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lunedì 26 ottobre 2026

Festa del cinema di Roma, 13-25 ottobre 2026 (Terza parte)

Leggi anche la prima e la seconda parte delle recensioni dei film della Festa del cinema 2026.

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Ulya

Siamo nel 1964 in una fattoria di un’aria remota della Lettonia, in quel momento sovietica, dove vive la comunità dei Vecchi Credenti. In questa fattoria, in una famiglia di allevatori e agricoltori, cresce Ulya (interpretata dall’attore Karlis Arnolds) la quale per un qualche motivo non ben specificato è molto alta, quasi due metri, e per questo motivo un po’ disadattata e oggetto di scherno. Un giorno, il fidanzato della sorella, che è un giornalista, propone ai suoi genitori di far trasferire Ulya a Riga per allenarsi con la squadra di pallacanestro del TTT. In questo nuovo contesto Ulya si troverà ad affrontare vecchi fantasmi, ma anche a sperimentare nuove possibilità.

Il film di Viestur Kairish è girato in un bianco e nero etereo dentro un formato 4:3, e sceglie spesso immagini sfocate e mosse, o inquadrature inconsuete, oscillando così tra l’illusione di un documentario (alcune sequenze sembrano davvero uscire da un’altra epoca, anche grazie agli attori scelti) e l’atmosfera onirica di una favola un po’ dark. Il risultato è un film visivamente molto interessante, e decisamente inconsueto, che riesce a raccontare la storia vera della grande campionessa di basket Ulyana Semjonova (morta all’inizio del 2026) in maniera complessa, misteriosa e mai scontata, trasformando un biopic in una specie di favola poetica iperrealistica. Bello.

Voto: 3,5/5



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Club kid

Jordan Firstman esordisce alla regia del suo primo lungometraggio con questo film di cui è non solo regista, ma anche sceneggiatore e attore protagonista. A me il nome di Firstman prima della visione di questo film non diceva niente, anche se poi cercando informazioni su di lui scopro che è diventato parecchio famoso come attore comico durante la pandemia e che io stessa lo avevo già incrociato nella visione di un film queer piuttosto bizzarro, ma molto originale, dal titolo Rotting in the sun.

Per il suo esordio nel lungometraggio, Firstman sceglie una strada che in qualche modo contempera il suo stile e la sua storia personale con un racconto, se vogliamo, più universale inscrivibile nell’eterno topos del romanzo di formazione.

Il protagonista del film è Peter Green (lo stesso Firstman), un giovane gay che ha fatto del clubbing – e di tutto quello che gli ruota intorno, dalle droghe al sesso - non solo la sua principale occupazione, ma anche la propria principale fonte di sostentamento. A mandare sotto sopra questa vita che dopo gli entusiasmanti esordi si trascina un po’ stancamente arriva dal nulla, un ragazzino di una decina d’anni, Arlo, che si scopre essere il figlio di Peter, risultato di una notte di cui lui stesso ricorda molto poco.

Il doversi occupare di Arlo, all’inizio suo malgrado, porta Peter verso territori emotivi inesplorati, e lo costringe a un’assunzione di responsabilità del tutto inedita per lui.

E da qui in poi credo che ognuno possa più o meno immaginarsi come procede la storia, che poi è anche il mio principale motivo di perplessità su questo film. In sala la gente al termine della proiezione era entusiasta, e non si può passare sotto silenzio che la sceneggiatura del film è brillante e a tratti dirompente e che Firstman non ha paura di essere irriverente; d’altra parte l’arco narrativo risulta piuttosto scontato e prevedibile e la redenzione del protagonista appare un po’ semplicistica e ruffiana (per esempio sul tema dell’adulto che si trova a gestire un ragazzino il livello di complessità di un film come C’mon C’mon è decisamente superiore).

Per me un lavoro riuscito per metà, ma che non ha osato essere politicamente scorretto fino in fondo, accogliendo invece la retorica dei buoni sentimenti.

Voto: 3/5



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Ghost song

Fatih Akin è il regista tedesco di origine turca che è entrato nel novero dei migliori della sua generazione con un film che è diventato un cult, La sposa turca. Da quel momento in poi, la sua filmografia è stata molto eclettica e anche molto altalenante tra cose decisamente più riuscite e altre molto meno. Io l’ho perso un po’ di vista dopo Soul Kitchen, anche se proprio la festa del cinema di Roma mi aveva permesso di vedere il suo Rheingold che non so nemmeno se poi era uscito in sala.

Con questo film Ghost song Fatih Akin ci sorprende ancora spostandosi in un territorio davvero inatteso, quello del dark romance. Siamo ad Amburgo e protagonisti della storia sono Faris e Farasha, due ventenni appena diplomati che si incontrano a una festa di diploma e si innamorano. Purtroppo, la sera stessa, mentre Faris riaccompagna a casa un suo amico e Farasha con una sua amica, l’auto va fuori strada e affonda in mare. L’unica a perdere la vita è Farasha. Da qui in poi, e per i quaranta giorni successivi, il fantasma di lei comincerà a visitare i sogni di lui, e il desiderio dei due giovani di vivere il loro amore nonostante l’infausto destino sembra trascinare Faris in una spirale autodistruttiva.

Il film di Akin è in un bel bianco e nero capace di valorizzare in particolare le architetture e le ambientazioni di Amburgo scelte per comunicare la sospensione onirica, mentre il passaggio tra un giorno e l’altro è segnato da una schermata colorata illustrata con una specie di opera di decoupage.

Ne viene fuori un film piuttosto bizzarro di cui personalmente non ho capito bene le intenzioni e a che pubblico volesse rivolgersi, e che ho trovato poco emozionante e abbastanza monocorde. Per me un passo falso che temo non andrà molto lontano.

Voto: 2,5/5



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Ben’imana

Ben’imana è il nome di un villaggio del Ruanda dove si svolge la storia di Veneranda e della sua famiglia, che si intreccia con quella drammatica del villaggio, che è poi la storia di ogni villaggio e di ogni città del Ruanda.

A Ben’imana si stanno infatti celebrando – come nel resto del paese – i processi presso i tribunali gacaca, ossia tribunali distribuiti nel territorio in cui i giudici sono cittadini scelti dagli stessi cittadini. È la strada che il Ruanda ha percorso per trovare una soluzione giuridica alla mostruosa vicenda del genocidio dei Tutsi a opera degli Hutu avvenuta nel 1994, nel periodo seguito all’incidente aereo in cui perse la vita il presidente ruandese. Una strada certamente imperfetta, ma necessaria per arrivare a voltare pagina e consentire a un paese intriso d’odio e di desiderio di vendetta di continuare a esistere come tale, offrendo una speranza di futuro alle giovani generazioni.

In questo contesto, la regista Marie-Clementine Dusabejambo si concentra sulla figura di Veneranda, una donna tutsi che da un lato è molto attiva nel villaggio a sostegno del processo di riconciliazione e dall’altro deve gestire la giovane figlia che scopre essere incinta di un giovane del villaggio, probabilmente hutu (anche se non viene mai detto esplicitamente) e la sorella, malata di AIDS, che al contrario di lei vorrebbe verità e punizioni esemplari per gli assassini e gli stupratori.

Ne viene fuori l’immagine vivida di un paese lacerato, in cui il sangue versato e le violenze perpetrate tra persone appartenenti alle stesse comunità e che prima avevano condiviso spazi e storie restano un muro di dolore e di orrore emotivamente e razionalmente invalicabile per tutti. Di fronte a quanto accaduto i sopravvissuti, che spesso portano sui propri corpi e nella loro vita i segni evidenti della violenza, reagiscono in due modi, o con il silenzio di Veneranda – che non ha parlato né intende parlare con nessuno di quello che le è successo – o con la rabbia di sua sorella Suzanne che non si dà pace e non può accontentarsi di un generico pentimento o di una condanna. Tra questi due mondi i giovani, come Tina e il suo fidanzato Richard, che sanno poco di quello che è accaduto – perché spesso non gli è stato raccontato anche solo per non condizionarne l’esistenza – e che vorrebbero guardare avanti e al futuro con speranza e fiducia, ma le cui prospettive sono in qualche modo condizionate dalla mancata rielaborazione di quello che è avvenuto.

Coincidenza ha voluto che vedessi questo film mentre stavo leggendo il libro Jacaranda di Gaël Faye che racconta storie simili e soprattutto restituisce lo stesso stato d’animo e impasse di un’intera nazione. E come sempre di fronte all’enormità di quello che i Ruandesi hanno vissuto penso a quanto poco ne sappiamo e ne capiamo, e anche a quanta poca importanza attribuiamo a vicende che invece hanno una portata enorme, ma restano fuori dal nostro spettro visivo solo perché avvengono in posti che non riteniamo centrali per le nostre vite.

Il film della Dusejambo mi pare riesca a essere fedele al contesto, ma anche leggibile da un pubblico internazionale, senza mai banalizzare né eventi né emozioni. Mi è piaciuto molto.

Voto: 3,5/5




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Notre salut = Un uomo del suo tempo

L’ultimo film della mia festa del cinema di quest’anno è Notre salut (che uscirà in Italia con il titolo Un uomo del suo tempo), il film di Emmanuel Marre che, prima della proiezione, riceve il premio Pontecorvo, istituito quest’anno per film con qualità non solo cinematografiche, ma anche di impegno civile.

Notre salut prende ispirazione dalle lettere che il bisnonno di Emmanuel, Henri Marre, si scambiava con sua moglie durante i numerosi periodi di lontananza, e ne ricostruisce il percorso umano, personale e professionale.

Siamo negli anni della Repubblica di Vichy in Francia: Marre – che da un punto di vista professionale ha un passato alquanto travagliato – cerca di accreditarsi presso le nuove istituzioni del paese nella parte guidata dal maresciallo Petain. Troverà lavoro come responsabile di un nuovo Ufficio che ha l’obiettivo di ricollocare chi ha perso il lavoro, abbassando i tassi di disoccupazione. Marre lo farà da efficiente burocrate, ligio agli ordini dei suoi superiori e senza porsi grandi domande, ma piuttosto nel tentativo di un riconoscimento personale.

In quest’ottica accetterà, seppure in modo non entusiasta, di fornire supporto per i rastrellamenti degli ebrei nel territorio della repubblica di Vichy verso la zona controllata dai tedeschi, e mostrandosi un convinto sostenitore di Petain riuscirà a riabilitarsi e a fare una piccola scalata sociale, permettendo alla sua famiglia, moglie e figli, di raggiungerlo. Pur non arrivando a denunciare superiori e colleghi, non smetterà mai di essere un collaborazionista, cosicché dopo lo sbarco in Normandia, braccato dalla Resistenza, sarà costretto a fuggire.

Detta così, sembrerebbe una storia interessante, e forse lo sarebbe pure, ma il film di Marre risulta di una lentezza, di una verbosità, di una legnosità narrativa davvero insopportabili: e persino gli stacchetti con i balletti fatti sulla musica contemporanea – di cui in realtà capisco poco il senso – non riescono a risultare digeribili. Due ore circa che mi sono sembrate il doppio, con passaggi narrativi oggettivamente un po’ confusi e, nonostante un attore di spessore come Swann Arlaud, una storia che non riesce ad arrivare al cuore, per un approccio che ho trovato spocchiosamente intellettualistico. Peccato.

Voto: 2,5/5


sabato 7 febbraio 2026

Lo sconosciuto del grande arco

Stéphane Demoustier, regista francese che non conosco anche se a suo tempo avrei voluto vedere Gli amori di Anaïs, si cimenta in un’impresa che a tratti ha dell’impossibile, ossia raccontare la vicenda della costruzione di un’opera pubblica, non tanto dal punto di vista del processo creativo bensì dal punto di vista delle difficoltà burocratiche e realizzative che iniziano nel momento in cui si vince un concorso.

La vicenda, per quanto parzialmente romanzata, è tratto da una storia vera: all’inizio della Presidenza Mitterand, caratterizzata dal tentativo del Presidente di lasciare un segno di grandeur nel tessuto urbano parigino, un concorso internazionale per la realizzazione di un edificio monumentale nel quartiere finanziario della Défence viene vinto dall’architetto danese Johann Otto von Spreckelsen, uno sconosciuto che fino a quel momento aveva costruito solo la sua casa e quattro chiese in Danimarca.

Il progetto prevedeva la realizzazione di un grande cubo di marmo e vetro, svuotato all’interno, che nel progetto originario era completato anche da cubi più piccoli laterali e da nuvole sospese. Il cubo di von Spreckelsen, oggi conosciuto in Francia come la Grande Arche, era pensato come nuovo monumento iconico della città su un asse urbanistico molto importante che verso il centro arriva all’Arc de Triomphe, agli Champs Elisées, a Place de la Concorde e al Museo del Louvre.

La struttura narrativa del film si sviluppa intorno a cinque personaggi principali, l’architetto von Spreckelsen (Claes Bang) e la moglie (Sidse Babett Knudsen), il Presidente Mitterand (Michel Fau), il Consigliere del Presidente, Subilon (Xavier Dolan) e l’architetto Paul Andreu (Swann Arlaud), che collabora con von Spreckelsen nella direzione dei lavori.

Il tema del film diventa ben presto il conflitto tra l’approccio senza compromessi, “puro” di von Spreckelsen, in parte determinato anche dal contesto culturale dal quale proviene, e la prospettiva più pragmatica e in qualche modo burocratica di Subilon e di Andreu, appartenenti a un contesto culturale e sociale che con questi meccanismi è abituato a convivere da sempre. E, tra questi due mondi, Mitterand che, pur essendo completamente interno alla logica francese, è affascinato e compiaciuto dalla visione senza mezzi termini dell’architetto e la asseconda.

A tratti il film di Demoustier mi ha fatto pensare a The brutalist, e quando von Spreckelsen si reca a Carrara a scegliere il marmo per il suo Cubo non ho potuto fare a meno di pensare al passaggio carrarese del film di Brady Corbet.

Non so se proprio per questa associazione mentale e per effetto della mia idiosincrasia verso i genii solitari, o forse perché la mia esperienza lavorativa mi rende più vicina al funzionamento della burocrazia (che non va necessariamente intesa nella sua accezione negativa), fatto sta che non sono riuscita a empatizzare quasi per nulla con von Spreskelsen e invece, con tutte le cautele del caso, ho compreso molto meglio le posizioni e le difficoltà della sua controparte. E devo dire che leggere che la Grande Arche ha messo in evidenza già dopo i primi 25 anni di vita i suoi limiti strutturali e funzionali mi ha dato una certa qual perversa soddisfazione.

In ogni caso, una storia che ha dell’incredibile e che richiederebbe un approfondimento. E un plauso ai registi francesi che riescono a rendere appassionante una storia che avrebbe potuto essere di una noia mortale.

Voto: 3,5/5


mercoledì 15 novembre 2023

Anatomia di una caduta

Avevo già sentito parlare molto bene di questo film di Justine Triet, tra l'altro vincitore della Palma d'oro a Cannes, e dunque mi ero predisposta alla visione con grandi aspettative. Poi mi sono accorta che la regista è la stessa di Sybil, film che avevo visto un paio di anni fa e non mi era piaciuto granché, quindi sono andata al cinema con un atteggiamento neutrale, che poi è sempre la scelta migliore.

Siamo in una baita di montagna sulle Alpi francesi. Sandra Voyter (Sandra Hüller), una nota scrittrice, sta rilasciando un'intervista a una giovane studiosa per una tesi di laurea; intanto, dal piano di sopra - dove sta lavorando Samuel, il marito di Sandra - arriva una musica ad alto volume che rende sempre più difficile procedere con l'intervista. L'intervista viene interrotta, mentre Daniel (Milo Machado Graner), il figlio ipovedente undicenne della coppia, esce col suo cane-guida per una passeggiata nei boschi.

Al ritorno, Daniel trova suo padre sulla neve, morto. Poiché l'autopsia non è in grado di fornire una risposta definitiva alla dinamica della morte, e le varie ipotesi (incidente, suicidio e omicidio) sono tutte plausibili, a seguito dell'emergere di alcuni elementi, Sandra viene accusata di omicidio e processata, mentre Daniel diventa uno dei testimoni chiave, per quanto un testimone solo uditivo.

Fatto salvo il prologo che racconta l'evento da cui si dipana la narrazione, il film della Triet si struttura come un legal thriller, in quanto seguiamo lo sviluppo del processo a carico di Sandra con tanto di testimonianze, ricostruzioni, pareri di esperti, prove di vario genere ecc., attraverso il quale la vita di Sandra e Samuel viene passata al setaccio, alla ricerca di ogni più piccolo elemento a favore o contro la sua versione dei fatti. In aula si fronteggiano il pubblico ministero (Antoine Reinartz) e l'avvocato di Sandra, Vincent (Swann Arlaud), vecchio amico della stessa.

Il film tiene incollati alla sedia e non ha un attimo di cedimento, un vero meccanismo a orologeria nel quale siamo anche noi parte del pubblico che assiste al processo, anzi - meglio ancora - siamo in giuria a decidere qual è la verità e se Sandra va assolta o condannata.

Dal mio punto di vista esistono molteplici letture possibili di questo film, ma personalmente lo ritengo uno straordinario esperimento sociale sul complesso rapporto tra fatti e opinioni, tra realtà e narrazione.

A mio modo di vedere il personaggio centrale del film è Daniel, e secondo me la sua parziale cecità assume uno specifico significato non solo dal punto di vista narrativo. Di fronte alla morte del padre, fin dal principio Daniel dice che ha bisogno di capire, vuole trovare una spiegazione a quello che è successo; quando il processo volge ormai al termine ed è ormai evidente che entrambe le ipotesi, il suicidio del padre ovvero l'omicidio da parte da di Sandra, sono entrambe plausibili e sostenibili, né esiste alcuna prova risolutiva in una direzione o nell'altra, Daniel - in un dialogo con l'assistente sociale che le è stata affiancata dal tribunale - si chiede come si faccia in questi casi e Marge gli risponde che, in assenza di elementi certi, bisogna decidere quale interpretazione sposare.

Ebbene, questi due momenti ci consentono di leggere tutto il film come l'occasione per riflettere su come - rispetto a situazioni e temi complessi - si costruiscono le nostre opinioni, rispetto alle quali i fatti - lì dove sono decontestualizzati o comunque non risolutivi - finiscono per diventare un puntello della posizione che abbiamo deciso di prendere. In fondo siamo tutti come Daniel, parzialmente ciechi di fronte al reale, da cui ci giungono solo elementi conoscitivi che utilizziamo per costruirci opinioni, in buona parte radicate primariamente nella nostra sensibilità. Si tratta di un tema centrale non solo per noi come individui, bensì per la società umana tutta, tanto più in un periodo come quello in cui viviamo, in cui siamo sommersi di testimonianze, notizie, fatti, che ci danno l'illusione di conoscere la verità delle cose ma che in realtà utilizziamo sostanzialmente per farci un'opinione o meglio per rafforzare un'opinione che di fatto si nutre del nostro modo di essere. Su questo grande tema si va a innestare nel film quel mix sempre più inestricabile di eventi e narrazione degli eventi, vita reale e finzione narrativa che caratterizza la nostra contemporaneità, in un processo che tende a privilegiare sempre di più la narrazione, in quanto più accattivante e capace di produrre engagement. Se anche la letteratura diventa possibile elemento probatorio vuol dire che il confine tra realtà e racconto ha cessato di esistere.

L'aspetto che mi conferma nella mia lettura del film è che all'uscita ognuno di noi ha la sua idea su quale sia la verità, e ciascuno si è formato la sua opinione sulla base della propria sensibilità individuale, chi condizionato dalla propria tendenza all'analisi psicologica, chi da un punto di vista femminista, chi da una propensione al retropensiero. Io per prima sono stata molto condizionata dal fatto che il pubblico ministero mi ricordava tantissimo una persona che conosco e che mi è particolarmente antipatica.

Poi, certo, dentro il film c'è molto altro: una coppia borghese analizzata nei suoi elementi disfunzionali, una dinamica psicologica vittima-carnefice, un ribaltamento dei ruoli e delle rivendicazioni tra marito e moglie, una riflessione sul funzionamento dei meccanismi giudiziari, ma dal mio punto di vista questi sono tutti aspetti secondari rispetto al tema centrale del rapporto tra fatti e opinioni.

Voto: 4,5/5