché "questa è la legge del mare", Enia srotola davanti ai nostri occhi le storie di tante persone, mescolando privato e pubblico, personale e collettivo, e lo fa da testimone che a un certo punto della vita ha deciso di recarsi volontariamente a Lampedusa, insieme a suo padre, per conoscere più da vicino la vicenda degli sbarchi.

Dentro questo racconto trovano spazio tante cose diverse: il rapporto tra lo stesso Davide e suo padre, un uomo di poche parole ma di profondi sentimenti, quello con la malattia e poi la morte dell'amatissimo zio, le storie di Paola e Melo, i due amici che hanno una casa a Lampedusa e che sono stati protagonisti di un drammatico salvataggio di naufraghi, e poi la figura di Vincenzo, il guardiano del cimitero di Lampedusa e la pietas con cui persegue l'obiettivo di dare sepoltura a tutti i morti, indipendentemente dalle origini e dal colore della pelle, e ancora i racconti dei rocamboleschi salvataggi in mare, come quello epico che ricongiunge un padre con il figlio piccolo, le storie di orrore di chi è sopravvissuto, e soprattutto le morti, a centinaia, a migliaia, che hanno trasformato il Mediterraneo in un mare in cui i cadaveri sono numerosi quanto i pesci.

In questa cavalcata narrativa, Enia alterna la lingua italiana al dialetto siciliano, la prosa al canto, i modi di dire alle interpretazioni, e il dolore privato viaggia di pari passo con quello che deve essere necessariamente pubblico, fino al momento in cui queste due dimensioni confluiscono e si mescolano indissolubilmente, perché il dolore è uno solo e non conta quanti sono i gradi di separazione che ti allontanano dall'altro.

Il testo di Enia è potente e procede in un crescendo che conquista gli animi degli spettatori e muove corde emotive profonde.

A dire la verità, inizialmente, lo stile recitativo di Enia, con il suo modo di gesticolare tra l'artefatto e il robotico, a tratti con una modalità quasi mimica, mi hanno lasciato un po' perplessa e non hanno certamente favorito l'empatia e il coinvolgimento emotivo. Poi mano mano, fors'anche perché lo stesso Enia si è andato un po' ammorbidendo in questa modalità recitativa, mi sono lasciata conquistare dal racconto.

Al termine dello spettacolo, nel fare un bilancio mentale di quanto appena visto, ho avuto la sensazione che il racconto legato alla propria storia privata fosse emotivamente più diretto, mentre quello degli sbarchi, dei naufragi e dei salvataggi fosse più mediato, e mi sono chiesta se non si sia trattato addirittura di una scelta dell'autore volta a prendere un minimo di necessaria distanza emotiva da cose in fondo sproporzionate e troppo più grandi di quello che un essere umano può sopportare. O forse si tratta semplicemente di uno stile recitativo particolare cui io non sono abituata.

Ciò detto, lo spettacolo resta di grandissimo impatto e il teatro di narrazione si conferma tra i miei preferiti.

Voto: 4/5

domenica 17 novembre 2019

La rivolta degli oggetti / La Gaia Scienza. Teatro India, 2 novembre 2019

La Gaia Scienza è il nome di una compagnia di giovani artisti che nel 1976 si affacciò al teatro italiano a partire dal piccolo palco di un locale sotto il Tevere, Beat '72, portando in scena uno spettacolo a suo modo rivoluzionario ispirato alle poesie di Vladimir Majakovskij dal titolo La rivolta degli oggetti.

I tre fondatori della Gaia Scienza, Giorgio Barberio Corsetti (ora direttore del Teatro di Roma), Marco Solari e Alessandra Vanzi, si sono ritrovati per rimettere in scena, a distanza di oltre quarant’anni, quello spettacolo facendolo interpretare a tre giovani performer, che sono nello specifico Dario Caccuri, Carolina Ellero e Antonio Santelena.

A fronte di uno spettacolo che nasceva in un’epoca di grandi speranze e altrettanto grandi contraddizioni e che, a partire dalle poesie di Majakovskij, dava voce ai pensieri degli interpreti grazie all’improvvisazione e riscriveva il modo di fare teatro, la sua riproposizione in scena in un’epoca profondamente diversa e la sua interpretazione da parte di attori che non erano ancora nati in quel lontano 1976 sono l’ennesimo esperimento che La Gaia Scienza fa per sottoporre a verifica la capacità del teatro di reinventarsi e di mantenersi vitale.

Quest’operazione mi aveva intrigato sul piano intellettuale, pur sapendo di andare incontro a uno spettacolo che probabilmente non sarebbe stato del tutto nelle mie corde per stile e per riferimenti culturali.

Una volta a teatro ho deciso di lasciarmi andare e mi sono sforzata di non voler razionalizzare e capire tutto. Mi sono dunque completamente affidata alla performance degli attori sul palcoscenico, alle loro danze e interazioni, alle loro parole, alle poesie, al loro modo di utilizzare e dare senso agli oggetti. Non posso dire di aver capito veramente, anzi credo di aver capito molto poco, e a tratti non ho potuto fare a meno di combattere dei momenti di noia e di assenza mentale (evidentemente l’avanguardia russa è qualcosa di troppo ostico per me); però devo ammettere di aver subito una qualche forma di fascinazione prodotta soprattutto dalla danza dei corpi.

Qua e là ho percepito dei riferimenti al passato da cui lo spettacolo proviene e anche qualcuno al presente, ma sul piano razionale non sono andata molto oltre. Sul piano emotivo la conquista è stata più importante, sebbene a fasi alterne.

Un’esperienza decisamente originale che rimarrà parte del mio percorso di apertura e di curiosità verso mondi che sento lontani da me e poco comprensibili, ma che ogni tanto vale anche la pena di sperimentare e vivere in presa diretta.

Voto: 3/5

lunedì 1 aprile 2019

Settimo cielo / di Caryl Churchill. Teatro India, 19 marzo 2019

L'anno scorso, nel momento in cui io e F. ci siamo informate su questo spettacolo e abbiamo deciso che poteva essere interessante vederlo, le date possibili erano sold out. E dunque abbiamo dovuto rinunciarci.

Così, quest'anno quando lo abbiamo ritrovato in cartellone al Teatro India, non ci siamo lasciate sfuggire l'occasione di accaparrarci i biglietti per la prima del 19 marzo.

Settimo cielo, traduzione italiana dall'inglese Cloud nine, è ormai praticamente un classico del teatro contemporaneo: il testo fu scritto alla fine degli anni Settanta da Caryl Churchill, una drammaturga inglese tra le più note, soprattutto per il suo stile e per l'attenzione a tematiche legate alla guerra, al colonialismo, alle politiche sessuali.

La pièce è articolata in due atti.

Nel primo siamo nel 1879, in piena epoca vittoriana, in una colonia inglese in Africa, e protagonisti sono Clive, il capofamiglia, sua moglie Betty, i due figli Edward e Victoria, la governante Ellen, la signora Saunders, l'avventuriero Harry, e il servo di colore Joshua.

Sul palcoscenico campeggia una insegna al neon con la scritta "Africa 1879": i personaggi sono seduti su due panchine addossate al muro, da dove si alzano a turno per conquistare il centro della scena, allestita con quattro poltroncine. In fondo al palco man mano che l'azione prosegue si va gonfiando un grande mappamondo.

In questo mondo apparentemente ordinato, in cui esiste una precisa gerarchia di potere (la Gran Bretagna su tutti, il marito sulla moglie e sui figli, i padroni sui servitori, i bianchi sui neri, i seduttori sui sedotti), in realtà niente è come sembra e tutto viene rimescolato. Clive tenta di sedurre la signora Saunders, ma è lei che governa un gioco con piglio quasi masochistico, il servo Joshua è nero, ma è interpretato da un bianco, e nella sua apparente sottomissione al padrone dimostra di covare ben altri intenti e di perseguire una precisa strategia, la moglie Betty (interpretata da un uomo), pur completamente sottomessa al marito e privata apparentemente di qualunque volontà propria, è innamorata di Harry, ma concupita dalla governante Ellen, mentre Harry - in apparenza un dongiovanni e un tombeur des femmes - è omosessuale e insidia persino il figlio di Clive e Betty, Edward, decisamente effeminato (e di fatto interpretato da una ragazza). La figlia Victoria è una bambola, senza vita né parola, ultimo e dunque infimo anello della catena di potere.

Nel secondo atto, l'insegna luminosa ci ricorda che siamo a Londra nel 1979. Sul palcoscenico ci sono due panchine coperte di graffiti, mentre i personaggi continuano a stare seduti ai lati del palco, entrando a turno in scena.

Pur essendo passati cento anni, i personaggi sono in continuità con la storia precedente: Betty, questa volta interpretata da una donna, ha deciso di lasciare il marito Clive ma si ritrova a fare i conti con la propria fragilità dovuta al fatto di non aver mai potuto governare la sua vita e dunque condizionata dalla convinzione di non essere in grado di farlo; la figlia Victoria è sposata con Martin, un uomo prepotente e manipolatorio, ma a un certo punto cede alle avances di Lin, l'amica lesbica che ha una figlia piccola, Cathy (interpretata da un uomo) e un fratello militare a Belfast. Edward vive con il suo compagno Gerry, ma quest'ultimo è insofferente alla vita di coppia e continua a cercare avventure esterne, mentre Edward non ha ancora trovato il coraggio di parlare a sua madre della sua omosessualità. Lin, Victoria ed Edward a un certo punto iniziano una relazione poliamorosa, attraverso cui ognuno di loro cercherà di sfuggire alle insoddisfazioni della propria vita.

Verso la fine del secondo atto compare in scena un grande manifesto raffigurante Margareth Thatcher, diventata primo ministro britannico proprio nel 1979, inizio di un'epoca di conservatorismo sul piano politico e sociale dopo gli anni della rivoluzione sessuale.

In Settimo Cielo Caryl Churchill porta in scena - con grande coraggio e altrettanta naturalezza - temi scomodi e certamente controversi, mescolando scientemente le carte per costringerci a mettere in discussione qualunque convincimento morale e a riflettere in primis sulla trasversalità delle dinamiche di potere, vero nodo cruciale delle dinamiche sociali e fattore primario di condizionamento delle vite dei singoli.

Se nel 1879, pur nel contesto un po' defilato delle colonie africane che forse offriva margini di libertà maggiori, gli individui erano costretti a sottostare a rigide regole sociali soffocando le proprie aspirazioni e la propria natura, nella Londra del 1979 si aprono possibilità prima sconosciute, sebbene il retaggio del passato non può certo dirsi sconfitto, soprattutto di fronte alle nuove offensive di movimenti politici e sociali retrogradi e conservatori.

Per questo il testo della Churchill, pur figlio del proprio tempo e senza nascondere i suoi anni, resta di stringente attualità nel momento in cui continua a interpellarci su quanto possano ancora essere messi in discussione oggi diritti faticosamente conquistati e quanta strada c'è ancora da fare per dare a ognuno un compiuto potere e una sovranità effettiva sulle proprie scelte di vita. Perché - sembra dirci la Churchill - le uniche scelte inaccettabili e incompatibili con una società civile sono la guerra e la sopraffazione.

Personalmente mi aspettavo uno spettacolo forse più scoppiettante e dal ritmo molto più sostenuto, più giocato sul piano emotivo che su quello razionale; invece il testo della Churchill punta molto sul peso delle parole, sull'importanza dei dialoghi e sulla capacità dello spettatore di costruire parallelismi e interpretare sottotesti, pur all'interno di una scelta che sfugge al realismo nella rappresentazione. Al contempo, lo spettacolo di Giorgina Pi (del collettivo Angelo Mai) accentua ulteriormente le caratteristiche del testo con il minimalismo della sua messa in scena, pur cavalcando la giostra degli scambi di genere e degli effetti che ne conseguono, supportata in questo dall'ottimo cast formato da Michele Baronio, Marco Cavalcoli, Tania Garribba, Aurora Peres, Xhulio Petushi, Marco Spiga e Sylvia De Fanti, anche in versione cantante sia nel primo che nel secondo atto.

Voto: 3,5/5

lunedì 11 febbraio 2019

Trilogia sull'identità. Teatro India, gennaio-febbraio 2019

Peter Pan guarda sotto le gonne, 26 gennaio 2019
Stabat Mater, 29 gennaio 2019
Un eschimese in Amazzonia, 2 febbraio 2019

La trilogia sull'identità è la storia di una ricerca che riguarda tutti: quella del proprio posto nel mondo, con la propria individualità e la difficoltà di adattarsi alla tendenza della società a ragionare per categorie definite e dai confini angusti.

Che poi in questi tre capitoli il tema sia declinato in riferimento all'identità di genere dipende soltanto - come ci dice l'autrice e regista Liv Ferracchiati - dal fatto che questo è un mondo e una sensibilità che lei conosce in prima persona e ha avuto modo di approfondire attraverso numerose occasioni e molteplici contatti.

Lo stile nei tre capitoli è piuttosto uniforme: ci troviamo di fronte a un teatro di parola, in cui il palcoscenico tende a essere spoglio e la scenografia minimale, mentre la narrazione spezza la linearità per farsi flusso di coscienza destrutturato, ma non per questo meno coinvolgente.

E però tra le tre rappresentazioni ci sono le dovute differenze, frutto del procedere di questo percorso di ricerca che rispecchia momenti ed età della vita diversi.

Peter Pan guarda sotto le gonne è dedicato a quella delicata età che è il passaggio dall'infanzia all'adolescenza: come Peter Pan, la nostra protagonista è perfettamente a suo agio nel suo involucro infantile che la protegge dalla necessità di scegliere da che parte stare nel mondo, e dunque non vuole crescere. Il punto di rottura sarà il momento in cui si ritroverà al parco a giocare a pallone con il vestito rosa che le hanno regalato i suoi genitori e incontrerà una ragazzina poco più grande di lei che rappresenterà il suo sguardo sul futuro che l'attende. In questo buffo e commovente rapporto a due si inseriscono di tanto in tanto da un lato le voci dei genitori che vedono solo quello che vogliono vedere, dall'altro Tinker Bell, una bizzarra fatina che l'aiuta a guardare con sincerità dentro di sé. Compare così in scena - come un'ombra della protagonista - un giovane nel quale si intravede la sua vera identità o forse una prospettiva futura.

Bravissimi gli attori, le tre donne Linda Caridi, Chiara Leoncini e Alice Raffaelli e la silenziosa ombra interpretata da Luciano Ariel Lanza.

Le stesse tre attrici ritornano protagoniste nel secondo capitolo della trilogia, Stabat Mater, un testo più narrativo che non a caso si sviluppa dentro un palcoscenico più affollato. Il protagonista della storia, Andrea, è ormai cresciuto e indipendente; è fisicamente una donna ma si percepisce, si comporta, vive e si fa percepire e appellare dagli altri al maschile; ha una storia con una donna, forse sta iniziando un percorso di transizione. Intanto va da una psicologa per sciogliere i nodi ancora irrisolti, primo fra tutti quello con la madre, presenza quest'ultima solo virtuale (la si vede solo in video) ma molto ingombrante sia per le dimensioni del video sia per l'onnipresenza spesso inopportuna, favorita dalla dipendenza di Andrea. In questo secondo capitolo la sessualità e il desiderio sessuale sono al centro della narrazione con un linguaggio esplicito e diretto, veicolo della costruzione di un'identità da parte di un protagonista che oscilla tra un'innata seduttività e una profonda insicurezza e fragilità

Il terzo capitolo, Un eschimese in Amazzonia, sposta ulteriormente l'asse della narrazione in uno spazio sempre più ampio: se nel primo capitolo il protagonista si rapportava solo con la propria famiglia e l'amica del cuore e nel secondo con la madre e le donne amate, in questo caso il rapporto è direttamente con il pubblico. Nei panni del protagonista la stessa Liv Ferracchiati con un microfono in mano: i suoi interlocutori sono appunto il pubblico e una specie di coro, quattro persone (tre donne e un uomo) che lo interrogano all'unisono e lo incalzano in ogni sua esternazione, un simulacro della società tutta con cui il nostro eschimese deve fare i conti. Ma di strada ne è stata fatta e il protagonista, pur con tutte le sue incertezze e difficoltà, ha trovato la sua forma incerta e mutevole, si è faticosamente costruito un'identità ed è pronto - anche con la giusta dose di ironia - ad affrontare perplessità e domande e a trasformare il corpo monolitico del coro in persone con una loro identità individuale, altrettanti tasselli del suo percorso in divenire.

Una trilogia che i più chiusi di mente leggeranno secondo un'unica chiave interpretativa e considereranno un prodotto di nicchia, ma che a chi si lascerà andare ai testi della Ferracchiati potrà parlare in mille modi diversi rivelando la sua forza universale.

Ottima tutta la Compagnia Baby Walk che a questo punto aspettiamo alle prossime prove.

Voto: 4/5