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lunedì 27 marzo 2023

La valigia / con Giuseppe Battiston. Teatro Ambra Jovinelli, 9 marzo 2023

Siamo in uno studio radiofonico, mentre è in corso un programma che si propone di raccontare storie di persone. Protagonista è Sergej Dovlatov (autore de La valigia, il testo da cui adattamento nasce questo spettacolo), un russo di Leningrado emigrato da tanti anni in America, che rievoca persone e situazioni del suo passato nella terra di origine.

Ne viene fuori una narrazione agrodolce, in cui c'è da un lato la nostalgia di quello che si è perso, dall'altro la spensieratezza un po' sopra le righe dei tempi andati, il tutto filtrato attraverso la lente della memoria che in parte rende i ricordi più vividi, in parte li offusca.

Giuseppe Battiston si cimenta in questo testo certo non facile, interpretando tutti i personaggi, attraverso cambi di posture, di voce e di atteggiamento.

Il risultato è interessante, ma devo dire che - pur apprezzando la recitazione di Battiston, sempre molto molto bravo - non sono riuscita a entrare in sintonia con il testo, che alla fine mi ha fatto più l'effetto di un puzzle di episodi e aneddoti che quello di una vera storia. Forse anche per questo ho fatto fatica a seguire lo spettacolo e mi sono persa per strada a più riprese.

Insomma, ancora una volta esco dal teatro in parte insoddisfatta e con la sensazione che trovare uno spettacolo che ci conquisti davvero non è per niente facile, anche al di là e nonostante la bravura degli attori.

Voto: 3/5

lunedì 24 agosto 2020

Il grande passo

Ed è ancora l’Arena del Sacher che in questa strana estate mi offre la possibilità non solo di godere del cinema sul grande schermo, ma anche di vedere l’anteprima di un film alla presenza del regista e degli attori.

Si tratta de Il grande passo, il secondo film di Antonio Padovan, che – come lui stesso ci spiega – doveva uscire qualche mese fa, ma come molti altri film è stato bloccato dal lockdown. Il regista elogia la scelta dei produttori di non aver ceduto il film alle piattaforma online e di aver atteso la possibilità di farlo uscire in sala. E noi pure ringraziamo.

Il regista ci dice inoltre che questo secondo film è molto più personale del primo, Finché c’è prosecco c’è speranza, la cui sceneggiatura era infatti basata sull'omonimo romanzo. In questo caso invece egli ha potuto muoversi più liberamente a livello di sceneggiatura, aiutato da Marco Pettenello. Il film è un omaggio a una categoria di persone sempre meno rappresentata e sempre più bistrattata, quella dei sognatori, persone spesso espulse dal corpo sociale in quanto etichettate come folli. Così è per uno dei protagonisti del film, Dario (Giuseppe Battiston), che vive in un casolare di campagna nel Polesine e sta costruendo un razzo per andare sulla luna. Quando – in uno dei suoi tentativi falliti – provoca un incendio, suo fratello Mario (Stefano Fresi) viene chiamato dall’avvocato per prendere in mano la situazione.

Mario vive a Roma con la mamma con cui gestisce una ferramenta: è un uomo molto concreto e generoso, cosicché decide di partire per il Polesine per occuparsi del fratello, che pure ha incontrato solo una volta e con cui non ha niente in comune, a parte un padre assente. L’incontro ne metterà inizialmente in evidenza la distanza, e Mario non potrà fare a meno di constatare che Dario è un outsider, forse ben oltre i limiti del borderline, sebbene anche gli abitanti del paese-fantasma vicino a cui vive scontino gli effetti di marginalità, isolamento e ignoranza.

Secondo uno schema narrativo classico e sostanzialmente prevedibile, Mario – che era arrivato per stare solo una notte sistemando il fratello in un centro specializzato – finisce per rimanere molto di più fino a conoscere, condividere e sostenere il sogno folle ma poetico del fratello.

In questa fiaba ironica e commovente al contempo, Padovan mette anche i propri sogni d’infanzia, nonché gli omaggi al cinema e ai registi più amati, da Mazzacurati a Spielberg. Al termine della proiezione ci spiega che ha voluto travasare nel film, anche a livello visivo, il senso della meraviglia dello sguardo di chi è spettatore, cosa che ho sinceramente trovato molto bella.

In definitiva, pur muovendosi all’interno di binari non del tutto originali, il film di Padovan, anche grazie all’ottima intesa e alla bella performance dei due attori, è uno spettacolo godibile e apprezzabile e conferma le buone doti di Padovan rispetto al linguaggio della commedia.

Voto: 3/5

lunedì 11 novembre 2019

Orson Welles’ roast / con Giuseppe Battiston. Teatro Ambra Jovinelli, 31 ottobre 2019

Dopo aver visto l’anno scorso, sempre all’Ambra Jovinelli, Giuseppe Battiston interpretare Winston Churchill, era quasi inevitabile la sensazione di déjà-vu suscitata dallo spettacolo in programma quest’anno, Orson Welles’ roast.

Può essere che lo stesso Battiston, a seguito del successo dello spettacolo dello scorso anno, abbia deciso di riportare in scena questo testo, da lui scritto insieme a Michele De Vita Conti oltre dieci anni fa, e per la cui interpretazione ha vinto numerosi premi.

Se – come ci viene spiegato dal protagonista all’inizio del monologo - nel mondo americano il “roast” è un discorso ironico che viene pronunciato in occasione di compleanni o altre celebrazioni da parte di amici e parenti per prendere in giro il festeggiato, l’idea in questo caso è quella di portare in scena un redivivo Orson Welles affidando a lui stesso il proprio “arrosto”.

In pratica, attraverso la mediazione di Giuseppe Battiston, Orson Welles è chiamato a raccontare sé stesso in maniera autoironica, compito ch’egli accetta solo nella convinzione che l’arrosto sia la più nobile delle cotture.

Da qui si dipana un monologo di circa un’ora durante il quale Welles percorre episodi più o meno noti della sua vita, svelando il proprio carattere e le proprie idiosincrasie, sempre accompagnato dal suo inseparabile sigaro.

Devo ammettere che conosco pochissimo Orson Welles (e so che si tratta di una lacuna che dovrei colmare) e devo anche confessare che sono arrivata alla sera dello spettacolo stremata da una settimana davvero intensa, e sicuramente la combinazione di questi due fattori non ha favorito la mia concentrazione e attenzione.

Però a un certo punto non sapevo più se stavo guardando Battiston che interpretava Orson Welles, ovvero Orson Welles che interpretava Churchill, o questi ultimi due che interpretavano Battiston. Sarà per alcune caratteristiche comuni dei due personaggi storici, sia fisiche (la stazza e le nuvole di fumo prodotte dall’onnipresente sigaro) sia caratteriali (un egocentrismo e una sicurezza di sé molto pronunciati), ovvero per l’insieme della situazione (in particolare lo stesso palco e lo stesso interprete), certo è che le parole pronunciate hanno cominciato a un certo punto a galleggiare nella mia mente in cerca di approdi senza trovarli, mentre la mia poltrona di platea mi è risultata via via sempre più scomoda costringendomi a cambiare continuamente posizione.

In breve tempo la noia si è impadronita di me e, nonostante i miei sforzi per allontanarla, non sono riuscita a liberarmene.

Non mi permetto di esprimere giudizi sulla qualità dell’interpretazione di Battiston, ma nemmeno posso omettere di dire che lo spettacolo non solo non mi ha conquistata ma mi è risultato più faticoso del dovuto.

Voto: 2,5/5

lunedì 25 febbraio 2019

Winston vs Churchill. Teatro Ambra Jovinelli, 21 febbraio 2019

Quello raccontato da Carlo G. Gabardini, l'autore del testo da cui è tratto questo spettacolo, è un Winston Churchill ormai alla fine della sua lunghissima vita (morì a 90 anni). Appesantito nel fisico e nell'animo, malato, ostaggio dei propri vizi (il sigaro, l'alcol, le droghe), l'uomo Winston ci mostra sul palco i suoi umori altalenanti, l'ammirazione per l'indipendenza del suo gatto, i traumi del passato, il difficile rapporto con i genitori, l'amore per le citazioni, in un duetto con la sua infermiera che oscilla tra il giocoso e il sarcastico.

In questa sua dimensione di decadimento, che a tratti indispone e a tratti suscita pietà e commozione, irrompe però in maniera talvolta prepotente Churchill, lo statista che è stato protagonista indiscusso della storia mondiale del Novecento: attraverso la sua memoria entriamo in contatto con il Churchill che ebbe un ruolo determinante durante la seconda guerra mondiale nella resistenza della Gran Bretagna a Hitler e nella successiva vittoria degli alleati, ma anche quello che andò incontro a grandi fallimenti come la campagna di Gallipoli, che causò la morte di migliaia di giovani.

Pur all'interno di un carattere assertivo e consapevole del suo ruolo, Winston non può sfuggire ai tormenti determinati dalle sue azioni e dalle decisioni che ha dovuto prendere nell'esercizio della sua funzione pubblica.

Ne emerge una figura controversa e sfaccettata, adorabilmente ironica e detestabilmente sarcastica, che non a caso è stata oggetto di grandi critiche e altrettanto grandi elogi.

In una scenografia in cui, all'interno di una collinetta dal fondale quasi lunare circondata da un cerchio di luci, si trovano pochi oggetti - una poltrona, un telefono, una radio - Giuseppe Battiston presta il suo corpo e la sua voce a un Winston Churchill che ha in parte dismesso gli abiti dello statista, ma che da un lato ne conserva tutta l'arroganza e dall'altro dimostra tutta la sua fragilità umana. La brava Maria Roveran regge molto bene il confronto e conferisce con il suo canto un ché di poetico alla messa in scena, che invece per altri versi è scossa da rotture visive e sonore determinate dagli inserti di musica rock e di luci da cabaret.

Il testo di Gabardini, portato in scena per la regia di Paola Rota, si inserisce nell'ormai ricco filone di lavori di riscoperta del personaggio di Winston Churchill (si pensi al film L'ora più buia, ma anche indirettamente al Dunkirk di Nolan), però lo fa in maniera originale e senza cedere alla retorica.

Voto: 3/5

giovedì 18 febbraio 2016

Perfetti sconosciuti

Il film di Paolo Genovese (anche sceneggiatore insieme a Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello) secondo me è perfettamente racchiuso in una delle tante risposte spiazzanti e anticonformiste che Dan Savage (la cui corrispondenza viene pubblicata sulla rubrica Savage Love de L’Internazionale) dà a uno dei suoi lettori: «Se una persona è in cerca di scuse per uscire da un matrimonio di merda pieno di conflitti — perché il divorzio consensuale non gli basta — allora ok, magari cercare il nome del marito o della moglie può servirle [parla del sito di incontri hackerato Ashley Madison]. Ma chi ha un matrimonio in cui ci si ama, che funziona, senza troppi conflitti e più o meno felice è meglio che ci pensi due volte.»

In Perfetti sconosciuti quattro amici che si conoscono da una vita, si incontrano per una cena (tre di loro con le rispettive mogli e un single) e decidono di "non pensarci due volte", facendo un gioco molto pericoloso: mettere al centro del tavolo i telefoni di tutti e rendere pubblici qualunque telefonata o messaggio arrivi.

Da qui inizia un vero e proprio gioco al massacro, in cui si ride moltissimo, ma si assiste anche a una escalation emotiva che mette ognuno di loro di fronte a verità – più o meno imbarazzanti, più o meno inconfessabili, più o meno moralmente inaccettabili – che rimangono sepolte anche nei matrimoni, nell’amore, nelle amicizie di lunga data.

Inizio dalle cose che non mi sono piaciute nel film di Genovese: non mi è piaciuto l’ormai abusato espediente – onnipresente nella commedia italiana di questi ultimi anni - della cena tra amici che si trasforma in una piccola carneficina (vedi Dobbiamo parlare, I nostri ragazzi, Il nome del figlio ecc.), non il sovraccarico di “colpi di scena” che crea un effetto talmente pieno da risultare in parte poco realistico, non la necessità di un personaggio (quello di Rocco) che – per equilibrio e consapevolezza di sé – finisce per fare troppo contrasto con gli altri, infine non l’escamotage finale che sembra volerci pacificare e inquietare al contempo.

Però, Perfetti sconosciuti è un film che mette sul tavolo non soltanto gli smartphone dei suoi protagonisti, bensì diverse questioni centrali delle dinamiche relazionali. E il punto non è il telefonino, in quanto strumento infernale in cui sono nascosti tutti i nostri segreti, il punto non è nemmeno la “liquidità” delle relazioni nella nostra società: dal mio punto di vista, il tema centrale è l’ipocrisia di ciascuno di noi nel pensare che l’amore e l’amicizia significhino sincerità totale, sincerità che pensiamo ci sia dovuta da chi ci sta accanto ma che sappiamo benissimo di non poter garantire in prima persona a nessuno. Il corollario di questo tema è il condizionamento morale e sociale per cui un rapporto non è vero se non si basa su questa sincerità assoluta, che dunque pretendiamo più o meno tutti, anche se sappiamo benissimo – per esperienza personale – che non possiamooffrirla, e che non è neanche giusta per nessuno.

Centinaia di anni di romanticismo spalmato su amore e amicizia ci hanno totalmente disabituato da un lato al fatto che una relazione è una negoziazione e che negoziare i termini del proprio rapporto con la persona che si ama o che si vuol bene non è prosaico né disdicevole, bensì è un difficile passo da compiere nella verifica della tenuta di un rapporto, dall’altro al fatto che fiducia e fedeltà non sono necessariamente antinomici rispetto a bugia e tradimento.

Quando il personaggio di Carlotta dice che nella vita bisogna imparare a lasciarsi secondo me sta dicendo una grandissima verità il cui naturale complemento dal mio punto di vista è che bisogna imparare a stare insieme, il che forse vuol dire che ognuno di noi dovrebbe provare a capire (e non dico che sia facile) qual è la soglia di benessere o di malessere che ci spinge a continuare una relazione o ci dovrebbe convincere a chiuderla. E questa soglia non ha certamente a che vedere con il dominio e il controllo del mondo segreto che ognuno si porta dentro e con la condivisione obbligatoria di ogni frammento della propria vita con l’altra persona, ma con il tasso di serenità, affetto, benessere che riusciamo a vivere dentro quel rapporto e con la negoziazione sulla quantità di verità che si vuole condividere, e che certamente cambia da rapporto a rapporto.

Peppe (Giuseppe Battiston), Rocco (Marco Giallini), Eva (Kasia Smutniak), Lele (Valerio Mastandrea), Carlotta (Anna Foglietta), Cosimo (Edoardo Leo) e Bianca (Alba Rohrwacher) sono lo specchio di ciascuno di noi, ingenui, bugiardi, frustrati, meschini, scontenti, ma incredibilmente veri, umani, quasi adorabili, nel loro essere sempre convinti che i nostri piccoli/grandi segreti siano sempre più giustificabili di quelli di chi ci sta accanto. Ma alla fine – come dice Rocco – siamo tutti frangibili, e per questo è giusto che in qualunque relazione – come avviene per i porcospini – si trovi la giusta distanza e la si rinegozi giorno per giorno fino a quando si ha ancora la voglia di cercare il calore della vicinanza dell’altro.

Il film di Genovese non sceglie la comoda strada del moralismo o della semplificazione, e sposa appieno il principio che non esiste alcuna risposta facile, lasciando allo spettatore l’occasione di vivere il gioco sulla propria pelle e al contempo l’opportunità di assistervi dall’esterno.

Voto: 3,5/5

venerdì 4 dicembre 2015

La felicità è un sistema complesso

Zanasi è il regista e sceneggiatore di Non pensarci, film che a suo tempo avevo molto amato. Così quando è uscito al cinema il suo nuovo lavoro non ho esitato un attimo ad andare a vederlo.

Come dice una mia amica, La felicità è un sistema complesso sta a metà strada tra Il capitale umano e Tra le nuvole. Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) fa l'intermediario per un'azienda che acquista società sull'orlo del fallimento, quasi sempre perché le generazioni degli eredi quarantenni dei fondatori non sono stati in grado o non hanno voluto occuparsi dell'eredità genitoriale.

Enrico è molto bravo nel suo lavoro, diventa amico dei suoi clienti, li comprende e li aiuta a trovare il "coraggio" di fare la scelta di firmare la cessione, all'inseguimento di una vita che a loro sembra sfuggire di mano (chi per aprire un resort in Costa Rica, chi per andare in Nuova Zelanda).

La sua vita viene letteralmente messa sottosopra da due eventi: l'arrivo in casa sua di Achrinoam (Hadas Yaron), la fidanzata israeliana che il fratello ha mollato facendole credere di essere partito per il Chiapas, e il nuovo incarico che prevede la cessione di un'azienda i cui proprietari sono morti in un incidente stradale lasciando la maggioranza delle azioni ai giovanissimi figli, il diciottenne Filippo (Filippo De Carli) e la tredicenne Camilla (Camilla Martini).

Enrico dovrà fare i conti con la sua vita e le sue scelte.
Quello di Mastandrea è un personaggio ironico e dolente, di un'umanità spessa, che non si può non amare anche nella finzione che in qualche modo si è costruito.

Il film di Zanasi per me parla di tre antinomie: parole/silenzi; giovani/non più giovani; semplicità/complessità.

Sul primo aspetto, non è un caso che una delle canzoni portanti della bellissima colonna sonora (affidata a Niccolò Contessa de I Cani, ma dove compaiono tra gli altri i Low Roars e i Rolling Stones) sia In a manner of speaking (nella versione - cover dell'originale dei Tuxedomoon - dei Nouvelle Vague) con il suo ritornello "Oh give me the words / Give me the words / but tell me nothing / Ohohohoh give me the words / Give me the words / That tell me everything". Nel film di Zanasi i silenzi sono altrettanto importanti delle parole e le parole spesso non dicono quello che vorrebbero dire. Enrico è cresciuto imparando - a seconda dei casi - a stare in silenzio o a dire le parole che l'interlocutore si aspetta di sentire. Le parole vere, senza mediazione, arrivano con la comparsa in scena di Achrinoam, di Filippo e di Camilla.

La questione generazionale è evidentemente il cuore del film. Ci sono almeno quattro generazioni a confronto: gli ultrasessantenni, quelli che hanno raggiunto posizioni di potere in tempi ben diversi dagli attuali e continuano a sfruttare le loro rendite di posizione senza preoccuparsi delle conseguenze; i cinquantenni come Enrico e come Carlo (il figlio dell'imprenditore squalo, interpretato da Giuseppe Battiston) che mantengono un legame col passato, rispetto al quale possono avere atteggiamenti diversi, di colpa, di invidia, di arrivismo, di accettazione acritica; poi ci sono i quarantenni, tendenzialmente frustrati, scontenti, depressi, incapaci di assumersi le responsabilità, desiderosi di vivere un'adolescenza che duri tutta la vita; infine ci sono i diciottenni. Come sono i giovanissimi? Per qualcuno sono dei debosciati, peggio di chi li ha preceduti. Zanasi invece ci vuole credere, ha bisogno (come ne abbiamo tutti noi) di sperare che i giovanissimi di oggi portino valori antichi e insieme nuovi con loro, e possano mantenere uno sguardo pulito sul futuro.

Ai rapporti tra le generazioni (ma non solo tra loro) si collega il tema che, secondo me, sintetizza tutto il film e che non a caso è richiamato anche nel titolo, ossia la relazione tra semplicità e complessità. Nel film gli adulti fanno continuamente riferimento alla complessità delle cose, e Carlo a un certo punto rivolgendosi a Enrico gli dice: "Com'è che nella vita a un certo punto le cose - da semplici che erano - diventano così complesse?". Per contro Filippo e Camilla, cui fa da spalla Achrinoam, un personaggio adulto che però non ha perso lo sguardo pulito - fors'anche ingenuo - sulla realtà, sono l'espressione della semplicità e sembrano urlare con tutte le loro azioni che le cose - nella loro essenza - sono semplici e spesso la complessità è solo una scusa per non assumersi le responsabilità. Sulla bocca di questi personaggi si affaccia spesso la frase: "Non si fa così", che sembra un modo di dire da bambini, ma forse sta a comunicarci che alla fin fine l'etica è una cosa semplice, perché in realtà ce l'abbiamo dentro, e solo le sovrastrutture col tempo ci impediscono di riconoscerne il messaggio semplice che si porta dietro.

Alla fine la vera speranza del film - non quella futura e incerta dei giovani, ma quella presente - è Enrico, un adulto, un uomo fatto, che però quando impara ad ascoltarsi, a parlare con il mondo circostante in modo vero, a guardare le cose per quelle che sono accetta la sfida della responsabilità.

E ora so che vi verrebbe da dire "Le cose sono più complicate di così", ma io per oggi - e non solo - voglio condividere l'aspirazione e la speranza di Zanasi per un futuro più semplice, che poi vuol dire più etico.

Voto: 3,5/5

lunedì 17 settembre 2012

Io sono Li

La scorsa è stata proprio una settimana cinematografica!

Dopo The reluctant fundamentalist, sono andata a vedere un altro film in lingua originale con i sottotitoli... ma italiano!

Io sono Li è infatti ambientato in buona parte a Chioggia e i protagonisti sono in parte cinesi (sottotitolati per evidenti motivi), in parte chioggiotti (anch'essi necessitanti di sottotitoli!).

In un certo senso, questa doppia necessità è una metafora del film, che mette una di fronte all'altra due comunità lontanissime, ma entrambe accartocciate su se stesse, sulle proprie regole e i propri pregiudizi.

Protagonisti ed elementi scatenanti delle idiosincrasie di queste due comunità sono Shun Li (Zhao Tao), una donna cinese che da una fabbrica tessile romana viene spedita a Chioggia a lavorare in un'osteria per pagare i suoi debiti e consentire a suo figlio di venire in Italia, e Bepi (Rade Sherbedgia), "il poeta", un pescatore di origini slave che vive da trent'anni a Chioggia e ha un casone in laguna.

Intorno a loro si muovono e si agitano le rispettive comunità. Quella cinese in cui pochi uomini governano le sorti dei molti altri, veri e propri schiavi appesi al filo della speranza, soprattutto donne trattate come oggetti, ma ricche di sogni e di pensieri non sempre espressi. E quella chioggiotta che si incontra in osteria per bere un'"ombra" e mangiare le canocchie e il pesce fritto e parlare di quello che accade nella città-isola, cercando di interpretare in maniera semplice e spesso semplificata un mondo che si è fatto ormai troppo complesso e dove i soldi ormai si fanno senza fatica anche se in modo poco chiaro, come ostenta il bullo Devis (Giuseppe Battiston).

In questo mondo in cui il tempo sembra scorrere lentissimo e ripetitivo, Shun Li e Bepi si incontrano, si aprono, si raccontano, si fanno compagnia in modo disinteressato e sincero. Ma non saranno capiti da nessuno, non dai cinesi che preferiscono un'esistenza sottotraccia, non dai chioggiotti che pensano che il mondo finisca nella loro isola.

Bellissima ed emozionante la fotografia di Luca Bigazzi, in sintonia con le musiche e con l'atmosfera smorzata di questo racconto, come il tai-chi che la coinquilina di Li pratica sulla spiaggia. Non c'è una parola di troppo, i silenzi e gli sguardi sono parte fondamentale della storia, come accade nella vita. Non tutto è spiegato, molto resta avvolto nel mistero come questa città sommersa dall'acqua e dalla nebbia.

Delicato, poetico, vero, gentile.

Un soffio di bellezza e di tristezza da cui vale la pena farsi accarezzare.
Bravo Andrea Segre.

Voto: 4/5