mercoledì 29 novembre 2023

Il libro delle soluzioni

Dopo nove anni dall'ultimo film, Microbo & Gasolina (e l'intermezzo della conversazione con Noam Chomsky) torna al cinema Michel Gondry, e lo fa con un film personalissimo e folle, in cui prova a raccontarci - con grande sincerità e ironia - quello che gli è capitato in questi anni, e soprattutto l'ingorgo interiore che lo ha tenuto al palo.

Al centro di questo film c'è infatti un regista, Marc Becker (il bravissimo Pierre Niney), il cui ultimo film viene bocciato dai produttori in quanto troppo cervellotico. A quel punto Marc e la sua troupe scappano via con tutto il girato e si rifugiano a casa dell'amatissima zia di Marc, in una casa di campagna.

Qui però Marc, che nel frattempo ha smesso di prendere le sue pillole contro la depressione, si rifiuta di guardare il film (di oltre quattro ore) e chiuderne la lavorazione, ma soprattutto continua a essere sopraffatto da nuove idee, più o meno balzane, che lo portano in direzioni altre, per la disperazione della sua troupe, travolta dalle sue continue follie, dal suo narcisismo, dalle sue paranoie.

In questo bailamme di situazioni, abbozzi di idee, scelte più o meno assurde, Marc ritira fuori dal cassetto quello che da ragazzino aveva chiamato "Il libro delle soluzioni", un quaderno che aveva lasciato in bianco e che ora diventa lo scrigno delle sue personali regole che dovrebbero risolvere ogni situazione.

Come i suoi collaboratori, Charlotte, Sylvia e Carlos, ch'egli sveglia nel cuore della notte e talvolta bullizza, anche noi spettatori siamo travolti da quel fiume in piena che è Marc, e ogni istante ci chiediamo dove andrà a parare, anzi se andrà a parare da qualche parte. Nel mezzo di questo flusso di follie che vanno dalla storia di animazione di una volpe che vuole aprire un salone da parrucchiera, alla costruzione di un "camiontaggio" (un camion che diventa sala di montaggio), al documentario sulla vita di una formica (sempre la stessa), alla realizzazione artigianale di una sedia (perché un uomo non è un uomo se non costruisce una sedia), si ride stupefatti e confusi e talvolta si rimane ammirati, come nella straordinaria sequenza in cui Marc, senza partitura, compone le musiche per il suo film dirigendo con i suoi movimenti un'intera orchestra.

Alla fine - e nonostante tutto - Marc si innamorerà di Gabrielle (Camille Rutheford) e ci farà un figlio, il film si farà e avrà successo, ma Marc rimarrà il genio incasinato e folle che è.

In fondo, il film di Gondry è un film su una creatività senza limiti e una genialità pura, ma ingovernabile, che diventa a volte una condanna sia per chi ne è portatore che per chi gli sta intorno, roba difficile da maneggiare, che spesso produce squilibri e paranoie, ma ovviamente anche cose straordinarie, che noi persone normali - e senza genio - non possiamo capire.

Marc mi ha fatto simpatia, rabbia e compassione, tutte insieme, mescolate, e il film mi è sembrato folle e 'inseguibile', ma anche a suo modo interessante perché ci permette di entrare nel caos della testa di una persona che a tratti sembra un alieno.

Voto: 3/5



lunedì 27 novembre 2023

Festival del cinema spagnolo e latinoamericano. Cinema Barberini, 5-12 novembre

E anche quest'anno eccomi al Festival del cinema spagnolo e latinoamericano, appuntamento che da qualche anno cerco di non perdere, convinta come sono che il cinema spagnolo abbia fatto passi da gigante negli ultimi anni. Dopo anni di sodalizio del Festival con il cinema Farnese, l'edizione di quest'anno si svolge nel rinnovato (devo dire molto bene!) cinema Barberini. Purtroppo riesco ad andare a vedere soltanto due film, ma la scelta ha funzionato almeno a metà, visto che Upon entry è stato il film più votato dal pubblico.

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Upon entry


Juan Sebastián Vasquez e Alejandro Rojas sono i registi e gli autori della sceneggiatura di Upon entry, il film presentato al Festival del cinema spagnolo e in uscita nelle sale italiane il prossimo anno. I due sono entrambi in sala, e al termine del film si rendono disponibili a chiacchierare con il pubblico, insieme a Bruna Cusì, che interpreta Elena, protagonista del film insieme a Diego (interpretato da Alberto Ammann).

Elena e Diego sono una coppia e stanno per prendere l'aereo che li porterà negli Stati Uniti, dove vogliono trasferirsi a vivere. Elena è di Barcellona, mentre Diego - che vive con lei - è di origini venezuelane.

Quando i due arrivano all'aeroporto di Newark dove hanno la coincidenza con un volo per Miami, loro destinazione finale, vanno al controllo passaporti e da lì comincia una vera e propria odissea che ben presto si trasformerà in un incubo.

Dopo il primo controllo dei passaporti, Elena e Diego vengono infatti trasferiti in un altro ufficio per una second inspection che vede gli agenti dell'aeroporto impegnati a indagare sulle reali motivazioni che portano i due in America e a scandagliare la loro vita privata e il loro passato alla ricerca di elementi che ne dimostrino la malafede. In particolare, a essere preso di mira è Diego, che ha un passaporto venezuelano e in passato aveva già tentato senza successo di trasferirsi negli Stati Uniti, tanto più che, in questa circostanza specifica, ad aver vinto la lotteria della green card è stata Elena.

Elena e Diego vengono sottoposti a veri e propri interrogatori, sia insieme che singolarmente, per confrontare le loro versioni dei fatti, i loro effetti personali (in particolare telefoni e computer) vengono sequestrati per essere analizzati, e le loro vite personali vengono passate al setaccio senza alcun rispetto nei loro confronti. L'esercizio del potere diventa rapidamente ai nostri occhi abuso, sia nei modi che nei contenuti.

Il legame tra i due giovani, che nella parte iniziale del film appare solido, viene fortemente messo alla prova dall'emergere di dettagli della vita personale più o meno significativi che gli agenti sembrano tirare fuori ad arte, cosicché soprattutto il personaggio di Diego a poco a poco emerge come meno lineare del previsto, soprattutto e primariamente agli occhi di Elena.

Durante la visione del film la tensione cresce minuto per minuto, e i sentimenti che si affacciano alla mente degli spettatori sono numerosi: si empatizza con i due giovani sottoposti a un trattamento che ha dell'ignominioso, poi ci si meraviglia dell'emergere di dettagli che sembrano modificare il quadro interpretativo, si comincia a sospettare di Diego, ma altrettanto rapidamente ci si rende conto di stare facendo il gioco degli agenti, e di cosa accadrebbe a noi per primi se ci trovassimo in una situazione del genere, situazione talmente stressante da causare nelle persone reazioni anche incongrue e/o insensate.

Di fronte alla scena finale, si resta a bocca aperta, arrabbiati, confusi e disorientati, quasi in difficoltà a prendere una posizione.

Ci diranno i due registi, entrambi di origine venezuelana, che quasi tutto quello che è raccontato nel film è frutto dell'esperienza personale vissuta da loro stessi e da persone a loro care, e sebbene l'intervistatore sottolinei come nel film non ci siano buoni né cattivi tagliati con l'accetta, i registi tengono a rimarcare il valore politico del film, che è una denuncia contro la dittatura delle frontiere e il pregiudizio legalizzato.

Un film girato in un tempo contenuto e con un budget non elevato, ma che - anche grazie alla forza della sceneggiatura, alla bravura degli attori e a un montaggio eccellente - riesce ad arrivare dritto alle emozioni degli spettatori.

Voto: 4/5



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Historias para no contar


Visto che mi sono dilungata con il precedente film, sarò breve in questa mia recensione di Historias para no contar, la commedia di Cesc Gay che racconta cinque storie di relazioni - d'amore o amicali - con una vena ironica e scanzonata, ma non per questo meno malinconica e con un retrogusto amaro.

Nella prima storia (Tengo ganas de verte) Laura (Anna Castillo) incontra al parco il suo vicino Alex (Chino Darin): poiché il cane di Laura ha qualcosa nella zampa, Alex si offre di andare a casa sua per aiutarla, ma mentre Alex è lì arriva di sorpresa il marito di Laura. Nonostante Laura e Alex non stiano facendo niente di male, Laura va nel pallone e chiude Alex nel bagno. Inizia così una commedia degli equivoci che servirà a Laura a confessare al marito di non amarlo più e di amare Alex.

Nella seconda storia (Sandra), Luis (il bravissimo Alex Brendemhül) arriva a casa degli amici Carlos (Antonio de la Torre) e Ana (María León) che lo ospitano per una notte di passaggio verso il battesimo del nipote. Luis è separato e i suoi amici si sono dati il compito di tirarlo fuori dalla solitudine, cosicché quando Luis incontra a un bar Sandra, Carlos e Ana fanno di tutti per farli rincontrare fino a quando la verità su Ana viene fuori. A quel punto Carlos e Ana assumono atteggiamenti diversi, ognuno con la propria idea di cosa sia il meglio per Luis.

La terza storia (Los martes y los jueves) ha come protagoniste tre amiche (Maribel Verdú, Alexandra Jiménez e Nora Navas) che si ritrovano a un casting, dove dopo una chiacchiera a tre per aggiornarsi reciprocamente sulle loro vite, mentre ciascuna di loro viene chiamata al provino le altre due parlano dell'altra, in una classica dinamica di amicizia competitiva.

Nel quarto episodio (Me has hecho muy feliz estos meses) un professore abbastanza avanti con l'età (José Coronado) si incontra in un bar con una giovane donna (Alejandra Onieva), sua ex studentessa con cui ha una relazione. Mentre lui vorrebbe cogliere l'occasione per chiederle di andare a vivere da lui, lei sta aspettando il momento giusto per dirgli che lo lascia.

Infine, la quinta storia (Parìs) ha come protagonisti due amici, Edu (Quim Gutierréz) e Jota (Brays Efe), che durante le loro uscite per giocare a tennis si scambiano confidenze. In particolare Edu racconta a Jota di temere che sua moglie Sofía (Verónica Echegui) sospetti il suo tradimento di qualche anno prima con un'altra donna. A partire dall'ossessione e dal senso di colpa di Edu le verità che emergeranno saranno numerose e imprevedibili.

Il film di Cesc Gay è a tratti divertente e brillante (alcuni episodi, come Sandra, sono particolarmente riusciti), ma nel complesso resta in superficie e non riesce davvero a proporre analisi psicologiche o sociologiche che vadano oltre il già visto e già sentito.

Visione leggera e divertente, ma niente di più.

Voto: 2,5/5


giovedì 23 novembre 2023

Foto/Industria. VI biennale di fotografia dell’industria e del lavoro. Bologna, Fondazione MAST, 4 novembre 2023

La rassegna di Foto/Industria, la biennale di fotografia dell'industria e del lavoro che la Fondazione MAST organizza a novembre nella città di Bologna, è dedicata quest'anno al tema del Game, ossia all'industria del gioco in fotografia.

Come due anni fa, approfitto di un weekend bolognese per visitare alcune delle mostre, dopo essermi studiata il programma. Quest'anno la mia selezione ha seguito due criteri primari, vedere mostre classiche di fotografia saltando la videoarte e le installazioni, e scegliere mostre in luoghi che non conosco in modo da scoprire anche qualcosa di nuovo.

Alla fine vedo al Museo Archeologico le mostre Las Vegas di Daniel Faust e Flippers di Olivo Barbieri, a Palazzo Boncompagni la mostra Playgrounds di Linda Fregni Nagler, a Casa Saraceni la mostra Berlin Funfair di Heinrich Zille e infine a San Giorgio in Poggiale alla biblioteca d'arte e di storia la mostra La salle de classe di Hicham Benohoud.

Las Vegas è un assemblaggio di foto che documentano gli elementi più bizzarri e incredibili della città, producendo un caleidoscopio che rappresenta una realtà che sembra artefatta ma non lo è, mentre in Flippers Barbieri racconta in immagini - d'insieme e di dettaglio - un deposito abbandonato di flippers da lui trovato nel 1977 non lontano da casa sua. Un po' come in Las Vegas, con cui questa mostra condivide la sede (e le due mostre sono tenute insieme da un documentario video realizzato da Barbieri a Las Vegas con un elicottero), anche in Flippers realtà e "finzione" si mescolano inestricabilmente (non a caso il progetto di Barbieri era piaciuto molto a Luigi Ghirri).

Playgrounds mette insieme fotografie in grande formato di parchi giochi ripresi in notturna e in bianco e nero: l'effetto è spiazzante e straniante, in quanto questi luoghi normalmente pieni di vita, di suoni e di colori, si trasformano in ambienti sospesi nel tempo e nello spazio, a tratti quasi inquietanti.

Berlin Funfair raccoglie le fotografie che Heinrich Zille scattò alle fiere berlinesi tenutesi a cavallo dell'Ottocento. Si tratta di fotografie che sono innanzitutto una testimonianza storica sia per quanto riguarda la tecnica fotografica che per quanto riguarda i soggetti; in alcuni casi anche le inquadrature, i soggetti e le scelte di questo fotografo riscoperto risultano interessanti e originali.

Infine, La salle de classe è forse la mostra - tra quelle viste - più sorprendente. Si tratta delle foto in bianco e nero che Hicham Benohoud ha scattato ai suoi studenti in classe, elaborando di volta in volta delle "scenografie" con semplici oggetti e delle pose dei ragazzi, che insieme creano situazioni surreali o che suggeriscono letture e interpretazioni del tutto personali. Molto bella anche grazie alla bellezza del contesto della sala della Biblioteca d'arte e di storia che la ospita.

Insomma, la biennale Foto/Industria si conferma una bellissima opportunità e un'occasione da non perdere per bolognesi e turisti di passaggio nella città.

Voto: 3,5/5

mercoledì 22 novembre 2023

Le signorine di Concarneau / Georges Simenon

Le signorine di Concarneau / Georges Simenon; trad. di Laura Frausin Guarino. Milano: Adelphi, 2013.

Devo ammettere che non ho mai letto nulla di Simenon, e che questa prima lettura è stata ispirata dal fatto che avevo in quel momento in programma un viaggio in Bretagna, dunque mi faceva piacere leggere un racconto ambientato in uno dei paesi che avrei visitato.

Così, praticamente per caso, sono finita su questo noir di Simenon che racconta la vicenda di Jules Guérec, un quarantenne celibe, proprietario di due pescherecci, che vive nella casa familiare insieme alle due sorelle Céline e Françoise, anch'esse non sposate (a differenza della terza sorella, Marthe, che invece si è sposata con un funzionario pubblico) e che gestiscono un negozio di corde e pellami che occupa una parte della loro stessa abitazione. Si tratta di una famiglia borghese benestante, ma nella quale vigono ferree regole di condotta personale, spesso a scapito della felicità e della realizzazione individuale.

In particolare, Jules è costantemente sotto il controllo delle sorelle, soprattutto di Céline che sembra avere un vero e proprio sesto senso nel riconoscere le bugie del fratello.

Quando una sera Jules, tornando da Quimper, investe un ragazzino e non torna indietro a verificare cosa gli sia successo, all'interno della famiglia Guérec qualcosa cambia per sempre.

Nonostante Jules decida di non raccontare niente alle sorelle e le indagini non riescano a risalire a lui, si innescano alcuni meccanismi che fanno emergere rancori sepolti sotto la cenere e desideri frustrati, cosicché gli equilibri sclerotizzatisi nel tempo cominciano a scricchiolare fino alla deflagrazione finale.

Ne viene fuori il ritratto di nucleo familiare asfittico, che si muove all'interno di un contesto sociale piccolo e provinciale, nel quale le differenze sociali ed economiche sono rilevanti e le prospettive individuali sono limitate. D'altra parte, l'evoluzione della storia dimostrerà che questi personaggi, al di fuori del contesto dal quale provengono, sono pesci fuor d'acqua, incapaci e forse nemmeno veramente interessati a cogliere le opportunità che altri mondi sembrano aprirgli, in quanto perfettamente interni e coerenti con le loro radici.

L'evento che è al centro della narrazione è dunque per Simenon semplicemente un appiglio per raccontare un contesto ambientale e umano del quale ci restituisce umori, odori e colori (o assenza di colori) in maniera estremamente vivida, nonché l'occasione per andare a esplorare le complessità della mente umana e il rapporto non univoco tra i singoli e le collettività cui appartengono.

Diciamo che pur non essendo stata per me una lettura illuminante, ho apprezzato molto lo stile e forse un piccolo seme è stato gettato per approfondire la conoscenza di Simenon.

Voto: 3/5

lunedì 20 novembre 2023

Ferdinando / Annibale Ruccello; regia di Arturo Cirillo. Teatro Parioli, 2 novembre 2023

Ferdinando è lo spettacolo con cui ho conosciuto il teatro di Annibale Ruccello quando ancora ero convinta che si trattasse di un autore ottocentesco. Da lì in poi è stata tutta una scoperta dell'opera di Ruccello e della straordinaria vitalità del teatro napoletano degli anni Settanta e Ottanta. Poco dopo aver visto Ferdinando, e proprio grazie a Ruccello ho scoperto anche Arturo Cirillo in Notturno di donna con ospiti, e anche in questo caso è stato amore a prima vista. Di lì in poi credo di non essermi persa quasi niente sia del teatro di Ruccello che delle cose portate un scena da Cirillo.

Con Ferdinando diretto da Cirillo possiamo dire che il cerchio si chiude con soddisfazione.

Ovviamente a questo giro arrivo molto più preparata e di conseguenza l'effetto del testo di Ruccello è meno dirompente.

La borbonica Clotilde (Sabrina Scuccimarra), assistita nel suo letto di finta malata dalla cugina povera Gesualda (Anna Rita Vitolo), che le fa da cameriera, e dal prete locale don Catello (lo stesso Cirillo), trascorre le sue giornate rimpiangendo l'epoca che fu e gettando veleno sullo stato e sulla lingua italiana. La sua è una personalità strabordante in cui si alternano invettive al vetriolo e un sarcasmo irresistibile. Intanto donna Gesualda, zitella forse perché senza dote, ha una tresca con don Catello che in realtà non disdegna nemmeno e forse preferisce le frequentazioni maschili. A scombinare completamente questo già instabile equilibrio arriva Ferdinando (Riccardo Ciccarelli), il giovane figlio di parenti alla lontana, rimasto senza genitori e mandato a vivere con la zia Clotilde. Ferdinando con la sua almeno apparente fragilità e i suoi modi gentili e seduttivi diventa il centro di attrazione per tutti, attivando gli appetiti sessuali di Clotilde, di don Catello e alfine anche di Gesualda, appetiti ai quali non si sottrae.

Le gelosie incrociate e le bugie creano un clima sempre più teso che condurrà all'epilogo finale nel quale la realtà si mostrerà per quella che realmente è.

Come dicevo nel precedente post su questo spettacolo, quella di Ruccello è un'amara e brillante riflessione sul rapporto tra passato e presente e una constatazione del fatto che l'avidità e la meschinità umana attraversano le epoche anche quando il contesto si trasforma completamente.

Ma al di là del "messaggio", la cosa di fronte alla quale non si può rimanere indifferenti è la vitalità e la potenza di questo testo in napoletano, antico e modernissimo, che non vede mai una battuta d'arresto e che a più riprese ci strappa risate fragorose. Non manca la vena malinconica che - dopo aver visto quasi tutti gli spettacoli di Ruccello - posso dire essere la sua cifra caratteristica, che qui aleggia nel sottofondo (i tre personaggi principali sono tutti a loro modo dolenti e condannati nelle loro solitudini e per questo Ferdinando spariglia le carte), mentre in altre opere è il cuore emotivo del racconto (vedi ad esempio Le cinque rose di Jennifer).

Personalmente sono innamorata del teatro di Ruccello, artista che va tenuto in vita con le sue opere, per diffonderlo e tramandarlo nella sua potenza narrativa.

Bello l'allestimento con la regia di Cirillo, qui misurato anche nell'interpretazione, bravissimi gli altri attori, e la Scuccimarra regge il confronto con la Gea Martire della precedente rappresentazione.

Voto: 4,5/5

venerdì 17 novembre 2023

C'è ancora domani

Vado a vedere quest'opera prima della Cortellesi trascinata dall'entusiasmo collettivo che si è sviluppato intorno ad esso. Tra l'altro ci vado un sabato sera a Bologna e nonostante i due spettacoli a 15 minuti l'uno dall'altro non saremmo entrate se non avessimo fatto il biglietto in anticipo.

Diciamo che la grande aspettativa non è mai la condizione migliore per affrontare un film (e non solo). Però in questo caso credo che la colpa non sia solo dell'aspettativa.

Già dopo una decina di minuti dall'inizio del film comincio a sospettare, e poi ad avere la certezza, di stare vedendo un film molto didascalico e meccanico nei suoi sviluppi narrativi, uno di quei film che mi aspetterei di vedere in televisione ma che al cinema mi paiono non riuscire a essere all'altezza del mezzo.

Della storia non dirò quasi nulla perché credo che ormai tutti sappiano di cosa parla: la vicenda di Delia, della sua situazione familiare, del rapporto con sua figlia, ma anche la storia dei giorni che precedettero il referendum del 2 e 3 giugno 1946.

Nonostante le ottime intenzioni di Paola Cortellesi e il lodevole messaggio di cui il film si fa tramite, per me tutto risulta fin troppo semplicistico, dalla ricostruzione della Roma del dopoguerra e delle case dei poveri, fino ad arrivare ai personaggi che - anche quando interpretati da attori notoriamente bravi, come Valerio Mastandrea ed Emanuela Fanelli - sono troppo monocordi, buoni o cattivi a seconda dei casi, cosicché risultano dal mio punto di vista poco credibili. Le scelte registiche - anche quelle apparentemente più originali, ad esempio le presunte scene di ballo che nascondono la violenza o gli inserti musicali contemporanei in alcuni momenti clou della storia, a me sono risultate ingenue e hanno fatto fatica a provocarmi un vero coinvolgimento emotivo.

Leggo a destra e a sinistra di chi ha riso e si è commosso ed è uscito toccato dal film. Gli applausi in sala si sprecano e vi ho assistito anche io.

Io però non ho vissuto niente di tutto questo, e non mi è chiaro se sia un problema mio ovvero l'effetto di ciò che le persone si aspettano dal cinema.

Ovviamente sono contenta del successo del film, che riempie le sale e porta al cinema persone che non ci andavano da tempo, ma non sono sicura che questo fenomeno sia una garanzia di futuro per il cinema o almeno del cinema come lo intendo io. O forse tutto sommato questi successi di pubblico servono proprio a garantire la sopravvivenza delle sale anche quando scelgono di proiettare pellicole più di nicchia o più complesse.

Insomma, grazie comunque alla Cortellesi. Anche se per me i film per il grande schermo sono un'altra cosa.

Voto: 2,5/5


mercoledì 15 novembre 2023

Anatomia di una caduta

Avevo già sentito parlare molto bene di questo film di Justine Triet, tra l'altro vincitore della Palma d'oro a Cannes, e dunque mi ero predisposta alla visione con grandi aspettative. Poi mi sono accorta che la regista è la stessa di Sybil, film che avevo visto un paio di anni fa e non mi era piaciuto granché, quindi sono andata al cinema con un atteggiamento neutrale, che poi è sempre la scelta migliore.

Siamo in una baita di montagna sulle Alpi francesi. Sandra Voyter (Sandra Hüller), una nota scrittrice, sta rilasciando un'intervista a una giovane studiosa per una tesi di laurea; intanto, dal piano di sopra - dove sta lavorando Samuel, il marito di Sandra - arriva una musica ad alto volume che rende sempre più difficile procedere con l'intervista. L'intervista viene interrotta, mentre Daniel (Milo Machado Graner), il figlio ipovedente undicenne della coppia, esce col suo cane-guida per una passeggiata nei boschi.

Al ritorno, Daniel trova suo padre sulla neve, morto. Poiché l'autopsia non è in grado di fornire una risposta definitiva alla dinamica della morte, e le varie ipotesi (incidente, suicidio e omicidio) sono tutte plausibili, a seguito dell'emergere di alcuni elementi, Sandra viene accusata di omicidio e processata, mentre Daniel diventa uno dei testimoni chiave, per quanto un testimone solo uditivo.

Fatto salvo il prologo che racconta l'evento da cui si dipana la narrazione, il film della Triet si struttura come un legal thriller, in quanto seguiamo lo sviluppo del processo a carico di Sandra con tanto di testimonianze, ricostruzioni, pareri di esperti, prove di vario genere ecc., attraverso il quale la vita di Sandra e Samuel viene passata al setaccio, alla ricerca di ogni più piccolo elemento a favore o contro la sua versione dei fatti. In aula si fronteggiano il pubblico ministero (Antoine Reinartz) e l'avvocato di Sandra, Vincent (Swann Arlaud), vecchio amico della stessa.

Il film tiene incollati alla sedia e non ha un attimo di cedimento, un vero meccanismo a orologeria nel quale siamo anche noi parte del pubblico che assiste al processo, anzi - meglio ancora - siamo in giuria a decidere qual è la verità e se Sandra va assolta o condannata.

Dal mio punto di vista esistono molteplici letture possibili di questo film, ma personalmente lo ritengo uno straordinario esperimento sociale sul complesso rapporto tra fatti e opinioni, tra realtà e narrazione.

A mio modo di vedere il personaggio centrale del film è Daniel, e secondo me la sua parziale cecità assume uno specifico significato non solo dal punto di vista narrativo. Di fronte alla morte del padre, fin dal principio Daniel dice che ha bisogno di capire, vuole trovare una spiegazione a quello che è successo; quando il processo volge ormai al termine ed è ormai evidente che entrambe le ipotesi, il suicidio del padre ovvero l'omicidio da parte da di Sandra, sono entrambe plausibili e sostenibili, né esiste alcuna prova risolutiva in una direzione o nell'altra, Daniel - in un dialogo con l'assistente sociale che le è stata affiancata dal tribunale - si chiede come si faccia in questi casi e Marge gli risponde che, in assenza di elementi certi, bisogna decidere quale interpretazione sposare.

Ebbene, questi due momenti ci consentono di leggere tutto il film come l'occasione per riflettere su come - rispetto a situazioni e temi complessi - si costruiscono le nostre opinioni, rispetto alle quali i fatti - lì dove sono decontestualizzati o comunque non risolutivi - finiscono per diventare un puntello della posizione che abbiamo deciso di prendere. In fondo siamo tutti come Daniel, parzialmente ciechi di fronte al reale, da cui ci giungono solo elementi conoscitivi che utilizziamo per costruirci opinioni, in buona parte radicate primariamente nella nostra sensibilità. Si tratta di un tema centrale non solo per noi come individui, bensì per la società umana tutta, tanto più in un periodo come quello in cui viviamo, in cui siamo sommersi di testimonianze, notizie, fatti, che ci danno l'illusione di conoscere la verità delle cose ma che in realtà utilizziamo sostanzialmente per farci un'opinione o meglio per rafforzare un'opinione che di fatto si nutre del nostro modo di essere. Su questo grande tema si va a innestare nel film quel mix sempre più inestricabile di eventi e narrazione degli eventi, vita reale e finzione narrativa che caratterizza la nostra contemporaneità, in un processo che tende a privilegiare sempre di più la narrazione, in quanto più accattivante e capace di produrre engagement. Se anche la letteratura diventa possibile elemento probatorio vuol dire che il confine tra realtà e racconto ha cessato di esistere.

L'aspetto che mi conferma nella mia lettura del film è che all'uscita ognuno di noi ha la sua idea su quale sia la verità, e ciascuno si è formato la sua opinione sulla base della propria sensibilità individuale, chi condizionato dalla propria tendenza all'analisi psicologica, chi da un punto di vista femminista, chi da una propensione al retropensiero. Io per prima sono stata molto condizionata dal fatto che il pubblico ministero mi ricordava tantissimo una persona che conosco e che mi è particolarmente antipatica.

Poi, certo, dentro il film c'è molto altro: una coppia borghese analizzata nei suoi elementi disfunzionali, una dinamica psicologica vittima-carnefice, un ribaltamento dei ruoli e delle rivendicazioni tra marito e moglie, una riflessione sul funzionamento dei meccanismi giudiziari, ma dal mio punto di vista questi sono tutti aspetti secondari rispetto al tema centrale del rapporto tra fatti e opinioni.

Voto: 4,5/5


lunedì 13 novembre 2023

Strange way of life

Quest'anno Almodovar ci sorprende con un film che è a tutti gli effetti un piccolo divertissement. Si tratta di un cortometraggio (dura 31 minuti), con un'ambientazione western, ispirato all'omonima canzone della cantante di fado Amalia Rodriguez, canzone che viene cantata anche in un momento topico del film.

La storia è presto detta. Silva (Pedro Pascal), dopo molti anni di lontananza, torna a trovare il suo amico di gioventù nonché ex-amante Jake (Ethan Hawke), diventato ormai sceriffo del villaggio. L'incontro tra i due farà riscoprire loro la passione mai spenta, ma i rimpianti del passato e il coinvolgimento del figlio di Pedro nell'assassinio della sua donna metteranno i due uomini uno contro l'altro, costringendoli a fare i conti con il passato e le scelte compiute.

Il fatto che Pedro Almodovar si metta alla prova con il cortometraggio potrebbe significare due cose: primo, che questo formato cinematografico ha una sua dignità alta e costituisce una sfida impegnativa anche per registi navigati; secondo, che magari si tratta di una specie di prova di Almodovar che forse un giorno potrebbe trasformarsi in un lungometraggio.

Come ben spiegato in un articolo del Post dedicato proprio ai cortometraggi, tale formato - pur essendo molto presente in alcuni contesti - in realtà è generalmente meno apprezzato dei film e delle serie tv. Non so se si tratti di questione di distribuzione o di aspettativa. Per quanto mi riguarda di fronte ai cortometraggi sono sempre presa alla sprovvista dalla fine: mi aspetto ogni volta uno sviluppo più ampio della trama e dunque alla fine resto con l'amaro in bocca e sempre un pochino insoddisfatta.

Comunque il cortometraggio di Almodovar è carino e originale, e personalmente tutto sommato spero che sia un indice del fatto che Almodovar sta per tornare sul grande schermo con un lungometraggio, cosa che senza dubbio mi renderebbe contenta.

Voto: 3/5


venerdì 10 novembre 2023

Festa del cinema di Roma, 18-24 ottobre 2023 (Seconda parte)

Qui la prima parte del resoconto della Festa del cinema.

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Un amor


Isabel Coixet torna al cinema adattando per il grande schermo l'omonimo romanzo di Sara Mesa.

La protagonista di Un amor è Natalie (Laia Costa), una giovane donna che fa l'interprete in un centro che si occupa di valutare le domande di asilo di immigrati. Fortemente turbata sul piano emotivo da questa attività lavorativa, Natalie decide di trasferirsi a vivere e a lavorare a La Escapa, un paesino rurale in mezzo al nulla, dove spera di ritrovare un po' di serenità interiore. In realtà la vita nel paesino si rivelerà molto più difficile di quanto lei pensi: la casa che ha affittato cade a pezzi e il proprietario non solo non ha nessuna intenzione di sistemarla ma ha un atteggiamento aggressivo verso di lei, i vicini quando non sono ostili sono invadenti e ambigui, spesso predatori. Dopo aver ricevuto una proposta "indecente" da Andreas (Hovik Keuchkerian) che tutti chiamato "il tedesco", anche se nessuno ne conosce la storia, Nat inizia una storia con questo omone grande e grosso, e di pochissime parole, occupato dal soddisfacimento dei bisogni primari e per niente interessato alle sottigliezze emotive.

Per Nat sarà l'inizio di una progressiva discesa agli inferi, durante la quale il mondo circostante assumerà una posizione via via più ostile nei suoi confronti, fino allo scioglimento finale.

C'è qualcosa nel film di Isabel Coixet che a me, ma anche a S. e a F. che vedono con me il film, fa tornare alla mente As bestas di Sorogoyen. In entrambi i casi c'è qualcuno proveniente dalla città e da lavori intellettuali che si sposta volontariamente a vivere nell'ambiente rurale alla ricerca di un ambiente più tranquillo e più vero; in entrambi i casi, queste piccole comunità rurali piuttosto isolate si rivelano molto poco accoglienti e attraversate da forme più o meno sotterranee di frustrazione e di violenza; in entrambi i casi, si manifesta presto un conflitto e una incompatibilità impossibile da sanare tra questi due mondi, che possono anche degenerare in forme di espulsione più o meno violenta.

In questo film, oltre all'evidente maschilismo che attraversa la comunità, l'elemento su cui si pone particolarmente l'attenzione è una frattura insanabile di sensibilità emotiva. Mentre Nat è abituata a riflettere e a parlare delle cose e delle situazioni, a confrontarsi con gli altri, ad analizzare i propri e gli altrui sentimenti, a dare dei nomi alle emozioni, gli abitanti di questa comunità sembrano invece o completamente appiattiti sui bisogni materiali (come nel caso di Andreas), oppure totalmente avviluppati nelle loro dinamiche individuali, o ancora prigionieri di perverse dinamiche collettive. In generale l'altro - sia esso persona o animale - esiste solo in funzione dei propri bisogni, altrimenti è rimosso o schiacciato.

Il ballo finale della ragazza è catartico e liberatorio, è una specie di rinascita a sé stessa e alla vita, forse consolatoria, ma necessaria. Mi chiedo alla fine del film come mai questo tema sia al momento attuale così tanto presente nell'immaginario e nella cultura spagnola. Mi piacerebbe saperne di più.

Voto: 3,5/5



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Fingernails


Christos Nikou è un regista greco che si è fatto conoscere grazie al film Apples (Mila), che io pure avevo parecchio apprezzato. Per questo quando ho trovato il suo nuovo film, Fingernails, in programma alla festa del cinema di Roma non ho avuto dubbi sull'acquistare i biglietti. E la sera della proiezione sono stata molto contenta della presenza in sala del regista e della breve intervista che ha rilasciato, dalla quale ho scoperto tra l'altro che il film non sarà distribuito in sala ma solo su piattaforma.

Durante l'intervista, Nikou ci dice che l'idea del film l'ha avuta perché l'amore è una cosa complicata e avrebbe voluto capirci di più, ma che anche dopo il film continua a non capirci niente.

La storia di Fingernails è ambientata in futuro in tutto e per tutto simile al nostro, salvo per un piccolo dettaglio. Le coppie hanno la possibilità di effettuare un test per verificare se sono veramente innamorate e ottenere così un certificato del proprio amore; il test consiste nell'analizzare un'unghia dei partner attraverso un macchinario che sembra uscito direttamente dagli anni Sessanta. Al centro del racconto c'è Anna (Jessie Buckley), che sta insieme a Ryan (Jeremy White, l'attore della serie di successo The Bear). I due hanno già fatto il test una volta con successo, mentre tra i loro amici c'è chi non lo vuole fare e chi ha avuto un responso non positivo.

A un certo punto Anna comincia a lavorare in un Love Institute - dove appunto le coppie vengono seguite in un percorso di rafforzamento e verifica del legame prima di essere sottoposte al test - e viene affiancata ad Amir (Riz Ahmed). Il lavoro nell'Istituto alimenta da un lato i dubbi di Anna rispetto alla tenuta del suo rapporto con Ryan, dall'altro il suo desiderio romantico di trovare un modo di governare e capire l'amore. Ovviamente le cose non andranno come Anna pensa, ma andranno in un modo per lo spettatore molto prevedibile.

Ebbene sì, devo ammettere che ho trovato il film di Nikou non solo piuttosto semplicistico e scontato, ma - a parte la trovata del test con le unghie e l'idea di un certificato dell'amore (per questo però si erano già inventati il matrimonio parecchio tempo fa) - anche poco originale. Nel tentativo di comprendere in maniera laterale qualcosa di più del modo in cui funziona l'amore, il regista constata - come era naturale - che l'amore è ingovernabile e porta con sé dei rischi insopprimibili. Il bisogno di novità e quello di stabilità sono talmente connaturati all'essere umano, che quando due persone entrano in una qualche relazione la ricerca di un equilibrio tra le due spinte succitate è continua e ineliminabile.

Ne viene fuori una commedia romantica degli anni 2020 (che collegherei idealmente a cose tipo C'è posta per te oppure Harry, ti presento Sally), ma che risulta un po' troppo superficiale nel delineare i personaggi: i due uomini sono figure senza sufficiente spessore e approfondimento psicologico, e Anna risulta alla fine incomprensibilmente un po' ingenua.

Insomma, se vi aspettate un film destabilizzante alla maniera della weird wave greca, non guardate all'ultimo film di Nikou, che con questo lavoro si muove su terreni molto più standardizzati e conosciuti.

Voto: 3/5



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Notre monde


Nell'ambito di Alice nella città viene presentato il film Notre monde (Bota jonë nella versione originale) della giovanissima regista kosovara, naturalizzata francese, Luàna Bajrami, nota fin qui soprattutto per le sue interpretazioni come attrice, ad esempio nel film di Celine Sciamma Ritratto di una giovane in fiamme.

Con questo film la Bajrami volge lo sguardo al suo paese di origine, raccontando una storia ambientata nel 2007 le cui protagoniste sono due cugine che decidono di fuggire dal loro villaggio per andare a studiare all'Università di Pristina. Una delle due ha entrambi i genitori, ma soffre della rigidità del padre e della mentalità arretrata del paese, l'altra è orfana di padre, mentre la madre è andata via.

Arrivate a Pristina le due ragazze troveranno un contesto molto diverso da quello atteso: l'università è completamente allo sbando, le lezioni vengono soppresse, gli studentati sono praticamente autogestiti, e la gioventù cittadina è negletta e abbandonata, nonostante qualcuno cerchi di organizzare delle proteste e di far sentire la sua voce. Zoé e Volta fanno amicizia con altri ragazzi della loro età e a poco a poco vengono introdotte negli ambienti ch'essi frequentano, dove però trovano solo frustrazione, solitudine e desolazione. I loro sogni crolleranno uno dopo l'altro, mentre le loro strade si divideranno.

Il film di Luàna Bajrami è forse cinematograficamente acerbo e a tratti si avvita un po' su sé stesso, ma ha lo straordinario merito di accendere una luce su una realtà come quella del Kosovo che riceve attenzione solo quando divampa una guerra (fenomeno che tra l'altro riguarda molti paesi del mondo). Credo che - a parte poche e confuse notizie - tutti noi sappiamo pochissimo di questo paese che ha dichiarato unilateralmente l'indipendenza nel 2008 ed è oggi riconosciuto da molti, ma non tutti i paesi, e certamente non dalla vicina Serbia che accampa diritti sul territorio kosovaro. Per me il film della Bajrami è stata dunque l'occasione per acquisire maggiori informazioni su un paese vicino, ma che sfugge al nostro radar molto limitato.

Voto: 3/5

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Past lives


Avevo già adocchiato questo film qualche mese fa quando avevo scoperto che nella sua colonna sonora è presente una canzone di Sharon Van Etten, una delle mie cantautrici preferite. Quando l'ho rivisto nel programma della festa non me lo sono lasciato sfuggire.

La regista Celine Song, di origine sudcoreana poi naturalizzata canadese, attinge anche alla propria storia personale per raccontare la vicenda di Na-Young (Greta Lee), nata a Seoul ma emigrata intorno ai dodici anni insieme ai genitori in Canada, dove prende il nome di Nora. Il film si apre con una scena che rivedremo quasi al termine della pellicola: Nora è al bancone di un bar con due uomini, un coreano e un americano, e qualcuno li osserva facendo illazioni su quali siano i rapporti tra questi personaggi. Dopo questo prologo la vicenda si sviluppa in tre differenti fasi temporali: la prima si svolge in Corea quando Na-Young ha dodici anni e ha una cotta per il suo compagno di scuola Hae Sung, che però dovrà lasciare a breve vista la decisione dei genitori di emigrare in Canada; la seconda parte vede Nora, che intanto vive da sola a New York dove si è trasferita per inseguire il suo sogno di diventare scrittrice, e Sae Hung, che sta terminando i suoi studi a Seoul, ritrovarsi attraverso i social dopo molti anni e cominciare a videochiamarsi e a ricostituire il legame passato, salvo decidere alfine di non sentirsi più, vista la distanza e le scelte inconciliabili; infine nell'ultima parte, Sae Hung decide di fare un viaggio a New York e di andare a trovare Nora, che nel frattempo si è sposata e vive con Arthur (John Magaro). In questi pochi giorni insieme il legame tra Nora e Sae Hung si conferma molto forte, ma entrambi sono consapevoli che la vita è ormai andata in un'altra direzione.

Quella di Celine Song è la reinterpretazione della teoria delle sliding doors (ossia delle strade diverse che per scelte, coincidenze, situazioni imprevedibili le nostre vite possono prendere) alla luce della cultura sudcoreana e in particolare del concetto dell'in-yuan (una forma di fatalismo amoroso che ha a che fare con la reincarnazione).

Ne viene fuori una commedia romantica delicata, che risulta antica e contemporanea al contempo, anche grazie a una parziale inversione di ruoli che vede una figura femminile dalle idee molto chiare e due uomini gentili ma anche piuttosto insicuri, in una dinamica complessiva in cui prevalgono il rispetto e la complicità sulla gelosia e la competizione.

Voto: 3,5/5



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Mother, couch


La mia maratona cinematografica alla festa del cinema di Roma si conclude con questo folle film del regista svedese Niclas Larsson, tratto dal romanzo Mamma i sofa di Jerker Virdborg.

Il film racconta l'esperienza tra il surreale e l'onirico che David (il bravo Ewan McGregor) si trova a vivere nel momento in cui varca la soglia di uno strano negozio di mobili vintage, nel quale lo attendono suo fratello Gruffudd (Rhys Ifans) e sua madre (Ellen Burstyn). Apparentemente sono lì per comprare una cassettiera, se non fosse che la madre si è seduta su un divano e non ha alcuna intenzione di spostarsi di lì.

Il tutto comincia come una commedia un po' grottesca e surreale, ma - man mano che la narrazione va avanti - il tono si fa sempre più inquietante e quello a cui assistiamo si presenta sempre di più come un incubo a occhi aperti o un viaggio nell'inconscio, nei quali i rapporti di causa-effetto si perdono e la narrazione si fa sempre più priva di senso o quantomeno di spiegazioni razionali. Del resto il film di Larsson sembra proprio attingere alla specificità narrativa dei sogni, che risultano credibilissimi mentre li facciamo, ma poi, quando tentiamo di raccontarli, mostrano rapidamente tutta la loro insensatezza.

Non ho visto Beau ha paura, ma mi sono figurata che tra il film di Ari Aster e quello di Larsson ci possano essere delle similitudini, quanto meno perché al centro c'è un rapporto madre-figlio e, nello specifico, un figlio che deve affrontare e riemergere tra un trauma infantile legato proprio alla figura della madre.

Non posso dire che il film non tenga attaccati alla poltrona e non susciti interrogativi solo parzialmente sciolti dalla sceneggiatura, ma nel complesso - e al netto delle ottime interpretazioni di protagonisti e comprimari - c'è qualcosa che non funziona e che lascia un po' frustrati e insoddisfatti.

Voto: 3/5

mercoledì 8 novembre 2023

Festa del cinema di Roma, 18-24 ottobre 2023 (Prima parte)

Ed eccomi ancora una volta alla festa del cinema di Roma, appuntamento a cui noi cinefili romani ci attacchiamo pur sapendo che si tratta di un festival di serie B che poco ha a che vedere con i grandi festival (Cannes, Venezia, Berlino).

Negli ultimi anni, tra l'altro, mi pare che la selezione sia sempre meno entusiasmante, o forse sono io che ho aspettative troppo alte. Moltissimi film italiani, quasi sempre tra l'altro pescati tra quelli in uscita al cinema, e poche chicche vere che consentano scoperte poi non recuperabili nel circuito distributivo normale.

Inoltre, lo studio del calendario - che esce sempre più all'ultimo minuto - e il sistema di prenotazione ogni anno risultano più faticosi (fors'anche perché divento sempre più vecchia), cosicché vediamo come proseguirà nei prossimi anni quest'esperienza. Quest'anno riesco comunque a vedere ben otto film, scelti - come lo scorso anno - sulla base non solo della mia disponibilità, ma anche della location (con una preferenza per quella principale, dove seguire il festival è decisamente più affascinante), e in cui non mi sono fatta mancare qualche film della selezione di Alice nella città, che trovo ogni anno molto ben fatta.
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Qui la seconda parte delle recensioni.

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How to have sex


La mia avventura con la Festa del cinema di Roma inizia con un film della selezione di Alice nella città, How to have sex, film di apertura che riempie completamente la grande sala dell'Auditorium Conciliazione e che vede una breve introduzione degli organizzatori e delle ospiti che sono la regista Molly Manning Walker e la protagonista Mia McKenna-Bruce.

Il film è stato proiettato la mattina a 500 ragazzi delle scuole e la regista ci dice che si è trattato di una delle proiezioni per lei più emozionanti, anche perché il film - scritto dalla stessa regista ispirandosi a una storia personale - intende rivolgersi proprio alla platea dei giovani e sollevare domande non semplici.

La storia è quella di tre amiche, Tara (Mia McKenna-Bruce), Skye (Lara Peake) ed Em (Enva Lewis), che nell'attesa dei risultati degli esami, partono per un viaggio a Creta, viaggio che si figurano all'insegna del divertimento e del sesso. Solo che, mentre Skye ed Em hanno già fatto le loro prime esperienze e sono dunque più disinibite sull'argomento, Tara è ancora vergine e questa potrebbe essere l'occasione per la sua prima volta. Appena arrivate nel loro albergo, le tre ragazze conoscono e cominciano a frequentare i loro vicini di stanza, che sono Badger (Shaun Thomas), Paddy (Samuel Bottomley) e Paige (Laura Ambler).

Tra alcol consumato a fiumi, nottate in discoteca, hangover post-sbronze e giochi in piscina, cominciano i flirt. Tara, che pure sembra avvicinarsi al più sensibile Badger, vive la sua prima volta con Paddy, e questa esperienza - emotivamente piuttosto traumatica - la segna e ne condiziona l'evoluzione dei rapporti con le amiche e il prosieguo della vacanza.

Al centro del film della Manning Walker c'è l'adolescenza, quell'età della vita che già di per sé stessa è difficile e confusa, in quanto condizionata dall'incompleta formazione della propria personalità e dalle difficoltà conseguenti a relazionarsi con il mondo esterno, ma che oggi è resa ancora più delicata da una spinta performativa fortissima. Di conseguenza, il sesso - che già di per sé è un tema complesso in generale nella vita e in particolare nell'adolescenza - rappresenta un terreno sul quale spesso si consumano piccoli e grandi drammi, dovuti a una scarsissima educazione sociale e a un basso livello di intelligenza emotiva.

Nella storia di Tara c'è dunque la questione del consenso, ma in maniera non banale - e dunque facilmente giudicabile - bensì in modo ambiguo e complesso, tanto che la regista in diverse interviste si dice meravigliata del fatto che molti coetanei della protagonista assolvono in qualche modo il comportamento del ragazzo. Non a caso la Manning Walker parla della necessità di una maggiore gentilezza e attenzione, in un mondo e in un'età nei quali tutto è molto confuso e le questioni non hanno mai risposte semplici e univoche. Quello di How to have sex è dunque un invito a tutti a essere consapevoli che gli esseri umani sono aggeggi fragili, soprattutto in adolescenza, e che l'unica strada che loro stessi e il mondo degli adulti possono percorrere è quella dell'attenzione, rivolta a sé stessi e a chi ci sta intorno.

Anche registicamente il film mi è sembrato riuscito nel tentativo di catapultarci in questa frenetica vacanza di adolescenti esaltati dal desiderio di divertirsi a tutti i costi grazie a una telecamera che sta sempre addosso ai personaggi, soprattutto alla protagonista, e a un montaggio visivo e sonoro a tratti quasi stordente.

Voto: 3,5/5



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Mi fanno male i capelli


Roberta Torre torna al cinema con questo omaggio originale e poetico a Monica Vitti, e sceglie Alba Rohrwacher per interpretare l'attrice romana scomparsa lo scorso anno, dopo una lunga malattia neurodegenerativa che l'aveva allontanata da tempo dalla scena pubblica.

La Torre sceglie di raccontare la storia di Monica (appunto la Rohrwacher), una giovane donna che vive con il marito Edoardo (Filippo Timi) in una casa al mare sul litorale romano (si riconosce chiaramente la spiaggia di Sperlonga). La donna ha cominciato non solo a dimenticare cose e persone della sua vita, ma anche ad avere delle allucinazioni. In questa confusione di realtà e fantasia la donna si è costruita un'esistenza alternativa nella quale si identifica con i personaggi interpretati da Monica Vitti nei suoi film, cosicché man mano che i giorni passano la donna inizia a imparare a memoria dialoghi in cui si riconosce e a vestirsi e pettinarsi come la Vitti. Il marito Edoardo che ha importanti problemi economici cerca di nasconderli alla moglie e di barcamenarsi con la sua malattia, spesso assecondando le fantasie di Monica, dunque interpretando a sua volta i ruoli che furono tra gli altri di Marcello Mastroianni.

Dal punto di vista narrativo il film della Torre è alquanto esile, al punto tale che la storia raccontata in Mi fanno male i capelli mi è sembrata più un pretesto per rendere omaggio a Monica Vitti che l'occasione per raccontare qualcosa di realmente nuovo.

Detto questo, dal punto di vista cinematografico il film è davvero splendido per il mescolarsi di girato della regista, frammenti di filmini amatoriali e spezzoni di film con protagonista Monica Vitti. L'intersecarsi di queste tre dimensioni è lo specchio perfetto di quanto avviene nella mente della protagonista, e anche sul piano tecnico funziona perfettamente. Va anche detto che Alba Rohrwacher compie un'impresa non certo facile, riproducendo la Vitti nelle movenze e nella fisicità, straordinariamente aiutata da un lavoro sui costumi eccezionale. Le scene nelle quali Monica/Rohrwacher si sovrappone e si sostituisce a Monica Vitti sono di un fascino e di una bellezza disarmanti.

Molto suggestiva anche la colonna sonora del giapponese Shigeru Umebayashi, autore delle musiche di In the mood for love, e tra l'altro premio alla carriera alla stessa festa del cinema di Roma.

Voto: 3/5



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Saltburn


La mattina stessa del giorno in cui vado a vedere Saltburn un'amica mi suggerisce un film che avevo perso a suo tempo e che vorrei recuperare, Una donna promettente. Scopro poi, praticamente per caso, che la regista di questo film, Emerald Fennell, è la stessa di Saltburn, il film in programmazione in serata, e la coincidenza mi incuriosisce alquanto, anche perché si tratta degli unici due film che la Fennell ha realizzato come regista.

In Saltburn protagonista è Oliver Quick (come mi fa notare F., un nome che ha una sonorità che un po' ricorda Oliver Twist), interpretato dallo splendido Barry Keoghan (già apprezzato in Gli spiriti dell'isola), un ragazzo di estrazione medio-bassa che arriva - grazie a una borsa di studio - a Oxford. Qui Oliver si ritrova catapultato in un ambiente fatto di ricchi rampolli della società inglese rispetto al quale lui è percepito come un outsider e uno sfigato, e dunque di fatto emarginato. Fin dai primi giorni Oliver viene colpito da Felix (Jacob Elordi), un ragazzo di grande fascino e completamente inserito nell'ambiente di Oxford, che però nemmeno lo vede. Dopo un episodio che consente a Oliver di tirare Felix fuori di impaccio, i due diventano amici e non solo Oliver entra nel giro giusto, ma al termine del semestre viene invitato a trascorrere l'estate nella casa della famiglia di Felix, Saltburn, che è in realtà un castello, con tanto di maggiordomo e servitù. L'ingresso di Oliver nel mondo della nobiltà inglese innescherà una serie di eventi a catena che - colpo di scena dopo colpo di scena - condurranno alla sorprendente conclusione.

Quello della Fennell è un film che trasuda odio di classe e satira sociale da tutti i pori. La famiglia di Felix (in cui spiccano le figure dei genitori interpretati da Rosamund Pike e Richard E. Grant) e il mondo che le ruota intorno sono tratteggiati in maniera così eccentrica da renderli insopportabili, mentre il povero Oliver - che forse si innamora di Felix e che si vuol fare benvolere dalla sua famiglia, inserendosi nelle pieghe della follia e della cattiveria che la attraversano - appare una vittima, certo un po' freak, ma pur sempre degno della nostra empatia. Man mano però l'interpretazione degli eventi cambia e il personaggio di Oliver si fa sempre più complesso e ambiguo, fino al deflagrante e in qualche modo esaltante finale.

Che dire del film della Fennell? Sicuramente grande direzione degli attori e eccezionale bravura di questi ultimi, colonna sonora di grande impatto, soprattutto man mano che l'inquietante verità viene a galla, visivamente molto ricercato, con una fotografia che gioca moltissimo su luci e ombre che trasformano ogni scena e ogni primo piano in un quadro o un ritratto di Rembrandt (come quelli che arredano molte stanze di Saltburn). Luci e ombre sono del resto l'elemento simbolico più comune per bene e male, aspetti che si mescolano in maniera ambigua e indecifrabile in tutti i personaggi del film. Pur nei suoi tratti certamente grotteschi e caricaturali, a volte sovrabbondanti e kitsch, il film della Fennell è capace di mescolare e giocare con i generi cinematografici, ma - nonostante tutto questo - mantiene intatta la credibilità emotiva della parabola narrativa che tratteggia, anche grazie alla bravura del suo protagonista.

Voto: 3,5/5



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Death is a problem only for the living


Tra le visioni di film che ho aggiunto un po' all'ultimo momento c'è questo film finlandese del regista Teemu Nikki, Death is a problem only for the living, interpretato da Pekka Strang e Jari Virman, tutti presenti sul red carpet della festa del cinema.

Si tratta di una commedia nera e grottesca, che a un certo punto si fa talmente nera da non sembrare neanche più una commedia. Protagonisti sono Risto (Pekka Strang), uno stralunatissimo becchino con una dipendenza dal gioco d'azzardo, e Arto (Jari Virman), il suo vicino, cui viene diagnosticato di avere solo un residuo di cervello (!). Entrambi sono a un punto di svolta nella loro vita: Risto è sempre più sommerso di debiti e alla ricerca di modi rapidi per fare soldi, e il rapporto con sua moglie è in crisi, mentre Arto - a causa della diagnosi ricevuta - perde il lavoro, finisce al centro dei pettegolezzi della comunità e comincia ad essere allontanato dalla moglie. Questi due perdenti sono fatalmente destinati a incontrarsi e incrociare i loro destini: Arto viene ingaggiato da Risto per i suoi poco legali trasporti di cadaveri, ma ben presto le situazioni precipitano e una serie di eventi tragici costringe Risto a fare una riflessione sulla propria vita.

Il film di Teemu Nikki ha moltissimo di finlandese, ed è quasi inevitabile che guardandolo si pensi ad Aki Kaurismäki, nonostante l'estetica e il tono di fondo siano profondamente diversi. I film provenienti da questo paese di confine tra penisola scandinava ed Europa orientale sono permeati da una tristezza di fondo e da un disagio esistenziale che non diventano assoluti soltanto perché c'è un'ironia sottile e originale che attraversa le storie di questi personaggi, producendo quell'effetto grottesco e stralunato che spesso caratterizza queste pellicole. Spesso al centro di questi film - e non fa eccezione Death is a problem only for the living - ci sono temi forti come la solitudine, le dipendenze, la grettezza culturale; però al termine della visione non si può non volere bene ai personaggi raccontati, al povero Arto - senza cervello ma dal cuore d'oro - e persino al cinico Risto che passerebbe sul cadavere di chiunque pur di accaparrarsi i soldi necessari a continuare a giocare.

Voto: 3/5


lunedì 6 novembre 2023

Manodopera = Interdit aux chiens et aux Italiens

Finalmente riesco a vedere questo film che inseguo da diverse settimane senza successo. Si tratta di Manodopera, il film di animazione (realizzato con la tecnica della stop-motion) da Alain Ughetto, regista francese di origini italiane, che sceglie questa strada per raccontare la storia dei suoi nonni, emigrati dal Piemonte per lavorare in Francia.

Siamo alla fine dell'Ottocento nel villaggio - ora abbandonato - di Ughettera (ai piedi del Monviso), dove il cognome Ughetto accomuna gran parte degli abitanti. Qui inizia la storia di Cesira e Luigi, i nonni del regista, storia che Alain racconta attraverso il punto di vista di Cesira, l'unica nonna che ha conosciuto. La cosa buffa è che Cesira è un pupazzo di DAS - come tutti gli altri personaggi - che interagisce con il regista, di cui vediamo solo le mani (a grandezza naturale) e che durante tutto il film ci mostra anche il processo creativo e realizzativo del mondo da lui ricostruito e dove si muovono i personaggi.

Cesira conosce Luigi quando quest'ultimo ha solo vent'anni, ma già lavora insieme ai suoi fratelli ancora più piccoli di lui. Entrambi vengono da famiglie contadine, ma la terra in questa zona non consente di sfamare tutte le bocche, cosicché gli abitanti di Ughettera (e non solo) devono spingersi oltre il confine e offrire la loro forza lavoro alla Francia. Luigi e Cesira si sposano e cominciano ad arrivare dei figli, cosicché le bocche da sfamare aumentano. Intanto, prima la guerra mondiale e la campagna in Libia, poi l'epidemia spagnola, poi l'avvento del fascismo e l'inizio della seconda guerra mondiale, decimano la famiglia: Luigi perde i suoi fratelli, poi muoiono i genitori e purtroppo anche qualche figlio. Luigi e Cesira nel frattempo si trasferiscono in Francia, comprano un appezzamento di terra e costruiscono una casetta. Se all'inizio subiscono tutte le discriminazioni e le forme di razzismo destinate agli immigrati, con lo scoppio della seconda guerra mondiale vengono naturalizzati francesi, e si trovano a essere bombardati dai loro connazionali italiani.

Nel frattempo la famiglia cresce ancora; i figli si sposano, nascono i nipoti, mentre Luigi e Cesira invecchiano. Il primo morirà poco più che sessantenne, mentre Cesira vivrà fin oltre i 75 anni e diventerà la memoria vivente della storia di questa famiglia, poi trasferita al nipote Alain che con questo film la consegna al mondo.

Manodopera è innanzitutto una bellissima storia, trattata con rigore e tenerezza, leggerezza e delicatezza, che ci ricorda quando i migranti eravamo noi e che cosa vuol dire esserlo (così risponde Cesira a una domanda di Alain, "Non si appartiene a una nazione, ma alla propria infanzia"). In riferimento in particolare alle migrazioni della manodopera italiana nella vicina Francia, consiglio anche i tre albi dal titolo A caro prezzo (Bella ciao) del fumettista francese Baru, anch'egli di origine italiana.

Il film di Ughetto è però anche una gioia per gli occhi, pieno di idee originali e creative finalizzate a rappresentare in maniera realistica e al contempo poetica il mondo di Luigi e Cesira, e che ci fa partecipare durante la visione alla creazione di questo mondo, frutto di un lavoro lungo e certosino.

Un piccolo gioiellino da non perdere, di fronte al quale non potrete non commuovervi.

Voto: 4/5


mercoledì 1 novembre 2023

Vivian Maier Anthology. Bologna, Palazzo Pallavicini, 7 ottobre 2023

Colgo l'occasione di un weekend bolognese per andare a vedere la mostra Vivian Maier Anthology, in programma a Palazzo Pallavicini.

Prima di scrivere queste brevi note, sono andata a rivedere quello che avevo scritto sei anni fa quando ero andata a visitare una delle prime grandi mostre romane dedicata alla fotografa misteriosa, dopo che John Maloof aveva portato all'attenzione del mondo il suo lavoro ignoto, facendo sviluppare i rullini trovati in una valigia comprata all'asta.

Rileggendo quel post, mi rendo conto che la mostra bolognese non è molto diversa da quella che avevo visitato a suo tempo: anche in questo caso in mostra circa 150 fotografie della Maier (la maggior parte in bianco e nero e scattate con la sua Rolleiflex - identificabili dal formato quadrato - e una parte scattate con la Leica, parte delle quali a colori) e alcuni filmini in Super8, oltre ad alcuni provini a contatto che - come dicevo nell'altro post - sono molto utili per capire il modo di scattare della Maier, che talvolta fa un'unica o poche foto della situazione che attira il suo occhio fotografico, forse perché non ha la possibilità di scattare più volte ovvero perché è molto decisa sul soggetto e sul tipo di inquadratura.

In generale passeggiando per le sale di Palazzo Pallavicini ho la sensazione di aver già visto molte delle foto in mostra - del resto la Maier è una delle fotografe più presenti nell'immaginario collettivo degli ultimi anni - però sicuramente ci sono anche fotografie che non ho mai visto e che aggiungono ulteriori elementi alla conoscenza di questa fotografa sconosciuta fino a non moltissimo tempo fa.

La mostra dunque per me non è stata una novità assoluta e non ha suscitato, per quanto mi riguarda, sorprese particolari; ciò detto, resta un percorso di scoperta e di approfondimento assolutamente gradevole e interessante.

Se posso fare un appunto, devo dire che il prezzo di ingresso è un pochino alto (probabilmente perché si tratta di una struttura privata) e che per un biglietto di ingresso così ci si aspetterebbe probabilmente un allestimento più originale e curato. Non che la mostra non sia ben organizzata, ma mi è sembrato un allestimento fin troppo semplice e senza aspetti memorabili.

Ciò detto, se non avete mai visto una mostra delle foto di Vivian Maier vi consiglio caldamente di andare a vederla.

Voto: 3/5