Ed eccomi alla ripartenza della stagione cinematografica dopo la pausa estiva. Ammetto che avevo qualche perplessità nell’andare a vedere questo film, ma l’esperienza positiva con i film precedenti di Leonardo Di Costanzo, L’intervallo prima e Ariaferma poi, mi convincono a provarci.
Alla fine Elisa non mi è piaciuto, e aggiungo purtroppo, perché mi dispiace sempre quando autori e registri che apprezzo fanno, secondo me, dei passi falsi.
Andiamo per ordine. Il film, ispirato a una storia vera, racconta la vicenda di Elisa Zanetti (Barbara Ronchi) che, dopo aver ucciso sua sorella, è detenuta in un carcere svizzero molto moderno, in cui le detenute si possono muovere liberamente nell’ampia area di pertinenza del carcere, vivono in piccole abitazioni e non in cella, lavorano nei servizi offerti dal carcere e condividono degli spazi comuni.
La vicenda prende le mosse dal momento in cui in questa struttura arriva un professore di criminologia (Roschdy Zem) che, nell’università interna al carcere, tiene una lezione sulla necessità di capire il meccanismo che muove i colpevoli e annuncia la possibilità per chi è detenuto di partecipare a una sua ricerca andando a degli incontri con lui.
Elisa, che sembra essere vittima di un’amnesia su quello che ha commesso, decide di partecipare a questi incontri, e a poco a poco, nel confronto con il professore, tutta la verità della sua storia viene a galla, mettendo la donna di fronte all’orrore che si porta dentro.
Il film di Di Costanzo, anche grazie al confronto con alcuni personaggi secondari, ma importanti, come quello interpretato da Valeria Golino, vuole indagare sul tema della colpa, concentrandosi sul punto di vista dei carnefici, ma anche sollevando la questione delle vittime, che in quanto tali non hanno voce, se non indirettamente. In un certo senso, il regista rimane sui temi a lui cari, ma ampliando il punto di vista e affrontando aspetti di ulteriore e maggiore complessità.
Sicuramente il film è ambizioso sul piano dei contenuti e della fattura – con quest’ambientazione svizzera, forse necessaria a fini di produzione, che fa sì che il film sia recitato in parte in francese (e in alcuni punti mi pare ridoppiato in italiano) – ma secondo me finisce per risultare un po' pretenzioso e non riesce davvero a stimolare riflessioni nuove sui temi che affronta. Personalmente ho trovato poco convincenti anche gli attori, eppure Barbara Ronchi e Roschdy Zem sono attori che ho apprezzato in diversi altri film.
Per me un vero peccato, anche se guardando altre recensioni mi rendo conto di essere decisamente in minoranza.
Familia è infatti una storia familiare di violenze fisiche e psicologiche ispirata alla vera vicenda di Luigi Celeste che nel 2008 sparò al padre e finì in carcere per nove anni.
Personalmente non conoscevo la storia da cui il film è tratto, e che è stata raccontata dallo stesso Luigi nel libro Non sarà sempre così, né avevo letto granché prima di andare al cinema, quindi ho potuto apprezzare fino in fondo la suspence dello sviluppo narrativo.
La storia è dunque quella della famiglia Celeste, la madre Licia (Barbara Ronchi), il padre Franco (Francesco Di Leva), e i due figli, Alessandro e Luigi. Fin da quando sono bambini, Alessandro e Luigi sono immersi in un contesto familiare tossico, in cui il padre Franco esercita continue forme di violenza fisica e non solo nei confronti della madre. A un certo punto, Licia trova la forza di denunciare la situazione e, come conseguenza, il padre viene allontanato di casa, ma i due bambini vengono sottratti alla madre per 4 anni. Li ritroviamo dopo 9 anni giovani adulti (interpretati rispettivamente da Marco Cicalese e Francesco Gheghi) nella nuova casa dove vivono insieme alla madre. In questo tempo, mentre Alessandro è rimasto un ragazzo pacifico e silenzioso, Luigi ha sviluppato ulteriormente la sua vena ribelle che lo ha portato ad avvicinarsi ai gruppi romani di estrema destra. Quando finisce in carcere per aver accoltellato un altro ragazzo durante una rissa, ricompare il padre Franco che, proprio attraverso questo suo figlio inquieto e pieno di rabbia, si riavvicina alla famiglia. Sarà per tutti il ritorno all’incubo già vissuto in passato fino al tragico epilogo.
Il film di Costabile è ben realizzato e costruito sia sul piano narrativo che stilistico per mantenere un livello di tensione molto alto per la sua intera durata. Colonna sonora, uso del ralenti e dello sfocato sono solo alcuni degli elementi che contribuiscono a trasmettere allo spettatore un senso di pericolo costante e di tragedia imminente; non manca però il senso di rabbia inevitabile di fronte a una situazione di questo tipo, e alle fragilità che questi uomini sfruttano per esercitare il loro dominio.
Parte importante della buona riuscita del film è l’interpretazione degli attori: Barbara Ronchi già la conosciamo (e forse questa non è nemmeno una delle sue migliori interpretazioni); ho trovato invece eccellenti le interpretazioni di Francesco Di Leva nel ruolo di questo marito e padre manipolatore e violento e soprattutto di Francesco Gheghi (già apprezzato ne Il filo invisibile), che ha veramente uno sguardo ipnotico, capace di trasmettere, a distanza di pochi minuti, tenerezza e rabbia.
Nel complesso un buon film che raggiunge il risultato che si ripromette. Forse a tratti c’è un uso eccessivo delle tecniche del ralenti e dello sfocato, che in alcuni casi mi pare appesantisca un po' troppo la narrazione.
Siamo nel 1858 a Bologna, parte ancora dello stato pontificio. Il piccolo Edgardo Mortara (Enea Sala) è il sestogenito di otto figli dei coniugi ebrei bolognesi Momolo (Fausto Russo Alesi) e Marianna (Barbara Ronchi). Quando ancora non ha compiuto sette anni, il bambino viene prelevato dalla gendarmeria pontificia, dopo che l'Inquisitore padre Feletti è venuto a conoscenza del fatto che il piccolo all'età di un anno è stato battezzato - all'insaputa dei genitori - dalla bambinaia, convinta che il piccolo fosse in pericolo di vita. Secondo il diritto canonico, a quel punto il bambino è ormai cattolico e non può essere allevato da genitori di un'altra religione, cui viene dunque tolta la patria potestà.
Il piccolo Mortara viene così portato a Roma per essere cresciuto secondo gli insegnamenti della Chiesa cattolica, e nonostante i numerosi tentativi dei genitori di riavere il figlio e il clamore suscitato dal caso anche a livello internazionale, con il coinvolgimento dei giornali e persino di Napoleone III, l'allora pontefice Pio IX (Paolo Pierobon) si rifiuta di restituire il bambino, nella sua posizione al di sopra delle leggi umane.
Solo con la fine dello stato pontificio, la nascita dello stato italiano e l'ingresso delle truppe italiane a Porta Pia nel 1870 si creano le condizioni perché Edgardo, ormai ragazzo (Leonardo Maltese), possa tornare a Bologna presso la sua famiglia. Ma a quel punto il giovane, pur in parte confuso e destabilizzato, sceglie di rimanere a Roma e di proseguire il suo percorso che lo porterà a diventare sacerdote, ministero che ha continuato a esercitare fino alla morte avvenuta a quasi novanta anni.
Quella di Edgardo e della famiglia Mortara è una storia inquietante ed emotivamente di grande impatto, che Marco Bellocchio racconta in maniera partecipata e quasi militante, con uno sguardo molto critico nei confronti dei vertici della chiesa e in particolare di Pio IX, ma soprattutto con grande comprensione per la vicenda di questo bambino cui viene imposta un'identità che non gli appartiene ma che alla fine non può che riconoscere come propria, a meno di non far crollare tutta l'impalcatura della sua esistenza.
La prima parte del film, quella in cui Edgardo è ancora bambino, è molto ben costruita e cinematograficamente molto efficace, anche grazie ai meriti interpretativi di uno spaurito e obbediente Enea Sala e dei due bravissimi Alesi e Ronchi nel ruolo dei genitori, oltre che di una fotografia di grande impatto visivo.
Il montaggio è molto ben realizzato, soprattutto quando raffronta e interseca situazioni opposte e che in qualche modo rappresentano le alternative della vita di Edgardo.
La violenza che attraversa questa vicenda e l'esercizio del potere da parte del papa-re sono manifeste e sottolineate da una musica forse fin troppo roboante, ma trasformano un film che è attraversato in buona parte dall'arte del pregare in qualcosa di tutt'altro che pacifico, bensì sconquassato da lotte esteriori e interiori spesso senza esito.
Rodrigo Sorogoyen è uno dei registi spagnoli più interessanti della sua generazione, uno capace di raccontare storie molto diverse tra loro (vicende individuali, drammi sociali ecc.) e di farlo con il medesimo livello di tensione emotiva, come si trattasse di veri e propri thriller. Dopo Il regno e Madre (entrambi visti a precedenti edizioni del Festival del cinema spagnolo e latinoamericano), quest'anno è la festa del cinema a darmi l'opportunità di vedere il suo ultimo film, As bestas (Le bestie).
Siamo in Galizia. Antoine (Dénis Menochet) e Olga (Marina Foïs) sono una coppia francese che da qualche anno ha deciso di trasferirsi in una fattoria nella montagna galiziana con un duplice obiettivo: coltivare la terra e venderne i prodotti, e ristrutturare case abbandonate per favorire un ripopolamento di una zona che gli abitanti storici stanno via via abbandonando. I loro vicini di casa, Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido), vivono nella fattoria della madre, e insieme a lei si occupano principalmente dell'allevamento di animali, tra cui cavalli. La sequenza di apertura del film, che vede i due fratelli immobilizzare i cavalli per marchiarli, è potentissima (anche grazie a un sapiente uso dell'effetto slow motion) e lo diventerà ancora di più grazie al richiamo con un'altra scena che arriverà molto più avanti nel corso del film.
Il film di Sorogoyen racconta della difficile integrazione della coppia francese e soprattutto dell'ostilità che i due fratelli non perdono occasione per dimostrargli, in particolare da quando Antoine e Olga hanno votato contro l'installazione di pale eoliche nel territorio, cosa che Xan e Loren considerano la loro unica opportunità di abbandonare questa vita tra le montagne e gli animali.
Possiamo affermare che il film si articola in due parti molto nettamente distinte: della prima è protagonista soprattutto Antoine (e in generale le figure maschili), mentre nella seconda lo spazio è occupato dalle figure femminili, Olga in particolare, ma anche la figlia della coppia, e la madre dei fratelli.
As bestas mette in scena un dramma senza soluzione, nel quale si scontrano visioni del mondo irriducibili, in un'epoca di transizione nella quale la prospettiva verso la quale ci si muove appare ancora confusa, con tutte le conseguenze che questo comporta sulle vite dei singoli.
Ne esce un film di grande caratura, in cui si mescolano e si sovrappongono anche molti altri sottotemi (il rapporto con lo straniero, il confronto generazionale, il rapporto tra classi sociali, i rischi dell'ignoranza e quelli della superiorità intellettuale), tutti valorizzati da dialoghi di alto livello e da immagini all'altezza.
Bravo Sorogoyen. Voto: 4/5
*********************** Rheingold
Fatih Akin è un regista che da tempo tengo d'occhio per l'originalità del suo sguardo che si colloca al confine tra due culture (è turco-tedesco) e che - grazie a questo sguardo - riesce a posizionarsi in modo praticamente meticcio su molti fronti, compreso quello musicale e cinematografico.
In Rheingold quest'approccio che tanto appartiene ad Akin trova il suo soggetto ideale, ossia la figura del rapper Xatar (al secolo Giwar Hajabi), alla cui autobiografia il film è ispirato. Xatar (qui interpretato da Emilio Sakraya), curdo, figlio di un compositore e direttore d'orchestra, nasce nel bel mezzo del conflitto che il popolo curdo deve affrontare per difendere la propria terra e la propria esistenza, poi emigra insieme ai suoi genitori a Bonn, dove crescendo si accorge della sua marginalità e della necessità di imparare a stare sulla strada. Da qui Giwar, pur formato alla musica per volere dei genitori, imbocca la strada della criminalità diventando un vero e proprio gangster, fino al furto di un grosso carico di oro che lo condurrà nelle prigioni siriane, dove il film stesso comincia. Estradato in un carcere tedesco, sarà qui che Giwar coronerà il suo sogno musicale incidendo il suo primo disco per arrivare infine a creare un'etichetta discografica.
Fin qui è una storia che ha decisamente dell'incredibile ma che mantiene una sua compattezza. Fatih Akin ci mette del suo facendola esplodere in un roboante mix di generi che vanno dal film di guerra al dramma geopolitico a quello sociale, alla commedia, al poliziesco fino ad arrivare alla farsa e a tratti al quasi demenziale. Capite bene che non si può restare indifferenti di fronte a questo film, che trascina e sballottola lo spettatore in tutte le direzioni facendone polpette ma tenendolo attaccato alla sedia. A suo modo un divertissement che però si distingue da altri perché parla di una storia vera e perché dentro ci sono tanti temi che più seri non si può.
Faccio fatica a dire se mi sia piaciuto fino in fondo o no. Però non si può non ammirare la voglia e la capacità di Akin di osare oltre il limite del pensabile.
Voto: 3,5/5
*********************** Era ora
Sono andata a vedere questo film (e ci ho portato anche mio padre in visita a Roma per fargli assaporare l'atmosfera della festa del cinema) con grandi aspettative, dal momento che avevo molto amato Orecchie, il precedente lavoro di Aronadio. Sarà che le aspettative erano troppo elevate, ma devo dire che sono uscita abbastanza delusa dalla Sala Sinopoli, pur avendo partecipato con entusiasmo alla festa di presentazione del film al pubblico a cui era presente l'intero cast.
Aronadio si ispira al film Long story short di Josh Lawson, ed è tutto incentrato sulla tematica del tempo (cui normalmente io sono parecchio sensibile). Il protagonista, Dante (Edoardo Leo), arriva a una festa di capodanno in ritardo e bacia quella che crede essere la sua ragazza (in quanto indossa lo stesso vestito) e che è invece Alice (Barbara Ronchi). Con un salto temporale siamo al compleanno di Dante che ormai sta con Alice: i due sono impegnati con il trasloco nella casa dove stanno andando a vivere insieme. È il giorno del compleanno di Dante e, mentre lui è al lavoro, Alice sta organizzando una festa a sorpresa per la serata, festa a cui Dante arriverà in ritardo. Da qui in poi Dante si ritrova a vivere solo il giorno del suo compleanno, saltando da un anno all’altro senza rendersi conto di quello che accade nel frattempo.
Gli nasce una figlia, viene nominato direttore dell’agenzia di assicurazioni in cui lavora, la sua storia con Alice va in crisi, si mette insieme alla sua segretaria Francesca, il suo migliore amico si ammala, le condizioni di salute di suo padre peggiorano fino alla morte. Dante è completamente spaesato: la sua vita prende strade che lui nemmeno vorrebbe e lui è assorbito in un vortice da cui non riesce a uscire, né è in grado di rimettere insieme i pezzi della sua esistenza.
Capirà che l’unico modo per uscire da questo loop è rallentare fino a fermarsi per comprendere quali sono le cose realmente importanti.
La commedia romantica di Aronadio è ben scritta e ben recitata; ha ritmo e riesce a far ridere, sorridere e in parte anche a commuovere. Diciamo però che, a mio modesto avviso, risulta alla fine troppo didascalica nel suo essere a tesi, tra l’altro una tesi che non condivido fino in fondo: quando uno dei personaggi richiama una citazione che dice che non c’è ieri né domani, ma solo oggi, penso che non è affatto vero. E che l’oggi senza l’ieri e il domani è quasi nulla, come sa chi ha conosciuto da vicino qualcuno con l’Alzheimer. Noi siamo la nostra memoria e la nostra progettualità: non possiamo realmente vivere solo nel presente. Certo, quello che possiamo fare è non farci fagocitare dal passato e dal futuro ed essere il più possibile consapevoli di quello che rende davvero la nostra vita degna di essere vissuta, e che non è chissà quale scopo alto, bensì lo stare bene con noi stessi e con gli altri.
Insomma, film gradevole, ma Orecchie era un’altra cosa.
Sono uscita dal cinema commossa e sollevata, e penso fosse questo l'intento di Giulia Louise Steigerwalt, qui alla sua opera prima in veste di regista, lei che si è già fatta conoscere e apprezzare come attrice.
Settembre (prodotto da Matteo Rovere) racconta un momento delicato della vita di alcune persone, che per una serie di motivi sono collegate le une alle altre. Francesca (Barbara Ronchi) non trova più alcun motivo di felicità nel suo matrimonio con Alberto, e l'unico suo supporto è la sua amica Debora (Thony), a sua volta con un matrimonio in crisi a causa dei tradimenti del marito.
Sergio (Luca Nozzoli), che è il figlio di Francesca, sta combinando l'incontro tra una sua compagna di classe, Maria (Margherita Rebeggiani) e Christian, e si offre di darle lezioni di sesso.
Guglielmo (Fabrizio Bentivoglio) vive da solo e trascorre le sue giornate tra il lavoro di medico, i videogiochi, delle tristi cene e delle uscite serali per incontrare una giovane prostituta, Ana (Tesa Litvan). Quest'ultima sogna di fare l'estetista e nel panificio dove va ogni giorno viene notata da Matteo (Enrico Borello), che si innamora di lei.
Tutte queste vite si trovano a un bivio, oppure si sono impantanate in una melma dalla quale fanno fatica a tirarsi fuori. Eventi imprevisti e imprevedibili offrono a ciascuno di loro l'occasione per interrompere l'inerzia e scegliere di cambiare ciò che non funziona, o quantomeno provarci.
È chiaro che quella di Giulia Steigerwald è una commedia che punta al lieto fine, a costo di semplificare alcune complessità, ma la freschezza dello sguardo della regista, una sceneggiatura e una recitazione che favoriscono l'empatia nei confronti dei personaggi, e il bisogno che tanto ci appartiene come esseri umani (e in questo momento ancora di più) di sperare sempre nel meglio fanno sì che la visione del film funga da vero e proprio balsamo per i nostri cuori sofferenti.
Settembre è un film delizioso, con un tocco leggero e divertito, senza essere stupido e superficiale, qualità che ne fanno quasi una rarità nel panorama cinematografico italiano contemporaneo.
La Steigerwalt non pretende di insegnarci nulla, né di dire grandi verità, ma guarda e ci fa guardare ai suoi personaggi - e di fatto anche a noi stessi - con un affetto sincero e compassionevole. Perché tutti ci impantaniamo a volte nelle nostre rigidità e tristezze, e non abbiamo il coraggio di guardarci in faccia e assumerci la responsabilità di un cambiamento, che inevitabilmente è sempre faticoso e comporta dei rischi. L'alternativa però è rimanere fermi e piangerci addosso.
Il film di Dolan a suo tempo non mi aveva convinto, ma ho deciso di offrire al testo una seconda possibilità, anche per apprezzarne la resa nel contesto teatrale nel quale è nato. L'adattamento italiano vede alla regia Francesco Frangipane, mentre sono affidati ad Anna Bonaiuto il ruolo della madre, ad Alessandro Tedeschi il ruolo di Louis, ad Angela Curri quello della sorella Suzanne, a Vincenzo De Michele quello del fratello Antoine, e infine a Barbara Ronchi quello di Catherine, la moglie di Antoine.
Sul palco la ricostruzione di una casa circondata dal prato: a sinistra il salotto, a destra la sala da pranzo, dietro, più in alto, da un lato la stanza di Suzanne (che vive ancora con la madre), dall'altro la cucina. Davanti a tutto tre grandi tende veneziane, da cui Suzanne spia, impaziente, l'arrivo del fratello Louis, che sta tornando a casa dopo dodici lunghi anni di assenza per comunicare che sta per morire.
Le veneziane vengono sollevate quando Louis arriva, e da questo momento inizia un faticoso tentativo di comunicazione tra i membri di questa famiglia, ciascuno portatore dei propri ricordi, dei propri rancori e delle proprie idiosincrasie, tutti desiderosi di rovesciare il proprio carico emotivo su colui che è stato assente per troppo tempo, lasciandoli soli e in fondo permettendo che ognuno si costruisse la propria idea e si desse la propria spiegazione. Louis ascolta, confuso e tramortito dalle parole altrui, fa fatica a interloquire, si limita a qualche sorriso, e quando a tavola tenta di parlare di sé e di raccontare quello che ha da dire, di fatto gli viene impedito, forse perché nessuno dei commensali vuole ascoltare la verità durissima che sta per dire.
Nel dramma di Lagarce, che affonda in parte le radici nella storia personale (essendo lo stesso autore morto di AIDS a soli 38 anni), viene messa in scena tutta la complessità delle dinamiche familiari e l'insuperabile incomunicabilità che è propria di quel consesso umano primigenio, in cui tutti i sentimenti risultano amplificati esponenzialmente nel bene e nel male. La famiglia è il luogo dal quale non si può fuggire nemmeno quando ci si allontana e nella quale le frustrazioni individuali e le fragilità affettive non solo non vengono risolte, ma rimangono intrappolate e fossilizzate in una coazione a ripetere infinita, di fronte alla quale nemmeno l'avanzare dell'età e l'aumentare delle esperienze possono nulla. Se la comunicazione con i propri simili e la reciproca comprensione sono uno dei problemi più grossi con cui gli esseri umani devono fare i conti, la famiglia costituisce il primo laboratorio dell'incomunicabilità umana, quello le cui conseguenze ci rimangono appiccicate addosso e che ci condizionerà per tutta la nostra vita.
E a questa incomunicabilità non sembra esserci rimedio.
La messa in scena del dramma di Lagarce da parte di Frangipane è pulita ed efficace, e gli attori sono appropriati e misurati (o senza misure) ciascuno rispetto al proprio ruolo. Non mi pare che la visione a teatro abbia aggiunto molto a quanto visto nell'adattamento cinematografico di Dolan, anche se devo dire che la maggiore essenzialità della resa teatrale e l'assenza di artifici di carattere intellettualistico hanno certamente contribuito a far arrivare il messaggio in maniera molto più chiara e diretta.
Dopo aver scoperto leggendo il Rapporto ISTAT 2018 che appartengo al circa 20% della popolazione italiana che va a teatro almeno una volta all’anno (ma forse al 2% che ci va regolarmente nel corso dell’anno), mi do una spiegazione del perché a ogni spettacolo teatrale che vado a vedere (indipendentemente dalla sua qualità e dal suo costo) il pubblico occupa sempre meno della metà della sala.
Sul palco un interno familiare: una cucina con un tavolo attorno al quale una famiglia, padre e madre piuttosto anziani e tre figli, un maschio e due femmine, la più piccola delle quali sta finendo un dottorato, è riunita per una cena in cui si parla del più e del meno e ognuno racconta la propria vita e le ultime cose che gli sono capitate.
L’unico silenzioso è Francesco, il figlio maggiore, che a un certo punto interrompe l’allegra chiacchiera familiare per annunciare che il giorno dopo non ci sarà più. Segue un silenzio infinito nello smarrimento generale, che vede ciascun membro della famiglia indietreggiare nella difficoltà di gestire emotivamente e praticamente questa notizia.
A poco a poco il capofamiglia trova la forza di rompere il silenzio dell’incredulità e dello shock per chiedere spiegazioni al figlio. Francesco confessa che ha deciso di suicidarsi perché la sua vita non ha più senso dopo la morte della moglie, ma ha deciso di dirlo a tutti loro per evitargli inutili e immotivati sensi di colpa.
Il vaso familiare è ormai in frantumi, e ciascuno dei membri della famiglia fa dei tentativi più o meno faticosi e impacciati per affrontare questa sconvolgente notizia che gli è stata rivelata. Ognuno di loro deve gestire in momenti diversi la rabbia e il dolore, e reagisce passando dalla volontà di ascoltare alla difficoltà di comprendere, dal tentativo di far ragionare Francesco o ricattarlo affettivamente per fargli cambiare idea alla rassegnazione e all’accettazione di una volontà che sembra irremovibile e rispetto alla quale niente si può.
Questa girandola di sentimenti produce conflitti e tensioni all’interno del nucleo familiare, ognuno è chiamato a prendere una posizione di fronte a questa decisione, in un mix confuso di sentimenti che si aggrovigliano nella mente di ciascuno in un alternarsi di lucidità e folle dolore.
Di fronte all’impotenza - il sentimento, secondo me, più forte con cui siamo chiamati a fare i conti nella vita - inizia la straziante girandola dei saluti, e ognuno cerca il proprio modo personale con cui dire addio a Francesco, fino al momento in cui questi si chiude la porta alle spalle, lasciando la sua famiglia smarrita e dispersa nei quattro angoli della casa. Una famiglia che si ricomporrà poi nell’attesa e in una speranza probabilmente vana, lasciando prefigurare cosa aspetta ognuno di loro per la vita a venire.
Uno spettacolo, quello di Filippo Gili, ben scritto e direi altrettanto ben recitato (a parte qualche momento un pochino troppo sopra le righe per i miei gusti, ma è solo una valutazione personale). La situazione è un classico topos narrativo: un equilibrio familiare mandato in frantumi da una rivelazione sconvolgente, ma il tema è direi piuttosto nuovo e lo sviluppo va – mi pare – al di là della riflessione sulle dinamiche familiari (rispetto alle quali non mi sembra che dica niente di nuovo) per parlare invece della difficoltà – che è di tutti ma ancora di più è propria di un contesto familiare – ad affrontare una scelta che non si può comprendere in alcun modo.
L’elemento paradossale che sta in questo testo, la decisione di Francesco di raccontare alla sua famiglia la sua decisione per evitare sensi di colpa, è il suo punto forte, quello che rende lo sviluppo imprevisto e imprevedibile, nonché potente per il pubblico che assiste, altrettanto scioccato e sospirante di fronte a una situazione in cui nessuno vorrebbe venirsi a trovare.
Bibliotecaria di professione, mescolo la passione per le biblioteche con mille altri interessi (cinema, musica, teatro, fotografia, letteratura, viaggi), cui cerco di dare spazio e sfogo in questo blog.
Per il nome di questo blog devo ringraziare le suggestioni del grande maestro Zygmunt Bauman e, in particolare, il suo libro "Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi", sebbene a me lo sciame inquieto suggerisce anche qualcos'altro di più personale.