Leggi anche la prima e la seconda parte delle recensioni dei film della Festa del cinema 2026.
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Ulya
Siamo nel 1964 in una fattoria di un’aria remota della Lettonia, in quel momento sovietica, dove vive la comunità dei Vecchi Credenti. In questa fattoria, in una famiglia di allevatori e agricoltori, cresce Ulya (interpretata dall’attore Karlis Arnolds) la quale per un qualche motivo non ben specificato è molto alta, quasi due metri, e per questo motivo un po’ disadattata e oggetto di scherno. Un giorno, il fidanzato della sorella, che è un giornalista, propone ai suoi genitori di far trasferire Ulya a Riga per allenarsi con la squadra di pallacanestro del TTT. In questo nuovo contesto Ulya si troverà ad affrontare vecchi fantasmi, ma anche a sperimentare nuove possibilità.
Il film di Viestur Kairish è girato in un bianco e nero etereo dentro un formato 4:3, e sceglie spesso immagini sfocate e mosse, o inquadrature inconsuete, oscillando così tra l’illusione di un documentario (alcune sequenze sembrano davvero uscire da un’altra epoca, anche grazie agli attori scelti) e l’atmosfera onirica di una favola un po’ dark. Il risultato è un film visivamente molto interessante, e decisamente inconsueto, che riesce a raccontare la storia vera della grande campionessa di basket Ulyana Semjonova (morta all’inizio del 2026) in maniera complessa, misteriosa e mai scontata, trasformando un biopic in una specie di favola poetica iperrealistica. Bello.
Voto: 3,5/5
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Club kid
Jordan Firstman esordisce alla regia del suo primo lungometraggio con questo film di cui è non solo regista, ma anche sceneggiatore e attore protagonista. A me il nome di Firstman prima della visione di questo film non diceva niente, anche se poi cercando informazioni su di lui scopro che è diventato parecchio famoso come attore comico durante la pandemia e che io stessa lo avevo già incrociato nella visione di un film queer piuttosto bizzarro, ma molto originale, dal titolo Rotting in the sun.
Per il suo esordio nel lungometraggio, Firstman sceglie una strada che in qualche modo contempera il suo stile e la sua storia personale con un racconto, se vogliamo, più universale inscrivibile nell’eterno topos del romanzo di formazione.
Il protagonista del film è Peter Green (lo stesso Firstman), un giovane gay che ha fatto del clubbing – e di tutto quello che gli ruota intorno, dalle droghe al sesso - non solo la sua principale occupazione, ma anche la propria principale fonte di sostentamento. A mandare sotto sopra questa vita che dopo gli entusiasmanti esordi si trascina un po’ stancamente arriva dal nulla, un ragazzino di una decina d’anni, Arlo, che si scopre essere il figlio di Peter, risultato di una notte di cui lui stesso ricorda molto poco.
Il doversi occupare di Arlo, all’inizio suo malgrado, porta Peter verso territori emotivi inesplorati, e lo costringe a un’assunzione di responsabilità del tutto inedita per lui.
E da qui in poi credo che ognuno possa più o meno immaginarsi come procede la storia, che poi è anche il mio principale motivo di perplessità su questo film. In sala la gente al termine della proiezione era entusiasta, e non si può passare sotto silenzio che la sceneggiatura del film è brillante e a tratti dirompente e che Firstman non ha paura di essere irriverente; d’altra parte l’arco narrativo risulta piuttosto scontato e prevedibile e la redenzione del protagonista appare un po’ semplicistica e ruffiana (per esempio sul tema dell’adulto che si trova a gestire un ragazzino il livello di complessità di un film come C’mon C’mon è decisamente superiore).
Per me un lavoro riuscito per metà, ma che non ha osato essere politicamente scorretto fino in fondo, accogliendo invece la retorica dei buoni sentimenti.
Voto: 3/5
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Ghost song
Fatih Akin è il regista tedesco di origine turca che è entrato nel novero dei migliori della sua generazione con un film che è diventato un cult, La sposa turca. Da quel momento in poi, la sua filmografia è stata molto eclettica e anche molto altalenante tra cose decisamente più riuscite e altre molto meno. Io l’ho perso un po’ di vista dopo Soul Kitchen, anche se proprio la festa del cinema di Roma mi aveva permesso di vedere il suo Rheingold che non so nemmeno se poi era uscito in sala.
Con questo film Ghost song Fatih Akin ci sorprende ancora spostandosi in un territorio davvero inatteso, quello del dark romance. Siamo ad Amburgo e protagonisti della storia sono Faris e Farasha, due ventenni appena diplomati che si incontrano a una festa di diploma e si innamorano. Purtroppo, la sera stessa, mentre Faris riaccompagna a casa un suo amico e Farasha con una sua amica, l’auto va fuori strada e affonda in mare. L’unica a perdere la vita è Farasha. Da qui in poi, e per i quaranta giorni successivi, il fantasma di lei comincerà a visitare i sogni di lui, e il desiderio dei due giovani di vivere il loro amore nonostante l’infausto destino sembra trascinare Faris in una spirale autodistruttiva.
Il film di Akin è in un bel bianco e nero capace di valorizzare in particolare le architetture e le ambientazioni di Amburgo scelte per comunicare la sospensione onirica, mentre il passaggio tra un giorno e l’altro è segnato da una schermata colorata illustrata con una specie di opera di decoupage.
Ne viene fuori un film piuttosto bizzarro di cui personalmente non ho capito bene le intenzioni e a che pubblico volesse rivolgersi, e che ho trovato poco emozionante e abbastanza monocorde. Per me un passo falso che temo non andrà molto lontano.
Voto: 2,5/5
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Ben’imana
Ben’imana è il nome di un villaggio del Ruanda dove si svolge la storia di Veneranda e della sua famiglia, che si intreccia con quella drammatica del villaggio, che è poi la storia di ogni villaggio e di ogni città del Ruanda.
A Ben’imana si stanno infatti celebrando – come nel resto del paese – i processi presso i tribunali gacaca, ossia tribunali distribuiti nel territorio in cui i giudici sono cittadini scelti dagli stessi cittadini. È la strada che il Ruanda ha percorso per trovare una soluzione giuridica alla mostruosa vicenda del genocidio dei Tutsi a opera degli Hutu avvenuta nel 1994, nel periodo seguito all’incidente aereo in cui perse la vita il presidente ruandese. Una strada certamente imperfetta, ma necessaria per arrivare a voltare pagina e consentire a un paese intriso d’odio e di desiderio di vendetta di continuare a esistere come tale, offrendo una speranza di futuro alle giovani generazioni.
In questo contesto, la regista Marie-Clementine Dusabejambo si concentra sulla figura di Veneranda, una donna tutsi che da un lato è molto attiva nel villaggio a sostegno del processo di riconciliazione e dall’altro deve gestire la giovane figlia che scopre essere incinta di un giovane del villaggio, probabilmente hutu (anche se non viene mai detto esplicitamente) e la sorella, malata di AIDS, che al contrario di lei vorrebbe verità e punizioni esemplari per gli assassini e gli stupratori.
Ne viene fuori l’immagine vivida di un paese lacerato, in cui il sangue versato e le violenze perpetrate tra persone appartenenti alle stesse comunità e che prima avevano condiviso spazi e storie restano un muro di dolore e di orrore emotivamente e razionalmente invalicabile per tutti. Di fronte a quanto accaduto i sopravvissuti, che spesso portano sui propri corpi e nella loro vita i segni evidenti della violenza, reagiscono in due modi, o con il silenzio di Veneranda – che non ha parlato né intende parlare con nessuno di quello che le è successo – o con la rabbia di sua sorella Suzanne che non si dà pace e non può accontentarsi di un generico pentimento o di una condanna. Tra questi due mondi i giovani, come Tina e il suo fidanzato Richard, che sanno poco di quello che è accaduto – perché spesso non gli è stato raccontato anche solo per non condizionarne l’esistenza – e che vorrebbero guardare avanti e al futuro con speranza e fiducia, ma le cui prospettive sono in qualche modo condizionate dalla mancata rielaborazione di quello che è avvenuto.
Coincidenza ha voluto che vedessi questo film mentre stavo leggendo il libro Jacaranda di Gaël Faye che racconta storie simili e soprattutto restituisce lo stesso stato d’animo e impasse di un’intera nazione. E come sempre di fronte all’enormità di quello che i Ruandesi hanno vissuto penso a quanto poco ne sappiamo e ne capiamo, e anche a quanta poca importanza attribuiamo a vicende che invece hanno una portata enorme, ma restano fuori dal nostro spettro visivo solo perché avvengono in posti che non riteniamo centrali per le nostre vite.
Il film della Dusejambo mi pare riesca a essere fedele al contesto, ma anche leggibile da un pubblico internazionale, senza mai banalizzare né eventi né emozioni. Mi è piaciuto molto.
Voto: 3,5/5
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Notre salut = Un uomo del suo tempo
L’ultimo film della mia festa del cinema di quest’anno è Notre salut (che uscirà in Italia con il titolo Un uomo del suo tempo), il film di Emmanuel Marre che, prima della proiezione, riceve il premio Pontecorvo, istituito quest’anno per film con qualità non solo cinematografiche, ma anche di impegno civile.
Notre salut prende ispirazione dalle lettere che il bisnonno di Emmanuel, Henri Marre, si scambiava con sua moglie durante i numerosi periodi di lontananza, e ne ricostruisce il percorso umano, personale e professionale.
Siamo negli anni della Repubblica di Vichy in Francia: Marre – che da un punto di vista professionale ha un passato alquanto travagliato – cerca di accreditarsi presso le nuove istituzioni del paese nella parte guidata dal maresciallo Petain. Troverà lavoro come responsabile di un nuovo Ufficio che ha l’obiettivo di ricollocare chi ha perso il lavoro, abbassando i tassi di disoccupazione. Marre lo farà da efficiente burocrate, ligio agli ordini dei suoi superiori e senza porsi grandi domande, ma piuttosto nel tentativo di un riconoscimento personale.
In quest’ottica accetterà, seppure in modo non entusiasta, di fornire supporto per i rastrellamenti degli ebrei nel territorio della repubblica di Vichy verso la zona controllata dai tedeschi, e mostrandosi un convinto sostenitore di Petain riuscirà a riabilitarsi e a fare una piccola scalata sociale, permettendo alla sua famiglia, moglie e figli, di raggiungerlo. Pur non arrivando a denunciare superiori e colleghi, non smetterà mai di essere un collaborazionista, cosicché dopo lo sbarco in Normandia, braccato dalla Resistenza, sarà costretto a fuggire.
Detta così, sembrerebbe una storia interessante, e forse lo sarebbe pure, ma il film di Marre risulta di una lentezza, di una verbosità, di una legnosità narrativa davvero insopportabili: e persino gli stacchetti con i balletti fatti sulla musica contemporanea – di cui in realtà capisco poco il senso – non riescono a risultare digeribili. Due ore circa che mi sono sembrate il doppio, con passaggi narrativi oggettivamente un po’ confusi e, nonostante un attore di spessore come Swann Arlaud, una storia che non riesce ad arrivare al cuore, per un approccio che ho trovato spocchiosamente intellettualistico. Peccato.
Voto: 2,5/5
lunedì 26 ottobre 2026
Festa del cinema di Roma, 13-25 ottobre 2026 (Terza parte)
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