giovedì 30 gennaio 2020

Marsiglia e la luce del Mediterraneo (I parte)

Marsiglia: il vecchio porto di notte
Quest'anno io e S. decidiamo di trascorrere l'ultimo dell'anno in una città di mare e la nostra scelta cade su Marsiglia, città unica e affascinante che io avevo visitato quasi quindici anni fa, proprio all'inizio del processo di rinnovamento e riqualificazione che l'ha caratterizzata.

Scegliamo di andarci in macchina da Bologna, senza valutare adeguatamente il fatto che le autostrade liguri sono ormai un tratto della rete su cui non si può fare affidamento in alcun periodo dell'anno. Così all'andata ci tocca la coda tra Varazze e Albisola, e poi la disavventura al casello di Celle Ligure dove stupidamente e non so bene per quale cortocircuito mentale entriamo senza prendere il biglietto, cosicché dobbiamo uscire subito dopo e al ritorno passare a un Punto Blu per annullare l'eventuale multa. Al ritorno, oltre al fatto che sono reduce da una notte in bianco, causa virus intestinale, ci tocca un'altra coda piuttosto lunga, a causa del crollo di parte del soffitto di una galleria, sempre nel tratto ligure.

Tramonto ad Antibes
A parte questi inconvenienti, i giorni francesi ci regalano cieli azzurrissimi, meravigliosi tramonti, belle passeggiate e tanto relax.

Sulla strada del viaggio di andata ci fermiamo per una pausa con crepe ad Antibes, dove godiamo di una magica atmosfera rosata che avvolge tutto il porto e che ci immerge appieno nella nostra vacanza.

Stradina al Panier
1. Le Panier

A Marsiglia siamo ubicate nel quartiere Le Panier, diciamo il "centro storico" della città, inerpicato su per una collina che mi era piaciuto tanto la prima volta che ci ero stata e per il quale confermo il mio amore incondizionato. Abbiamo un piccolo appartamentino che si affaccia su una piccola scalinata molto caratteristica che collega Rue du Panier a Place des Moulins, la piazza forse più grande del quartiere, il cui fascino è solo lievemente offuscato dalle troppe macchine parcheggiate (del resto è quasi l'unico posto del quartiere dove si può parcheggiare).

Street art al Panier
La prima cosa che ci colpisce di Marsiglia è che - pur essendo diventata una meta turistica piuttosto rinomata e avendo puntato molto sul turismo (soprattutto dopo essere stata Capitale Europea della Cultura nel 2013) - sembra che la vita dei marsigliesi ne sia stata intaccata solo in minima parte. Non a caso quando arriviamo il 29 sera, e sono solo le 20,30 circa, al Panier è praticamente tutto chiuso e, anche allargando la ricerca nelle aree circostanti, facciamo fatica a trovare un posto decente che ci dia da mangiare. Alla fine finiamo in un piccolo ristorante greco dove il gestore, nordafricano, praticamente ci fa un favore a farci preparare uno spiedino e un ghiros con patate fritte.

La Vieille Charité
Sappiate però che il problema esiste anche il lunedì, giornata in cui a Marsiglia tantissimi bar e luoghi di ristorazione in generale sono chiusi. Dunque se andate a Marsiglia per pochissimi giorni e volete provare i posti migliori dove mangiare forse meglio evitare la domenica e il lunedì.

Per fortuna il lunedì mattina è aperto almeno il bar des 13 Coins (reso celebre dai romanzi di Izzo), che sta in una specie di piazzetta o forse sarebbe meglio dire un punto di confluenza di diverse strade del quartiere ed è caratterizzata da un grande murale che occupa parte della parete di un palazzo. Dopo un cafè crème e un ottimo croissant partiamo alla scoperta delle piazze e delle viuzze del quartiere, abbellite dall'onnipresente street art che è un tratto caratterizzante di Marsiglia in generale e di questa zona in particolare.

Nella piazza che si apre tra Rue du Panier e Rue du Petit Puit ci fermiamo a comprare delle t-shirt nel bel negozietto che si chiama Bande de Sardines e dei saponi da 72% Petanque, una bella savonnerie non lontana. Molto belle e caratteristiche anche Place de Lenche, quella forse più movimentata con i tanti tavolini dei bar circostanti che la affollano, e la Place des Pistoles, piazze ognuna diversa dall'altra per dimensioni, forma e anima.

Mucem e Fort Saint Jean
2. Il Mucem e la Ville Méditerranée

Dopo aver girato in lungo e in largo Le Panier (la Vieille Charité la vediamo solo dall'esterno!), decidiamo di scendere verso il mare dove il nostro obiettivo è il Mucem, il Museo della Civilizzazione e del Mediterraneo, articolato sulla sede storica del Fort Saint Jean e sul nuovo edificio progettato da Ricciotti con la sua inconfondibile copertura reticolare, effetto mashrabiyya.

Gli edifici che compongono il museo sono collegati tra loro e alla città, in particolare all'Eglise Saint Laurent, da passerelle sospese che offrono scorci e vedute di grande effetto sulla città. L'area riqualificata che affaccia sul mare è completata dalla Ville Méditerranée, l'edificio realizzato da Stefano Boeri e dedicato al dialogo nel Mediterraneo.

La cattedrale vista dal Mucem
Facciamo un giro in un paio di mostre al Mucem, in particolare quella su Jean Giono e la semi-permanente dedicata alle città del Mediterraneo, molto bella!.

3. Les docks

Con una bella passeggiata lungo il waterfront raggiungiamo la zona dei docks, che pure sono stati ristrutturati e trasformati in un'area commerciale e di uffici. Qui ci fermiamo per un pranzo orientale da Dakao, dove mangiamo un ottimo wok di riso e una zuppa Pho. Gli spazi a disposizione sono tantissimi ed enormi, e la sensazione è che i docks non abbiano attirato un numero di esercizi commerciali e attività sufficienti a riempirli. In generale non c'è moltissima gente a differenza che nel centro commerciale di fronte. Ovviamente è difficile giudicare da una sola visita e non è facile comprenderne i motivi, ma tant'è.

Dentro il Mucem
Dopo pranzo, facciamo anche noi un salto al centro commerciale, non per i negozi (uguali in tutto il mondo, tranne Uniqlo che in Italia c'è solo a Milano), ma per la grande terrazza che affaccia sul porto e dove si affollano centinaia di persone.

Riattraversando i docks ci affacciamo a vedere dall'esterno l'edificio FRAC (dedicato all'arte contemporanea), e poi prendiamo il tram (che era in costruzione la volta precedente che ero stata a Marsiglia) verso Rue de la Republique.

4. La cena

Per la sera, dopo la faticosa ricerca in cui dobbiamo escludere tutti i ristoranti chiusi di lunedì, ci decidiamo per il Bistrot des dames, a Place des Huiles, dalla parte opposta del porto rispetto a dove siamo noi (20 minuti a piedi).

Il ristorante, tappezzato di foto tratte da giornali che hanno come soggetto tre donne, e caratterizzato da pareti scrostate e arredi vintage, è un posto interessante dove mangiamo molto bene: sardine di antipasto, capesante alla curcuma, merluzzo in salsa, fichi arrosto con gelato al pistacchio e soprattutto il buonissimo pain perdu (un pane fritto con pera cotta ricoperto di caramello salato e gelato).

(Il racconto di viaggio continua qui)

mercoledì 29 gennaio 2020

Zero / di Massimiliano Bruno. Teatro Piccolo Eliseo, 16 gennaio 2020

Massimiliano Bruno è un regista e sceneggiatore piuttosto noto al grande pubblico, grazie al successo di alcuni film da lui diretti e scritti, come ad esempio Nessuno mi può giudicare o Beata ignoranza fino ad arrivare al recente Non ci resta che il crimine, e di quelli da lui sceneggiati, tra cui Notte prima degli esami, Ex, Maschi contro femmine. Molti probabilmente ce l'hanno presente per i ruoli interpretati in Boris e L'ispettore Coliandro.

Bruno è però anche autore teatrale, e Zero è uno spettacolo del 2005 cui è particolarmente affezionato, a suo dire una delle cose migliori che abbia scritto.

L'anno scorso per i 100 anni del Teatro Eliseo di Roma, lo spettacolo è tornato in scena e ha avuto un tale successo che il Piccolo Eliseo lo ha riproposto in cartellone anche quest'anno.

Ed eccoci dunque in seconda fila ad assistere a questo giallo teatrale, impreziosito dall'esecuzione dal vivo delle musiche a opera di un quartetto formato da violoncello, chitarre, batteria e tastiere (Massimo Giangrande, Andrea Biagioli, Fabrizia Pandimiglio e Augusto Zanonzini). I quattro musicisti sono collocati dietro una doppia quinta semitrasparente, in cui si aprono spazi che permettono al protagonista di entrare e uscire dal primo piano, e ad ogni entrata trasformarsi nel personaggio che interpreta.

Sì, perché protagonisti dello spettacolo sono cinque personaggi, ora adulti, ognuno con il proprio lavoro e la propria vita in parti diverse dell'Italia, che però convergono verso un paese della provincia di Cosenza, dove vive il loro amico Antonio, che fa il postino e tutti chiamano "cacasotto", e dove tutti loro hanno un conto in sospeso da regolare che risale a vent'anni prima, una vicenda di sangue che ha segnato le loro vite per sempre.

Massimiliano Bruno, magistralmente diretto da Furio Andreotti, interpreta tutti e cinque i personaggi (e non solo): Antonio il "cacasotto", Walter, il comico che porta in giro i suoi spettacoli e intanto litiga con la moglie per la gestione della figlia, Gianluca che ha deciso di abbandonare la divisa da poliziotto, Margherita, una timida giornalista, Andrea che fa assistenza ai tossicodipendenti ma è un tipo molto taciturno. C'è infine Peppino, un tempo loro amico, ma ormai totalmente assorbito nella sfera di influenza del padre, l'Onorevole Rizzo, boss locale della 'ndrangheta.

Bruno conferisce a ciascuno di questi personaggi una caratterizzazione che ne rivela modi di essere e provenienza regionale, e gli consente di portare avanti una narrazione a più voci senza mai creare confusione nello spettatore, e anzi suscitando riso, commozione, rabbia a seconda dei momenti e delle circostanze.

Il suo testo è ben scritto e mirabilmente in bilico tra ironia e dramma, e conquista per la sua costruzione e per la capacità di rappresentare una specifica realtà etnoantropologica, ma anche il dramma universale dei deboli e degli indifesi schiacciati dalla violenza e dal sopruso.

Voto: 3,5/5

lunedì 27 gennaio 2020

Jojo Rabbit

Jojo (l'adorabile, oltre che strepitoso, Roman Griffin Davis) è un ragazzino di dieci anni che si appresta a partecipare, insieme al suo amico Yorki (Archie Yates), a un weekend di addestramento per giovani nazisti (la Hitler Jugend). Vestito di tutto punto dell'apposita uniforme, Jojo si prepara ad affrontare questa esperienza chiedendo consiglio al suo amico immaginario, niente di meno che Adolf Hitler in persona (interpretato con grande arguzia dal regista e sceneggiatore Taika Waititi), un Adolf Hitler che oscilla tra il naif e il dispotico, tra l'amorevole e l'opportunista, e che non a caso è il parto della mente di un ragazzino.

La prima mezz'ora del film, che è poi quella ambientata nel campo di addestramento e che ne spiega il titolo (e che a me ha richiamato alla mente lo stralunato campo scout di Moonrise kingdom), è semplicemente perfetta: esilarante e chiassosa, sarcastica e tenera, degna delle migliori parodie sul nazismo che siano state prodotte dal cinema, da The Producers di Mel Brooks a Vogliamo vivere! di Lubitsch.

Dopo questa prima mezz'ora, il film di Waititi - senza per questo abbandonare il registro ironico - vira verso una storia di coming of age in fondo più tradizionale e più al servizio dei buoni sentimenti, sebbene il politicamente scorretto e lo humour nero si affaccino sistematicamente e talvolta imprevedibilmente all'orizzonte del film per tutta la sua durata.

Accade che Jojo, dopo un infortunio dovuto all'esplosione ravvicinata di una granata durante l'addestramento, è costretto a passare più tempo in casa, e qui a poco a poco scopre verità che non sospettava, in particolare la presenza in casa di una ragazza ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie), nonché un orientamento familiare tutt'altro che favorevole al regime: sua madre (Scarlett Johansson) è un'attivista anti-hitleriana e suo padre si trova in Italia al fronte, ma ha disertato per unirsi alla Resistenza.

Di fronte a tutto ciò, Jojo si trova a fare i conti da un lato con le convinzioni e le idee che gli sono state inculcate dalla propaganda nazista, dall'altro con l'amore incondizionato per sua madre e l'amicizia che a poco a poco lo lega alla giovane Elsa.

In questa seconda parte, il film vira verso un registro a tratti più melodrammatico in cui però la leggerezza viene ricercata sempre e comunque (depotenziando persino la drammaticità di alcuni momenti chiave) e si posiziona maggiormente dalle parti di pellicole come La vita è bella. Ne viene fuori una favola nera, in cui si percepisce l'autocontenimento esercitato da Taika Waititi rispetto al proprio istinto "fracassone" (come dice il mio amico F.) che mantiene il film in bilico tra satira, commedia e melodramma, ma che forse gli toglie un po' della forza dissacrante da cui origina e che avrebbe potuto sprigionare. Insomma, la mia sensazione è che si avverta la preoccupazione di fondo di Waititi di raggiungere pubblici diversi e di parlare anche linguaggi diversi per non rischiare l'autoghettizzazione nella nicchia. E questo è forse ciò che ha fatto dire a qualcuno che il regista non ha spinto fino in fondo il piede sull'acceleratore e che si è lasciato prendere la mano da un eccesso di buonismo.

Ciò detto, gli attori sono uno più bravo dell'altro (menzione speciale al sempre grandioso Sam Rockwell nella parte di un capitano delle SS stralunato e un po' blasé, ma dall'animo buono), i costumi e le scenografie sono strepitose, si ride a più riprese in modo amaro e liberatorio al contempo, e alla fine si ha solo voglia di uscire all'aperto e di cominciare a ballare.

Voto: 3,5/5


venerdì 24 gennaio 2020

Persone naturali e strafottenti / di Giuseppe Patroni Griffi. Teatro Vittoria, 14 gennaio 2020

Giuseppe Patroni Griffi l'ho scoperto e amato da subito dopo aver visto la trasposizione teatrale del suo romanzo Scende giù per Toledo, portato nel 2018 al Piccolo Eliseo dal bravissimo Arturo Cirillo. Quello è stato per me l'anno della scoperta del teatro napoletano degli anni Settanta e Ottanta (non solo Patroni Griffi, ma anche Annibale Ruccello), e in quella circostanza è emerso il desiderio di vedere a teatro una delle opere più famose di Patroni Griffi, Persone naturali e strafottenti.

L'occasione è arrivata grazie a Giancarlo Nicoletti, il regista teatrale che - dopo aver messo in scena lo spettacolo al Palladio qualche anno fa - lo ha portato quest'anno al Teatro Vittoria, anche in veste di attore protagonista, essendo lui il bravissimo interprete del travestito MariaCallàs.

La storia è quella di quattro persone, che si ritrovano la sera dell'ultimo dell'anno nella casa di Donna Violante (una brava Marisa Laurito), ex serva e cameriera di un bordello, che ora arrotonda subaffittando la sua stanza da letto al travestito MariaCallàs quando questi deve incontrare un cliente. In questo caso MariaCallàs porta con sé due persone: Fred (Guglielmo Poggi), un giovane studente omosessuale di origini napoletane che vive a Roma e torna a Napoli per i suoi incontri sessuali, e Byron (Livio Beshir), uno scrittore di colore che è a Napoli per una sua ricerca. In realtà, MariaCallàs sta a sua volta subaffittando la stanza ai due che, dopo un incontro occasionale in un bar, vogliono passare insieme la notte di Capodanno.

Lo spettacolo si articola in due atti, il cui punto di cesura è rappresentato dal momento in cui si consuma l'incontro sessuale tra Fred e Byron. Alla riapertura del sipario la stanza dove tutto avviene si presenta rovesciata, come se prima guardassimo tutto dall'esterno e poi - una volta entrati nelle vite e nell'intimità dei personaggi - potessimo guardarli dall'interno.

I quattro personaggi - come già avevo avuto modo di osservare per il personaggio di Scende giù per Toledo, Rosalinda Sprint, un altro travestito - sono un mix inscindibile di comicità e dramma, vitalità e solitudine, così come in tutto il testo e la narrazione si alternano e si confondono registro alto e basso, linguaggio intellettuale e volgare, contenuti sociali e trivialità.

MariaCallàs, che Nicoletti reinterpreta ispirandosi chiaramente al Frank-n-Furter di Tim Curry del Rocky Horror Picture Show, è un personaggio scoppiettante e strabordante, dotato di un'intelligenza fine e di una spiccata sensibilità, in cui il confine tra la sostanza e la forma è labile e difficile da cogliere perfettamente, costantemente impegnato nel garantirsi la sopravvivenza, ma in realtà profondamente desideroso di essere accettato e amato per quello che è.

Donna Violante è una donna semplice, ma non stupida, che ne ha viste troppe nella vita ed è dunque abituata a tutto, alla disperata ricerca di mezzi di sostentamento, curiosa ai limiti dell'invadenza, ma in fondo di buon cuore, e dunque petulante soprattutto perché sola.

Fred è un giovane apparentemente ottimista e riconciliato con la vita e con la propria omosessualità, esuberante e amante del sesso, ma in realtà costretto a cambiare città per essere davvero sé stesso ed esprimere la propria sessualità.

Infine Byron è un uomo colto e introverso, ma pieno di rabbia per le umiliazioni e le discriminazioni subite in quanto nero, desideroso di trovare modi per sostenere la causa dei neri (il suo personaggio fa un po' pensare a James Baldwin), ma talmente accecato dall'ira da non riconoscere chi e cosa nel mondo circostante è ìdalla sua parte.

Il risultato dell'incontro tra queste quattro diverse solitudini è un fuoco di artificio che assomiglia di più alle granate di una guerra, e che in fondo lascerà per terra solo macerie.

Come in Scende giù per Toledo, si ride anche in modo chiassoso per i doppi sensi e il linguaggio esplicito di cui Patroni Griffi non si vergogna affatto, ma la malinconia dimora dietro ogni risata. Di fronte a personaggi che pure potrebbero essere lontanissimi da noi e dal nostro vissuto quotidiano e che vivono in un momento storico già piuttosto lontano dal nostro presente, troviamo in realtà quell'umanità dolente e quei temi universali che sono senza tempo e senza luogo e che ci arrivano dritti al cuore. Io almeno l'ho vissuta così.

Voto: 4/5

mercoledì 22 gennaio 2020

Tolo Tolo

Sulla spinta dei commenti di amici e conoscenti e delle lusinghiere recensioni pubblicate in rete, decido di andare a vedere l'ultimo film di Checco Zalone (al secolo Luca Medici, mio conterraneo molto prossimo: è di Capurso).

Non sono tra quelli pregiudizialmente contrari ai film del comico pugliese (che è anche cantautore, attore e sceneggiatore)  e in passato ne ho visti almeno un paio, però non posso nemmeno dire di essere davvero una fan. La sua comicità - che pure risveglia in me mondi e modalità che conosco molto bene e che molto hanno a che fare con la terra dalla quale provengo - non sempre è pienamente nelle mie corde, soprattutto quando si fa eccessivamente greve o demenziale.

Ciò detto, riconosco in Luca Medici delle qualità non scontate, che si esplicano soprattutto nella sua capacità di portare alla luce del sole - attraverso il personaggio di Checco Zalone - molte delle caratteristiche dell'italiano medio e di farlo in modo nient'affatto snob e spocchioso, bensì empatico e affettuoso.

Ciò che trovo apprezzabile dei film di Checco Zalone è una libertà di pensiero sulla base della quale la sua satira può colpire chiunque e lo fa in modo spesso politicamente scorretto: ad esempio, in Tolo Tolo sotto queste forche caudine passano le forze armate così come le associazioni no-profit pro-migranti.

Abbandonato il tradizionale compagno di scrittura, Gennaro Nunziante (autore e regista per i mitici Toti e Tata), e invece affiancato qui per la prima volta da Paolo Virzì alla sceneggiatura, Luca Medici racconta la storia di Checco, un imprenditore con grandi idee che, dopo il fallimento dell'apertura di un sushi bar a Spinazzola, il suo paese d'origine, pieno di debiti verso parenti e Stato, scappa in Africa a lavorare come cameriere in un resort di lusso, dove finiscono ricchi italiani che hanno o hanno avuto qualche problema col fisco.

Alla ricerca di una crema antirughe nel vicino villaggio insieme all'amico Oumar (Souleymane Silla), Checco si trova coinvolto in un attacco terroristico ed è costretto a fuggire. Deciderà infine di intraprendere il viaggio della speranza con cui i migranti africani tentano di arrivare in Europa e lo farà insieme a Oumar, alla giovane Idjaba (Manda Touré) e al piccolo Doudou, affrontando numerose traversie, mentre in Italia i suoi parenti sperano nella sua morte che azzererebbe il debito e interromperebbe i pignoramenti.

Con lo stile scanzonato e quasi ingenuo che lo caratterizza, Checco indifferentemente conferma o capovolge gli stereotipi, mostrando un punto di vista originale su una questione di tutta attualità e attingendo al repertorio musicale popolare italiano, oltre che a composizioni originali a esso ispirato (per esempio il tormentone Immigrato), nonché addirittura al linguaggio di animazione per affrontare in modo leggero e divertito temi scomodi (come quando deve spiegare ai bambini africani perché sono nati in Africa e non altrove).

Leggo da più parti che in Tolo Tolo Checco Zalone non fa più tanto ridere e invece punta più a far riflettere. Sarà forse che io non mi ricordo perfettamente i film precedenti, ma a me sembra che, a parte la cogente attualità del tema trattato, che è un inevitabile catalizzatore dell'emotività collettiva, l'approccio di Zalone non è cambiato rispetto al passato. Forse accade "semplicemente" che mentre i temi-bersaglio della comicità di Zalone erano in passato più trasversali e condivisibili, questa volta la tematica risulta per sua stessa natura divisiva, e chi arriva in sala sperando di poter ridere delle prese in giro di Zalone potrebbe essere in difficoltà, mentre gli intellettuali del Paese sguazzano nei paragoni con la commedia all'italiana classica.

Se i mali del nostro Paese continuano a trovare un pubblico ricettivo grazie al linguaggio nazionalpopolare di Zalone (il degrado della politica, l'eccesso di burocrazia, il culto dell'apparenza ecc.), il tema degli immigrati presuppone un'evoluzione del "cozzalone" protagonista del film che non è affatto scontata.

A me personalmente il film non dice molto di nuovo (ho trovato adorabile però il cameo autoironico di Nichi Vendola), anzi sconfina a più riprese nel banale, pur facendomi ridere più che altro per gli echi del mio passato che in esso ritrovo, ma sarei molto curiosa di sapere come l'hanno interpretato gli oltre 6 milioni di spettatori che l'hanno visto fin qui (e che certamente non appartengono tutti alla nicchia degli habitué del cinema e che probabilmente sono invece un po' più rappresentativi della popolazione italiana nel suo complesso).

Voto: 3/5

lunedì 20 gennaio 2020

Inge Morath. La vita. La fotografia. Museo di Roma in Trastevere, 12 gennaio 2020

Quando arrivo a piazza Sant'Egidio per vedere la mostra ormai agli sgoccioli su Inge Morath, c'è una lunga fila alla biglietteria e io - pur avendo fatto l'anno scorso la MIC (Musei In Comune) card - non l'ho ancora rinnovata. Poi, grazie alla disponibilità di uno dei custodi, mi fanno intanto entrare con l'accordo di passare in biglietteria all'uscita.

Nel Museo c'è tantissima gente, che non è esattamente la condizione migliore per vedere una mostra; comunque io e F. non demordiamo e iniziamo il nostro giro.

Inge Morath, che io non conoscevo, è stata la prima donna a entrare nella famosa agenzia fotografica Magnum (di cui avevo visto qualche anno fa un'altra mostra all'Ara Pacis). Moglie di Arthur Miller, il famoso drammaturgo che prima era stato sposato con Marylin Monroe, la Morath - di origine austriaca - era una donna poliedrica e curiosa, conoscitrice delle lingue, appassionata di viaggi, cui ha dedicato molti dei suoi lavori fotografici. Adottò in buona parte un approccio umanistico alla fotografia, scegliendo primariamente come propri soggetti le persone comuni riprese nella loro quotidianità. Ovviamente non mancano nella sua produzione ritratti di personaggi famosi, collaborazioni con artisti e fotografie di paesaggi naturali e urbani, perché - come molti altri fotografi - nel suo approccio alla fotografia la Morath è sempre stata versatile.

La mostra prevede una prima parte con le fotografie fatte da altri in cui il soggetto è la stessa Morath, poi le sue foto sono organizzate geograficamente: per ogni area geografica che è stata documentata fotograficamente è esposta una selezione di fotografie particolarmente significativa. Completano l'antologia fotografica la serie dei ritratti e quella intitolata Masks, realizzata insieme all'artista Saul Steinberg.

La mostra si chiude con l'ultima fotografia della Morath, un autoritratto su cui la fotografa ha applicato un'infiorescenza che le copre il volto lasciando visibili solo gli occhi.

Nel percorso espositivo trovano posto anche oggetti, lettere, libri, appunti, e due filmati, uno più breve inserito nel percorso stesso, e l'altro, più lungo, disponibile nell'apposita saletta.

Un personaggio, la Morath, molto interessante sia sul piano umano che fotografico, che la mostra di Roma consente di scoprire o riscoprire, suscitando ulteriori curiosità.

Prima di andar via dal Museo, io e F. decidiamo di fare un salto anche al secondo piano, dove ci soffermiamo su un'altra esposizione, La Bulgaria attraverso lo specchio del tempo, curata da Irina Dilkova e Milena Kaneva. Lo spunto della mostra è costituito da 36 lastre fotografiche relative alla Bulgaria che descrivono l’epoca in cui sono ambientate le foto dal punto di vista storico, etnografico, geografico, diplomatico.

Le lastre erano state donate nel 1996 da Nadezhda Bliznakov De Micheli Vitturi, un’aristocratica italiana di origine bulgara, ad Antonina Stoyanova, allora First Lady della Bulgaria, e appartenevano al nonno Marko Bliznakov, che le aveva conservate avvolte in fogli di carta scritti a macchina, per lo più missive diplomatiche. A parte la curiosità per queste lastre fotografiche e l'allestimento multimediale, noi siamo state catturate dal filmato Un tesoro nel cuore che propone una lunga e bella intervista a una ormai molto anziana Nadezhda Bliznakov De Micheli Vitturi.

Voto: 3,5/5

venerdì 17 gennaio 2020

Ditegli sempre di sì / di Eduardo De Filippo. Teatro Ambra Jovinelli, 11 gennaio 2020

Non sono un’appassionata delle commedie di Eduardo e generalmente non le prendo in considerazione nella mia programmazione teatrale. In questo caso, approfittando di una promozione del Black Friday, accolgo l’invito di F. e decido di fare un tentativo, anche attirata dalla regia di Roberto Andò.

Lo spettacolo si articola in due tempi. Il primo si svolge a casa di Teresa (Carolina Rosi), la quale vive con la governante dopo essere rimasta vedova. In una stanza della casa vive anche il giovane Luigino, cui la donna ha affittato la stanza del fratello Michele (Gianfelice Imparato) che da un anno è in manicomio. La commedia prende le mosse dalla visita del dottore che annuncia che Michele è guarito e dunque sta per tornare a casa. Teresa, fiduciosa del fatto che suo fratello possa riprendere una vita normale, decide di non dire la verità a nessuno, ma ben presto risulta chiaro che la guarigione di Michele è solo apparente.

Michele infatti prende alla lettera tutto quello che gli viene detto e così crea una serie di equivoci, via via più imbarazzanti per le persone coinvolte ed esilaranti per il pubblico.

Il secondo tempo si svolge nella casa dell’amico Vincenzo Gallucci, dove si svolge un pranzo per il suo compleanno cui partecipano la moglie, don Giovanni (il padrone di casa di Teresa), la figlia di quest’ultimo, Olga, e Luigino, che è innamorato di Olga e vorrebbe dichiararsi.

Le situazioni paradossali si inanellano l’una all’altra, favorite dal fatto che anche i personaggi considerati sani sono in realtà portatori di “follie” forse meno eclatanti, ma certamente destabilizzanti per Michele. Il tutto fino al limitare della tragedia e all’arrivo di Teresa che svela la malattia di Michele e ricompone lo scenario.

Nel complesso lo spettacolo è decisamente gradevole, di quella gradevolezza che non è solo intrattenimento, ma anche – seppure in forma leggera – occasione di riflessione. La regia è asciutta e la scena iniziale con tutti i personaggi immobili, mentre Michele si vede camminare attraverso le porte aperte sulla scenografia di fondo con il sottofondo dell'ouverture della Forza del destino di Verdi e le luci che illuminano i volti di ognuno lasciando la scena al buio, vale l’intero spettacolo ed è la vera chicca della regia di Andò.

Non posso dire di essere stata conquistata dal teatro di Eduardo, ma sono contenta di essermene riavvicinata in maniera abbastanza positiva.

Voto: 3/5

mercoledì 15 gennaio 2020

Piccole donne = Little women

Il romanzo di Louisa May Alcott è un classico assoluto su cui generazioni di adolescenti - soprattutto di sesso femminile purtroppo - si sono formate e ognuna di queste generazioni ha avuto una trasposizione cinematografica che ha tradotto in immagini in movimento le avventure della famiglia March.

L’ultima trasposizione risale al 1994 e si è avvalsa di un cast di eccezione: da Susan Sarandon a Winona Ryder, da Claire Danes a Christian Bale. Decidere oggi di riprendere in mano il romanzo della Alcott e riproporlo al cinema è sicuramente una sfida impegnativa che espone a un confronto non certo semplice e spesso viziato da componenti affettive ed emotive, e l'operazione rischia di essere tacciata o di scarsa originalità o di eccessiva modernizzazione.

Ma Greta Gerwig (già apprezzata per la regia di Lady Bird) è evidentemente una che non si arrende di fronte alle sfide e che anzi ama affrontarle a viso aperto, anche affidandosi ad attori che apprezza e con cui ha un feeling particolare come Saoirse Ronan.

La Ronan è una Jo luminosa che attraversa e riempie lo schermo conferendo spessore e senso a ogni scena. Non avrei potuto pensare a un’interprete migliore per l’eroina della Alcott, che in fondo è anche - come nel film viene suggerito - l’alter ego della Alcott, nonché della regista, prototipo di tutte le donne intelligenti, ambiziose, talentuose e intraprendenti che non smettono di inseguire i propri sogni e che lottano per farsi largo in mondi che - seppure in modi diversi - restano nel tempo conservatori e maschilisti.

La Gerwig decide di partire proprio da una Jo adulta (per intendersi, quella di Piccole donne crescono), una Jo determinata a perseguire il suo progetto di scrivere e di vivere della scrittura, e da qui la narrazione si sviluppa su due piani temporali che si alternano: quello del presente della Jo adulta che vive a New York, ma che decide a un certo punto di tornare a Concord perché la sorella minore Beth sta male, e quello del passato (sette anni prima) che viene riportato in vita prima attraverso i ricordi e poi attraverso la scrittura della stessa Jo.

Questi due piani temporali sono trattati registicamente in maniera piuttosto diversa: mentre infatti il presente è più asciutto e realistico, il passato - rivissuto attraverso i ricordi e trasfigurato da una scrittura finalizzata alla pubblicazione di un romanzo - isulta inevitabilmente più edulcorato, quasi caramellato persino nei colori e nelle atmosfere. (Attenzione SPOILER!) La Gerwig aggiunge la propria ciliegina sulla torta quando, nelle ultime scene, rende esplicito che il finale del libro in cui Jo e Friedrich (che nel film non a caso non si chiama Bhaer come nel libro, ma Dashwood come il suo editore) si dichiarano il proprio amore è una concessione alle richieste dell’editore, in cambio della quale Jo contratta una percentuale più alta sulle vendite e il mantenimento dei diritti d’autore.

Tutti i componenti del cast supportano in maniera egregia l’impianto del film, accettando anche quel registro un po’ sopra le righe che caratterizza in particolare gli anni in cui le sorelle March condividono la casa di Concord, ma una menzione particolare - oltre alla già citata Saoirse Ronan - va fatta per Florence Pugh, splendida Amy che riesce nel non facile compito di rifulgere tanto quanto Jo e di rappresentarne il vero alter ego.

Visivamente e registicamente mi è piaciuto decisamente di più il piano narrativo del presente, mentre ho trovato il passato meno coinvolgente ed emotivamente meno riuscito. Sicuramente qua e là si notano alcuni difetti e ingenuità di regia (penso ad esempio all’insistito ralenti della prima parte del film), ma devo anche ammettere che alcune scene sono visivamente eccezionali, in alcuni casi per la loro grandiosità (penso a quella della partenza di Amy e Laurie e della loro reciproca dichiarazione davanti all’enorme palazzo signorile), per la loro vivacità (ad esempio la scena sulla spiaggia con gli aquiloni) o per la loro intimità (bellissima in particolare la scena in cui Jo e Beth sono sulla spiaggia e Jo legge alla sorella il suo racconto).

Nel complesso Piccole donne della Gerwig non è un capolavoro, ma è un film godibile e coraggioso, e la Ronan si conferma una grande attrice.

Voto: 3,5/5

lunedì 13 gennaio 2020

Falstaff e il suo servo. Teatro Argentina, 7 gennaio 2020

Per la prima volta da quando scrivo questo blog (e ormai sono passati più di dieci anni) sono talmente in difficoltà ad assegnare un voto che ho deciso di non farlo.

Lo spettacolo che vado a vedere al teatro Argentina insieme a F. l'ho scelto facendo conto sul nome di Franco Branciaroli, un attore che è garanzia di qualità, ma senza sapere praticamente nulla sui suoi contenuti.

Come si evince dal titolo, si tratta di un testo dedicato al personaggio di Falstaff, uno dei comprimari più importanti del teatro shakespeariano (in particolare ne Le allegre comari di Windsor, ma anche come alter ego del protagonista nell'Enrico IV).

Al suo personaggio sono però dedicate anche altre opere (si pensi al Falstaff di Verdi) e da lui hanno tratto ispirazione molti altri nomi del mondo dell’arte e del cinema (penso ad esempio a Orson Welles). Falstaff è un gentiluomo dalle dimensioni più che sovrabbondanti, dal carattere vanesio e ottimista, insaziabile in quanto a cibo e donne, cui in questo spettacolo fa da controcanto e commentatore critico il servo (intepretato da Massimo De Francovich).

Il testo (ispirato da Shakespeare e scritto da Nicola Fano e Antonio Calenda) è strutturato in forma di commedia leggera, e intorno a Falstaff e al suo servo si muovono due gentildonne (una delle quali concupita dal protagonista) e due buffi scudieri che però non proferiscono parola. La musica sottolinea un’atmosfera complessiva da operetta, sottolineando i momenti comici e le situazioni grottesche.

A me mancano quasi tutti i riferimenti per collocare e interpretare correttamente la figura del protagonista, e faccio una fatica bestiale a seguire lo spettacolo senza distrarmi e divagare, così mi trovo costretta ad ammettere di non essere stata in grado nemmeno di cogliere appieno il significato della storia raccontata.

Durante lo spettacolo, riesco ad apprezzare solo le qualità recitative di Branciaroli che nelle vesti di Falstaff risulta quasi irriconoscibile ma conferma la sua straordinaria capacità di tenere il palco e di saper interpretare registri narrativi molto differenti.

Al termine della visione, lo spettacolo mi è già scivolato addosso senza lasciare traccia, ma sono certa che siano stati i miei limiti culturali a determinare in misura significativa la mia incapacità di cogliere e apprezzare lo spirito della rappresentazione. Del resto le colte signore sedute accanto a me sembrano molto soddisfatte di quanto hanno visto; mi consolo e mi sento un po’ meno ignorante pensando al signore dall’altro lato che invece ha dormito per tutto il tempo.

Voto: ?/5

sabato 11 gennaio 2020

Dio è donna e si chiama Petrunya

Petrunya (Zorica Nusheva) ha 32 anni, è in sovrappeso, non ha un lavoro ed è perennemente in conflitto con la madre. Un giorno, dopo l’ennesimo colloquio di lavoro finito male, si trova ad assistere a una processione che tradizionalmente si conclude con il pope che lancia nel fiume un crocifisso di legno, mentre un gruppo di uomini si tuffa per recuperarla in modo da assicurarsi serenità e prosperità per tutto l’anno.

Istintivamente e senza quasi pensarci, la donna decide di tuffarsi anche lei e inaspettatamente recupera la croce, creando lo scompiglio negli uomini che partecipano alla gara e nella comunità tutta. Dopo essere scappata, Petrunya viene trovata dalla polizia e comincia così una lunga notte in cui la donna, pur non avendo commesso alcun reato, se non il mancato rispetto di una tradizione religiosa di stampo fortemente patriarcale, subisce pressioni di vario genere (dal pope, dal comandante della polizia, dal procuratore) per convincerla a consegnare la croce e viene esposta agli insulti e al quasi linciaggio dei maschi della cittadina “scippati” della loro primazia.

Intanto una giornalista (Labina Mitevska) che è a Stip con il suo cameraman vede nella vicenda di Petrunya qualcosa che va al di là del caso specifico e che può invece assumere un valore simbolico e comunicativo importante nel denunciare il conservatorismo di una società in cui le donne continuano ad avere una posizione subordinata.

Quello di Teona Strugar Mitevska è un film fatto da donne, ma che riesce – con humor tutto balcanico e ritmo di narrazione da film dell’Est Europa – a parlare di condizione femminile in un modo che non è né paludato né abusato; bensì lo fa con un approccio originale la cui riuscita è in buona parte da ascrivere alla bravissima protagonista, inizialmente una figura apatica e frustrata, poi via via sempre più consapevole del significato imprevedibilmente rivoluzionario del suo gesto e sempre più decisa a non far calpestare la propria dignità. In questo percorso la telecamera le si fa sempre più addosso a scrutare il suo volto e i suoi occhi scuri man mano più vivaci e determinati, che nella scena finale si accompagnano al sorriso con cui Petrunya esce dalla stazione di polizia, segno di una consapevolezza e di una fiducia ritrovate.

Un film senza pretese da capolavoro e che sarebbe un peccato ricondurre necessariamente ai trend topics del momento, ma che certamente rivendica alle donne, in tutte le loro sfumature e varianti, quel posto sulla ribalta che quantomeno hanno il diritto di condividere con gli uomini.

Voto: 3,5/5

giovedì 9 gennaio 2020

Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno. Scuderie del Quirinale, 4 gennaio 2020

Approfittando della presenza a Roma per le vacanze natalizie di mio nipote e dell’invito di un’amica con figlie, decido di andare a vedere la mostra alle Scuderie del Quirinale dedicata a Pompei e Santorini, che fin qui non avevo preso in considerazione.

Si tratta di una mostra dedicata a due casi di città molto sviluppate ed evolute che sono state in qualche modo “fissate” per l’eternità da una devastante eruzione vulcanica che ha ricoperto tutto, conservandole quasi intatte fino a noi.

Le due città sono appunto Pompei e Santorini, o meglio l’antica Akrotiri. Il piccolo libretto distribuito ai visitatori della mostra e scritto da Mario Tozzi spiega quanto gli eventi naturali - e tra questi in particolare le eruzioni vulcaniche - abbiano condizionato la storia dell’umanità, finanche nella selezione naturale che ha portato all’attuale corredo genetico che caratterizza l’homo sapiens.

I casi di Pompei e Akrotiri sono simili per molti versi, ma diversi per altri. Innanzitutto sono eventi verificatisi a circa 1700 anni di distanza: nel 1628 a.C. l’eruzione di Santorini, nel 79 d.C. quella di Pompei. In secondo luogo, mentre a Pompei - nonostante i segnali - la popolazione era rimasta a vivere per gran parte nella città e quindi fu colta dall’eruzione nello svolgimento delle proprie attività quotidiane (come sappiamo dai calchi delle vittime rimaste sotto lava e cenere), nel caso di Akrotiri sembrerebbe che le vittime umane siano state pochissime se non nessuna, perché dopo i terremoti che avevano preceduto l’eruzione gli abitanti avevano deciso di abbandonare in massa l’isola sulle navi dirigendosi prima verso Creta e poi presumibilmente verso l’Egitto. Infine, mentre la scoperta e i primi scavi a Pompei risalgono al 1748, la riscoperta della città di Akrotiri è relativamente recente (1967) e dunque è avvenuta in un contesto e con un approccio storiografico e archeologico completamente diverso.

La mostra si propone di mettere a confronto e in relazione queste due realtà, sfruttando l’opportunità tragica, ma unica di poterne studiare forme, modi di vita, espressioni artistiche, organizzazione grazie alla fissazione per l’eternità di un momento del loro sviluppo.

A Pompei è in buona parte dedicato il primo piano della mostra, mentre – dopo l’intermezzo del video su Santorini nella saletta apposita – si passa al secondo piano dedicato in misura significativa all’insediamento di Akrotiri e alle testimonianze che la sua civiltà ci ha lasciato.

La mostra espone inoltre una serie di opere d’arte moderne e contemporanee che sono state ispirate dalle vicende di Pompei e Santorini, offrendo punti di vista esterni e variegati rispetto a vicende che senza dubbio hanno colpito l’immaginario degli artisti e ispirato le loro opere.

Nel complesso una mostra originale e gradevole, che per il suo carattere anche in parte didattico può essere adatta a un pubblico appartenente a fasce d’età differenti. Peccato per la folla e per le scritte un po’ piccole e a tratti non del tutto leggibili.

Voto: 3/5

martedì 7 gennaio 2020

Isola / Siri Ranva Hjelm Jacobsen

Isola / Siri Ranva Hjelm Jacobsen; trad. di Maria Valeria D'Avino. Milano: Iperborea, 2018.

È un libro strano quello della scrittrice danese dal nome lunghissimo e dalle origini faroesi. In giro se ne legge come di na saga familiare e questo è stato uno dei motivi per cui l'ho comprato, essendo io un'appassionata del genere.

Ma ora, al termine della lettura, non sono sicura che si possa definire così. Direi piuttosto che Isola è un libro di memorie - vissute e sentite raccontare - trasformate in poesia.

La storia è quella di Fritz, uno di cinque fratelli, che un giorno lascia il suo villaggio di origine nelle isole Faroe e decide di andare a cercare fortuna in Danimarca, e lì viene poi raggiunto dalla sua promessa sposa Marita. Si tratta rispettivamente di abbi (nonno) e omma (nonna) della narratrice. Mentre in Danimarca i due mettono radici, hanno una figlia e poi dei nipoti, il legame con il resto della famiglia e con la terra d'origine resta forte, per quanto a volte negato o sottaciuto.

Il racconto della storia di Fritz e Marita è non solo uno sguardo sui sentimenti inevitabilmente controversi di chi lascia la propria terra di origine, con la quale sviluppa un rapporto di amore/odio, ma anche una riflessione su una terra, le Faroe, e un popolo, i faroesi, orgogliosi e indipendenti, ostili e affascinanti, il cui rapporto con il resto del mondo resta controverso.

Per questo l'allontanamento di Fritz e Marita e la loro scelta di vivere in Danimarca e insegnare il danese ai loro figli rappresentano una sorta di tradimento e una specie di punto di non ritorno, in parte subito e in parte voluto dai suoi stessi protagonisti.

Ma l'originalità del romanzo della Jacobsen sta nel fatto che la narrazione non procede cronologicamente, né l'interesse principale della scrittrice sembra essere propriamente l'ordinata ricostruzione dei fatti; piuttosto la Jacobsen sembra interessata a raccontare gli stati d'animo e lo spirito dei luoghi e a fissare su carta mediante lo strumento della scrittura i racconti, le leggende, gli aneddoti, le suggestioni, le mezze verità che dalla sua terra e dalla sua famiglia di origine sono filtrati attraverso la sua infanzia fino all'età adulta.

Ne viene fuori un ritratto acquarellato di un mondo che va ben al di là della sua realtà fisica e che assume contorni fantastici e poetici grazie al filtro del racconto e dell'immaginazione.

Man mano che la Jacobsen si muove con parole leggere ed evocative nei vari luoghi delle Faroe che appartengono alle memorie familiari è normale che al lettore non sia sufficiente gettare un occhio alla cartina disegnata nella prima pagina del romanzo, bensì desideri visualizzare questi luoghi cercando immagini su Internet. Ed è a dir poco sorprendente come quello che si legge - e che ha molto poco di descrittivo - riesca a suggerirci una rappresentazione emotiva molto precisa, forse più precisa, di quello che si vede in fotografia.

All'ultima pagina viene voglia di prendere un aereo e partire per respirare queste isole lontane eppure connesse al tutto, perché «Laggiù, sotto il mare, s'incontrano tutte le terre emerse. Lì ha luogo il dialogo mormorante delle placche tettoniche».

E si conferma ciò che ho sempre pensato: le isole - a ogni latitudine - hanno un fascino misterioso che si esplica nel confine sottile esistente tra una solitudine che rigenera e un isolamento che angoscia.

Voto: 3,5/5