Visualizzazione post con etichetta Michela Murgia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michela Murgia. Mostra tutti i post

lunedì 2 dicembre 2019

Accabadora / regia di Veronica Cruciani; con Anna Della Rosa. Teatro Piccolo Eliseo, 16 novembre 2019

Accabadora, il romanzo di Michela Murgia vincitore del Premio Campiello nel 2010, fa il suo esordio anche a teatro - grazie all’adattamento di Carlotta Corradi - con questo spettacolo di Veronica Cruciani, intepretato da Anna Della Rosa.

Per chi ha letto il libro, la storia è nota: Maria, detta anche Mariedda, è la quarta figlia di una famiglia sarda modesta, e proprio per questo – come in passato accadeva spesso – è stata data in affidamento alla zia Bonaria come fill’e anima. È la stessa Maria a raccontarci la storia del suo legame con la zia e a ricostruire i ricordi di una vita, quelli che messi in fila l’uno dopo l’altro rivelano alla giovane una sconcertante verità.

In realtà, non è al pubblico che parla la protagonista, ma a una invisibile Bonaria, che – scopriremo alla fine – è distesa sul suo letto di morte senza la possibilità di rispondere, a causa di un ictus.

Il palco è allestito in modo semplice ma efficace: la sua superficie ha un rivestimento argentato, che sembra quasi acqua, su cui si erge una pedana sostenuta da decine e decine di cilindri trasparenti illuminati. Sulla pedana una panca, una sedia, uno sgabello con una brocca e dell’acqua. Più avanti scopriamo che nella pedana si aprono due incavi, uno dei quali contiene dell’acqua, l’altro dei vestiti.

Gli stacchi tra le varie parti del monologo sono marcati dall’utilizzo di luci monocromatiche con colori forti (il rosso, l’azzurro) e da un commento musicale quasi sempre virato sul drammatico.

Talvolta sulla parete di fondo del palco compaiono immagini proiettate di una donna: a volte è il doppio della stessa protagonista, altre volte è una donna diversa, presumibilmente la zia Bonaria; ma si tratta sostanzialmente di immagini mute e quasi fantasmatiche con cui Maria si trova a dover fare i conti.

Il percorso narrativo che, in un crescendo di pathos, conduce allo svelamento finale della verità che la zia ha sempre tenuto celata a Maria e al drammatico epilogo non è solo un viaggio nella memoria, bensì anche il viaggio emotivo e psicologico che a poco a poco renderà Maria sempre più simile a sua zia, fino a prenderne il posto. La gonna lunga, la camicia e lo scialle nero che Maria indossa dopo aver dismesso il suo vestito colorato sono il segno tangibile di una identificazione e riappropriazione di questa figura più “materna” della vera madre, non prima però di aver consumato un allontanamento fatto di rabbia e di rancore per quello che Maria giudica come un tradimento inaccettabile.

Quando Maria, ormai vestita completamente di nero, scenderà dalla pedana sopraelevata per adempiere al suo compito, il giudizio avrà infine lasciato posto alla pietà e al dolore.

Nel complesso questa trasposizione teatrale del bel romanzo della Murgia risulta rispettosa dello spirito originario ed efficace nel tradurre i sentimenti in elementi visivi oltre che parole. Devo però ammettere che faccio fatica a esprimere un giudizio pienamente positivo, e da diversi giorni cerco di comprendere le ragioni. Forse qualche legnosità della pur brava interprete, forse la sottolineatura secondo me eccessiva della componente del rancore e della rabbia a scapito del registro più dolente che avevo colto nel romanzo, forse la non perfetta appropriatezza a mio parere di alcune scelte registiche (penso ad alcune musiche e ad alcuni movimenti in scena), forse la marginalità di un tema secondo me centrale del romanzo, ossia l’impossibilità di una morale assoluta; insomma un po’ tutti questi fattori hanno impedito che la messa in scena mi conquistasse completamente.

Voto: 3/5

venerdì 9 febbraio 2018

Quasi Grazia. Teatro India, 2 febbraio 2018

Sempre per la serie degli esperimenti. Vado a vedere al Teatro India lo spettacolo tratto dal libro di Marcello Fois, Quasi Grazia, sulla vita di Grazia Deledda, interpretato da una Michela Murgia in un ruolo alquanto inedito.

Lo spettacolo si articola in tre momenti, che si susseguono senza soluzioni di continuità, con cambi di scena facilitati da pareti mobili e dall'ingresso sul palcoscenico di figure mitiche della cultura arcaica sarda, che in un certo senso rappresentano l'inevitabile confronto – in parte inconscio – di Grazia Deledda con le sue radici e il rapporto irrisolto con il mondo dal quale proviene.

E questo è in fondo anche il fil rouge dell'intera rappresentazione.

La prima parte dello spettacolo si svolge nella casa materna e racconta il momento doloroso e inevitabilmente caratterizzato da sensi di colpa dell'addio di Grazia alla Sardegna per seguire il marito Palmiro e le sue aspirazioni di scrittrice sul continente, nell'incomprensione e nel quasi disprezzo della madre che non ne accetta la scelta e nel dolore dei fratelli, in particolare Andrea, che non riescono e forse non vogliono affrancarsi dalle loro origini.

La seconda parte si svolge in una stanza d'albergo. Grazia e Palmiro sono in Svezia perché la Deledda è la prima – e a tutt'oggi unica – donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura. Grazia è ormai una scrittrice affermata, ma nonostante questo non è amata né dai suoi conterranei che non le perdonano il modo in cui li rappresenta né dai colleghi letterati spesso molto critici nei confronti della sua scrittura e delle sue opere. E però dentro Grazia – in questo fortemente supportata dal marito – arde il fuoco della letteratura che è più forte di qualunque critica.

Infine, la terza parte è ambientata in un ospedale. Il dottore comunica a Grazia e a suo marito che le metastasi sono troppo diffuse e alla donna rimane poco da vivere. Palmiro è inconsolabile, ma Grazia è pronta ad affrontare il suo destino.

La Murgia è brava nell'interpretare una donna forte e fragile al contempo, una donna che ha dovuto lottare contro i suoi stessi fantasmi per seguire la propria vocazione. L'adattamento del testo di Fois pone l'accento in modo particolare sulle figure antitetiche della madre, avara di parole e di riconoscimenti, fortemente critica verso una figlia che ha scelto la lontananza e una strada lontana dalla tradizione e che dunque ha tradito la sua terra, e del marito, sempre affettuoso e pieno di attenzioni, pronto a sostenere Grazia nei momenti di difficoltà, quasi dipendente dalla sua esistenza e dal suo affetto.

Una figura - quella di Grazia Deledda - che conosco pochissimo, così come le sue opere, ma che certamente dopo questo spettacolo mi è venuta voglia di approfondire. Ci vorrebbero due o tre vite per acquisire la conoscenza di tutte le cose interessanti con cui entriamo in contatto nella vita :-)

Voto: 3,5/5

domenica 16 marzo 2014

Accabadora / Michela Murgia

Accabadora / Michela Murgia. Torino: Einaudi, 2009.

Non avevo mai letto nulla di Michela Murgia, una carenza imperdonabile nel panorama delle mie letture. Ma dopo l’entusiasmo di C. per questo libro non ho più potuto sottrarmi.

E così eccomi a leggere Accabadora, il libro con cui la Murgia ha vinto il Premio Campiello 2010. L’ho letto quasi d’un fiato, in pochissimi giorni.

Quando l’ho finito non ho potuto fare a meno di pensare che questo libro appartiene a precise categorie narrative: innanzitutto quella delle storie con una forte connotazione regionale (in questo caso l’ambientazione sarda), in secondo luogo quella dei racconti un po’ minimali, cioè non minimali per la portata dei sentimenti che raccontano, né minimali nello sviluppo psicologico dei protagonisti, ma minimali nel senso di circoscritte, semplici, quasi contenute. Infine, il libro appartiene alle storie che non lasciano scampo né ai protagonisti, né al lettore, trascinandoli nelle pieghe di un destino che sembra non consentire spazi di speranza, se non esclusivamente intimi.

Michela Murgia non vuole raccontare saghe familiari, né parlare di vicende storico-sociali ampie a partire dalle storie personali, bensì si concentra su due personaggi femminili, quella di Bonaria Urriu, l’accabadora, e quella di Maria Listru, la fill’e anima di Bonaria.

Bonaria è una che osserva la vita per comprenderla. Cerca non il suo significato profondo e universalmente valido, ma quello che in qualche modo è più compatibile con la nostra umanità. È una donna di profondi sentimenti e di un elevato livello di moralità, ma si trova a fare i conti con domande che non hanno risposte semplici, nemmeno per chi è disponibile a cercarle con umiltà.

Maria ruba attimi ad un’esistenza che si annuncia grama e scarna di soddisfazioni. Si illude di poter prendere il controllo di se stessa e della vita, pensa di poter capire tutto e sulla base di questo di poter giudicare. Ma si renderà conto a proprie spese che i sentimenti ci sfuggono di mano, l’umanità ha sfaccettature complesse, le cose non hanno nomi definiti una volta per tutte, i torti non sempre trovano compensazione.

Maria imparerà la difficile arte dell’accettazione della propria e dell’altrui imperfezione in un finale ineluttabile nel rivendicare la forza delle origini.

Il libro di Michela Murgia sprigiona umiltà da ogni pagina, non cerca di essere difficile a tutti i costi, non aspira all’intellettualismo. Piuttosto si fa semplice, piano, piccolo, esattamente come il mondo che racconta. Non per questo però cade nella semplificazione, conscio che anche le società e le persone più semplici portano impressi i segni della complessità della nostra umanità.

Voto: 3,5/5