Sono uscita dal cinema commossa e sollevata, e penso fosse questo l'intento di Giulia Louise Steigerwalt, qui alla sua opera prima in veste di regista, lei che si è già fatta conoscere e apprezzare come attrice.
Settembre (prodotto da Matteo Rovere) racconta un momento delicato della vita di alcune persone, che per una serie di motivi sono collegate le une alle altre. Francesca (Barbara Ronchi) non trova più alcun motivo di felicità nel suo matrimonio con Alberto, e l'unico suo supporto è la sua amica Debora (Thony), a sua volta con un matrimonio in crisi a causa dei tradimenti del marito.
Sergio (Luca Nozzoli), che è il figlio di Francesca, sta combinando l'incontro tra una sua compagna di classe, Maria (Margherita Rebeggiani) e Christian, e si offre di darle lezioni di sesso.
Guglielmo (Fabrizio Bentivoglio) vive da solo e trascorre le sue giornate tra il lavoro di medico, i videogiochi, delle tristi cene e delle uscite serali per incontrare una giovane prostituta, Ana (Tesa Litvan). Quest'ultima sogna di fare l'estetista e nel panificio dove va ogni giorno viene notata da Matteo (Enrico Borello), che si innamora di lei.
Tutte queste vite si trovano a un bivio, oppure si sono impantanate in una melma dalla quale fanno fatica a tirarsi fuori. Eventi imprevisti e imprevedibili offrono a ciascuno di loro l'occasione per interrompere l'inerzia e scegliere di cambiare ciò che non funziona, o quantomeno provarci.
È chiaro che quella di Giulia Steigerwald è una commedia che punta al lieto fine, a costo di semplificare alcune complessità, ma la freschezza dello sguardo della regista, una sceneggiatura e una recitazione che favoriscono l'empatia nei confronti dei personaggi, e il bisogno che tanto ci appartiene come esseri umani (e in questo momento ancora di più) di sperare sempre nel meglio fanno sì che la visione del film funga da vero e proprio balsamo per i nostri cuori sofferenti.
Settembre è un film delizioso, con un tocco leggero e divertito, senza essere stupido e superficiale, qualità che ne fanno quasi una rarità nel panorama cinematografico italiano contemporaneo.
La Steigerwalt non pretende di insegnarci nulla, né di dire grandi verità, ma guarda e ci fa guardare ai suoi personaggi - e di fatto anche a noi stessi - con un affetto sincero e compassionevole. Perché tutti ci impantaniamo a volte nelle nostre rigidità e tristezze, e non abbiamo il coraggio di guardarci in faccia e assumerci la responsabilità di un cambiamento, che inevitabilmente è sempre faticoso e comporta dei rischi. L'alternativa però è rimanere fermi e piangerci addosso.
Voto: 4/5
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mercoledì 18 maggio 2022
mercoledì 9 gennaio 2019
Il testimone invisibile
Avevo visto non moltissimo tempo fa l'originale spagnolo di questo film, Contratiempo di Paulo Oriol, e lo avevo apprezzato molto per l'impianto classico da giallo psicologico e per la sceneggiatura intrigante e ben costruita.
Così, quando ho visto il trailer del film italiano di Stefano Mordini, mi sono incuriosita e ci ho voluto portare mio nipote, in visita da me a Roma, perché ero abbastanza sicura che gli sarebbe piaciuto.
Il remake italiano si è dimostrato fedelissimo all'originale (persino i nomi dei protagonisti - per quanto possibile in un adattamento italiano - sono stati mantenuti quasi identici) e il coinvolgimento del pubblico è stato assicurato - oltre che da una trama ben congegnata - dalla scelta di un ottimo cast di attori, su tutti Fabrizio Bentivoglio e Maria Paiato (da me più volte ammirata a teatro e che ho potuto apprezzare questa volta anche nella sua veste di attrice cinematografica in un ruolo che le rende certamente merito).
Il testimone invisibile - come l'originale Contratiempo - è un film tutto basato sulle parole e sul racconto: nel confronto serrato tra il protagonista Adriano Doria (Riccardo Scamarcio) e l'avvocato Virginia Ferrara (Maria Paiato) la storia viene riscritta e ri-raccontata più e più volte, approssimandosi progressivamente alla verità e capovolgendo l'interpretazione iniziale sullo svolgimento dei fatti.
All'uscita dalla sala, mio nipote e le altre amiche che sono venute con noi al cinema mi hanno confermato che - come era accaduto a me alla visione di Contratiempo - erano stati totalmente catturati dalla narrazione, tanto che a distanza di due giorni mio nipote ancora ne riparlava facendo riferimento a dei dettagli che a poco a poco gli si erano ripresentati alla mente e chiariti.
Un film d'altri tempi per una gradevole serata al cinema.
Voto: 3,5/5
Così, quando ho visto il trailer del film italiano di Stefano Mordini, mi sono incuriosita e ci ho voluto portare mio nipote, in visita da me a Roma, perché ero abbastanza sicura che gli sarebbe piaciuto.
Il remake italiano si è dimostrato fedelissimo all'originale (persino i nomi dei protagonisti - per quanto possibile in un adattamento italiano - sono stati mantenuti quasi identici) e il coinvolgimento del pubblico è stato assicurato - oltre che da una trama ben congegnata - dalla scelta di un ottimo cast di attori, su tutti Fabrizio Bentivoglio e Maria Paiato (da me più volte ammirata a teatro e che ho potuto apprezzare questa volta anche nella sua veste di attrice cinematografica in un ruolo che le rende certamente merito).
Il testimone invisibile - come l'originale Contratiempo - è un film tutto basato sulle parole e sul racconto: nel confronto serrato tra il protagonista Adriano Doria (Riccardo Scamarcio) e l'avvocato Virginia Ferrara (Maria Paiato) la storia viene riscritta e ri-raccontata più e più volte, approssimandosi progressivamente alla verità e capovolgendo l'interpretazione iniziale sullo svolgimento dei fatti.
All'uscita dalla sala, mio nipote e le altre amiche che sono venute con noi al cinema mi hanno confermato che - come era accaduto a me alla visione di Contratiempo - erano stati totalmente catturati dalla narrazione, tanto che a distanza di due giorni mio nipote ancora ne riparlava facendo riferimento a dei dettagli che a poco a poco gli si erano ripresentati alla mente e chiariti.
Un film d'altri tempi per una gradevole serata al cinema.
Voto: 3,5/5
lunedì 13 marzo 2017
L'ora di ricevimento (banlieu) / di Stefano Massini. Teatro Eliseo, 9 marzo 2017
Un testo di Stefano Massini (di cui avevo già visto a teatro 7 minuti) e l'interpretazione di Fabrizio Bentivoglio mi sono sembrati due motivi più che sufficienti per andare all'Eliseo a vedere L'ora di ricevimento (banlieu).
Siamo in una imprecisata banlieu francese, nella stanza ricevimenti di una scuola. La storia si svolge nel corso di un intero anno scolastico, scandito dal trascorrere delle stagioni testimoniate dall'albero visibile dietro la finestra, e vede protagonista un insegnante di francese, il professor Philippe Ardeche (interpretato appunto da Fabrizio Bentivoglio) nei suoi rapporti con allievi e genitori delle più diverse provenienze etniche, culturali e religiose.
Dopo il bel monologo di apertura in cui Philippe ci racconta la sua classe e ci spiega il perché di soprannomi che si ripetono anno dopo anno, assistiamo agli incontri - singoli o collettivi - con i genitori degli alunni che hanno per oggetto episodi specifici avvenuti in classe, la gita scolastica, i compiti assegnati, in un tentativo sempre più faticoso di far dialogare e mantenere in equilibrio mondi diversi.
I ragazzi sono assenti e vengono rievocati solo attraverso le parole del professore e quelle dei loro genitori, entrambi portatori di una propria visione del mondo e impegnati a comprendere - non sappiamo quanto efficacemente - questi ragazzi.
Il testo di Massini vede dunque alternarsi registri molto diversi che vanno dal drammatico al comico (come nella scena del supplente di matematica spernacchiato), e oscilla tra guizzi illuminanti e luoghi comuni (non necessariamente falsi), restando nel complesso piuttosto didascalico. Anche la scelta di questa ambientazione - pur interessante - appare in qualche misura un po' forzata, nel senso di non pienamente naturalistica per chi non è immerso in quel mondo, e rischia talvolta di trasformarsi in farsa, come nel caso della riunione in vista della gita scolastica.
La regia - come mi è già capitato di osservare con Michele Placido - risulta un po' piatta, e lascia la sensazione che la messa in scena non aggiunga granché al testo, se non per la recitazione sorniona e a tratti intensa di Bentivoglio.
In definitiva, uno spettacolo che non ha centrato pienamente le aspettative e mi ha lasciata con un po' di amaro in bocca.
Voto: 3/5
Siamo in una imprecisata banlieu francese, nella stanza ricevimenti di una scuola. La storia si svolge nel corso di un intero anno scolastico, scandito dal trascorrere delle stagioni testimoniate dall'albero visibile dietro la finestra, e vede protagonista un insegnante di francese, il professor Philippe Ardeche (interpretato appunto da Fabrizio Bentivoglio) nei suoi rapporti con allievi e genitori delle più diverse provenienze etniche, culturali e religiose.
Dopo il bel monologo di apertura in cui Philippe ci racconta la sua classe e ci spiega il perché di soprannomi che si ripetono anno dopo anno, assistiamo agli incontri - singoli o collettivi - con i genitori degli alunni che hanno per oggetto episodi specifici avvenuti in classe, la gita scolastica, i compiti assegnati, in un tentativo sempre più faticoso di far dialogare e mantenere in equilibrio mondi diversi.
I ragazzi sono assenti e vengono rievocati solo attraverso le parole del professore e quelle dei loro genitori, entrambi portatori di una propria visione del mondo e impegnati a comprendere - non sappiamo quanto efficacemente - questi ragazzi.
Il testo di Massini vede dunque alternarsi registri molto diversi che vanno dal drammatico al comico (come nella scena del supplente di matematica spernacchiato), e oscilla tra guizzi illuminanti e luoghi comuni (non necessariamente falsi), restando nel complesso piuttosto didascalico. Anche la scelta di questa ambientazione - pur interessante - appare in qualche misura un po' forzata, nel senso di non pienamente naturalistica per chi non è immerso in quel mondo, e rischia talvolta di trasformarsi in farsa, come nel caso della riunione in vista della gita scolastica.
La regia - come mi è già capitato di osservare con Michele Placido - risulta un po' piatta, e lascia la sensazione che la messa in scena non aggiunga granché al testo, se non per la recitazione sorniona e a tratti intensa di Bentivoglio.
In definitiva, uno spettacolo che non ha centrato pienamente le aspettative e mi ha lasciata con un po' di amaro in bocca.
Voto: 3/5
giovedì 29 ottobre 2015
Dobbiamo parlare
Siamo a metà strada tra Carnage e Il nome del figlio.
Dobbiamo parlare, l’ultimo film di Sergio Rubini (presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma), eredita infatti da Carnage una sceneggiatura caratterizzata da un climax ascendente che dai toni della conversazione passa a quelli della violenza verbale, mentre de Il nome del figlio riproduce il conflitto socio-culturale tra mondi ideali e materiali diversi che in parte sono complementari e in parte divergenti. Con entrambi i due succitati il film di Rubini ha inoltre in comune un impianto fortemente teatrale, caratterizzato da una sostanziale unità di tempo e di luogo.
Tutto avviene in una notte, in un attico nel centro di Roma dove abitano in affitto Vanni (lo stesso Sergio Rubini), scrittore, e Linda (Isabella Ragonese), la sua compagna e collaboratrice. Mentre i due stanno per uscire per una cena di lavoro, irrompe in casa Costanza (Maria Pia Calzone), un’amica di Linda, nonché moglie di Alfredo (Fabrizio Bentivoglio), un chirurgo molto bravo, ma anche molto coatto e politicamente scorretto. Costanza ha scoperto che il marito la tradisce e dunque chiede il supporto della coppia di amici. Ma di lì a poco arriva anche Alfredo, il Professore, e la sua entrata in scena non solo fa precipitare il litigio tra lui e Costanza, ma trascina - in un crescendo di rivelazioni e recriminazioni a tutti i costi - anche Linda e Vanni, e persino il rapporto di amicizia tra le due coppie.
Il risultato – pur a tratti esilarante, soprattutto grazie alla figura un po’ macchiettistica del Professore – appare piuttosto convenzionale e banale, e non aggiunge nulla, anzi semmai semplifica, cose già in parte viste e sentite.
Devo dire che se questa pièce l’avessi vista a teatro sarei probabilmente uscita contenta, perché in quel contesto si sarebbe potute apprezzare la recitazione (anche nella sua modalità un po' sopra le righe) e anche la dinamica relazionale sarebbe risultata in qualche modo più appropriata.
Al cinema invece il tutto appare un po’ forzato e non colpisce in profondità come forse un testo tutto incentrato sulle dinamiche di coppia avrebbe voluto fare.
Un film che si guarda gradevolmente e che certamente conferma le qualità attoriali di alcuni dei suoi protagonisti, ma nella retorica del dualismo destra vs. sinistra, cultura vs. denaro, amore vs. convenienza finisce per essere un po’ stucchevole e irritante, persino nella sua componente più leggera e ironica.
Voto: 2,5/5
Dobbiamo parlare, l’ultimo film di Sergio Rubini (presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma), eredita infatti da Carnage una sceneggiatura caratterizzata da un climax ascendente che dai toni della conversazione passa a quelli della violenza verbale, mentre de Il nome del figlio riproduce il conflitto socio-culturale tra mondi ideali e materiali diversi che in parte sono complementari e in parte divergenti. Con entrambi i due succitati il film di Rubini ha inoltre in comune un impianto fortemente teatrale, caratterizzato da una sostanziale unità di tempo e di luogo.
Tutto avviene in una notte, in un attico nel centro di Roma dove abitano in affitto Vanni (lo stesso Sergio Rubini), scrittore, e Linda (Isabella Ragonese), la sua compagna e collaboratrice. Mentre i due stanno per uscire per una cena di lavoro, irrompe in casa Costanza (Maria Pia Calzone), un’amica di Linda, nonché moglie di Alfredo (Fabrizio Bentivoglio), un chirurgo molto bravo, ma anche molto coatto e politicamente scorretto. Costanza ha scoperto che il marito la tradisce e dunque chiede il supporto della coppia di amici. Ma di lì a poco arriva anche Alfredo, il Professore, e la sua entrata in scena non solo fa precipitare il litigio tra lui e Costanza, ma trascina - in un crescendo di rivelazioni e recriminazioni a tutti i costi - anche Linda e Vanni, e persino il rapporto di amicizia tra le due coppie.
Il risultato – pur a tratti esilarante, soprattutto grazie alla figura un po’ macchiettistica del Professore – appare piuttosto convenzionale e banale, e non aggiunge nulla, anzi semmai semplifica, cose già in parte viste e sentite.
Devo dire che se questa pièce l’avessi vista a teatro sarei probabilmente uscita contenta, perché in quel contesto si sarebbe potute apprezzare la recitazione (anche nella sua modalità un po' sopra le righe) e anche la dinamica relazionale sarebbe risultata in qualche modo più appropriata.
Al cinema invece il tutto appare un po’ forzato e non colpisce in profondità come forse un testo tutto incentrato sulle dinamiche di coppia avrebbe voluto fare.
Un film che si guarda gradevolmente e che certamente conferma le qualità attoriali di alcuni dei suoi protagonisti, ma nella retorica del dualismo destra vs. sinistra, cultura vs. denaro, amore vs. convenienza finisce per essere un po’ stucchevole e irritante, persino nella sua componente più leggera e ironica.
Voto: 2,5/5
lunedì 20 gennaio 2014
Il capitale umano
L'ultima opera di Paolo Virzì è in qualche modo sorprendente rispetto alla filmografia precedente del regista, fors'anche perché la sceneggiatura si ispira all'opera di Stephen Amidon e su questa, oltre al regista, ci hanno messo le mani Francesco Bruni e Francesco Piccolo. In ogni caso, Virzì ci stupisce proponendoci un'opera drammatica, a metà strada tra un giallo e un saggio sociologico. Una storia costruita a cerchi concentrici, i cui dettagli vengono raccontati attraverso i punti di vista di tre personaggi, Dino (Fabrizio Bentivoglio), Carla (Valeria Bruni Tedeschi) e Serena (Matilde Gioli), e che ci svela poco a poco i tasselli di un puzzle le cui tinte si fanno sempre più fosche sul piano emotivo.
Tale struttura narrativa si stringe come un cappio intorno al collo del povero spettatore che, dopo un inizio che strizza l'occhio alla commedia grazie al personaggio un po' macchiettistico di Dino, si trova di fronte a un intreccio in cui nessuno è innocente, ciascuno è portatore - sebbene in maniera differente - di una parte di responsabilità. Alla fine la gola è secca e lo stomaco attorcigliato, perché neppure chi guarda può veramente sentirsi estraneo rispetto al disfacimento morale di un paese.
La vicenda ruota intorno a una brutta sera durante la quale un SUV su una strada di collina, con una manovra brusca, fa andare fuori strada un ciclista provocandone la caduta. L'autista non si ferma a prestare soccorso. Il ciclista (un cameriere) qualche tempo dopo muore.
Intorno a questo SUV le storie di due famiglie: quella dei Bernaschi, finanzieri di alto profilo (Giovanni e Carla e il figlio Massimiliano) e quella dell'immobiliarista Dino (con la seconda moglie Roberta e la figlia di primo letto, Serena).
Ne viene fuori quasi un capitolo del "ciclo dei vinti" di verghiana memoria, con una triste morale che sembra confermare l'immutabilità di dinamiche sociali nelle quali ognuno paga o si avvantaggia in base alla posizione che il destino gli ha riservato, accettandone aspetti positivi e negativi, cui si aggiunge un interessante scandaglio psicologico sulla vastità dei compromessi che ognuno fa con se stesso per ottenere quello che vuole.
Da questo punto di vista il personaggio di Carla è emblematico, e forse anche quello psicologicamente più interessante, perché è un personaggio dolente, che sembra avere spirito critico e insofferenza per gli aspetti deteriori del mondo cui appartiene, ma la cui sofferenza si rivela poco a poco frutto delle sovrastrutture di finzione che attua persino rispetto a se stessa.
Chiuderei con un unico appunto: se dramma doveva essere, allora mi sarei aspettata che Virzì lo portasse fino in fondo, alle sue estreme conseguenze. Le immagini finali su cui si chiude il film ci comunicano che persino la tragedia non appartiene più a un mondo in cui in qualche modo tutti riescono a rimanere a galla, ciascuno in proporzione ai mezzi di cui dispone.
Voto: 3,5/5
mercoledì 11 luglio 2012
Scialla! (Stai sereno)
Grazie a un gelato rimandato e all'iniziativa di M. finalmente riesco ad andare a vedere Scialla! (Stai sereno) che mi ero persa durante la stagione cinematografica appena trascorsa. E del resto a questo servono le arene, pur con tutti i loro difetti, per esempio un audio non proprio straordinario e delle zaffate insopportabili provenienti dai giardinetti di piazza Vittorio.
Ne avevo sentito parlare bene, come di un piccolo miracolo, considerato che un tema come quello trattato messo in mano a un italiano poteva diventare - nell'ordine - banale, stupido o lacrimevole.
Scialla è la storia di Luca (Filippo Scicchitano), un ragazzo romano di 16 anni, che vive da solo con la madre e frequenta la scuola con scarsi risultati, e di Bruno (Fabrizio Bentivoglio), che ha smesso di insegnare inseguendo il sogno di scrivere, ma ha finito per pubblicare solo biografie di personaggi famosi e per vivere da solo nella sua grande casa.
Quando la madre di Luca parte per un periodo di lavoro all'estero, Luca viene affidato a Bruno che scopre solo allora di esserne il padre. E questo rapporto padre-figlio troverà faticosamente una strada nella ricerca di un'identità che in qualche modo accomuna Luca, che si sta affacciando alla vita e lo fa nel modo un po' sbruffone, ma simpatico, degli adolescenti, e Bruno, che ha rinunciato a dare un senso all'esistenza e perso qualunque motivazione.
Bruno, con il suo buffo accento padovano, è un personaggio un po' dolente. Uno sconfitto, un perdente a priori, perché ha rinunciato ad affrontare la vita. Luca sprizza vitalità ed energia da tutti i pori; è un vulcano, una valanga che travolge tutto quello che incontra con quell'impulsività tipica dell'adolescenza che porta a sperimentare senza pienamente riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni.
Filippo Scicchitano è molto credibile come sedicenne romano sempre in vena di scherzi e di battute e sempre pronto alla rissa. E in fondo è credibile come sedicenne in generale tutte le volte che la mattina bisogna sparare le cannonate per tirarlo giù dal letto, quando va in giro per la casa con indosso solo i boxer attillati, mentre gira per i corridoi della scuola con le cuffie nelle orecchie e la musica a tutto volume. E fa tenerezza quando sotto l'aria da duro dimostra una tenerezza ancora da cucciolo.
Luca e Bruno si incontreranno in un punto apparentemente inesistente e certamente invisibile agli occhi degli altri, quello in cui un padre e un figlio agli antipodi riescono in qualche modo a riconoscersi.
Durante la visione del film si ride molto e il cuore sta "scialla" perché guardiamo una bella storia. Certo, il buonismo è dietro l'angolo e tutto è molto politically correct e un po' semplificato, però i sentimenti sono veri e lo sguardo si fa inevitabilmente compiacente di fronte a questa generazione e a questa età della vita che è bella perché contiene tutto quello che potrà essere e terribile perché ancora non è nulla.
Grazie a Francesco Bruni per avercene parlato con tale sincerità.
Voto: 3,5/5
Ne avevo sentito parlare bene, come di un piccolo miracolo, considerato che un tema come quello trattato messo in mano a un italiano poteva diventare - nell'ordine - banale, stupido o lacrimevole.
Scialla è la storia di Luca (Filippo Scicchitano), un ragazzo romano di 16 anni, che vive da solo con la madre e frequenta la scuola con scarsi risultati, e di Bruno (Fabrizio Bentivoglio), che ha smesso di insegnare inseguendo il sogno di scrivere, ma ha finito per pubblicare solo biografie di personaggi famosi e per vivere da solo nella sua grande casa.
Quando la madre di Luca parte per un periodo di lavoro all'estero, Luca viene affidato a Bruno che scopre solo allora di esserne il padre. E questo rapporto padre-figlio troverà faticosamente una strada nella ricerca di un'identità che in qualche modo accomuna Luca, che si sta affacciando alla vita e lo fa nel modo un po' sbruffone, ma simpatico, degli adolescenti, e Bruno, che ha rinunciato a dare un senso all'esistenza e perso qualunque motivazione.
Bruno, con il suo buffo accento padovano, è un personaggio un po' dolente. Uno sconfitto, un perdente a priori, perché ha rinunciato ad affrontare la vita. Luca sprizza vitalità ed energia da tutti i pori; è un vulcano, una valanga che travolge tutto quello che incontra con quell'impulsività tipica dell'adolescenza che porta a sperimentare senza pienamente riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni.
Filippo Scicchitano è molto credibile come sedicenne romano sempre in vena di scherzi e di battute e sempre pronto alla rissa. E in fondo è credibile come sedicenne in generale tutte le volte che la mattina bisogna sparare le cannonate per tirarlo giù dal letto, quando va in giro per la casa con indosso solo i boxer attillati, mentre gira per i corridoi della scuola con le cuffie nelle orecchie e la musica a tutto volume. E fa tenerezza quando sotto l'aria da duro dimostra una tenerezza ancora da cucciolo.
Luca e Bruno si incontreranno in un punto apparentemente inesistente e certamente invisibile agli occhi degli altri, quello in cui un padre e un figlio agli antipodi riescono in qualche modo a riconoscersi.
Durante la visione del film si ride molto e il cuore sta "scialla" perché guardiamo una bella storia. Certo, il buonismo è dietro l'angolo e tutto è molto politically correct e un po' semplificato, però i sentimenti sono veri e lo sguardo si fa inevitabilmente compiacente di fronte a questa generazione e a questa età della vita che è bella perché contiene tutto quello che potrà essere e terribile perché ancora non è nulla.
Grazie a Francesco Bruni per avercene parlato con tale sincerità.
Voto: 3,5/5
mercoledì 14 aprile 2010
Happy family
Qualcuno mi ha fatto notare che le mie recensioni ai film sono sempre caratterizzate da un angolo visuale in un certo senso amorevole, poiché accade che quasi naturalmente io sia portata ad individuare un aspetto positivo, una nota emotivamente affine, una qualità apparentemente nascosta, una virtù in ciò che palesemente è un difetto. E questa è l'interpretazione di chi probabilmente mi legge con occhio altrettanto amorevole, lo stesso che io adotto verso il cinema e i film. Qualcun altro potrebbe farmi notare che le mie recensioni sono inconcludenti perché di fatto non rispondono alla domanda che tutti cerchiamo quando ne leggiamo una: vale la pena andare a vedere questo film? com'è, bello o brutto?
Ebbene, effettivamente mi sono accorta di non essere quasi mai in grado di dare questa risposta. Che ne so se vale la pena? Per me vale sempre la pena andare al cinema, anche quando ne esco delusa o frustrata. Che ne so se il film che ho visto può essere bello o brutto per un'altra persona? È tutto così soggettivo, siamo tutti così diversi l'uno dall'altro, e ciascuno di noi è così emotivamente cangiante, che trovo praticamente impossibile garantire a chicchessia un consiglio che sicuramente funzioni.
E poi, come dice Salvatores, o meglio Groucho Marx (perché sua è la frase): "Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere... nella vita non c'è una trama". E forse è per questo che nel guardare e commentare un film mi viene naturale trovare qualcosa di bello, riscopro quell'ottimismo che ogni tanto perdo per strada nell'almeno apparente insensatezza che a volte il quotidiano ci propina. Per quanto... la vita, a differenza dei film, ha quello straordinario valore che è proprio di tutto ciò che non è per sempre.
Insomma, questa lunghissima premessa per dire che il nuovo film di Salvatores non mi ha convinto completamente, ma mi è piaciuto. E non c'è contraddizione in questa affermazione.
Visivamente di grandissimo effetto. Assolutamente straordinaria la fotografia di Italo Petriccione. Bellissimo lo sguardo sulla città di Milano, tanto grigia e algida nel film di Luca Guadagnino, quanto solare, poetica e sonora in Happy family.
Non nuova, ma di grande effetto, la scelta di connotare scene e personaggi con dei colori molto caratterizzati e vivaci (i rossi, i gialli, i bianchi che invadono e assorbono personaggi e oggetti e mi hanno richiamato alla mente la sensazione visiva de Il favoloso mondo di Amelie), ovvero di renderli uniformemente sommersi in tessuti fantasia che arredano pareti, letti, lampade e persone (da questo punto di vista mi ha ricordato un buffissimo film che ho visto qualche anno fa, La mia vita a Garden State).
E del resto la teatralità del film è assolutamente esplicita e scoperta. Una delle amiche con cui ero al cinema ha detto una cosa molto azzeccata: "A tratti sembra quasi un cartoon!".
Gli attori sono tutti molto bravi e gradevoli, da Fabio De Luigi (Ezio, l'autore che racconta e poi finisce nella storia), a Fabrizio Bentivoglio e Diego Abatantuono, a Margherita Buy e Carla Signoris. Anche i meno conosciuti, in particolare Valeria Bilello, se la cavano splendidamente.
E, su tutto, non c'è dubbio sul fatto che in questo film si rida, con intelligenza, ma di gusto. E questo è un merito non secondario.
Però - e veniamo alle note secondo me dolenti - il film resta esile nei contenuti emotivi e psicologici. Apre spiragli di riflessione che poi non sviluppa, sceglie giustamente di librarsi leggero, ma ogni tanto non riesce a sottrarsi a una certa superficialità, accenna riflessioni sulla vita che tendono un po' a cadere nel vuoto. Capisco che gli sceneggiatori abbiano voluto evitare il rischio "predicozzo insopportabile" di certi film italiani, ma certo è dura camminare su quel filo sottile che separa leggerezza e vacuità.
Insomma, la sensazione è che Happy family sia un film che porterò a lungo negli occhi, ma rapidamente mi uscirà dalla testa. E per me non è una bellissima premessa. Il che poi non vuol dire che magari possa essere uno di quei film che - proprio per questo motivo - manterrà inalterata la sua freschezza anche a distanza di tempo, perché non si lega a doppio filo con la percezione emotiva e intellettiva di un momento troppo determinato del mio cangiante e multiforme universo interiore.
Insomma, per rispondere alla famosa domanda iniziale. Da vedere? Ma sì, certo, sempre e comunque. Qualunque cosa ne penserete dopo. Sì, sì, proprio come la vita.
Voto: 3/5
lunedì 11 gennaio 2010
L'uomo nero
Per me, pugliese in esilio volontario, vedere un film di Sergio Rubini è sempre un'emozione.Mi era successo già - e forse ancora di più - con La terra; la conferma arriva ora da L'uomo nero.
Non v'è dubbio sul fatto che Rubini, ormai più che cinquantenne e da una vita ormai lontano dalla sua terra d'origine, la Puglia, stia vivendo una fase di rivisitazione e riappropriazione delle proprie radici, quelle radici forse a lungo disconosciute e ad un certo punto ritornate prepotentemente alla ribalta del proprio vissuto e del proprio percorso emotivo.
Due cose in particolare mi piace sottolineare: da un lato, il fatto che l'alter ego di Rubini in questi film (qui Fabrizio Gifuni, ne La terra Fabrizio Bentivoglio) vengano sempre rappresentati come persone che hanno fatto fortunate carriere e con un grande successo personale, ma tendenzialmente scialbe, incolore, prive di un'identità vera, che solo la conciliazione con la propria terra fa rivivere. Dall'altro lato, è assolutamente interessante lo sguardo di questi esuli, che certamente colgono della propria realtà originaria molte sfumature che chi ci ha sempre vissuto non è in grado di vedere, ma, nel processo di elaborazione e filtro operato dalla memoria, in qualche maniera fissano la realtà a un momento passato e così continuano a vederla, perdendo in parte la capacità di coglierne l'evoluzione.
Capisco, dunque, anche perché chi va a vedere i film di Rubini senza avere alle spalle un vissuto emotivo in qualche misura comparabile può apprezzare l'invenzione narrativa e la bravura degli interpreti, ma tutto sommato non riesce a coglierne messaggi realmente generalizzabili. E così sicuramente il piccolo Guido Giaquinto è bravo e fa tenerezza, Rubini, Scamarcio e la Golino tengono molto bene la scena ed evitano ai loro personaggi il macchiettismo, però solo a chi questo percorso lo ha vissuto sulla propria pelle il film permette di vivere un'avventura emotiva forte.
Non possiamo non provare una stretta al cuore quando lo zio Pinuccio dice al piccolo Gabriele: "Le cose a volte non sono come sembrano", perché bisogna avere la pazienza di aspettare che disvelino la loro vera natura.
E forse anche questa nostra insensata vita che ci allontana per riavvicinarci, che prima ci fa inseguire la nostra identità lontano dai luoghi e dalle persone della nostra infanzia, perché solo la distanza ci fa capire ciò che ci differenzia, alla fine ci fa ritornare lì dove tutto è cominciato, perché solo lì capiamo ciò che inesorabilmente ci appartiene e ci dà continuità.
Voto: 4/5
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