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venerdì 28 febbraio 2020

Giusto la fine del mondo / con Anna Bonaiuto. Teatro Piccolo Eliseo, 15 febbraio 2020

Giusto la fine del mondo è il titolo del testo teatrale di Jean-Luc Lagarce da cui Xavier Dolan ha tratto il suo film del 2016, uscito in Italia con il titolo È solo la fine del mondo.

Il film di Dolan a suo tempo non mi aveva convinto, ma ho deciso di offrire al testo una seconda possibilità, anche per apprezzarne la resa nel contesto teatrale nel quale è nato. L'adattamento italiano vede alla regia Francesco Frangipane, mentre sono affidati ad Anna Bonaiuto il ruolo della madre, ad Alessandro Tedeschi il ruolo di Louis, ad Angela Curri quello della sorella Suzanne, a Vincenzo De Michele quello del fratello Antoine, e infine a Barbara Ronchi quello di Catherine, la moglie di Antoine.

Sul palco la ricostruzione di una casa circondata dal prato: a sinistra il salotto, a destra la sala da pranzo, dietro, più in alto, da un lato la stanza di Suzanne (che vive ancora con la madre), dall'altro la cucina. Davanti a tutto tre grandi tende veneziane, da cui Suzanne spia, impaziente, l'arrivo del fratello Louis, che sta tornando a casa dopo dodici lunghi anni di assenza per comunicare che sta per morire.

Le veneziane vengono sollevate quando Louis arriva, e da questo momento inizia un faticoso tentativo di comunicazione tra i membri di questa famiglia, ciascuno portatore dei propri ricordi, dei propri rancori e delle proprie idiosincrasie, tutti desiderosi di rovesciare il proprio carico emotivo su colui che è stato assente per troppo tempo, lasciandoli soli e in fondo permettendo che ognuno si costruisse la propria idea e si desse la propria spiegazione. Louis ascolta, confuso e tramortito dalle parole altrui, fa fatica a interloquire, si limita a qualche sorriso, e quando a tavola tenta di parlare di sé e di raccontare quello che ha da dire, di fatto gli viene impedito, forse perché nessuno dei commensali vuole ascoltare la verità durissima che sta per dire.

Nel dramma di Lagarce, che affonda in parte le radici nella storia personale (essendo lo stesso autore morto di AIDS a soli 38 anni), viene messa in scena tutta la complessità delle dinamiche familiari e l'insuperabile incomunicabilità che è propria di quel consesso umano primigenio, in cui tutti i sentimenti risultano amplificati esponenzialmente nel bene e nel male. La famiglia è il luogo dal quale non si può fuggire nemmeno quando ci si allontana e nella quale le frustrazioni individuali e le fragilità affettive non solo non vengono risolte, ma rimangono intrappolate e fossilizzate in una coazione a ripetere infinita, di fronte alla quale nemmeno l'avanzare dell'età e l'aumentare delle esperienze possono nulla. Se la comunicazione con i propri simili e la reciproca comprensione sono uno dei problemi più grossi con cui gli esseri umani devono fare i conti, la famiglia costituisce il primo laboratorio dell'incomunicabilità umana, quello le cui conseguenze ci rimangono appiccicate addosso e che ci condizionerà per tutta la nostra vita.
E a questa incomunicabilità non sembra esserci rimedio.

La messa in scena del dramma di Lagarce da parte di Frangipane è pulita ed efficace, e gli attori sono appropriati e misurati (o senza misure) ciascuno rispetto al proprio ruolo. Non mi pare che la visione a teatro abbia aggiunto molto a quanto visto nell'adattamento cinematografico di Dolan, anche se devo dire che la maggiore essenzialità della resa teatrale e l'assenza di artifici di carattere intellettualistico hanno certamente contribuito a far arrivare il messaggio in maniera molto più chiara e diretta.

Voto: 3,5/5

mercoledì 29 gennaio 2020

Zero / di Massimiliano Bruno. Teatro Piccolo Eliseo, 16 gennaio 2020

Massimiliano Bruno è un regista e sceneggiatore piuttosto noto al grande pubblico, grazie al successo di alcuni film da lui diretti e scritti, come ad esempio Nessuno mi può giudicare o Beata ignoranza fino ad arrivare al recente Non ci resta che il crimine, e di quelli da lui sceneggiati, tra cui Notte prima degli esami, Ex, Maschi contro femmine. Molti probabilmente ce l'hanno presente per i ruoli interpretati in Boris e L'ispettore Coliandro.

Bruno è però anche autore teatrale, e Zero è uno spettacolo del 2005 cui è particolarmente affezionato, a suo dire una delle cose migliori che abbia scritto.

L'anno scorso per i 100 anni del Teatro Eliseo di Roma, lo spettacolo è tornato in scena e ha avuto un tale successo che il Piccolo Eliseo lo ha riproposto in cartellone anche quest'anno.

Ed eccoci dunque in seconda fila ad assistere a questo giallo teatrale, impreziosito dall'esecuzione dal vivo delle musiche a opera di un quartetto formato da violoncello, chitarre, batteria e tastiere (Massimo Giangrande, Andrea Biagioli, Fabrizia Pandimiglio e Augusto Zanonzini). I quattro musicisti sono collocati dietro una doppia quinta semitrasparente, in cui si aprono spazi che permettono al protagonista di entrare e uscire dal primo piano, e ad ogni entrata trasformarsi nel personaggio che interpreta.

Sì, perché protagonisti dello spettacolo sono cinque personaggi, ora adulti, ognuno con il proprio lavoro e la propria vita in parti diverse dell'Italia, che però convergono verso un paese della provincia di Cosenza, dove vive il loro amico Antonio, che fa il postino e tutti chiamano "cacasotto", e dove tutti loro hanno un conto in sospeso da regolare che risale a vent'anni prima, una vicenda di sangue che ha segnato le loro vite per sempre.

Massimiliano Bruno, magistralmente diretto da Furio Andreotti, interpreta tutti e cinque i personaggi (e non solo): Antonio il "cacasotto", Walter, il comico che porta in giro i suoi spettacoli e intanto litiga con la moglie per la gestione della figlia, Gianluca che ha deciso di abbandonare la divisa da poliziotto, Margherita, una timida giornalista, Andrea che fa assistenza ai tossicodipendenti ma è un tipo molto taciturno. C'è infine Peppino, un tempo loro amico, ma ormai totalmente assorbito nella sfera di influenza del padre, l'Onorevole Rizzo, boss locale della 'ndrangheta.

Bruno conferisce a ciascuno di questi personaggi una caratterizzazione che ne rivela modi di essere e provenienza regionale, e gli consente di portare avanti una narrazione a più voci senza mai creare confusione nello spettatore, e anzi suscitando riso, commozione, rabbia a seconda dei momenti e delle circostanze.

Il suo testo è ben scritto e mirabilmente in bilico tra ironia e dramma, e conquista per la sua costruzione e per la capacità di rappresentare una specifica realtà etnoantropologica, ma anche il dramma universale dei deboli e degli indifesi schiacciati dalla violenza e dal sopruso.

Voto: 3,5/5

domenica 5 gennaio 2020

L'operazione / di Rosario Lisma. Teatro Piccolo Eliseo, 19 dicembre 2019

Quattro amici si ritrovano intorno a un tavolo, in una specie di scantinato, per studiare il copione di una pièce teatrale sulle Brigate rosse che ha scritto uno di loro, Saverio (Rosario Lisma, qui anche in veste di regista e autore del testo). I quattro non sono più giovanissimi (hanno tutti oltre i quarant'anni) e, pur avendo una grande passione per il teatro, attendono ormai da troppo tempo una svolta che li porti alla ribalta e che trasformi il teatro in un lavoro vero. Nel frattempo, devono fare i conti con i problemi quotidiani e con la necessità di sbarcare il lunario, che li costringe ad accettare parti secondarie e comparsate in televisione.

La preparazione della pièce è però per loro l'occasione per confrontarsi sul senso del teatro e del loro lavoro, per discutere di linguaggi alternativi e proporre sperimentazioni, per interrogarsi sul ruolo dei critici teatrali e sui meccanismi distorti che decretano il successo o l'insuccesso di un lavoro teatrale.

Tra litigi, confronti più o meno accesi, situazioni più o meno esilaranti (vedi per esempio i saggi di teatro sperimentale che i tre attori propongono a Saverio, seduto in prima fila in platea, per convincerlo ad abbandonare la via del teatro naturalistico), telefonate con un importante critico teatrale la cui presenza allo spettacolo secondo loro costituirebbe la chiave del successo, la preparazione della pièce va avanti fino alla sera della prima e alle repliche successive. Nonostante il successo di pubblico, visto che il grande critico li ha snobbati, Saverio e i suoi attori - ormai immedesimati nei modi con cui si conduceva la lotta di classe negli anni Settanta - decidono di compiere un'azione eclatante per portare il critico in sala e costringerlo ad assistere al loro spettacolo.

Per parlare di tutto questo, temi spesso importanti e centrali per chi fa oggi teatro ed è alla ricerca di un riconoscimento, Lisma sceglie il registro della commedia frizzante e coinvolgente, trascinando il pubblico nelle dinamiche divertenti, a volte esilaranti, che si innescano tra questi quattro personaggi, senza però rinunciare alla costruzione di senso e alla riflessione non banale.

Attraverso la struttura narrativa classica del teatro nel teatro e alcune scelte di messa in scena (in alcuni passaggi viene utilizzata la prima fila della platea del teatro, quando gli attori diventano a loro volta spettatori oppure quando il famoso critico - che si chiama significativamente Mezzasala - è costretto a vedere il loro spettacolo) i livelli si mescolano e si sovrappongono: quello della pièce che gli attori stanno preparando (che si chiama L'operazione come lo spettacolo cui assistiamo), quello della loro quotidianità e dei loro incontri nello scantinato, infine quello della vita vera al di fuori della finzione teatrale, cui si accostano "invadendo" la platea.

Il testo è ben scritto, gli attori (oltre a Rosario Lisma, Alessio Piazza, Fabrizio Lombardo, Andrea Narsi e Gianni Quillico, che fa la piccola ma importante parte del critico teatrale) sono tutti molto bravi e affiatati (e usando questi aggettivi mi sento chiamata in causa perché nello spettacolo si fa dell'ironia su quello che scrivono i critici teatrali e ancor più i critici per caso e per diletto che scrivono di teatro sui loro blog senza saperne nulla!). Nell'ora e quaranta di durata dello spettacolo si ride a più riprese, si sorride, si riflette, si pensa e si partecipa ai sogni, alle aspirazioni e alle delusioni di queste quattro persone, di cui ci arriva tutta l'umanità anche attraverso le loro debolezze e idiosincrasie, ma soprattutto attraverso la loro straordinaria simpatia.

Rosario Lisma (da me visto in veste di attore in Lunga giornata verso la notte) dimostra grandi doti di autore e regista e con F. ci diciamo che vale la pena di seguirlo anche per il futuro.

Voto: 3,5/5

venerdì 6 dicembre 2019

Non farmi perdere tempo. Tragedia comica per donna destinata alle lacrime / di Massimo Andrei, con Lunetta Savino. Teatro Piccolo Eliseo, 28 novembre 2019

La presenza di Lunetta Savino - che avevo avuto modo recentemente di apprezzare nella sua interpretazione al cinema come protagonista del film Rosa - mi ha convinto ad andare a vedere questo spettacolo di Massimo Andrei che altrimenti non avrei forse selezionato.

La Savino, nei panni di Tina, è da sola su un palco in cui sinteticamente sono rappresentati gli ambienti della sua vita: il salotto di casa sua, lo studio del dottore, le scale che portano al suo appartamento, ma anche le strade che attraversa e alla fine il locale in cui si esibisce. Su tutto domina una struttura in acciaio molto grande a forma di DNA a cui sono appese numerose sveglie.

Tina è una donna giovane e piena di interessi e di passioni: le piace cantare e vorrebbe fare la showgirl, le piacciono i bambini, ama senza essere riamata un uomo conosciuto diversi anni prima. Tuttavia, a causa della sindrome di Werner, manifesta già i sintomi dell'invecchiamento precoce e la sua vita è destinata rapidamente a cambiare limitandola nei movimenti e più in generale nelle attività possibili.

Sul palco, la Savino risulta credibile nel rappresentare questo personaggio che è un mix indivisibile di comicità e malinconia: mediante l'uso del vernacolo napoletano e di alcuni detti tipici ci fa sorridere e ridere delle situazioni della vita quotidiana , ma - altrettanto bene - traspare nei suoi gesti, nel tono della sua voce e nelle parole, tutta la tristezza di chi si rende conto che ha ancora poco tempo e che deve sfruttare questo tempo per sistemare le cose e realizzare i sogni. Belli anche i dialoghi con gli altri personaggi invisibili ma che Lunetta Savino ci rende presenti e visibili attraverso i suoi occhi: la volontaria Maria, il piccolo Massimino, il dottore, la colf ucraina, la nipote.

Quella di Tina è una figura femminile volitiva e ricca di umanità che ci parla di cose normali, ma lo fa stando dentro una situazione più grande di lei e di fronte alla quale chiunque sarebbe spaurito; lei però riuscirà a essere artefice del suo destino fino alla fine.

Lo spettacolo di Massimo Andrei, regista e autore del testo, è gradevole e ben confezionato, anche se il suo reale valore aggiunto è l'interpretazione della Savino. Un'altra attrice con minori potenzialità avrebbe probabilmente reso più evidenti i limiti di un testo piuttosto didascalico e prevedibile, la cui semplicità sconfina talvolta nel semplicismo. Un po' tutto in questo spettacolo viene detto e spiegato (a partire dalla struttura a forma di DNA con le sveglie appese che fa parte della scenografia), lasciando ben poco all'immaginazione e all'autonoma riflessione dello spettatore, e l'intreccio narrativo (a partire dall'escamotage di fondo della malattia genetica rara che toglie il futuro e costringe a dare valore al tempo) risulta piuttosto prevedibile nonché poco originale.

Uno spettacolo dunque nel complesso gradevole, ma senza entusiasmi, nonostante la forte presenza scenica di Lunetta Savino.

Voto: 3/5

lunedì 2 dicembre 2019

Accabadora / regia di Veronica Cruciani; con Anna Della Rosa. Teatro Piccolo Eliseo, 16 novembre 2019

Accabadora, il romanzo di Michela Murgia vincitore del Premio Campiello nel 2010, fa il suo esordio anche a teatro - grazie all’adattamento di Carlotta Corradi - con questo spettacolo di Veronica Cruciani, intepretato da Anna Della Rosa.

Per chi ha letto il libro, la storia è nota: Maria, detta anche Mariedda, è la quarta figlia di una famiglia sarda modesta, e proprio per questo – come in passato accadeva spesso – è stata data in affidamento alla zia Bonaria come fill’e anima. È la stessa Maria a raccontarci la storia del suo legame con la zia e a ricostruire i ricordi di una vita, quelli che messi in fila l’uno dopo l’altro rivelano alla giovane una sconcertante verità.

In realtà, non è al pubblico che parla la protagonista, ma a una invisibile Bonaria, che – scopriremo alla fine – è distesa sul suo letto di morte senza la possibilità di rispondere, a causa di un ictus.

Il palco è allestito in modo semplice ma efficace: la sua superficie ha un rivestimento argentato, che sembra quasi acqua, su cui si erge una pedana sostenuta da decine e decine di cilindri trasparenti illuminati. Sulla pedana una panca, una sedia, uno sgabello con una brocca e dell’acqua. Più avanti scopriamo che nella pedana si aprono due incavi, uno dei quali contiene dell’acqua, l’altro dei vestiti.

Gli stacchi tra le varie parti del monologo sono marcati dall’utilizzo di luci monocromatiche con colori forti (il rosso, l’azzurro) e da un commento musicale quasi sempre virato sul drammatico.

Talvolta sulla parete di fondo del palco compaiono immagini proiettate di una donna: a volte è il doppio della stessa protagonista, altre volte è una donna diversa, presumibilmente la zia Bonaria; ma si tratta sostanzialmente di immagini mute e quasi fantasmatiche con cui Maria si trova a dover fare i conti.

Il percorso narrativo che, in un crescendo di pathos, conduce allo svelamento finale della verità che la zia ha sempre tenuto celata a Maria e al drammatico epilogo non è solo un viaggio nella memoria, bensì anche il viaggio emotivo e psicologico che a poco a poco renderà Maria sempre più simile a sua zia, fino a prenderne il posto. La gonna lunga, la camicia e lo scialle nero che Maria indossa dopo aver dismesso il suo vestito colorato sono il segno tangibile di una identificazione e riappropriazione di questa figura più “materna” della vera madre, non prima però di aver consumato un allontanamento fatto di rabbia e di rancore per quello che Maria giudica come un tradimento inaccettabile.

Quando Maria, ormai vestita completamente di nero, scenderà dalla pedana sopraelevata per adempiere al suo compito, il giudizio avrà infine lasciato posto alla pietà e al dolore.

Nel complesso questa trasposizione teatrale del bel romanzo della Murgia risulta rispettosa dello spirito originario ed efficace nel tradurre i sentimenti in elementi visivi oltre che parole. Devo però ammettere che faccio fatica a esprimere un giudizio pienamente positivo, e da diversi giorni cerco di comprendere le ragioni. Forse qualche legnosità della pur brava interprete, forse la sottolineatura secondo me eccessiva della componente del rancore e della rabbia a scapito del registro più dolente che avevo colto nel romanzo, forse la non perfetta appropriatezza a mio parere di alcune scelte registiche (penso ad alcune musiche e ad alcuni movimenti in scena), forse la marginalità di un tema secondo me centrale del romanzo, ossia l’impossibilità di una morale assoluta; insomma un po’ tutti questi fattori hanno impedito che la messa in scena mi conquistasse completamente.

Voto: 3/5

mercoledì 27 marzo 2019

Regina madre / Manlio Santanelli. Teatro Piccolo Eliseo, 14 marzo 2019

A me e F. negli ultimi anni, anche grazie all'assidua frequentazione dei teatri, è venuta una vera e propria passione per il teatro napoletano degli anni Ottanta, un periodo che - da quanto abbiamo visto e potuto capire leggendone - è stato ricco di testi, autori e invenzioni, e che ancora oggi a distanza di quarant'anni continua a risultare vivo e potente.

In questo nostro filone di riscoperta decidiamo di andare a vedere Regina madre, un testo teatrale di Manlio Santanelli, autore napoletano ancora vivente, portato in scena con la regia di Carlo Cerciello e interpretato dai bravissimi Fausto Russo Alesi e Imma Villa.

Sul palco un enorme letto; da un lato un Pinocchio, dall'altro la Fata Turchina, sotto decine e decine di bicchieri da una parte e una torta con cinque candeline dall'altra.

Sul lettone due personaggi, una madre anziana e un figlio che è arrivato per fermarsi da lei per un po' su suggerimento del dottore. Tra i due inizia una schermaglia che prende rapidamente toni quasi comici: la madre, il cui nome è appunto Regina, non è capace della minima empatia con il figlio (e la figlia evocata solo nei discorsi) cui viene rinfacciato tutto, dalle scelte personali alla scarsa attenzione verso la madre, dai fallimenti lavorativi ai comportamenti quotidiani, mentre si staglia su tutto la figura perfetta del padre morto molti anni prima. In questa prima parte dello spettacolo si ride, seppure amaramente, complice anche la recitazione in napoletano di Imma Villa nei panni della madre.

A un certo punto, però, arriva un momento di confessione dolorosa tra madre e figlio, e da questo momento nello spettacolo si innesca un cambio di registro, mentre sul lettone su cui i due sono seduti vengono montate - dagli stessi protagonisti - due spalliera (dalla parte della testa e dei piedi).

Inizia da qui un viaggio allucinato nella mente, in cui il figlio diventa la madre e interloquisce con la figlia, la stessa Imma Villa che prima interpretava la madre. Da qui in poi i ruoli si scambiano più volte e la madre rivive nei corpi e nella testa dei due figli. Un cappello a tesa larga costituisce lo strumento scenico che - come un testimone - passando da un attore all'altro, segna anche la consegna dello "spirito" della madre, fino a quando persino questo scambio di ruoli si fa ambiguo. Il registro intanto oscilla pericolosamente tra il drammatico e il grottesco, in una escalation emotiva che si fa sempre più disturbante anche per lo spettatore e che si tramuta in una vera e propria regressione all'infanzia, che potrà dirsi compiuta quando il lettone sul palco viene completato con una sponda che lo trasforma in lettino per bambini.

Attraverso gli occhi allucinati di Fausto Russo Alesi passa il personaggio di un figlio adulto che non si è mai affrancato completamente dalla madre e che in fondo ha bisogno di quest'ultima come capro espiatorio delle proprie mostruosità e dei propri fallimenti, della propria dipendenza dai farmaci e della propria depressione, così come - dall'altro lato - la figlia emerge con la sua debolezza composta, fatta di vuoti interiori e di non meno inquietanti squilibri. Il tutto fino allo svelamento della grande menzogna che la madre ha portato avanti dopo la morte del padre, ossia quella di un matrimonio perfetto con un uomo eccezionale.

Ma il testo di Santanelli, che - come scrivono critici certo più titolati di me - attinge alla lezione del teatro dell'assurdo e ricorda a tratti Ionesco (che non a caso al debutto lo definì éxtraordinaire), non sceglie la strada più semplice e lineare, bensì quella più ambigua, scomoda e complessa. In questo spettacolo non ci sono carnefici e vittime, non ci sono buoni e cattivi, e viene smontata dalla base la facile lettura di una madre anaffettiva responsabile dei traumi e dei problemi dei figli, per lasciare spazio invece a una lettura in cui ognuno è chiamato alle proprie responsabilità individuali rispetto alla propria vita e alle proprie scelte e, al contempo, tutti sono oggetto di compassione di fronte alle sfide della vita.

Voto: 3,5/5

mercoledì 5 dicembre 2018

Il giorno del mio compleanno (So here we are). Piccolo Eliseo, 27 novembre 2018

Pic, Puh, Noce, Dani, Frankie e Cri hanno 25 anni. Si conoscono da una vita, essendo nati e cresciuti tutti nello stesso posto. I cinque ragazzi vanno regolarmente a giocare a calcetto insieme, Frankie e Cri stanno insieme da sempre e tutti si aspettano che si sposino da un momento all'altro.

Noi però incontriamo questo gruppo di ragazzi in un momento di svolta delle loro vite: sono appena stati al funerale di Frankie.

I quattro ragazzi chiacchierano, affrontando ed esorcizzando ognuno a suo modo il dolore della perdita: Pic è l'ignorante e il buffone del gruppo, quello che ha sempre una battuta per tutto e parla in continuazione dei suoi bisogni fisici; Noce è il ciccione infantile; Puh fa un po' il saggio e l'adulto della situazione, quello che deve riprendere gli altri per i loro comportamenti; Dani, quello con il lavoro in banca, piange in silenzio. I quattro stanno aspettando l'arrivo di Cri per una cerimonia simbolica di saluto a Frankie e nel frattempo rievocano il passato, si fanno domande, ma soprattutto parlano d'altro pur di non affrontare la verità.

Non sappiamo - e non sapremo durante tutta la narrazione - com'è morto Frankie (un incidente? O un suicidio?), ma ci verrà raccontato cosa è accaduto nell'ultima giornata della sua vita che è poi anche il giorno del suo compleanno, dal mattino presto quando Cri lo sveglia per fargli gli auguri alla notte in cui, dopo aver incontrato Dani, andrà incontro alla morte.

Man mano che - in questa seconda parte dello spettacolo - vanno avanti gli incontri uno a uno tra i personaggi, diventa evidente che in questo gruppo affiatato esistono numerosi malesseri e frustrazioni, e Frankie in particolare si sente in qualche modo ingabbiato in una vita che non è la sua e rispetto alla quale non vede una via d'uscita, né trova alcuna sponda né nella fidanzata né negli amici.

Il testo di Luke Norris parla di una situazione universale e in cui tutti possono a loro modo riconoscersi: è la fatica, a un certo punto della vita - di solito nel passaggio definitivo all'età adulta -, di trasformare lo stare in una compagnia di amici d'infanzia in un'esperienza di autenticità e sincerità. Le amicizie di lunga data sono una straordinaria risorsa a cui attingere e un porto sicuro a cui tornare, però inevitabilmente ingabbiano e cristallizzano ciascuno nel proprio ruolo, non concepiscono né possono accettare l'evoluzione dei singoli, così come il singolo vive come un tradimento verso gli altri la necessità di un cambiamento. Si finisce così tutti per far finta di non capire, non chiedere, non parlare di quello che può essere pericoloso, nel tentativo di chiudere gli occhi di fronte al fatto che le cose possono cambiare e che questo cambiamento può sconvolgere i vecchi equilibri.

Di fronte a questo meccanismo perverso c'è chi - come Dani - fugge, scegliendo di ripartire daccapo altrove liberandosi dal peso del passato, e chi - come Frankie - sembra non trovare una via d'uscita e finisce schiacciato da questo fardello.

Gli altri vanno avanti, come possono, il più delle volte facendo finta di niente e rifiutando la verità, perché questo è oggettivamente l'unico modo per sopravvivere. Chiudere gli occhi per non vedere intorno a sé alcun cambiamento.

Lo spettacolo diretto da Silvio Peroni (su un testo tradotto e adattato da Enrico Luttmann) è ben interpretato da cinque giovani: Giovanni Arezzo, Antonio Bandiera, Laurence Mazzoni, Federico Gariglio, Grazia Capraro e Luca Terracciano. Bella anche la scenografia (ma non sedetevi in prima fila! ;-) ).

Ottimo testo, che suscita molte domande e riflessioni. Bella messa in scena, ottimamente adattata al contesto italiano.

Voto: 3,5/5

martedì 29 maggio 2018

Prima di andar via / di e con Filippo Gili. Teatro Piccolo Eliseo, 18 maggio 2018

Dopo aver scoperto leggendo il Rapporto ISTAT 2018 che appartengo al circa 20% della popolazione italiana che va a teatro almeno una volta all’anno (ma forse al 2% che ci va regolarmente nel corso dell’anno), mi do una spiegazione del perché a ogni spettacolo teatrale che vado a vedere (indipendentemente dalla sua qualità e dal suo costo) il pubblico occupa sempre meno della metà della sala.

Non fa eccezione il pubblico di questo spettacolo - bello e potente - in scena al Piccolo Eliseo, Prima di andar via, scritto e interpretato da Filippo Gili (insieme a Giorgio Colangeli, Michela Martini, Barbara Ronchi e Aurora Peres), per la regia di Francesco Frangipane.

Sul palco un interno familiare: una cucina con un tavolo attorno al quale una famiglia, padre e madre piuttosto anziani e tre figli, un maschio e due femmine, la più piccola delle quali sta finendo un dottorato, è riunita per una cena in cui si parla del più e del meno e ognuno racconta la propria vita e le ultime cose che gli sono capitate.

L’unico silenzioso è Francesco, il figlio maggiore, che a un certo punto interrompe l’allegra chiacchiera familiare per annunciare che il giorno dopo non ci sarà più. Segue un silenzio infinito nello smarrimento generale, che vede ciascun membro della famiglia indietreggiare nella difficoltà di gestire emotivamente e praticamente questa notizia.

A poco a poco il capofamiglia trova la forza di rompere il silenzio dell’incredulità e dello shock per chiedere spiegazioni al figlio. Francesco confessa che ha deciso di suicidarsi perché la sua vita non ha più senso dopo la morte della moglie, ma ha deciso di dirlo a tutti loro per evitargli inutili e immotivati sensi di colpa.

Il vaso familiare è ormai in frantumi, e ciascuno dei membri della famiglia fa dei tentativi più o meno faticosi e impacciati per affrontare questa sconvolgente notizia che gli è stata rivelata. Ognuno di loro deve gestire in momenti diversi la rabbia e il dolore, e reagisce passando dalla volontà di ascoltare alla difficoltà di comprendere, dal tentativo di far ragionare Francesco o ricattarlo affettivamente per fargli cambiare idea alla rassegnazione e all’accettazione di una volontà che sembra irremovibile e rispetto alla quale niente si può.

Questa girandola di sentimenti produce conflitti e tensioni all’interno del nucleo familiare, ognuno è chiamato a prendere una posizione di fronte a questa decisione, in un mix confuso di sentimenti che si aggrovigliano nella mente di ciascuno in un alternarsi di lucidità e folle dolore.

Di fronte all’impotenza - il sentimento, secondo me, più forte con cui siamo chiamati a fare i conti nella vita - inizia la straziante girandola dei saluti, e ognuno cerca il proprio modo personale con cui dire addio a Francesco, fino al momento in cui questi si chiude la porta alle spalle, lasciando la sua famiglia smarrita e dispersa nei quattro angoli della casa. Una famiglia che si ricomporrà poi nell’attesa e in una speranza probabilmente vana, lasciando prefigurare cosa aspetta ognuno di loro per la vita a venire.

Uno spettacolo, quello di Filippo Gili, ben scritto e direi altrettanto ben recitato (a parte qualche momento un pochino troppo sopra le righe per i miei gusti, ma è solo una valutazione personale). La situazione è un classico topos narrativo: un equilibrio familiare mandato in frantumi da una rivelazione sconvolgente, ma il tema è direi piuttosto nuovo e lo sviluppo va – mi pare – al di là della riflessione sulle dinamiche familiari (rispetto alle quali non mi sembra che dica niente di nuovo) per parlare invece della difficoltà – che è di tutti ma ancora di più è propria di un contesto familiare – ad affrontare una scelta che non si può comprendere in alcun modo.

L’elemento paradossale che sta in questo testo, la decisione di Francesco di raccontare alla sua famiglia la sua decisione per evitare sensi di colpa, è il suo punto forte, quello che rende lo sviluppo imprevisto e imprevedibile, nonché potente per il pubblico che assiste, altrettanto scioccato e sospirante di fronte a una situazione in cui nessuno vorrebbe venirsi a trovare.

Voto: 3,5/5

mercoledì 25 aprile 2018

Scende giù per Toledo. Teatro Piccolo Eliseo, 17 aprile 2018

Scende giù per Toledo è il titolo del romanzo del 1975 di Giuseppe Patroni Griffi da cui Arturo Cirillo (già ammirato in Notturno di donna con ospiti) ha tratto questo spettacolo teatrale di cui è regista e interprete.

La scenografia è quella di una stanza da letto kitsch, in cui prevalgono colori accesi, lustrini, parrucche e grandi cuscini su un letto di forma circolare. È questo l'ambiente in cui si muove Rosalinda sprint, la protagonista di questa storia, un femminiello napoletano che, dopo essere fuggito dalla casa paterna con la pistola puntata addosso dal padre, è finito per strada a prostituirsi.

Rosalinda interloquisce da un lato con altre figure del suo mondo dai nomi più o meno improbabili, Marlene Dietrich e Maria Callas, dall'altro con uomini che la sfruttano e poi la maltrattano.

Rosalinda Sprint è un personaggio al contempo grottesco e dolente, certamente ingenua e naif, alla ricerca di qualcuno che la ami veramente, ma destinata all'inevitabile sconfitta, anche quando vuole fuggire da Napoli per ricostruirsi una vita all'estero come "forestiera" e invece dovrà tornare mestamente nella stanza che abita e che è l'unico posto al quale appartiene.

Lo spettacolo è uno stupendo assolo di Cirillo, voce fuori campo di alcune parti del racconto e interprete non solo di Rosalinda, ma anche dei suoi interlocutori, tutti caratterizzati con piccoli dettagli (un cambio di voce, di accessori, di atteggiamento).

Il testo di Patroni Griffi è potente e diretto: esplicito e greve, ma a tratti straordinariamente poetico, capace di portare allo scoperto l'animo di questo personaggio, che non ne esce come una macchietta (cosa che avrebbe potuto facilmente accadere), bensì ne viene fuori in tutta la sua tridimensionalità e complessità.

E a questo contribuisce la straordinaria interpretazione di Arturo Cirillo.

Alla fine dello spettacolo gli applausi si sprecano, e Cirillo ci ripaga con un paio di giri fuori programma nella platea del Piccolo Eliseo, cui quest'anno bisogna fare davvero i complimenti per il cartellone.

Voto: 4/5