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venerdì 9 febbraio 2024

Racconti disumani / da Franz Kafka; regia di Alessandro Gassman; con Giorgio Pasotti. Teatro Quirino, 31 gennaio 2024

Ultimamente a teatro faccio davvero fatica a trovare cose che mi conquistino. Non so se è un momento di stanca mio o le mie aspettative - dopo tanti spettacoli visti - sono troppo alte, ovvero è il teatro a non godere di un momento particolarmente originale e felice.

Comunque, il risultato è che anche questo spettacolo tratto da due racconti di Kafka mi ha lasciata piuttosto indifferente.

In entrambi i racconti protagonisti sono degli animali: nel primo si tratta di una scimmia che racconta la sua storia a dei fantomatici accademici, spiegando come - dopo essere stata ferita e catturata da esseri umani - abbia fatto un percorso di "umanizzazione", imparando dagli umani, nel bene e nel male; nel secondo la protagonista è una talpa (che parla torinese!) la quale ha un rapporto insano con la sua tana che considera sempre minacciata da più o meno assurdi pericoli esterni.

È evidente che in entrambi i casi Kafka, attraverso le storie raccontate in prima persona da questi animali, punti a mettere in evidenza le idiosincrasie e le storture dell'essere umano, offrendo spunti di riflessione senza tempo e che si possono estendere a cose e situazioni diverse.

Ciò detto, lo spettacolo di Alessandro Gassmann è - sul piano registico - abbastanza prevedibile, soprattutto se si sono visti altri suoi spettacoli a teatro. L'uso del telo davanti al palcoscenico su cui proiettare immagini e produrre effetti scenici grazie a luci e ombre è ormai un punto fermo della sua regia, che però - secondo il mio modesto parere - ha senso in alcuni casi e garantisce un vero valore aggiunto, mentre in altri casi - come in questo - non cambia poi molto e risulta un po' posticcio. Mi è invece piaciuta la scenografia del secondo racconto, con il declivio di terra punteggiato dalle buche realizzate dalla talpa che ogni volta riemerge da una diversa.

Giorgio Pasotti l'ho trovato bravo e abbastanza convincente.

Però, oltre al fatto che per tutto il secondo racconto sono andata avanti a chiedermi se ci fosse una qualche relazione col primo e a pensare di essermi persa qualcosa, il testo e la sua messa in scena non sono riusciti a determinare in me una vera empatia e sono uscita dallo spettacolo senza portarmi appresso granché. Peccato, più che altro per me.

Voto: 3/5

sabato 28 dicembre 2019

Fronte del porto / regia di Alessandro Gassmann. Teatro Argentina, 13 dicembre 2019

Sempre più spesso negli ultimi anni accade che il mondo del teatro e quello del cinema si intersechino, si sovrappongano e si scambino testi e contenuti. Ci sono testi nati per il teatro che diventano sceneggiature di film di successo (gli esempi potrebbero essere numerosissimi, mi viene in mente ad esempio Carnage) e ci sono sceneggiature scritte per il cinema che vengono riadattate come testi per la messa in scena teatrale (vedi ad esempio lo spettacolo teatrale basato sul film Qualcuno volò sul nido del cuculo). Spesso sia gli uni che gli altri arrivano ancora da più lontano, ossia hanno alle spalle romanzi e racconti di autori più o meno famosi (penso ad esempio allo spettacolo teatrale Misery, basato sulla sceneggiatura del film di Reiner, a sua volta frutto dell'adattamento del romanzo di Stephen King).

Le diverse scritture dialogano tra loro e si trasformano in base alle necessità di comunicazione che caratterizzano ciascun mezzo. Gli esiti possono essere vari e l'operazione può risultare più o meno riuscita a seconda della capacità di interpretare e adattare un contenuto a un linguaggio differente.

Nel caso delle regie teatrali di Alessandro Gassmann, in cui - anche per motivi personali - questo legame con l'immaginario cinematografico è molto forte, l'osmosi tra il linguaggio cinematografico e quello teatrale è particolarmente evidente non solo nella scelta delle storie da raccontare, spesso provenienti da pellicole cinematografiche ovvero destinate a diventare film, bensì anche nella messa in scena, nel meccanismo narrativo e nelle scenografie.

Gassmann ama molto immergere gli attori che recitano sul palco all'interno di ambientazioni realistiche proiettate sull'apposito telo calato davanti al palco, e queste immagini - fisse o in movimento - si vanno a integrare con la scenografia fisica. Questa firma registica è pienamente confermata anche nello spettacolo Fronte del porto, ispirato alla sceneggiatura scritta da Budd Schulberg e diventata poi il film omonimo di Elia Kazan, poi adattata per il teatro dall'inglese Steven Berkoff da cui è partito l'autore del testo italiano Enrico Ianniello.

Rispetto alla sceneggiatura e al famoso film con Marlon Brando (che io però non ho visto!) il regista qui sceglie di ambientare la vicenda nel porto di Napoli negli anni Ottanta, quando il porto era completamente gestito dalla malavita. Il protagonista è Francesco Gargiulo (interpretato da Daniele Russo, interprete anche di un'altra regia teatrale di Gassmann, ossia Qualcuno volò sul nido del cuculo), un ex pugile che ora fa lo scaricatore di porto e suo malgrado deve sottostare alle imposizioni del boss locale, Giggino Compare (Ernesto Lama), tanto più che il fratello di Francesco fa parte della banda di quest'ultimo.

Quando Francesco si trova coinvolto nella morte di Beppe, ucciso dalla malavita perché voleva testimoniare a un processo, inizia a poco a poco un percorso di consapevolezza e presa di coscienza, favorito anche dall'incontro con don Bartolomeo (Emanuele Maria Basso) e dall'innamoramento per Erica (Francesca De Nicolais), la sorella di Beppe. Un uomo semplice e ruvido, ma anche mite e di buon cuore come Francesco andrà incontro a una metamorfosi e troverà il coraggio di prendere posizione mettendo a rischio la propria stessa vita.

La storia ricreata in questa ambientazione è resa coinvolgente e realistica, pur nella sua semplicità, da una scenografia molto efficace che, oltre ai video e alle immagini proiettate che mostrano i vicoli di Napoli e le banchine del porto, utilizza delle pareti che si muovono su sé stesse e sulle quali si aprono delle porte, diventando - a seconda dei casi e delle diverse scene - le pareti dei container al porto, l'ingresso o gli interni di case, i muri delle strade della città e così via.

Nel complesso lo spettacolo ha un ritmo molto serrato, è ben recitato e piuttosto coinvolgente, dunque risulta infine molto godibile. Non posso dire che mi abbia totalmente conquistata, sebbene io faccia fatica a capire esattamente perché: forse un po' perché conoscendo le regie di Gassmann mi aspettavo già un certo tipo di messinscena, o perché il mio cinismo non mi ha permesso di riconoscere come realistici e davvero possibili il cambiamento e il riscatto del protagonista. O forse niente di tutto questo, e solo una mia contingente predisposizione poco felice.

Il giudizio resta comunque positivo e lo spettacolo certamente da consigliare.

Voto: 3,5/5

martedì 17 gennaio 2017

Qualcuno volò sul nido del cuculo /regia di Alessandro Gassmann. Teatro Eliseo, 14 gennaio 2017


Devo premettere – e so di suscitare le espressioni scandalizzate di molti – che non ho visto il film di Miloš Forman interpretato da Jack Nicholson. Il che è certamente una grossa mancanza, che non mi permette di fare un confronto con una trasposizione più fedele del testo del romanzo di Ken Kesey pubblicato nel 1962, ma forse allo stesso tempo rappresenta un vantaggio perché mi permette di approcciare l’adattamento teatrale scritto da Maurizio De Giovanni e diretto da Alessandro Gassmann senza preconcetti né immagini mentali già costituite.

Questa trasposizione sposta la storia del protagonista originale, Randle Patrick McMurphy, ambientata nell’ospedale psichiatrico di Salem in California, presso l’ospedale psichiatrico di Aversa nel 1982 e il nome del protagonista diventa Dario Denise (ottimamente interpretato da Daniele Russo), così come conseguentemente tutti gli altri protagonisti vengono riletti in questa ottica.

La storia è appunto quella di Dario, un piccolo delinquente che per sfuggire al carcere si finge pazzo e finisce appunto in un reparto dell’ospedale psichiatrico. Qui a poco a poco si rende conto della disumanità dell’ambiente che lo circonda, sottoposto alle rigide regole di suor Lucia (la capo infermiera interpretata da Elisabetta Valgoi) e incapace - anzi senza alcun desiderio - di comprendere realmente e di riportare alla vita le persone che qui dentro sono rinchiuse in parte volontariamente: il professore che non riesce a convivere con il suo essere gay, il ragazzo schiacciato dal ruolo della madre, il romagnolo ossessionato dal sesso, l’artista folle che disegna in aria, lo schizofrenico e Ramon, un omone sudamericano che è una presenza silenziosa sul palcoscenico, ma ai cui sogni è affidata la tristezza e l’aspirazione all’affrancamento che accomuna tutte queste persone.

In breve tempo, Dario – che è fumantino e giocatore d’azzardo e all’inizio vede nei suoi compagni una possibilità di fare soldi – si lega di amicizia vera a questa persone e inizia una personale battaglia contro la capo infermiera che lo porterà a rinunciare alla sua libertà e a mettere a rischio la sua stessa esistenza.

Il palco è allestito in modo efficace con una scenografia che si articola su due piani: quello della sala comune dell’ospedale psichiatrico con il gabbiotto del personale da una parte e il bagno dall’altra, e il secondo piano dove ci sono solo porte chiuse con ombre di persone che si agitano e si lamentano. Solo in un momento dello spettacolo i nostri protagonisti usciranno all’aperto sul tetto dell’ospedale trovandosi davanti al panorama del golfo di Napoli.

Alessandro Gassmann, che è sempre più spostato sulla regia teatrale ma è certamente uomo di cinema e di televisione, anche in questo caso – come già avevo visto in 7 minuti – utilizza il telo trasparente calato davanti alla scena su cui, quando la scena è buia vengono proiettate immagini che sono sogni o distorsioni della realtà.

Il risultato è uno spettacolo molto coinvolgente in cui si ride e in alcuni momenti si piange, e ci si arrabbia e si fa il tifo esattamente come i nostri protagonisti davanti alla finale dei mondiali di calcio in cui l’Italia sconfigge la Germania.

Durante le oltre 2 ore e mezza di spettacolo non c’è un momento di stanchezza e il ritmo si mantiene alto e serrato. Cosicché quando il telo si solleva finalmente per portarci a contatto diretto con gli attori il pubblico  dell’Eliseo (non numerosissimo) dimostra di aver apprezzato molto e io pure batto le mani convintamente.

A luci spente poi mi rendo conto di aver assistito a uno spettacolo certamente intelligente e coraggioso, che porta l’attenzione su un tema ancora attuale, ossia la condizione di difficoltà pratica e psicologica dei malati di mente e la difficoltà sociale di affrontare queste situazioni, ma all’interno di un testo che mostra i suoi anni, in particolare nel manicheismo con cui i buoni, su tutti Dario, si contrappongono ai cattivi, la capo infermiera, senza che nessuna sfumatura intervenga a stimolare una lettura più complessa e a comprendere il groviglio psicologico che si crea in questo tipo di contesti.

Ma, del resto, capisco che questo è un testo di denuncia e mantiene questa caratteristica anche nella trasposizione di De Giovanni e Gassmann e, in un’opera di denuncia, il messaggio deve essere forte e chiaro e non c’è spazio per sfumature che producano scappatoie.

Dunque, un plauso a regista e adattatore che hanno avuto il coraggio di confrontarsi con un testo cult senza timori reverenziali e conferendo alla rappresentazione una identità al contempo rispettosa dell’originale ma anche assolutamente personale.

Voto: 3/5

lunedì 29 febbraio 2016

7 minuti / Stefano Massini; regia di Alessandro Gassmann. Teatro Argentina, 18 febbraio 2016

Metti un giovedì pomeriggio a teatro. Di corsa fuori dalla biblioteca e scaraventata nella platea del Teatro Argentina a vedere lo spettacolo con la regia di Alessandro Gassmann basato sul testo teatrale omonimo dell'autore Stefano Massini (conosciuto anche per la Lehman Trilogy).

Le mie brevi riflessioni terranno distinte le considerazioni sull'allestimento teatrale da quelli sul testo. Inizierò dall'allestimento: la regia di Alessandro Gassmann è una regia molto cinematografica, com'è chiaro fin da subito nella scelta di utilizzare il telo trasparente calato davanti al palco, che all'occorrenza si trasforma in telo su cui proiettare immagini che si sovrappongono a quanto accade sul palco, oppure si sostituiscono ad esso, e anche per creare effetti di luce particolari. L'uso di questo strumento consente di trasformare il palcoscenico quasi in uno schermo cinematografico e consente curiose forme di montaggio delle scene. Dietro il telo la scenografia riproduce lo spazio con tavolo e armadietti per gli operai di un capannone industriale. In questo scenario si muovono 11 donne, nove operaie e due impiegate, il consiglio di fabbrica chiamato a esprimersi sulla proposta del management dell'azienda di tagliare 7 dei 15 minuti di pausa giornalieri previsti per il personale. Il cast è guidato da Ottavia Piccolo, che interpreta il personaggio di Bianca, la portavoce del consiglio, colei che ha partecipato alla trattativa con i padroni. Intorno donne della più varia provenienza, sociale, geografica e culturale. La Piccolo, brava ma a mio modo di vedere un po' sottotono, è sostenuta da un cast molto efficace e vivace, che crea un affresco abbastanza credibile di una realtà operaia. Anche se va detto che l'impianto registico e le scelte formali - anche molto belle sul piano visivo (talvolta sembra di vedere sul palco veri e propri quadri di Caravaggio in chiave moderna) - a volte ci restituiscono l'immaginario visivo di certe serie TV, come Orange is the new black.

Per quanto riguarda il testo, non vi aspettate contenuti sconvolgenti; l'idea è molto semplice: nel momento in cui si trovano a dover votare per accettare o meno la proposta del management, queste undici donne sono messe di fronte alle contraddizioni della contemporaneità, rispetto alle quali non c'è una posizione giusta o pienamente difendibile. Il testo di Massini è volutamente semplice, quasi didascalico, ma dentro ci sono molte cose importanti: il tema della rappresentanza, il ruolo del sindacato in un mondo globalizzato, il conflitto culturale e generazionale, la dignità del lavoro, il senso della lotta di classe. Alla fine dello spettacolo molte domande resteranno senza risposta e nessuna posizione sarà oggetto di giudizio, però sarà anche chiaro da che parte sta l'Autore. Una posizione forse ormai obsoleta e perdente, ma che è l'unica che attinge ai valori più alti dell'umanità e non solo alla necessità di sopravvivenza. Ed è chiaro che il giudizio negativo non riguarda la scelta spesso necessitata delle operaie, bensì la disumanità e l'iniquità di un sistema che ormai non ha alcun tipo di ostacolo rispetto al dispiegamento delle sue perverse conseguenze.

Voto: 3,5/5

lunedì 9 febbraio 2015

Il nome del figlio


Sono andata a vedere il film con grande entusiasmo, perché il trailer mi aveva incuriosita e perché molte persone me ne avevano parlato bene, se non – in alcuni casi – con toni entusiastici.

Tra l’altro avevo visto da non molto un altro film italiano, I nostri ragazzi, con quasi lo stesso gruppo di attori in una composizione e caratterizzazione molto simile: Luigi Lo Cascio e Valeria Golino, nelle vesti di marito e moglie (intellettuale lui e piuttosto sottomessa lei), Alessandro Gassmann (che lì era il fratello del personaggio di Lo Cascio, mentre qui della Golino), nei panni del belloccio che ha fatto carriera e soldi e ha sposato una donna per la sua bellezza (lì Barbora Bobulova, qui Micaela Ramazzotti).

In realtà il registro narrativo è completamente diverso; qui siamo nel territorio della commedia, ovviamente quella sofisticata e intellettuale, come si conviene alla Archibugi e al testo teatrale francese a cui il film è ispirato e da cui è stato tratto anche un film francese di qualche anno fa, Cena tra amici, che però non ho visto.

La versione della Archibugi è un film italianissimo da ogni punto di vista: dell’ambientazione (fortemente romana e particolarmente concentrata in quella zona di frontiera che è il Mandrione e l’inizio della Casilina dove la periferia si fa radical chic nelle strade del Pigneto), dei personaggi e del loro background culturale e politico.

Ne viene fuori un affresco gradevole e divertente che cinematograficamente collocherei idealmente a metà strada tra le Due partite della Comencini e il Carnage della Reza. E in qualche modo soffre degli stessi limiti di questi, dal momento che nel creare le condizioni per smascherare ipocrisie e stereotipi si fa esso stesso per certi versi prevedibile.

La storia è presto detta. Metti una sera a cena i due fratelli Paolo (Alessandro Gassmann) e Betta (Valeria Golino) Pontecorvo. Il primo, un agente immobiliare di successo e pieno di soldi, è sposato con Simona (Micaela Ramazzotti), una giovane e bella ragazza di periferia che ha appena scritto (o si è fatta scrivere?) un libro di grande successo anche se di scarso spessore, Le notti di F., e che aspetta un figlio. Betta è invece un’insegnante un po' frustrata, sposata con Sandro (Luigi Lo Cascio), un professore universitario di letteratura ossessionato dalla comunicazione via Twitter. Con loro l’amico di sempre, Claudio (Rocco Papaleo). Dall’innocente scherzo di Paolo in merito al nome del futuro figlio che già si sa essere maschio prende l’avvio una girandola di rivelazioni, conflitti verbali, ricordi, confronti che costringeranno Paolo, Betta, Sandro e Claudio (amici da una vita) a fare i conti con il passato e soprattutto con le figure – quasi mitiche – dei genitori di Paolo e Betta, il padre Emanuele (ebreo scampato all'eccidio nazista), morto ormai da molti anni, e la madre Lucia che vive ancora nella villa di famiglia nel livornese dove si collocano molti dei loro ricordi di gioventù.

Il film è una specie di tentativo di raccontare i cinquantenni di oggi, quelli che hanno ripudiato le premesse ideologiche della loro giovinezza e quelli che ne sono rimasti ingabbiati, tutti alla fine vittime degli schemi semplificati che in qualche modo ciascuno di loro si è costruito, e rispetto ai quali svetta la figura semplice ma in qualche modo senza mediazioni di Simona, che – nell’assenza di qualunque pretesa intellettuale – si propone esattamente per quella che è e mette a nudo lo snobismo altrui.

Man mano che guardavo il film – che pure mi ha molto divertito e di cui ho apprezzato particolarmente alcuni passaggi di una sceneggiatura decisamente brillante e che mi rimarrà a lungo nella memoria – avvertivo però la sensazione di qualcosa di familiare e al contempo di fastidioso, che ha cominciato a prendere forma quando in una delle scene del film si intravede per un attimo la copertina del libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti. Ed ecco che scopro che è proprio il famigerato Piccolo l’autore di questa sceneggiatura, ancora una volta bravissimo e capace di arrivare diretto al lettore e allo spettatore (a seconda dei casi), ma a sua volta vittima egli stesso dei suoi schemi, nella ripetizione di una tesi che vorrebbe apparire rinnovata nel tentativo di mettere a nudo le contraddizioni insite in chi si è nutrito delle ideologie di sinistra e si è beato della sua condizione di superiorità intellettuale e invece – in un doppio salto carpiato che sa di controrivoluzionario – esita in uno snobismo peggiore di quello che vuole discutere e in qualche modo irridere.

Il risultato – tra diverse risate e anche qualche momento di tensione e di commozione – non si può dire del tutto riuscito, perché non affonda il coltello e forse si fa esso stesso cliché, anche in alcune scelte registiche un po’ troppo compiaciute e nella prova degli attori, bravissimi, ma quasi crocifissi in ruoli che si ripetono ormai un po' troppo stancamente.

Voto: 3,5/5

lunedì 15 settembre 2014

I nostri ragazzi

Il film mi è piaciuto; e il finale è un colpo di genio (e non posso dire altro). È bene che io lo premetta perché non si pensi il contrario.

L’adattamento della sceneggiatura, ispirata al romanzo dello scrittore olandese Herman Koch, La cena, funziona adeguatamente. La regia di Ivano De Matteo è raffinata ed efficace. Roma fa da perfetta scenografia a questa storia. Gli attori assecondano complessivamente bene le ondulazioni emotive del racconto.

Eppure in tutti questi aspetti c’è anche qualcosa di poco convincente.
Nella sceneggiatura appare un po’ debole la parte che riguarda i personaggi dei ragazzi, tutto sommato un po’ superficiale e un po’ troppo schiava della vulgata, così come sullo schermo appare in qualche modo poco fluida e dunque poco comprensibile l’evoluzione del personaggio di Paolo (Luigi Lo Cascio), di cui si comprende il tormento interiore senza poterlo realmente leggere.

La regia risulta un po’ troppo innamorata di se stessa nei piani sequenza, in alcune inquadrature un po’ troppo insistite e nelle messe a fuoco lentissime, quasi interminabili.

Roma è vera e in qualche modo finta al contempo, quasi da risultare parzialmente estranea a chi come me ci vive tutti i giorni.

Del gruppo di attori, selezionato tra i migliori della loro generazione (Alessandro Gassmann e Barbora Bobulova, Luigi Lo Cascio e Giovanna Mezzogiorno), questi ultimi non riescono a togliere quella sensazione di un po’ forzato che probabilmente nasce da qualche sbavatura nella sceneggiatura.

Tutto ciò detto, il tentativo di indagare le trame oscure di quella specie di doppia morale che i genitori applicano agli estranei e ai loro figli è interessante e piuttosto inquietante, e si trascina dietro tutta una serie di altri interrogativi che in qualche modo chiamano in causa ognuno di noi: la superficialità con cui siamo pronti a emettere giudizi su vicende che non conosciamo, la difficoltà di scegliere da che parte stare, le interferenze emotive che condizionano le nostre scelte.

Si esce dal cinema piuttosto turbati e un po’ disorientati.

Nota di colore: curioso arrivare al cinema e vedere sedersi alla fila davanti Margherita Buy, abituati a vederla dall’altro lato dello schermo!

Voto: 3/5

martedì 19 aprile 2011

Roman e il suo cucciolo

Tratto da una pièce teatrale di Reinaldo Podov dal titolo Cuba and his teddy bear (portato in scena in America con protagonisti Robert De Niro e Ralph Macchio nei due ruoli principali), Roman e il suo cucciolo ne è la rilettura per il pubblico italiano ad opera di Edoardo Erba, per la regia di Alessandro Gassmann che ne è anche il protagonista.

E così, se l'originale si svolgeva negli Stati Uniti nell'ambiente dei latinos, la versione italiana sceglie come luogo una periferia romana e come protagonista Roman, un rumeno arrivato da bambino in Italia insieme a sua madre in fuga dal regime di Ceausescu. Un emarginato rozzo e semi-ignorante, che parla un italiano-romanesco a tratti incomprensibile e vive di spaccio di droga, un nevrotico aggressivo che ha un'energia incontenibile che scarica sul piccolo mondo che lo circonda. Innanzitutto il suo cucciolo (Giovanni Anzaldo), suo figlio Toni diciassettenne nato in Italia, un ragazzo sensibile per il quale egli vorrebbe un futuro all'università e lontano dalla droga, poi il suo migliore amico Geko (un altro spacciatore che ha conosciuto in galera, interpretato dal bravo Manrico Giammarota, vero protagonista della sottotrama umoristica del dramma), l'amico rumeno Dragas (Matteo Taranto) che controlla un giro di prostituzione e fa prostituire anche la sua fidanzata rumena (Natalia Lungu).

Sullo sfondo una metropoli anonima e grigia, in cui si distinguono solo i fari quasi ininterrotti delle macchine. Nella casa in cui si svolge l'intero dramma un televisore quasi sempre acceso, una madonna nera, il divano della nonna ancora con la plastica, la stanzetta dove cucciolo si rifugia a scrivere e a giocare a fare l'intellettuale, dove prova a mettere una distanza tra sé e il mondo in cui vive e da cui non riesce ad affrancarsi. Un mondo sordido, squallido, ma al contempo non privo di tenerezza e affetto. Un mondo che rispecchia una cultura cui sente di non appartenere, senza per questo riuscire a sentirsi pienamente parte del mondo in cui è nato ed è cresciuto.
Straniero senza esserlo. Straziato e fatalmente attirato dall'eroina.

Di tanto in tanto di questi personaggi vediamo anche i ricordi, i pensieri, i sogni tradotti in immagini e proiettati sul grande telo semitrasparente calato davanti alla scena. A volte su quel telo vengono amplificati e reinterpretati momenti di grande tensione della storia.
La musica pure gioca un ruolo centrale, nel sottolineare appartenenze culturali differenti e commentare passaggi cruciali (per finire con una canzone di Neffa).

Su tutto spicca questo rapporto irrisolto tra padre e figlio. Da una parte un omone, pieno di forza e di carisma, ma fin troppo semplice ed elementare nella sua emotività, quasi infantile nelle sue reazioni. Fragile e ingenuo da molti punti di vista. Dall'altro un figlio intelligente e sensibile. Venuto su bene, capace di passare indenne in mezzo alle brutture e al degrado, di stare in bilico su quel filo sottile tra identità e integrazione. In realtà fragilissimo e impaurito da una figura paterna in fondo sovrabbondante.

Ne viene fuori un ritratto iperrealistico, che riesce a non scadere nel macchiettistico, negli ideologismi e negli stereotipi. Che fa paura e tenerezza. Esattamente come Roman.

Assistiamo ad una rappresentazione teatrale che gioca certamente con il linguaggio cinematografico, non solo per la presenza di piccole sequenze proiettate, ma soprattutto per il linguaggio, il ritmo, la recitazione, la storia. A qualcuno - amante di un teatro più classico e tradizionale - potrà non piacere.

A me è arrivato. Dritto al cuore. Commuovendomi, facendomi ridere e sorridere, tenendomi incollata alla sedia senza un minuto di noia per circa due ore e mezza.

Alessandro Gassmann è una forza della natura e il cast gli sta dietro alla grande.
Bello vederlo ringraziare il pubblico e soprattutto il fatto di aver potuto recitare questo spettacolo al Quirino, il teatro che porta il nome di suo padre.

Chissà, forse Alessandro si è sentito anche lui un po' cucciolo al cospetto di cotanto padre quando aveva diciassette anni!

Voto: 4,5/5