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martedì 18 agosto 2026

Stoccolma e i suoi laghi in bicicletta

Stoccolma guardata dall'alto
Il tradizionale viaggio in bicicletta è stato compiuto anche quest’anno e, per sfuggire a un caldo che anno dopo anno si fa sempre più opprimente in Italia e in un numero crescente di paesi europei, la meta prescelta è stata la Svezia, e più precisamente la zona dei laghi nell’interno di Stoccolma.

La scelta è stata anche suggerita dalla circostanza per cui da qualche mese mio nipote P. si è trasferito a lavorare a Stoccolma e dunque il viaggio è anche l’occasione per andare a salutarlo.

Scegliamo, anche per la combinazione dei voli aerei, di aggiungere una notte a Stoccolma prima di iniziare il giro in bicicletta, che è un giro ad anello che dunque ci farà ritornare nella capitale svedese.

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Il tardo tramonto di Stoccolma a giugno
Stoccolma


Dall’aeroporto verso la città ci muoviamo con l’Arlanda Express, che pur essendo un po’ caro è davvero comodissimo per raggiungere il centro della città. Noi avevamo approfittato di un periodo di sconti che ci ha fatto pagare il biglietto andata e ritorno quasi la metà.

Per quanto riguarda gli alloggi abbiamo dormito in due diversi alberghi, il primo scelto da noi, il secondo scelto da Due ruote nel vento, l’agenzia cui ci siamo affidate per il viaggio in bicicletta (e che conosciamo da oltre vent’anni). L’albergo scelto da noi è uno di quelli della catena Scandic (Stoccolma ne è piena), nello specifico lo Scandic Go di Upplandsgatan. Si tratta di una struttura presidiata ma quasi interamente self service che, oltre ad essere esteticamente gradevole e in una posizione eccellente, offre tutti i servizi di cui si ha bisogno, tra cui un deposito bagagli gratuito anche dopo il check out (giusto la colazione non è eccezionale, ma basta uscire e andare in uno dei tanti panifici. Noi non abbiamo potuto perché era domenica e molti erano chiusi). L’albergo scelto invece dall’organizzazione è il Birger Jarl, che occupa un enorme palazzo di Norrmalm. Un po’ meno comodo come posizione rispetto al centro, ma comunque ottima sistemazione.

Una sposa indiana al municipio di Stoccolma
Per quanto riguarda pranzi e cene, le nostre destinazioni per vere e proprie cene svedesi sono state Tennstopet, buona e a prezzi accettabili, e il rinomato Pelikan, dove abbiamo mangiato bene (toast Skagen, gubbröra, e poi salmerino e polpette), ma il locale è rumorosissimo, con camerieri molto spicci e un costo decisamente superiore. Un’altra tappa di cucina svedese, ma più in stile fast food, l’abbiamo fatta a Gamla Stan (il quartiere storico della città) per mangiare il panino con l’aringa fritta al baracchino Nystekt Strömming. Sempre a Gamla Stan ci siamo fermati (più che altro perché aveva cominciato a piovere) da Cronan, per un caffè e un dolcetto. Una sera che invece non avevamo voglia di cucina svedese abbiamo cenato da Santorini, un ristorante di cucina greca in una traversa di Drottninggatan, la strada pedonale più famosa di Stoccolma (quella che mio nipote chiama la via Sparano di Stoccolma 😉 )

Gli edifici medievali nella Stortoget
Per quanto riguarda l’esplorazione della città, in parte abbiamo fatto in autonomia, in parte ci siamo affidati – come facciamo spesso quando siamo in città che non conosciamo e abbiamo poco tempo – a un free walk. In questo caso abbiamo prenotato con Guruwalk Free Tour e abbiamo come guida la simpatica e preparata Gaia, italiana che vive a Stoccolma da qualche anno, che partendo da Adolf Torg ci porta alla scoperta prima dell’isolotto su cui si trova l’edificio del Parlamento e poi del quartiere di Gamla Stan, e ci racconta un sacco di storie, aneddoti e informazioni sulla città.

Quando finisce la visita guidata, che si conclude nella Stortoget, la piazza più famosa della città, andiamo lì vicino a vedere il cambio della guardia, che raduna un gran numero di turisti e curiosi, anche perché la banda, oltre a suonare marce militari, suona sempre pezzi di musica pop, tra cui a volte ci sono anche gli ABBA.

Panorama di Stoccolma da Mariaberget
Dopo pranzo, come consigliato dalla guida, saliamo sul Katarinahissen, l’ascensore che sta all’inizio del quartiere di Södermalm e dove si può salire gratuitamente per godere di uno dei panorami più belli della città.

Un altro bel panorama lo vediamo nella nostra sosta a Stoccolma al ritorno da Mariaberget, che sta sempre su Södermalm, una altura sul mare da cui si guarda sempre verso Gamla Stan e Norrmalm ma da un’angolazione differente.

Riguardo ai musei, che sono una delle attrattive più importanti della città, riusciamo a vedere il Fotografiska, il museo della fotografia che, dati i miei interessi, mi attirava parecchio. La struttura è bella, ma la mostra in corso più importante è quella di Martin Parr che già avevo visto a Bologna, e le altre mostre – a parte poche eccezioni – tendono al concettuale e per me risultano meno interessanti.

Per le strade di Stoccolma
Al ritorno dal viaggio in bicicletta andiamo invece a visitare il Vasa Museet, museo costruito intorno al relitto benissimo conservato di una nave del 600 affondata subito dopo la partenza dal porto. Tutti ci hanno caldamente consigliato di andare a vederlo, e in effetti è piuttosto impressionante, sia per il relitto sia per la storia che ci sta dietro sia per il tipo di museo che ci hanno costruito intorno: in sintesi, si potrebbe chiosare "come trasformare un fallimento in un grande successo". Nel museo c'è tantissima gente e ci si potrebbe stare le ore.

I nostri giri della città si concludono alla Stadsthuset, il municipio. Facciamo un giro nel cortile e ci affacciamo sul canale, dove ci sono varie coppie che stanno per o si sono appena sposate, impegnate in servizi fotografici. Tra le due opzioni, salire sulla torre o fare la visita guidata, scegliamo la seconda. Interessante senza essere entusiasmante.


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Nelle campagne svedesi
Il giro in bicicletta e le sue tappe

Prima tappa: Stockholm - Sodertalje, 63,8 km

Seconda tappa: Sodertalje- Mariefred, 47 km

Terza tappa: Mariefred – Bommersvik, 49 km

Quarta tappa: Bommersvik – Trosa, 51,30 km

Quinta tappa: Trosa – Stockholm, 8 km circa di bicicletta, poi treno

Totale: 220 km


Una pista ciclabile
Innanzitutto, alla partenza del viaggio in bici quest’anno incontriamo la persona referente di Pedalo, l’agenzia che in loco gestisce il viaggio, biciclette e trasporto bagagli. Visto che il giorno prima, scendendo in garage, ci eravamo accorte che le nostre biciclette erano una da donna e una da uomo, approfittiamo per chiedergli come mai. Lui non lo sa, ma visto che ha il furgone con altre bici si propone di controllare e pulire una bici da donna e di farci una sostituzione.

Superato questo primo ostacolo, si parte.

Il viaggio in bicicletta è, come sempre, un capitolo a parte, perché – come sa chi conosce questo tipo di viaggi – si trascorre la giornata a pedalare più o meno nel mezzo del nulla, tra boschi, campagne, valli, o costeggiando laghi, e di solito si arriva in un paese piccolo, e non sempre particolarmente turistico, dove noi con la bici siamo quelle strane.

Drottningholm
Per noi che insistiamo a noleggiare biciclette muscolari - mentre intorno a noi è un proliferare di bici a pedalata assistita - ogni tappa è una prova di resistenza, una sfida con noi stesse per capire se siamo ancora in grado.

Di solito, proprio per questo motivo scegliamo viaggi che sono classificati come facili, ma alla fine è sempre difficile rendersene pienamente conto sulla carta. In questo caso, non possiamo dire si sia trattato di un percorso difficile, però la costante leggera ondulazione del territorio svedese ha messo decisamente alla prova gambe e fiato. Soprattutto il fatto che abbiamo dovuto affrontare la tappa più lunga come prima tappa non è stata la cosa migliore, dal momento che in questi viaggi giorno dopo giorno ci si abitua al tipo di esercizio fisico. Per di più, la prima tappa – come sempre accade quando si esce da una grande città – è stata tra tutte probabilmente la meno interessante e anche il paese di arrivo, Södertälje, non era un granché tanto che la sua principale attrazione è una grande sede del colosso farmaceutico AstraZeneca (il nostro albergo si chiama Ad Astra 😉).

Un laghetto e una casa sul percorso
In realtà lungo la prima tappa, segnalo almeno due pause interessanti, quella al Drottningholm, il castello delle regine affacciato sul lago, che però vediamo solo dall’esterno perché mancano molti chilometri all’arrivo e la visita sarebbe troppo lunga, e poi una rilassante pausa pranzo (circa al km 40 del percorso) in un posto molto bello, lo Sturehofs Slottscafé, all’interno di un piccolo borghetto in mezzo alla campagna, dove tra l’altro ritroviamo un gruppo di ciclisti che abbiamo incontrato al ferry che attraversava il lago.

Gli ultimi 20 km sono i più impegnativi tra saliscendi continui in mezzo a campagne e boschetti e deviazioni che sembrano allungare la strada senza senso. A un certo punto io e S. ci perdiamo pure (!), poi per fortuna sentendoci telefonicamente e rifacendo un po’ di strada indietro ci ritroviamo.

Castello di Gripsholm
Quando arriviamo a destinazione, stanche morte, mentre portiamo la bici al garage dell’albergo combino il primo (per fortuna ultimo) piccolo disastro della vacanza. Faccio arrotolare la molla con cui lo zaino è fissato alla bicicletta nella ruota e nella catena. Per disincastrarla non solo ci sporchiamo significativamente, ma sporchiamo tutto quello che tocchiamo. Alla fine per fortuna risolviamo, ma la molla è da buttare e da quel momento metterò lo zainetto nella sacca laterale.

La seconda tappa inizia con un po’ di salite, ma poi il percorso si fa piacevole: attraversiamo boschi, campagne, piccoli paesi, laghi e laghetti e zone con belle villette. Alla fine vediamo da lontano il castello di Gripsholm ma dobbiamo quasi circumnavigare il lago (e non su una comoda e piatta pista ciclabile, ma sui saliscendi che circondano il lago) per arrivare infine alla nostra destinazione, ossia a Mariefred, un paesino ridente e pieno di gente che si affaccia sul lago Mälaren. Il nostro albergo al
Kulturpärlor è molto carino. Nel pomeriggio facciamo una passeggiata e un po’ di shopping, un giro al castello di Gripsholm che sta su una isoletta raggiungibile a piedi, e infine andiamo a cena da Han i Hörnet bistrot, un po’ caro ma molto buono.

Lago lungo il percorso
La terza tappa è fatta soprattutto di boschi, laghi (piccoli e grandi) e avvistamenti di animali (cerbiatto, lepre, scoiattolo, e vari uccelli), e questa volta la nostra destinazione, Bommersvik, non è un paese ma una specie di albergo diffuso con sauna, palestra, ristorante, spiaggia sul lago. Ci sono un sacco di giovani che forse passano qui le vacanze.

Aperitivo e cena nell’edificio centrale di questo complesso alberghiero, e poi ci godiamo un tramonto davvero speciale sul lago, che veramente fa pensare al famoso film con Ford e la Hepburn Sul lago dorato.

Tramonto sul lago a Bommersvik
La quarta tappa è forse la più bella di tutte dal punto di vista paesaggistico, anche grazie a una condizione atmosferica perfetta che ci regala cieli molto belli, azzurri, ma solcati da tante nuvolette soffici e bianche.

La nostra destinazione è Trosa (in svedese Mutandina, lo scopriremo con grasse risate nel pomeriggio), dove ci prendiamo la prima e ultima pioggia del viaggio (poca a dire il vero, grazie a un albero che ci ripara).

Prima di sistemarci nel nostro albergo, lo Stadsthotell, decidiamo di andare in bici a fare il giro dell'isola che si trova davanti alla cittadina ed è collegata a essa da una strada che passa in mezzo al mare, molto bella, con tante case bellissime costruite su scogliere dalla forma tonda.

Trosa
A Trosa innanzitutto scopriamo che le scope dalle setole rosse che si trovano fuori da qualunque esercizio (negozi, hotel ecc.) non hanno un significato benaugurante o contro il malocchio, ma – come tutto in Svezia – sono funzionali a spazzare foglie, neve e altro e a mantenere pulito lo spazio antistante.

Nel nostro pomeriggio in giro per il paesino assaggiamo le buonissime brioche alla cannella e al cardamomo della Nilssons Bageri, e andiamo a curiosare ad una specie di raduno di macchine d’epoca. La cena la facciamo in una specie di pub/fast food, perché vogliamo una pausa dal cibo svedese.

La stazione di Vagnhärad
L’ultima tappa, come già accennato, la percorriamo in buona parte in treno. È prevista pioggia e non vogliamo rischiare, e soprattutto non ci dispiace arrivare un po’ prima a Stoccolma per visitare il Vasa Museet e fare qualche altro giro in città.

Quindi facciamo in bici solo 8 km da Trosa fino alla stazione di Vagnhärad dove prendiamo un treno per Stoccolma su cui carichiamo le biciclette che riporteremo poi al nostro albergo per la riconsegna.

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Conclusioni

Anche quest’anno il nostro giro in bicicletta è stato molto soddisfacente e ci ha permesso di sfuggire per una settimanella all’estate infuocata in Italia. Questa volta, ancora più che le altre, il tempo è volato, e in un battibaleno ci siamo ritrovate sull’Arlanda Express nella direzione opposta verso l’aeroporto per tornare verso casa. La Svezia si conferma meta gradevole e rilassante: tutto è semplice, intuitivo, tendenzialmente ben organizzato. La mia conclusione è che l’Ikea costituisca una perfetta metafora del paese: un luogo gradevole, dove si sta bene, ci si sente a proprio agio, ci si muove facilmente, e che quando vai via hai voglia di ritornarci.

martedì 23 giugno 2026

Dalle montagne al mare: Molise e Isole Tremiti fuori stagione

Isola di San Domino: i pagliai
Io e S. dovevamo fare questo viaggio l’ultima settimana di settembre 2025, ma una ondata di maltempo pesante e insolita per quel periodo ci aveva costretto a rinunciare. Abbiamo dunque riprogrammato il viaggio per l’inizio di maggio: peccato che intorno a Pasqua le alluvioni al sud avevano determinato il crollo di un ponte all’altezza di Petacciato e sia la linea ferroviaria che i principali collegamenti stradali con il Molise e Termoli erano stati interrotti, con tempi di ripresa incerti. E così anche in questo caso la suspence si è prolungata quasi fino all’ultimo minuto, ma per fortuna, una volta verificato che i collegamenti c’erano, abbiamo deciso di partire.

Il nostro giro ha previsto i primi 3 giorni in Molise, poi una giornata a Termoli, quindi 5 giorni alle Isole Tremiti con rientro e notte prima della partenza sempre a Termoli.

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La zona archeologica di Sepino
Il Molise


Partiamo dal noleggio dell’auto. Abbiamo dovuto anticipare di un giorno la partenza perché i giorni e gli orari di apertura degli autonoleggi di Termoli sono esemplati su quelli degli uffici pubblici, e dunque dimenticatevi di prendere una macchina a noleggio in un giorno festivo o troppo presto la mattina o troppo tardi la sera!

Ritirata la nostra Pandina, andiamo dirette verso la nostra casetta con terrazza che abbiamo prenotato a Sessano del Molise, un paesino un pochettino desolato non lontano da Isernia, uno dei due capoluoghi di quella piccolissima regione, che nella nostra Italia un po’ soffre di invisibilità.

La Fonderia Marinelli ad Agnone
La casetta è ben organizzata e molto accogliente, nonostante le scale interne non proprio agevoli.

Nei successivi giorni, durante i nostri giri molisani, alterniamo natura, archeologia e visite a paesi, e su tutti questi fronti non mancano le cose da fare e da vedere.

Dopo un fallito tentativo di visitare il sito archeologico sannitico di Pietrabbondante, inspiegabilmente chiuso, visitiamo Agnone – il centro storico e la famosa Fonderia Marinelli, che realizza le campane tra gli altri per lo Stato pontificio e dove partecipiamo a una visita guidata con un gruppo di americani. Non manca una sosta al punto vendita del Caseificio Di Nucci per acquistare il celebre caciocavallo della zona.

Cascata del Volturno
Segue passeggiata naturalistica che ci porta prima alla Cascata del Volturno, dove però la passeggiata vera e propria prevede di percorrere dei tratti nell’acqua – che noi non siamo attrezzate per fare –, e poi, non molto distante, all’azzurrissimo Lago di San Vincenzo, dove facciamo una passeggiata a piedi e poi un giro in macchina tutto intorno, lambendo l’Oasi delle Mainarde. La nostra escursione mattutina termina con la visita alla “nuova” Abbazia di San Vincenzo e con la prenotazione della visita guidata al sito archeologico della “vecchia” e della cripta di Epifanio.

Il tardo pomeriggio è dedicato a una rapida visita alla cittadina di Isernia e poi a una cena sul presto da O' Pizzaiuolo, un posto enorme e con un menu lunghissimo che inevitabilmente si rivela mediocre.

Centro storico di Campobasso
Con la medesima organizzazione, il giorno successivo andiamo in mattinata al sito archeologico di Sepino, dove approfittiamo dell’ingresso gratuito e di un’ottima organizzazione. Si tratta di una cittadina romana abbastanza ben conservata, su cui sono state poi realizzate delle costruzioni medievali. Audioguida tramite app e mappa molto ben fatte per poter usufruire della visita in piena autonomia. Pranziamo nell’area picnic e poi andiamo verso Campobasso, da cui non ci aspettiamo niente e che invece ci sorprende. Parcheggiamo nel quartiere murattiamo e poi saliamo per le stradine del centro storico fino al castello. C’è una bellissima giornata di sole che ci permette di goderci la visita e che si conclude con un ottimo gelato alle Terrazze di Miranda.

L'area abbandonata di Rocchetta Alta
Il terzo giorno andiamo a fare una piccola passeggiata (una ventina di minuti ad andare e altrettanti a tornare) per vedere la cascata del Carpinone – molto suggestiva – e lungo la via ci intratteniamo con delle simpaticissime caprette, molto affettuose.

Torniamo dunque in zona San Vincenzo per la visita guidata alla bellissima cripta di Epifanio e al sito archeologico della vecchia abbazia, davvero sorprendente per storia e stratificazioni.

Poi andiamo a fare una passeggiata alla zona abbandonata del paesino di Rocchetta Alta, superando – ahi ahi – la transenna che ne impedisce l’accesso.

Il trabucco di Termoli
È l’ora di andare verso Termoli, dove restituiamo la macchina, e facciamo un giro nel bel centro storico con la sua passeggiata sul mare e la vista che spazia sul trabocco e sulla enorme spiaggia attrezzata.

La cena la facciamo alla friggitoria di pesce Maramimmo, dove mangiamo molto bene.

La sistemazione a Termoli sarà sia all’andata che al ritorno presso il b&b Futura rooms, gestite con passione da una giovane mamma che si dà molto da fare nei limiti delle sue possibilità.

Al rientro dopo i giorni alle Tremiti, a Termoli andremo a mangiare all’Osteria dentro le mura, famosa per il brodetto termolese che però non prendiamo, ma in compenso ci godiamo calamari su crema di piselli, cavatelli con vongole e asparagi, e chitarrina con sugo di scampi, e infine mousse di ricotta alla vaniglia con riduzione di fragole. Tutto buonissimo.

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Isola di San Nicola vista da San Domino
Le isole Tremiti: San Domino e San Nicola


Con il traghetto delle ore 9 da Termoli raggiungiamo in un’oretta il porto dell’isola di San Domino, la più grande delle Tremiti e quella dove abbiamo l’alloggio. Il proprietario dell’appartamento che abbiamo prenotato, Relais al Faro, ci viene a prendere in macchina, dal momento che la salita verso il centro del paese dal porto è piuttosto impegnativa, anche senza bagagli.

Una volta sistemateci, iniziamo da subito la nostra esplorazione dell’isola che in questi 4-5 giorni ci permetterà di conoscerla in ogni suo angolo, e anche di fare un bel giro della nostra dirimpettaia San Nicola.

Per i sentieri di San Domino
Il primo giorno facciamo un giro nella zona del porto, alla cala delle Arene (l’unica vera spiaggia di sabbia dell’isola e certamente la più accessibile), quindi andiamo verso Cala Spido dove ci fermiamo per un bagno in totale solitudine. Risalendo dalla scogliera andiamo prima verso Cala Matano, resa famosa dalla canzone di Lucio Dalla (storico abitante di San Domino), Luna matana, e poi da qui facciamo un pezzo del sentiero perimetrale che va verso il colle dell’eremita.

Verso l’ora del tramonto riprenderemo il sentiero e dopo aver raggiunto il colle dell’Eremita proseguiremo verso il faro abbandonato (sempre molto affascinante) e verso la grotta del bue marino, passeggiata che ci regala scorsi di paesaggio e natura molto molto belli.

Passeggiando per l'isola di San Nicola
Il giorno seguente, visto che è nuvolosetto e porta pioggia, decidiamo di prendere al porto la navetta che in meno di 10 minuti ci porta a San Nicola, la più ricca di storia. complesso abbaziale fortificato di Santa Maria a Mare, risalente all'XI secolo. Dal porto risaliamo, attraverso il portale, lungo il percorso delimitato dalla cinta muraria verso il convento-castello fortificato e la chiesa di Santa Maria a Mare ricostruita dai benedettini di Montecassino nel 1045 quale rifacimento di una chiesa preesistente.

In tutta questa zona ci sono moltissimi lavori manutentivi e conservativi in corso, e molti spazi dell’abbazia non sono visitabili, però la passeggiata tra i chiostri e i percorsi interni ed esterni è molto bella e, una volta usciti dalla fortezza dall’altra parte, e attraverso la cosiddetta “tagliata” (la strada che passa nel punto in cui l’isola si restringe), ci incamminiamo sul bel sentiero nella macchia mediterranea che ci porterà fino al monumento libico e al cimitero.

Nelle strade del paesino di San Nicola
Nel frattempo siamo andate alla ricerca delle rinomate treccine tremitesi di cui ci ha parlato un’amica, e di cui a San Domino nessuno sa niente, perché questi biscotti con i semi di finocchietto selvatico li fa e li vende solo il Bar Nazionale nella piazza centrale di San Nicola. Qui compriamo anche un po’ di souvenir in un negozio di ceramiche.

La nostra visita a San Nicola, a differenza che la nostra permanenza a San Domino, non è affatto solitaria: incrociamo infatti diverse scolaresche in gita e ovviamente, in un’isola così piccola, non c’è modo di non incontrarli. Ce li ritroveremo anche sulla barca che fa navetta tra San Nicola e San Domino e su cui all’andata eravamo completamente da sole.

La grotta delle viole a San Domino
Al rientro sull’isola principale, visto che nel frattempo è uscito il sole, decidiamo di fare un altro giretto esplorativo e andiamo verso la baia degli inglesi, che è la cala a disposizione degli ospiti del villaggio del Touring Club, che comunque al momento è chiuso. Noi ci arriviamo passando per Cala Tramontana e ci fermiamo per il bagno, prima di rientrare a casa.

Dopo un ottimo aperitivo al bar della piazza EraOra, che è del proprietario del nostro appartamento, andiamo a cena al ristorante La Fenice (aperto tutto l’anno), che fa un’eccellente cucina di pesce e dove infatti torneremo anche una seconda sera. A questo giro prendiamo insalata di polpo e tartare di gambero, spiedini di calamari e polpo alla griglia su letto di patate e finiamo con un cannolo scomposto. Tutto buonissimo.

La costa nord di San Domino
Il giorno successivo esploriamo la costa che va dallo scoglio dell’elefante fino alla grotta delle viole (quest’ultima bellissima), fino ad arrivare alla cala di Zio Cesare, una stretta insenatura, molto bella anche questa, con le pietre lisce dove ci fermiamo a leggere e facciamo uno spuntino.

Riprendiamo poi il sentiero perimetrale arrivando fino a Punta Secca (dove c’è una discarica!), quindi andiamo alla grotta delle rondinelle, bellissima ma il cui accesso è piuttosto impervio. Finiamo alla cala dei Benedettini con un bel bagno.

L’ultimo giorno intero che trascorriamo sulle isole ce la prendiamo comoda. Andiamo verso la grotta di Cala Tonda e vorremmo arrivare lungo la scogliera a Cala Tamariello, ma i gabbiani schierati a protezione delle uova ci impediscono il passaggio. Così torniamo indietro e ci arriviamo passando per il villaggio internazionale di Punta Diamante. Ci mettiamo sugli scogli a prendere il sole, ma niente bagno perché c’è scritto – per fortuna! – che la presenza diffusa di attinie (anemoni di mare) lungo gli scogli potrebbe provocare importanti irritazioni.

Passeggiando per San Domino
Sempre attraverso il villaggio internazionale risaliamo e andiamo verso i Pagliai, una zona di scogliere alte e faraglioni con bellissime calette di sabbia che sono però raggiungibili solo via mare.

Nel tentativo di fare un ultimo bagno proviamo a tornare a Cala Spido ma il mare mosso rende difficoltosi ingresso e uscita dall’acqua, cosicché alla fine ripieghiamo sulla Cala delle Arene dove è possibile fare il bagno (tra l’altro con un’acqua limpidissima) nonostante le onde. Purtroppo anche qui ci sono classi di ragazzini in gita, ma per fortuna non sono eccessivamente molesti.

Sulla via del ritorno ci fermiamo al negozio Lo scrigno per comprare un po’ di souvenir, ma pur essendo tutto aperto non c’è nessuno. Ci torneremo il giorno dopo.

Per cena torniamo al ristorante La Fenice con rinnovata soddisfazione per gli antipasti di mare e la grigliata mista di pesce.

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Centro storico di Isernia
Conclusioni


Molise e Isole Tremiti pur essendo così vicine sono mondi davvero molto diversi, cosicché davvero la nostra vacanza è sembrata come la somma di due vacanze.

Il Molise, pur se a volte un po’ depresso, è una terra tutta da scoprire, sia dal punto di vista storico che naturalistico. Non ha forse cose imperdibili (tranne probabilmente Sepino e la cripta di Epifanio, tra le cose viste da noi), ma siti (archeologici, naturalistici, urbani) di grandissimo interesse, oltre che prodotti da comprare e mangiare buonissimi, come il caciocavallo e le lenticchie.

Delle isole Tremiti non possiamo che dire un gran bene: mare cristallino, tranquillità assoluta, silenzio, paesaggi molto belli. Certo, va detto che noi le abbiamo girate completamente fuori stagione, quindi ci siamo state praticamente in compagnia dei soli abitanti.

Per le strade di San Domino
Nei giorni della nostra permanenza abbiamo visto gli abitanti impegnati nel sistemare locali, abitazioni e altro per la stagione estiva, che il nostro host ci ha detto cominciare più o meno a metà giugno.

Immaginiamo che in piena estate le calette in cui noi abbiamo fatto il bagno da sole siano molto più affollate, e anche quelle non facilissime da raggiungere saranno invase di barche e natanti, ma noi ci siamo godute la solitudine, l’ombra delle pinete che ricoprono tutta San Domino e un’acqua meravigliosa. Certo, bisogna amare un po’ di solitudine spartana e non avere timore a fare il bagno nell’acqua molto fredda, ma per il resto per me le Tremiti sono state una bellissima scoperta fuori stagione.

venerdì 28 novembre 2025

Un weekend milanese: Fondazione Prada, Black Country New Road, Hangar Bicocca

Molti mesi fa avevo comprato il biglietto per il concerto dei Black Country, New Road ai Magazzini generali di Milano, perché da tempo seguo questo interessante gruppo inglese e avevo letto che l’esperienza dal vivo nel loro caso vale davvero la pena.

Considerato che a Roma ormai arrivano sempre meno i tour dei musicisti che mi interessano, ho pensato che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione.

E così quando è arrivato il momento, nonostante un periodo decisamente pieno di impegni, ho deciso di partire per Milano e di approfittare della trasferta non solo per partecipare al concerto, ma anche per sfruttare l’offerta milanese di attività culturali, e non solo.

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La Fondazione Prada e la mostra di Iñárritu


Il sabato pomeriggio, approfittando del fatto che ho l’alloggio in zona, vado a visitare la Fondazione Prada, di cui ho sentito molto parlare, ma dove non sono ancora stata.

Alla biglietteria mi consigliano di andare prima a visitare la torre, ossia l’edificio di nuova costruzione che è andato a innestarsi sull’insieme di edifici industriali che compongono il complesso architettonico.

Alla torre c’è una mostra che si chiama Atlas: io attraverso tutti i piani, apprezzo alcune opere, ma soprattutto apprezzo le pareti a vetri e la vista dall’alto di questa interessante porzione di città.

Tornando all’edificio dove si trova la biglietteria, il Podium, che sta di fronte alla biblioteca e al bar, vado a visitare la mostra Sueño Perro: Instalación Celuloide de Alejandro G. Iñárritu, che era quella che mi attirava di più. Questa mostra nasce dalla scoperta da parte del regista messicano che, dopo la realizzazione del suo famoso film Amores perros, i trecento chilometri di pellicola scartati sono stati conservati dall’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Il regista ha dunque deciso di dare una seconda vita a queste pellicole dimenticate, proiettandole nelle sale del Podium tramite grandi proiettori che mostrano lo srotolarsi della pellicola e che assumono un’atmosfera particolare grazie al fascio di luce che squarcia il buio delle sale. Ne viene fuori per lo spettatore un’esperienza davvero particolare, non solo visiva, ma anche sonora e tattile. Personalmente l’ho trovata molto affascinante.

Al piano di sopra dello stesso spazio espositivo c’è la mostra – primariamente fotografica - Mexico 2000: The Moment that Exploded con cui lo scrittore e giornalista messicano Juan Villoro mette in relazione il film di Iñárritu, uscito nel 2000, con la situazione politico-sociale del Messico in quel periodo, che rappresentò per il paese non l’inizio di una nuova era di democrazia, ma l’inizio di un tracollo che è ancora in corso.

Diciamo che probabilmente c’erano altri spazi e mostre da esplorare ma la Fondazione stava per chiudere e io dovevo rientrare per il concerto della sera. Comunque ci sarà certamente occasione di tornarci.

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Black country, new road ai Magazzini generali


L’orario di inizio del concerto dei Black Country, New Road indicato sul biglietto è le 20.00, che è uno strano orario perché nella mia ottica romana non è né un concerto presto né un concerto al solito orario. Nell’idea, anche questa molto romana, che sia solo un orario indicativo, vado ai Magazzini generali alle 20 esatte, ma a quell’ora non solo c’è la fila fuori, ma un sacco di gente è già entrata. Scopro tra l’altro che ai Magazzini generali non fanno portare e usare le macchine fotografiche (che rottura di scatole!) e dunque quando entro devo pure pagare due quote del guardaroba per la macchina fotografica e la giacca. In più cerco di avanzare tra la folla, ma sono oltre metà sala con un sacco di persone alte davanti a me, e vedo che sui ballatoi non c’è nessuno quindi ipotizzo che non ci si possa andare. Peccato che, solo quando la sala si riempie, facciano salire sui ballatoi e così chi è arrivato molto dopo di me ha probabilmente una visuale molto migliore della mia.

Tra l’altro quando arrivo sta già suonando un gruppo, formato da tre ragazzi e una ragazza, un classico gruppo indie rock, che però non so chi siano, posso solo immaginare che si tratti del gruppo spalla dei Black Country, New Road. Scoprirò solo dopo che si tratta dei Westside cowboys, la cui musica – devo ammettere – mi lascia parecchio indifferente, fors’anche perché sono infastidita dall’organizzazione del concerto in questo locale (molto, ma molto meglio il Monk!).

Comunque, quando sul palco arrivano i Black Country, New Road la musica cambia completamente e in tutti i sensi. Il gruppo è al gran completo con i suoi sei componenti, Tyler Hyde (basso), Lewis Evans (sassofono), Georgia Ellery (violino), May Kershaw (tastiere), Charlie Wayne (batteria) e Luke Mark (chitarra), disposti su due file, in prima fila le donne – protagoniste assolute dell’ultimo album, Forever Howlong – in seconda fila gli uomini.

Il concerto è in buona parte dedicato all’ultimo album che il gruppo suona quasi per intero, con un’unica pausa che è dedicata alla cover della canzone The ballad of El Goodo dei Big Star.

Mentre li ascolto e mi guardo intorno – ci sono ragazzi giovanissimi, ma anche persone di una certa età, e tutti sembrano pazzi della loro musica, che pure non si può dire veramente mainstream – capisco cosa hanno di speciale e di magnetico questi musicisti, ossia degli arrangiamenti davvero molto belli e particolari, direi quasi orchestrali, che fanno vivere il concerto come fosse non un insieme di pezzi, ma quasi un tutt’uno, una specie di musical.

Inoltre, nella loro musica c’è un mix di contemporaneo e di retrò che la rende particolare e forse anche per questo apprezzabile da persone provenienti da mondi musicali diversi.

Alla fine di questa ora e mezza abbondante di musica, i BC,NR annunciano che non fanno bis e che stanno per suonare l’ultima canzone, così – anche se il pubblico avrebbe voluto che il concerto proseguisse ancora (ma questo direi che è quasi la norma) – i musicisti ci salutano con un "arrivederci, a presto".

Bel concerto, nonostante i Magazzini generali.

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Hangar Bicocca e la mostra di Nan Goldin


L’ultima mattina del mio weekend milanese è dedicata alla visita ad Hangar Bicocca, un luogo che da tempo volevo visitare, e che in questo caso mi attira particolarmente visto che è in programma una retrospettiva su Nan Goldin, fotografa che ho conosciuto e apprezzato solo dopo aver visto il film vincitore qualche anno fa a Venezia All the beauty and the bloodshed.

La mostra in programmazione ad Hangar Bicocca, spazio espositivo molto interessante anche di per sé stesso, è intitolata This will not end well ed è una retrospettiva importante dedicata all’attività di Nan Goldin come filmmaker e artista multimediale. La mostra arriva a Milano dopo Stoccolma, Amsterdam e Berlino, e proseguirà verso Parigi, e si compone di 8 tra slideshow e video.

Lo slideshow, come avevo imparato nel summenzionato film, è una delle forme più tipiche di espressione di Nan Goldin, una strada intermedia tra il mezzo fotografico (inevitabilmente statico e più destinato all’osservazione attenta) e l’opera filmica vera e propria fatta di immagini in movimento. In questo caso, abbiamo immagini statiche che scorrono secondo una sequenza definita dall’artista e accompagnate da una colonna sonora, valorizzando dunque la forza narrativa delle immagini.

Il più famoso di questi slideshow della Goldin è The ballad of sexual dependency, che per la mostra in questione l’artista ha aggiornato e in parte rimontato.

Oltre a questo, in mostra ci sono altri 4 slideshow, Memory lost, Fire Leap, The other side e Stendhal Syndrome, e 3 video, due monocanale (Sirens e You Never Did Anything Wrong) e uno a tre canali con una installazione scultorea, dal titolo Sisters, Saint, Sibyls.

Ciascuna di queste proiezioni occupa un padiglione progettato appositamente dall’architetta Hala Wardé in collaborazione con la stessa Goldin, al fine di creare uno spazio che dialoghi con i contenuti proiettati.

Si consideri che per vedere l’intera mostra sono necessarie più di tre ore, perché le proiezioni possono durare ciascuna fino a 40 minuti. Io che avevo circa un’ora e mezzo di tempo, ho potuto vedere con calma solo The ballad of sexual dependency e Sisters, Saints, Sybils, quindi l’inizio e la fine, accomunate dalla dedica alla sorella di Nan, Barbara, morta suicida in un istituto psichiatrico.

L’universo di Nan Goldin – come sa chi ha visto il film – non è certo un universo spensierato e risolto, e non si può dire che si esca dalla mostra con l’animo sollevato, eppure la sua opera comunica una vitalità, una forza ed una energia davvero notevoli che meritano un’adesione emotiva e spirituale.

Da non perdere, ed eventualmente da andarci in più volte, visto che l’ingresso è gratuito.

giovedì 30 ottobre 2025

Il Sud-Ovest dell’Inghilterra: vagando tra Wiltshire, Hampshire, Dorset, Devon, Cornwall e Somerset (seconda parte)

Tra cani e pecore a Minions
Leggi qui la prima parte del racconto di viaggio.

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Luoghi visitati in transito: Minions, Cawsand e Kingsand, Polperro

Nello spostamento tra Longdown e Perranuthnoe, terza sistemazione della nostra vacanza, attraversiamo il grande ponte che unisce il Devon alla Cornovaglia, passiamo vicino a Plymouth (ma non ci fermiamo) e invece puntiamo verso Minions (!!!!), un paesino il cui nome è tutto un programma ma che decidiamo di visitare perché ci sono tre circoli di pietre del neolitico.

Nei pressi di Minions
La visita al circolo di pietre è una scusa per fare poi una passeggiata nella brughiera fino a quello che a me sembra un tor, ma di fatto è una collina su cui ci sono delle strane formazioni rocciose e che qui chiamano cheesewring. Da qui si domina il paesaggio tutto intorno, dove ci sono mucche al pascolo, cavalli, pecore e numerose engine houses, costruzioni preindustriali che sono una specie di simbolo della Cornovaglia e ricordano il suo passato minerario.

In quello che per gli inglesi è un lungo weekend che si conclude il lunedì con una loro bank holiday, le strade sono affollate e i locali approfittano per fare gite e gitarelle. Così quando tentiamo di andare alle cascate non lontane da Minions troviamo il parcheggio strapieno di macchine e decidiamo di rinunciare.

Cawsand
Andiamo invece verso Rame Head, nonostante ciò comporti tornare leggermente indietro. In particolare puntiamo ai paesi di Cawsand e Kingsand, villaggi gemelli che sono nella baia prima di Rame Head. I paesi sono davvero carini, c'è gente ma non una folla insopportabile, e ci fermiamo a comprare qualche ricordino. Poi facciamo una passeggiata tra i due paesi e visto che è una giornata splendida ci fermiamo infine sulla spiaggetta per un bagno. Qui rimaniamo fino a quando la spiaggia va quasi completamente in ombra.

L’ultima tappa di questa giornata di transito è Polperro, paesino di mare incastonato in una specie di fiordo. C'è un parcheggio a inizio del paese (7 sterline, costo minimo fino a 3 ore) e da qui a piedi si arriva al porto. Arriviamo quando i negozi hanno chiuso quasi tutti e il paese si è scaricato di gente, il che lo rende molto bello e suggestivo anche se è evidente che si tratta di un posto ormai abitato quasi esclusivamente da turisti. Facciamo su e giù per le stradine intorno al porto e poi torniamo verso la macchina direzione Penzance.

St Michael's Mount visto da Perranuthnoe
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Terza parte del viaggio: Cornwall

Dove abbiamo dormito e mangiato

La nostra base per i giri in Cornwall è il piccolo villaggio di Perranuthnoe, e più esattamente lo chalet gestito da Bridget e suo marito (scozzese) che è quello dove stavano le figlie e che, dopo che queste ultime sono diventate grandi e sono andate via, è stato destinato ad alloggio turistico. Lo chalet sta su una collina vicina al villaggio che domina tutta la baia e da cui si vede non solo la spiaggia del paese ma anche l’isola di St Michael' Mount e i paesi dall’altro parte, Newlyn e Mousehole. Un posto incantevole con qualunque meteo che fa venir voglia di stare seduti in terrazza a guardare il cielo, il mare e le maree e ad ascoltare il rumore delle onde. Bridget e il marito sono discreti e ospitali e ci lasciano scones, clotted cream e marmellata di lamponi nel frigo, consentendomi di fare colazione con queste prelibatezze per quasi tutte le mattine che rimarremo qui.

Il nostro primo cream tea
Riguardo alle tappe mangerecce, non posso non segnalare, sulla strada dal Devon alla Cornovaglia, il Minions Shop and Tea room dove ci fermiamo a mangiare il nostro primo cream tea (il trittico delle meraviglie, già ricordato, scones, clotted cream e marmellata di lamponi). Buonissimo tutto!!! Tra l’altro il posto è speciale e mentre noi mangiamo ai tavoli all’aperto intorno a noi ci sono in giro pecore, mucche, cani e bambini, in un’atmosfera a dir poco bucolica.

Un posto che abbiamo frequentato ben due volte è stato il Victoria Inn di Perranunthoe (il pub col muro rosa), dove ci siamo fermate un giorno per aperitivo con birra e patatine e un altro giorno per una cena che pensavamo stile pub ed invece abbiamo beccato la tapas night, che poi era una pub night modificata 😉

Victoria Inn a Perranuthnoe
Nella zona della penisola di Lizard, facciamo una bella pausa pranzo con sandwich e cream tea alla Tregullas Farm, una fattoria che ha anche un punto vendita di suoi prodotti e altro e fa piccola ristorazione.

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Luoghi visitati: Piskies Cove, Newlyn e Mousehole, Land’s end

Il primo giorno di permanenza a Perranunthoe decidiamo di fare una passeggiata lungo la costa e prendiamo il sentiero che va verso Cudden Point. Si tratta di un sentiero talvolta molto stretto che passa in mezzo agli arbusti bassi e che permette di godere di una splendida vista sul mare e sulle tante baie; vediamo anche un bel po’ di capoccette di foche che fanno capolino qua e là nell’acqua. Dopo Cudden Point proseguiamo ancora un po’ fino a quando davanti a noi si apre una bellissima baia con poca gente. Si tratta di Piskies Cove (la baia delle fate), dove decidiamo di fermarci un po' e fare un bagno.

A Newlyn per la festa delle sardine
Nel pomeriggio invece andiamo verso Newlyn, perché abbiamo letto che c'è il festival delle sardine. Parcheggiamo al porto e dopo aver pagato due piatti di sardine e una birra ci mettiamo in fila per ritirarli e li mangiamo sul muretto come tutti i locali. Facciamo poi un giro per il paese fermandoci anche a seguire un concerto nel cortiletto di un pub.

Andiamo poi a Mousehole che è ormai l’ora del tramonto e un sacco di bambini, ragazzi e adulti approfittano dell'alta marea per fare il bagno tuffandosi dal molo del porto. Tornate al nostro chalet assistiamo al primo, bellissimo tramonto della nostra vacanza con il sole che cala dietro St Michael's Mount.

Sennen Cove
Il giorno dopo andiamo verso Sennen Cove da dove parte un sentiero verso Land's End. Ci fermiamo al primo parcheggio utile, che è quello in alto sulla collina da cui si vede tutta la baia: sembra una grande spiaggia californiana con un mare da Sardegna. Scendiamo poi per il sentiero che porta alla spiaggia e che è molto ripido e non proprio agevole, salvo poi accorgerci che di parcheggi ce ne sono diversi a livello del mare (forse più costosi ma certamente più comodi). Lasciandoci la baia a sinistra, imbocchiamo infine il sentiero cui puntavamo: saliamo prima verso l'osservatorio e poi costeggiamo la bellissima scogliera fino ad arrivare a Land's End o, meglio, al punto in cui si trova la cosiddetta “last and first house”, e dove c’è moltissima gente che fa e si fa foto. Al ritorno imbocchiamo una pista ciclabile che attraverso un percorso più interno e più in piano ci riporta al punto di partenza.

Il sito minerario abbandonato di Botallack
Ci fermiamo così alla spiaggia dove io faccio anche un piccolo bagno in un’acqua fredda ma limpidissima! Un bagno magnifico, il più bello fin qui.

Nel pomeriggio andiamo verso il sito minerario abbandonato di Botallack, dove ci sono molti resti di costruzioni minerarie e di engine houses a picco sulla scogliera. Facciamo una passeggiata molto suggestiva con la luce del sole calante e poi torniamo verso Perranunthoe ma facendo una sosta intermedia a Lanyon quoit, uno dei tanti dolmen e altri resti neolitici di cui è ricca questa zona.

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St Michael's Mount
Luoghi visitati: Mount Saint Michael, Lizard peninsula


Un’altra giornata della nostra permanenza a Perranuthnoe è dedicata a St Michael's Mount e alla Lizard peninsula. È una giornata grigia e ventosa, con un discreto freddino.

In mattinata andiamo al parcheggio sulla spiaggia prima di Marazion e da qui facciamo una bella passeggiata sulla battigia fino ad arrivare all’imbocco del sentiero di pietra che porta all’isoletta di St Michael's Mount. Di fatto, si tratta del luogo gemello del più famoso Mont Saint Michel, nel nord della Francia, e come in quel caso anche qui l’isola è raggiungibile a piedi quando la marea è bassa, mentre nelle altre ore della giornata bisogna prendere delle barchette.

Kynance Cove
Noi aspettiamo un pochino che la marea si abbassi ancora (e lo fa quasi a vista d’occhio) e ci incamminiamo sulla stradina, prima con le scarpe, poi - dopo che un’onda un po’ più agitata mi ha bagnato le scarpe (S. si salva!) – proseguiamo a piedi nudi. Arriviamo all’ingresso del castello, ma non avendo il biglietto (costosissimo!) diamo un'occhiata e torniamo indietro alla macchina.

La seconda parte della giornata è dedicata alla penisola di Lizard. Lungo la strada prendiamo un acquazzone ma quando arriviamo al paese ha smesso di piovere. Dopo la pausa pranzo alla Tregullas Farm, ci avviamo sul sentiero verso Kynance Cove: arriviamo a una prima baia dove stiamo quasi per fermarci pensando sia Kynance Cove. Per fortuna Google maps ci permette di capire che siamo ancora lontani dalla nostra meta e così proseguiamo lungo la scogliera battuta dalle onde (per noi già altissime - chissà durante le tempeste invernali!), e arriviamo infine alla vera Kynance Cove dove, nonostante il divieto di balneazione a causa delle condizioni meteo, ci sono molti temerari che stanno facendo il bagno. 

Lizard Point
Tra sali e scendi, e centinaia di gradini, arriviamo oltre il bar che si trova proprio al centro della baia e poi, lungo la stessa strada, torniamo verso il paese. In macchina ci avviciniamo a Lizard Point, dove scendiamo al vecchio imbarcadero a vedere le foche, che fanno capolino tra le onde illuminate dalla luce del tramonto. Ci sediamo sul muretto ma a un certo punto una grossa onda bagna me e un altro ragazzo che stava sul muretto a leggere: io impreco, accorgendomi subito dopo che alla scena hanno assistito dei turisti italiani!

Torniamo dunque allo chalet, e durante la notte un grosso temporale ci sveglia.

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St Ives
Luoghi visitati in transito: St Ives, Godrevy lighthouse e Mutton Cove


La mattina il vento ha spazzato via quasi tutte le nuvole ed è una bella giornata ventosa. Prepariamo i bagagli e dopo colazione partiamo, invero un po' a malincuore.

Siamo dirette a St Ives, uno dei paesi più grandi della Cornovaglia e sicuramente il più turistico. Abbiamo letto cose tremende sul girare in macchina nel paese e sui parcheggi: appena entrate in paese ci fermiamo al parcheggio Trenwith, che sta in cima alla collina sul cui fianco si sviluppa l’intero paese con case in fila che digradano verso la baia. In realtà dal parcheggio c’è un autobus-navetta che con due sterline in pochi minuti ci porta in centro.

Godrevy lighthouse
Qui ci fermiamo alla caffetteria Sea of coffee per comprare caffè e magliette, e poi andiamo al porto dove c'è la bassa marea e una montagna di gente.

La cittadina è molto graziosa ma anche molto turistica; però basta allontanarsi dalle tre vie principali per trovare angoli tranquilli. Infilandoci nelle stradine arriviamo a The island e alla spiaggia di Porthmeor, e da qui andiamo a vedere la Tate St Ives, un museo di arte contemporanea con una prevalenza di artisti locali, che a dire il vero – salvo poche eccezioni – non ci conquistano. La struttura del museo però è bella, con scorci suggestivi sul mare.

La three mile beach
Tornate al parcheggio e ripresa la macchina, andiamo dall’altra parte della baia, alla cosiddetta three mile beach. Ci fermiamo al Godrevy point da dove con una breve passeggiata si arriva al punto di osservazione del Godrevy lighthouse (quello di Virginia Wolf) e alla Mutton Cove, famosa per essere luogo di riposo di una colonia di foche. Di fronte al faro due ragazzi ci fanno notare che nell'acqua c'è un animale che non sembra una foca: è più grande e sta immobile nello stesso punto da parecchio. Il ragazzo ipotizza che si tratti di uno squalo elefante. Chissà se è proprio così!! Alla Mutton Cove vediamo tante foche di vari colori e anche due baby foche bianche.

Mutton Cove con le foche che si confondono con le pietre
Poi, con la macchina andiamo al parcheggio delle Gwithian Towans: da qui facciamo una bella passeggiata lungo il sentiero delle dune costiere fino a Upton Towans, da dove scendiamo sulla three mile beach che percorriamo per un bel tratto fino a tornare al punto di partenza.

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Quarta parte del viaggio: tra North Devon e Somerset

Dove abbiamo dormito e mangiato

La nostra sistemazione per la parte finale del nostro viaggio è una mansarda in una tipica casa vittoriana, sulla collina che guarda il porto di Ilfracombe, in North Devon, che dalle sue finestre sui tetti spioventi ci permette di guardare il cielo cangiante e dalla finestra a cui ci si può sedere permette di guardare porto e scogliera davanti a noi.

La spiaggia di Bude
In questi ultimi giorni mangiamo prevalentemente a casa, anche perché siamo un po’ appesantite dal cibo inglese. Mangiamo fuori due o tre volte in tutto: un cornish pasty in un baracchino sul canale a Bude; un buonissimo cream tea con flat white al Cabin cafè a Crackington Haven per sfuggire alla pioggia; una cena fusion al ristorante Levain di Ilfracombe, dove mangiamo una crema di barbabietole e delle carote al coriandolo, e poi coda di rospo in salsa di cocco. Infine torta alla mandorla e ciliegia e gelato al miele e rum ed espresso, e il primo e unico bicchiere di vino che ho bevuto qui, un buon rosato spagnolo.

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Crackington Haven
Luoghi visitati: Ilfracombe, Crackington Haven, Tintagel, Speke’s mill, Clovelly


Questi ultimi giorni sono caratterizzati da tempo grigio e pioggia, pioggerellina e pioggiona che vanno e vengono. La prima mattina, visto anche il tempo incerto, decidiamo di visitare il paese di Ilfracombe. Parcheggiamo quasi a ridosso del porto e facciamo una passeggiata per andare a vedere la statua Verity che Damien Hirst ha realizzato per la città (e che è visibile anche dalla finestra del nostro b&b) e la chiesetta di Saint Nicholas che sta su un piccolo promontorio da cui è possibile abbracciare con lo sguardo l’intera cittadina. Poi continuiamo la nostra passeggiata nelle strade del centro e ci facciamo l’idea che Ilfracombe sia una di quelle località di villeggiatura un tempo molto vive e frequentate, e oggi un po' decadute.

Architettura tipica della zona
Ci spostiamo quindi verso la costa sperando in un tempo migliore. La nostra prima destinazione è Bude, dove andiamo sulla spiaggia per fotografare la suggestiva sequenza di cabine colorate. Quando ricomincia a piovere andiamo in centro e giriamo per negozi. La cittadina offre molto più di quello che ci aspettavamo – ed è anche gradevole e carina - e dunque non ci lasciamo sfuggire l’occasione di fare un po' di shopping.

Ripartiamo quindi verso Crackington Haven, una baia piuttosto nascosta dentro questa costa frastagliata e caratterizzata da grandi spiagge e falesie. Nonostante stia piovigginando e il cielo sia plumbeo, sulla spiaggia ci sono i soliti temerari surfisti di tutte le età con le loro mute a fare il bagno sorvegliati dai lifeboat guards.

Hartland
Andiamo poi verso Tintagel e, visto che è già piuttosto tardi, non ci fermiamo lungo la strada a Boscastle che forse avrebbe meritato una sosta. A Tintagel ci sono i resti di un castello medievale che viene collegato al ciclo arturiano anche se è cronologicamente successivo. L'accesso principale al promontorio su cui si trovano i resti del castello è chiuso e bisognerebbe fare il sentiero che scende su e giù per la falesia. Decidiamo che non ne vale la pena, ci limitiamo dunque ad arrivare al ponte e a guardarci intorno, visto che comunque la vista è molto bella.

Il giorno successivo decidiamo di andare nella zona dell'Hartland, anche se il tempo è parecchio incerto e mentre andiamo si succedono le classiche showers inglesi (piogge brevi e fitte). 
Il sentiero verso la cascata Speke's mill
La nostra prima destinazione è Speke’s mill, una piccola cascata, cui abbiamo letto che si arriva con una bella passeggiata sulla cosa. In realtà, come spesso accade in questa zona dell’Inghilterra, il navigatore ci porta in quello che non è un vero parcheggio e sembra volerci fare arrivare attraverso un percorso nell’interno. Leggendo meglio le nostre guide, capiamo che dobbiamo andare all'Hartland quay car park, dove ci sono ben tre aree parcheggio a tre altezze diverse rispetto al mare. Ci fermiamo a quella centrale e la vista è già incredibile. Imbocchiamo dunque il sentiero costiero da cui lo sguardo spazia su grandi scogliere e strane spiagge di scogli, e che poi si snoda in mezzo ai pascoli, passando vicino al Catherine's tor. Dopo circa una mezz’oretta di passeggiata arriviamo alla cascata, niente di spettacolare se paragonata a quelle islandesi, ma comunque in un contesto bello e con un paesaggio intorno davvero “wow”.

Cascata di Speke's Mill
La seconda parte della giornata la dedichiamo al paese di Clovelly, che abbiamo letto essere uno dei villaggi più belli del Devon (ma è un po’ come i borghi più belli d’Italia, ce ne sono sempre più del previsto! 😉 )

Arrivate all’ingresso del paese si viene direzionati a un parcheggio che sembra gratuito, cosa che ci stupisce alquanto. Entriamo in un negozio di birre e liquori che si affaccia sul parcheggio per chiedere e il venditore ci dice che il parcheggio è gratuito mentre dovremo pagare un biglietto per entrare nel paese, cui si accede attraverso una specie di hall commerciale che sembra quella di un aeroporto (davvero bizzarro!). Paghiamo le nostre 20 sterline e dopo aver attraversato la zona commerciale, scendiamo fino alla stalla degli asini dove ci sono ancora altri negozi, e poi giù per la strada fatta di sassi di mare che attraversa tutto il paese e scende a picco fino al porto.

A Clovelly
La visita al paese è decisamente anomala - sembra di essere un po' in un villaggio finto, tipo Truman Show - ma in realtà non lo è, anzi il paese ha una lunga storia, soprattutto nel suo rapporto con il mare e sembra avercelo anche adesso, se si considera il numero di barche e pescatori. Leggiamo poi che il paese fin da tempi antichi è proprietà privata di un'unica famiglia e che il biglietto di ingresso serve a garantirne la manutenzione e a preservarne l'aspetto originale, e forse è proprio questo che gli conferisce oggettivamente un’aria un po’ finta. Una volta al porto prendiamo una birra e delle patatine per goderci la luce del sole al tramonto sul porto, anche perché abbiamo deciso che per risalire useremo il servizio land rover che riporta i turisti al parcheggio. Peccato che, quando siamo pronte ad andare, scopriamo che il servizio è finito alle 16.30. Tocca tornare su a piedi, cosa che facciamo con la santa pazienza e con almeno due-tre soste lungo il percorso.

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Exmoor
Luoghi visitati: Exmoor, Dulverton, Tarr steps, Lynton e Lynmouth


Per la nostra ultima giornata piena di vacanza decidiamo di fare un driving tour nell’Exmoor, un’altra area naturale con una varietà di vegetazione e paesaggi.

La nostra prima destinazione è Dulverton, dove – quando ormai sta piovendo da un bel po’ - ci fermiamo per fare una passeggiata ed esplorare alcuni bei negozietti (ce ne sono diversi di antiquariato e libri).

La seconda tappa della giornata sono i Tarr steps, un ponte fatto con lastroni di pietra sovrapposti, a cui si arriva con una breve passeggiata dal parcheggio. Al ponte c'è una famigliola con due bambini che, sotto la pioggia battente e senza ombrelli, è con i piedi nell'acqua!

Lynmouth
Ripartiamo attraversando la brughiera fino a Lynmouth. Peccato che, oltre a diluviare, c'è una specie di nebbia/foschia che praticamente rende il paesaggio invisibile, oltre al fatto che vento e pioggia sono tali da impedire quasi di uscire dalla macchina. In questo giro, incontriamo un sacco di animali che invadono le strade della riserva, dalle classiche mucche e pecore ai più improbabili fagiani. Una volta a Lynmouth prendiamo la cliff railway, la più alta e ripida funicolare azionata esclusivamente ad acqua, che porta al paese gemello di Lynton.

Ripartiamo verso Dunster passando da Porlock Weir, e mentre facciamo un pezzo di strada a pagamento attraverso la foresta, un pezzo di ramo cade sul tettuccio della macchina facendoci spaventare moltissimo. Per fortuna senza conseguenze.

L'arcobaleno a Lynmouth
Passiamo per foreste, ancora brughiera, vediamo le spiagge e la costa, salendo e scendendo per le strade dell'Exmoor e infine arriviamo a Dunster dove il castello è chiuso e così quasi tutti i negozi. A questo punto ci dirigiamo verso casa, sapendo che, con il giro di oggi, alle contee già attraversate possiamo aggiungere pure il Somerset.

Peccato davvero per il clima di questo ultimo giorno di vacanza, piovoso e freddo, che non ci ha permesso di godere appieno del paesaggio, ma ci ha regalato un’immagine molto caratteristica della campagna inglese! S. esce dalla giornata avendo comprato guanti di montone, calze di alpaca, solette di pelo di pecora, scarpine di montone da bambini. Sarà stata influenzata dal clima? ;-)

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Per le strade della Cornovaglia
Considerazioni finali


Quando siamo partite tutti ci dicevano: ma che farete due settimane in quel pezzetto di Inghilterra così piccolo e dove c’è poco da vedere? Vi annoierete sicuramente!

In realtà, alla fine del nostro viaggio abbiamo fatto quasi 1600 miglia, ossia quasi 2500 chilometri. Non ci siamo affatto annoiate e anzi avremmo voluto sia più tempo di relax, sia più tempo per visitare cose cui abbiamo dovuto rinunciare o visitare in fretta.

Qualche riflessione sparsa sulla vacanza e sui luoghi visitati.

I colori della Cornovaglia
Fatta eccezione per le strade più grandi e le superstrade (qui in particolare la A38, la A30 e la A39 che corrono praticamente parallele attraversando tutta questa area), la maggior parte delle strade sono a due corsie molto strette o single track.

Le strade single track del sud ovest dell’Inghilterra sono più faticose di quelle scozzesi perché, a causa delle siepi altissime che affiancano le stradine, non si vede niente e le macchine ti spuntano davanti all'improvviso, senza che il guidatore sappia se c’è un passing place a portata di ruota.

Queste maledette siepi – le abbiamo davvero odiate – non solo rendono faticosa la guida, ma impediscono allo sguardo di spaziare sul paesaggio, cosicché per lunghi chilometri l’unica cosa che si vede mentre si guida è il piccolissimo pezzo di strada davanti a noi.

In contemplazione
In generale, le strade non sono concepite per chi voglia fermarsi a esplorare, ma solo per andare. Quindi, a parte gli stretti passing place, non ci sono piccoli slarghi o parcheggi dove poter sostare per un tempo breve e, lì dove ci sono spazi davanti agli accessi privati, abbondano cartelli “No parking” e “No turning”.

Va detto però che ci sono toilette pubbliche ovunque e, se ti scappa, avrai a portata di mano un bagno quasi sempre gratuito e pulito.

Restando sul fronte spostamenti e dintorni, una delle voci di spesa più importanti della vacanza sono i parcheggi, che possono costare da 2 sterline a 10 sterline per qualche ora (ovviamente talvolta anche per meno di un'ora). In realtà in alcuni casi, lì dove non ci sono sistemi di controllo, abbiamo la sensazione che siamo solo noi a pagare! Ma va bene se i soldi di questi parcheggi vengono spesi per preservare il territorio.

Ancora in contemplazione
Tutte le strade e stradine di campagna dove abbiamo fatto passeggiate a piedi sono affiancate da rovi con more. Alle prime le raccogli e le mangi; poi dopo un po’ lasci lì more bellissime e sicuramente buonissime.

Queste passeggiate sono state spesso accompagnate dal simbolo della ghianda, che è quello che identifica tutto il South West Coast Path, di cui orgogliosamente abbiamo percorso diversi pezzi.

Gli inglesi di questa zona sono stati accoglienti e gentili: per loro postura, nella conversazione è tutto “lovely” e “awesome”, e risulta oggettivamente un po’ falso, ma alla fine ci siamo abituati a usare anche noi questi aggettivi.

Mi pare giusto chiudere con William Blake
I cani sono abitanti al pari degli umani in questa zona dell’Inghilterra. Ce ne sono ovunque e di tutti i tipi. E, visto che gli inglesi sono fissati col gelato (si vende e si mangia dappertutto), non poteva mancare il gelato per i cani.

Andando appunto al cibo, la cucina inglese ci è risultata piuttosto pesante, un po' ripetitiva (quella da pub) e in generale un po' troppo condita e pasticciata, anche quella di livello un po' più alto.

Sul fronte del bere, mi ha colpito vedere in moltissimi locali birra Moretti, Poretti o addirittura Nastro Azzurro alla spina o in bottiglia, birra che per noi non è di qualità, e che evidentemente a loro risulta esotica. Cosa che è un peccato perché la birra è il fiore all’occhiello di questi luoghi e per me la loro bitter spillata a pompa è davvero eccezionale.

Comunque luoghi e vacanza consigliatissimi!!  

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Per una selezione più ampia di foto del viaggio nel sud Ovest dell'Inghilterra si veda qui (1: mood, places and atmosphere) e qui (2: people) sul mio profilo Behance.