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giovedì 15 ottobre 2026

Serpenti

Paolo Marra (un bravissimo Leonardo Lidi) ha ucciso sua moglie, non si sa bene perché. Dopo tre giorni dall’omicidio, i sensi di colpa lo assalgono e decide di andare a costituirsi.

Qui inizia la sua surreale avventura che lo porta a incontrare una serie di persone che reagiscono alla sua confessione in maniera inaspettata, sorprendente e folle.

Il primo è il piantone della portineria della questura (Daniele Parisi) che, senza scomporsi minimamente per la confessione dell'uomo, lo avvia a una procedura amministrativa che appare incongrua fin dal principio.

Successivamente Marra viene preso in consegna da un poliziotto (Alessandro Borghi) che sembra più interessato a risolvere il mal di testa che lo attanaglia che non a gestire il caso dell'assassinio, in una esilarante escalation che culmina nella classificazione delle chiavi di casa dell'omicida.

Il terzo uomo con cui Marra si interfaccia è il giovane avvocato consigliato dal poliziotto (un Pietro Castellitto particolarmente in forma), molto gentile e accogliente, al punto da voler convincere l'omicida a liberarsi dei sensi di colpa e a proclamarsi innocente.

Infine, Marra incontra - nella sala di attesa dove viene accompagnato prima di incontrare il commissario - una donna (Valeria Golino) la quale lo convince prima a farsi leggere le carte e poi ad allontanarsi dal commissariato alla ricerca del suo coetaneo che ai tempi della scuola lo aveva bullizzato.

Insieme al regista Roberto De Paolis Maino, dietro questa storia, a livello di soggetto e di sceneggiatura ci sono i fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, che confermano il loro talento di sceneggiatori, probabilmente superiore a quello di registi.

Restando nel loro territorio privilegiato, quello della black comedy, i D'Innocenzo usano il tono del grottesco per mettere in scena quei mali del nostro paese che, come da citazione attribuita a Flaiano in esergo, sono l'espressione di quanto la situazione politica italiana sia grave, ma non seria.

Sì, perché nel film di De Paolis Maino si ride a più riprese, a volte di gusto, ma lo si fa nella consapevolezza dell'assurdità e dell'orrore che accade davanti ai nostri occhi. Se ci si pensa, ciascuno dei personaggi che Paolo Marra incontra incarna uno dei mali del nostro tempo e della nostra società, che forse sono in fondo universali e senza tempo: il piantone è l'emblema del peggior tipo di impiegato statale, indifferente e burocratizzato, il poliziotto è egocentrico e un po' stupido, l'avvocato è l'assenza totale di qualunque principio morale e di qualunque scrupolo, la donna delle carte è una manipolatrice, probabilmente in cattiva fede.

Al centro un uomo che ha fatto un'azione orribile e che parte sapendo di essere totalmente colpevole e non giustificabile, ma che dopo questi incontri si riscopre nuovamente carnefice e non consapevole delle proprie azioni.

Il tutto in un'atmosfera sospesa, surreale, in cui anche i luoghi sono l'amplificazione di questo senso di straniamento, come fossero i labirinti di una mente sempre più sconvolta e meno lucida.

Un'operazione cinematografica decisamente interessante ed originale che, nel panorama di un cinema italiano che tende a essere stereotipato e un po' stantio, risulta decisamente eccentrica e interessante, nonostante qualche virtuosismo registico forse un po' troppo insistito.

Voto: 3,5/5


mercoledì 10 settembre 2025

Elisa

Ed eccomi alla ripartenza della stagione cinematografica dopo la pausa estiva. Ammetto che avevo qualche perplessità nell’andare a vedere questo film, ma l’esperienza positiva con i film precedenti di Leonardo Di Costanzo, L’intervallo prima e Ariaferma poi, mi convincono a provarci.

Alla fine Elisa non mi è piaciuto, e aggiungo purtroppo, perché mi dispiace sempre quando autori e registri che apprezzo fanno, secondo me, dei passi falsi.

Andiamo per ordine. Il film, ispirato a una storia vera, racconta la vicenda di Elisa Zanetti (Barbara Ronchi) che, dopo aver ucciso sua sorella, è detenuta in un carcere svizzero molto moderno, in cui le detenute si possono muovere liberamente nell’ampia area di pertinenza del carcere, vivono in piccole abitazioni e non in cella, lavorano nei servizi offerti dal carcere e condividono degli spazi comuni.

La vicenda prende le mosse dal momento in cui in questa struttura arriva un professore di criminologia (Roschdy Zem) che, nell’università interna al carcere, tiene una lezione sulla necessità di capire il meccanismo che muove i colpevoli e annuncia la possibilità per chi è detenuto di partecipare a una sua ricerca andando a degli incontri con lui.

Elisa, che sembra essere vittima di un’amnesia su quello che ha commesso, decide di partecipare a questi incontri, e a poco a poco, nel confronto con il professore, tutta la verità della sua storia viene a galla, mettendo la donna di fronte all’orrore che si porta dentro.

Il film di Di Costanzo, anche grazie al confronto con alcuni personaggi secondari, ma importanti, come quello interpretato da Valeria Golino, vuole indagare sul tema della colpa, concentrandosi sul punto di vista dei carnefici, ma anche sollevando la questione delle vittime, che in quanto tali non hanno voce, se non indirettamente. In un certo senso, il regista rimane sui temi a lui cari, ma ampliando il punto di vista e affrontando aspetti di ulteriore e maggiore complessità.

Sicuramente il film è ambizioso sul piano dei contenuti e della fattura – con quest’ambientazione svizzera, forse necessaria a fini di produzione, che fa sì che il film sia recitato in parte in francese (e in alcuni punti mi pare ridoppiato in italiano) – ma secondo me finisce per risultare un po' pretenzioso e non riesce davvero a stimolare riflessioni nuove sui temi che affronta. Personalmente ho trovato poco convincenti anche gli attori, eppure Barbara Ronchi e Roschdy Zem sono attori che ho apprezzato in diversi altri film.

Per me un vero peccato, anche se guardando altre recensioni mi rendo conto di essere decisamente in minoranza.

Voto: 2,5/5


mercoledì 9 marzo 2022

Il filo invisibile

Nel 2012 Marco Simon Puccioni aveva iniziato un progetto cinematografico dedicato alle famiglie arcobaleno, e dopo un primo documentario, Prima di tutto, in cui lo sguardo era rivolto non solo alla propria famiglia ma anche alle esperienze di molte altre famiglie formate da coppie dello stesso sesso con figli, nel secondo, Tuttinsieme, aveva scelto una strada molto più personale, raccontando la storia della nascita e dei primi anni di vita dei figli, Denis e David, nati grazie alla gestazione per altri (GPA) di una donna americana.

Non so se questo nuovo film, Il filo invisibile, si possa considerare il terzo capitolo di questo progetto. Certo è che il tema resta lo stesso, solo che il regista sceglie di spostarsi dal piano del documentario a quello della fiction, e per l’esattezza sceglie il linguaggio della commedia.

Simone (Francesco Scianna) e Paolo (Filippo Timi) sono sposati ormai da parecchi anni, e hanno un figlio di 16 anni, Leone (Francesco Gheghi), nato da una donna americana con una GPA. Leone sta realizzando un documentario sulla propria famiglia e su tutte le battaglie che ha dovuto combattere nel corso del tempo.

Mentre Leone si innamora di Giulia e vive i primi turbamenti dell’amore e le difficoltà dell’adolescenza, la sua famiglia subisce un vero e proprio terremoto nel momento in cui Paolo scopre che Simone lo tradisce da due anni con un altro uomo.

Tra gag tipiche di questo meccanismo narrativo, ma virate in chiave “famiglia arcobaleno”, il film scivola via divertente e intelligente, mentre fa emergere e rovescia i classici stereotipi sull’omosessualità e le coppie omosessuali, oltre a dimostrare con i fatti che questa famiglia, da molti considerata diversa, è in realtà una famiglia con le stesse dinamiche e problematiche di tutte le altre, e a cui in qualche modo si applicano le stesse regole e gli stessi parametri.

La sceneggiatura è brillante, gli attori particolarmente credibili nei loro ruoli e capaci di mantenersi mirabilmente in bilico tra il registro comico e quello drammatico, perché in un rapporto di coppia che finisce e in un ragazzo che diventa adulto c’è sempre qualcosa di doloroso e di drammatico che, attraverso una transizione, porta alfine a un nuovo equilibrio.

Nel film sono molti i temi spinosi che vengono affrontati con naturalezza ed equilibrio, e Marco Simon Puccioni dimostra da questo punto di vista una grande sensibilità e misura. Forse non sarà il film migliore della sua vita, ma a me pare che raggiunga il suo obiettivo con efficacia e maestria.

Il valore aggiunto è la possibilità per me di vedere il film al cinema Troisi alla presenza del regista, degli attori e della produttrice Valeria Golino, e di partecipare al dibattito che ne segue.

Voto: 3,5/5


martedì 13 ottobre 2015

Per amor vostro

Il film di Giuseppe M. Gaudino è un'esperienza cinematografica decisamente originale.

Se infatti sul piano narrativo apparentemente non ci sono elementi di particolare dirompenza, sul piano della confezione cinematografica l'effetto sorpresa è assicurato.

Anna (una splendida Valeria Golino) è sposata con Gigi (Massimiliano Gallo), un uomo violento e insensibile, coinvolto in affari loschi, e ha tre figli, di cui uno sordomuto. Anna è la responsabile del gobbo per una produzione televisiva, dove è molto apprezzata per la qualità del suo lavoro. Qui subisce il fascino dell'attore Michele Migliaccio (Adriano Giannini) che le fa intravedere la possibilità di una vita diversa e di una felicità che le sfugge ormai da tempo.

Ma Anna è anche una "capasciacqua", una specie di Alice nel paese delle meraviglie, che guarda al mondo con curiosità e terrore, con altruismo e scarso senso della realtà, al punto da perdere la cognizione della verità e lasciarsi vivere, accettando le regole di una vita che non è stata certamente generosa nei suoi confronti.

La musica - onnipresente - ci introduce la storia di questa donna attraverso un canto popolare che ricorda gli antichi cantastorie, e poi ne accompagna ogni emozione passando dal Quartetto Cetra a Handel e soprattutto alla musica napoletana tradizionale rivisitata in chiave moderna.

Il regista ci conduce negli occhi e nella mente di questa donna, facendoci vivere i suoi ricordi di un'infanzia infelice e spavalda, nonché i suoi incubi, quelli ad occhi aperti e quelli notturni. Così, a fronte di un film tutto in bianco e nero come ormai è la vita di Anna, divisa tra momenti di felicità quasi ingenua e momenti drammatici, si aprono squarci di colore quando la protagonista si confronta con i propri incubi, il mare di Napoli coperto da nuvoloni neri, mostri e strani personaggi che le si affollano nella mente, frammenti di ricordi e situazioni fantastiche che le tormentano i sogni. E così d'improvviso Anna si trasforma in un santino, una madonna napoletana dai colori sgargianti.

Il risultato è un film che trasuda napoletanità da tutti i pori: nelle sonorità, nella drammatizzazione, nelle contraddizioni, in quel mix unico di leggerezza e di pesantezza che è proprio della cultura napoletana, nell'immaginario "barocco" che la caratterizza. Come ha detto qualcuno, forse la stessa Anna incarna questa città generosa, cui tutti si aggrappano, tutti chiedono, senza mai dare nulla in cambio, questa città che è allegra con poco, ma è percorsa da incubi orribili, questa città che minimizza i propri problemi ma in questo modo svende la propria anima.

Voto: 3/5

lunedì 9 febbraio 2015

Il nome del figlio


Sono andata a vedere il film con grande entusiasmo, perché il trailer mi aveva incuriosita e perché molte persone me ne avevano parlato bene, se non – in alcuni casi – con toni entusiastici.

Tra l’altro avevo visto da non molto un altro film italiano, I nostri ragazzi, con quasi lo stesso gruppo di attori in una composizione e caratterizzazione molto simile: Luigi Lo Cascio e Valeria Golino, nelle vesti di marito e moglie (intellettuale lui e piuttosto sottomessa lei), Alessandro Gassmann (che lì era il fratello del personaggio di Lo Cascio, mentre qui della Golino), nei panni del belloccio che ha fatto carriera e soldi e ha sposato una donna per la sua bellezza (lì Barbora Bobulova, qui Micaela Ramazzotti).

In realtà il registro narrativo è completamente diverso; qui siamo nel territorio della commedia, ovviamente quella sofisticata e intellettuale, come si conviene alla Archibugi e al testo teatrale francese a cui il film è ispirato e da cui è stato tratto anche un film francese di qualche anno fa, Cena tra amici, che però non ho visto.

La versione della Archibugi è un film italianissimo da ogni punto di vista: dell’ambientazione (fortemente romana e particolarmente concentrata in quella zona di frontiera che è il Mandrione e l’inizio della Casilina dove la periferia si fa radical chic nelle strade del Pigneto), dei personaggi e del loro background culturale e politico.

Ne viene fuori un affresco gradevole e divertente che cinematograficamente collocherei idealmente a metà strada tra le Due partite della Comencini e il Carnage della Reza. E in qualche modo soffre degli stessi limiti di questi, dal momento che nel creare le condizioni per smascherare ipocrisie e stereotipi si fa esso stesso per certi versi prevedibile.

La storia è presto detta. Metti una sera a cena i due fratelli Paolo (Alessandro Gassmann) e Betta (Valeria Golino) Pontecorvo. Il primo, un agente immobiliare di successo e pieno di soldi, è sposato con Simona (Micaela Ramazzotti), una giovane e bella ragazza di periferia che ha appena scritto (o si è fatta scrivere?) un libro di grande successo anche se di scarso spessore, Le notti di F., e che aspetta un figlio. Betta è invece un’insegnante un po' frustrata, sposata con Sandro (Luigi Lo Cascio), un professore universitario di letteratura ossessionato dalla comunicazione via Twitter. Con loro l’amico di sempre, Claudio (Rocco Papaleo). Dall’innocente scherzo di Paolo in merito al nome del futuro figlio che già si sa essere maschio prende l’avvio una girandola di rivelazioni, conflitti verbali, ricordi, confronti che costringeranno Paolo, Betta, Sandro e Claudio (amici da una vita) a fare i conti con il passato e soprattutto con le figure – quasi mitiche – dei genitori di Paolo e Betta, il padre Emanuele (ebreo scampato all'eccidio nazista), morto ormai da molti anni, e la madre Lucia che vive ancora nella villa di famiglia nel livornese dove si collocano molti dei loro ricordi di gioventù.

Il film è una specie di tentativo di raccontare i cinquantenni di oggi, quelli che hanno ripudiato le premesse ideologiche della loro giovinezza e quelli che ne sono rimasti ingabbiati, tutti alla fine vittime degli schemi semplificati che in qualche modo ciascuno di loro si è costruito, e rispetto ai quali svetta la figura semplice ma in qualche modo senza mediazioni di Simona, che – nell’assenza di qualunque pretesa intellettuale – si propone esattamente per quella che è e mette a nudo lo snobismo altrui.

Man mano che guardavo il film – che pure mi ha molto divertito e di cui ho apprezzato particolarmente alcuni passaggi di una sceneggiatura decisamente brillante e che mi rimarrà a lungo nella memoria – avvertivo però la sensazione di qualcosa di familiare e al contempo di fastidioso, che ha cominciato a prendere forma quando in una delle scene del film si intravede per un attimo la copertina del libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti. Ed ecco che scopro che è proprio il famigerato Piccolo l’autore di questa sceneggiatura, ancora una volta bravissimo e capace di arrivare diretto al lettore e allo spettatore (a seconda dei casi), ma a sua volta vittima egli stesso dei suoi schemi, nella ripetizione di una tesi che vorrebbe apparire rinnovata nel tentativo di mettere a nudo le contraddizioni insite in chi si è nutrito delle ideologie di sinistra e si è beato della sua condizione di superiorità intellettuale e invece – in un doppio salto carpiato che sa di controrivoluzionario – esita in uno snobismo peggiore di quello che vuole discutere e in qualche modo irridere.

Il risultato – tra diverse risate e anche qualche momento di tensione e di commozione – non si può dire del tutto riuscito, perché non affonda il coltello e forse si fa esso stesso cliché, anche in alcune scelte registiche un po’ troppo compiaciute e nella prova degli attori, bravissimi, ma quasi crocifissi in ruoli che si ripetono ormai un po' troppo stancamente.

Voto: 3,5/5

lunedì 7 novembre 2011

La kryptonite nella borsa

Quello di Ivan Cotroneo non è certamente un nome nuovo. Personalmente lo associo al romanzo Cronaca di un disamore che avevo letto un po’ di anni fa a seguito della fine di una storia e che avevo trovato bello, anche se un pochino deprimente, ma anche alle numerose sceneggiature firmate per importanti film di importanti registi italiani, non ultima quella di Mine vaganti di Ferzan Ozpetek.

Con La kryptonite nella borsa Cotroneo fa il salto dalla storia scritta a quella raccontata per immagini e si cimenta – con ottimi risultati – dietro la macchina da presa, sostenuto da una sceneggiatura scritta da lui stesso e da un gruppo di lavoro di grande qualità e mestiere: dal cast formato da attori quali Luca Zingaretti, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Cristiana Capotondi e Libero De Rienzo, a un direttore della fotografia del calibro di Luca Bigazzi (che ha dato poco firmato anche il film di Sorrentino) a una colonna sonora sempre accattivante come è quella degli anni ’70.

Non so se ci sia qualcosa di autobiografico nella storia raccontata in questo film, certo è che Cotroneo è nato negli anni ’60 a Napoli, esattamente come Peppino, il protagonista del film (magnificamente interpretato da Luigi Catani), e dunque conosce molto bene il contesto che racconta. Non è nuova per Cotroneo neppure l’idea di raccontare la storia di un personaggio che - a suo modo - è diverso dal contesto che lo circonda e che dovrà trovare la forza e la consapevolezza di sé per andare per la sua strada.

In questo caso si tratta di Peppino, nato nel 1964 a Napoli in una famiglia che non si fa fatica a definire disfunzionale. Della vita di Peppino ci viene raccontato il 1973, anno in cui lui, capellone, grossi occhiali da miope, preso in giro dai suoi compagni di classe, si trova a fare i conti con un momento familiare difficile. Sua madre Rosaria (una dolente Valeria Golino) scopre che suo marito (uno straordinario Luca Zingaretti) la tradisce con la figlia della tabaccaia nella Seicento familiare che usa per andare a lavorare nel negozio di macchine da cucire, e cade in depressione, trascorrendo intere giornate a letto. Gli equilibri familiari già piuttosto precari vengono ulteriormente messi in discussione.
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E così Peppino trascorre di volta in volta le sue giornate con suo padre che un po’ goffamente tenta di svolgere un ruolo rispetto al quale non si sente del tutto all’altezza, con i suoi nonni, un po’ duri e autoritari e, soprattutto, molto presenti in questa famiglia allargata, con i suoi due zii “scapoli” (Titina, interpretata da Cristiana Capotondi, e Salvatore, molto ben rappresentato da Libero De Rienzo) che trascorrono le giornate tra discoteche, collettivi femministi, musica, festivi dalle fantasie e dai colori optical, esperienze sessuali e acidi, e infine con Assunta (la collega di lavoro di Rosaria, interpretata da Monica Nappo) che viene da una famiglia poverissima e che è ossessionata dalla ricerca di un fidanzato.

Su tutto volteggia (e il termine non è casuale) il cugino Gennaro (Vincenzo Nemolato), un ragazzo ritardato che va in giro vestito – ma con i colori un po’ slavati - da Superman (ed è convinto che il suo punto debole - come per il supereroe - sia la kryptonite). Gennaro/Superman muore sotto un autobus, ma Peppino lo adotta come guida spirituale nei suoi sogni ad occhi aperti e con lui prenderà il volo dalla sua infanzia.

Definirei quella di Cotroneo una “commedia malinconica”, in cui si ride e si sorride, ma in fondo al cuore resta una certa qual tristezza mista a nostalgia. La nostalgia di un mondo passato, riletto in maniera creativa più che documentaristica, un mondo in fondo più essenziale di quello di oggi, con codici più facilmente leggibili; la tristezza di constatare che alcune dinamiche umane sono senza tempo e di condividere la sensazione di spaesamento di Peppino in questo mondo di adulti incerti, insoddisfatti, infantili a loro volta.

Cotroneo dimostra di essere bravo a tenere insieme tutti i pezzi di questa storia composita mantenendo un apprezzabile senso della misura, salvo nella invadente voce fuoricampo iniziale (che – come dice Mereghetti – per fortuna, ma anche incongruamente scompare dopo i primi minuti). Va detto però che la parte più riuscita del film è forse proprio quella eccessiva e un po’ sopra le righe, rappresentata dal mondo degli zii Titina e Salvatore, mentre lì dove la rappresentazione si fa più contenuta e – per quanto possibile – più realistica risulta insoddisfacente perché ci si aspetterebbe una maggiore profondità di analisi e, invece, anche su questo fronte si rimane in qualche modo sulla superficie.

In due parole, un debutto dietro la macchina da presa gradevole e cinematograficamente corretto quello di Cotroneo. Non un capolavoro, ma questo dovrebbe lasciargli aperte più possibilità per le sue prossime prove.

E poi il fidanzato di Assunta mi ricordava troppo mio padre nelle fotografie da giovane!

Voto: 3/5

lunedì 11 gennaio 2010

L'uomo nero

Per me, pugliese in esilio volontario, vedere un film di Sergio Rubini è sempre un'emozione.
Mi era successo già - e forse ancora di più - con La terra; la conferma arriva ora da L'uomo nero.

Non v'è dubbio sul fatto che Rubini, ormai più che cinquantenne e da una vita ormai lontano dalla sua terra d'origine, la Puglia, stia vivendo una fase di rivisitazione e riappropriazione delle proprie radici, quelle radici forse a lungo disconosciute e ad un certo punto ritornate prepotentemente alla ribalta del proprio vissuto e del proprio percorso emotivo.
Due cose in particolare mi piace sottolineare: da un lato, il fatto che l'alter ego di Rubini in questi film (qui Fabrizio Gifuni, ne La terra Fabrizio Bentivoglio) vengano sempre rappresentati come persone che hanno fatto fortunate carriere e con un grande successo personale, ma tendenzialmente scialbe, incolore, prive di un'identità vera, che solo la conciliazione con la propria terra fa rivivere. Dall'altro lato, è assolutamente interessante lo sguardo di questi esuli, che certamente colgono della propria realtà originaria molte sfumature che chi ci ha sempre vissuto non è in grado di vedere, ma, nel processo di elaborazione e filtro operato dalla memoria, in qualche maniera fissano la realtà a un momento passato e così continuano a vederla, perdendo in parte la capacità di coglierne l'evoluzione.

Capisco, dunque, anche perché chi va a vedere i film di Rubini senza avere alle spalle un vissuto emotivo in qualche misura comparabile può apprezzare l'invenzione narrativa e la bravura degli interpreti, ma tutto sommato non riesce a coglierne messaggi realmente generalizzabili. E così sicuramente il piccolo Guido Giaquinto è bravo e fa tenerezza, Rubini, Scamarcio e la Golino tengono molto bene la scena ed evitano ai loro personaggi il macchiettismo, però solo a chi questo percorso lo ha vissuto sulla propria pelle il film permette di vivere un'avventura emotiva forte.

Non possiamo non provare una stretta al cuore quando lo zio Pinuccio dice al piccolo Gabriele: "Le cose a volte non sono come sembrano", perché bisogna avere la pazienza di aspettare che disvelino la loro vera natura.
E forse anche questa nostra insensata vita che ci allontana per riavvicinarci, che prima ci fa inseguire la nostra identità lontano dai luoghi e dalle persone della nostra infanzia, perché solo la distanza ci fa capire ciò che ci differenzia, alla fine ci fa ritornare lì dove tutto è cominciato, perché solo lì capiamo ciò che inesorabilmente ci appartiene e ci dà continuità.

Voto: 4/5

domenica 8 marzo 2009

Giulia non esce la sera

Nel nuovo film di Giuseppe Piccioni tornano alcune delle soluzioni cinematografiche care al regista e già presenti – in forme diverse – nei suoi film precedenti, in particolare Luce dei miei occhi e La vita che vorrei: gli inserti onirici, la storia nella storia, le vite parallele.
Anche la sensazione che si prova all’uscita dalla sala è molto simile: un gelo interiore, un non risolto, una compressione dei sentimenti.
Guido (Valerio Mastandrea) è uno scrittore che non sa perché scrive, un uomo senza qualità, un cuore in inverno come molti dei personaggi maschili di Piccioni.
Giulia (Valeria Golino) è una donna fragile, infantile, incapace di gestire i sentimenti.
I due si incontrano, ma… quest’incontro non cambia le loro vite, forse semplicemente ne accelera l’inevitabile percorso.
Intorno un mondo di adulti e di bambini e adolescenti spettatori e protagonisti di vite e di storie finite in una via senza uscita.
Bello il dialogo tra Guido e sua figlia, durante il quale Sonia chiede al padre se quello che le ha detto il suo fidanzatino Filippo in merito al suo libro è vero: cioè che diventare adulti significa perdere l’energia propulsiva, rovinare tutto, praticamente andare a male.
Ma nell'universo di Piccioni ci sono bambini e adolescenti i cui orizzonti sono già chiusi, che sono più adulti degli adulti, e ci sono adulti che non hanno mai superato la loro adolescenza e che proprio per questo sono dei disadattati e degli sconfitti in un mondo in cui la maggioranza degli adulti ha accettato la strada della privazione di senso, della perdita di entusiasmo, del soffocamento dei sentimenti, della viltà e dell’incapacità di cambiare.
Ci sono molti temi nel nuovo film di Piccioni, forse troppi…
Non mi ha convinto la struttura narrativa, con i racconti che Guido sta scrivendo a fare da fil rouge insistito e didascalico alla storia; non mi ha convinto la cornice che disegna criticamente l’ambiente della scrittura e dei premi letterari ma senza approfondirlo.
Bello invece l’accompagnamento musicale: perfetti i Baustelle a sottolineare quel sentimento gelido-nostalgico che tutto il film trasmette; azzeccate le citazioni esplicite di Endrigo e Aznavour, testimoni di un mondo di sentimenti più definiti, ma non per questo meno dolorosi.
Bravi Mastandrea – capace come sempre di strappare un sorriso senza rendere meno grigio e tragico il suo eroe – e la Golino, dolente bambina sopraffatta dai sentimenti.
I film di Piccioni spesso non piacciono ai critici perché non sono risolti, ma come potrebbero esserlo se irrisolto è il mondo che rappresentano?
Voto: 3/5