Non era nei miei programmi cinematografici ma chiamata a raccolta da I. decido di dedicare una domenica sera al film di Paolo Genovese, di cui avevo apprezzato a suo tempo Perfetti sconosciuti (diventato poi un successo mondiale) e non mi era dispiaciuto, pur con qualche riserva, The place.
Questa volta Genovese, autore del soggetto e coautore della sceneggiatura insieme a Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi, di ispira a Inside out, il cartone della Pixar, per raccontare quello che accade nella testa di un uomo e una donna, Piero (Edoardo Leo) e Lara (Pilar Fogliati), a un primo appuntamento.
A differenza che in Inside out, qui i soggetti che abitano le menti dei due protagonisti non sono le loro emozioni, ma le loro differenti personalità, quella romantica, quella razionale, quella folle, quella istintiva.
Le personalità di Piero sono incarnate da Maurizio Lastrico, Marco Giallini, Rocco Papaleo e Claudio Santamaria, quelle di Lara invece sono rappresentate da Vittoria Puccini, Claudia Pandolfi, Maria Chiara Giannetta e Emanuela Fanelli.
L’intero film ha un impianto fortemente teatrale (e non ho dubbi che diventerà anche uno spettacolo per il teatro, visto lo straordinario successo che il film sta avendo): tutto avviene nella casa di Lara, mentre le diverse personalità di ciascuno stanno gli uomini in una stanza e le donne in un’altra.
Il film ha una sceneggiatura brillante e credibile, oltre che godibile e a tratti decisamente divertente, ed è ben interpretato da tutti gli attori; il tema indagato è quello della relazione tra uomini e donne che da un lato ha dei tratti universali e perduranti, dall’altro fa i conti con i cambiamenti sociali e l’evoluzione del concetto di maschile e femminile, con tutto quello che comporta.
Per tutti questi motivi il pubblico, di qualunque età e di qualunque condizione sociale, non farà fatica a immedesimarsi e a riconoscere pensieri e situazioni con cui si è confrontato almeno una volta nella vita, direttamente o indirettamente.
Alcune trovate sono davvero riuscite ed esilaranti, come la rappresentazione dell’orgasmo di lei attraverso l’esecuzione da parte di tutte le personalità in coro, maschili e femminili, di Somebody to love dei Queen. Meno mi ha convinto il momento dell’incontro, verso la fine, tra tutte le personalità, quando invadono la casa di Lara e si confrontano direttamente e non attraverso i due protagonisti.
Nel complesso, un film piacevole per una serata di relax e senza troppi pensieri, una commedia italiana che sa mantenersi perfettamente in equilibrio tra leggerezza e intelligenza, ma certamente non un film che farà la storia del cinema italiano.
Voto: 3/5
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mercoledì 26 marzo 2025
mercoledì 2 novembre 2022
Festa del cinema di Roma, 13-23 ottobre 2022 (Seconda parte)
Qui la prima parte del resoconto della Festa del cinema.
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As bestas
Rodrigo Sorogoyen è uno dei registi spagnoli più interessanti della sua generazione, uno capace di raccontare storie molto diverse tra loro (vicende individuali, drammi sociali ecc.) e di farlo con il medesimo livello di tensione emotiva, come si trattasse di veri e propri thriller. Dopo Il regno e Madre (entrambi visti a precedenti edizioni del Festival del cinema spagnolo e latinoamericano), quest'anno è la festa del cinema a darmi l'opportunità di vedere il suo ultimo film, As bestas (Le bestie).
Siamo in Galizia. Antoine (Dénis Menochet) e Olga (Marina Foïs) sono una coppia francese che da qualche anno ha deciso di trasferirsi in una fattoria nella montagna galiziana con un duplice obiettivo: coltivare la terra e venderne i prodotti, e ristrutturare case abbandonate per favorire un ripopolamento di una zona che gli abitanti storici stanno via via abbandonando. I loro vicini di casa, Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido), vivono nella fattoria della madre, e insieme a lei si occupano principalmente dell'allevamento di animali, tra cui cavalli. La sequenza di apertura del film, che vede i due fratelli immobilizzare i cavalli per marchiarli, è potentissima (anche grazie a un sapiente uso dell'effetto slow motion) e lo diventerà ancora di più grazie al richiamo con un'altra scena che arriverà molto più avanti nel corso del film.
Il film di Sorogoyen racconta della difficile integrazione della coppia francese e soprattutto dell'ostilità che i due fratelli non perdono occasione per dimostrargli, in particolare da quando Antoine e Olga hanno votato contro l'installazione di pale eoliche nel territorio, cosa che Xan e Loren considerano la loro unica opportunità di abbandonare questa vita tra le montagne e gli animali.
Possiamo affermare che il film si articola in due parti molto nettamente distinte: della prima è protagonista soprattutto Antoine (e in generale le figure maschili), mentre nella seconda lo spazio è occupato dalle figure femminili, Olga in particolare, ma anche la figlia della coppia, e la madre dei fratelli.
As bestas mette in scena un dramma senza soluzione, nel quale si scontrano visioni del mondo irriducibili, in un'epoca di transizione nella quale la prospettiva verso la quale ci si muove appare ancora confusa, con tutte le conseguenze che questo comporta sulle vite dei singoli.
Ne esce un film di grande caratura, in cui si mescolano e si sovrappongono anche molti altri sottotemi (il rapporto con lo straniero, il confronto generazionale, il rapporto tra classi sociali, i rischi dell'ignoranza e quelli della superiorità intellettuale), tutti valorizzati da dialoghi di alto livello e da immagini all'altezza.
Bravo Sorogoyen.
Voto: 4/5
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Rheingold
Fatih Akin è un regista che da tempo tengo d'occhio per l'originalità del suo sguardo che si colloca al confine tra due culture (è turco-tedesco) e che - grazie a questo sguardo - riesce a posizionarsi in modo praticamente meticcio su molti fronti, compreso quello musicale e cinematografico.
In Rheingold quest'approccio che tanto appartiene ad Akin trova il suo soggetto ideale, ossia la figura del rapper Xatar (al secolo Giwar Hajabi), alla cui autobiografia il film è ispirato. Xatar (qui interpretato da Emilio Sakraya), curdo, figlio di un compositore e direttore d'orchestra, nasce nel bel mezzo del conflitto che il popolo curdo deve affrontare per difendere la propria terra e la propria esistenza, poi emigra insieme ai suoi genitori a Bonn, dove crescendo si accorge della sua marginalità e della necessità di imparare a stare sulla strada. Da qui Giwar, pur formato alla musica per volere dei genitori, imbocca la strada della criminalità diventando un vero e proprio gangster, fino al furto di un grosso carico di oro che lo condurrà nelle prigioni siriane, dove il film stesso comincia. Estradato in un carcere tedesco, sarà qui che Giwar coronerà il suo sogno musicale incidendo il suo primo disco per arrivare infine a creare un'etichetta discografica.
Fin qui è una storia che ha decisamente dell'incredibile ma che mantiene una sua compattezza. Fatih Akin ci mette del suo facendola esplodere in un roboante mix di generi che vanno dal film di guerra al dramma geopolitico a quello sociale, alla commedia, al poliziesco fino ad arrivare alla farsa e a tratti al quasi demenziale. Capite bene che non si può restare indifferenti di fronte a questo film, che trascina e sballottola lo spettatore in tutte le direzioni facendone polpette ma tenendolo attaccato alla sedia. A suo modo un divertissement che però si distingue da altri perché parla di una storia vera e perché dentro ci sono tanti temi che più seri non si può.
Faccio fatica a dire se mi sia piaciuto fino in fondo o no. Però non si può non ammirare la voglia e la capacità di Akin di osare oltre il limite del pensabile.
Voto: 3,5/5
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Era ora
Sono andata a vedere questo film (e ci ho portato anche mio padre in visita a Roma per fargli assaporare l'atmosfera della festa del cinema) con grandi aspettative, dal momento che avevo molto amato Orecchie, il precedente lavoro di Aronadio. Sarà che le aspettative erano troppo elevate, ma devo dire che sono uscita abbastanza delusa dalla Sala Sinopoli, pur avendo partecipato con entusiasmo alla festa di presentazione del film al pubblico a cui era presente l'intero cast.
Aronadio si ispira al film Long story short di Josh Lawson, ed è tutto incentrato sulla tematica del tempo (cui normalmente io sono parecchio sensibile). Il protagonista, Dante (Edoardo Leo), arriva a una festa di capodanno in ritardo e bacia quella che crede essere la sua ragazza (in quanto indossa lo stesso vestito) e che è invece Alice (Barbara Ronchi). Con un salto temporale siamo al compleanno di Dante che ormai sta con Alice: i due sono impegnati con il trasloco nella casa dove stanno andando a vivere insieme. È il giorno del compleanno di Dante e, mentre lui è al lavoro, Alice sta organizzando una festa a sorpresa per la serata, festa a cui Dante arriverà in ritardo. Da qui in poi Dante si ritrova a vivere solo il giorno del suo compleanno, saltando da un anno all’altro senza rendersi conto di quello che accade nel frattempo.
Gli nasce una figlia, viene nominato direttore dell’agenzia di assicurazioni in cui lavora, la sua storia con Alice va in crisi, si mette insieme alla sua segretaria Francesca, il suo migliore amico si ammala, le condizioni di salute di suo padre peggiorano fino alla morte. Dante è completamente spaesato: la sua vita prende strade che lui nemmeno vorrebbe e lui è assorbito in un vortice da cui non riesce a uscire, né è in grado di rimettere insieme i pezzi della sua esistenza.
Capirà che l’unico modo per uscire da questo loop è rallentare fino a fermarsi per comprendere quali sono le cose realmente importanti.
La commedia romantica di Aronadio è ben scritta e ben recitata; ha ritmo e riesce a far ridere, sorridere e in parte anche a commuovere. Diciamo però che, a mio modesto avviso, risulta alla fine troppo didascalica nel suo essere a tesi, tra l’altro una tesi che non condivido fino in fondo: quando uno dei personaggi richiama una citazione che dice che non c’è ieri né domani, ma solo oggi, penso che non è affatto vero. E che l’oggi senza l’ieri e il domani è quasi nulla, come sa chi ha conosciuto da vicino qualcuno con l’Alzheimer. Noi siamo la nostra memoria e la nostra progettualità: non possiamo realmente vivere solo nel presente. Certo, quello che possiamo fare è non farci fagocitare dal passato e dal futuro ed essere il più possibile consapevoli di quello che rende davvero la nostra vita degna di essere vissuta, e che non è chissà quale scopo alto, bensì lo stare bene con noi stessi e con gli altri.
Insomma, film gradevole, ma Orecchie era un’altra cosa.
Voto: 3/5
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As bestas Rodrigo Sorogoyen è uno dei registi spagnoli più interessanti della sua generazione, uno capace di raccontare storie molto diverse tra loro (vicende individuali, drammi sociali ecc.) e di farlo con il medesimo livello di tensione emotiva, come si trattasse di veri e propri thriller. Dopo Il regno e Madre (entrambi visti a precedenti edizioni del Festival del cinema spagnolo e latinoamericano), quest'anno è la festa del cinema a darmi l'opportunità di vedere il suo ultimo film, As bestas (Le bestie).
Siamo in Galizia. Antoine (Dénis Menochet) e Olga (Marina Foïs) sono una coppia francese che da qualche anno ha deciso di trasferirsi in una fattoria nella montagna galiziana con un duplice obiettivo: coltivare la terra e venderne i prodotti, e ristrutturare case abbandonate per favorire un ripopolamento di una zona che gli abitanti storici stanno via via abbandonando. I loro vicini di casa, Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido), vivono nella fattoria della madre, e insieme a lei si occupano principalmente dell'allevamento di animali, tra cui cavalli. La sequenza di apertura del film, che vede i due fratelli immobilizzare i cavalli per marchiarli, è potentissima (anche grazie a un sapiente uso dell'effetto slow motion) e lo diventerà ancora di più grazie al richiamo con un'altra scena che arriverà molto più avanti nel corso del film.
Il film di Sorogoyen racconta della difficile integrazione della coppia francese e soprattutto dell'ostilità che i due fratelli non perdono occasione per dimostrargli, in particolare da quando Antoine e Olga hanno votato contro l'installazione di pale eoliche nel territorio, cosa che Xan e Loren considerano la loro unica opportunità di abbandonare questa vita tra le montagne e gli animali.
Possiamo affermare che il film si articola in due parti molto nettamente distinte: della prima è protagonista soprattutto Antoine (e in generale le figure maschili), mentre nella seconda lo spazio è occupato dalle figure femminili, Olga in particolare, ma anche la figlia della coppia, e la madre dei fratelli.
As bestas mette in scena un dramma senza soluzione, nel quale si scontrano visioni del mondo irriducibili, in un'epoca di transizione nella quale la prospettiva verso la quale ci si muove appare ancora confusa, con tutte le conseguenze che questo comporta sulle vite dei singoli.
Ne esce un film di grande caratura, in cui si mescolano e si sovrappongono anche molti altri sottotemi (il rapporto con lo straniero, il confronto generazionale, il rapporto tra classi sociali, i rischi dell'ignoranza e quelli della superiorità intellettuale), tutti valorizzati da dialoghi di alto livello e da immagini all'altezza.
Bravo Sorogoyen.
Voto: 4/5
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Rheingold Fatih Akin è un regista che da tempo tengo d'occhio per l'originalità del suo sguardo che si colloca al confine tra due culture (è turco-tedesco) e che - grazie a questo sguardo - riesce a posizionarsi in modo praticamente meticcio su molti fronti, compreso quello musicale e cinematografico.
In Rheingold quest'approccio che tanto appartiene ad Akin trova il suo soggetto ideale, ossia la figura del rapper Xatar (al secolo Giwar Hajabi), alla cui autobiografia il film è ispirato. Xatar (qui interpretato da Emilio Sakraya), curdo, figlio di un compositore e direttore d'orchestra, nasce nel bel mezzo del conflitto che il popolo curdo deve affrontare per difendere la propria terra e la propria esistenza, poi emigra insieme ai suoi genitori a Bonn, dove crescendo si accorge della sua marginalità e della necessità di imparare a stare sulla strada. Da qui Giwar, pur formato alla musica per volere dei genitori, imbocca la strada della criminalità diventando un vero e proprio gangster, fino al furto di un grosso carico di oro che lo condurrà nelle prigioni siriane, dove il film stesso comincia. Estradato in un carcere tedesco, sarà qui che Giwar coronerà il suo sogno musicale incidendo il suo primo disco per arrivare infine a creare un'etichetta discografica.
Fin qui è una storia che ha decisamente dell'incredibile ma che mantiene una sua compattezza. Fatih Akin ci mette del suo facendola esplodere in un roboante mix di generi che vanno dal film di guerra al dramma geopolitico a quello sociale, alla commedia, al poliziesco fino ad arrivare alla farsa e a tratti al quasi demenziale. Capite bene che non si può restare indifferenti di fronte a questo film, che trascina e sballottola lo spettatore in tutte le direzioni facendone polpette ma tenendolo attaccato alla sedia. A suo modo un divertissement che però si distingue da altri perché parla di una storia vera e perché dentro ci sono tanti temi che più seri non si può.
Faccio fatica a dire se mi sia piaciuto fino in fondo o no. Però non si può non ammirare la voglia e la capacità di Akin di osare oltre il limite del pensabile.
Voto: 3,5/5
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Era ora Sono andata a vedere questo film (e ci ho portato anche mio padre in visita a Roma per fargli assaporare l'atmosfera della festa del cinema) con grandi aspettative, dal momento che avevo molto amato Orecchie, il precedente lavoro di Aronadio. Sarà che le aspettative erano troppo elevate, ma devo dire che sono uscita abbastanza delusa dalla Sala Sinopoli, pur avendo partecipato con entusiasmo alla festa di presentazione del film al pubblico a cui era presente l'intero cast.
Aronadio si ispira al film Long story short di Josh Lawson, ed è tutto incentrato sulla tematica del tempo (cui normalmente io sono parecchio sensibile). Il protagonista, Dante (Edoardo Leo), arriva a una festa di capodanno in ritardo e bacia quella che crede essere la sua ragazza (in quanto indossa lo stesso vestito) e che è invece Alice (Barbara Ronchi). Con un salto temporale siamo al compleanno di Dante che ormai sta con Alice: i due sono impegnati con il trasloco nella casa dove stanno andando a vivere insieme. È il giorno del compleanno di Dante e, mentre lui è al lavoro, Alice sta organizzando una festa a sorpresa per la serata, festa a cui Dante arriverà in ritardo. Da qui in poi Dante si ritrova a vivere solo il giorno del suo compleanno, saltando da un anno all’altro senza rendersi conto di quello che accade nel frattempo.
Gli nasce una figlia, viene nominato direttore dell’agenzia di assicurazioni in cui lavora, la sua storia con Alice va in crisi, si mette insieme alla sua segretaria Francesca, il suo migliore amico si ammala, le condizioni di salute di suo padre peggiorano fino alla morte. Dante è completamente spaesato: la sua vita prende strade che lui nemmeno vorrebbe e lui è assorbito in un vortice da cui non riesce a uscire, né è in grado di rimettere insieme i pezzi della sua esistenza.
Capirà che l’unico modo per uscire da questo loop è rallentare fino a fermarsi per comprendere quali sono le cose realmente importanti.
La commedia romantica di Aronadio è ben scritta e ben recitata; ha ritmo e riesce a far ridere, sorridere e in parte anche a commuovere. Diciamo però che, a mio modesto avviso, risulta alla fine troppo didascalica nel suo essere a tesi, tra l’altro una tesi che non condivido fino in fondo: quando uno dei personaggi richiama una citazione che dice che non c’è ieri né domani, ma solo oggi, penso che non è affatto vero. E che l’oggi senza l’ieri e il domani è quasi nulla, come sa chi ha conosciuto da vicino qualcuno con l’Alzheimer. Noi siamo la nostra memoria e la nostra progettualità: non possiamo realmente vivere solo nel presente. Certo, quello che possiamo fare è non farci fagocitare dal passato e dal futuro ed essere il più possibile consapevoli di quello che rende davvero la nostra vita degna di essere vissuta, e che non è chissà quale scopo alto, bensì lo stare bene con noi stessi e con gli altri.
Insomma, film gradevole, ma Orecchie era un’altra cosa.
Voto: 3/5
venerdì 3 gennaio 2020
La dea fortuna
In una programmazione cinematografica pre-natalizia di provincia meridionale davvero poco entusiasmante, io e mio nipote F. decidiamo di andare a vedere l’ultimo film di Ferzan Ozpetek. A dire la verità, dopo aver apprezzato e in alcuni casi amato i primi film del regista turco, già da diversi anni ho abbandonato la sua filmografia e ogni qualvolta decido di fare un nuovo tentativo me ne pento più o meno amaramente.
In questo caso, mentre alla prima visione del trailer avevo commentato “Oddio, no, l’ennesimo film di Ozpetek”, dopo aver letto la storia ho pensato che poteva valer la pena riprovarci. E così eccomi al cinema.
Il titolo di questo nuovo film, La dea fortuna, fa riferimento alla divinità a cui è dedicato lo splendido tempio della fortuna di Palestrina, dove lavora una delle protagoniste del film, Annamaria (Jasmine Trinca). La giovane donna si presenta all’improvviso a casa del suo ex Alessandro (un affascinantissimo Edoardo Leo), che ormai condivide da oltre 15 anni casa e vita con Arturo (un bravissimo Stefano Accorsi). Annamaria sta per ricoverarsi in ospedale per degli accertamenti e chiede ai due amici di tenerle per qualche giorno i due figli, Martina (Sara Ciocca) e Alessandro, detto Sandro (Edoardo Brandi).
L’arrivo dei due ragazzini e gli eventi che ne seguono saranno per Alessandro e Arturo, che vivono un momento di profonda stanchezza e crisi nella coppia, l’occasione per rimettersi in discussione, per far emergere i nodi della loro relazione e per comprendere se esiste un futuro per loro.
Il film parte bene, sebbene in una maniera tipicamente ozpetekiana, con una festa di matrimonio sulla terrazza dei due protagonisti, affollata della variegata umanità che è caratteristica dei film del regista. Lo sviluppo narrativo che ne segue non scorre però sempre fluido e credibile, e a momenti emotivamente intensi si alternano altri passaggi caratterizzati da lentezza e meccanicità. Non aiuta il fatto che, a parte i personaggi principali di Alessandro e Arturo, tutti gli altri restano poco approfonditi e trattati in maniera superficiale, e alcuni di questi – non so bene se a livello di sceneggiatura o di recitazione, o di entrambe le cose – risultano poco credibili: penso ad esempio ai due bambini e alla nonna (interpretata da Barbara Alberti).
E così anche se il racconto è ispirato a una storia vera – come viene dichiarato fin dal principio – è impossibile non percepire un che di costruito che suona inevitabilmente falso. In alcuni momenti mi è tornato in mente il film di Valeria Golino, Euforia, e non ho potuto fare a meno di notare il diverso impatto emotivo: entrambi sono film che parlano di vita e di morte, di felicità e di dramma, di sentimenti e di legami forti, ma mentre la Golino riesce a tenerci dentro la storia, in Ozpetek a più riprese abbiamo l’impressione di guardarla dall’esterno.
Non è solo che Ozpetek tende ormai a ripetere sé stesso in maniera quasi autoreferenziale; mi sembra che abbia perso un po’ di smalto e di freschezza nel raccontare le storie, e che venga fuori nei suoi film qualche forma di stanchezza e qualche idiosincrasia propria dell’età che avanza. È proprio vero – e questo vale per moltissimi – che le cose migliori, a livello artistico, lavorativo e creativo, spesso si fanno entro i 40 anni, ed è un peccato che nella nostra società accada sempre più spesso che le persone a quell’età stiano ancora cercando una loro collocazione nel mondo e lottando per sopravvivere, anziché essere in grado di dare il meglio di sé. Ma questa è una digressione e forse poco ha a che fare con Ozpetek.
Resta il fatto che né a me né a mio nipote il film è piaciuto, ma è chiaro che il giudizio non è mai generalizzabile e infatti mentre uscivamo dal cinema c’era accanto a noi una signora che commentava entusiasta dicendo che le era piaciuto moltissimo.
Voto: 2,5/5
In questo caso, mentre alla prima visione del trailer avevo commentato “Oddio, no, l’ennesimo film di Ozpetek”, dopo aver letto la storia ho pensato che poteva valer la pena riprovarci. E così eccomi al cinema.
Il titolo di questo nuovo film, La dea fortuna, fa riferimento alla divinità a cui è dedicato lo splendido tempio della fortuna di Palestrina, dove lavora una delle protagoniste del film, Annamaria (Jasmine Trinca). La giovane donna si presenta all’improvviso a casa del suo ex Alessandro (un affascinantissimo Edoardo Leo), che ormai condivide da oltre 15 anni casa e vita con Arturo (un bravissimo Stefano Accorsi). Annamaria sta per ricoverarsi in ospedale per degli accertamenti e chiede ai due amici di tenerle per qualche giorno i due figli, Martina (Sara Ciocca) e Alessandro, detto Sandro (Edoardo Brandi).
L’arrivo dei due ragazzini e gli eventi che ne seguono saranno per Alessandro e Arturo, che vivono un momento di profonda stanchezza e crisi nella coppia, l’occasione per rimettersi in discussione, per far emergere i nodi della loro relazione e per comprendere se esiste un futuro per loro.
Il film parte bene, sebbene in una maniera tipicamente ozpetekiana, con una festa di matrimonio sulla terrazza dei due protagonisti, affollata della variegata umanità che è caratteristica dei film del regista. Lo sviluppo narrativo che ne segue non scorre però sempre fluido e credibile, e a momenti emotivamente intensi si alternano altri passaggi caratterizzati da lentezza e meccanicità. Non aiuta il fatto che, a parte i personaggi principali di Alessandro e Arturo, tutti gli altri restano poco approfonditi e trattati in maniera superficiale, e alcuni di questi – non so bene se a livello di sceneggiatura o di recitazione, o di entrambe le cose – risultano poco credibili: penso ad esempio ai due bambini e alla nonna (interpretata da Barbara Alberti).
E così anche se il racconto è ispirato a una storia vera – come viene dichiarato fin dal principio – è impossibile non percepire un che di costruito che suona inevitabilmente falso. In alcuni momenti mi è tornato in mente il film di Valeria Golino, Euforia, e non ho potuto fare a meno di notare il diverso impatto emotivo: entrambi sono film che parlano di vita e di morte, di felicità e di dramma, di sentimenti e di legami forti, ma mentre la Golino riesce a tenerci dentro la storia, in Ozpetek a più riprese abbiamo l’impressione di guardarla dall’esterno.
Non è solo che Ozpetek tende ormai a ripetere sé stesso in maniera quasi autoreferenziale; mi sembra che abbia perso un po’ di smalto e di freschezza nel raccontare le storie, e che venga fuori nei suoi film qualche forma di stanchezza e qualche idiosincrasia propria dell’età che avanza. È proprio vero – e questo vale per moltissimi – che le cose migliori, a livello artistico, lavorativo e creativo, spesso si fanno entro i 40 anni, ed è un peccato che nella nostra società accada sempre più spesso che le persone a quell’età stiano ancora cercando una loro collocazione nel mondo e lottando per sopravvivere, anziché essere in grado di dare il meglio di sé. Ma questa è una digressione e forse poco ha a che fare con Ozpetek.
Resta il fatto che né a me né a mio nipote il film è piaciuto, ma è chiaro che il giudizio non è mai generalizzabile e infatti mentre uscivamo dal cinema c’era accanto a noi una signora che commentava entusiasta dicendo che le era piaciuto moltissimo.
Voto: 2,5/5
giovedì 18 febbraio 2016
Perfetti sconosciuti
Il film di Paolo Genovese (anche sceneggiatore insieme a Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello) secondo me è perfettamente racchiuso in una delle tante risposte spiazzanti e anticonformiste che Dan Savage (la cui corrispondenza viene pubblicata sulla rubrica Savage Love de L’Internazionale) dà a uno dei suoi lettori: «Se una persona è in cerca di scuse per uscire da un matrimonio di merda pieno di conflitti — perché il divorzio consensuale non gli basta — allora ok, magari cercare il nome del marito o della moglie può servirle [parla del sito di incontri hackerato Ashley Madison]. Ma chi ha un matrimonio in cui ci si ama, che funziona, senza troppi conflitti e più o meno felice è meglio che ci pensi due volte.»
In Perfetti sconosciuti quattro amici che si conoscono da una vita, si incontrano per una cena (tre di loro con le rispettive mogli e un single) e decidono di "non pensarci due volte", facendo un gioco molto pericoloso: mettere al centro del tavolo i telefoni di tutti e rendere pubblici qualunque telefonata o messaggio arrivi.
Da qui inizia un vero e proprio gioco al massacro, in cui si ride moltissimo, ma si assiste anche a una escalation emotiva che mette ognuno di loro di fronte a verità – più o meno imbarazzanti, più o meno inconfessabili, più o meno moralmente inaccettabili – che rimangono sepolte anche nei matrimoni, nell’amore, nelle amicizie di lunga data.
Inizio dalle cose che non mi sono piaciute nel film di Genovese: non mi è piaciuto l’ormai abusato espediente – onnipresente nella commedia italiana di questi ultimi anni - della cena tra amici che si trasforma in una piccola carneficina (vedi Dobbiamo parlare, I nostri ragazzi, Il nome del figlio ecc.), non il sovraccarico di “colpi di scena” che crea un effetto talmente pieno da risultare in parte poco realistico, non la necessità di un personaggio (quello di Rocco) che – per equilibrio e consapevolezza di sé – finisce per fare troppo contrasto con gli altri, infine non l’escamotage finale che sembra volerci pacificare e inquietare al contempo.
Però, Perfetti sconosciuti è un film che mette sul tavolo non soltanto gli smartphone dei suoi protagonisti, bensì diverse questioni centrali delle dinamiche relazionali. E il punto non è il telefonino, in quanto strumento infernale in cui sono nascosti tutti i nostri segreti, il punto non è nemmeno la “liquidità” delle relazioni nella nostra società: dal mio punto di vista, il tema centrale è l’ipocrisia di ciascuno di noi nel pensare che l’amore e l’amicizia significhino sincerità totale, sincerità che pensiamo ci sia dovuta da chi ci sta accanto ma che sappiamo benissimo di non poter garantire in prima persona a nessuno. Il corollario di questo tema è il condizionamento morale e sociale per cui un rapporto non è vero se non si basa su questa sincerità assoluta, che dunque pretendiamo più o meno tutti, anche se sappiamo benissimo – per esperienza personale – che non possiamooffrirla, e che non è neanche giusta per nessuno.
Centinaia di anni di romanticismo spalmato su amore e amicizia ci hanno totalmente disabituato da un lato al fatto che una relazione è una negoziazione e che negoziare i termini del proprio rapporto con la persona che si ama o che si vuol bene non è prosaico né disdicevole, bensì è un difficile passo da compiere nella verifica della tenuta di un rapporto, dall’altro al fatto che fiducia e fedeltà non sono necessariamente antinomici rispetto a bugia e tradimento.
Quando il personaggio di Carlotta dice che nella vita bisogna imparare a lasciarsi secondo me sta dicendo una grandissima verità il cui naturale complemento dal mio punto di vista è che bisogna imparare a stare insieme, il che forse vuol dire che ognuno di noi dovrebbe provare a capire (e non dico che sia facile) qual è la soglia di benessere o di malessere che ci spinge a continuare una relazione o ci dovrebbe convincere a chiuderla. E questa soglia non ha certamente a che vedere con il dominio e il controllo del mondo segreto che ognuno si porta dentro e con la condivisione obbligatoria di ogni frammento della propria vita con l’altra persona, ma con il tasso di serenità, affetto, benessere che riusciamo a vivere dentro quel rapporto e con la negoziazione sulla quantità di verità che si vuole condividere, e che certamente cambia da rapporto a rapporto.
Peppe (Giuseppe Battiston), Rocco (Marco Giallini), Eva (Kasia Smutniak), Lele (Valerio Mastandrea), Carlotta (Anna Foglietta), Cosimo (Edoardo Leo) e Bianca (Alba Rohrwacher) sono lo specchio di ciascuno di noi, ingenui, bugiardi, frustrati, meschini, scontenti, ma incredibilmente veri, umani, quasi adorabili, nel loro essere sempre convinti che i nostri piccoli/grandi segreti siano sempre più giustificabili di quelli di chi ci sta accanto. Ma alla fine – come dice Rocco – siamo tutti frangibili, e per questo è giusto che in qualunque relazione – come avviene per i porcospini – si trovi la giusta distanza e la si rinegozi giorno per giorno fino a quando si ha ancora la voglia di cercare il calore della vicinanza dell’altro.
Il film di Genovese non sceglie la comoda strada del moralismo o della semplificazione, e sposa appieno il principio che non esiste alcuna risposta facile, lasciando allo spettatore l’occasione di vivere il gioco sulla propria pelle e al contempo l’opportunità di assistervi dall’esterno.
Voto: 3,5/5
In Perfetti sconosciuti quattro amici che si conoscono da una vita, si incontrano per una cena (tre di loro con le rispettive mogli e un single) e decidono di "non pensarci due volte", facendo un gioco molto pericoloso: mettere al centro del tavolo i telefoni di tutti e rendere pubblici qualunque telefonata o messaggio arrivi.
Da qui inizia un vero e proprio gioco al massacro, in cui si ride moltissimo, ma si assiste anche a una escalation emotiva che mette ognuno di loro di fronte a verità – più o meno imbarazzanti, più o meno inconfessabili, più o meno moralmente inaccettabili – che rimangono sepolte anche nei matrimoni, nell’amore, nelle amicizie di lunga data.
Inizio dalle cose che non mi sono piaciute nel film di Genovese: non mi è piaciuto l’ormai abusato espediente – onnipresente nella commedia italiana di questi ultimi anni - della cena tra amici che si trasforma in una piccola carneficina (vedi Dobbiamo parlare, I nostri ragazzi, Il nome del figlio ecc.), non il sovraccarico di “colpi di scena” che crea un effetto talmente pieno da risultare in parte poco realistico, non la necessità di un personaggio (quello di Rocco) che – per equilibrio e consapevolezza di sé – finisce per fare troppo contrasto con gli altri, infine non l’escamotage finale che sembra volerci pacificare e inquietare al contempo.
Però, Perfetti sconosciuti è un film che mette sul tavolo non soltanto gli smartphone dei suoi protagonisti, bensì diverse questioni centrali delle dinamiche relazionali. E il punto non è il telefonino, in quanto strumento infernale in cui sono nascosti tutti i nostri segreti, il punto non è nemmeno la “liquidità” delle relazioni nella nostra società: dal mio punto di vista, il tema centrale è l’ipocrisia di ciascuno di noi nel pensare che l’amore e l’amicizia significhino sincerità totale, sincerità che pensiamo ci sia dovuta da chi ci sta accanto ma che sappiamo benissimo di non poter garantire in prima persona a nessuno. Il corollario di questo tema è il condizionamento morale e sociale per cui un rapporto non è vero se non si basa su questa sincerità assoluta, che dunque pretendiamo più o meno tutti, anche se sappiamo benissimo – per esperienza personale – che non possiamooffrirla, e che non è neanche giusta per nessuno.
Centinaia di anni di romanticismo spalmato su amore e amicizia ci hanno totalmente disabituato da un lato al fatto che una relazione è una negoziazione e che negoziare i termini del proprio rapporto con la persona che si ama o che si vuol bene non è prosaico né disdicevole, bensì è un difficile passo da compiere nella verifica della tenuta di un rapporto, dall’altro al fatto che fiducia e fedeltà non sono necessariamente antinomici rispetto a bugia e tradimento.
Quando il personaggio di Carlotta dice che nella vita bisogna imparare a lasciarsi secondo me sta dicendo una grandissima verità il cui naturale complemento dal mio punto di vista è che bisogna imparare a stare insieme, il che forse vuol dire che ognuno di noi dovrebbe provare a capire (e non dico che sia facile) qual è la soglia di benessere o di malessere che ci spinge a continuare una relazione o ci dovrebbe convincere a chiuderla. E questa soglia non ha certamente a che vedere con il dominio e il controllo del mondo segreto che ognuno si porta dentro e con la condivisione obbligatoria di ogni frammento della propria vita con l’altra persona, ma con il tasso di serenità, affetto, benessere che riusciamo a vivere dentro quel rapporto e con la negoziazione sulla quantità di verità che si vuole condividere, e che certamente cambia da rapporto a rapporto.
Peppe (Giuseppe Battiston), Rocco (Marco Giallini), Eva (Kasia Smutniak), Lele (Valerio Mastandrea), Carlotta (Anna Foglietta), Cosimo (Edoardo Leo) e Bianca (Alba Rohrwacher) sono lo specchio di ciascuno di noi, ingenui, bugiardi, frustrati, meschini, scontenti, ma incredibilmente veri, umani, quasi adorabili, nel loro essere sempre convinti che i nostri piccoli/grandi segreti siano sempre più giustificabili di quelli di chi ci sta accanto. Ma alla fine – come dice Rocco – siamo tutti frangibili, e per questo è giusto che in qualunque relazione – come avviene per i porcospini – si trovi la giusta distanza e la si rinegozi giorno per giorno fino a quando si ha ancora la voglia di cercare il calore della vicinanza dell’altro.
Il film di Genovese non sceglie la comoda strada del moralismo o della semplificazione, e sposa appieno il principio che non esiste alcuna risposta facile, lasciando allo spettatore l’occasione di vivere il gioco sulla propria pelle e al contempo l’opportunità di assistervi dall’esterno.
Voto: 3,5/5
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