mercoledì 28 febbraio 2024

Appuntamento a Land's End = The last bus

Tom Harper (un grande Timothy Spall) è un anziano signore che ha da poco perso la moglie Mary, con cui molti anni prima, nel 1952, si era trasferito da Land's End (alla punta occidentale estrema della Cornovaglia) a John O'Groats, il paese più a nord della Scozia, per sfuggire a qualcosa che sulle prime non sappiamo.

Ora che la moglie è morta, Tom decide di ritornare a Land's End per adempiere a una promessa fatta alla moglie qualche anno prima. Il viaggio sarà tutto in autobus, ripercorrendo a ritroso la strada fatta nel 1952 e fermandosi nei posti in cui a suo tempo si era fermato con Mary o a cui sono legati ricordi con lei.

Tom però è vecchio e malandato, e dunque il suo viaggio a ritroso attraverso tutta la Gran Bretagna si trasforma in una corsa a ostacoli e in una vera e propria avventura, durante la quale incontrerà sia persone che lo aiuteranno e lo sosterranno, sia persone che lui stesso aiuterà in termini materiali o psicologici, sia persone che più o meno volontariamente lo ostacoleranno o gli creeranno problemi.

Man mano che Tom procede, il suo viaggio non passa inosservato e, grazie alle potenzialità dei social, diventa esperienza collettiva, al punto tale che al suo arrivo a Land's End, Tom troverà una piccola folla ad attenderlo.

Nel frattempo avremo modo di conoscere i momenti salienti della storia di Tom e Mary, il motivo che li ha portati lontani da Land's End, gli snodi principali della loro vita, e soprattutto gli eventi degli ultimissimi anni.

Nel complesso il film è gradevole e riesce a innescare un coinvolgimento emotivo che a me qualche lacrimuccia l'ha fatta scendere. Ciò detto, né il tema né lo sviluppo sono originali né sorprendenti, anzi tutto risulta piuttosto prevedibile e scontato.

Rispetto a grandi classici dalla tematica simile come Una storia vera di David Lynch, The last bus (Appuntamento a Land's End) è una versione annacquata e poco convincente, tenuta su quasi interamente dall'interpretazione di Timothy Spall.

Voto: 3/5


lunedì 26 febbraio 2024

Architetture inabitabili. Centrale Montemartini, 17 febbraio 2024

La Centrale Montemartini è uno dei musei di Roma più originali e interessanti, e tra quelli dove torno sempre con molto piacere. Negli spazi di questo palazzo, che si trova nell'ex area industriale di Roma su via Ostiense e che ospitava un impianto di produzione dell'energia elettrica, si trovano insieme i vecchi macchinari della centrale e statue e reperti di epoca romana, dunque archeologia industriale e archeologia classica accostati in un dialogo davvero affascinante.

Tra l'altro dalle finestre del palazzo si vedono altri impianti e macchinari - quasi tutti dismessi - che popolano quest'area della città, nonché il famoso gazometro, diventato ormai uno dei simboli della città.

Personalmente suggerisco di fare un giro alla Centrale Montemartini indipendentemente dalle mostre temporanee che ospita, e se siete residenti a Roma potete sottoscrivere la MIC ed entrarvi gratuitamente, come in tutti i musei del Comune.

Io ci ero stata diversi anni fa ma ci sono tornata dopo aver visto in giro i manifesti della mostra fotografica sulle Architetture inabitabili, e in quanto appassionata di fotografia mi è sembrata un'ottima scusa per questa nuova visita.

La mostra fotografica si sviluppa prevalentemente al piano terra ed è dedicata ad alcune architetture iconiche del territorio italiano che sono nate con finalità diverse da quelle abitative. Si parte dal campanile semisommerso di Curon, situato nel lago di Resia in Trentino-Alto Adige, unica parte ancora visibile della vecchia cittadina che fu distrutta e sommersa per realizzare il lago a scopi idroelettrici, per andare al Memoriale Brion ad Altivole, sepoltura della famiglia Brion realizzata da Carlo Scarpa, al Cretto di Gibellina, grande installazione di cemento bianco dell’artista Alberto Burri, a ricordo della città distrutta nel terremoto del Belice del 1968, fino ad arrivare al Lingotto di Torino, che un tempo ospitava la fabbrica della FIAT, agli Ex Seccatoi del Tabacco di Città di Castello, che oggi ospitano gli ultimi grandi cicli pittorici di Alberto Burri, ai Palmenti di Pietragalla, costruzioni rupestri in pietra utilizzate come laboratori per la produzione del vino, alla Torre Branca, struttura realizzata per la Triennale di Milano del 1933, da qualche tempo nuovamente visitabile. Ovviamente tra le architetture inabitabili c'è anche il già citato Gazometro di Roma.

Queste architetture sono illustrate attraverso fotografie che ne documentano l'evoluzione nel tempo, da quelle risalenti alla costruzione fino a quelle più recenti, nonché mediante video d'epoca, quasi tutte provenienti dall'Istituto Luce. Filmati ulteriori sulle architetture illustrate sono disponibili al ballatoio presente nella sala caldaie.

Per quanto riguarda l'apparato fotografico l'esposizione si compone di fotografie di carattere documentario, e altre invece di tipo più propriamente artistico. Svettano su tutte alcune bellissime fotografie di Gabriele Basilico, che probabilmente valgono il "prezzo" della mostra.

Per il resto confermo che è sempre un piacere passeggiare per le sale di questo museo certamente insolito e originale.

Voto: 3/5

venerdì 23 febbraio 2024

Green border

Nel 2021 il governo bielorusso iniziò a favorire un grosso afflusso di migranti sul proprio territorio, con l'obiettivo di farli transitare nei paesi dell'Unione Europea, in particolare Polonia, Lituania e Lettonia, e dunque di creare pressione sui governi di questi paesi e sulle istituzioni europee.

I migranti provenienti da Iraq, Siria, Afghanistan, Libia, Mali e molti altri paesi arrivavano in Bielorussia con collegamenti aerei diretti, dopo aver acquistato dei visti con motivazioni inconsistenti, e con la promessa che sarebbero stati aiutati ad attraversare il confine per ricongiungersi con loro parenti o cercare fortuna in altri paesi europei (la stessa Polonia, ma anche Germania e Svezia).

Si è trattato (e si tratta) di una vera e propria guerra mossa dalla Bielorussia all'Europa che è stata definita ibrida, in quanto basata sul traffico di esseri umani, su una strumentalizzazione dello stato di necessità dei migranti e su una manipolazione della realtà, attraverso la loro rappresentazione come terroristi, pedofili, trafficanti di droga.

Nel film di Agnieszka Holland tutto inizia su uno di questi voli diretti a Minsk dove si incontrano una famiglia siriana (padre, madre, tre figli e nonno) che vuole raggiungere dei parenti in Svezia e una donna afghana, interprete inglese, che vuole chiedere asilo in Polonia.

Da qui in poi i punti di vista si moltiplicano. Prima seguiamo questi rifugiati dal momento dell'arrivo in territorio bielorusso dove vengono aiutati dagli stessi soldati ad attraversare il confine che passa vicino a una grande foresta, salvo poi essere costantemente braccati dalla polizia di frontiera polacca che ha l'unico compito di riportare queste persone in territorio bielorusso, senza dar loro nessun tipo di aiuto materiale e nessuna possibilità di poter fare domanda di asilo politico. In questa terra di confine la famiglia siriana e la donna afghana troveranno molti altri migranti che, come loro, sono intrappolati e spesso vittime di questo vero e proprio ping pong, in cui le persone sono disumanizzate e trattate come sacchi della spazzatura di cui sbarazzarsi il prima possibile. La Holland sposta poi l'attenzione sulle guardie del confine polacco, in particolare su uno di loro che sta per avere un figlio e mal digerisce l'orrore del suo lavoro. Poi il punto di vista cambia ancora e si sposta sugli attivisti delle associazioni umanitarie che fanno delle spedizioni nelle zone di confine per prestare soccorso ai migranti e per tentare di instradarli in un percorso di richiesta di asilo, che però quasi sempre si infrange sulla totale violazione delle regole da parte polacca. Infine, la regista segue il percorso di Iulia, una psicologa che ha perso da poco il marito e, poiché vive in una casa non lontana dal confine, si trova a tu per tu con episodi di disumanizzazione e decide di impegnarsi in prima persona prima al fianco delle associazioni umanitarie e poi anche in autonomia.

Il film della Holland è quanto di più vicino a un pugno allo stomaco si possa immaginare. L'orrore, la frustrazione, la rabbia, la compassione si alternano e si sovrappongono durante tutta la visione del film. Ogni volta di fronte al racconto di quello che accade ai confini dell'Europa se ne esce schiacciati e convinti che la nuova vera guerra mondiale si giochi sulla pelle dei migranti, vittime principali di un trattamento disumano di cui sono artefici altri esseri umani, a loro volta strumentalizzati e manipolati. A sancire tutto ciò è la scena finale in cui quanto visto nelle precedenti due ore del film stride orrendamente con le scene dei rifugiati ucraini che salgono sugli autobus messi a disposizione dalle istituzioni polacche e accolti con favore in numero molto elevato.

Apprezzo che la Holland scelga di non dividere troppo didascalicamente il mondo in buoni e cattivi, ma si soffermi sulla complessità delle reazioni individuali anche nel mostrarci il punto di vista dei carnefici o di chi decide di non fare nulla. La verità è che in situazioni come queste le persone sono tutte pedine di regole più o meno assurde, fatte da istituzioni composte da persone che non saranno mai chiamate in prima persona a metterle in atto, sporcandosi le mani della disumanità delle loro stesse decisioni. Che poi è un problema più generale e che va anche al di là del caso specifico.

Due parole finali sull'aspetto cinematografico del film della Holland, che ha vinto il premio speciale della giuria a Venezia, ma che è stato ovviamente osteggiato in tutti i modi in patria (soprattutto quando è uscito, ossia prima del cambio di governo verificatosi negli ultimi mesi). Pur trattandosi di un film di quasi due ore e mezza, il ritmo della narrazione - sostenuto da una splendida fotografia in bianco e nero e da interpretazioni credibili, al punto da far quasi pensare a un documentario - non cede mai, e l'altalena emotiva che vive lo spettatore mentre assiste a questa vicenda ci accompagna per tutta la sua durata, pur nell'alternanza dei registri utilizzati che non sono necessariamente tutti giocati sul drammatico e sul tragico.

In questi casi di solito si parla di un'opera "necessaria". Ma io mi chiedo e vi chiedo: necessaria a chi, se le istituzioni continuano per la loro strada, sorde di fronte a tutto, e anche le popolazioni europee sempre più diffusamente le assecondano in questa deriva disumana?

Voto: 4/5



mercoledì 21 febbraio 2024

Hotel Paradiso / Familie Flöz. Teatro Sala Umberto, 10 febbraio 2024

Che dire? So che arrivo ben ultima a parlare della compagnia internazionale di stanza a Berlino dei Familie Flöz che non avevo mai sentito nominare prima di andare a teatro a vedere questo spettacolo, che scopro solo adesso risalire al 2008.

In realtà, i Familie Flöz sono nati molto prima, addirittura nel 1994 dall'iniziativa di un gruppo di studenti di un corso di mimo dell'Università di Essen, che cominciarono anche a realizzare artigianalmente le maschere per gli spettacoli. Dopo i primi lavori realizzati con il nome di Flöz Production è all'inizio del 2001 che la compagnia prende il nome odierno.

Qual è la caratteristica del teatro dei Familie Flöz? Innanzitutto si tratta di un teatro in cui non ci sono parole, ma solo personaggi che si muovono sul palcoscenico; questi personaggi indossano delle grandi maschere fatte in modo da esprimere un modo di essere del personaggio, rafforzato e confermato nel corso dello spettacolo dalla mimica e dalla gestualità degli interpreti. In secondo luogo, nel loro teatro trovano posto anche forme di clownerie, acrobazie e improvvisazione, nonché elementi magici.

Tutto questo si ritrova nello spettacolo Hotel paradiso che sono andata a vedere alla Sala Umberto.

Siamo appunto in un albergo alpino - inizialmente a 4 stelle - gestito da una famiglia, composta dall'anziana madre e dai due figli. Il padre è morto tempo prima e i componenti della famiglia rendono omaggio alla sua foto che campeggia nell'ingresso dell'albergo. La madre - pur anziana - gestisce, con piglio severo, i figli e il personale dell'albergo. I figli, un maschio e una femmina, non potrebbero essere più diversi: lui è uno po' uno "sfigato", con la testa tra le nuvole, e sensibile alla bellezza femminile; lei è una specie di femme fatale, che veste sempre di rosso e vorrebbe cambiare look e gestione dell'albergo.

Con questi tre personaggi principali interagiscono una serie di altri personaggi: coloro che lavorano nell'albergo, tra cui lo chef/macellaio e il suo terribile cane, la cameriera, il portantino, i clienti che di volta in volta arrivano nell'albergo, nonché tutta una serie di altri personaggi legati all'evoluzione del racconto che a poco a poco si trasforma in un vero e proprio giallo.

Lo spettacolo è molto godibile ed è davvero sorprendente come dei personaggi mascherati e che non dicono nemmeno una parola risultino credibili ed empatici altrettanto e forse più degli attori tradizionali. Ancora più sorprendente è scoprire che lo spettacolo è recitato da sole 4 persone che si alternano nei vari ruoli, cosicché solo a posteriori ci si accorge che effettivamente sul palco contemporaneamente ci sono sempre non più di 4 personaggi, nonostante lo sviluppo narrativo sia piuttosto articolato e i personaggi si alternino a ritmo sostenuto.

La sensazione a fine spettacolo è quella di aver visto un teatro davvero diverso e originale, non si può certo dire nuovo, visto che i Familie Flöz sono su piazza da moltissimi anni, e dal mio punto di vista si tratta di una vera e propria boccata di ossigeno in un periodo in cui esco dal teatro sempre piuttosto scontenta.

Per quanto mi riguarda, d'ora in poi non ho dubbi che i Familie Flöz saranno tra le compagnie teatrali da me attenzionate; molto volentieri vedrei a questo punto altri loro lavori.

Voto: 3,5/5

lunedì 19 febbraio 2024

Hilde in Italia. Arte e vita nelle fotografie di Hilde Lotz-Bauer. Museo di Roma in Trastevere, 10 febbraio 2024

Il Museo di Roma in Trastevere è una delle mete più frequentate dagli appassionati di fotografia di Roma, data la sua ormai consolidata vocazione alle mostre di fotografia.

Al momento attuale, mentre si disallestisce Philippe Halsman, sono in corso al piano superiore due piccole mostre, una dedicata a Lou De Matteis e l'altra a Hilde Lotz-Bauer. In condizioni normali le avrei visitate entrambe in un'oretta di tempo libero, ma in questo caso - per comprendere meglio quello che vedo - mi affido alla guida esperta di Itinerari di luce che propone la visita della sola mostra della Lotz-Bauer e trascino anche un paio di amiche.

La scelta si rivela felice (a parte la pioggia presa in motorino per arrivare al museo!), perché Hilde Lotz-Bauer non è fotografa da "effetto wow" e, se già normalmente vale il principio che una mostra si capisce e si apprezza molto di più se qualcuno te la contestualizza e te la spiega, nel caso della mostra su Hilde in Italia è ancora più vero.

La mostra, a cura di Federica Kappler e Corinna Lotz, figlia di Hilde Lotz-Bauer, si sviluppa su due sale e una piccola saletta dove è anche possibile vedere un piccolo filmato sulla fotografa.

Le fotografie si riferiscono fondamentalmente al primo soggiorno in Italia di Hilde, ossia agli anni dal 1934 al 1943, anni durante i quali, oltre a svolgere il suo lavoro a supporto delle ricerche storico-artistiche del marito e di altri studiosi, la donna attraversò la penisola in lungo e in largo, documentando - con la sua Leica, la macchina fotografica che usava per gli scatti privati - la vita quotidiana delle persone incontrate.

La prima saletta della mostra è dedicata a raccontare il percorso di avvicinamento di Hilde alla fotografia (era laureata in storia dell'arte e, dopo la laurea, prese un dottorato in fotografia), e a documentare i suoi primi lavori fotografici, nonché le fotografie professionali relative ad architettura e sculture. Tra queste spiccano le immagini fiorentine, tra cui quelle del Ponte di Santa Trinita, tra l'altro bombardato e distrutto non molto tempo dopo gli scatti di Hilde.

Nella seconda sala l'attenzione si sposta sulle persone fotografate in giro per l'Italia, e tra queste fotografie sono degne di nota in particolare le numerose foto da lei scattate in vari luoghi dell'Abruzzo (ad esempio la piana del Fucino e Scanno). In questa seconda sala emerge la capacità empatica della fotografa tedesca, che nel suo modo di fotografare le persone si dimostra una straordinaria anticipatrice di quella street photography che negli anni Trenta era ancora di là da venire. Nelle foto di Hilde si riconosce la matrice degli scatti di fotografi ben più famosi, tra cui Henri Cartier-Bresson e Mario Giacomelli, e di un tipo di fotografia che sarebbe diventata un vero e proprio genere solo vent'anni dopo.

Nelle foto di Hilde non solo c'è una grande attenzione alla composizione e all'estetica che probabilmente le derivava dai suoi studi, ma anche un uso della tecnica originale e molto in anticipo sui tempi, che ci fa percepire alcune sue fotografie come modernissime nell'impianto, pur essendo collocabili cronologicamente nel passato per via dei contenuti.

Insomma una bella esperienza, certamente da ripetere. Tra l'altro non escludo di tornare a vedere la mostra in autonomia (grazie alla fantastica MIC card) per rivedere con calma le foto, forte del bagaglio di conoscenze acquisito con la visita guidata.

Voto: 3,5/5

venerdì 16 febbraio 2024

Le temps est assassin / Michel Bussi

Le temps est assassin
/ Michel Bussi. Paris: Les Presses de la Cité, 2016.

La scorsa estate sono partita per due settimane di vacanza in Corsica con soli tre libri al seguito. Quando ne porto di più mi pento sempre perché non riesco a finirli e inutilmente mi carico di peso. Stavolta invece verso la fine della prima settimana stavo quasi esaurendo la scorta, e così durante la giornata di visita ad Ajaccio (tra l'altro caratterizzata dalla pioggia) ci infiliamo in una libreria e, anche su suggerimento di S., compro due libri, un giallo (genere che i francesi chiamano polar) di Michel Bussi e l'ultimo romanzo di Fred Vargas con protagonista Adamsberg che a quel tempo ancora non era uscito in Italia.

Il giallo di Bussi, Le temps est assassin (pubblicato in Italia con il titolo Tempo assassino) è stato scelto perché ambientato in Corsica e dunque perfetto come lettura della vacanza. In realtà l'ambientazione è in una zona della Corsica che noi non abbiamo fatto in tempo a visitare, ossia la zona di Calvi, della pointe de la Revellata e delle spiagge di quest'area. Motivo in più per tornare presto in Corsica!

Quando ho iniziato a leggere il giallo temevo di non capire niente (conosco il francese, ma non benissimo), ma in realtà dopo la fatica delle prime pagine, sono entrata nella storia e la lettura è proseguita come un treno, fino a completarsi proprio nelle ore del rientro a Roma.

Il libro (da cui scopro solo ora che è stata tratta una miniserie televisiva che è stata trasmessa anche in Italia) racconta la storia di Clotilde Idrissi, che procede secondo due assi cronologici paralleli: il primo asse temporale risale a quando Clotilde aveva 16 anni, l'agosto del 1989 in cui i suoi genitori e suo fratello persero la vita in un incidente stradale (la loro macchina cadde nel precipizio a una curva sulla corniche dei calanchi) dal quale lei uscì quasi illesa; il secondo è relativo all'agosto del 2016, in cui Clotilde torna alla Revellata insieme a suo marito Franck e a sua figlia Valentine, anche con lo scopo di capire meglio cosa è accaduto 27 anni prima.

I due assi temporali si alternano nei capitoli del libro, e mentre l'agosto del 2016 costituisce il presente, quello del 1989 è raccontato attraverso qualcuno (scopriremo chi solo alla fine) che legge il diario che Clotilde aveva tenuto per tutta quell'estate e che, abbandonato a casa dei nonni prima del tragico incidente, non le era stato restituito.

Nel presente del 2016 Clotilde si trova a fare i conti con una serie di stranezze legate al suo passato che la spingono a riaprire un capitolo della sua vita che aveva preferito chiudere; la prima di queste stranezze è una lettera, che le arriva al camping in cui alloggia, da parte della madre Palma, morta nell'incidente del 1989.

Il giallo è appassionante e tiene alta la tensione durante l'intero percorso narrativo, spingendo a farsi domande e a formulare possibili ipotesi che spieghino gli avvenimenti. L'andamento parallelo dei due assi temporali è molto ben costruito e contribuisce certamente al climax ascendente del romanzo.

Va detto a merito di Bussi, che - a differenza di quanto accade in altri gialli, dove le aspettative crescenti si infrangono su scioglimenti narrativi un po' deludenti - qui anche la soluzione, o meglio le soluzioni, del giallo sono appassionanti e molteplici, sebbene alcuni degli stratagemmi individuati e degli snodi del racconto appaiano un po' poco credibili e lascino un pochino perplessi.

Ciò detto, si è trattato certamente di una lettura gradevole persino per me che ho letto il romanzo in una lingua che non conosco perfettamente, e per di più il romanzo contiene numerosissimi riferimenti non solo al territorio della Corsica, ma anche e soprattutto ad elementi culturali, sociali e antropologici dei Corsi, che in alcuni casi ho riconosciuto in quanto li ho sperimentati durante la vacanza, in altri casi li ho apprezzati e utilizzati come elementi di approfondimento di un popolo che per molti versi sfugge a una interpretazione.

Insomma, una lettura che ho trovato davvero appagante da molteplici punti di vista.

Voto: 3,5/5

mercoledì 14 febbraio 2024

Una bugia per due = Je ne suis pas un héros

Partiamo dal titolo e dalla locandina italiana. Con un titolo come Una bugia per due e una locandina che mostra un uomo e una donna con un bicchiere in mano è facile pensare che il film di Rudy Milstein sia la tipica commedia romantica francese, attirando così al cinema un tipo di pubblico che ovviamente resterà deluso da quello che lo aspetta.

Il titolo originale del film Je ne suis pas un héros mi pare alquanto criptico ma tutto sommato più coerente con i contenuti effettivi del film, che potremmo definire la "classica" commedia sociale francese (in cui il romanticismo se c'è è solo accessorio).

Il protagonista è Louis (Vincent Dedienne), un giovane avvocato che da un anno circa lavora in uno studio legale nel quale nessuno sembra accorgersi di lui, anche perché Louis è un ragazzo gentile e imbranato - il classico sfigato - che fa fatica a essere preso sul serio.

Le cose cambiano a seguito di due eventi. Il primo è il coinvolgimento di Louis - grazie all'incontro con Elsa (Clémence Poésy), la responsabile dello studio legale - nella causa in cui lo studio difende un'azienda accusata da un gruppo di cittadini di essere responsabile, a causa dei pesticidi utilizzati, delle diagnosi di cancro. Il secondo è la diagnosi di cancro che lo stesso Louis riceve e che si rivelerà errata, ma che darà luogo a una serie di "equivoci" che metteranno il giovane di fronte a una serie di dilemmi morali.

In particolare, Louis si troverà a fare i conti con un momento di inattesa popolarità a causa della presunta malattia e con una posizione di vantaggio nella causa in corso, al punto da essere inviato da Elsa a convincere le vittime, capeggiate da Héléne (Géraldine Nakache), ad accettare una somma in denaro.

Intorno a lui personaggi che oscillano tra il comico e il drammatico, a partire dai suoi genitori per arrivare al suo vicino di casa, Bruno (interpretato dallo stesso regista), fino a Julien, uno dei malati di cancro di cui Louis diventerà amico.

Nella commedia di Milstein si ride di Louis e degli altri personaggi, spesso sopra le righe o in qualche maniera buffi e imbarazzanti (come il vicino Bruno che a seguito di un ictus non prova alcun sentimento e non ha alcun filtro sociale), ma ci si interroga sul tema della responsabilità.

Di fronte a un mondo del lavoro sempre più competitivo e a ingiustizie sempre meno redimibili, non facciamo fatica a immedesimarci in Louis, che deve fare i conti con il limite morale oltre il quale non è accettabile spingersi e che - non avendo la stoffa dell'eroe, come invece l'idealista Héléne - rischia di diventare strumento attivo di ingiustizia e oppressione di chi è più debole.

È una commedia, e si può immaginare dove vada a parare, ma narrativamente e cinematograficamente il film è ben costruito e riesce piuttosto bene a coniugare godibilità e attivazione di senso. Uscendo pensavo a cosa sarebbe diventata una materia del genere - che facilmente può deragliare - in mano italiana. I francesi invece questo tipo di cose le sanno fare piuttosto bene.

Voto: 3,5/5


lunedì 12 febbraio 2024

Viaggio in Giappone

E dire che ho inseguito questo film a più riprese, assolutamente desiderosa di vederlo, anche in vista di un futuro mio viaggio in Giappone! Poi però quando finalmente sono riuscita a vederlo è arrivata una sostanziale delusione.

La storia è molto minimale. Sidonie Perceval (Isabelle Huppert) è una scrittrice di successo in partenza, controvoglia, per il Giappone dove l'editore che ha curato la riedizione di un suo romanzo ha organizzato una serie di presentazioni. La riluttanza della donna deriva dal fatto che da poco ha perso l'amato marito ed è ancora in piena fase di elaborazione del lutto. All'arrivo in Giappone troverà ad attenderla Kenzo Mizugochi (Tsuyoshi Ihara), il suo editore in persona, che prenderà personalmente in carico Sidonie accompagnandola in questi giri promozionali che li porteranno in vari luoghi del Giappone, tra cui Kyoto e Naoshima.

Durante questo tempo, Sidonie dovrà fare i conti da un lato con il fantasma del marito, che non riesce a lasciar andare, e dall'altro con le difficoltà di adattamento a una cultura molto diversa e per lei molto difficile da comprendere. Entrambi questi nodi si scioglieranno a poco a poco attraverso la relazione con Kenzo, relazione prima imbarazzata e rigida, poi sempre più personale e intima.

L'idea della regista Elise Girard (che non conoscevo) di associare un viaggio fisico a un viaggio interiore non è certamente nuova, sebbene in questo caso la distanza non sia solo spaziale ma ancora di più culturale.

Ma non è certamente la non originalità della tematica a lasciarmi perplessa, bensì la modalità della narrazione e il senso complessivo del racconto. Ho trovato il film lento e piuttosto artificioso (in particolare le scene con il fantasma del marito di Sidonie, e la scena del bacio sotto i ciliegi in fiore), e ho fatto molta fatica a empatizzare con i due protagonisti (sebbene abbia trovato molto delicato il personaggio dell'editore). Il progressivo riaprirsi alla vita della donna attraverso il contatto con Kenzo e il Giappone è un processo che ho fatto fatica a seguire, trovandolo in qualche modo semplicistico e un pochino banale.

Mi ha un po' destabilizzata anche il registro che oscilla tra il drammatico, l'ironico e il poetico, senza che questi diversi approcci si integrino del tutto.

Ma forse sono io che ormai sono un cuore di pietra e per questo non sono riuscita ad apprezzare a pieno il film.

Voto: 2,5/5


venerdì 9 febbraio 2024

Racconti disumani / da Franz Kafka; regia di Alessandro Gassman; con Giorgio Pasotti. Teatro Quirino, 31 gennaio 2024

Ultimamente a teatro faccio davvero fatica a trovare cose che mi conquistino. Non so se è un momento di stanca mio o le mie aspettative - dopo tanti spettacoli visti - sono troppo alte, ovvero è il teatro a non godere di un momento particolarmente originale e felice.

Comunque, il risultato è che anche questo spettacolo tratto da due racconti di Kafka mi ha lasciata piuttosto indifferente.

In entrambi i racconti protagonisti sono degli animali: nel primo si tratta di una scimmia che racconta la sua storia a dei fantomatici accademici, spiegando come - dopo essere stata ferita e catturata da esseri umani - abbia fatto un percorso di "umanizzazione", imparando dagli umani, nel bene e nel male; nel secondo la protagonista è una talpa (che parla torinese!) la quale ha un rapporto insano con la sua tana che considera sempre minacciata da più o meno assurdi pericoli esterni.

È evidente che in entrambi i casi Kafka, attraverso le storie raccontate in prima persona da questi animali, punti a mettere in evidenza le idiosincrasie e le storture dell'essere umano, offrendo spunti di riflessione senza tempo e che si possono estendere a cose e situazioni diverse.

Ciò detto, lo spettacolo di Alessandro Gassmann è - sul piano registico - abbastanza prevedibile, soprattutto se si sono visti altri suoi spettacoli a teatro. L'uso del telo davanti al palcoscenico su cui proiettare immagini e produrre effetti scenici grazie a luci e ombre è ormai un punto fermo della sua regia, che però - secondo il mio modesto parere - ha senso in alcuni casi e garantisce un vero valore aggiunto, mentre in altri casi - come in questo - non cambia poi molto e risulta un po' posticcio. Mi è invece piaciuta la scenografia del secondo racconto, con il declivio di terra punteggiato dalle buche realizzate dalla talpa che ogni volta riemerge da una diversa.

Giorgio Pasotti l'ho trovato bravo e abbastanza convincente.

Però, oltre al fatto che per tutto il secondo racconto sono andata avanti a chiedermi se ci fosse una qualche relazione col primo e a pensare di essermi persa qualcosa, il testo e la sua messa in scena non sono riusciti a determinare in me una vera empatia e sono uscita dallo spettacolo senza portarmi appresso granché. Peccato, più che altro per me.

Voto: 3/5

mercoledì 7 febbraio 2024

Povere creature! = Poor things

Con Povere creature! Yorgos Lanthimos continua il suo originale percorso cinematografico portando in qualche modo a sintesi i tanti elementi di cui la sua filmografia è disseminata.

Dopo gli esordi di lingua e ambientazione greca (Kinetta, Dogtooth e Alps) e poi i film di transizione verso il mainstream ma ancora caratterizzati da alcune atmosfere e modalità narrative dei precedenti (The lobster, Il sacrificio del cervo sacro), con La favorita Lanthimos cambia sceneggiatore (Tony McNamara, che è anche lo sceneggiatore di Povere creature!) e volge lo sguardo al passato storico, pur non rinunciando - mutatis mutandis - a indagare con il suo sguardo obliquo le dinamiche contorte e distorte delle relazioni umani e sociali.

Molto de La favorita transita anche in Povere creature!: non solo lo sceneggiatore, ma anche una delle attrici che qui diventa protagonista (Emma Stone), nonché una narrazione che mette al centro figure e punti di vista primariamente femminili, mentre gli uomini vanno a formare un catalogo di tipi umani, non necessariamente negativi, ma certamente ancillari rispetto alla centralità della protagonista, Bella Baxter.

Continua infine con questo film l'uso, qui forse a tratti anche un po' eccessivo, di grandangoli e fisheye, a dare l'impressione di guardare la vita di Bella dallo spioncino di una porta o di stare guardando comunque una realtà deformata e dunque fantastica.

In quest'ultimo film Lanthimos recupera anche l'ambientazione sospesa e indecifrabile della sua prima produzione: in realtà in questo caso siamo ancora di fronte a un film in costume, ma la cui collocazione più che storica è letteraria, in quanto attinge all'universo e all'immaginario steampunk. Abbiamo dunque luoghi in teoria reali (Londra, Lisbona, Parigi), ma scenografie che pur prendendo spunto dall'età vittoriana la ricostruiscono in una maniera che oscilla tra il retrò e il fantascientifico.

Tutto ciò premesso, il vero motore del film di Lanthimos è Bella Baxter (una straordinaria Emma Stone), cervello di bambina impiantato in un corpo di donna dal chirurgo-scienziato un po' matto Godwin (Willem Dafoe), impara e sperimenta la vita senza alcun condizionamento sociale e preconcetto, scegliendo di volta in volta quello che desidera fare e sottraendosi a ogni tentativo di possesso e a ogni limitazione che gli uomini tentano di imporle. Una pura storia di emancipazione femminile, un percorso di affrancamento individuale che passa per il corpo e arriva alla mente, e che ci offre una spudorata e giocosa riflessione sulla libertà individuale.

Il mai sopito interesse di Lanthimos per le dinamiche relazionali tra gli esseri umani e per le storture che le strutture sociali (a partire dalla famiglia) impongono agli individui incontra l'universo strampalato e immaginifico di Alasdair Gray (autore del libro da cui è tratto Povere creature!) e si incarna nel corpo di Bella e nello stupore continuo dei suoi occhi durante una scoperta della realtà senza sovrastrutture.

Il film mi è piaciuto e ne condivido appieno il successo e gli elogi. Però - se posso esprimere un però - il primo Lanthimos, quello di pochi mezzi e tante idee, era forse per me più stupefacente, perché ha rappresentato davvero una rottura che io per prima ho fatto fatica a comprendere.

Quando uscì The lobster - il primo film che ho visto del regista greco - non l'ho apprezzato quanto avrei dovuto perché non avevo gli strumenti per farlo (eppure eravamo già nella fase di avvio del suo cinema mainstream), ma quando ho visto (pochi anni fa) Dogtooth - meritoriamente riportato al cinema - avevo ormai tutti gli elementi e gli strumenti per riconoscere nel suo mondo capovolto e un po' disturbante il segno di un regista che avrebbe fatto scuola e cambiato anche le nostre aspettative sul cinema.

Molti secondo me dei registi più in voga oggi - stranieri e italiani - devono molto a Lanthimos e al suo modo innovativo di raccontare le relazioni umane.

Voto: 3,5/5


lunedì 5 febbraio 2024

Stupida show! / di Carrozzeria Orfeo; con Paola Minaccioni. Teatro Ambra Jovinelli, 26 gennaio 2024

Il monologo di Paola Minaccioni è un purissimo esempio di stand-up comedy all'italiana, scritto da Gabriele Di Luca che ne ha curato la regia insieme al suo compare di Carrozzeria Orfeo Massimiliano Setti.

Durante questa ora di monologo e di varia interazione con il pubblico Paola Minaccioni riversa in parole e gesti i sentimenti di una cinquantenne (due anni fa, come dice lei ogni volta) alle prese con la menopausa, la mancanza di una relazione stabile, il rapporto con gli uomini, l'assenza dei figli, il modo di vedere le altre donne, gli anziani - compresa sua madre -, la società contemporanea e le sue storture.

Nel complesso dunque niente di nuovo, nulla che non sia già stato detto o che non sia stato oggetto di battute di ogni genere. E questo è quanto alcune mie amiche che hanno visto lo spettacolo rimproverano al testo, considerandolo già visto e aspettandosi di più.

Io non mi aspettavo niente e devo ammettere che mi sono proprio lasciata andare al flusso inarrestabile delle parole della Minaccioni, alla sua verve e allo stile del tutto politicamente scorretto del testo, che non risparmia nessuna categoria di persone e nessun tema, "prendendosela" a più riprese persino con il pubblico. La protagonista ne esce come una stronza contraddittoria e insensibile che in alcuni momenti ci fa quasi accapponare la pelle dalla vergogna per quello che dice, ma in realtà dice tutte cose che almeno una volta nella vita è capitato anche a noi di pensare e voler dire ma ci siamo contenuti, magari vergognandocene.

Alla fine il punto di forza dello spettacolo sta proprio nella forza liberatoria della risata, ossia la possibilità di ridere di cose terribili e socialmente del tutto inaccettabili che però ci attraversano e con cui dobbiamo fare i conti.

Io ho riso molto. Altre persone che erano con me poco, altre ancora per niente.

A conferma del fatto che mentre piangiamo tutti per le stesse cose, non ridiamo tutti delle stesse cose, e la comicità è qualcosa di estremamente soggettivo. In questo spettacolo io rido piuttosto continuativamente e rifletto su cosa non mi fa ridere e perché, intorno a me, c'è chi a malapena sorride, chi si irrigidisce, chi si annoia, qui è quasi indifferente.

Del resto io stessa non saprei dire esattamente cosa mi fa ridere e cosa no: mi facevano molto ridere i testi di Mattia Torre, ma in maniera meno liberatoria e decisamente più malinconica e umbratile (vedi la differenza tra questo testo e lo spettacolo Perfetta scritto da Torre e interpretato da Geppi Cucciari).

Di questo spettacolo apprezzo il coraggio di non autocensurarsi su niente, di non cedere in alcun modo al politicamente corretto, di non preoccuparsi di risultare fastidioso, sebbene io debba registrare ancora una volta (e valeva anche per Perfetta) che un testo che ha come protagonista una donna e il suo universo sia stato scritto da un uomo. Non che non sia possibile - attenzione! - come è possibile il contrario, ma mi pare che in questa direzione accada più spesso, e forse dobbiamo chiederci perché.

Voto: 3,5/5

venerdì 2 febbraio 2024

Fidia. Musei Capitolini, 20 gennaio 2024

I Musei Capitolini dedicano una mostra a Fidia, artista ateniese che ha lasciato un segno indelebile nell'arte successiva fino a tempi recentissimi.

L'architetto e scultore vissuto nell'epoca di Pericle e amico di quest’ultimo, è noto soprattutto per la direzione dei lavori del Partenone e la realizzazione di parte dei bassorilievi del fregio.

Le fonti storiche ci hanno tramandato anche la memoria di alcune sue opere colossali, l’Athena Parthenos che fu collocata proprio all’interno del tempio ateniese, e lo Zeus Olimpio che realizzò per il tempio di Zeus a Olimpia, dove si era trasferito a vivere.

Non sono in grado di andare molto più in là su Fidia e la sua opera. Posso invece spendere ancora qualche parola sulla mostra che cerca di ricostruire la vita e le opere di un personaggio la cui memoria si è tramandata fino a noi, ma attraverso numerosi intermediari, che rendono davvero molto difficile muoversi nell’ambito della certezza storica.

La mostra, la cui parte centrale e culminante è quella dedicata al Partenone, per la quale molto ci si aiuta anche con i video interattivi, propone oltre 100 pezzi, che vanno da reperti archeologici, originali greci e repliche romane, a dipinti, manoscritti, disegni. Di fatto nessuna di queste opere (tranne forse - ma non è sicuro - i frammenti del fregio del Partenone) è opera di Fidia, perché niente è giunto fino a noi.

L’organizzazione dei contenuti della mostra si struttura in sei sezioni: Il ritratto di Fidia; L’età di Fidia; Il Partenone e l’Atena Parthenos; Fidia fuori da Atene; L’eredità di Fidia; Opus Phidiae: Fidia oltre la fine del mondo antico.

Nel complesso si tratta di una bella immersione nel mondo antico, che spazza via alcuni falsi convincimenti e aiuta a collocare meglio alcune nozioni che possediamo.

Noi non abbiamo seguito la visita guidata, che forse effettivamente sarebbe stata utile a ricostruire i collegamenti tra le cose. Va detto però che la contemporaneità di almeno tre visite guidate ha reso la nostra visita in solitaria piuttosto faticosa e le sale decisamente troppo affollate per poterne godere appieno.

Pare si tratti della prima di una serie di cinque mostre dedicate ai grandi maestri dell’antica Grecia: vedremo cosa ci riserveranno per il futuro i Musei Capitolini e se proseguiremo il percorso di scoperta.

Voto: 3/5