A distanza di poco meno di due anni da quando avevo potuto vedere per la prima volta a teatro Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello, messo in scena al Teatro Vascello da Gabriele Russo e interpretato da Daniele Russo, ho la possibilità di assistere a una seconda messa in scena al Teatro India.
In questo caso la regia è di Geppy Gleijeses, che ne è anche interprete insieme al figlio Lorenzo Gleijeses che interpreta il ruolo minore ma cruciale della vicina di casa Anna.
In generale, pur nella fedeltà di entrambi gli spettacoli al potentissimo testo di Ruccello, mi sembra che la messa in scena di Gleijeses sia più tradizionale, sia sul piano della scenografia che su quello drammaturgico.
Se lo spettacolo di Russo giocava sullo sdoppiamento della protagonista con la figura “esplicita” in primo piano e quella fatta di pensieri consci e inconsci in secondo piano, e utilizzava anche la colonna sonora sia sul piano diegetico che extradiegetico, nello spettacolo di Gleijeses tutto è più lineare, ma non per questo meno efficace.
La Jennifer di Geppy Gleijeses viene in un certo senso normalizzata: una donna che cucina, si trucca, ascolta la radio, risponde al telefono e attende prima la telefonata e poi l’arrivo del suo uomo, Franco, e che oltre a questo presente ha anche un passato di matrimonio e figli da raccontare.
Dietro questa presunta normalità niente è però quello che sembra: Jennifer è un travestito e vive in un quartiere di Napoli abitato da travestiti, dove le linee telefoniche funzionano male e la radio continua a dare notizia di omicidi degli abitanti ad opera di un fantomatico serial killer; Franco è un uomo conosciuto una sera in discoteca, diversi mesi prima, che aveva detto che si sarebbe fatto risentire ma non ha mai chiamato; il passato raccontato da Jennifer evidentemente è un’invenzione e chissà da quale storia personale la protagonista arriva realmente.
Quella che comincia come una commedia leggera e grottesca, a tratti esilarante, si fa sempre più malinconica, dolente e infine tragica, man mano che la verità si rivela e la solitudine della protagonista esplode in direzioni inattese.
La Jennifer di Geppy Gleijeses è a sua volta estremamente naturalistica nel rappresentare una veracità da basso napoletano, ma risulta altrettanto efficace nella virata dolente e tragica, comunicando attraverso viso e corpo quel senso di frustrazione, sconfitta, assenza di prospettive che il suo personaggio – come molti altri personaggi di Ruccello – riassume in sé.
Il lungo applauso finale di un pubblico davvero numeroso conferma il successo di questa messa in scena nonché ancora una volta – se ce ne fosse stato bisogno – la grandezza intramontabile dei testi di Ruccello.
Ed è a lui “che ci guarda da lassù” che – a mio modo di vedere – Gleijeses rivolge lo sguardo e il gesto delle mani al termine dello spettacolo mentre si prende i meritati applausi, perché il teatro napoletano di oggi, che affonda le radici proprio in quegli anni, ha un grosso debito nei confronti di questo ragazzo dal grande talento, ma dal destino tragico come i suoi personaggi.
Voto: 3,5/5
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